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giovedì 10 ottobre 2019

TAGLIO DEI PARLAMENTARI: L'AMARA VERITÀ

[ giovedì 10 ottobre 2019 ]

Praticamente all'unanimità (553 sì, 14 no, 2 astenuti) la Camera dei deputati ha approvato l'ennesimo squartamento della Costituzione, il cosiddetto "Taglio dei parlamentari": i deputati passeranno a 400 dai 630 attuali ed i senatori a 200 dagli attuali 315.


Hanno votato per la legge: M5s, Pd e Leu (che sostengono il Conte bis) e, a destra, Lega, Forza italia e Fratelli d'Italia.

Con questo nuovo sgarro della Carta l'Italia diventerà il Paese d'Europa col minor numero di eletti rispetto ai cittadini con diritto di voto. 


Qual è la ratio della legge? 


Per farla facilmente digerire all'opinione pubblica essa è stata giustificata, a partire dai grillini che l'hanno fortemente voluta, col motivo delle "riduzione dei costi della politica".
Giustificazione risibile (i "risparmi" si aggirano allo 0,08% del Pil, secondo altri ancor meno). Un cinico specchietto per le allodole che nasconde i veri scopi della manovra: ridurre le prerogative del Parlamento, accrescere quelle dell'Esecutivo (governo), quindi accentuare la verticalizzazione della catena di comando della decisione politica. Il tutto nel rispetto del criterio della massima governabilità (governance) del sistema neoliberista, quello per cui i mercati (leggi i poteri forti economico-finanziari) sono i veri sovrani e dettano la linea mentre i decisori politici ubbidiscono e/o si adeguano. Il tutto ovviamente in base al paradigma della cosiddetta "efficienza" (o perfomatività).

Una ennesima conferma, la modifica della Costituzione, dell'incompatibilità tra democrazia e sistema liberista.

Ricordiamo quel che invocò nel 2013 la grande banca d'affari americana J.P. Morgan: "sbarazzatevi delle costituzioni antifasciste e troppo democratiche".
Non bisogna tuttavia andare oltre Atlantico per capire quali siano le vere forze che stanno dietro a questo nuovo squartamento. 
Era tutto scritto nel "Piano di rinascita democratica" della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Quel piano prevedeva, fin nei dettagli, il passaggio da un ordinamento democratico ad uno Stato autoritario di polizia. C'era in quel piano, tra le altre cose, la riduzione drastica del numero dei parlamentari, nel contesto del passaggio ad un sistema bipolare (centro-destra centro-sinistra). 

La "seconda Repubblica" realizzò in gran parte quel disegno, un disegno che il voto popolare del 4 marzo del 2018 ha fatto saltare per aria.

Ora, dopo la ritirata tattica, tutti i partiti all'unisono si sono riallineati eseguendo l'antico disegno e sono tornati all'attacco.

Gelli dalla tomba ringrazia, esultano i poteri forti, gongola l'eurocrazia, che da sempre caldeggia lo svuotamento della democrazia e la fine della "anomalia" italiana.

L'unanimità registratasi nel Parlamento dimostra che a di là delle risse sinistre e destre, forze governative e della cosiddetta "opposizione", ubbidiscono agli stessi padroni, che sono in buona sostanza dei servi del grande capitalismo che non sa che farsene della democrazia.

Tutti questi signori meritano il più irriducibile disprezzo: anzitutto i partiti di governo, come pure quei partiti cosiddetti "sovranisti" come la Lega di Salvini e i fratellastri italioti della Meloni. Sono l'opposizione di sua maestà, sono dei cialtroni.

Una ragione in più, semmai ce ne fosse stato bisogno, per partecipare alla manifestazione LIBERIAMO L'ITALIA di sabato prossimo. Restare inermi significa diventare complici.

Per Liberarci dalla catene dell'Unione europea e del neoliberismo occorre prima sbarazzarci delle "guide indiane", degli ascari, dei collaborazionisti nostrani (di centro-sinistra e centro-destra) al servizio degli oppressori.


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sabato 17 agosto 2019

A CHI SERVE DAVVERO IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI di Mario Monforte

[ sabato 17 agosto 2019]

Torneremo sulla proposta di (nuovo) cambiamento della Costituzione (
modifica gli articoli 56, 57), in particolare il dimezzamento del numero dei parlamentari, proposto prima dal Pd renziano ora dai 5 Stelle.
Basti dire che da sempre è un cavallo di battaglia — Atro che "democrazia diretta" !— dei poteri forti che chiedono meno democrazia e una verticalizzazione della catena di comando. 


*  *  *

«Mi fa piacere di sentire anche altri (come Amodeo e altri ancora) attaccano il “cavallo di battaglia” dei 5S sul “taglio di 345 parlamentari”. 


Siamo in pochi, ma è meglio che essere soli. 

1) Che questo sia un provvedimento che bloccherebbe lo status attuale del parlamento per almeno un anno (ma forse anche piú) è chiaro (anche se non viene chiarito, né dai 5S né dagli altri né dai media); 

2) che venga sostenuto (a parole o meno, o stando zitti) da tutte le forze politiche è la prova a contrariis che è solo una trovata demagogica, che serve a “strizzare” ancor piú l’oligarchia legislativa ed esecutiva; 

3) che “in sé e per sé”, dato che si accetta il vigente regime liberale a oligarchia elettivo-rappresentativa (spacciandolo per «democrazia»), sia un modo di accentramento oligarchico, quindi ulteriormente contrario alla democrazia, è un dato di fatto (per chiunque lo voglia davvero vedere, senza celarsi dietro ciarle varie, come quella sul «risparmio», per cui basterebbe ridurre a un decimo la retribuzione, allargando, nel contempo, il numero dei «rappresentanti»). 

E tutto ciò la dice lunga, sia in generale sul complesso delle forze, tendenze, posizioni, politiche esistenti, sia in particolare sul livello e di analisi, e di comprensione, e di fattività politica, del M5S — almeno di quello “ufficiale”».


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domenica 7 aprile 2019

ALLE PORTE DEL DISASTRO NAZIONALE di Luciano Barra Caracciolo

[ 7 aprile 2019 ]

Luciano Barra Caracciolo a Firenze qualche giorno fa.
Una lectio davvero magistrale su libero scambismo, globalizzazione, Unione europea, trattati, euro, bail-in, vincolo esterno...
In attesa che l'Unione imploda cosa dovrebbe fare un governo patriottico?






mercoledì 3 aprile 2019

CHI COMANDA SECONDO MATTARELLA di Carlo Clericetti

[ 3 aprile 2019 ]

Sulla scia del suo mentore Napolitano Mattarella si atteggia a estremo garante, non della Costituzione e della sovranità nazionale, come dovrebbe essere, bensì dell'Unione europea, del suo regime bancocratico e dei trattati che incatenano l'Italia al ceppo del neoliberismo globalista. Ciò è riemerso plasticamente sulla vicenda della sacrosanta commissione Bicamerale sulle banche e su Bankitalia.... Giusto quel che dice il Clericetti, malgrado non tiri le dovute conseguenze...




«Occorre considerare la natura privata degli enti interessati la cui attività costituisce esercizio della libertà di iniziativa economica riconosciuta e garantita dall’articolo 41 della Costituzione». 

Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella lettera ai presidenti delle Camere sulla legge “Istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario”. Detto in parole più brutali: fate pure tutte le inchieste che volete, ma non vi azzardate poi a prendere qualunque decisione che riguardi le banche o altri enti finanziari: quelle spettano esclusivamente alla Banca d’Italia e alle altre authority indipendenti, e “occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri” di queste authority.



