domenica 30 settembre 2018

LA PROVA DEL NOVE. INDAGINE SULLE SINISTRE E IL DEF di Leonardo Mazzei

[1 ottobre 2018]

Diciamola tutta: ci son rimasti male. Ma come sarebbe stato bello poter dire che nulla cambia, che nulla può cambiare. La signora TINA (There is no alternative) ha tanti spasimanti, più di quel che si crede. Amata nei salotti buoni, non spiace neppure ai massimalisti di ogni risma. Per i primi è una polizza sulla vita (e sul portafoglio), per i secondi una comoda giustificazione della loro sterilità politica.
Diciamola tutta, in tanti avrebbero voluto una bella Legge di Bilancio fatta di tagli e sacrifici, giusto per dimostrare che i populisti son come i piddini, che il 4 marzo nulla è successo, che Di Maio e Salvini sono sul libro paga di Juncker fin da piccoli. E che bello sarebbe stato il trionfo di Tria! I giornaloni già eran pronti a festeggiare la sua Resistenza, quella epica, con la erre maiuscola a compensare il suo melenso sguardo.

E invece? Invece non è andata così. 
Vero, il nuovo DEF non è una rivoluzione, ma non so chi l'aspettasse. Vero, non c'è ancora la svolta radicale necessaria, ma che forse era all'ordine del giorno? Vero, saremo ancora in avanzo primario, ma molto, molto meno di quanto concordato con l'UE dai precedenti governi. La vera partita conclusasi con la rotta di Tria (e dunque di Mattarella, dunque dell'intero blocco eurista) era un'altra: il rapporto con l'Unione Europea. Escluso per ora lo scontro frontale, restavano due possibilità: il cedimento o quanto meno l'adattamento ai desiderata dei signori di Bruxelles, o - come invece è successo - la resistenza a costoro, volutamente giocata sul piano di una sfida non troppo alta (non si sfora il 3%), ma ugualmente significativa.

Significativa sia sul piano simbolico che su quello sostanziale. Ad esempio, colpire a morte la Legge Fornero non solo è importante concretamente per milioni di lavoratori, ma vuol dire anche abbattere un simbolo dell'intera politica austeritaria. Aver fissato il rapporto deficit/pil per i prossimi 3 anni al 2,4% può sembrare un nulla, ma rispetto al percorso di rientro del deficit verso il pareggio di bilancio questo significa aver recuperato 112 miliardi per le politiche del governo. Che poi tutti questi soldi finiscano spesi nel modo migliore è tutto da vedere, ma è questa la misura esatta di un atto di disobbedienza all'UE che sarebbe puerile sottovalutare.

Che per l'establishment sia stato un colpo non v'é dubbio. L'abbiamo già detto, nell'intenzione del governo il 2,4% rappresenta un tentativo di compromesso, ma per il blocco eurista non è questo un compromesso facilmente digeribile. Lo vedremo nelle prossime settimane, quando partirà l'attacco sistematico ad ogni misura della Legge di Bilancio, specie sulla Fornero e sulle prime misure del Reddito di cittadinanza.

Questo lo diamo per scontato. Quel che qui vogliamo affrontare è invece l'altro versante degli amanti della signora TINA: quello dei massimalisti di ogni colore, da un'estrema sinistra sempre più disorientata, a certi sovranisti del "tutto subito" che mostrano una certa difficoltà nel comprendere le leggi della lotta politica.

Diciamolo una volta per tutte: non è che qui sposiamo il governo gialloverde, tantomeno condividiamo tutte le sue iniziative. Non è che non vediamo debolezze, contraddizioni e - soprattutto - la perdurante incapacità ad uscire da un orizzonte liberista. E' che ne vediamo il ruolo oggettivo di veicolo ed accumulatore degli elementi di scontro con l'oligarchia eurista. E per chi, come noi, ritiene che uscire dalla gabbia della moneta unica sia la condizione necessaria - pur se non sufficiente - per uscire dalla crisi e riconquistare con la sovranità nazionale la stessa democrazia, decisamente non è poco. In questo senso la decisione sul DEF ci sembra andare decisamente nella giusta direzione.

I massimalisti (di ogni colore) ritengono invece che nulla sia cambiato. Vediamo allora alcuni loro argomenti.

Tra le formazioni comuniste, mentre per ora tacciono (ma già sappiamo cosa diranno) le nostrane ali estreme del trotskismo e dello stalinismo, vince invece il primo premio del Contorsionista dell'anno il sito Contropiano

Dopo aver dato per scontata la vittoria della linea Tria, questo sito ha cercato di correre ai ripari con un articolo di Claudio Conti dall'illuminante titolo «Mercati in fiamme. Di Maio e Salvini "vincono" come Pirro». Insomma, quasi un inno a mister spread: complimenti! Dopo aver affermato che i due leader del governo sono «sempre più nei panni di due Tsipras di destra», si ammette che: «Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8)».

Insomma, secondo questi fenomeni, il fatto c'è (guarda un po'!), ma siccome non corrisponde ad analisi e desideri di Contropiano, si fa come non vi fosse. Dunque, Di Maio e Salvini sono come Tsipras e tanto meglio se i mercati gli daranno il colpo di grazia, come si lascia ben intendere nelle conclusioni dell'articolo. Quando si dice i comunisti hard!

Meglio per una volta Roberta Fantozzi di Rifondazione Comunista, se non altro più prudente nei giudizi, a partire dal titolo: «Manovra: aspettiamo che si chiarisca il quadro su pensioni e reddito. No alle politiche fiscali. La nostra opposizione sarà opposta a quella dei fans dell’austerity». E vorremmo anche vedere! Ma, si sa, la lingua batte dove il dente duole, e per i rifondaroli non sarà facile distinguersi dal fronte antipopulista immaginato da lorsignori. 

Apparentemente sulla stessa lunghezza d'onda Giorgio Cremaschi, il quale però ad un certo punto si lascia andare a questo tentativo di sintesi: «Sinceramente sembra di tornare ad una classica finanziaria della vecchia DC, che distribuiva un po' di mance a pioggia tenendo conto dei propri insediamenti elettorali». Ecco qui, pari pari, un giudizio identico a quello dato dai media sistemici, che si lamentano infatti di un presunto ritorno all'«assistenzialismo». Ma lasciamo perdere, quel che vorremmo sapere dal sindacalista Cremaschi è se considera «una mancia a pioggia» anche la riforma della Fornero...

Alla "sintesi" cremaschiana così risponde, sulla sua stessa pagina Facebook, l'ex Prc Leonardo Masella: «"Una classica finanziaria della vecchia Dc" certo non è il socialismo, ma è la prima finanziaria in controtendenza dalla fine della prima repubblica». Controtendenza, ben detto Masella, con ciò ammettendo anche cosa sono state le quattro finanziarie approvate con il voto determinante di Rifondazione Comunista (1996, 1997, 2006, 2007)...

Andando un po' più sul tecnico, passiamo ora ai massimalisti del campo sovranista. Campo nel quale in molti sottolineano come un deficit al 2,4% sia in linea con quello conseguito l'anno scorso da Padoan. 

