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| Diosdado Toledano (a sinistra) e Moreno Pasquinelli |
"Senza sovranità economica
l'indipendenza è una finzione".
L'emozione provocata dai recenti attentati jihadisti a Barcellona e Cambrils ha
avuto una risposta civica di massa nella manifestazione di Barcellona lo scorso
26 agosto; ma insieme al clamore di "non abbiamo paura" si sono manifestate anche le tensioni del
conflitto tra Catalogna e Spagna.
Ci troviamo davanti ad un eccezionale momento di definizione
del conflitto tra la Catalogna e lo Stato spagnolo, che a differenza di altri momenti della storia presenta una
dimensione europea, tanto nelle cause come nelle conseguenze.
Com'è risaputo, è stato indetto per il 1 ottobre un referendum sull'indipendenza della
Catalogna. Tale referendum si celebrerà tre settimane dopo la mobilitazione
della "Diada", l'11 settembre, la tradizioale festa dove si
rivendicano i diritti nazionali della Catalogna.
Fino al 2011 tali rivendicazioni si limitavano in prevalenza alla richiesta di
autogoverno e autonomia, mentre a partire dal 2012 si riferiscono al cosiddetto
"diritto di decidere" e all'indipendenza.
In questi giorni il governo della Generalitat e la
coalizione indipendentista formata da "Junts pel Si" (alleanza
elettorale tra PdeCAT [Partito Democratico Europeo Catalano], ERC [Sinistra
Repubblicana di Catalogna]) e la CUP [Candidatura di Unità Popolare])
definiranno il procedimento di convocazione, approvando il progetto di
"Legge del referendum di autodeterminazione", che nel suo articolo
quattro, commi 3 e 4, attribuisce al risultato un carattere vincolante [2]. Per
una decisione di questa portata, in questo progetto di legge, non è richiesta una
maggioranza di due terzi del Parlamento (come sarebbe previsto dallo Statuto di
Autonomia per le sue riforme [3]), né viene stabilita una soglia minima di
partecipazione. Un voto a maggioranza semplice sarà sufficiente per dichiarare
l'indipendenza della Catalogna.
Il governo dello Stato spagnolo, in mano a un Partito
Popolare in difficoltà e segnato da una storia interminabile di corruzione, ha
delegato alla Corte Costituzionale le azioni giuridiche di risposta alla sfida
indipendentista.
Politicamente può contare sull'appoggio fondamentale del partito liberale
Ciudadanos e della vecchia élite del PSOE. In questo conflitto, Unidos-Podemos
preconizza il riconoscimento concordato del diritto di decidere (una versione
leggera del diritto di autodeterminazione), ma rifiuta il carattere vincolante
del referendum e quindi la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Il PSOE, con la nuova direzione di Pedro Sanchez, ha fatto un passo positivo e
dialogante nel riconoscere il carattere plurinazionale della Spagna, proponendo
una difficile – per non dire impossibile – riforma costituzionale federalista
come modo di uscire dalla contesa, ma si oppone a riconoscere la legittimità
dei referendum indipendentisti e rifiuta quello convocato il 1 ottobre.
L'opinione della cittadinanza in Catalogna è gravemente
divisa e frammentata. Secondo l'ultimo sondaggio realizzato da Centro di studi
e di opinione, sotto il controllo della Generalitat [4], i favorevoli
all'indipendenza perdono un punto – dal 45,3% al 44,3% – mentre coloro che la
rifiutano acquistano più di due punti – dal 46,8% al 48,5%; la percentuale di
popolazione favorevole al referendum è scesa fino al 73,6% (da un 85%
attribuito in un precedente sondaggio).
La maggioranza della società spagnola non simpatizza con i referendum del 1
ottobre e ha un atteggiamento che varia dall'incredulità a un'ostilità aperta in
caso di esito positivo del referendum e conseguente dichiarazione di
indipendenza.
Quali sono le cause o
i fattori dell'ascesa indipendentista in Catalogna?
