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mercoledì 23 novembre 2016

VERSO IL REDDE RATIONEM BANCARIO di Luciano Barra Caracciolo

[ 23 novembre ]

1. Ooops! Fanno una scoperta...

Naturalmente non spiegano bene perché il referendum si colleghi all'uscita dall'euro dell'Italia
Anzi, dicono che per il New York Times "il problema sarebbe un'altro" (come vedremo): non il referendum in sé, ma le sofferenze creditizie in Italia, cioè, l'Unione bancaria che, (ma si ostinano a non voler unire i puntini), coincide con l'euro

E ciò in quanto l'Unione bancaria è il meccanismo assicurativo dei Paesi creditori all'interno di un sistema in cui le insolvenze diffuse sono la conseguenza degli strumenti di correzione degli squilibri commerciali determinati dalle svalutazioni competitive tedesche, poste in essere in violazione dei trattati, ma tollerate dalle istituzioni €uropee...
E tollerate, anzi avallate, in quanto soggette all'indirizzo politico imposto dal paese che ha vinto la guerra commerciale che l'euro era programmato ad innescare: secondo la previsione della "economia sociale di mercato fortemente competitiva". 

Questo bel concetto-chiave, come evidenziava Guarino nel 1993, è in sè il preannuncio (pretesamente) costituzionalizzato (art.3, par.3, del Trattato) di un liberoscambismo, interno all'€uropa, inscindibilmente funzionale ad un sistema di guerra commerciale permanente, che premia il paese più spregiudicatamente dedito al mercantilismo imperialista: che vuol dire, teso a sottomettere, economicamente e politicamente i paesi vicini appropriandosi della loro domanda in grave violazione della "causa" (formalmente) coooperativa dei trattati (v. qui, pp. 3 e 4).

2. Dunque l'euro è lo strumento politico di ridisegno sociale che porta dritti a quelle stesse sofferenze.

Ma...
Cosa c'entra il referendum con tutto questo?
Poco o nulla. 
Immaginiamo che non si fosse percorsa, da parte dell'attuale governo italiano, la priorità della riforma costituzionale e la si fosse lasciata a tempi economicamente più propizi (è una mera ipotesi astratta: non esisteranno mai tempi propizi dentro l'unione monetaria)...

2.1. Ebbene, la presente situazione di redde rationem bancario, che può diventare l'epicentro di una crisi finanziaria mondiale, si sarebbe egualmente manifestata in ogni suo elemento: anzi, probabilmente anche prima, perché, in assenza di una scadenza referendaria in cui il governo "deve" sostenere col consenso la propria proposta,  si sarebbe giunti più rapidamente a chiarire che, per MPS, così come per le altre situazioni di bilancio di altri istituti bancari italiani, la situazione non è risolvibile dal "mercato" e che si arriverà al sacrificio degli obbligazionisti, (gli azionisti hanno visto e vedranno praticamente azzerati i loro valori), e, successivamente, dei depositanti. 
Con, inoltre, il passaggio del controllo del sistema bancario nazionale in mano a "investitori esteri", a prezzi stracciati, accompagnato dall'espropriazione accelerata del patrimonio immobiliare delle famiglie e degli assets aziendali delle imprese strozzate dal credit crunch e dall'austerità fiscal€.

3. La stessa Banca d'Italia, in uno studio del 2016, verificando i valori delle garanzie sottostanti alle "sofferenze", nel paragrafo sulle "principali determinanti delle differenze tra valore di bilancio e prezzo di mercato delle sofferenze", enuncia subito la tragica prospettiva che si sta abbattendo su sistema bancario e risparmio delle famiglie italiane: 
"E' noto che il valore di bilancio (net book value, NBV) delle sofferenze è significativamente superiore a quello che gli investitori attivi in questo mercato (tipicamente fondi di tipo speculativo – hedge funds – internazionali) sono disposti a pagare.".
E mi fermo qui.

Perché questo è il problema attualissimo di MPS, laddove, dalla determinazione dell'esatto prezzo di (s)vendita degli NPLs, dipende la determinazione dell'esatto ammontare dell'aumento di capitale che, però, nessuno pare deciso a sottoscrivere
Anche perché il sistema generatore di sofferenze, cioè l'austerità fiscale e la moneta unica, è ancora in vigore e addirittura in accelerazione applicativa.