Prendiamo, ad esempio, quanto ha scritto l'amico Mario Volpi della Mmt
«Comunque volevo sottolineare che un deficit al 2.4%, è il deficit pubblico più basso mai realizzato dai governi italiani dal 2008 ad oggi......Così.... tanto per dire.....Siamo talmente assuefatti che si vuole far passare questa manovra per una MANOVRA ESPANSIVA quando in realtà è la manovra PIU' AUSTERA degli ultimi 10 anni... Roba da matti!». 
Già, roba da matti. Qui a Volpi sfugge non solo la rilevanza politica dell'aperta ribellione a Bruxelles - tratto comune a tanti sovranisti -, sfugge anche il fatto che il numero in sé ben poco dice se non si considera il quadro in cui è inserito. Ad esempio, Amato nel 1993 conseguì un deficit del 10,03%. Manovra espansiva? No, il contrario (come ben sa chi ancora si ricorda quella finanziaria), dato che veniva dopo anni con deficit maggiori. Idem per Monti nel 2012, con un deficit al 3%, ma con quella pesantissima svolta austeritaria e deflazionista che tutti sanno. Vuol sostenere Volpi che il governo gialloverde farà una manovra più austera e recessiva di queste citate? Suvvia, cerchiamo di non essere ridicoli!

Analoghe considerazioni vengono svolte da Domenico Moro, che afferma che: 
«Per fare una manovra espansiva, che stimolasse la ripresa della produzione e del Pil, ci vorrebbe un deficit molto maggiore, cioè ben superiore al 3%».
Sappiamo perfettamente che è così, tant'è che parliamo di inversione di tendenza rispetto alle politiche austeritarie, non di un vero cambio di politica economica come invece sarebbe necessario. Precisando magari che questo cambio non dovrà esaurirsi però in una diversa, e superiore, percentuale di deficit. Ci stupisce tuttavia che una simile affermazione, sull'insufficienza del 2,4%, venga da uno come Moro che sostiene una decisa posizione no-euro.

Un no-euro non può non sapere che vere politiche espansive, e socialmente orientate, potranno arrivare solo dopo l'uscita dalla gabbia dell'euro. Ma questo Moro lo sa e difatti lo scrive. Dunque non si capisce proprio la critica al 2,4%, che è il punto più avanzato di disobbedienza a Bruxelles nel contesto dato. Qui la questione è squisitamente politica, e riguarda il percorso per uscire dalla moneta unica. Certo, anche a chi scrive piacerebbe rompere questa gabbia il prima possibile. Ma che forse siamo noi al governo? 

Qui il problema è valutare se le mosse del governo avvicinano o allontanano il momento dello scontro. Detto all'opposto, se avvicinano o allontanano il trionfo della signora TINA. La politica è per sua natura processuale e discontinua al tempo stesso. La discontinuità impressa dalle decisioni sul DEF cosa avvicina e cosa allontana nel concreto? Per noi il giudizio è chiaro.

Ma poi, detto senza volontà polemica, Domenico Moro ricorda giustamente la necessità di uscire dall'euro, ma egli è anche un dirigente di Rifondazione Comunista, dunque un membro di Pap. Che forse il Prc e Pap sono per uscire dall'euro domattina, con emissione immediata delle nuove lire affidata alle stampanti di Je so' pazzo? Qualora fosse ne saremmo felici. Qualora non fosse, sarebbe meglio far pulizia in casa propria prima di sputare troppo sugli altri.  

Concludiamo con una sorta di "prova del nove".
Attualmente l'Italia si divide su tre posizioni: chi sostiene in vario modo (dunque anche criticamente) la politica del governo; chi la contrasta perché portatrice di scelte economiche scellerate, populiste ed antieuropee (il Pd, Forza Italia, le èlite in genere); chi ritiene che il governo gialloverde sia solo l'ultimo segmento della serie Monti-Letta-Renzi-Gentiloni (i massimalisti di cui ci siamo occupati sin qui). Tralasciando quella delle èlite, chi ha ragione tra la prima e la terza posizione? In breve, chi tra noi e i massimalisti?

La mia personalissima "prova del nove" consiste in una sola mossa: parlare con le persone.
E il risultato è chiarissimo. Se per un quarto di secolo mi hanno fermato per strada per chiedermi cosa avrebbero perso con la finanziaria di ognuno di quegli anni (pensioni, tasse, sanità, eccetera), quest'anno le persone (talvolta le stesse) mi fermano per chiedermi cosa possono aspettarsi in positivo sulle pensioni, su quella cartella dell'Agenzia delle Entrate che non si riesce a pagare, sulla cassa integrazione che forse gli coprirà quell'ultimo anno mancante per lasciare il lavoro.

Vi sembra poco? Certo, "piccole" cose della vita quotidiana. Talmente "piccole" da poter alimentare qualcosa di grande, perché le battaglie politiche che cambiano la storia si fanno solo con le grandi masse.

In ogni caso, senza esagerarne il significato, la mia "prova del nove" ha dato questi risultati. Provate anche voi, e poi riparliamo dei decimali.

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sabato 29 settembre 2018

DDL PILLON: UN GIUDIZIO SENZA REMORE di M. Micaela Bartolucci

[ 30 settembre 2018 ]

Giorni addietro chiedevamo di aprire un dibattito sul Disegno di legge presentato da Simone Pillon. Volentieri pubblichiamo questo articolo di M. Micaela Bartolucci,* la quale da un giudizio che non piacerà a certo femminismo di sinistra.




*  *  *


STORIA DI ORDINARIA IPOCRISIA 

ovvero LA MALAFEDE COME PRATICA POLITICA 

La legge lo prevede dal 2006 ma, in Italia, l’affido condiviso è tale solo sulla carta, solo il 4% dei minori ha infatti visto riconosciuto e sancito questo elementare diritto: trascorrere almeno il 30% del tempo presso il genitore meno coinvolto. Questo, al di là di casi specifici che lo impediscano, vuol dire che i genitori non sono uguali di fronte alla legge. Non è una iperbole, è un dato di fatto assolutamente indiscutibile e chi lo mette in dubbio o ignora totalmente la realtà, quindi dovrebbe tacere, oppure è in perfetta malafede. Il minore è, di fatto, trattato come una merce, spesso di scambio, usato, bisfrattato, alienato…il bene dei figli? Ma quando mai! Le reali logiche che soggiacciono all’argomento sono ben lontane dal considerare i figli un bene prezioso da tutelare; l’egoismo genitoriale e la cecità sono le norme che regolano le separazioni e distruggono la vita dei minori coinvolti. La separazione in Italia è un iter pazzesco, costosissimo e non prevede nessun supporto psicologico né per i genitori né per i figli coinvolti. L’abolizione del Tribunale dei minori è una prova tangibile del valore che questi dotti uomini di legge attribuiscono alle future generazioni. Orwellianamente questo va di pari passo con la distruzione delle istituzioni preposte all’educazione sociale ed alla trasmissione del sapere, dai nidi all’università. Quando mi esprimo sulle tematiche relative a separazioni con figli minori, non lo faccio da tecnico, ma come persona molto ben informata sui fatti, parlo con immensa cognizione di causa.

E’ in atto un imbarazzante attacco pseudo intellettuale a questo governo, sorvolo perché mi sono già espressa in proposito e tutta una serie di patetici buffoni servi sciocchi di un potere economico conclamato e ben noto, non merita cinque secondi in più del mio prezioso tempo. Mi limiterò a consigliare di usare certi giornali per foderare la lettiera del gatto o per pulire i vetri. Però oltre a questa campagna idiota di bassissimo profilo, poiché diverse associazioni di donne, stanno cavalcando la tigre del cervello all’ammasso e si sono accodate al coro dei semianalfabeti politici, degli opportunisti mediatico culturali e dei fenomeni da baraccone, mi preme fare chiarezza. Transeat sull’ignoranza ma la presa per il culo no!

Esaminiamo il DDL Pillon, tenendo conto di due caposaldi:

1 il diritto non è un obbligo

2 i casi di abusi, violenza o negligenza verso un minore sono trattati separatamente

Queste due precisazioni, apparentemente banali e facili da capire per chiunque, servono a tappare la bocca a chi, in assoluta e totale stupidità cerca di mistificare la realtà per ottenere facili consensi, gridando allo scandalo, al maschilismo…che cazzo dite? Di cosa farneticate brutta congrega di ignoranti? Perché vi beffate dell’intelligenza degli altri?

