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mercoledì 20 luglio 2016

TURCHIA: CHI NON AMA ERDOGAN? di Fausto Sorini

[ 20 luglio ]

Non disponiamo ancora di informazioni sufficienti per una valutazione compiuta, un po’ di cautela è d’obbligo, ma proviamo egualmente ad orientarci in questo ginepraio, evitando almeno le interpretazioni più semplicistiche, propagandistiche o manichee.

Non si tratta certo di uno scontro tra il bene e il male, tra democratici e dittatori, progressisti e conservatori, ma di un crocevia in cui si mescolano - sul piano nazionale - il contrasto tra un centro di potere storicamente laico (l’esercito) ed uno islamico (Erdogan) che vuole il suo spazio anche nelle forze armate. Ma dove tale contraddizione si intreccia con contrasti di politiche estere e di collocazione geopolitica, nell’ambito di una competizione globale e regionale di natura inter-imperialistica in cui la Turchia sta cercando di emergere come potenza regionale.

L’esercito turco (500.000 uomini: il secondo per numero tra i Paesi Nato) è storicamente il garante dell’unità nazionale e della sua laicità, ma soprattutto è il più importante bastione militare Usa e atlantico in una regione strategica decisiva per gli equilibri mondiali e regionali del vicino oriente, a cavallo tra Europa e Asia, nel cuore dei conflitti mediorientali (ricordate che a scuola studiavamo “la questione d’Oriente”, uno dei capitoli di storia più ostici..).


Ma ormai da diversi anni la Turchia è cresciuta anche come polo imperialista regionale, aspirante ad una maggiore autonomia dall’imperialismo Usa. E ciò nell’ambito di un polo imperialista di matrice islamica in cui si ritrovano Paesi ricchi e potenti come l’Arabia Saudita, il Qatar e lo stesso movimento politico di cui Erdogan è espressione : ieri appendici subalterne dell’imperialismo Usa, oggi aspiranti ad un protagonismo sempre più autonomo nella competizione inter-imperialistica. Un polo islamico che si è dato anche uno strumento diretto di guerra, di conquista e di destabilizzazione politico-militare come l’ISIS.

Tutto ciò, e scusate se è poco, si intreccia oggi con la politica di interventismo politico e militare della Nato e soprattutto degli Usa (ma anche di Israele) volta a contrastare l’influenza russa e cinese nella regione; e quindi anche l’influenza di quei Paesi o movimenti che in qualche misura sono parte del sistema di alleanze di Russia e Cina nella regione. La guerra ieri contro l’Iraq e la Libia, oggi il contrasto con l’Iran, con l’Egitto del generale Al Sisi e soprattutto la guerra contro la Siria, ed anche la “copertura” data all’ISIS (per non parlare dello storico sostegno a Israele) sono espressioni di questa geo-politica dell’imperialismo americano nella regione: una delle regioni chiave del mondo che potrebbe essere uno dei classici detonatori di una Terza guerra mondiale che in verità già si combatte “a pezzetti”.

Ma questo protagonismo interventista degli Usa e della Nato nella regione va letto alla luce dello scontro trasversale tra due linee che oggi attraversa questo campo imperialista atlantico (Usa, Ue, Oceania, Giappone).

In esso si confrontano la linea dei settori più oltranzisti dell’imperialismo americano (che gode di importanti sostegni, oltre che in Israele, in Giappone, in Oceania; assai meno in Europa) e che non esclude scenari di guerra aperta e ravvicinata a grandi potenze nucleari come Russia e Cina (considerati i principali e più pericolosi nemici); ed una linea invece che punta a dividerli e disgregarli con una strategia più avvolgente.


Non si tratta certo di un confronto tra guerrafondai e pacifisti (non scherziamo!), ma tra chi ritiene che si debba procedere in fretta ad una resa dei conti militare, e chi invece (come ad es. Kissinger o Brzezinski), pur ritenendo imprescindibile la carta del rafforzamento militare e delle guerre locali, ritiene che in primo luogo si debba operare per dividere Russia e Cina, non affrontarle insieme né spingerle ad una crescente alleanza strategica; bensì cerca di indebolirle economicamente e politicamente, tentando di destabilizzarle al loro interno e nel loro sistema di alleanze. Ovvero: indebolire e dividere i Brics, e poi affrontarli uno ad uno. Senza rifiutare a priori anche momenti e ipotesi di accordi di cooperazione con essi, con adeguate contropartite, (“il patto con l’Asia” di cui parla Brzezinski) che possano anche servire a dare fiato e sbocchi all’economa americana.