3. "Mani straniere" interverranno solo quando si potranno impadronire di tutto, banche, complessi aziendali e patrimonio immobiliare, a prezzi ancora più stracciati. 
Basta attendere e, intanto, farsi pagare lautamente gli incarichi di advisor su soluzioni che non risolvono nulla (finché non si giunge a questo punto finale di svendita). 


Laddove, come abbiamo altrettanto visto, lo Stato italiano non potrebbe intervenire, anche fingendo che si potesse incrementare l'indebitamento annuale violando il fiscal compact (come fanno tutti gli altri paesi UEM, d'altra parte: ma per loro senza alcuna conseguenza); e questo,data la disciplina specifica degli "aiuti di Stato", in cui è incorsa l'Italia, a seguito dell'incauta e incondizionata (molti dicono, impropriamente, retroattivaadesione all'Unione bancaria
Tanto più che, anche su questo, la Corte €uropea e la Vestager si sono già pronunciate e non c'è da farsi alcuna illusione. 

4. Interessante, in tutto questo agitarsi della stampa portavoce dei "mercati", la posizione diMunchau: il referendum, in caso di esito negativo sull'approvazione della riforma,infatti: 
"potrebbe accelerare il cammino verso l'uscita dall'euro. Se Matteo Renzi dovesse risultare sconfitto, come annunciato si dimetterebbe, portando al caos politico. Gli investitori potrebbero pensare che sarebbe finita. Il 5 dicembre, l'Europa potrebbe svegliarsi con un immediata minaccia di distintegrarsi".
Più asciuttamente, anche Goldman&Sachs la pensa come Munchau:  
"Da No rischi per banche più deboli". Il referendum italiano costituisce "un rischio materiale per le previsioni di crescita" del nostro paese".
4.1. Senza giri di parole ipocrite, invece, il New York Timesva al sodo e prescinde dal referendum, come la logica delle imponenti ragioni sopra esposte impone, e focalizza sui soli effetti destabilizzanti dell'Unione bancaria, implicitamente consapevole che, semmai, il  referendum ne ha solo ritardato l'emersione: parla infatti di 'Slow-motion banking crisis' evidenziando che 
"un quinto di tutti i prestiti nel sistema bancario italiano sono classificati come problematici, per un totale di 360 miliardi di euro alla fine dello scorso anno secondo l'Fmi. Un valore che rappresenta il 40% di tutte le sofferenze dei paesi dell'area euro. Goodman cita poi i recenti problemi attraversati da Deutsche Bank ma dice anche che se l'istituto tedesco è stata la crisi del momento, l'Italia è la minaccia perpetua che potrebbe, in oggi momento, presentarsi al mondo con una brutta sorpresa".
5. Ma l'artificio di Munchau, nell'alterare i nessi causali della imminente crisi finanziario-bancaria che incombe sull'Italia, non pare tanto un endorsement per il "sì", che fatto da un tedesco potrebbe anzi risultare indigesto all'elettorato italiano, quanto un "gancio" lanciato alle infinite capacità di salvezza dell'eurozona escogitate da Draghi.
Ed infatti, resta fermo che, per i tedeschi, l'obiettivo più vantaggioso derivabile dall'Unione bancaria è quello di poter imporre, - come corrispettivo alla istituzione di una garanzia comun€ dei depositi...(per il 2024, cioè a sistema bancario italiano passato di mano!)-, il rating dei titoli pubblici e il conseguente obbligo delle banche italiane detentrici di liberarsi massicciamente di quelli detenuti, che sarebbero costrette a svalutare in bilancio, aprendo così la via a rendimenti molto più alti.
Quindi si avrebbe quel radicale reinnalzamento degli spread, - che i mercati sembrano già "scontare"-, in modo da divenire, i tedeschi stessi, i sottoscrittori e acquirenti di tali titoli,potendo così, grazie al flusso di interessi così realizzabile, provvedere al loro disastrato sistema previdenziale, pubblico e privato
Ora, in questa ottica, l'allusione al referendum pare costituire un mezzo di pressione, via FT, affinchè Draghi attui finalmente l'OMT e "aiuti" gli italiani nel limitare il danno da spread con acquisti mirati.