Apprendiamo così che il Parlamento, ossia l’organo dello Stato che dovrebbe esercitare la “sovranità” che “spetta al popolo”, come stabilisce il primo articolo della Costituzione, non è “sopra ordinato” agli organismi tecnici istituiti (con leggi del Parlamento stesso) per controllare e regolare i vari attori del mercato (della Banca d’Italia, caso particolare, diremo più avanti). Qui c’è materia per i costituzionalisti: è corretta questa interpretazione del presidente della Repubblica?

Articoli 41 e 43


Singolare anche il richiamo all’articolo 41: sembra che Mattarella voglia fermarsi alla prima riga. Perché l’articolo così recita:
«L’iniziativa economica privata è libera.Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
E chi, se non il Parlamento, dovrebbe valutare se venga rispettato il secondo comma? Per, eventualmente, procedere ad attuare quanto espressamente previsto dal terzo comma?

E c’è anche da ricordare quello che si dice nel successivo articolo 43:
«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».
Se — per assurdo— il Parlamento decidesse di nazionalizzare il sistema bancario, che indubbiamente svolge un compito “di preminente interesse generale”, non andrebbe oltre quanto previsto dalla Costituzione.

Gravissima affermazione


Ma anche su questo Mattarella non sembra pensarla allo stesso modo, a giudicare da quest’altro passaggio della sua lettera: 
«L’eventualità che soggetti, partecipi dell’alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui e le società per quanto riguarda le scelte di investimento si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione».
Da questa frase si evince che secondo il Mattarella-pensiero l’essere “portatori di interessi politici” sia un difetto, anche se inevitabile. Ma il fatto è che chi siede in Parlamento è lì proprio perché è “portatore di interessi politici”. Il presidente intende certamente marcare una differenza tra interessi di parte e interessi generali, che sono quelli che ogni parlamentare dovrebbe perseguire indipendentemente dalla sua appartenenza politica, e su questo si deve ovviamente concordare. Ma lo esprime in modo piuttosto infelice, e di certo la condizione di “portatore di interessi politici” non può essere limitativa rispetto alle prerogative che la Costituzione attribuisce al Parlamento.

Che Mattarella non si fidi affatto di questa maggioranza parlamentare è evidente non da ora, e non mancano i motivi per dargli ragione su questo atteggiamento. Questo però non significa che si possano brandire interpretazioni discutibili della Costituzione per limitare preventivamente ciò che il Parlamento può o non può fare.

Fra tutte le authority citate dal presidente, la Banca d’Italia ha certamente una sua specificità. Non è più un organismo soltanto italiano, perché fa parte del Sistema europeo delle banche centrali al cui vertice c’è la Bce, a cui i trattati attribuiscono una completa indipendenza dal potere politico, come nella lettera non si manca di sottolineare: 
«Ricordo, tra l’altro, che né le banche centrali né, tantomeno, la Banca centrale europea possono sollecitare o accettare istruzioni dai governi o da qualsiasi altro organismo degli Stati membri». 
Detto che quanto è scritto nei trattati europei non è indiscutibile al pari delle tavole della legge date a Mosè sul monte Sinai, e che quella norma è figlia di una determinata teoria economica sulla sensatezza della quale non tutti concordano, nei fatti c’è però poco da dire: finché le norme sono quelle bisogna rispettarle. Se Mattarella si fosse limitato a ricordare questo principio non si sarebbe potuto obiettare nulla. Ma il presidente si è spinto molto oltre. Qualcuno potrebbe pensare troppo oltre.


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domenica 20 gennaio 2019

FANFANI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA di F.f.

[ 20 gennaio 2019 ]

Nel momento in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito popolare italiano, quindi s'incensa la contraddittoria figura di Don Luigi Sturzo — da una iniziale posizione democratica e dunque antifascista egli, nel secondo dopoguerra, si fece alfiere del più duro liberismo economico — ci pare importante ricordare la figura di Amintore Fanfani, importante costituente e decisivo architetto della Repubblica. 
Non condividiamo tutto quanto scritto nell'articolo che segue, tuttavia ci pare debba essere presa in considerazione la tesi dell'autore, quella che segnala come, attraverso Fanfani, di contro ad una vulgata che vuole vedere solo gli elementi di rottura con il defunto regime fascista, quelli di continuità insiti invece nella Costituzione del '48 e nella Repubblica. Su un punto ci pare l'autore non riesca a cogliere la peculiarità della Costituzione, che non è solo l'idea di Stato (che non sarà più il liberista "guardiano notturno" ma ente preposto alla salvaguardia delle eguaglianza sostanziale) ma, appunto, la funzione legittima del conflitto sociale e di classe, individuato (e quindi proposto) come paradigma altrettanto sostanziale della democrazia costituzionale. In questo senso, almeno a noi così pare, venne sconfitta in sede di Costituente, la concezione organicistica fanfaniana.


*  *  *

Premessa

Nel mondo sovranista italiano dei nostri giorni, la grande conoscenza in ambito giuridico e economico si associa purtroppo a una quasi generale miopia politica. Questo limite emerge evidente nell’ermeneutica della storia di Stato italiana. Il rimpianto, per molti versi pur legittimo, dei “gloriosi Anni Sessanta” e la retorica della Carta costituzionale del ‘48 non corrispondono ad una seria e scrupolosa analisi politica di quel contesto. Giuristi ed economisti ci presentano una lettura degli eventi declinata sul piano fenomenico ed empirico sociale, da cui si rileva però la negligenza dell’elemento politico, che fu viceversa, almeno a mio parere, centrale. 
Troviamo così oggi “sovranisti” che dicono di ispirarsi a Pertini, a Lelio Basso o a Mattei come padri ideologici; altri ci presentano la Carta del ’48 e la “sinistra democristiana” addirittura come forme di socialismo; ancora altri finiscono per identificare la politica economica keynesiana con quella di una sinistra rivoluzionaria di Stato. 
Con questo articolo, si vorrebbe solo chiarire chi fu che concretamente costruì l’architettura di Stato italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale e con quali fini e ambizioni lo fece. 

Amintore Fanfani architetto della Repubblica

La Costituzione del ’48, così come il processo di modernizzazione del dopoguerra italiano, si realizzano in gran parte grazie all’azione dello statista democristiano Amintore Fanfani (1908-1999). Le scelte operative più significative della politica economica e sociale di Fanfani furono: il rilancio dell’Eni, il varo del piano siderurgico Senigallia, la costituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali, la creazione della Intersind. Tali strumenti dotano la Dc di un agevole accesso alle risorse e ad un autonomo finanziamento in grado di sottrarla ai condizionamenti della Confindustria e dell’oligarchia monopolistica e bancaria. Fanfanismo significa dunque autonomia della politica e supremazia della stessa in ogni campo sociale e civile. 

I campi nei quali Fanfani impone le aziende di Stato sono quelli della ricerca, della distribuzione energetica, della produzione; lo “Stato imprenditore” ed innovatore, nella visione dello statista, riduce i costi in modo da consentire l’accumulazione e l’avanzamento tecnologico e si può affermare grazie a una organica presa di posizione anti-monopolistica. Fanfani interventista e “neo-volontarista” ben più che keynesiano, diviene così il teorico della Terza Via, oltre capitalismo e marxismo, capace di assicurare una maggiore giustizia sociale con metodi differenti da quelli della lotta di classe antagonista. 

Essenziale, per la Terza Via, è una economia mista pubblico-privato, ottenuta mediante l’intervento dello Stato per rimuovere i monopoli parassitari, con la primaria garanzia di forti protezioni doganali e semi-autarchiche e con una disponibilità, per il governo, di risorse da ridistribuire per attenuare le disuguaglianze. 
Il “neovolontarista” Fanfani si distanzia da smithiani e marxisti “per la loro cieca fiducia nella natura” e quindi per la loro “predica della politica del non intervento” statale [A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche. Il naturalismo, Milano 1946, p. 252]; lo statista aretino si pone in una posizione antitetica sia rispetto al liberismo, sia rispetto all’economicismo della tradizione liberale, sia rispetto al marxismo. 

