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lunedì 2 dicembre 2019

DE PROFUNDIS di Emmezeta

[ lunedì 2 dicembre 2019 ]
La sinistra sinistrata ci riprova. 

Stavolta con un'assemblea più sconclusionata del solito. Finito anche il tempo dei rituali cortei d'inizio autunno, è ora quello della massima astrattezza condensata in un manifesto di fine stagione. 
«Unire le lotte. Contro un governo padronale. Contro le destre reazionarie. Assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione». 
Questo il testo di convocazione, firmato da Partito comunista dei lavoratori, Partito comunista italiano e Sinistra anticapitalista, con l'adesione di Potere al popolo e la presenza di Rifondazione comunista.
Lì per lì abbiamo pensato ad uno scherzo. Venendo da una generazione avvezza alla concreta analisi della realtà, questo manifesto ci è apparso surreale. Quasi un reperto degli anni Settanta del secolo scorso uscito da qualche soffitta della storia. Ma sfortunatamente così non è.

"Unire le lotte"? Giusto come sempre, ma quali lotte di grazia! Come si fa a non vedere lo stato di prostrazione diffuso tra i lavoratori delle principali vertenze in atto, dall'Ilva all'Alitalia? Uno scoraggiamento che non può stupire in assenza di una visione strategica più chiara, base essenziale da cui partire per indicare tanto gli obiettivi immediati, quanto un'alternativa di governo che per esser tale non potrà che incentrarsi sull'Italexit.

Definire come "padronale" l'attuale governo è giusto, ma del tutto insufficiente. Dopo la contraddittoria esperienza della maggioranza gialloverde, il Conte bis è innanzitutto il governo della restaurazione, quello dell'esibito signorsì ai padroni di Bruxelles. Possibile non vedere la centralità di questo aspetto? Evidentemente sì, visto che nel manifesto di tutto ciò non v'è traccia.

E non c'è parola alcuna neppure sul tema di maggiore attualità, quella riforma del Mes con la quale l'asse Carolingio che governa l'Ue vuol ingabbiare ancor di più il nostro Paese. Ma è mai possibile che comunisti di diverse tendenze e tradizioni riescano a ritrovarsi uniti solo per non dire nulla sui problemi decisivi dell'oggi?

C'è davvero da rimanere sconcertati. Poi ci si lamenta se la destra è forte, come se per batterla bastasse denunciarne la natura reazionaria.

Insomma, davanti alle sfide ed alle potenzialità del presente la sinistra sinistrata (che tale non è per mero accidente della storia) sa solo rispondere con un tardo-movimentismo in assenza di movimento. Peggio, con un totale vuoto pneumatico in quanto ad analisi, idee, programmi e proposte.

Intendiamoci, vista la deriva di questi anni nulla di stupefacente. Ma continua a sorprendere la pervicacia con la quale si persegue il percorso della propria autodistruzione, questa testardaggine a non voler imparare nulla dall'esperienza, questa riproposizione di schemi un po' troppo schematici, questo inarrestabile allontanarsi dal sentire delle classi popolari. 

In conclusione, ed in tutta franchezza, più che ad un tentativo di rilancio, l'assemblea dei sinistrati ci pare soltanto il mesto de profundis di chi rifiuta il primo atto che un tempo si chiedeva ai comunisti: quell'analisi concreta della situazione concreta di cui ormai oggi neppure i Ris saprebbero trovar traccia in certi manifesti. E de profundis sia.


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giovedì 15 agosto 2019

TUTTO IL POTERE A BAGNAI? NO, NO, A GIORGETTI di Emmezeta

[ giovedì 15 agosto 2019]


Sono tanti i commentatori che ancora si interrogano sul vero scopo della crisi voluta da Salvini. Elezioni subito ammazza tutti, dicono i fans. Volontà di scansare la responsabilità delle Legge di Bilancio, dicono maligni i cultori dell’austerità come medicina sociale. Semplice manovra per ottenere un rimpasto, secondo alcuni maldestri minimalisti.
La cosa migliore è dare allora la parola al diretto interessato. Il quale così chiarisce
«Quello a cui penso io? È un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia. Questo è quello che voglio e per cui lavoro». Accidenti, roba hard: «Tutto il potere a Giorgetti». 
Che audacia il Salvini!


Ma, come direbbe il redivivo di Rignano, Giorgetti chi?
Che sia l’ex sindaco di Cazzago Brabbia, cugino del banchiere Ponzellini, probabilmente interesserà a pochi. Che sia l’uomo dei potentati economici del Nord, quello che parla con Draghi ed inciucia con Mattarella qualcosa di più già ci dice del personaggio.

Ma Giorgetti è anche colui che stroncò sul nascere l’idea dei mini-Bot, dopo che il parlamento li aveva approvati. Più che stroncato, semplicemente deriso il suo ideatore:
«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i mini-Bot? Se si potessero fare, li farebbero tutti». 
Così liquidò la questione sulle pagine del Sole 24 Ore, facendo chiaramente intendere chi comanda nella Lega su certe cose.