5.1. Solo che, piccolo particolare, l'OMT, cioè il famoso "whatever it takes", si può realizzare oggi solo alle condizioni precisate nella sentenza della Corte di giustizia €uropea che, nella sostanza, ha dato ragione alla Germania, specificando che:
"Le caratteristiche specifiche del programma OMT non consentono di affermare che esso sia equiparabile a una misura di politica economica. 

Per quanto riguarda il fatto che l’attuazione del programma OMT è subordinata al rispetto integrale, da parte degli Stati membri interessati, di programmi di aggiustamento macroeconomico del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) o del Meccanismo europeo di stabilità (MES), non si può certo escludere che tale caratteristica abbia incidenze indirette sulla realizzazione di taluni obiettivi di politica economica. Tuttavia, simili incidenze indirette non possono implicare che il programma OMT debba essere considerato come una misura di politica economica, poiché risulta dai Trattati dell’Unione che, fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC contribuisce alle politiche economiche generali nell’Unione".
5.2. Dunque, i "programmi di aggiustamento macroeconomico" assomigliano in tutto e per tutto ai memorandum imposti alla Grecia: sarebbe un'occasione, sanzionata dal previsto accordo necessario tra BCE e Commissione, per imporre da subito - oltre che un'ondata diprivatizzazioni firesales del residuo settore industriale pubblico, pensate a quello della difesa, così alla ribalta in questi giorni post-elezione di Trump - il rating e gli obblighi di cessione del debito pubblico italiano.
Poi, in questo "memorandum" di imposizioni teratologiche e "creative", potrà pure essere previsto un salvataggio bancario pubblico, ma in vista della successiva cessione, sul "mercato degli investitori" esteri (naturalmente), delle partecipazioni statali acquisite sottoscrivendo gli aumenti di capitale, e, soprattutto, finanziato con una bella patrimoniale straordinaria sul patrimonio mobiliare e immobiliare degli italiani.

Tutti vecchi pallini tedeschi. Via BCE e trattamento "Grecia"...

* Fonte: Orizzonte 48

BANCHE: LE BALLE DI RENZI E IL BAIL IN MASCHERATO di Leonardo Mazzei

[ 23 novembre ]
Tutto come previsto: il referendum si avvicina e la carta della paura viene ormai giocata con dosi sempre più massicce. Niente di nuovo sotto il sole, vien da dire. Roba già vista con la Brexit e più recentemente negli USA.
Nel caso italiano c'è però un paradosso in più. Si tratta del fatto che mentre il solito spauracchio dei "mercati" viene giocato spudoratamente dal fronte del Sì per provare a risalir la china, quello ben più concreto della crisi bancaria viene invece accuratamente nascosto sotto il tappeto dei media nostrani.

Non si deve infatti parlar troppo di un problema targato Europa (attraverso la sciagurata norma del bail in), figlio di una crisi ormai quasi decennale che il sistema non sa risolvere, aggravato dall'irresponsabilità di una classe dirigente (governi Monti - Letta - Renzi) che ha accettato senza fiatare le regole di un'Unione Bancaria disastrosa per il nostro Paese.

Altro che le oscillazioni dei mercati del 5 dicembre! Qui siamo di fronte ad un disastro annunciato che con il referendum c'entra quanto i cavoli a merenda.

Di cosa si tratta? Proviamo a ricapitolarlo in poche righe: dopo anni di una recessione intervallata da brevi pause di stagnazione le banche italiane si trovano piene di crediti deteriorati (altrimenti detti npl). Si impongono dunque giganteschi piani di ricapitalizzazione per compensare le perdite di questi crediti recuperabili solo in minima parte. Il mitico "mercato" non risponde però a questa domanda di denaro "fresco". Restano perciò due sole alternative al fallimento di numerosi istituti di credito: il primo è l'intervento pubblico, che però l'Unione Europea sostanzialmente non ammette; il secondo è l'applicazione del bail in, con la prevista tosatura (nell'ordine) di azioni, obbligazioni subordinate e senior, fino ad arrivare ai conti ed ai depositi sopra i 100mila euro.  