Negare che oggi la genitorialità piena, nei casi di separazione, sia affidata alla buonafede di uno dei genitori, è negare la realtà. Di fatto i figli sono affidati, prevalentemente, alla cura della madre che, salvo appunto rare eccezioni, di norma, risiede con loro nella casa familiare, gestisce le comunicazioni con il padre, comprese quelle scolastiche e mediche, riceve un assegno di mantenimento per i minori e gestisce il cosiddetto diritto di visita. Rare, come ripeto, le eccezioni a questa norma. Il padre è di fatto messo in un angolo, ridotto a puro ornamento, quasi fosse incapace di assolvere la sua funzione ed il suo ruolo, infantilizzato, ridotto a compagno di giochi del figlio, escluso per l’appunto, dal suo ruolo fondamentale: quello di educatore ed accuditore, al pari della madre, della prole.

Lo dico senza alcuna remora: la mediazione dovrebbe essere non un diritto ma un obbligo per tutti coloro che intendono separarsi, soprattutto in presenza di minori, così come dovrebbe essere un obbligo, sempre e sancito per legge, che il nucleo familiare venga sostenuto e seguito da uno psicologo o altra figura equivalente, qualora sorgano contrasti al momento della separazione. E’ necessario che le figure di psicologi dell’età evolutiva, terapeuti e consulenti familiari siano coinvolti in questo processo e che i genitori ed i figli vengano aiutati a vivere in modo consapevole questo momento.

La separazione non può più essere considerata un dramma, avviene ed è perfettamente normale! Le storie d’amore finiscono, non è la fine del mondo, cazzo E’ NORMALE!!! Affermo con forza questo lapalissiano concetto, difficile, tuttavia, da far capire alla maggioranza degli esseri umani. Purtroppo, poiché l’ipocrisia è l’unico sub-valore che regni sovrano, occorre parlare di come la fine di un rapporto vada gestita, quali norme la regolino e quali diritti.

Il DDL in questione è probabilmente perfettibile ma rappresenta un passo avanti essenziale rispetto alla legislazione attuale, per esempio prende in considerazione, per la prima volta, alcuni concetti come l’alienazione parentale, l’importanza della mediazione e la bi-genitorialità. Rimando alla lettura dello stesso, perché è fondamentale che chiunque voglia esprimersi faccia lo sforzo, che ha fatto la sottoscritta, di conoscere informandosi direttamente. E’ senz’altro tecnico ma dei 24 articoli che lo compongono solo alcuni sono davvero di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. Non leggete gli articoli di giornale di ciarlatani che vi considerano solo dei poveri imbecilli ignoranti, leggete il testo, andate direttamente alla fonte, non è una missione impossibile. http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/50388_testi.htm#

I figli si mettono al mondo in due ed in due vanno cresciuti, educati, guidati… indipendentemente dal fatto che i genitori vivano insieme o meno, garantire questo contro ogni egoismo, ipocrisia, opportunismo insito nel dolore di una separazione, è di basilare importanza. La prole non può essere considerata una scusa per lo status quo di una relazione finita, non può essere abbassata a ricatto emotivo né, tantomeno, a merce di scambio. Giù le mani dai bambini!

Allora il mediatore familiare deve aiutare genitori e figli a vivere nel modo più sereno e normale possibile la separazione, atto naturale ed altrettanto normale nella vita di due esseri umani. Nessuna tragedia! Si tratta altresì di garantire che i figli continuino ad avere rapporti stabili con tutta la famiglia, mantenendo quelle relazioni che hanno sempre vissuto con nonni, zii, cugini ecc

I figli hanno il diritto di amare entrambi i genitori, non c’è un genitore cattivo che distrugge la famiglia, c’è che l’amore finisce tra due persone ma resta assolutamente immutato quello per i figli. Naturale!

Entrambi i genitori devono occuparsi materialmente ed emotivamente dei figli, secondo le proprie disponibilità, come chiaramente espresso, assumendo entrambi la responsabilità genitoriale. Anche un padre è perfettamente in grado di occuparsi materialmente dei figli e deve farlo! Dovrebbe scomparire l’dea del padre compagno di giochi o bancomat, le responsabilità vanno condivise totalmente.

Chiariamo ulteriormente: non scompare l’assegno di mantenimento, ma è eliminato qualora ci sia la perfetta condivisione del tempo genitoriale e le condizioni economiche siano equipollenti. Normale direi! Dov’è lo scandalo? Dov’è il maschilismo?

Il figlio avrà la doppia residenza: vuol dire che tutte le comunicazioni, scolastiche o mediche per esempio, relative al minore, saranno inviate ad entrambi i genitori. Semplice ed efficace, come si fa a parlare di schizofrenia?

Assegnazione della casa: se c’è co-intestazione, è previsto il versamento di un corrispettivo da parte del comproprietario che utilizzi il bene in via esclusiva. Norma semplice, indiscutibile già in atto in altri ambiti. Altrimenti, in casi diversi da quello citato, si applicheranno le norme vigenti già in uso.

Allora questo polverone idiota sollevato dai soliti rompicoglioni è semplicemente espressione di un vuoto pneumatico celebrale. Questo governo, che pure io non ho votato e che critico, non sarà il “governo del cambiamento” ma è certamente il governo dei passi avanti. Ed è già qualcosa.

* M. Micaela è membro di Programma 101

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EMILIANO BRANCACCIO E BENITO MUSSOLINI di Sollevazione

[ 28 settembre 2018 ]

Malgrado sia sub iudice se Emiliano Brancaccio possa essere considerato un economista "marxista" — non pare che egli accetti la sua (di Marx) fondamentale teoria del valore, e si spiega le crisi generali in base al paradigma del sottoconsumo —, [1] continuiamo a considerarlo tra le migliori economisti del nostro Paese.

Ma un ottimo economista non è per ciò stesso un intelligente politico. Succede anzi spesso, che la competenza settoriale dell'economista di mestiere sia inversamente proporzionale alla sua politica profondità di vedute. Una conferma viene dalla lettura di quanto Brancaccio ha scritto su L'espresso on line dell'altro ieri. [2] 

Egli, dopo una rituale critica a certa sinistra sistemica che ha sposato il neoliberismo, si scaglia in modo violentissimo contro una "tendenza ancora più perniciosa", quella degli "ex-compagni" che hanno capitolato alla "bruta reazione fascistoide", "all'onda nera di stampo neofascista", "... che scimmiotta maldestramente con le destre sovraniste e reazionarie nei loro più neri propositi". Di chi parla? Della sinistra patriottica.

Sorpresi da questa sua mossa francamente no, ma sbalorditi per la brutta caduta di stile con la quale il nostro lancia la scomunica arruolandosi così nel mucchio anti-rossobruno dei cretini d'ogni tendenza, questo sì.

Si spiega quindi come mai L'Espresso ospiti i suoi anatemi, essi (dimmi dove scrivi e ti dirò chi sei) sono coerenti con la linea politica della testata che ospita la sua rubrica.  [3] Il settimanale, assieme alla sorella La Repubblica, per nome e per conto dei poteri forti liberisti ed eurocratici, guida la più estremistica e spudorata campagna contro il "populismo" ed il governo M5s-Lega.  Chi non ne abbia contezza si legga l'ultimo numero in edicola. Decine di pagine per spiegare
che l'Italia sta sprofondando, per colpa di Salvini e del "suo" governo, nell'oscurantismo fascista: 
«Vogliono abolire i diritti civili, l'aborto e il divorzio, le conquiste di genere... tornare ai tempi dell'alleanza trono-altare».
Ma come può Brancaccio prestarsi a questa campagna di isterica intossicazione ideologica? Sbaglia chi ricorre a risposte dietrologiche. La ragione è invece profonda, è la prossimità, ideologica e di classe, con l'élite liberale. Il nostro in sostanza ci dice: meglio sottostare al regime dell'élite neoliberista che sostenere la rivolta populista contro l'establishment. La ragione è presto detta: egli ritiene che questa rivolta sia gravida di fascismo, che i movimenti populisti, Lega in primis, siano fascisti della peggior specie.