Quella fanfaniana, fatte salve le differenze (e certo in un contesto storico del tutto diverso da quello tra le due guerre mondiali), è una visione che appare in sostanziale continuità con la concezione del mondo dell’organicismo “corporativistico” e “volontaristico” fascista — di cui il futuro statista democristiano era stato infatti, negli anni del regime, uno dei massimi teorici —, che considera la piccola proprietà privata il bene sociale primario da proteggere ed incentivare e che vede nel conflitto sociale, di classe, il primo ostacolo da rimuovere e eliminare, in quanto male generato dalla “economizzazione” dei rapporti tra gli uomini e dalla conseguente lacerazione del tessuto sociale. 

La frequentazione culturale con la corrente cattolico-sociale dossettiana non ha eccessiva valenza ideologica-politica, data la intima impolicità del dossettismo. Di conseguenza, dal punto di vista del fanfanismo politico non si mette giuridicamente in discussione il controllo privato dei processi di accumulazione, ma eventualmente l’allocazione finale, come fece del resto anche il fascismo allorché passò definitivamente alla fase autarchica, con lo Stato banchiere, imprenditore, industrializzatore, che pretende di avere l’ultima parola su tutto [R. De Felice, Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Torino 1981, pp. 175 e segg]. In questo senso, però, Fanfani è anche poco “modernista” e assai lontano dalle dottrine neo-capitalistiche che considerano il conflitto come fisiologico e condizione ineludibile per lo sviluppo della società e per l’evoluzione dell’uomo. Ed infatti il fanfanismo — contro la destra conservatrice democristiana — proclama a grandi lettere il principio dell’elevazione degli umili: ma sono gli uomini di nobili sentimenti cristiani, come lo sarebbe l'élite politica fanfaniana allora dominante, che possono lottare in favore dei poveri, non i poveri che si risvegliano e lottano. In questo senso ha ragione un filosofo cattolico come Del Noce — antifascista per coerente scelta filosofica e non per anatema —, il quale sostenne. nei primi Anni Sessanta. che la sinistra democristiana fanfaniana attuò definitivamente quei disegni economici e sociali che il fascismo aveva iniziato a prospettare e concretizzare dagli Anni Trenta.

La logica politica della Dc è una logica di fazioni e correnti; nella concezione e nella pratica politica fanfaniana, la Dc, a differenza del centrismo degasperiano e poi andreottiano, non è un partito moderato o conservatore, ma sociale e “nazionale”. Deve incarnare la rappresentanza di tutti gli interessi presenti nella comunità per mediarli, sulla base di ideali di giustizia sociale e vago solidarismo orientato all’organico bene comune, sempre allo scopo di evitare e prevenire fratture sociali. 
La Dc fanfaniana, si ricorderà la retorica di quegli anni, “partito d’Italia e degli italiani”. Si tratta perciò, per quella fazione neo-corporativa della Dc, la cosiddetta “sinistra
democristiana” caratterizzata dall’egemonismo ideologico fanfaniano, di battere le forti posizioni monopolistiche e di rendita parassitaria, che pretendono la difesa dello status quo, per liberare il “mercato di stato” e la “borghesia di stato” italiane da una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro, rispetto agli imperialismi costituitisi a controllo delle principali fonti energetiche e della ricerca scientifica più avanzata. 
Il partito della “sinistra democristiana” è così il partito dei “funzionari di stato” certamente contrapposto al capitalismo monopolistico ma, allo stesso modo, contrapposto radicalmente al proletariato metropolitano. 

Così la politica di Fanfani statista della “Nuova Italia” sovrana si salda alla politica mondiale da basi italianistiche e fortemente mediterranee. Fanfani, a differenza di quanto si è scritto e si continua a ripetere, non è neo-atlantista. Neo-atlantista Gronchi, neoatlantista Mattei, neoatlantista ambiguo, probabilmente, lo stesso Pella. Atlantisti De Gasperi e Andreotti. Fanfani no. Cosa è il neoatlantismo? E’ il tentativo di superare la Francia legandosi a doppio filo agli Stati Uniti e gli stessi inglesi e poi, dopo l’uscita gollista dalla Nato, alla stessa Nato. Il neoatlantismo si traduce dunque in Parigi nemico principale. Tutt’altra la dimensione geopolitica fanfaniana. Lo statista aretino, a ben vedere sulla scia di Mussolini, nella storia italiana, è l’unico che ha un progetto finalizzato a combinare l’indipendenza sovrana con una autentica ambizione imperialistica o comunque “espansionistica” mediterranea. L’Italia, dopo il Risorgimento, rimane di fatto, sino agli Anni Venti del 900, una colonia geopolitica ed ideologica anglosassone, che svolge una costante opera di contrasto, “subimperialista”, verso Francia e Germania [1]; lo stesso Crispi, considerato un po’ superficialmente dalla storiografia ufficiale un “imperialista italiano”, non si pone il problema, che invece nella pratica dell’indipendenza sovrana dovrebbe essere centrale, di affrontare e risolvere la questione del peso assunto nel Belpaese dalla Massoneria coloniale britannica dopo l’unificazione. 
L’espansionismo e il mediterraneismo fanfaniani, dopo la sconfitta fascista del ’45 e nel pieno della retorica antifascista che caratterizza la stessa Dc, non può evidentemente basarsi sul militarismo e sull’espansionismo politico diretto; assume perciò la forma geopolitica declinata sul piano economico e culturale. Delio Marotti, capo-redattore romano della “Gazzetta del popolo”, massimo propagandista della nuova missione italiana di radice fanfaniana, teorizza la distinzione tra “borghesia di stato” e “borghesia plutocratica”, occidentale e americanizzata, che esporta capitali fuori dall’Italia e che colpisce deliberatamente la politica sociale fanfaniana [2]. In un saggio del ’59,”Il voto e il governo del 25 maggio” (del ’58 ndc), Marotti delinea appunto l’opzione espansionistica italiana del partito fanfaniano, presentata come “filoarabismo”, e la minaccia conseguente del cosiddetto “capitalismo finanziario” globale occidentale alleato della Confindustria, ostile all’Italia sociale e produttrice.

Il fanfanismo si radicalizza infine, nel contesto, italiano proprio come un gollismo mediterraneo, ma su un piano più accentuatamente sociale. Quanto di più lontano vi può essere sia dall’atlantismo sia dal neo-atlantismo. Ben più “statalista” del gollismo “tecnocratico” parigino, che continua a convivere, nonostante i grandi piani statali, con larghe zone interne di liberismo. Il generale francese considera in quel contesto lo statista aretino l’unico alleato politico affidabile in occidente e lo esorta alla creazione di un “governo di unità nazionale”, con i fascisti del Msi e con il Pci. 
Fanfani non coglie il momento politico che gli si presenta e il realismo fanfaniano degenera in machiavellismo deteriore; fallisce così il suo proposito di democrazia organica, autoritaria di radice gollista. La democrazia plebiscitaria e dell’ “identità” vagheggiata dal partito fanfaniano della sinistra democristiana è quanto di più antindividualistico ed antiatomistico sia scaturito dalla pratica di governo dell’Italia del dopoguerra. Fanfani, però, a differenza degli altri esponenti di vertice della Dc, compresi Gronchi e Mattei (massimamente detestato e quasi sicuramente ucciso proprio dai gollisti), non solo non è atlantista ma non è nemmeno particolarmente favorevole al processo di integrazione europea come si sta sviluppando: “le sue iniziative mediterranee lo stanno a dimostrare” [3]. Giorgio Galli parla del progetto fanfaniano come contrassegnato da una politica estera autonoma, espansionistica e da una politica interna da uomini forti e elitistica. Fanfani teorizza un terza forza, con centro Parigi gollista, oltre la Nato e il Patto di Varsavia. In vari documenti d’intelligence britannica e che secondo Davide Faenza risalirebbero alla regia di Kissinger Fanfani è considerato, De Gaulle a parte, l’uomo politico “occidentale” più avverso all’ordine globale liberista, sospettato addirittura, con La Pira, di malcelata simpatia per Giap e Ho Chi Min, con cui aveva peraltro avviato trattative diplomatiche contro il parere del centrismo Dc. Lo stesso Togliatti parla di un’opposizione diversa che il Pci deve riservare a un buon statista come Fanfani e gli abboccamenti, sul piano sociale, con l’Istituto di studi corporativi del Msi sono espliciti e pubblici. 