Lorsignori fanno sempre la solita liturgica professione di fede mercatista, ma se fossero onesti dovrebbero ammettere che se lasciassimo davvero operare il loro adorato "mercato" le banche italiane fallirebbero a frotte. Da qui la loro attuale prudenza in materia: che lo Stato intervenga (Fondo Atlante), ma senza dare troppo nell'occhio. Il fatto è che questo loro badare alla sostanza, pensando di poter salvare pure l'apparenza di buoni europei che rispettano le regole, non regge. A Bruxelles e Berlino non vanno molto per il sottile: le norme in materia di bail in vanno rispettate, punto e basta.

Ecco allora approssimarsi il disastro. Un cataclisma con tre venefici effetti: 1. la sostanziosa tosatura del risparmio, 2. la strozzatura del sistema creditizio, con pesanti ricadute sull'economia nazionale, 3. la svendita di importanti banche italiane agli avvoltoi della finanza internazionale. 

Di fronte a questa prospettiva, abbiamo espresso più volte la nostra posizione. Scrivevamo un anno fa:
«Del resto, se le banche non possono essere fatte fallire pena disastrose conseguenze economiche, per quale motivo il costo (pubblico) del loro salvataggio dovrebbe andare a beneficio di ricchi privati? Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo».
Il governo va ovviamente in direzione opposta: niente intervento pubblico, meno che mai la nazionalizzazione, pur cercando di negare la prospettiva del bail in.

E' un tentativo senza speranza. Di più, è una strada che porta all'acquisizione di alcune delle maggiori banche nazionali da parte di gruppi stranieri molto interessati ai prezzi di svendita che si profilano.

Di cosa stiamo parlando in concreto? Sia pure con tanta reticenza, il tema viene affrontato in un'intervista rilasciata da Padoan al Corriere della Sera domenica scorsa. Due le banche citate: Monte dei Paschi di Siena (Mps) ed Unicredit.

Su Mps l'intervistatore parla esplicitamente di «bail in mascherato», attraverso una conversione delle obbligazioni subordinate in azioni che verrebbe ad interessare decine di migliaia di famiglie. Sul punto Padoan parla di "volontarietà", ma —come vedremo tra poco— sa bene di mentire. Su Unicredit —che ha bisogno di un aumento di capitale di 13 miliardi— il ministro fa poi finta di non sapere quel che bolle in pentola, cioè la possibile acquisizione della francese Société Générale.

Gli scenari più foschi si stanno dunque avverando. Vediamo più da vicino la questione Mps. Su questa banca, e sui loschi affari di Jp Morgan abbiamo scritto più volte (vedi ad esempio QUI). Affari che chiamano pesantemente in causa l'operato di Renzi e del suo governo (leggi QUI).

Abbiamo parlato di bail in mascherato. Ma come funzionerà in concreto? Semplice: la banca —che dovrebbe varare il progetto di ricapitalizzazione giovedì prossimo, ma al momento non è neppure certo che verrà raggiunto il numero legale!— chiederà ai possessori delle obbligazioni subordinate (vendute in passato alle famiglie, come nel caso di Banca Etruria e delle sue "sorelle" salite alle cronache l'anno scorso) di convertire i loro titoli in azioni, partecipando così ad una ricapitalizzazione nella quale nessuno vuol mettere soldi. Se non lo faranno in misura sufficiente —dice esplicitamente Mps— si arriverà alla "risoluzione", mandando così in fumo sia il valore delle azioni che quello delle stesse obbligazioni subordinate.

In ogni caso questi obbligazionisti avranno perdite pesantissime. Se convertono in massa dovranno di sicuro scontare il calo delle azioni. Se lo fanno in misura insufficiente rischiano di perdere tutto il capitale. Se non convertono, la tosatura del bail in arriverà implacabile. «Opta!», avrebbe detto il poliziotto di uno sketch in voga negli anni '80. Di volontario in questa operazione "spintanea" c'è ben poco. Ecco perché si parla di «bail in mascherato»: semplicemente perché di questo si tratta.  