Bene, oggi è su questo personaggio che dovrebbero riporre le speranze gli italiani, specie quelli che vorrebbero liberarsi dalle grinfie euriste? Secondo il Salvini-pensiero sì. 

In verità, l’intervista del leader della Lega al Corsera di ieri pare più che altro lo sproloquio di un pugile suonato, dove si legge perfino che: 
«Noi dialoghiamo con tutti quelli che la pensano come noi». 
Insomma, uno sforzo titanico. 

Nell’intervista Salvini insiste sull’assurdità di voler tagliare il numero dei parlamentari per poi andare al voto il giorno dopo. Non si può fare per ragioni costituzionali, ma chissenefrega. 

Quel che però più gli preme è l’attacco, in perfetto stile confindustriale, al Reddito di cittadinanza. 
«Sarà doveroso verificare il reddito di cittadinanza. Ci arrivano centinaia di segnalazioni, molte delle quali a me personalmente, da parte di imprenditori che quest’anno non riescono ad assumere i lavoratori che avevano l’anno scorso». 
Insomma, non ridete, Salvini sarebbe preoccupato dal lavoro in nero di chi fa piccoli lavoretti dopo aver incassato il "Reddito di Cittadinanza".

Tutti sanno che se il Reddito di cittadinanza non ha funzionato è per i troppi paletti che i vincoli di Bruxelles hanno imposto e che il governo Conte ha accettato. Per i leghisti invece il problema è opposto. In troppi — pensate un po’ — lo avrebbero avuto senza averne diritto: addirittura il 70% secondo il viceministro dell’Economia, il leghista Garavaglia. Davvero non c’è bisogno di alcun commento. 

Ma torniamo al salvatore Giorgetti, nelle parole di Salvini: 
«Io voglio fare una manovra importante e coraggiosa con una persona di cui si fida il mondo come Giorgetti». 
Il mondo, quale mondo? Quello della finanza e degli eurocrati evidentemente. Insomma, lo dico per certi sinceri sovranisti, l’uomo del miracolo salviniano sarebbe nientemeno che il grigio (anche nel senso di oscuro) Giorgetti, mica i Bagnai o i Borghi.

Il bello è che il Giorgetti è quello che ora va dicendo che Salvini ha sbagliato i tempi

Accidenti che macchina da guerra, quella della Lega! Capisco che ci sia ancora chi si illude che Salvini voglia uscire dall’euro, per intanto sarebbe già molto se uscisse da Twitter. 

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sabato 1 giugno 2019

LO SPUDORATO di Emmezeta

[ sabato 1 giugno 2019 ]



La cosa peggiore delle "Considerazioni finali" del governatore di Bankitalia è che non sono mai "finali". 

E, fra l'altro, non si capisce proprio il perché, dato che ogni anno il rituale discorso del 31 maggio è sempre uguale a se stesso: ci vuole più rigore, più "riforme" e — da qualche decennio — più Europa. 

Già, più Europa, proprio quel pittoresco nomignolo che a dispetto dei tanti sponsor paganti (Soros in primis) nelle urne proprio non funziona (3,1% e nessun eletto, giusto una settimana fa): chissà perché!

Anche stavolta il disco rotto di turno, al secolo Visco Ignazio, Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana (la dicitura è lunga, ma quella è) non ha voluto esser da meno. Del resto è pagato proprio per questo.

Il Visco ha così attaccato il "Decreto dignità", criticato preventivamente ogni ipotesi di politiche espansive, ricordato che la sterilizzazione degli aumenti dell'IVA dovrà avere equivalenti compensazioni. Insomma, il discorso di un cane da guardia.

Ma il massimo lo ha raggiunto alla fine, quando ha intonato il suo peana europeista:
«L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile», ha detto il governatore, aggiungendo poi questa frase ad effetto: «Saremmo stati più poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario».

Ah sì? E come si spiega allora che la crisi abbia colpito più forte proprio in Europa, più nell'UE che nel resto del continente, più nell'eurozona che negli altri paesi UE? Il bello è che Visco ha dovuto ammettere che il Pil «è ancora di oltre 4 punti percentuali inferiore ai valori del 2007, di 7 in termini pro capite». Ma, di grazia, dove eravamo in questi 12 anni di depressione, con due fasi di profonda recessione, se non nella mitica Unione europea, per il governatore garante di un «sentiero di sviluppo stabile»?

Prima di arrivare a queste spudorate conclusioni, Visco ha rammentato quello che sarebbe il male dell'Italia, quello di non aver fatto politiche sufficientemente austere, di non aver «completato il percorso di risanamento dei conti pubblici avviato negli anni Novanta». Ma se è proprio da quegli anni che l'Italia - unico paese al mondo - è costantemente in avanzo primario grazie a tagli, aumento delle tasse e sacrifici di ogni natura imposti alle classi popolari! Ed è anche, se non soprattutto, a causa di queste politiche che non si esce e (se continueranno) non si uscirà dalla crisi!