La linea più oltranzista si avvale anche di coperture e sostegni diretti o indiretti all’ISIS e ad una strategia della tensione internazionale che è all’origine dell’ondata terroristica che da alcuni anni sta colpendo con sistematica continuità tutti i maggiori paesi della Nato (o i loro cittadini all’estero, come è stato a Dacca, in Bangladesh); e che è volta a creare nell’opinione pubblica dei nostri Paesi un clima di guerra e di predisposizione ad una “guerra di civiltà” che ci “protegga” dai nuovi “barbari”.

Ebbene, tornando alla Turchia: non credo si possa escludere (ma lo dico con tutte le cautele del caso) che Erdogan si sia spinto troppo avanti nel suo sostegno all’Isis e nella sua aggressività anche militare anti-russa nella guerra in Siria (l’abbattimento dell’areo russo sul confine della Turchia), fino al punto da scontentare e preoccupare quei settori dell’amministrazione Obama-Kerry che non vogliono una escalation anti russa oltre un certo limite, e che con Putin stanno trattando una soluzione politica della questione Siria (e anche Ucraina), in sintonia con la diplomazia Ue (soprattutto franco-tedesca). Il tentativo di golpe anti-Erdogan - a mio modesto parere - potrebbe anche essere anche un avvertimento (per ora solo un avvertimento, non una soluzione finale) venuto da oltre oceano al leader turco a non esagerare nella sua strategia di destabilizzazione regionale, per riportarlo a strategie più concordate. Ma anche l’espressione di una scontro di linee nell’ambito della Nato e degli Usa, tra ambienti che assegnano ruoli diversi (più o meno destabilizzanti) alla Turchia nell’attuale competizione globale.

Il repentino e inatteso riavvicinamento a Mosca di Erdogan e le scuse clamorose e contrite rivolte dal premier turco alla Russia di Putin per l’abbattimento del suo aereo (scuse negate sdegnosamente fino al giorno prima) - riavvicinamento avvenuto pochi giorni prima del tentato golpe - potrebbe essere il segno della percezione da parte di Erdogan di un pericolo imminente per la sua leadership, proveniente dall’interno del campo atlantico di cui la Turchia fa parte, e al tempo stesso un gesto di spregiudicatezza tattica in politica estera (cui paesi come la Turchia, ma anche Israele, non sono nuovi rispetto alle direttive Usa) che avrebbe irritato e preoccupato Washington. La quale, tramite i suoi agganci influenti con l’esercito turco (o con alcuni suoi settori) avrebbe deciso di dare un avvertimento, non per defenestrarlo, ma per riportarlo a più miti consigli e ad una strategia più concordata e meno destabilizzante.

Mi pare evidente - provo a dirlo così - che la geopolitica non oltranzista di un segretario di Stato Usa come John Kerry non gradisca un Erdogan troppo destabilizzante, che il lunedì sfiora la guerra con la Russia (trascinandovi la Nato) e il martedì corre a Mosca a inginocchiarsi e chiedere scusa.

Più che un golpe fallito, quello dei giorni scorsi sembra un avvertimento ad Erdogan per riportarlo nei ranghi e anche per dirgli: piantala di fare troppo casino perché la prossima volta ti facciamo fuori.

Ma chi ci dice che il prossimo presidente Usa (la guerrafondaia Hilary?) seguirebbe la stessa linea? Lo capiremo meglio, presto. Ma non mi sorprenderei se emergessero dei retroscena del tutto inattesi del fallito golpe contro Erdogan, ed uno scenario di scontro politico all’interno del potere Usa sulla gestione della vicenda: anche perché, se Erdogan rientra nei ranghi, la tesi per cui il fallito golpe lo ha rafforzato e oggi Erdogan è più forte di prima, è vera solo a metà. Forse il golpe doveva servire semplicemente a disciplinarlo. Almeno per ora.