Le diverse inchieste realizzate dal CEO in Catalogna [5]
mostrano che tra giugno del 2005 e luglio del 2009 l'opzione indipendentista
non superava il 20% dei consensi, mentre la somma delle opzioni federaliste o
partitarie dell'autonomia superavano il 70%. Tra inizio 2010 e luglio 2011
l'opzione indipendentista è cresciuta sino a superare il 30%, mentre la somma
delle altre opzioni scendeva al 66%.
A partire dal 2012 l'opzione indipendentista si diffonde
fino a raggiungere la punta massima nel luglio del 2013, con il 48,5%,
superando le opzioni non indipendentiste, al 45,3%. Da allora l'opzione
indipendentista registra una discesa nei gradimenti, fino a arrivare al 34,6%
nel secondo trimestre del 2017; in cambio, la somma delle opzioni non
indipendentiste recuperano posizioni fino a raggiungere il 56%.
L'evoluzione del
sentimento indipendentista in Catalogna è inseparabile da una serie di eventi,
sia di carattere giuridico e politico,
sia soprattutto di carattere socio-economico.
1) La sentenza della Corte costituzionale del
28 giugno 2010 sul ricorso presentato dal gruppo parlamentare del PP
contro il Nuovo Statuto di Catalogna approvato nel referendum del 18 giugno del
2006 con il 74% dei voti e una partecipazione del 49,4% [6]. Tale sentenza
annulla 14 articoli giudicati incostituzionali, quando negli statuti di
Andalusia e Comunità Valenzana analoghi articoli non sono stati messi in
discussione.
Questo fatto provocò un'evidente disagio in ampi settori della cittadinanza
catalana, che si espresse nella grande manifestazione unitaria del 10 luglio
del 2010, con 1 milione di partecipanti. Tuttavia tale mobilitazione fu
puntuale e non ebbe continuità nel breve periodo: la successiva manifestazione
dell'11 settembre 2010 registrò una bassa partecipazione, circa 10.000
manifestanti [7].
2) L'aggravarsi della crisi economica e del
disagio sociale e politico. A partire dal 2009 la crisi economica
mondiale iniziata negli Stati Uniti fa scoppiare la bolla immobiliare in
Spagna, con una rapida distruzione di posti di lavoro che porterà la
disoccupazione fino al livello di 4,7 milioni di persone alla fine del 2010.
Le politiche di riforme e austerità che applicano il governo del PSOE sotto
Zapatero in Spagna, e quello di Artur Mas
(CiU) in Catalogna, provocheranno un grave scontento sociale che darà
luogo alla nascita del movimento 15-M degli Indignados.
Nel settembre del 2011 PSOE e PP approvano la controriforma costituzionale
dell'articolo 135. In quei mesi il conflitto socio-politico anti-neoliberista
egemonizza la protesta e la mobilitazione sociale. In Catalogna il governo della
destra nazionalista reprime brutalmente il presidio degli Indignados in piazza Catalogna [8]. La protesta sociale occupa
piazze e strade, mentre la manifestazione nazionale dell'11 settembre di quello
stesso anno mantiene bassi livelli di partecipazione.
3) La vittoria del PP nelle elezioni generali
del 20 novembre 2011 forniscono ad Artur Mas e alla maggioranza del
CiU, così come alle forze politiche indipendentiste, l'alibi per promuovere la
campagna a favore del " diritto di decidere" e dell'indipendenza
della Catalogna.