Casa vorrebbe il Visco?  Ancora più austerità, più tagli, dunque più disoccupazione, più precarietà, più povertà. Dunque, in effetti, più Europa, perché quello è il percorso tracciato per il nostro Paese dall'euro-germania. Altro che «sentiero di sviluppo stabile»!

Che Bankitalia sia un santuario, da abbattere, del potere neoliberale ed eurista non lo scopriamo oggi. Ma certe prediche sono lì a ricordarcelo. Senza dubbio la retribuzione del governatore include pure la più totale disonestà intellettuale, nonché lo spericolato esercizio della spudoratezza, ma che almeno lo spudorato venga chiamato per nome.


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domenica 10 marzo 2019

CAMBIARE AGENDA (basta TAV) di Emmezeta

[ 10 marzo 2019 ]
Non se ne può più. La recessione è ormai una certezza, i dati sui costi dell'euro sono spaventosi, quelli sull'andamento dei salari pure (e la Cgil se ne è accorta solo ora...), ma in Italia si discute del Tav. 
Dall'Europa arrivano minacce a raffica, il Paese rischia di essere costretto a nuove torture austeritarie, ma governo ed opposizione discutono del Tav, quasi fosse questo lo snodo decisivo per le future sorti.
Ma vi pare normale? Vi pare normale che un progetto che è lì da trent'anni perché non ha mai corrisposto ad un'esigenza vera, diventi all'improvviso il toccasana di cui c'è bisogno? La verità è che, lo si faccia oppure no, nulla di sostanziale davvero cambierà.

La verità è che sono le èlite euriste a scegliere l'agenda del dibattito pubblico. In questo senso [momentaneamente derubricata l'immigrazione, Ndr] il Tav è un'arma di distrazione di massa, un modo per far implodere il governo, un trucco per occultare i veri problemi.

In realtà il governo non cadrà su questo. Il carteggio che potete leggere qui, tra il governo italiano e la Telt (società incaricata di gestire la realizzazione della Lione-Torino) ci dice quale sia il nuovo compromesso. Domani la Telt emetterà i cosiddetti bandi, in realtà semplici "avis dé marchés" (cioè inviti a presentare candidature) come sottolinea in francese la società dalla sua sede parigina. Ma il governo, attraverso una lettera di Conte, ha fissato sulla carta alcuni paletti, riservandosi (senza oneri e senza accettare alcun vincolo giuridico) la decisione di ultima istanza. Paletti che la Telt ha esplicitamente accettato.

Non addentriamoci ora sui particolari di questo compromesso. Di certo i Cinque Stelle diranno di aver vinto e la Lega pure, mentre i giornaloni ci spiegheranno un'altra volta che si tratta di una vittoria di Salvini. A noi non pare che sia esattamente così. Il problema è che in parlamento i Cinque Stelle sono i soli contro il Tav.
Al momento possono solo frenare il progetto, non cancellarlo.
Questi sono i rapporti di forza reali, è così difficile capirlo?
Ma lasciamo perdere.

Quel che qui ci interessa è ben altro. Basta con il Tav!
Basta col farsi imporre l'agenda dall'avversario. 

Sia Salvini che Di Maio devono stare attenti. Il primo è certamente sotto la pressione dei capibastoni del nord, del tutto interni all'elitario "Partito del Pil", il cui scopo fondamentale è quello di riportare nelle stanze del governo gli uomini di sempre.
Il secondo fa bene a difendere le posizioni di M5S, ma sbaglierebbe ad aprire la crisi sul Tav. Altri sono i punti su cui arrivare eventualmente al redde rationem con la Lega, primo tra tutti il "regionalismo differenziato".

Bene o male, ma certamente assai meglio di quanto auspicavano i detrattori di ogni risma,  Quota 100 e Reddito di cittadinanza sono partiti. Non è poco, dato che si tratta dei due provvedimenti simbolo del cambiamento promesso. Misure insufficienti certo, ma misure importanti che vanno comunque nella giusta direzione. E' anche per occultare questi successi che le èlite hanno deciso che bisognava parlare del Tav.

Adesso però lo sguardo va rivolto più a nord, al prossimo scontro con l'oligarchia eurista. Lo scorso anno un compromesso è stato raggiunto, quest'anno scordiamocelo. E soprattutto togliamo di mezzo ogni illusione sui cambiamenti legati all'elezione del nuovo parlamento europeo.
L'Unione europea non funziona come uno stato democratico: non è uno Stato, tantomeno è democratica.
L'Unione europea è teoricamente un'unione di Stati, praticamente una gabbia antidemocratica a dominanza tedesca.

Il quadro che si preannuncia è dunque nitido: o il governo va verso la Caporetto di una resa totale, o lo scontro sarà inevitabile. Ma questa partita non si giocherà solo dopo le europee, solo con la Legge di bilancio. Essa inizierà a giocarsi con il DEF, che dovrà essere presentato già ad aprile, ma dipenderà da tanti fattori: primo tra tutti il coraggio di affrontare davvero la battaglia decisiva con Bruxelles, Berlino e Francoforte.