* Fonte: MARX XXI

sabato 16 luglio 2016

TURCHIA: PROVE DI GUERRA CIVILE di Campo Antimperialista

[ 16 luglio ]

Sottovalutare le masse, il ruolo che esse possono svolgere nei momenti cruciali della storia di un paese, è l’errore più frequente delle élite abituate ad occupare alte posizioni di potere. 

Non fosse stato per la grande sollevazione popolare in difesa di Erdogan, i golpisti turchi avrebbero avuto la meglio, come la ebbe al-Sisi in Egitto nel luglio 2013.

Ed è stato certamente quello di al-Sisi l’esempio che i golpisti turchi hanno voluto imitare. Essi avevano messo nel conto l’opposizione degli apparati di sicurezza dello Stato fedeli al partito ed al regime di Erdogan e, per averla vinta, è sulla mobilitazione popolare pro-colpo di stato, in nome della “democrazia” e della fine dell’egemonia islamista che facevano affidamento. Hanno invece suscitato una reazione contraria.

E se il tentato golpe non ha scatenato la guerra civile tra opposti schieramenti ciò è la prova dell’ampio consenso di cui Erdogan gode, malgrado tutte le sue malefatte ed i pesanti rovesci in politica estera — il totale fallimento del suo espansionismo neo-ottomano in Medio oriente.

Non sappiamo, e forse non sapremo mai, se i golpisti avessero avuto sottobanco il lasciapassare della Casa Bianca, certamente infastidita dal protagonismo regionale di Erdogan. Che Washinton abbia condannato il fallito golpe è infatti un atto dovuto e non dissipa i dubbi.

Tra i fattori che hanno spinto pezzi da novanta della casta militare a tentare il tutto per tutto quello geopolitico appare tuttavia secondario. Più importante ci sembra il fattore interno.

Sin dal giugno 1996, quando salì al potere il partito islamista conservatore di Necmettin Erbakan — padre politico di Erdogan — in Turchia c’è una specie di instabile dualismo di poteri: il governo islamista eletto da una parte ed il potente esercito dall’altra. Ed infatti nel febbraio del 1997 proprio i militari costrinsero alle dimissioni Erbakan sciogliendo con atto d’imperio il suo partito.

Chi pensava che l’avanzata islamica fosse stata neutralizzata si sbagliava. Fu proprio Erdogan, col suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) a riprendere il cammino di Erbakan, vincendo a man bassa tutte le tornate elettorali dal 2002 in poi.

Grazie al sistema fortemente presidenzialista instaurato proprio dai militari col loro sanguinoso golpe del 1980, Erdogan governa con pugno di ferro ed ha perseguito una implacabile politica di epurazione dei vertici militari, mandando in prigione generali e colonnelli di fede kemalista e atlantista e sostituendoli con gerarchi di sua fiducia.

La ragione per cui i golpisti che hanno tentato di rovesciare Erdogan non hanno suscitato l’appoggio delle masse è evidente: in pochi hanno, giustamente, creduto che i generali kemalisti siano scesi in campo per “ripristinare la democrazia”. Il ricordo dei loro crimini è ancora fresco tra i turchi. Essi hanno tentato il colpo di forza per tutelare gli interessi della loro casta e per riconsegnare all’Esercito il suo ruolo dominante.

Nella lotta tra bande all’interno del regime, quella di Erdogan ha avuto di nuovo la meglio. Non c’è né da esecrare né da esultare.

Un fatto è certo: la vittoria del blocco guidato da Erdogan, per quanto eclatante, non fa della Turchia un paese stabile. Resta una polveriera profondamente divisa da fattori nazionali, sociali e religiosi, la cui esplosività è stata accentuata proprio dalle smanie di egemonismo regionale di Erdogan, in particolare dal suo ruolo attivo nel fomentare la guerra civile in Siria.