Al motto di " La Spagna ci deruba" e con il mantra di una Spagna
antiquata e irriformabile, le forze indipendentiste utilizzano tutti i mezzi propagandistici
di cui hanno il controllo, specialmente la televisione catalana, per manipolare
i dati fiscali e accusare lo Stato spagnolo di spoliazione fiscale della
Catalogna. Si parla di una cifra pari a 16 miliardi all'anno (8,5% del PIL
catalano). (Questa cifra è stata successivamente smentita dal Consigliere
economico del governo della Generalitat, Màs Collel, che la ridimensiona a
circa 3,3 miliardi, ovvero 1,5% del Pil catalano). Il messaggio alla società
catalana è il seguente: se la totalità della ricchezza generata in Catalogna si
distribuisse tra i suoi cittadini e non subisse la spoliazione fiscale dello
Stato spagnolo, il livello di benessere sociale in Catalogna sarebbe ben
superiore e raggiungerebbe i livelli più elevati dell'Unione europea.
L'omissione deliberata da parte del governo della
Generalitat e degli indipendentisti dei dati sulla bilancia commerciale ha
facilitato l'obiettivo di sedurre una parte della popolazione catalana non
indipendentista, convincendola che indipendenza della catalogna era la sola
soluzione per recuperare il perduto benessere sociale.
Tali dati in realtà ci dicono che sul mercato interstatale la Catalogna nel
2016 vantava nei confronti del resto della Comunità l'enorme avanzo di 17,5
miliardi di euro (8,6% del PIL catalano), e nei confronti del mercato estero,
Unione europea e mondiale, un disavanzo di 12,7 miliardi (2% del PIL catalano).
La società catalana nella sua maggioranza rifiuta i governi
conservatori e post franchisti del PP, che sta radicandosi nel solco della
propria storia: Guerra civile, governo di Aznar e suo appoggio alla guerra
imperialista in Iraq, lotta contro le autonomie, etc.
Questo sentimento di rifiuto è cresciuto a seguito delle brutali politiche
antisociali del governo di Mariano Rajoy, prima fra tutte la controriforma del
lavoro del 2012 (approvata con il voto favorevole di CiU, ex PDeCAT), che ha
distrutto più di 1 milione di posti di lavoro portando la cifra dei disoccupati
a 6 milioni.
Tale sentimento è stato strumentalizzato da Artur Mas e dal
suo governo sia per attutire gli effetti dei diversi scandali di corruzione (il
caso Pujol, quello del Palau de la Mùsica, la Commissione 3%) che minacciavano
di travolgerlo, sia per distrarre
dal malessere dei tagli sociali applicati dal governo della Generalitat: estraendo dal cilindro il "diritto
di decidere" ha ottenuto di sviare l'opinione pubblica da queste
criticità, per mobilitarla nella campagna per il diritto di decidere e l'indipendenza.
L'ipocrisia del governo di Artur Mas ha raggiunto livelli
difficili da superare, Mentre iniziava la campagna in difesa della sovranità di
Catalogna e per il " diritto di decidere " il suo gruppo parlamentare
al Congresso dei deputati votava a favore della Legge organica di stabilità, in
attuazione delle direttive UE, che conferiva allo Stato spagnolo poteri per
intervenire sui governi autonomi si nel caso di mancato adempimento degli
obiettivi di
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| la destra franchista-unionista.... |
deficit e debito assegnati, agevolando di fatto la ri-centralizzazione
dello Stato spagnolo.
L'impulso della Generalitat alla campagna indipendentista
con il concorso delle organizzazioni della società civile (ANC, Omnium, etc)
ottenne l'effetto desiderato: l'11 settembre 2012 la mobilitazione
indipendentista arrivò ad un livello di partecipazione storico. Secondo gli
organizzatori manifestarono 1,5 milioni di persone (600.00 secondo il governo.
In ogni caso fu il momento di auge dell'indipendentismo in Catalogna [11], la
cui grande capacità di mobilitazione continuerà nelle successive chiamate delle
Diada dell'11 settembre, , dal 2013 al 2016, così come nella consultazione
referendaria del 9 novembre 2014 dove votarono 1,8 milioni di persone a favore
dell'indipendenza (su 5,3 milioni di persone degli aventi diritto in
Catalogna).