Qual è il cuore del suo predicozzo? Eccolo:
«Io sono al tempo stesso politicamente inorridito e scientificamente affascinato dalla mostruosa trasformazione, degna del Dottor Jekyll di Stevenson, che alcuni ex compagni hanno subito in questi anni. Ex compagni che oggi prendono gli immigrati come capro espiatorio di ogni male economico e che prendono le distanze da fondamentali battaglie per i diritti: come quelle per l’uguaglianza di genere, per la libertà e l’emancipazione sessuale e contro ogni discriminazione, le battaglie per l’aborto, per la critica della superstizione, per una cultura laica e progressista nelle scuole.
Vorrei dirlo con chiarezza anche agli esponenti della Linke, di France Insoumise e ai nostrani più o meno disorientati: cedere di un solo millimetro, compiere un solo passo verso le agende politiche delle destre reazionarie, significa rinnegare in un colpo solo una storia più grande di loro.
Una storia che parte dall’illuminismo, che passa per le grandi rivoluzioni rosse, che attraversa il secolo con l’ecologismo, con il femminismo, con la critica della famiglia borghese. E’ la storia di chi interpreta e agisce nel mondo sulle basi scientifiche del materialismo storico e della lotta di classe. Basi che sono oggi paradossalmente note e apprezzate dai grandi magnati della finanza globale, e che invece sfuggono inesorabilmente ai sedicenti tribuni degli oppressi del nostro tempo.
Questa storia eccezionale è l'unica ragione di fondo per cui, sia pure in questo tempo così cupo, si può tuttora scommettere razionalmente su un futuro di progresso civile e di emancipazione sociale.
Gettare al macero questa storia straordinaria per portare avanti una strategia “codista”, al traino delle peggiori destre reazionarie, è l’idea politica più ottusa e perdente che mi sia toccato di commentare in tutta la mia vita. Confido che i fatti rivelino presto l'insulsaggine di questa idea». [4]
Sorvoliamo, per carità di patria, sulla chiamata in correo dei "grandi magnati della finanza globale". Il pensiero, anzi, la visione che ci propone Brancaccio, si basa su null'altro che l'ingannevole mito tanto borghese quanto logoro del "progresso"; sulla tesi, come minimo discutibile, che il movimento comunista sarebbe l'erede legittimo dell'illuminismo, quindi deputato a realizzarne la visione.

L'equazione è che tanto più progresso abbiamo, tanto più avremo "emancipazione sociale". Una fesseria che pensavamo "marxisti", anche mediamente intelligenti, avessero da tempo abbandonato. Non c'è, in regime capitalistico, alcuna correlazione tra l'uno e l'altra. Il capitale (Marx docet) non può fare a meno del "progresso", ovvero sviluppare e rivoluzionare le forze produttive e, con esse sconvolgere, assieme alla sovrastruttura, i tradizionali legami comunitari e sociali. Lo stesso Marx maturo dovette scoprire quanto priva di fondamento fosse la tesi contenuta ne Il Manifesto secondo cui il proletariato doveva sostenere l'avanzata del capitalismo in ogni sua forma (colonialismo compreso) in quanto apripista (suo malgrado) del socialismo. Dopo Marx scopriremo che più il capitale spinge all'estremo la sua evoluzione progressiva, più le catene dell'oppressione si fanno potenti; che più esso scompagina i tradizionali legami sociali e comunitari tanto più crescono l'abbrutimento, l'alienazione sociale, la barbarie, la minaccia per l'ecosistema. La verità è che la "emancipazione sociale" non è mai stata figlia del progresso capitalistico, bensì della tenace lotta delle classi subalterne. La storia ha ampiamente dimostrato che il socialismo s'afferma  non dove più alto è lo sviluppo capitalistico ma ove più acuto è il conflitto sociale, dove cioè la classe subalterna è meglio cosciente e organizzata. 

E qui veniamo dunque alle farneticazioni sul fascismo incombente.

Il fascismo (dittatura antiproletaria e antidemocratica dispiegata del grande capitale) non si da, ovvero la borghesia non gli cede il potere statale, se non ove ci siano circostanze eccezionali, tra cui una effettiva minaccia rivoluzionaria. Il fascismo poté salire al potere in un contesto storico-sociale straordinario: una guerra mondiale sconvolgente, la crisi inesorabile delle democrazie liberali, una crisi economica e sociale senza precedenti, l'avanzata di forze culturali e ideali vitalistiche ed antipositivistiche, ed infine, qui la condizione principale del suo affermarsi, la potente avanzata del movimento comunista.

«L'avvenimento più importante del ventesimo secolo e quello che ebbe una maggiore influenza sui fatti che accaddero nell'immediato futuro. Esso non fu tanto la vittoria o la sconfitta delle potenze europee alla fine del 1918, bensì la violenta presa del potere rivoluzionaria, verificatasi l'anno precedente, di un partito marxista in Russia, lo Stato più grande del mondo per estensione». [5]
La borghesia, per la precisione i grandi monopoli capitalistici — che con l'economia di guerra erano diventati pienamente dominanti — portarono Mussolini al potere perché lo ritennero l'ultimo baluardo contro la minaccia bolscevica venuta avanti con la Rivoluzione d'Ottobre. Minaccia che seminò un vero e proprio panico in seno alle classi dominanti europee nell'estate del 1918
«... quando si delineò in Russia un fenomeno che persino nella rivolzione francese fu solo accennato, ovvero l'annientamento sociale, e in buona parte anche fisico del bourgeois, l'imprendtiore privato, o anche kulak». [6]
Esistono forse nel nostro Paese circostanze simili? E' evidente che no, anzitutto perché, ammesso e non concesso che i populismi siano fascismi, essi avanzano non già grazie all'appoggio della grande borghesia, ma senza ed anzi contro essa. In base a quali criteri, dunque, affermare che c'è una fascistizzazione della società? Quali sarebbero dunque i parametri per sostenere che l'Italia si va fascistizzando pur in assenza di una minaccia rivoluzionaria? Per sostenere che M5s e Lega sarebbero i vettori del fascismo? 

Nel suo pistolotto Brancaccio scrive che "Militanza antifascista significa anzitutto comprensione delle cause materiali del fascismo". Il nostro ci sta in realtà dicendo: "siccome il capitalismo conosce una crisi economica strutturale, la minaccia fascista è inevitabile". Ecco qua il vizio inguaribile dell'economista, ovvero l'economicismo. Gramsci nel dimenticatoio, liquidate come inessenziali l'ideologia e le forze spirituali e morali. Ma andiamo avanti.

Brancaccio, non essendo così sprovveduto da sostenere la fesseria che fascista sia ogni forma di populismo, ne sostiene un'altra non meno sbagliata, quella secondo cui si sarebbe certamente in presenza di fascismo ove ci sia la trinità nazionalismo-autoritarismo-razzismo. Ci si ferma alle forme fenomeniche dimenticando la sostanza, col che addio teoria marxista, addio alla leniniana "analisi concreta della situazione concreta".