Il tentato golpe è la spia che in Turchia v’è una situazione di guerra civile latente che, prima o poi, diverrà conclamata, con ripercussioni enormi non solo in Medio oriente, ma anche in Caucaso e forse oltre.

sabato 14 febbraio 2015

L'ULTIMA CHIAMATA

[ 14 febbraio ]

GLI AVENTINIANI, IL ROTTAMATORE (DELLA COSTITUZIONE) E LA TERZA REPUBBLICA CHE PRENDE FORMA

Mentre i barbari capeggiati da Metto Renzi sferrano un nuovo e decisivo assalto alla Costituzione e all'ordinamento parlamentare e repubblicano, colui che dovrebbe esserne il difensore, Matterella-Ponzio-Pilato, tace inerme, fa anzi da palo agli scassinatori. L'avevamo detto, non siamo stupiti. 

Mattarella ha trovato il tempo di esprimere il suo sdegno per la neonata morta in Sicilia, neanche una parola invece contro la procedura vergognosa ("seduta fiume") con cui gli scagnozzi di Renzi, la Boldrini in primis, hanno imposto al Parlamento di approvare in fretta e furia, come fosse un decreto qualsiasi, un vero e proprio nuovo ordinamento statuale. 

Con questa "riforma costituzionale" si passa infatti da un sistema parlamentare ad uno presidenzialistico, con l'assoluto predominio dell'esecutivo su quello legislativo. Nemmeno il piduista Licio Gelli —andatevi a vedere cos'era il Piano di rinascita democratica della P2— si era spinto tanto avanti come il piddino Renzi.

Fottendosene del voto di una Camera dimezzata Renzi ha detto: "alla fine la riforma sarà sottoposta a referendum e lì si vedrà".  Il "rottamatore" farà quindi ricorso al popolino per averla vinta: dopo il golpe, il plebiscito. Marx avrebbe chiamato questo modus operandi bonapartismo.

Ci vorrebbe una mobilitazione popolare generale per fermare Renzi. Dal basso non sorge invece alcun sussulto. I cittadini sembrano ormai assuefatti a tutto, e tutto sembrano sopportare. Nè dalle opposizioni viene un appello alla mobilitazione. L'hanno chiamato "Aventino". Siamo in effetti davanti ad una sua versione grottesca. Come gli aventiniani di ieri anche quelli di oggi faranno una brutta fine. Chiusi nella loro gabbia istituzionale, incapaci di osare, resteranno schiacciati sotto gli stivali di Renzi. 

Lasciamo stare Forza Italia e Lega Nord. M5S, Sinistra Pd, Sel: per costoro che si dicono democratici e che oggi mettono in mostra tutta la loro impotenza, questa è l'ultima chiamata. Non si risolleveranno da questa sconfitta. Nuove forze necessariamente dovranno sorgere sulle loro ceneri.


mercoledì 8 ottobre 2014

FUORI DALLA GRAZIA DI DIO di Sollevazione

8 ottobre. LA TROIKA IN AGGUATO VUOLE DRASTICI TAGLI ALLE PENSIONI. RENZI TRA SCILLA E CARIDDI.

 Il voto con cui Renzi ha obbligato il Senato a votare la fiducia al suo governo, non è solo un ricatto verso la sua fronda interna ("o votate sì o si va alle urne"). 


E' gravissimo che la fiducia sia stata posta su una delega in bianco al governo, senza sapere esattamente né cosa esattamente conterrà il Jobs Act, né quali saranno le coperture. Ed è altrettanto grave non solo che il Presidente Grasso abbia chiuso tutti e due gli occhi, ma che il Presidente Napolitano, che un giorno sì a l'altro pure entra a gamba tesa nella vita delle Camere, sia restato silente davanti a quello che è, a tutti gli effetti, l'ennesimo strappo con cui l'Esecutivo si mette sotto i piedi il Parlamento.

VOTI DI FIDUCIA: IL GOVERNO RENZI BATTE OGNI RECORD
- Governo Prodi 1996 – 9,1%
- Governo D’Alema 1998 = 2%
- Governo D’Alema 1999 = 1,3%
- Governo Amato 2000 = 0
- Governo Berlusconi 2001 = 5,6%
- Governo Berlusconi 2005 = 15%
- Governo Prodi 2006 = 34%
- Governo Berlusconi 2008 = 16,4%
- Governo Monti 2011 = 45,1%
- Governo letta 2013 = 24,3%
- Governo Renzi 2014 = 75%

Scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera di oggi: «Renzi commissaria il Parlamento per evitare che la troika commissari l’Italia». Una verità dentro una bugia. Furbescamente Verderami fornisce a Renzi un prezioso alibi, per cui l'atto d'imperio di Renzi sarebbe il male minore, che si sarebbe reso necessario per evitare un male peggiore. E questo è falso. Che la troika sia in agguato è vero, ma non sta dietro l'uscio e non è detto che in Italia possa riuscire lo stesso crimine consumato contro il popolo greco. La verità è che Renzi ha compiuto un abuso di potere per dare un contentino alla Merkel in occasione del summit dei capi di governo europei che si sta svolgendo a Milano.