4) Il
ruolo destabilizzante o disgregativo dell'Unione europea è fondamentale per
capire l'ascesa indipendentista in Catalogna, un fenomeno che non è
esclusivo dello Stato spagnolo, e il cui contagio minaccia di estendersi ad
altri paesi dell'Unione europea.
La rinuncia alla sovranità economica che la moneta unica
implicava, si aggiungeva alle concessioni realizzate in questa logica con
l'avvio del Trattato di Maastricht, il Trattato di Lisbona, il Patto Euro plus,
l'articolo 135 della costituzione spagnola, il trattato di stabilità. Questo
tradimento, la rinuncia o cessione di sovranità, ha goduto di un ampio consenso
e complicità tra le élite politiche dello Stato spagnolo e catalano: dal PP al
PSOE, passando per le organizzazioni del resto della destra e del centro nazionalista (CIU, PNV etc),
e con l'assenza di opposizione (salvo Izquierda Unida all'epoca in cui Julio
Anguita fu coordinatore generale, e altre marginali organizzazioni della
sinistra radicale e rivoluzionaria).
Questo vero e proprio "cartello" spiega il
silenzio di tutti costoro davanti al ruolo decisivo dell'Unione europea nella
gestione della crisi e l'imposizione delle ricette economiche che danno
priorità alla rimborso del debito ai paesi creditori, e di conseguenza la sua
riduzione ad ogni costo.
In questo contesto le forze indipendentiste poterono incolpare
esclusivamente lo Stato spagnolo del malessere sociale e della crisi economica.
Uno Stato che del resto non dispone di alcun potere per imporre all'interno della UE una politica
alternativa.
Il cinismo ipocrita delle forze di maggioranza e dell'indipendentismo
in Catalogna, coalizzate in Junt pel Si, si manifesta nella loro difesa di un
progetto di Stato sovrano catalano all'interno della Ue, poiché sanno
perfettamente che i trattati dell'Unione [12] lo rendono estremamente difficile
per non dire impossibile.
Ma anche se un miracolo lo rendesse possibile, il livello di
debito pubblico dell'amministrazione della Generalitat (che raggiunge la cifra
di 75 miliardi di euro, a cui bisognerebbe aggiungere la parte che le
corrisponderebbe del debito dello Stato spagnolo, più la parte del debito
esterno (privato e pubblico) che arriva quasi 2 miliardi di euro) impedirà alla Catalogna - nel caso continuasse
all'interno della Ue come sostiene a oltranza Junt pel Si - di attuare come uno
Stato sovrano indipendente, essendo obbligato ad applicare le politiche dettate
da Bruxelles e Berlino se non vuole conoscere le pressioni e i ricatti subiti
dalla Grecia.
In questo scenario, determinati settori della sinistra radicale hanno
idealizzato il conflitto nazionale atraendolo dal quadro di condizionamento
della Ue, e si illudono che si tratti di un'opportunità per scatenare un
processo di trasformazione rivoluzionaria che superi il capitalismo. In
quest'ottica, non tengono conto del fatto che l'egemonia politica del movimento
indipendentista è detenuta da partiti e organizzazioni che difendono il
capitalismo o non lo mettono apertamente in discussione (salvo la minoritaria
CUP), e che i settori popolari mobilitati sono fondamentalmente la piccola
borghesia urbana e rurale, classi medie, eccetera. La maggioranza della classe
lavoratrice si mantiene distante e non si lascerà utilizzare come carne da
cannone nell'avventura indipendentista, essa mantiene la memoria viva delle
politiche di tagli sociali e appoggio alla controriforma del lavoro del CIU,
ora PDeCat, che hanno provocato l'aumento scandaloso delle disuguaglianze.