Ma la tosatura di Mps non è la prima —ricordiamoci delle 4 banche "risolte" un anno fa, come pure dei miliardi persi dagli azionisti di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza— né tantomeno sarà l'ultima. 

Si può andare avanti così? Si pensa forse che non vi saranno pesanti ricadute sull'intera economia? Solo dei folli possono pensare cose del genere. Ma un'alternativa può esserci solo uscendo dalla gabbia europea. Con l'euro l'intervento pubblico di nazionalizzazione è infatti impossibile. Come sempre, tutto si tiene. Questi sono i veri nodi di fondo, altro che le baggianate del Bomba !

Concludiamo, allora, tornando al referendum.

In queste due ultime settimane di campagna elettorale ne vedremo di tutti i colori. 
A chi vorrà insistere sulla carta della paura del dopo 4 dicembre, contrapponiamogli la carta della verità, quella della descrizione del disastro economico attuale provocato da lorsignori, ed accentuato dalla politica neoliberista di Renzi e della sua banda. 
Alla paura del futuro, contrapponiamo il rifiuto di un presente fatto di crisi, disoccupazione, precarietà e povertà. Un presente sempre più inaccettabile per milioni di italiani. Che anche per questo voteranno NO.

sabato 27 agosto 2016

LA CAMPANA TEDESCA SUONA A MORTO di Leonardo Mazzei

I cinque membri del "Consiglio degli esperti economici della Germania". Da sinistra:
Peter Bofinger, Lars Feld, Isabel Schnabel, Christoph Schmidt e Volker Wieland.
[ 28 agosto]

I consiglieri economici della Merkel, cosiddetti "i Cinque saggi", capeggiati da Lars Feld [nella foto accanto],  se ne sono usciti con una proposta sulla ristrutturazione del debito pubblico italiano che ricalca il meccanismo del bail-in bancario. Ai piani alti del Palazzo tedesco, dando per scontato che il Fiscal compact non funzione si pensa oramai al dopo Eu e al dopo euro. La strategia è semplice: "si salvi chi può". Un messaggio anche per Draghi e la Bce:  "quando la finiamo con il Quantitative easing?".

Ai tedeschi piace l'euro, almeno fino a quando continuerà a dargli i ben noti vantaggi che sappiamo. Ancor di più, ai tedeschi piacciono gli euri. Quelli che gelosamente custodiscono nelle loro casseforti, e che non intendono proprio scucire. Neppure se ciò dovesse servire a salvare l'euro, inteso questa volta come moneta unica dei 19 paesi dell'eurozona.

Ho l'impressione che vista da Berlino questa contraddizione tra euro ed euri cominci ad esser cosa seria assai. L'ultima notizia che ci giunge da quelle parti ce ne dà una conferma piuttosto lampante. Come riferisce Federico Fubini sul Corsera, il Consiglio tedesco degli esperti economici ha già in canna un colpo assai pesante per affondare le economie del Sud Europa, quella italiana in primo luogo.

Attenzione, perché il suddetto "Consiglio" non è un Think tank come tanti. No, questo organismo è composto da cinque economisti nominati direttamente dal governo di Berlino. I cinque non sono lì solo per "pensare", ma soprattutto per proporre. E le loro proposte dettano spesso le linee guida dell'azione di Schauble e Merkel.

In ogni caso l'ultima propostina è stata varata, ed ha un titolo abbastanza ghiotto: «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani». Ora, tra i nostri lettori nessuno sarà così ingenuo da pensare che questi rispettabili signori si occupino del debito di casa loro. In tutta evidenza la proposta ha per oggetto i debiti degli altri paesi dell'eurozona, quelli della sponda sud in maniera specifica. D'altronde in Europa c'è chi, come il governo italiano, deve chiedere il permesso anche per andare in bagno a casa propria, e chi può invece decidere sul destino di interi popoli riunendosi comodamente tra vecchi amici a Berlino. Il documento reca in calce la firma di Lars Feld, un tipo di cui ci siamo già occupati qui.