Allora diciamola tutta caro Verderami, il Parlamento è stato commissariato per procura, ove la Merkel è il commissario e Renzi il suo agente mandatario.

Se è così diciamo che la troika, attraverso Renzi, ha già messo un piede in Italia. Come ha scritto Piemme l'altro ieri riguardo all'abolizione de facto dell'Art.18:
«Se Renzi procede addirittura con la fiducia al governo sul Jobs Act, piegando non solo i piddini recalcitranti ma mettendosi Parlamento sotto i suoi scarponi (e umiliando i sindacati), è perché vuole, in vista del summit europeo di Milano che si volgerà mercoledì prossimo, offrire ai cani da guardia dell'euro, il sacrificio dell'Art.18, ovvero mostrare che l'Italia sarà il paese europeo con la più selvaggia flessibilità liberista del mercato del lavoro, ovvero non solo lo scalpo ma il corpo stesso della classe proletaria, che sarà nella piena disponibilità del sadismo capitalistico».
Guarda caso proprio oggi Kenneth Kang, a capo della missione Fmi per l’Italia, parla di "futuro fosco" e dice dove Lorsignori vogliono andare a parare: 
«E' necessario cambiare passo a suo di riforme strutturali per evitare conseguenze gravi nei prossimi anni. Per crescere l’Italia  ha bisogno di ridurre le tasse sul lavoro, fare investimenti pubblici, rendere la spending review parte integrante del bilancio». Inoltre, ha rilevato, in Italia la spesa pensionistica è troppo alta, dunque «una riduzione della spesa pubblica non può non passare da una revisione della spesa pensionistica».
Al Fmi fanno eco la Bce e Mario Draghi, che non perdono occasione per chiedere le stesse
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it
cose, ovvero nuove dosi di politiche neoliberiste.

Che il rito sacrificale dell'Art.18 sia sufficiente a placare gli appetiti dei vampiri e dei cani da guardia dell'euro, è dubbio. Con questi predatori vale la massima: "dagli un dito e ti prenderanno tutto il braccio".

Ammesso e non concesso che la mossa sul'Art.18 serva a Renzi per avere dalla Merkel e dalla Commissione un semaforo verde alla sua "Finanziaria soft" e alla richiesta di deroga per il Fiscal compact, i nodi verranno preso al pettine. 

O Renzi accetterà di fare il boia, o i predatori lo toglieranno di mezzo. In tutti e due i casi morte certa e quindi addio ai suoi megalomanici sogni di gloria.




giovedì 30 gennaio 2014

LA "GHIGLIOTTINA" SARÀ PER VOI!

30 gennaio. Ci auguravamo ieri che i parlamentari Cinque Stelle tenessero duro. Così è stato. Quindi che dire? Ben fatto M5S!

La sarabanda avvenuta ieri in Parlamento ha una notevole importanza politica e simbolica. 

Contro un decreto truffaldino —un'ulteriore mutazione in senso liberista e privatistico della Banca d'Italia, nascosto dietro al paravento dell'abolizione dellla seconda rata Imu—, votato da Pd, Pdl, Ncd, Scelta civica ecc., per nome  e per conto dei vampiri delle banche d'affari, si sono opposti davvero solo i Deputati del M5S.

Indegna la pantomima dei Piddini i quali, inveendo contro i pentastellati, hanno intonato "Bella ciao", spellaggiati in ciò dai loro servi di bottega di Sel. Gravissima l'aggressione ai danni di Loredana Lupo da parte del montiano Stefano Dambruoso —il quale, figuratevi! è addirittura uno dei Questori della Camera e che prima di essere eletto era Sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano. Si dimetta da Questore se le regole hanno un senso!