Inoltre, una parte importante della società catalana teme
con ragione che in una società tanto integrata economicamente come quella
spagnola, come dimostrano le relazioni commerciali tra Catalogna e lo Stato
spagnolo, l'indipendenza comporterebbe gravi
conseguenze sul benessere generale
e in particolare sul quello della classe lavoratrice e dei settori più
vulnerabili. Non si tratta unicamente delle prevedibili misure di protezione
del mercato spagnolo rispetto alle " esportazioni " della Catalogna,
in assenza della necessaria redistribuzione fiscale della ricchezza per il
riequilibrio dell'economia. La questione più semplice: il resto dello Stato
spagnolo non potrà comprare prodotti catalani perché non disporrà di risorse
sufficienti, e se lo facesse sarà a prezzo di un grave indebitamento che non
potrà mantenersi indefinitamente nel tempo. Senza contare gli effetti
devastanti che ciò comporterebbe sui debiti rispettivi e sulla credibilità dei
mercati.
Ci sono alternative
alla prevedibile disfatta indipendentista e alla frustrazione che ne risulterà?
In una situazione di conflitto di poteri che prefigura lo
scontro frontale, il vantaggio è per la parte che gode di maggior forza e
controllo dello Stato: istituzioni rappresentative, Corte costituzionale, forze
di sicurezza, appoggio della maggioranza della popolazione spagnola sul tema
del conflitto, appoggio internazionale, particolarmente della Ue che non
rischierà di legittimare un processo che può contaminare altri Stati membri.
In questa prospettiva, l'esito del conflitto è favorevole al
governo dello Stato spagnolo. Il governo della Generalitat e le forze
indipendentiste si accingono al conflitto in una società divisa, dove la
maggioranza si posiziona contro l'indipendenza, ma dove la parte che scommette
per l'indipendenza è iper-mobilitata.
Nel parlamento l'opzione indipendentista può far valere il
voto maggioritario dei gruppi parlamentari, (Junts pel Si e CUP detengono 72
seggi su 135) tuttavia questa aritmetica parlamentare, che trae vantaggio della
legge elettorale non strettamente proporzionale, non rispecchia fedelmente la
realtà sociale, che in gran maggioranza ha appoggiato opzioni non
indipendentiste [14].
L'apprendista stregone Artur Mas, bocciato dalla CUP [15],
deve constatare insieme alla direzione del PDeCAT che la sua base elettorale va
frantumandosi e restringendosi verso l'irrilevanza, mentre ERC trae vantaggio e
la sorpassa, come gli ultimi sondaggi manifestano.
Dall'altra parte, il PP cerca di capitalizzare la possibile
reazione della società spagnola contro l'indipendenza presentandosi come
baluardo della difesa dell'unità spagnola, quando in realtà l'immobilismo del
PP e di Mariano Rajoy è il principale stimolo all'indipendentismo.
Tuttavia gli evidenti rischi che esistono intorno all'esito
del conflitto non lasciano prevedere una vittoria piena e duratura per la
destra spagnola le forze centraliste.
L'usura del PP continuerà come conseguenza degli episodi di
corruzione e di un miglioramento economico di cui non beneficia la maggioranza
sociale, che continua a subire un'elevata disoccupazione, un enorme precarietà
e povertà lavorativa come risultato della sistematica svalutazione salariale.
La prevedibile crisi politica provocata dal conflitto finirà
presto col rigirarsi contro il PP, dando impulso a un processo che culminerà
con una mozione di sfiducia il cui successo porterebbe alla convocazione di
nuove elezioni generale (in questa occasione i deputati del PDeCAT al congresso
dovrebbero votare a favore…) offrendo quindi l'opportunità di un cambio di
governo che releghi il PP all'opposizione.
Ma il vittimismo che produrrà nella società catalana la
proibizione del referendum [la Corte Costituzionale spagnola lo ha sospeso
a titolo cautelativo, con delibera del 7/9 - NdT] continuerà ad
alimentare la volontà di una parte della cittadinanza di proseguire la lotta
per l'indipendenza.