Passiamo pure sopra al fatto che il nostro fa sua la narrazione politicamente corretta dell'élite globalista la quale, sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, temendo lo sfondamento dei movimenti populisti, prova a fermarli ricorrendo alla tecnica dell'hitlerizzazione.

La storia moderna è piena zeppa di movimenti razzisti e autoritari che poco o nulla hanno avuto a che fare col fascismo. Di più, proprio il liberalismo, nella sua marcia plurisecolare, è stato impregnato, in una simbiosi addirittura costitutiva, con fenomeni brutali di nazionalismo, razzismo, xenofobia e dispotismo antidemocratico (volgarmente detto autoritarismo). Consigliamo a Brancaccio di leggere la monumentale Controstoria del liberalismo del compianto Domenico Losurdo [7] che documenta in maniera inoppugnabile come il liberalismo, all'occorrenza, ha fatto strame dei suoi ideali umanitari sfornando e sostenendo forme di oppressione brutali, da cui infatti il fascismo attinse a piene mani.

Brancaccio conclude il suo pistolotto invocando la ripresa della "Militanza antifascista". La sintonia con certa nostrana sinistra antisovranista è piena, conclamata: il nemico principale da combattere non è la classe dominante ma i movimenti populisti ("fascisti") che sono giunti al potere. Quindi avanti nella battaglia per abbattere, in nome "dei diritti di genere, della libertà e l'emancipazione sessuale", le barriere nazionali e statuali per una società "meticcia" (che se non sei per il meticciato sei razzista), contro "la superstizione per una cultura laica e progressista". Insomma, non solo contro il sovranista governo giallo-verde, ma contro la sinistra patriottica.

L'élite ringrazia ma l'antifascismo, quello vero, quello che abbiamo imparato dalla prima Resistenza (1921-22) e dalla seconda (1943-45) va a farsi friggere. 
Benito Mussolini in una foto segnaletica del 1903

L'antifascismo è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano ad intellettuali senza memoria, che immaginano di contrastarlo brandendo l'arma spuntata di un internazionalismo non solo astratto, ma antipatriottico ed anzi antinazionale, oramai imparentato con il cosmopolitismo dell'élite neoliberista. 
Dove Brancaccio vede il "codismo" c'è invece la chiave del solo antifascismo che può avere speranza di successo, quello che strappa di mano ai fascisti "viandanti del nulla" la bandiera della sovranità nazionale, opponendo al loro nazionalismo angusto e revanscista, un patriottismo democratico e rivoluzionario.
«Confermiamo la nostra eresia. Noi non possiamo concepire un socialismo patriottico. Il socialismo ha infatti un carattere di umanità e di universalità. Fin dai primi anni dell'adolescenza, quando ci passarono per le mani i manuali grossi e piccoli della dottrina socialista, abbiamo imparato che nel mondo non ci sono che due patrie: quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori». [8]
E' una frase pronunciata da Benito Mussolini nel 1912, quando divenne capo indiscusso dell'ala intransigente del Partito socialista. Una frase in cui c'è la quint'essenza del massimalismo, contrassegnato da un radicalismo verbale e spaccone privo di ogni costrutto, d'ogni effettiva strategia egemonica. Non deve stupire che solo due anni dopo, davanti alla tempesta sconvolgente della guerra, Mussolini fosse diventato un ardente interventista. Molto poterono, certo, i quattrini dei francesi e della Triplice Intesa, ma quel clamoroso salto della quaglia si spiega proprio come risultato del totale fallimento politico del massimalismo, che soccomberà anni dopo sotto l'urto della violenza fascista.

Il fatto è che il massimalismo parolaio, di cui proprio Mussolini fu massimo esponente, è morto ma risorto, e pare sia una patologia congenita della sinistra italiana. E' tra noi sotto le mentite spoglie delle sinistre radicali e rivoluzionarie  e il loro motto è proprio quello adolescenziale che così suona: "nel mondo non ci sono che due patrie: quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori".




NOTE

[1] Vedi: Emiliano Brancaccio. Appunti di economia politica. Appunti delle lezioni diFondamenti di Economia politica. febbraio 2010

[2] Contro le sinistra codiste. L'espresso on line, 27 settembre


(3) E' quantomeno singolare che Brancaccio abbia scelto, come nome per la sua rubrica Mercurio, per i greci Hermes, che era il dio dei mercanti, dei ladri, dei truffatori, dell'inganno e dunque dei farabutti. Tra gli altri ruoli, Hermes aveva  quello che conduceva le anime dei morti negli inferi. Per i romani, che com'è noto andavano meno per il sottile, Mercurio era il dio dei ladri, degli scambi, del profitto, del mercato e del commercio, il suo nome latino sembra infatti derivasse dal termine merx o mercator, che significa appunto mercante.


[4] Contro le sinistra codiste. L'espresso on line, 27 settembre

[5] Ernst Nolte. La rivoluzione conservatrice; Rubettino, 2009, p. 69

[6] Ibidem, p. 13

[7] Domenico Losurdo. Controstoria del liberalismo; Laterza 2006 

[8] Benito Mussolini. Opera Omnia, Firenze 1951; vol IV, p. 155

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venerdì 28 settembre 2018

IL NOSTRO LATO DELLA BARRICATA di Moreno Pasquinelli

[ 28 settembre 2018 ]

Il Consiglio dei ministri ha licenziato la Nota di aggiornamento al Def. Non è certo una rivoluzione ma, nonostante le ingiunzioni di Bruxelles (e di Francoforte), sostenute da un'aggressiva e asfissiante campagna intimidatoria dei media, viene confermata l'inversione di tendenza rispetto alle politiche austeritarie e antipopolari seguite negli ultimi anni. Un palese atto sovrano di disobbedienza all'Unione europea che porta con se la sconfitta, per certi versi umiliante, di Tria e della Quinta Colonna quirinalizia e confindustriale in seno al governo. 

Tuttavia se la contentezza è comprensibile, l'euforia non è giustificata. E' stata vinta una prima battaglia, non la guerra. 

Se quanto dicono questa mattina i giornali di Sua Maestà fosse vero, Bruxelles respingerà la Legge di bilancio (la cui geometria è scolpita nel Def) e avvierà la cosiddetta "procedura d'infrazione", di conseguenza, la pistola puntata fino a ieri alla tempia del governo, verrà ora rivolta contro il Parlamento, che la Legge dovrà rendere esecutiva —e noi speriamo radicalizzare.

Come i nostri lettori sanno noi abbiamo sostenuto che la Legge di bilancio sarebbe stato un primo e decisivo banco di prova per il governo giallo-verde. Di contro a chi riteneva che i "populisti" Di Maio e Salvini avrebbero piegato la testa (modalità Tsipras o giù di lì), che l'alleanza tra M5S e Lega sarebbe presto andata in pezzi, noi avevamo previsto, al contrario, che l'assalto del partito eurista (o meglio, tedesco) sarebbe fallito, che l'asse Di Maio-Salvini non solo avrebbe retto l'urto ma si sarebbe consolidato.
Ora è chiaro chi avesse avuto ragione nel dire che con la rivolta elettorale del 4 marzo si era aperta una fase nuova, inedita; che l'Italia era diventato il principale laboratorio politico dove si decidono le sorti non solo del nostro Paese ma dell'Unione europea.

L'euforia, lo ripetiamo, non è giustificata. Vero che le misure previste nel Def mettono la parola fine all'austerità, ma esse non faranno uscire l'Italia dal marasma, né debelleranno d'un tratto la povertà. Una spesa pubblica in deficit è una misura necessaria ma non sufficiente. 