Quel che la rivolta dei Parlamentari M5S denuncia è che è in atto uno scempio, uno supro autoritario, non solo delle regole parlamentari, ma pure della Costituzione, della democrazia.

E' gravissimo che la Presidente della camera, la sellina Laura Boldrini abbia troncato d'imperio ogni discussione e
contestazione passando alla votazione del decreto truffaldino usando la regola della cosiddetta "ghigliottina". Ce ne ricorderemo signora Boldrini, di lei e dei suoi compagni di merende di Sel, truppe cammellate al soldo del regime.

Scriviamo (ore 12:30) mentre in Parlamento lo scontro tra le forze di regime e i Cinque Stelle continua e al Senato è in corso una conferenza stampa dei Senatori M5S dove viene ufficializzata la sacrosanta richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Iniziativa sacrosanta! (Il testo dell'impeachment

Ieri, alludendo alla nuova legge elettorale proposta dal duo Renzi-Berlusconi scrivevamo:
«Il regime si sta blindando con una legge elettorale scandalosa. Come pensate di fermarlo?  Pensate davvero di difendere democrazia e Costituzione dall'assalto dei golpisti limitando la battaglia alle sceneggiate in Parlamento?»
Questa  è la questione decisiva giunti a questo punto.

Ci rincuora che diversi esponenti pentastellati abbiano detto ieri, e ripetuto oggi in Conferenza stampa: «Ora lo scontro si sposta nelle piazze».  Vedremo se M5S darà seguito a questa promessa; non è solo auspicabile, è un passo obbligato se si vuole davvero mandare a casa la banda di fuorilegge che ci governa.

Senza una Rivoluzione democratica, senza una sollevazione popolare, questo Paese non scamperà all'infasuto destino che le forze al potere stanno preparando.




lunedì 19 agosto 2013

EGITTO: AL MANIFESTO HANNO PERSO LA TESTA di Emmezeta

19 agosto. L'illuminante caso di Sherif El Sebaie

A Pechino il carro armato non sparò, al Cairo sì. Ma lo sdegno di ieri è pari solo all'indifferenza di oggi.


Ismailia, 16 agosto. Un uomo, un manifestante palesemente disarmato, si para davanti ad un carro armato. Pochi attimi e viene colpito a morte. C'è bisogno di commenti ad un immagine del genere? A leggere certi blog parrebbe di sì.

La follia islamofoba è forte. E qui qualcuno ha perso la testa. Anche, e forse soprattutto, a sinistra. Immagini che un tempo avrebbero provocato lo sdegno immediato, vengono oggi digerite come niente fosse. Anche perché siamo in Egitto, la vittima è un arabo e, peggio, un musulmano.

Cosa sarebbe successo se immagini simili fossero giunte da Teheran o da Istanbul? Nel 1989 una foto fece il giro del mondo. Proveniva da Pechino. Ma il giovane che si parò davanti ad un tank in Piazza Tien a Men non venne ucciso. Quello che, con identico coraggio, lo ha fatto oggi al Cairo sì.

I manifestanti islamici di questi giorni stanno subendo una repressione senza precedenti. E non c'è nessun bisogno di identificarsi con la Fratellanza Musulmana, tantomeno con Morsi, per capire che in questo momento stanno dalla parte del giusto. Di chi si batte contro un golpe che, in tutta evidenza, ha aperto la strada alla più feroce delle dittature.

Eppure anche quel che è evidente appare del tutto insufficiente a certuni. Ed abbiamo già detto che qualcuno, accecato dall'islamofobia, ha perso la testa. Prendiamo il caso di Sherif El Sebaie, egiziano trapiantato in Italia (proprio come Magdi Allam), noto anche per la sua collaborazione con il Manifesto.