La proposta è molto semplice: abbiamo messo in campo il bail in bancario? Bene, adesso è il momento di passare al bail in sui titoli di Stato. Tutti sanno ormai che il bail in bancario prevede che uno Stato possa salvare una banca solo dopo che a tale salvataggio abbiano partecipato gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti sopra i centomila euro. Tralasciando qui per brevità i dettagli tecnici, l'importante è capire il principio ispiratore, quello secondo cui i creditori debbono pagare la loro parte per risanare una banca. Un principio in apparenza accettabile, se non fosse che tra i cosiddetti "investitori" vi sono spesso risparmiatori sostanzialmente ignari del meccanismo infernale in cui hanno collocato i loro averi. E se non fosse che grazie a tale meccanismo si tende a mandare in rovina il sistema bancario di alcuni paesi, anche per poterci poi mettere le mani sopra con qualche spicciolo.

Lo stesso giochino Lars Feld e soci lo vogliono ripetere con i debiti pubblici. In questo caso è in ballo il ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism), il cosiddetto "fondo salvataggi europeo". In questo fondo i tedeschi hanno ovviamente la quota principale, e l'obiettivo della loro iniziativa è proprio quello di evitare ogni forma —fosse pure la più modesta— di condivisione del debito. La proposta dei Cinque è infatti netta: prima dell'intervento dell'Esm, gli Stati debbono ristrutturare il debito, sospendendo come prima misura i rimborsi dei titoli di Stato quando un governo dovesse chiedere aiuto al fondo europeo.

Ora, che prima o poi si renda necessaria una ristrutturazione del debito in paesi come l'Italia è cosa fin troppo ovvia. Ma che le regole di questo intervento vengano decise a Berlino sembrerebbe davvero troppo. Eppure la pretesa è proprio questa. 

Quali sarebbero le conseguenze per l'Italia, ma non solo, se la Germania (come di solito avviene) riuscisse anche in questo caso ad imporsi? La risposta è assai semplice. Così come il bail in bancario ha finito per mettere in ginocchio un sistema già in forte difficoltà per il lascito di 8 anni di crisi economica, l'eventuale bail in dei titoli di Stato avrebbe come primo effetto l'aumento dei tassi di interesse e dunque del costo del debito. In altre parole tornerebbe d'attualità il signor spread, tanto più che —molti se lo dimenticano ma la scadenza è ormai prossima— il quantitative easing della Bce dovrebbe terminare (o comunque rallentare) nel marzo del prossimo anno. Come noto, l'aumento dello spread non è solo uno svantaggio per paesi come l'Italia, ma è pure un vantaggio diretto per quelli come la Germania, che oltre a godere di tassi negativi sui titoli del proprio debito  ci guadagnano pure in competitività. Capite quanto sono disinteressati i Cinque? E quanto è solidale l'Europa?

«Voi italiani dovrete colpire i risparmi privati. E forse vi servirà un salvataggio Ue», affermava Lars Feld, braccio destro di W. Schauble in un'intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre del 2015.
Qui accanto Il Sole 24 Ore del giorno grida allo scandalo


Se le ragioni tedesche sono tanto chiare quanto bieche, bisogna però chiedersi qual è lo scenario che fa da sfondo alle proposte dei consiglieri della Merkel. E qui la campana suona a morto, quantomeno per il fiscal compact. Mettendo il lutto, Fubini non può fare a meno di riconoscerlo. «La Germania» —ci informa— «semplicemente sta smettendo di credere al patto di stabilità ed ai suoi bizantini rituali». E ancora: «Lo scetticismo verso l'architettura del fiscal compact europeo è talmente profondo che poco sotto il testo di Feld e colleghi propone di non tenere conto del fatto che un Paese sia già soggetto - o no - a una procedura di Bruxelles sui suoi conti. La valutazione del fondo salvataggi sulla sostenibilità del debito di un governo - si legge - dev'essere "indipendente"». Insomma, a Berlino non si fidano troppo neppure della solitamente fida Commissione UE.

Dopo aver messo in luce i sicuri rischi di destabilizzazione economica della normativa proposta, uno sconsolato Fubini così conclude: «Ma l'obiettivo del documento di oggi non è stabilizzare l'area euro: è ridurre al minimo i fondi che la Germania rischia di dover trasferire per salvare altri Paesi in futuro». Di chi si stia parlando lo esplicita graziosamente il dott. Feld: «Grandi economie avanzate come l'Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso».