C'è o non c'é nel governo questo coraggio? Se non c'è, inutile parlare di Tav, che resterebbe solo da alzare la bandiera bianca. Se c'è, come ci auguriamo, è lì che va concentrata tutta l'attenzione, tutta la comunicazione, tutta la mobilitazione.
Altro che Tav!

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domenica 3 marzo 2019

BREXIT, FRUTTA E VERDURA di Emmezeta

[ 4 marzo 2019 ]

Non sanno più cosa inventarsi per denigrare la Brexit

Anziché preoccuparsi per i disastri causati dall'euro agli italiani - 4.325 miliardi (quattromilatrecentoventicinque) di Pil in meno a causa della moneta unica, secondo l'ultimo studio tedesco - la stampa del Belpaese è angosciata dalla Brexit.
Sul tema sono quasi tre anni che ne sentiamo di tutte: crollo dell'economia, dell'occupazione e della sterlina, fuga delle multinazionali, problemi per gli stranieri che lì lavorano. Addirittura code inenarrabili di Tir a Dover, difficoltà negli aeroporti e pure negli approvvigionamenti alimentari. Insomma, sembra quasi che fuori dalla UE nulla possa funzionare, come certo possono testimoniare gli svizzeri o i norvegesi...

Questa narrazione è assurda quanto universale, almeno in Europa. E ciò è normale nel regno della totale assurdità denominato appunto Unione Europea. Da qui la gara dei giornali del continente a chi la spara più grossa.

Ecco allora l'ultima della serie
«Con la Brexit verdura e frutta troppo care: previsti oltre 12mila infarti in più in 10 anni». 
Questo il serissimo titolo del Corriere della Sera, che riprende uno studio inglese, pubblicato su BMJ Open e diretto da un professore dell'Imperial College di Londra.

La cosa è talmente comica da non meritare troppe parole. E, leggendo tra le righe, gli stessi autori dello studio ammettono in buona sostanza l'aleatorietà degli scenari presi in esame. Ovviamente tutto si regge sull'ipotesi di un aumento dei prezzi, con relativa caduta dei consumi. Ma perché i prezzi di frutta e verdura dovrebbero aumentare? La Gran Bretagna importa l'84% della frutta ed il 43% della verdura consumata, ma nessuno a Londra ipotizza nuovi dazi doganali per le banane o le arance. E difatti non è su questo che si basa lo studio, bensì su ipotetici aumenti dei prezzi causati da non meglio precisate "verifiche relative all'origine" e dai "controlli delle norme tecniche". Come chiunque può capire, tutti problemi facilmente risolvibili con nuovi accordi commerciali una volta usciti dall'UE.

Ma qui lo scopo degli autori dello studio - che abbia ragione Lancet sul fatto che buona parte delle ricerche nel campo medico sono manipolate? - è ben diverso dalla tutela della salute. Il loro obiettivo, e quello dei mezzi di "informazione" che l'hanno rilanciato, è sempre il solito quando si parla di Brexit: instillare paura, paura ed ancora paura. Nient'altro sanno fanno fare ormai le cosiddette "élite".

Del resto la loro malafede è evidente. Sappiamo tutti come la qualità dell'alimentazione incida, e non poco, sulla salute delle persone. Bene, ma allora perché, anziché dedicarsi a strampalati calcoli sulla Brexit, non si spende qualche parola sul crollo dei salari, delle pensioni, della qualità della vita, imposto dal modello neoliberista? Perché non si parla della povertà diffusa che la religione del mercato ha portato in Gran Bretagna come in Italia? Che forse questi fenomeni non hanno peggiorato la qualità del cibo di milioni di persone?

Già, chissà perché di questo non parlano... Non sarà mica perché gli autori di certi studi, come i loro diffusori sui media, di quei milioni non fanno parte? Sta di fatto che lorsignori si preoccupano dei poveri solo per denigrare la Brexit, cioè per calpestare la volontà popolare del referendum del 2016.

Non sappiamo adesso come andranno le cose in vista dell'uscita dall'UE prevista per il 29 marzo. La politica britannica è confusa come mai accaduto finora. E pure i sostenitori della Brexit non stanno dando grande prova di se. Ma, con argomenti come quello di cui ci siamo occupati, possiamo davvero dire che le èlite europeiste siano ormai giunte alla frutta.

Che Brexit sia, finalmente!

domenica 10 febbraio 2019

CARNEVALE SINDACALE di Emmezeta

[ 10 febbraio 2019 ]
Confederali, Confindustria, piddini e... Senso Comune alla sfida del senso del ridicolo

Ieri a Roma, in perfetta sincronia con l'apertura del Carnevale di Viareggio, è andata in onda la più farsesca delle manifestazioni. L'erede designato dalla divertita compagna di merende del signore col loden, ha stabilito intanto un record: quello della prima manifestazione congiunta sindacati-Confindustria. Complimenti vivissimi a Maurizio Landini e compagnia. Nessuno avrebbe saputo fare meglio di lui!