Torneremo sulle radicali misure che occorrono affinché l'inversione di tendenza diventa una vera e proprio Nuova Politica Economica.
Ma affinché questa Nuova Politica Economica possa essere perseguita occorre prepararsi e attrezzarsi a vincere la prossima battaglia ove l'Unione europea, ovvero la sua cupola oligarchica di Bruxelles, decida davvero di andare allo scontro scatenando le sue potenti armate.

Se vincono loro altro che Nuova Politica Economica!  L'Italia finirà nell'abisso come semicolonia.

Diverse sono le cose che a noi non piacciono di questo governo; chiari ci sono le sue storture, anche molto gravi, ed i suoi punti deboli. Ma ciò non può essere un alibi per una posizione indifferentista o attendista.

Noi confermiamo quale sarà il lato della barricata che la sinistra patriottica dovrà necessariamente presidiare se non vorrà essere espulsa dalla storia. Confermiamo che il nostro campo è quello del "populismo sovranista", dove ci collochiamo non in modo codista ma nella prospettiva della sfida per l'egemonia.
Di questo, anzitutto, discuteremo il 13 ottobre a Roma.
Lì ci vediamo.


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giovedì 27 settembre 2018

TRIA HA LE ORE CONTATE? di Sandokan

[ 27 settembre ]


OGGI 27 SETTEMBRE, DECISIVA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI


Il 19 settembre in un pezzo intitolato VIA TRIA, spiegavo che se Di Maio e Salvini volevano davvero tenere fede alle aspettative della maggioranza dei cittadini che li sostengono, quindi varare una Legge di bilancio, come dire, "seria", si sarebbero dovuti sbarazzare della Quinta Colonna presente nel governo, anzitutto del ministro dell'economia  Giovanni Tria.
A leggere IL MESSAGGERO di questa mattina, pare che ci siamo....



* * *


Tria, tenaglia Di Maio-Salvini. E spunta la carta Savona



Si stringe l'assedio a Giovanni Tria. Adesso non è più soltanto Luigi Di Maio a chiedere di alzare al 2,4% l'asticella del rapporto deficit-Pil, dopo aver minacciato di fatto la crisi di governo. Anche Matteo Salvini, irritato per i paletti piantati nelle ultime ore dal ministro dell'Economia sulla revisione della legge Fornero, è determinato a sforare i vincoli di bilancio. Nella riunione convocata ieri pomeriggio con gli economisti del Carroccio, il leader leghista ha messo a verbale: «Le cose che dobbiamo fare le realizzeremo. Senza se e senza ma. Tria si dimette? Vedremo...». Salvo frenare in serata davanti ai giornalisti: «Nessuno farà gesti eclatanti per uno zero virgola, l'accordo c'è».

Quel che è certo, è che Di Maio e Salvini dopo giorni di gelo tornano in sintonia. Sulla pelle del ministro economico, con la sponda del premier Giuseppe Conte. Vedere Tria scendere in trincea, ascoltarlo ricordare di avere «giurato nell'esclusivo interesse della Nazione e non di altri...» (vale a dire: leghisti e grillini), ha mandato su tutte le furie i due leader. Così, nel pomeriggio, Di Maio ha chiamato Salvini: «Io punto al 2,4%, abbiamo molte cose da fare e vogliamo realizzarle. Tu cosa ne pensi?». La risposta del capo leghista è stato un sì: «Andiamo avanti come dici tu. Noi la riforma delle pensioni la vogliamo e non arretriamo».

Un rapporto deficit-Pil al 2,4%, significa 15 miliardi in più rispetto all'1,6% indicato dal ministro qualche giorno fa. E tutti in deficit. Roba da spread alle stelle. Tant'è, che Di Maio e Salvini hanno messo in conto le dimissioni di Tria. Ma scongiurando la crisi di governo: «Al massimo diamo l'interim a Conte, poi si vedrà...». L'ipotesi (azzardata): affidare anche solo una delega a Paolo Savona, per aggirare l'antica contrarietà di Sergio Mattarella. E che il prudente Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha suggerito di accettare la mediazione proposta da Tria: il 2%.

L'ASSE A DUE


Di Maio e Salvini, ancora ieri sera, però tenevano il punto. Come finirà, si vedrà oggi. Prima nel vertice tra Giuseppe Conte, Tria, Salvini e Di Maio. Poi nel Consiglio dei ministri programmato per le sei di sera. E c'è chi non esclude uno slittamento a domani mattina.

Persa la sponda di Salvini, per Tria si fa dura. Sul Colle però ostentano tranquillità, notando la serenità e la determinazione con cui si muove il professore di Tor Vergata. E ne condividono l'impostazione, convinti che la scelta di far schizzare in alto il deficit sia controproducente. Perché, come ha ricordato ieri il ministro, «bisogna stare attenti: se uno chiede troppo quello che guadagna lo perde in termini di pagamento degli interessi», a causa dell'impennata dello spread.



Di Maio di questa prudenza ormai se ne infischia. Il capo pentastellato è determinato ad attuare prima delle elezioni europee di maggio il reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero. Poi, visto che ci sta, rivendica 1,5 miliardi per «ripagare i truffati dalle banche». Un'altra promessa elettorale a 5stelle.

PROFESSIONE DI FEDE

Dopo aver incassato l'intesa con Salvini, Di Maio ha fatto sfoggio di tranquillità: «Ho la parola di Matteo che ci muoveremo compatti sul 2,4% e di lui mi fido». E ha rinunciato alla minaccia di non votare la nota di aggiornamento del Def. Non per cautela. Ma perché è convinto che «la manovra economica sarà coraggiosa»: il reddito di cittadinanza «si farà» con 10 miliardi, magari riducendo un po' la platea dei beneficiari. E perché vuole andare al redde rationem con Tria. Non a caso è tornato a lavorare ai fianchi il ministro: «Nell'apparato dello Stato ci sono tanti tecnocrati che remano contro. Una zavorra di cui dobbiamo liberarci». E per Di Maio anche Tria è un tecnocrate. Oggi la resa dei conti.


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IL TRAMONTO DEL PD, UN'OTTIMA COSA PER IL PAESE di Carlo Formenti

[ 27 settembre 2018 ]

Il malinconico tramonto del PD è una catastrofe per le nostre élite neoliberali, resa più tragica dal parallelo afflosciarsi di Forza Italia, l’altra grande stampella del centrismo moderato che, alternandosi con i Dem, ha garantito una scrupolosa gestione degli interessi del grande capitale e delle sue istituzioni transnazionali (Ue in testa).

È quindi più che comprensibile che “tecnici”, giornalisti e altri intellettuali dell’ancien regime neoliberista si prodighino quotidianamente per offrire i propri consigli in merito alle strategie per rianimare il moribondo, o almeno per infondergli energie sufficienti a fronteggiare la minaccia “populista” e “sovranista”. Da qualche tempo, tuttavia, gli specialisti accorsi al capezzale del malato sembrano nutrire scarse speranze sulle prospettive di guarigione. È il caso, fra gli altri, di Paolo Franchi, il quale, in un lungo articolo — “PD, il partito «doppio» che non riesce a discutere” — apparso sul Corriere del 24 settembre, sembra prossimo a emettere una prognosi infausta.

L’analisi di Franchi, lucida e spietata, si articola su tre punti fondamentali: 1) il PD è nato troppo tardi, quando i modelli internazionali che ne avevano ispirato il progetto erano già in crisi; 2) per tentare di sopravvivere dovrebbe operare una scelta secca fra due alternative reciprocamente incompatibili: ricostruirsi un’identità, o almeno un’immagine, di sinistra, oppure procedere senza esitazioni sulla via delle “riforme”, tentando di confluire in (o di costruire) un ampio fronte antipopulista: 3) posto che si tratta appunto di una scelta secca, deve essere disposto ad accettare l’eventualità di una scissione e a prendere atto che non può continuare a vivacchiare con l’attuale identità ibrida. Vediamo come Franco approfondisce i punti in questione.