Con le pressioni americane e anglosassoni antifanfaniane, dai primi Anni Settanta, si radicalizzano quelle interne, rappresentate dalla fazione Agnelli-Pirelli-Confindustria che punta al famoso “compromesso storico”. Il “capitalismo di stato” della fazione Cefis-Fanfani rimane su una posizione di intransigente anticomunismo, nel già segnalato progetto della concertazione “neo-corporativa”. Certamente, il “compromesso storico” è una tattica interna neo-liberistica e oligarchica finalizzata alla dissoluzione dello Stato sociale italiano che è stato, nessuno lo può negare, ben salvaguardato dall’elite politica fanfaniana. 

9 maggio 1979. Durante una messa in memoria di Aldo Moro,
il militante democristiano Angelo Gallo tira le orecchie ad
Amintore Fanfani gridando: Troppo morbido con i comunist
i!
Arrivo alle conclusioni. Fanfani fu un buon statista, avverso al liberismo? Certamente sì. Secondo don G. Baget Bozzo, che in gioventù è stato uno dei collaboratori più appassionati di “Cronache sociali”, si deve a Fanfani, nell’elaborazione della Costituzione del ’48, non solo la definizione dell’art.1 ma anche la formulazione ideale dei fini generali dello Stato, che diviene proprio la base della contrapposizione al liberismo atomistico einaudiano e dell’accoglimento dei compiti positivi dello Stato nell’ordine economico. Il secondo comma dell’art.41 è ad es. fanfaniano: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Secondo Fanfani, la modalità più efficace di estinzione del liberismo è rappresentata dalla partecipazione politica, corporativa, della rappresentanza sociale e produttiva in “Consiglio Nazionale del Lavoro” mediante un controllo democratico e mediante consigli di gestione che fiancheggiano la direzione tecnica aziendale, con la stessa partecipazione agli utili dei lavoratori. Riconosciuto ciò, va però visto anche dell’altro. Anche lo Stato fascista fu antiliberista, ma al tempo stesso fu antiproletario e antisocialista. Lo stesso va detto, mutatis mutandis, del partito statalista fanfaniano. Il costituente Fanfani, un fervido e radicale anticomunista, non risolve mai il suo debito ideologico con il Corporativismo fascista teorizzato da Arias e dai maestri della Cattolica. L’umanesimo del lavoro fanfaniano, che deriva dal Toniolo e dal Sombart, non corrisponde simmetricamente a quello immanentista gentiliano, ma tantomeno corrisponde a quello teorizzato da Marx nella sua formulazione della “legge del valore”. La fase cattolico-sociale dossettiana, a ridosso e subito dopo la Seconda guerra mondiale, finisce per rafforzare questo bagaglio organicistico del futuro statista. Le radici ideologiche del fanfanismo sono quindi assolutamente antisocialiste. Difendere oggi la Carta del ’48 significa essere democratici e, di conseguenza, antiliberisti. Ma questo, sul piano della dottrina economica e politica, non è socialismo, chiaramente. 

La socialdemocrazia "neo-giacobina" e di sinistra radicale [4], della Presidenza Mitterand potrebbe per certi versi, allora, essere sul piano di dottrina economico-politica ben più interessante dello statalismo volontarista fanfaniano, qualora si punti come prospettiva di civiltà ad uno stato neo-giacobino, democratico-rivoluzionario, basato sul presupposto della democrazia sostanziale e dell’uguaglianza sostanziale e non a uno stato vagamente democratico-sociale e neo-corporativistico.

NOTE


(1) Interessanti e a mio avviso centrate riflessioni al riguardo, si trovano in Fasanella Cereghino, Il Golpe Inglese, da Matteotti a Moro le prove della guerra segreta, Ed. Chiarelettere 2011.
(2) G. Galli, Fanfani, Feltrinelli 1975, p. 84.
(3) Ivi, p. 10
4) M. Gervasoni, Francois Mitterand, Einaudi 2007.

venerdì 4 gennaio 2019

LIBERALISMO, DEMOCRAZIA, SOVRANITÀ di Alessandro Somma

[ 4 gennaio 2019 ]



Alessandro Somma è stimato professore ordinario di Diritto comparato all’Università di Ferrara. Per DeriveApprodi ha appena pubblicato il saggio Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale. Si tratta di un testo ad alta densità teorica che, dopo aver ricostruito il dibattito filosofico e politico sul concetto di sovranità, giunge sino alla nascita degli Stati costituzionali di diritto, quindi all’oggi. Somma considera che la Costituzione della Repubblica italiana rappresenta uno dei momenti più alti del costituzionalismo moderno, poiché i suoi capisaldi sono la democrazia economica e l’eguaglianza sostanziale. Proprio per questo, essa è fatta oggetto di un’aggressiva decostruzione da parte delle forze neoliberiste. Va dunque difesa, non per un mero ritorno al già stato, ma poiché sulle sue basi è di nuovo possibile immaginare un’alternativa all’ordine sociale e politico esistente.
Alétheia ha intervistato Somma, intanto per rendere esplicito ciò che sembra implicito in Sovranismi, poi per comprendere quale sia il suo giudizio sul delicato momento politico che attraversa il nostro Paese.


*  *  *

D. La Costituzione del ’48 è in assoluto la protagonista del tuo libro. Sembra di capire che tu ritenga che contiene il punto geometrico di equilibrio tra democrazia e capitalismo, altrimenti destinati a confliggere. Davvero possono coabitare capitalismo e democrazia?
R. Penso che la Costituzione individui un punto di equilibrio ottimale tra capitalismo e democrazia, ma penso anche che si tratti di un equilibrio assolutamente instabile: destinato a essere messo in crisi e a produrre il superamento del capitalismo o quello della democrazia. Sul finire dei ’30 gloriosi si sono intrapresi passi significativi nella prima direzione, tanto che poi si è subito imposta la seconda, significativamente descritta in termini di ritorno alla normalità capitalistica.

Alessandro Somma
D. Restiamo alla Costituzione. Tu ritieni che la Carta sia un risultato avanzato di quello che definisci “Stato (costituzionale) di diritto” dal momento che respinge l’idea liberista del “mercato autoregolato” e contiene invece impliciti i concetti di “democrazia economica” e di “democrazia sostanziale”. Cosa intendi per “democrazia economica” e “democrazia sostanziale”?