Senza sovranità
economica l'indipendenza è pura finzione
Indipendentismo catalano prosegue il suo cammino verso
l'incoerenza alla frustrazione. Nella recente proposta di legge di
"Transitorietà giuridica e fondativa della Repubblica" [16],
presentata insieme da PDeCAT, ERC e CUP, l'articolo 13 del "regime
giuridico della continuità" si stabilisce che "le leggi organiche dello Statuto
di autonomia e della Costituzione spagnola vigenti al momento dell'entrata in
vigore della presente legge, assumono rango di legge ordinaria se non sono
state incorporate nella presente legge
e purché non la contravvengano".
Ci si chiede allora perché non si rifiuta esplicitamente la legge organica di
stabilità o l'articolo 135 della Costituzione spagnola.
La risposta implicita questo viene dall'articolo 14 che ha come titolo "Continuità del
diritto dell'Unione europea". L'articolo stabilisce:
1) Le norme dell'Unione europea vigenti in Catalogna al
momento dell'entrata in vigore della presente legge continueranno ad applicarsi
per gli obblighi che riguardano le istituzioni catalana e di quelli che si
applicano nel territorio catalano da parte delle istituzioni
dell'amministrazione centrale dello Stato spagnolo, nelle stesse condizioni
stabilite dal diritto dell'Unione europea.
2) le norme dell'Unione europea che entrino in vigore
posteriormente all'entrata in vigore della presente legge si integreranno
automaticamente nell'ordinamento giuridico della Catalogna, per quanto riguarda
gli obblighi che siano di applicazione in Catalogna, nelle stesse condizioni
stabilite dal diritto dell'Unione europea.
Siamo davanti a una confessione di servilismo nei confronti
della Ue e delle sue istituzioni, di rinuncia alla sovranità economica. Gli
indipendentisti di Catalogna sono bravi ragazzi e la Signora Merkel non tema:
continueranno ad applicare le politiche di tagli sociali necessarie per
raggiungere gli obiettivi di deficit pubblico e garantire la restituzione del
debito.
Davanti a questa situazione la sinistra rivoluzionaria
socialista, sovranista e internazionalista, difende una strategia realistica e
onesta.
Onesta, perché è cosciente del tradimento, della rinuncia e perdita di
sovranità, tanto della Spagna come della Catalogna, nel contesto dell'attuale
Unione Europea.
Realistica, perché consapevole che per risolvere in modo soddisfacente e democratico
il conflitto tra Catalogna e Spagna, è necessario costruire una forza politico-sociale
superiore a quella che possiedono le destre e il centralismo spagnolo.
Il buon senso consiglia di non andare a scontrarci in un referendum
che non garantisce le minime condizioni di dibattito democratico su tutte le alternative, come dimostra
da tempo l'esclusione sistematica - nei media controllati o influenzati dal
governo della Generalitat -
dell'opinione alternativa rappresentata dal federalismo di libera adesione. Con regole del gioco imposte
senza dialogo né consenso, la partecipazione al referendum con il voto No sarà
strumentalizzata dall'indipendentismo per legittimare tale referendum e la relativa
dichiarazione unilaterale di indipendenza, dato il suo carattere vincolante.
Si tratterebbe in realtà di fare il gioco degli obiettivi politici reali di ERC
e PDeCAT, quali presto si manifesteranno.
Come alternativa a questo scenario di ipocrisia, truffa
politica, frustrazione e impotenza, bisogna creare un'alleanza dei popoli dello
Stato spagnolo, che permetta recuperare la sovranità economica e politica per
realizzare la democrazia, sviluppare politiche di superamento della crisi,
recuperare i diritti sociali e del lavoro eliminati superando le leggi
ingiuste.
Per tutto ciò è necessario rompere con l'Unione europea e
l'euro.
Questo processo implica prima poi l'apertura di un processo
costituente, la rottura con il regime monarchico e l'elaborazione di una
Costituzione federale di libera adesione, che riconosca il diritto di autodeterminazione
dei popoli. In questo modo si creeranno le condizioni di fratellanza e dialogo
che faciliteranno la collocazione delle diverse nazioni presenti in Spagna in
un progetto comune liberamente condiviso.