Carnevale abbiamo detto, e allora ridiamoci su. Che dire del resto di chi ha accettato senza fiatare la Legge Fornero, la precarizzazione del lavoro, l'impoverimento generalizzato ed il tracollo dei salari, ed oggi protesta perché qualche centinaio di migliaia di lavoratori potrà andare finalmente in pensione, perché qualche milione di persone della fascia più povera avrà almeno uno straccio di reddito?

E' un mondo alla rovescia quello andato in onda ieri. Ed è un mondo finto. Cgil-Cisl-Uil cantano vittoria, anche se curiosamente si rifiutano di dare i numeri della partecipazione in piazza. E allora ve li diamo noi i numeri. Quelli veri, non quelli "drogati" delle manifestazioni italiane. Ad esser larghi 60mila persone. Qualche migliaio di funzionari sindacali più cinquantamila iscritti, per lo più - con tutto il rispetto - pensionati.

La mitica Furlan (Cisl) ha parlato dei 12 milioni di iscritti alla tre confederazioni. Bene 50mila su 12 milioni fa un manifestante su 240 iscritti, non proprio un successone. L'altro condottiero Barbagallo (Uil), un nome che riscalda i cuori ed infiamma le folle, ha annunciato che la "mobilitazione continuerà". Già, ma quale mobilitazione?

Più esattamente la domanda è: perché non si parla di sciopero? La risposta è semplice, perché gli scioperanti si conterebbero. E sarebbe un fallimento totale. Dalle notizie che abbiamo da diverse fabbriche, i sindacalisti recatisi lì a chiedere ai lavoratori di andare a Roma, se ne son tornati via con la coda tra le gambe. In qualche caso tra insulti e minacce di strappare le tessere. I lavoratori avranno mille dubbi, ma scemi non sono. E di manifestare contro un governo che qualcosa gli ha dato, facendosi guidare da chi non ha mosso un dito con i governi che gli prendevano tutto, proprio non ne han voluto sapere.

Dicono le cronache che la "sinistra" parlamentare fosse invece tutta lì al gran completo: Martina, Zingaretti, Nannincini, D'Alema, Calenda, Speranza, Cofferati, Fratoianni e perfino Fassina.

Quel che ha colpito di più è stato però il comunicato ufficiale di Senso Comune. Secondo questi nostri amici quella di ieri sarebbe stata una "mobilitazione sindacale... da salutare positivamente", una roba da far tornare i lavoratori ad "affacciarsi alla politica da protagonisti".

Dicono giustamente i sensocomunisti che "il sindacato stesso si è spesso appiattito su «governi amici»". Ora, invece, si lascia intendere, con Landini tutto potrebbe cambiare. Cambiamento? Certo, ma nel senso che i governanti amici di ieri adesso son diventati (magari solo provvisoriamente) gli oppositori amici di oggi. Non poi così difficile da capire, mica hanno cambiato lato della barricata.


Dice, vabbè, ma a Senso Comune son giovani, "so' ragazzi". Ragazzi? E passi, d'altronde è vero che il concetto di "ragazzo" si è piuttosto dilatato. Ma qui, per abboccare all'esca landiniana, bisogna proprio non aver mai visto una fabbrica, un metalmeccanico; non aver mai partecipato ad un'assemblea sindacale, ignorare come i confederali preparano certe sfilate. Difatti chi è più anziano di loro, anche se con loro ha appena firmato un manifesto, abboccato non ha.

Attenzione, cari amici, perché a volte oltre al senso comune bisogna anche saper valutare il senso del ridicolo.

mercoledì 6 febbraio 2019

RdC: AUDITE! AUDITE!

[ 6 febbraio 2019 ]


La confessione di Confindustria: "il Reddito di cittadinanza non va bene perché potrebbe costringerci ad aumentare i salari..."
Sono giornate di audizioni in parlamento. E di sproloqui. Oggi, ad esempio, è stata la volta dei sindacati confederali e dei professionisti della carità. Naturalmente, noi non avremmo nulla contro i sindacati (ove fossero ancora dei lavoratori), né con la carità (ove fosse davvero cristiana). Il problema è che chi non ha fatto nulla in questi anni — né per lavoratori e disoccupati, né contro la povertà — adesso trova mille difetti contro la prima misura che prova a far qualcosa.

La pretestuosità di costoro è tale che non meriterebbe alcun commento. Ci informano, i geni, che il Reddito di cittadinanza (Rdc) ha delle imperfezioni, dei punti critici, delle possibili distorsioni, che loro — avendo individuato tutti questi problemi per tempo — preferivano il Reddito d'Inclusione (Rei), cioè l'elemosina renziana che dava a poveri e disoccupati un quarto (un quarto!) di quanto previsto dal Rdc. Complimenti vivissimi, sia ai sindacati che ai professionisti del "terzo settore"!