R. È noto che il fascismo aveva azzerato le libertà politiche, ma solo riformato quelle economiche. Le aveva funzionalizzate al mantenimento dell’equilibrio e alla promozione dello sviluppo di un ordine capitalista, in quanto tale incentrato sulla concorrenza e la proprietà privata (non certo un ordine spontaneo, bensì una costruzione bisognosa di incisivi interventi dei pubblici poteri). Il tutto in linea con il pensiero neoliberale, sorto nel corso degli anni ’30 per affermare il dovere dello Stato di sostenere il funzionamento del mercato, e di farlo a qualsiasi costo: incluso l’azzeramento della democrazia politica.
La Costituzione è antifascista nella misura in cui, oltre a recuperare la democrazia politica, crea anche le condizioni per lo sviluppo della democrazia economica. Riorienta cioè l’azione dei pubblici poteri, chiamati a promuovere l’emancipazione della persona se del caso contro il funzionamento del mercato, che cessa di rappresentare l’orizzonte di senso dell’azione politica. In particolare, se l’ordine economico neoliberale chiedeva allo Stato di azzerare il potere economico per consentire il funzionamento della concorrenza, lo Stato costituzionale di diritto promuove lo sviluppo di contropoteri per contrastare l’esito del suo funzionamento (ad esempio tutela l’organizzazione sindacale per sottrarre la relazione di lavoro al principio del libero incontro di domanda e offerta). È questo il senso del principio di uguaglianza in senso sostanziale, che attiene alla costruzione di un ordine politico incentrato sulla giustizia sociale e a monte sulla valorizzazione del conflitto redistributivo come motore della democrazia economica.

D. I marxisti ortodossi potrebbero obiettare che finché esistono capitale da una parte (con le sue intrinseche leggi di movimento) e lavoro salariato dall’altra, non potrà mai esserci effettiva eguaglianza sociale, col che la “democrazia” resterebbe solo una finzione giuridico-formale.
R. Certo, ma il punto è come uscirne. Sono convinto che occorra conflitto sociale democratico (il conflitto redistributivo nel senso appena chiarito), che sia questo il modo di resistere alla forza attrattiva della normalità capitalistica e prima o poi uscire da capitalismo. Non vedo altre soluzioni.
D. Nella tua perorazione dello “Stato (costituzionale) di diritto” affermi, agganciandoti alla Chantal Mouffe, che esso è “la cornice comune entro cui sviluppare il conflitto (sociale e di classe, Ndr), equiparandolo ad un confronto tra avversari anziché tra nemici, ad un agonismo anziché ad un antagonismo”. La cosa lascia pensare che escludi la rottura rivoluzionaria ed il socialismo come alternativa al capitalismo, da cui verrebbe fuori che lo “Stato (costituzionale) di diritto” sarebbe non la forma più avanzata di Stato borghese, ma forma statuale più compiuta e definitiva. Non ti pare che un simile costrutto rassomigli ad uno “Stato corporativo” all’ennesima potenza?

R. Lo Stato costituzionale di diritto è l’antidoto contro il prevalere del capitalismo sulla democrazia, quindi il primo passo perché possa prima o poi emergere un’alternativa all’ordine capitalista. Lo è perché impedisce l’isolamento dell’individuo di fronte al mercato (o se preferisci di fronte allo Stato al servizio del mercato), perché promuove lo sviluppo di contropoteri in quanto presupposto per dar vita a un conflitto redistributivo equilibrato. Mi pare che questo sia uno schema radicalmente alternativo a quello corporativo, che invece mira allo scioglimento dell’individuo nell’ordine economico (o politico interprete dell’ordine economico). Non è un caso se lo schema corporativo si è sviluppato assieme all’ideale tecnocratico tanto caro al neoliberalismo, che attiene al confronto volto a far emergere il modo migliore di amministrare l’esistente. Laddove il conflitto cui prelude lo Stato costituzionale di diritto è anche quello volto a mettere in discussione il modo di essere dell’ordine economico, quello capace di scardinare la funzionalizzazione delle condotte umane cui mira il dispositivo neoliberale.

D. La tua condanna dell’architettura dell’Unione europea in quanto liberista ab origine – lo segnali parlando dei Trattati di Roma del 1957- è inequivocabile. Tuttavia, ad un certo punto, quando immagini un “europeismo costituzionale”, parli di “riavvolgere il nastro”, perorando un ritorno “alle idealità precedenti lo spirito di Maastricht”. Ci trovo una contraddizione.
R. I Trattati di Roma non sono certo estranei alla volontà di edificare l’Europa come dispositivo neoliberale. Sono del resto una prosecuzione della logica inaugurata con il Piano Marshall, per cui si concedeva assistenza finanziaria in cambio di un saldo ancoraggio all’occidente capitalista. E tuttavia quei Trattati recano tracce del loro tempo, ovvero degli schemi tipici dei Trenta gloriosi: parlano di stabilità dei prezzi, ovvero di controllo dell’inflazione e dunque di limiti alla spesa pubblica, ma anche di piena occupazione e quindi di sostegno della domanda. Inoltre, sino al principio degli anni Settanta, si affermava in termini espliciti che l’individuazione di una politica monetaria comune sarebbe giunta solo dopo la definizione di politiche fiscali e di bilancio comuni, ovvero solo dopo avere scelto se era più importante stabilizzare i prezzi o promuovere la piena occupazione. Infine, sebbene i Trattati parlino fin da subito di libera circolazione dei capitali, nel corso dei Tenta gloriosi nessuno aveva pensato di attuare questo principio: era ancora prevalente l’idea secondo cui lo sviluppo delle aree più povere si realizza con forme di redistribuzione della ricchezza, anziché con politiche destinate ad attrarre gli investitori.
Il quadro che ho qui riassunto esemplifica ciò che ho detto a proposito del fragile equilibrio tra democrazia e capitalismo, e la sua evoluzione quanto descritto in termini di forza attrattiva della normalità capitalistica. Maastricht ha impresso una notevole accelerazione a questa forza innanzi tutto attuando il principio della libera circolazione dei capitali: principio che ha imposto agli Stati di fare tutto il possibile per attrarre investitori stranieri, a partire dall’abbattimento dei salari e della pressione fiscale sulle imprese, misure incompatibili con la possibilità di sviluppare il conflitto redistributivo. Tornare a prima di Maastricht significa riaprire i giochi: cosa che, so bene, non comporta certo la possibilità di vincerli.
Comunque sia, reputo che la costruzione europea così come la conosciamo sia oramai irriformabile, sicché il tempo prima di Maastricht indica solamente alcune delle caratteristiche che potrebbe avere un ordine internazionale interessato, almeno inizialmente, a promuovere un accettabile compromesso tra democrazia e capitalismo.

D. Contro quelle che chiami “chiusure nazionaliste” avanzi l’idea di “un altro europeismo”, un’unione geopolitica di stati nazionali sovrani. Parli addirittura di estendere l’unione ai paesi della sponda sud del Mediterraneo. Qual è la differenza con l’idea gollista della “Europa confederativa delle patrie”?
R. Diciamo che le patrie cui guardava De Gaulle non sono esattamente le patrie a cui guardo io: strumenti per la promozione della democrazia politica ed economica. E diciamo anche che l’attuale Unione europea non è distante dall’idea di Europa delle patrie coltivata dal Generale: si occupa solo di sostenere l’ordine economico, e lo fa con un approccio intergovernativo. Dico questo non solo pensando alla circostanza che i Trattati considerano il Consiglio europeo, composto dai Capi di Stato e di governo, il principale organo dell’Unione, a cui si demanda la definizione degli indirizzi politici generali e l’indicazione delle priorità dell’azione politica. Di matrice intergovernativa sono anche i fondamenti dell’Europa intesa come dispositivo neoliberale, a partire dal Fiscal compact e dal Meccanismo europeo di stabilità (il cosiddetto Fondo salva-Stati).
D. Sostieni che “il ripristino della democrazia deve necessariamente passare dal recupero della dimensione nazionale” e aggiungi “dell’identità nazionale”. Tuttavia svolgi una dura critica degli identitarismi nazionalistici basati su fattori come etnia, religione, lingua. Cos’è dunque per te l’identità nazionale? E’ stabilita soltanto dal demos?
R. Il richiamo all’identità fondata sull’etnia e la religione è tipica dei dispositivi neoliberali: evocare valori premoderni serve per sterilizzare i conflitti prodotti dalla modernità capitalistica, per sciogliere l’individuo nell’ordine economico. Diversa è l’identità che invece preserva e anzi alimenta il conflitto sociale, che riguarda le modalità scelte per gestirlo e soprattutto per tradurre in pratica politica l’esito di quel conflitto. Anche questa identità attiene alla nazione, nel senso con cui questa espressione viene utilizzata nella Costituzione, dove compare come sinonimo di popolo: un popolo che rappresenta lo Stato-comunità contrapposto allo Stato-apparato, e che soprattutto non costituisce un’entità indivisibile. Tanto che l’esercizio della sovranità popolare presuppone la promozione dell’uguaglianza sostanziale, ovvero la redistribuzione della ricchezza cui mira il conflitto democratico (e che di quel conflitto costituisce il presupposto).