Leggiamo sul suo blog, l'articolo: Egitto: è l'ora del Terrore. Un inno alla repressione, ai generali, alle stragi, che però ancora non bastano. Leggiamo il passaggio centrale:

«A fronte del piano degli islamisti che prevede, nella sua prima fase, la ricerca del martirio e il maggior numero possibile di vittime pur di muovere a compassione un Occidente boccalone innamorato dell'idea della democrazia che vince sempre e ovunque anche se sono i nazisti a beneficiarne, a fronte dei leader di una fratellanza che non esitano a sacrificare poveri innocenti indottrinati pur di ritornare sulle comode poltrone che qualcuno ha avuto la brillante idea di far provare loro per un anno, l'unico rimedio è dichiarare la legge marziale, e istituire tribunali speciali con condanne capitali immediatamente esecutive nei confronti di alcuni leader, in modo da costringere i rimanenti dal carcere a bloccare il piano eversivo che prevede di distruggere il paese nel caso non siano loro a governare. Ha funzionato negli anni 50 con i fratelli, negli anni 90 con i qaedisti, che poi sono i loro amichetti, giochi di ruolo (moderati vs estremisti) a parte.  E funzionerà ancora».  

Avete capito bene come ragionano certi commentatori di sinistra?
Ora, di fronte a simili mostruosità, vedremo se finalmente qualcuno si sveglierà dall'attuale torpore, o se invece si proseguirà con l'atteggiamento attuale. Solo allora sapremo se è solo qualche individuo ad aver perso la testa, o se questi individui sono invece l'avanguardia di uno smarrimento più generale di fronte alle cose del mondo. Certi silenzi non fanno ben sperare.

Per intanto, però, una cosa diciamola: in tanti hanno certamente perso la testa, ma non per questo ci fanno meno schifo.

sabato 20 aprile 2013

NAPOLITANO BIS? FERMIAMOLI! di Segreteria Mpl

20 aprile: ULTIM'ORA.

Ha ragione Beppe Grillo. Quattro gerarchi (Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti) si sono riuniti in camera caritatis e, per nome e per conto delle classi e dei poteri dominanti, hanno deciso di mettersi il Parlamento sotto i loro stivali, facendo dell'elezione del Presidente della Repubblica una farsa. 


Il regime bipolare, ferito a morte dal risultato elettorale di febbraio, si ricompatta, tentando il tutto per tutto per restare al potere e salvare, assieme a se stesso, il mostro dell'Unione europea.
 
Siamo al secondo golpe, dopo quello di cui proprio Napolitano fu regista nel novembre 2011 quando, ubbidendo agli euro-oligarchi, impose Monti come curatore fallimentare, stracciando ciò che resta della sovranità popolare e nazionale.

M5S ha chiamato alla protesta e alla mobilitazione generale, a partire da questa sera, 20 aprile, sotto Montecitorio.

Il Movimento Popolare di Liberazione ci sarà e si adoprerà affinche la protesta si estenda in tutta Italia.

La Segreteria nazionale del Mpl






domenica 29 luglio 2012

UN POPOLO GOVERNATO DA TRADITORI

L'antropologa Ida Magli
«Il golpe globalista che ha imposto Monti... 
e Berlusconi che l'aveva candidato»

Intervista ad Ida Magli*

D. Lei aveva predetto l'eurocrollo. Immaginava un crollo così repentino?

R. «Come lei sa è da tanti anni che lo vado dicendo. È del 1996 il mio primo libro contro l'Europa. Avevo tentato di convincere anche gli industriali che la moneta unica era una scelta suicida».

giovedì 29 marzo 2012

FERMIAMO IL GOLPISTA NAPOLITANO

Sulla salute giuridica del Presidente della repubblica

di Rodolfo Ricci*

E’ difficile comprendere il comportamento del Presidente della Repubblica Italiana,Giorgio Napolitano. “La figura del Presidente non si attacca mai, perché rappresenta l’unità della Nazione”: questo si insegnava nelle scuole della politica della prima Repubblica. A parte i casi, previsti dalla Costituzione, in cui sussistano evidenze di alto tradimento o di manifesta incapacità per i quali sono previste le procedure di impeachment oppure di necessaria sostituzione.

martedì 27 marzo 2012

FERMIAMO IL «REGIME CHANGE»!

CONTRO IL COLPO DI STATO PRESIDENZIALE
Appello per la richiesta di dimissioni del Presidente della Repubblica

«Siamo ad un tornante storico decisivo della storia del nostro paese. Sono a rischio non solo i diritti di cittadinanza della maggioranza del popolo, è in pericolo lo stesso ordinamento democratico della Repubblica.

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