Chi invece parla chiaro sono i padroni del vapore. Ieri, sempre al Senato, la Confindustria, per bocca del suo rappresentante, Pierangelo Albini, è andata al sodo. A lorsignori il Rdc non va bene a causa del «livello troppo elevato del beneficio economico». Troppo elevato, perché i 780 euro mensili per un single, potrebbero costringere le imprese ad aumentare i salari.

Tutto ciò, ha specificato l'impagabile Albini, «considerando che lo stipendio mediano dei giovani under 30 si attesta a 830 euro netti al mese». Che dire? Di fronte alla pretesca ipocrisia di sindacati e trafficoni della "carità", la spudorata chiarezza della voce del padrone ha rischiarato l'aula di Palazzo Madama come un lampo venuto dal cielo. Insomma: meno male che Albini c'è!

C'è, e ha ricordato a tutti tre cose: primo, a quale livello infimo sono arrivati i salari in Italia; secondo, a lorsignori la disoccupazione serve eccome, anche se qualche fenomeno ritiene che il concetto di "esercito industriale di riserva" sia ottocentesco e perciò superato; terzo, il Rdc avrà pure tanti difetti, ma ai capitalisti dà veramente fastidio, sia perché potrebbe spingere i salari più bassi verso l'alto, sia perché potrebbe stimolare nuove forme di auto-organizzazione dei disoccupati, rammentando a tutti che il lavoro è un diritto, oltretutto un diritto costituzionale.

Meno male che Albini c'è!

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martedì 23 gennaio 2018

GERMANIA: CRISI FINITA? di Emmezeta

[ 23 gennaio ]

Stasera gli euristi brindano. Da Bonn è arrivata la notizia che attendevano. I delegati della SPD hanno detto sì al quarto governo Merkel. Capito su cosa si regge l'asse eurista? Sulla conservazione della politica austeritaria impersonata proprio dalla figlia del pastore luterano della Ddr. E pensare che ancora c'è chi crede, o più spesso fa finta di credere, alla possibilità di "riformare" l'Unione. L'esempio più vicino a noi di questi fenomeni da baraccone è quello di tutti i partiti italiani che si contenderanno il voto del 4 marzo.

Tra i primi commenti all'esito del congresso socialdemocratico quello di Juncker, che quando si tratta di brindare è notoriamente il più lesto di tutti: «Un’ottima notizia per un’Europa più unita, forte e democratica!». Ma anche pesce lesso Gentiloni, che sente il vento in poppa proprio grazie all'appoggio dei mascalzoni di Bruxelles (vedi la gravissima ingerenza di Moscovici), non è stato da meno. Questo il suo tweet: «#Spd Passata a maggioranza la proposta di @MartinSchulz per concludere un accordo di grande coalizione. Un passo avanti per il futuro dell'Europa».

Ma lasciamo perdere questi miserabili. La prima domanda da porsi è infatti un'altra, e riguarda il futuro della Germania. Davvero l'odierno voto di Bonn segna la fine dell'imprevista crisi politica tedesca, avviatasi con le elezioni del 24 settembre scorso? Noi non crediamo proprio che sia così.

Intanto nessuno credeva davvero ad un esito diverso del congresso della SPD, partito dall'inossidabile natura sistemica. Dunque, in un certo senso, la vittoria di Schultz è sostanzialmente una non-notizia. La notizia, semmai, è nelle striminzite proporzioni di questa affermazione. Sui 641 votanti dell'assise socialdemocratica, hanno espresso un sì solo 362 delegati contro 279. Insomma, Schultz vince, ma il partito è spaccato a metà. Un altro bel tassello da aggiungere al mosaico della crisi politica tedesca.

Il sì di oggi è un via libera all'avvio di negoziati con la CDU/CSU per la formazione del nuovo governo. I risultati del negoziato verranno poi sottoposti ad un referendum tra gli iscritti della SPD. E' davvero sicuro che la trattativa vada a buon fine? Le vicende politiche degli ultimi decenni fanno pensare che sì, andrà così. Ma la situazione attuale è assai diversa da quella del passato. Anche il precedente negoziato tra CDU/CSU, verdi e liberali avrebbe dovuto portare alla nascita della cosiddetta coalizione "Jamaica", ma così non è stato.

In ogni caso, anche se nascerà, il nuovo governo Merkel-Schulz sarà assai più fragile di quelli precedenti. La "Große Koalition" stavolta non potrà essere in nessun caso "grande". Questo per due motivi, il primo di natura numerica, il secondo di natura politica.

A settembre i due partiti del precedente governo Merkel hanno ottenuto il 32,9% l'Unione CDU/CSU, il 20,5% la SPD. Totale un modestissimo 53,4%, certo sufficiente a governare ma con una maggioranza assai meno "grande" del passato. Nelle ultime elezioni la batosta è stata infatti secca per entrambi: meno 8,6% la CDU/CSU, meno 5,2% i socialdemocratici.