D. Critichi giustamente il cosmopolitismo (compreso quello “di sinistra”) in quanto oramai interno al discorso neoliberista. Habermas, sulla scia di Kelsen, è sicuramente uno dei padri del “globalismo giuridico”, una scuola che qui in Italia ha avuto ed ha come massimi esponenti Bobbio e Ferrajoli. Mi ha stupito che tu non abbia mai citato Danilo Zolo, quello che considero il massimo critico del “globalismo giuridico”, quindi del “vincolo esterno”, dell’idea cosmopolitica della dissoluzione degli stati nazionali. Invece citi più volte il liberale Dahrendorf.
R. Mi interessava mettere in luce il conflitto tra liberalismo economico e liberalismo politico, e Dahrendorf è un esponente importante di quest’ultimo (non a caso è anche un teorico del conflitto sociale, della sua utilità per il funzionamento degli ordini democratici). E come ho già detto reputo il liberalismo politico fondamentale per prevenire lo scioglimento dell’individuo nell’ordine economico, e comunque per ricavare spunti per elaborare forme di resistenza alla funzionalizzazione dei comportamenti umani al sostegno del suo equilibrio e alla promozione del suo sviluppo. Certo, Dahrendorf non si spinge a dire ciò cui miro: una società con molte libertà politiche e poche libertà economiche, ovvero fondata sulla combinazione opposta a quella che ha dato vita al fascismo. Ma se citassi solo chi ha scritto cose condivisibili in toto, finirei per citare solo me stesso… forse.
D. Riconosci che occorre fare una distinzione tra “il nazionalismo delle classi dominanti e il sentimento nazionale delle classi subalterne”. D’accordo, tant’è che noi riteniamo si debba opporre alla narrazione nazionalista, in quanto da tempo colonizzata dal fascismo, il patriottismo che ha in Italia radici antiche non solo democratiche ma socialiste. Patriottismo democratico versus revanchismo nazionalista (risorgente oggi nelle vesti di certo populismo di destra). Convieni che questa sfida per l’egemonia dev’essere portata collocandosi dentro lo stesso “campo populista” e giammai in connubio con l’élite neoliberista?
R. Diciamo che al momento la lotta politica è monopolizzata da uno scontro tutto interno al pensiero neoliberale: quello tra neoliberalismo globalista, incarnato al meglio dall’Unione europea, e neoliberalismo nazionale, ora rappresentato dai Paesi che si sono inventati la globalizzazione (Stati Uniti e Regno Unito). E diciamo che non trova spazio, almeno per ora, ciò di cui abbiamo bisogno: non certo una lotta tra Stati per la conquista dei mercati, bensì una lotta di Stati per combattere i mercati. È probabile che guardare al campo populista aiuti a raggiungere questo obiettivo, se non altro perché non ci sono molte alternative (almeno se si pensa che per larga parte della cosiddetta sinistra radicale la prospettiva sovranista è un odioso esercizio di rossobrunismo).
Non bisogna però nascondersi le difficoltà anche teoriche di un percorso che passi dal populismo. Non è un caso se uno dei punti più dibattuti delle teorie di Laclau è quella che attiene alla combinazione di populismo e l’imprescindibile riconoscimento dei conflitti interni al popolo: riconoscimento senza il quale non si intaccano lo scioglimento dell’individuo nell’ordine economico, ovvero un fondamento primo del neoliberalismo. Insomma, il populismo ci potrà aiutare, almeno per un pezzo di strada, ma solo se non diventa interclassismo.

Bologna, 3 gennaio 2019

* Intervista a cura di Moreno Pasquinelli
** Fonte: Alétheia



mercoledì 5 settembre 2018

PATRIA E COSTITUZIONE di Stefano Fassina

[ 5 settembre 2018 ]


Sabato prossimo, 8 settembre, a Roma [vedi grafica più sotto], verrà lanciata l'associazione PATRIA E COSTITUZIONE. Promotore tra gli altri Stefano Fassina, che qui sotto spiega natura e finalità dell'associazione. Programma 101 ci sarà, porterà i nostri saluti con l'augurio che la nascente associazione sia non solo un "pensatoio" ma un luogo per far sì i tanti che si riconoscono nei principi politici e nei valori della sinistra patriottica facciano fronte unico e scendano presto in campo nella cruciale battaglia che il Paese ha davanti, quella della sovranità nazionale e popolare.

*  *  *

L'8 Settembre 1943, l'Italia, il Governo Badoglio, firmava l'armistizio con le potenze alleate. Quella data è, per una parte della nostra storiografia, per gli storici liberal-conservatori, la "morte della patria". Per un'altra parte, la parte azionista, cattolico-sociale, socialista e comunista, legata ai protagonisti della Resistenza e dell'offensiva per la Repubblica, l'8 settembre 1943 è stata, invece, la "rinascita della Patria": una comunità nazionale definita non soltanto da segni storici, culturali e linguistici, ma da libertà, democrazia, giustizia sociale, solidarietà, apertura, ossia l'impianto etico, politico e programmatico scolpito, attraverso l'Assemblea Costituente, nella nostra Costituzione.

Il senso di appartenenza a una comunità nazionale fu fattore propulsivo della lotta di liberazione dall'oppressione interna e esterna (la rivista dell'Anpi conserva ancora il nome di "Patria Indipendente"). Fu anche proposto, al contempo, come terreno di costruzione di cooperazione sovranazionale. In estrema sintesi, riconoscersi come italiani non soltanto non determinava derive nazionaliste, isolazioniste e xenofobe, ma nutriva gli obiettivi della nostra Costituzione e dava legittimazione popolare allo strumento imprescindibile per la sua attuazione: lo Stato democratico.

L'ancoraggio del programma fondamentale della nostra Costituzione alla Patria e alla Nazione (maiuscole presenti nel testo della Carta) è chiaro. Nella Parte Prima, al Titolo IV, Rapporti politici, l'Art. 52 intima: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino". Nella parte Seconda, Titolo I, Il Parlamento, l'Art 67 indica: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato".

Sono articoli caposaldo. In nessuna altra norma della Costituzione dedicata ai doveri di cittadinanza si utilizza un aggettivo così carico di senso etico e di religiosità laica: "sacro". Nessun vincolo di parte può superare il legame alla Nazione (fu notato da pochi, ma nella riscrittura della Costituzione imposta dal Governo Renzi al Parlamento si prevedeva l'eliminazione dall'Art 67 delle parole "rappresenta la Nazione").