La campana tedesca suona dunque a morto per l'economia italiana? Certamente sì, ma suona a morto anche per il fiscal compact, e dunque necessariamente anche per l'euro. Del fiscal compact abbiamo sempre evidenziato la sua insostenibilità - ed i fatti ci hanno dato ragione, come il patetico mendicare decimali di Renzi dimostra piuttosto bene. Ma abbiamo anche sempre detto un'altra cosa: che, per quanto folle, quel meccanismo era necessario per l'oligarchia eurista per tentare di salvare la moneta unica. Senza condivisone del debito, solo una sua forzosa convergenza (a questo doveva servire il fiscal compact) avrebbe potuto quantomeno allungare i tempi dell'agonia dell'euro.

Adesso il massimo pensatoio in terra di Germania prende atto dell'irrealizzabilità di quel disegno. Quando ne prenderanno atto i "pensatori" di casa nostra non sappiamo. Quel che sappiamo è che l'ora della verità si avvicina. E che le oligarchie europee non molleranno la presa sui popoli solo perché dovranno prima o poi mollare la loro moneta. 

A dispetto del totale fallimento del progetto monetario, per non parlare di quello politico che faceva da sfondo, quando il momento decisivo giungerà il loro piano sarà quello di mantenere in piedi, magari rafforzandola, la gabbia di regole che hanno costruito per assicurarsi il dominio su una società frantumata e impoverita, non solo materialmente, dalla spietata applicazione dei loro dogmi neoliberisti.

Dobbiamo impedirglielo. Ma per farlo occorre una risposta ed una forza politica. Il tempo stringe e conosciamo le difficoltà. Alternative però non ce ne sono.

venerdì 8 luglio 2016

QUANDO I BANKSTERS SI SCOPRONO AMANTI DELLA COSTITUZIONE

[ 8 luglio ]

«E' necessario rivedere «al più presto» la normativa sul bail in che contrasta in parte con la Costituzione. Lo ha sottolineato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nel corso della relazione all’assemblea annuale che si è svolta questa mattina a Roma».

Con questo incipit Il Sole 24 Ore di oggi riassume il senso della introduzione che Patuelli [nela foto] ha svolto questa mattina al raduno dei banchieri.

Diciamocelo, è una notizia, anzi, quasi quasi uno scoop.



Questi banksters sono gli stessi che da decenni, in none dell'Unione europea, hanno non solo accettato ma perorato la firma di Trattati e accordi i quali tutti, essendo lesivi della sovranità nazionale, erano e sono in contrasto con la carta costituzionale.

Ora scoprono che le direttive euriste sul bail in, sono anticostituzionali.

E' vero? Certo che è vero!! 
Come abbiamo scritto più volte, non più tardi l'altro ieri, il sistema bancario italiano, per evitare un catastrofico default, non può che ricorrere ad "aiuti di Stato", che tuttavia i Trattati europei, vietano categoricamente.

L'affermazione solenne di Patuelli, mentre conferma la nostra prognosi, svela di che pasta sono fatti i banchieri. Dopo essere stati i promotori delle privatizzazioni del sistema bancario, dopo aver sostenuto tutte le porcherie antinazionale targate Ue, ora piangono lacrime di coccodrillo e chiedono il soccorso pubblico.

Occorre soccorrere le banche e violare le norme europee?
Certo che sì!

Ma non come chiede il Patuelli in base al principio liberista di "privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite".

Il sistema bancario va nazionalizzato e la banca centrale deve ridiventare pubblica.

La Ue non ce lo consente?