Il PD è nato, più di dieci anni fa, attraverso una “fusione fredda” fra postcomunisti e postdemocristiani, un miscuglio mal riuscito di forze accomunate dall’ambizione di applicare all’Italia le lezioni di Bill Clinton e Tony Blair, due modelli già contestati a quei tempi, ma destinati a perdere qualsiasi credibilità di fronte alla grande crisi finanziaria del 2008 e ai suoi effetti devastanti sulle condizioni di vita, nonché sui livelli di occupazione e di reddito di centinaia di milioni di cittadini-elettori occidentali. A tenere in vita questo aborto al contrario (cioè nato non prematuro, bensì fuori tempo massimo) ci hanno provato prima Bersani, con il suo appello allo spirito di sopravvivenza della “ditta”, poi Renzi con il suo arrogante tentativo di costruire un partito personale sulle rovine della tradizione. Tentativi clamorosamente falliti come certificato dai risultati elettorali.

E adesso? O cerca di recuperare i milioni di elettori che hanno voltato le spalle non solo al PD ma alla sinistra in generale, o si rivolge a quell’elettorato moderato che si presume disponibile a mobilitarsi contro populismo e sovranismo. Obiezioni alla prima ipotesi: si tratta di “un campo di gioco ai limiti dell’impraticabilità”, che implica affrontare una campagna lunga, difficile e dall’esito incerto per ricostruire e/o ridefinire una nuova sinistra. Obiezioni alla seconda: compito altrettanto improbo, che verrebbe sicuramente premiato dal plauso dell’Economist ma difficilmente da quello di giovani, ceti popolari e classi medie. In ogni caso, è chiaro, scrive Franchi citando un articolo del Fatto, “che non si può tenere insieme chi vuol fare Corbyn e chi Macron”. Quindi o il PD ne trarrà le conseguenze oppure andrà verso un inevitabile destino di dissoluzione.

Analisi lucida e impeccabile, ripeto, con un paio di precisazioni. 

La prima è che chi scrive ritiene che la fine del PD sarebbe un’ottima cosa per il Paese, in quanto aprirebbe uno spazio politico per le forze, oggi deboli e disperse, che non temono di affrontare la traversata del deserto, cioè la lunga e difficile campagna per ricostruire e ridefinire la sinistra, per dirla con Franchi e che, aggiungo io, non temono di fare proprie parte delle istanze dei movimenti populisti e sovranisti, riqualificandole e ridefinendole in una prospettiva socialista. 
La seconda è che personalmente sono convinto che anche una separazione fra anima postcomunista e anima postdemocristiana sarebbe oggi tardiva, come lo è stata la loro fusione: nella migliore delle ipotesi ne verrebbero fuori, da un lato, un clone di Macron (il quale ha visto dissiparsi il proprio consenso in tempi brevissimi), dall’altro una sorta di Rifondazione 2.0, forse più grande, sicuramente più moderata e più inutile della versione originale.

* Fonte: Micromega

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mercoledì 26 settembre 2018

COSÌ NON VA di Piemme

[ 26 settembre 2018 ]

Manca poco, oramai, per conoscere la Nota di Aggiornamento al Def, nella quale viene tracciato il profilo, per meglio dire, la sostanza della legge di bilancio. 
Nulla di buono si profila all'orizzonte.
Vero è, come affermato da Programma 101QUALE COMPROMESSO? — che essendoci di mezzo la possibilità di cambiare la "finanziaria" in Parlamento, il giudizio andrà dato alla fine. 
I segnali che giungono sono funesti. 

Nel governo a tre tra M5S, Lega e Quinta Colonna dei poteri forti, giocoforza, la Legge di bilancio sarà un compromesso. Ma ci sono compromessi e compromessi e quello che pare venga fuori, vorrei sbagliarmi, è una bidonata, se è vero — e pare lo sia — che passerà la linea di Tria di tenere il deficit all'1,6%, ciò che darebbe, come chiede la Ue, un calo dello stesso dello 0,1%.

Ci vuole poco a capire che a crescita del Pil invariata o meglio in flessione, non saranno liberate le risorse necessarie per invertire l'austerità. So io quel che sanno tutti (anche se non lo dicono), che per dare una scossa all'economia stagnante, occorrerebbe che lo Stato (il settore pubblico signori, visto che i privati non lo fanno) liberi risorse ingenti.
So io quel che tutti sanno (anche se non lo dicono), delle due l'una: o si rispettano i vincoli europei, e ci teniamo l'austerità, oppure si violano quei vincoli.

La situazione pare addirittura grottesca. Altro che ingenti risorse, altro che svolta!
Cito dal CORRIERE DELLA SERA di oggi:«Genova, tensione sul decreto, soprattutto sulla mancanza di coperture economiche».

A questo punto siamo! Che in ossequio ai vincoli ordoliberisti europei, allo Stato è negata la facoltà di spendere una manciata di miliardi per rispondere ad una catastrofe (non inattesa a quanto pare). La domanda è dunque: qual è il potere reale di Conte, Di Maio e Salvini? la risposta è semplice: malgrado abbiano dalla loro un forte mandato popolare, essi non detengono le vere leve del potere. 

Con la pistola puntata dello spread, essi sono tenuti a rispettare i vincoli di poteri sovranazionali —si legge: antinazionali. Ci voleva un'altra prova che non siamo un Paese sovrano?


So bene che non è confortevole la posizione di Di Maio e Salvini. Ma qui non è questione personale, di fair play (detto altrimenti di volemosebene). Dimostrino con atti politici veri lo stesso coraggio che ostentano quando fanno dichiarazioni verbali incendiarie, la stessa determinazione mostrata su questioni secondarie come l'immigrazione. 

Dimostrino, se vogliono essere credibili, di essere capi politici veri. Utilizzino le prerogative che la Costituzione gli assegna e tengano duro per una legge di bilancio radicale, di svolta, disobbedendo quindi ai diktat dell'Unione europea. Non si tratta solo di un ... cambio di passo, si tratta di spezzare delle catene, di uscire dalla gabbia.

Ps

I bocconiani e i liberisti dicono che lo Stato non ha denaro, che per averlo avrebbe solo tre maniere: aumentando le tasse, tagliando la spesa, indebitandosi — e se ti indebiti, siccome sei già indebitato, finisci per impoverire il Paese a forza di pagare interessi. Ritorneremo su questo assioma per smontarlo, intanto segnalo che, a condizioni di vincolo esterno date, lo Stato una maniera per indebitarsi in maniera virtuosa per il Paese ce l'avrebbe e come! vedi quella indicata da Leonardo Mazzei.
Ma torniamo dalle parti del governo. Non pare ci sia chi smentisca questo patetico assioma monetarista. Quindi tre sono le possibilità: 1) oltre al coraggio, mancano la competenza e le capacità scientifiche per smentirlo; (2) lo si ritiene valido, (3) chi può smentirlo, è messo nelle condizioni di non poter aprire bocca. 
Sia come sia, la situazione è seria e rischia di diventare drammatica: il popolo ha impresso una svolta profonda al Paese, ma non c'è una classe dirigente preparata ad indirizzarla e realizzarla.