La nostra carta fondamentale, scritta quando ancora si seppellivano i milioni di morti e si spalavano le montagne di macerie causate dal nazionalismo, presuppone la Patria e il servizio prioritario della politica alla Nazione, ma la Patria definita e la Nazione interpretata secondo i principi e gli obiettivi costituzionali. È infatti altrettanto chiaro che la Patria costituzionale si prospetta, all'art 11, all'opposto del nazionalismo e di quello che viene bollato dall'establishment liberista "sovranismo": "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.....; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. .....".

I comunisti e i socialisti non hanno subito tali articoli. Li condividevano profondamente. Distinguevano cosmopolitismo da internazionalismo e declinavano quest'ultimo come interazione virtuosa di Patrie e Nazioni. Su Rinascita del Luglio-Agosto 1945, Togliatti scriveva: "Assai spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia".

Nel simbolo del Pci del 1948, la bandiera rossa con falce, martello e stella è insieme alla bandiera dell'Italia, poggiata sul Tricolore. Gramsci ha fatto del concetto di nazional-popolare un pilastro della cultura politica del partito dei lavoratori. Lelio Basso ha pronunciato discorsi analoghi su tali punti in Parlamento.

Nel corso degli ultimi decenni, in particolare dopo il '68, è prevalsa a sinistra, in nome di un'interpretazione parziale e di una visione subalterna di liberazione dell'individuo, la criminalizzazione della Patria e dello Stato nazionale. Lo "Stato borghese" veniva assolutizzato e conseguentemente lo Stato in quanto tale delegittimato e aggredito poiché identificato come strumento intrinsecamente oppressivo dentro i confini nazionali e aggressivo oltre confine.

Insomma, irresistibilmente fascista, proprio in conseguenza del richiamo alla Patria e alla Nazione come comunità di uomini e donne distinte e separate artificialmente dai confini nazionali da altre donne e uomini. Pertanto, la soluzione non era e non è la piena democratizzazione dell'insieme di istituzioni definite Stato, ma il suo superamento in una indefinita comunità umana globale, naturalmente capace di autoregolazione o regolata da un governo globale espressione diretta di cittadini liberati da strumentali appartenenze nazionali, cosmopoliti in un mondo "no borders".

In tale contesto, la prima approssimazione dell'ideale universale veniva e viene riconosciuta nell'Unione europea e nell'eurozona, iniziative meritevoli di incondizionata promozione in quanto inibitrici di sovranità nazionale e destrutturanti lo Stato nazionale. La preoccupazione per i totalitarismi alla base delle devastanti guerre mondiali della prima metà del '900 diventava così involontario sostegno ideologico e politico alla controffensiva liberista per lo smantellamento dello Stato nazionale, strumento, l'unico possibile, per il primato della politica democratica sull'economia, per la costruzione del welfare che è "State" o non è, per l'attuazione delle libertà e dei diritti della persona a cominciare dalla dignità del lavoro.

È un'analisi di fondo, approssimativa e semplificata, ma imprescindibile per impostare una risposta politica, ossia non di mera testimonianza etica, alla declinazione regressiva, alimentata dai cosiddetti "sovranisti", dell'inarrestabile fase di de-globalizzazione e de-europeizzazione in corso. Si dovrebbe, infatti, prendere atto che la via della sovranità democratica europea è illusoria: lo è sempre stata anche quando la sinistra storica, sbandata dopo l'89, l'ha proposta come orizzonte sostitutivo del socialismo sepolto dalle macerie del Muro di Berlino.

Ma fare i conti con i dati di realtà non implica uscire dalla Ue o dall'euro. Vuol dire impostare una rotta realistica per la cooperazione sovranazionale. Può voler dire, impostare una ritirata costruttiva e condivisa da un terreno storico-politico impraticabile per evitare una rottura caotica. Insomma, un realistico second best per superare il baratro dei nazionalismi.

Il richiamo alle norme costituzionali e alla visione dei padri della sinistra storica non è reso anacronistico e nostalgico dagli effetti della globalizzazione e dalla sua aggravante ordoliberista realizzata attraverso il mercato unico europeo e l'euro. È esattamente il contrario. Poiché il regime di "libera concorrenza", costruito sul paradigma individualista del liberismo, ha reciso ogni legame sociale e generato solitudini impoverite e domanda di protezione, ritorna di straordinaria attualità la ricostruzione di comunità politica. Il bisogno di patria, la necessità di riconoscersi in una comunità riemerge imprescindibile. Tanto più nella fase di grandi trasformazioni, di sofferenza economico e sociale, di smarrimento culturale, di paura identitaria.

Il punto nodale è quale patria, quale nazione e, quindi, quale Stato. Patria e Nazionale definite non dal sangue e dal territorio. Ma Patria e Nazione identificate da caratteri storico-culturali condivisi, dalla fiducia negli italiani, da un interesse comune e da un impianto programmatico fondamentale. L'assenza di un'offerta costituzionale, quindi progressiva, di Patria e di Nazione, lascia inevitabilmente enormi spazi di popolo non al cosmopolitismo irenico delle élite o all'avanzamento degli Stati Uniti d'Europa, ma alla degenerazione nazionalista del bisogno di appartenenza.

Ripartiamo dall'ideale di Patria e dal senso di Nazione dei condannati a morte delle Resistenza, dei partigiani e dei nostri padri e madri costituenti. Navighiamo controvento, in uno stretto insidiosissimo: da un lato, i sempre più preoccupanti gorghi nazionalisti; dall'altro, le correnti di svalutazione del lavoro e della democrazia costituzionale dell'europeismo liberista, ancora dominanti anche nelle sinistre nella retorica degli Stati Uniti d'Europa.

La nostra bussola per una navigazione difficile è il primato della Costituzione sui Trattati europei e sovranazionali e i principi del socialismo, del cattolicesimo sociale e dell'ecologia integrale. Per affermare una comunità aperta e solidale dentro i confini nazionali, dove i conflitti, a partire da quelli di classe e ambientali, si riconoscono, si combattono e si compongono in riferimento alla dignità del lavoro, alla giustizia sociale, al rispetto della natura. Per coltivare una comunità accogliente verso l'altro e cooperativa nelle relazioni con le altre patrie, con le altre comunità democratiche, con gli altri Stati nazionali, a partire dai partner dell'Unione europea, per affrontare le enorme sfide globali di fronte a noi, innanzitutto la riconversione ecologica delle economie e delle società e il governo dei flussi migratori.

La nostra iniziativa non ha ovviamente carattere storiografico. Ha un obiettivo più semplice ma non meno ambizioso: riscoprire il sentimento positivo di Patria e Nazione per rilegittimare e, qui il punto politico decisivo, rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale e riconnettere, nella misura possibile all'avvio del XXI Secolo, popolo e democrazia costituzionale. Senza rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale, la politica rimane ancella dell'economia, il capitale dominante sul lavoro, quindi la democrazia sequestrata dagli interessi economici più forti. Come aveva capito negli anni '30 Von Hayek, uno dei massimi teorici del liberismo, la via della sovranità europea porta inevitabilmente allo Stato minimo, date le radicate differenze tra contesti nazionali e rispettivi popoli.

"Patria e Costituzione" è il nome dell'associazione che avviamo il prossimo 8 Settembre a Roma. Un'associazione di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro. Un movimento senza legami o collateralismi ai partiti in campo, ma attivo nella discussione di tutti i soggetti democratici e coerenti con i principi costituzionali. Un progetto per la rinascita della sinistra di popolo.

mercoledì 30 maggio 2018

ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE E ALTO TRADIMENTO di Leonardo Mazzei

[ 30 maggio 2018 ]

MAZZEI SPIEGA PERCHÉ CI SONO SIA L'ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE CHE L'ALTO TRADIMENTO. LO FA COMPARANDO LA VICENDA ATTUALE A QUELLA DEL 1991 QUANDO I PROGENITORI DEL PD (PDS) CHIESERO DI PROCESSARE COSSIGA



Buffa la storia. Nel 1991 l’appena nato Pds – il secondo stadio del curioso serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd, come lo chiamava Costanzo Preve – chiese l’impeachment dell’allora presidente Cossiga. Oggi, i nipotini dei pidiessini sono rimasti invece gli unici ad applaudire il Mattarella. Insieme a loro i rimasugli della vecchia Dc, con i quali han dato vita al più elitario dei partiti italiani: il Partito Democratico.