Ma c'è anche un serio motivo politico a rendere la coalizione più fragile. Esso risiede nel notevole irrobustimento delle forze che in vario modo si collocano a destra di Angela Merkel. Se i nazionalisti della AfD hanno ottenuto a settembre il 12,6%, rilevante è stata anche l'avanzata degli ultra-liberisti della FDP (10,7%), senza dimenticare i settori più reazionari della CDU ed il peso che ancora mantiene (6,2% la sua percentuale nazionale) la costola bavarese (la CSU) dell'Unione capeggiata da Merkel.

Visti questi equilibri, la CDU/CSU - ammesso e non concesso che lo voglia - non potrà fare vere concessioni alla SPD. Da qui un vicolo abbastanza stretto per la trattativa. Ma forse un cappio al collo per lo stesso governo che ne nascerà. E che alla resa dei conti potrebbe scontentare tutti. Di certo le classi popolari che chiedono un cambio nella politica economica, ma anche i settori di un variegato ma emergente nazionalismo tedesco che il neoliberismo in salsa eurista è riuscito a far risorgere.

Tutto, dunque, può ancora accadere. Quel che ci sentiamo però di escludere è il tranquillo ritorno alla stabilità tedesca degli ultimi decenni, condizione di una qualche stabilità anche nell'Unione Europea. Ecco perché certi brindisi ci sembrano francamente fuori luogo. Insomma, la crisi politica tedesca non è per nulla finita. Questa almeno è la nostra opinione.

venerdì 8 dicembre 2017

GERUSALEMME di Emmezeta

[ 8 dicembre 2017 ]

Oggi Gerusalemme è paralizzata dallo sciopero dei palestinesi. Domani, 8 dicembre, sarà il "giorno dell'ira", e - secondo quanto invocato da Hamas, quello che segnerà l'inizio di una nuova Intifada: quella per la liberazione di Gerusalemme. Intanto, nelle manifestazioni di oggi (che hanno interessato Gaza e tutta la Cisgiordania) si contano al momento 114 feriti tra i palestinesi colpiti dalle armi da fuoco, dai proiettili di gomma e dai gas lacrimogeni delle truppe dell'occupazione sionista.
Qualcuno ha paragonato la mossa di Trump, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, alla famosa "passeggiata" che Ariel Sharon compì il 28 settembre 2000 - accompagnato da una consistente scorta armata -  nella Spianata delle Moschee. L'oltraggio non solo ai palestinesi, ma all'intero mondo islamico fu violentissimo, il segno che l'oppressione israeliana si sarebbe fatta ancor più dura. Altro che "processo di pace"!

Già, "processo di pace", solo a sentirla pronunciare questa locuzione grida vendetta. E dovrebbe far davvero male all'intelligenza d'ognuno sentirla ripetere dopo 17 anni come se niente fosse. Ma quale processo di pace? Anche se già nel 2000 era chiaro l'imbroglio di questa formula, tanti allora credevano (e molti di più fingevano di credere) all'irreale prospettiva dei "due stati per due popoli". Ma oggi chi può crederci più?

In questi 17 anni Gaza è stata trasformata in un enorme campo di concentramento, come se non bastasse è stata bombardata di continuo, ed ha subito tre massicce aggressioni nel 2008-2009, 2012 e 2014. Allo stesso tempo, mentre le colonie israeliane crescevano come tumori in tutta la Cisgiordania, si è costruito il muro dell'apartheid, circa 800 km di una barriera che simboleggia più di ogni altra cosa la natura razzista dello stato di Israele. Tutto ciò senza dimenticare l'aggressione del 2006 alle forze di Hezbollah in Libano, accusate di appoggiare la resistenza palestinese. E questo sarebbe un "processo di pace"?

Adesso, di nuovo, è la volta di Gerusalemme, il cui valore simbolico non ha paragoni.

La città subisce la prima invasione sionista nel 1948, con l'occupazione della sua parte occidentale, mentre quella orientale viene occupata nel 1967. Nell'ormai lontano 1980 il governo israeliano la proclamò come sua "capitale unica e indivisibile", ma nessuno al mondo le riconobbe tale status. Tant'è che nessun Paese ha spostato fino ad oggi la propria sede diplomatica a Gerusalemme. Neppure gli USA, nonostante la decisione in tal senso presa dal Congresso statunitense nel 1995, in piena amministrazione Clinton. Gli equilibri regionali coltivati dall'imperialismo americano richiedevano anche quel tipo di equilibrismo.

Oggi è arrivato Trump, ed il passo è ormai compiuto. Netanyahu può dunque cantare vittoria, annunciando che altri stati seguiranno. Quali non si sa, ma si parla della Repubblica Ceca e delle Filippine. Per adesso davvero poco, ma quel che conta per la cupola sionista è che siano proprio gli USA a fare da apripista.

In realtà la scelta di Trump è stata criticata non solo dal mondo arabo, e più in generale da quello musulmano. Una dissociazione è arrivata pure dall'Unione Europea e perfino dal solitamente fido governo inglese. Niente di serio ovviamente. Più che altro il segnale di come i governi europei non intendano per ora rinunciare alla loro tradizionale ipocrisia.

Più forte ed esplicita - ma questo era scontato vista la portata politico-religiosa della partita di Gerusalemme - la condanna espressa dal Vaticano.