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I CATTOLICI E L'IMMIGRAZIONE

[ 26 settembre 2018 ]

Che malgrado le dure accuse contro le crescenti ingiustizie causate dall'economia liberista ci sia una sostanziale convergenza tra il cosmpolitismo dell'élite e l'universalismo teologico della Chiesa romana, santa e apostolica, è fin troppo evidente. Lo si vede su due questioni, apparentemente non correlate fra loro: avanti con l'Unione europea e sostegno all'immigrazione di massa. Su entrambi le questioni, ma sull'immigrazione anzitutto, dentro la Chiesa avviene lo stesso divorzio che nella società civile c'è tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra cittadini ed élite. Lo dimostra l'inchiesta di cui ci parla il sociologo Preiti. E si capisce dunque l'astuzia di Salvini, ovvero il nesso tra una certa xenofobia e l'ostentazione del rosario, quindi la fede cattolica come elemento di identità nazionale.

*  *  *
LE RADICI CATTOLICHE DEL POPULISMO
di Antonio Preiti


Chi vuole vincere sui populisti deve (ri)conquistare il popolo cattolico, sia in Europa che, soprattutto, in Italia. Perché quest'affermazione che sembra quasi apodittica? Tutta la vicenda gira attorno alla questione immigrazione: il tema che fa vincere Salvini e, seppure in maniera meno diretta e con qualche contraccolpo, il Movimento 5 Stelle.

Perché è proprio il popolo cattolico ad essere cruciale per l'orientamento generale del paese? Qui per popolo cattolico (lo vedremo meglio) non s'intende la gerarchia ecclesiastica, o l'intellighenzia cattolica, o quel 3-4 % che concepisce la politica come terreno di affermazione della visione cattolica della vita. S'intende, piuttosto, la gente che si auto-definisce cattolica, senza andare per forza in Chiesa tutte le domeniche o essere praticante. La questione dell'immigrazione si condensa nel mondo cattolico "tradizionale", come prima inteso, e fa esplodere il tema dell'identità e, in vario modo, la contestazione delle élite.

Ma andiamo con ordine. Se si scava nell'infinità dei dati dell'indagine condotta da Pew Research (autorevolissima fondazione americana molto attiva sui temi sociali) dedicata al peso della religione nei paesi europei (Being Christian in Western Europe) si scoprono molte cose decisive sul nostro paese. Vediamone alcune.

Alla domanda se sia necessario ridurre i livelli di immigrazione in Europa, il 38% degli europei risponde: "Sì, è necessario". E fin qui nulla di sconvolgente. La storia comincia a farsi interessante quando si scopre che lo stesso parere viene espresso dal 52% degli italiani, addirittura il 14% in più rispetto alla media europea. Ma scaviamo ancora un po', e scopriamo che tra quanti si definiscono cattolici praticanti, in Italia, la percentuale sale ancora: siamo al 63%.

Ricapitoliamo. In Italia, a pensare che sia necessario ridurre l'immigrazione è il 63% dei cattolici praticanti, il 51% dei cattolici non praticanti, e il 36% di quanti non seguono una religione.

Andiamo avanti ed arriviamo alla questione identità religiosa, che si traduce in questione d'identità nazionale. Vediamo ancora, allora. Alla domanda se l'Islam sia incompatibile con la cultura e i valori del proprio Paese, il 42% degli europei è convinto dell'incompatibilità. I più persuasi sono i finlandesi, ma subito ci sono gli italiani con il 53%. Ma non basta: tra i praticanti cattolici la quota sale al 63%, mentre scende al 29% tra quanti non professano alcuna religione. Per i cattolici non praticanti si risale al 51%. Si tratta di un risultato, a suo modo, clamoroso.

Passiamo allora alla questione identità, dove il nodo si stringe. Sul fatto che sia molto importante, per mantenere una identità nazionale, avere origini della stessa nazione (family background), è d'accordo la maggioranza degli europei, con il 53%. In Italia, coloro convinti del fatto che avere origini italiane sia necessario per la salvaguardia dell'identità italiana tocca la cifra record del 75 %. In questo, l'Italia è superata solo dal Portogallo. Se tre quarti sembrano pochi, si tocca l'81% fra i cattolici praticanti.

Vediamo l'ultimo (o quasi) insieme di dati, che riguarda ancora l'identità, valutata nell'ambito della sfera quotidiana: nel linguaggio delle ricerche sociali, la si definisce domanda-verità ed è mirata a verificare le risposte precedenti. "Vorreste un musulmano in famiglia?", si chiede senza mezzi termini nel questionario. Qui la distinzione tra cattolici e protestanti europei diventa notevole: fra i cattolici un musulmano in casa non sarebbe voluto dal 34%, mentre tra i protestanti si scende al 19%. Ma, ecco la sorpresa, fra i cattolici italiani (sommati praticanti e non), si arriva alla cifra record del 48%.

Affondiamo, ancora, al cuore della percezione identitaria e della sua (quasi) coincidenza con l'identità religiosa. Alla domanda se a causa della presenza musulmana le persone si sentano a disagio (feel like a stranger in my own country), in Europa risponde "sì" il 20% dei protestanti e il 27% dei cattolici, mentre in Italia si arriva al 35% dei cattolici.

Questa paura di perdita dell'identità sul piano religioso si sposa con un'altra asimmetria, ugualmente importante, tra identità nazionale ed identità europea. In media, l'85 % della popolazione europea è fiera della sua identità nazionale (national pride). Rispetto a questo dato, l'Italia non si discosta di molto dal dato europeo: l'84 % degli italiani è fiero della propria identità. In sostanza, non siamo ideologicamente più nazionalisti degli altri.

Quando si parla di identità europea, le cose però cambiano. Gli europei fieri dell'identità europea (dato distinto dal giudizio che, invece, si può avere delle istituzioni UE) rappresentano il 77%; in Italia, la fierezza di essere europei (European pride) si ferma al 64%, perciò 13 punti in meno rispetto alla media. Guardando agli altri paesi, chi è leggermente meno fiero dell'Europa sono inglesi e gli svizzeri (entrambi al 62%) e poi nessun altro: siamo fanalino di coda.


Si dirà che, in generale, l'appartenenza religiosa è in caduta libera, ma questo è vero solo in parte. Ci sono solo tre paesi che hanno visto crollare il dato: Olanda, Norvegia e Belgio. In quest'ultimo paese, l'83% è nato cristiano (ossia, in una famiglia di orientamento cristiano, con educazione e riferimenti religiosi cristiani) e, tra questi, si definisce ancora tale il 55%, con una perdita netta pari a 28 punti. Ma quali sono i paesi dove la perdita è stata minima? Austria (-5%) e Italia (-7%). E in Italia, come in Austria, l'80% della popolazione si definisce cristiano. E il 47% si dice praticante o non praticante, ma nettamente orientato dalla religione. Non parliamo perciò di una minoranza.

La questione diventa affascinante, almeno nello stabilire il verso del nesso causale: è il cattolicesimo "popolare", cioè come cultura diffusa, ad alimentare il sentimento anti-immigrazione? Oppure questi movimenti sono innescati, accesi, provocati dalla politica, che ne solletica i sentimenti più arcani? Difficile stabilirlo, almeno in termini scientifici. Poi ognuno ha la sua opinione. Altrettanto difficile è stabilire se l'immigrazione, al di là della sua importanza specifica, non rappresenti il "pretesto" per una difesa identitaria generale, che coinvolge stili di vita, decisioni dei governi. Si contesta, dunque, una visione del mondo che mette i valori tradizionali e "popolari" fra le cose inutili e insignificanti. Imparate a riconoscere i vostri santi, sembrerebbero dire.

Un punto è certo: il sentimento populista ha radici forti all'interno della società italiana. La chiave di volta sta forse nel comprendere quanto questo sentimento sia frutto della libertà di poter affermare la propria visione della vita, e quanto invece sia negazione imposta agli altri di poter affermare i propri valori. Linea di confine difficile da tracciare, ma unica perseguibile con successo.


* Fonte: Huffington Post

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