Ora, siccome i media di regime all’unisono difendono l’eversore del Quirinale, rovesciando la realtà delle cose al fine di convincerci che la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza, ci siamo andati a rileggere gli argomenti di allora. E lo abbiamo fatto attraverso le cronache de la Repubblica, cioè del massimo organo dell’attuale disinformazja sistemica.

Proponiamo perciò un istruttivo esercizio. Quello di mettere a confronto le accuse di allora a Cossiga (Pds 1991) con i fatti di oggi (Mattarella 2018). Pur nella diversità dei casi troveremo tante analogie. Naturalmente, l’attacco frontale al principio della sovranità popolare del Mattarella è ben più grave delle scorrerie del Cossiga di allora, ma qui ci interessa soprattutto mettere in luce il doppiopesismo, l’ipocrisia e la falsità dei disonesti patentati che oggi coprono, addirittura santificandolo, il sig. Sergio Mattarella. Alla fine giudicheranno i lettori. 


(le parti virgolettate sono tratte da la Repubblica del 7 dicembre 1991 – le sottolineature sono nostre)


Pds 1991 – Cossiga viene accusato di aver superato i limiti dei suoi poteri: «la tesi centrale della denuncia — messa a punto e sottoscritta dalle presidenze dei gruppi di Camera e Senato sulla base della bozza stilata da Luciano Violante — è che Francesco Cossiga li abbia "intenzionalmente" varcati per "modificare la forma di governo"».

Mattarella 2018 – Se un presidente della repubblica si arroga il diritto di impedire la formazione di un governo che ha dalla sua non solo la maggioranza parlamentare, ma anche (a differenza di tutti i governi precedenti) la maggioranza degli elettori, non siamo palesemente di fronte al tentativo di modificare la forma di governo, passando di fatto ad una incostituzionale repubblica presidenziale? Che ci dice in proposito Luciano Violante?

Pds 1991 - «Le ragioni della denuncia. Il presidente viene accusato di aver "interferito illegalmente nelle attività del Legislativo, dell'Esecutivo e del Giudiziario", e di aver avviato "l'esercizio di una propria funzione governante".



Mattarella 2018 – Non limitandosi ad “interferire”, il Mattarella ha scientemente bloccato l’attività legislativa, nonché impedito quella dell’esecutivo. Di più, sta cercando di mettere in piedi un esecutivo privo di base parlamentare al solo scopo di preservare l’allineamento del nostro Paese ai desideri della Germania, con ciò rovesciando il senso del voto del 4 marzo. E che abbia assunto l'esercizio di una propria funzione governante, è provato dal discorso tutto politico — altro che super partes! — della sera del 27 maggio.  

Pds 1991 – «Cossiga, sostiene il Pds, ha aperto un "incostituzionale circuito tra partiti e presidente", e assunto comportamenti da "capo di un partito" violando "un inderogabile dovere di imparzialità"». 



Mattarella 2018 – Sulla violazione dell’inderogabile dovere di imparzialità, non occorre spendere troppe parole. Lo schieramento di parte del Mattarella l’hanno capito tutti. Ma proprio tutti. Fingono di non capirlo solo i giornalisti (per ragioni di busta paga) e certi costituzionalisti da salotto (per ragioni di casta).


Pds 1991 – Questo comportamento da capo-partito, scrivono i pidiessini, avviene con: «La strumentalizzazione" dei media "per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti"».


Mattarella 2018 – Leggere i giornali di questi giorni basta e avanza per ritrovare l’analogia con il 1991. Ma purtroppo l’appiattimento mediatico di oggi è ben più grave di quello di allora. Evidentemente il sistema si è affinato. Sta di fatto che le quotidiane veline del Quirinale sembrano l’unica fonte dei giornaloni del sistema.


Pds 1991 – Golpe ed “attentato alla Costituzione”. Evidentemente termini appropriati per i pidiessini di allora. Così riportava la Repubblica: «Dopo aver riassunto le funzioni e i poteri legittimi del presidente della Repubblica, la denuncia replica alle critiche di chi scorge nel tentativo di colpo di Stato l'unico possibile "attentato alla Costituzione". Il golpe, ammette il documento, è la "massima forma" di attentato alla Costituzione. Ma in realtà, proprio per i poteri di cui dispone il capo dello Stato, il reato "di regola non si consumerà con un colpo di Stato nelle forme classiche". E si concretizza, invece, in "ogni atto seriamente diretto, non a compiere un 'semplice' abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato". 

Mattarella 2018 – Eccoci spiegato dagli accusatori di allora — curiosamente i difensori di oggi — il perché l’accusa di “attentato alla Costituzione” sia del tutto imputabile al Mattarella, dato che esistono vari tipi di golpe, e quelli con il dispiegamento dei carri armati sono solo una piccola minoranza, mentre la prolungata azione per alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato è la forma tipica dei colpi di Palazzo, come quello messo in atto dal Mattarella in questi giorni.



Pds 1991 – Sempre con riferimento a «fatti diretti a mutare la Costituzione o la forma del governo con mezzi non consentiti» i pidiessini accusano Cossiga di usurpazione di potere politico. «A norma dell' articolo 287, Cossiga ha "usurpato un potere politico" di pertinenza del Parlamento quando ha minacciato di non firmare, e di fatto non ha ancora firmato, la proroga della Commissione stragi».


Mattarella 2018 – Ora, la Commissione stragi sarà stata pure importante, ma aver bloccato governo e parlamento non è un fatto di una gravità incommensurabilmente maggiore alle minacce cossighiane?


Pds 1991 – Questa l’ultima chicca: «Nella primavera scorsa, (Cossiga) si oppose all'ingresso del Pri nell'esecutivo in base al "singolare principio" dell'omogeneità di giudizi tra governanti e Quirinale».

Mattarella 2018 – Ventisette anni dopo, il “singolare principio” denunciato nel 1991 diviene normale prassi quirinalizia. 


C’è altro da aggiungere per far entrare in certe refrattarie zucche la gravità di quanto sta avvenendo? Chi scrive non si illude, che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma anche lorsignori non si illudano, che milioni e milioni di persone semplici hanno già capito, Capito tutto, forse fin troppo.   



PS - Mentre pubblichiamo questo articolo, sulle analogie tra i casi Cossiga e Mattarella, la situazione è più confusa che mai. Avendo voluto giocare la carta dello spread per terrorizzare gli italiani — la paura, ricordiamocelo sempre, è l'arma preferita da lorsignori — gli apprendisti stregoni del Quirinale si sono ritrovati con una situazione fuori controllo sui mercati finanziari. Situazione che loro stessi hanno prodotto con l'inevitabile drammatizzazione causata dal diktat mattarelliano del 27 maggio. Siamo cioè all'effetto boomerang, lo spread gli sta ritornando addosso e Cottarelli sarà forse una meteora più breve di Conte. Vedremo nelle prossime ore, ma di certo sappiamo di quale pasta "democratica" è fatto Mattarella, a quali interessi risponde, di quali azioni è capace. Probabilmente all'accusa di attentato alla Costituzione andrà aggiunta adesso anche quella di alto tradimento degli interessi nazionali. 

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