Perché dunque Trump ha deciso di fare questo regalo a Netanyahu anche a costo di un forte isolamento internazionale?

La risposta non può che essere nel nuovo approccio della Casa Bianca rispetto all'intero scacchiere mediorientale, esemplificata dalla scelta di denunciare l'accordo sul nucleare iraniano. Nuove nubi si addensano dunque sul Medio Oriente. E mentre il pendolo della strategia imperiale americana - a dispetto dei tanti smacchi subiti negli ultimi 15 anni - sembra ora oscillare verso un revival dell'impostazione bushiana, non è difficile intravedere nuovi e più estesi scenari di guerra.

venerdì 7 luglio 2017

MICRON, CHIAMATELO MICRON di Emmezeta

[ 7 luglio 2017]

La finta solidarietà europea sui migranti

Dicono che l'Europa, pardon il "sogno europeo", stia ripartendo. E il bello è che a sinistra, foss'anche solo per prenderne le distanze, c'è chi ci crede. Il "sogno" ha ovviamente il suo eroe, al secolo Emmanuel Macron, l'uomo di Rothschild e di Jacques Attali, quel gentiluomo che vorrebbe sterminare gli anziani giusto per risolvere il problema delle pensioni.

Sta di fatto che gli europeisti d'ogni sponda stravedono per lui, specie in Italia dove i più gonzi credono che sia stato messo all'Eliseo per far da sponda al governo italiano. Il problema dei sogni, si sa, è che ad un certo punto arriva il risveglio. Ma per certi "sognatori" svegliarsi è davvero un problema. 

Ecco, però, che scoppia la questione dei migranti. L'Italia è in difficoltà ed il governo, che ha pure un'evidente problema di consenso, si raccomanda all'Europa. Perdinci, è arrivato Macron, non è più l'Europa col braccino corto della cancelliera, dunque è il momento di chiedere una certa, pur minimale, condivisione degli oneri.

Richiesta accolta, come si conviene, con alte parole di considerazione per il nostro Paese. Che va aiutato (così dicono), ma come non si sa. Si sa invece cosa farà il signor Macron. L'Italia vorrebbe che qualche nave carica di profughi arrivasse a Marsiglia o a Barcellona? Non se ne parla neanche, dice subito il piccolo aspirante Bonaparte. Perché poi, aggiunge, bisogna pur distinguere tra richiedenti asilo e migranti economici. Ma davvero? E' per fare questa brillante distinzione che ha convocato il parlamento a Versailles? 

E pensare che il giovanotto del 15% (tanti i suoi voti sul totale dell'elettorato al ballottaggio) ha un'esagerata considerazione di se stesso. Nei giorni scorsi i suoi responsabili della comunicazione hanno annullato una conferenza stampa, scrivendo papale papale che «il suo pensiero è troppo complesso e non si presta al gioco domande-risposte dei giornalisti». Sui migranti, però, questa "complessità" non si è vista: egli ha detto semplicemente no ad ogni condivisione degli oneri, così come Berlino sa dire solo no alla condivisione del debito.

Le cronache di oggi sono impietose sullo stato dell'Unione (europea). Se al porto di Marsiglia non si sbarca - la città non sarebbe pronta, mica è Lampedusa! - idem a Barcellona (il governo spagnolo ha detto che o tutti si impegnano o non lo fanno neppure loro, e dunque non muoveranno foglia), al Brennero ci sono i blindati austriaci a presidiar la frontiera. Intanto Juncker è andato a parlare del tema in un parlamento di Strasburgo completamente deserto.

Ora, l'Unione godrà anche una splendida salute, come opinano diuturnamente gli scribacchini dei media mainstream, ma a giudicar dai fatti qualche dubbio dovrebbe venire.

Che farà adesso il governo del conte Paolo Gentiloni Silveri dopo aver incassato l'ennesima pernacchia? Una cosa da fare ci sarebbe: far partire quattro navi cariche di migranti, dotate sia chiaro di ogni comfort per i passeggeri, e dirigerle sì a Marsiglia e Barcellona, ma pure a Rotterdam ed Amburgo. Così, giusto per mettere alla prova la solidarietà, la bontà, l'accoglienza anche dei paesi del nord, sempre pronti alla predicozza moralista nei confronti del sud mediterraneo.

Una provocazione? No, un modo concreto per mostrare il vero volto ipocrita dell'Europa (intesa, si capisce, come Unione). Ma è proprio questo che la nostrana classe dominante non vuole, e dunque nessuna nave partirà.

Nel frattempo si continuerà ad osannare Macron, che essi considerano alla stregua di un gigante, mentre è invece soltanto l'ennesimo piccolo uomo messo lì dai pupari dell'oligarchia finanziaria. Macron, ma quale Macron! Chiamiamolo piuttosto Micron, uno (uno dei tanti) che farà il suo sporco lavoro per poi sparire nell'ignominia al pari del suo predecessore. Micron, quello che «Marsiglia è mica Lampedusa...».

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