Parallelamente dobbiamo andare avanti nella costruzione di
un progetto di collaborazione con altri paesi dell'Unione europea, specialmente
quelli del sud, basato sull'uguaglianza, la giustizia, la solidarietà.
Tuttavia dietro il conflitto che si aprirà tra i governi di
Catalogna e Spagna, che coinvolgono importanti settori del popolo, esiste un ampia zona di incognite e
imprevedibilità.
* Traduzione di Mauro Poggi
Note
[1] Al Convegno, oltre a DIOSDADO TOLEDANO, Spagna
(Socialismo XXI), hanno partecipato per la parte internazionale:
INGE HOEGER, Germania (Die Linke)
KUNLE OLULODE, Gran Bretagna (Invoke Democracy
GABRIEL AMARD e CHRISTIAN RODRIGUEZ, Francia (France Insoumise)
DIMITRIS MITROPOULOS, Grecia (Unità Popolare)
[2] Il progetto "Legge del referendum di autodeterminazione", al
Titolo III, art articolo quattro 4 comma 3, stabilisce "il risultato del
referendum avrà carattere vincolante". Il seguente comma quattro: "se
il conteggio dei voti validamente messi da come risultato che ci sono più Sì
che No, ciò implica l'indipendenza della Catalogna. A tale effetto il Parlamento
catalano entro il due giorni seguenti la proclamazione dei risultati celebrerà
una sessione ordinaria per effettuare la dichiarazione formale di indipendenza
della Catalogna, i suoi effetti e stabilire l'inizio del processo
costituente".
Si veda: http://www.elperiodico.com/es/politica/20170704/ley-referendum-cataluna-pdf-6147161
[3] Il titolo VII il nuovo Statuto di Autonomia della Catalogna relativa alla
riforma eventuale dello Statuto stesso, stabilisce negli articoli 222 e 223, comma b), la necessità del voto
favorevole dei due terzi del Parlamento per approvare tale riforma. Il
carattere straordinario della decisione di convocare un referendum vincolante
che in caso di vittoria del Sì dichiarasse l'indipendenza, è una deroga allo
Statuto, e come tale andrebbe democraticamente soggetta alle procedure
stabilite.
[4] http://www.elperiodico.com/es/politica/20170330/encuesta-independencia-cataluna-ceo-marzo-2017-5936855
[5] https://es.wikipedia.org/wiki/Independentismo_catal%C3%A1n


[6] http://www.elmundo.es/especiales/2006/06/estatuto-catalan/resultados/globales/09/
[7] https://politica.elpais.com/politica/2011/05/27/actualidad/1306489864_137130.html
[8] https://politica.elpais.com/politica/2011/05/27/actualidad/1306489864_137130.html
[9]https://www.infolibre.es/noticias/opinion/2015/09/06/las_cuentas_los_cuentos_independencia_37329_1023.html
[10] http://www.c-intereg.es/informe_trimestral_cintereg_07_2017.pdf
[11] Vedere grafico:
[12] Art 49 Trattato di Lisbona, procedimento di adesione
alla UE di nuovi stati membri.
http://www.europarl.europa.eu/atyourservice/es/displayFtu.html?ftuId=FTU_6.5.1.html
[13] http://blogs.publico.es/vicenc-navarro/2017/06/30/el-mayor-problema-que-tiene-hoy-catalunya-del-cual-no-se-habla-la-crisis-social/
[14] Vedere risultato ultime elezioni Generalitat Catalogna, 27/09/2015:
[15] CUP
è un'organizzazione indipendentista di sinistra radicale che appoggia l'attuale
Governa della Generalitat, garantendogli stabilità in cambio dell'impegno a
mantenere la sua politica indipendentista. Ha contribuito all'approvazione
della legge finanziaria antisociale del 2017.
[16] http://www.elnacional.cat/es/politica/documento-texto-integro-ley-transitoriedad-juridica-fundacional-republica_186198_102.html