Si esca dalle Ue e si torni alla sovranità monetaria, altrimenti sarà la catastrofe del Paese.


lunedì 29 febbraio 2016

GIAVAZZI E LE BANCHE ITALIANE: DOVE CASCA L'ASINO NEOLIBERISTA di Leonardo Mazzei

[ 29 febbraio ]

Nazionalizzare per privatizzare...
Le pittoresche contraddizioni del sig. Giavazzi

Pubblicizzare le perdite per privatizzare i profitti: sai che novità! 
Il "bostoniano" della Bocconi, al secolo Francesco Giavazzi [nella foto], ce l'ha riproposta ieri mattina sul Corsera come fosse l'innovazione del secolo. Quando, invece, è quel che Lorsignori van facendo da decenni. Questa volta si tratta di nazionalizzare le perdite del Monte dei Paschi di Siena (Mps), per mettere le mani sui profitti delle maggiori aziende che lo Stato ancora controlla.

Nell'articolo Giavazzi non si occupa solo di questo. Già il titolo dell'edizione cartacea è un doveroso omaggio all'indiscussa presunzione del soggetto: «Le 5 cose da fare per ripartire». Il Nostro prende atto che la ripresa non c'è —sai che scoperta! E perché non c'è? Perché il Renzi del Jobs act è sì bravo, ci mancherebbe!—, ma è troppo attento alle scadenze elettorali. Eh, bei tempi, quando non c'era neppure la seccatura del voto!

Dunque, cosa bisogna fare? Ovviamente dar retta a lui. Nei 5 punti elencati, ve n'è perfino uno condivisibile (il rilancio degli investimenti pubblici). Per il resto è la solita solfa fatta di liberalizzazioni, come se non fossero in atto da un quarto di secolo; di imponenti tagli alla spesa pubblica per consentire una forte riduzione delle tasse; di nuove massicce privatizzazioni.

Ovviamente le tasse che Giavazzi vuol tagliare sono solo quelle delle imprese. Egli cita infatti soltanto Ires ed Irap. Ma dove ridurre la spesa pubblica è difficile da dirsi anche per il bocconiano, che parla dei tagli alle municipalizzate e della necessità di alzare le tasse universitarie. Una linea di classe ben precisa, ovviamente, ma comunque ben poco efficace per far cassa nella misura che vorrebbe.

Il Nostro se ne accorge, ed ecco che parla apertamente della necessità di sforare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. A suo avviso, l'Europa lo tollererebbe se finalizzato ad una drastica riduzione delle tasse sulle imprese. Una tesi leggermente azzardata, figlia della necessità di accordare il suo liberismo di marca anglosassone con la linea sempre più filo-tedesca del giornalone su cui scrive.

Ma veniamo al vero punto forte dell'articolo di Giavazzi, non a caso il primo della sua esposizione. Quello dal titolo: «Mettere in sicurezza le banche». Qui la proposta è chiara e precisa fin nei dettagli. Ed è indicativa non solo del pensiero del suo autore, peraltro piuttosto noto, ma anche delle divertenti ed irrisolvibili contraddizioni in cui si dibatte la sua teoria.

La sua opinione è che le grandi banche italiane non abbiano problemi (quelle piccole sì, ma chissenefrega), salvo una macroscopica eccezione: il Monte dei Paschi di Siena. Ecco allora la sua proposta, che conviene leggere integralmente:
«Per fugare l’ombra che si stende sulle nostre banche bisogna mettere in sicurezza il Monte. Servono circa dieci miliardi di euro. È escluso che vi siano investitori privati disposti a metterceli e sarebbe un delitto indurre le banche maggiori a farlo mettendone a rischio la solidità. Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece. L’unica strada rimasta è usare la Cassa depositi e prestiti, un’istituzione di fatto pubblica (il maggior azionista è il ministero dell’Economia) ma che le regole europee considerano privata perché una quota di minoranza è posseduta dalle fondazioni bancarie. Per mettere dieci miliardi nel Monte la Cassa deve però vendere una parte delle sue partecipazioni in Eni, Snam, Terna, Fincantieri. Almeno temporaneamente, perché il Monte risanato fra qualche anno potrà essere venduto, come fece il governo di Londra dopo aver nazionalizzato Lloyds e Royal Bank of Scotland. Non farlo per l’orgoglio di non perdere il controllo delle aziende di cui Cdp è il maggiore azionista sarebbe una decisione poco lungimirante».
Ora, ridurre la questione bancaria italiana ad Mps è davvero superficiale, ma almeno Giavazzi ha ben chiaro —a differenza del Renzi del «è il mercato, bellezza!»— che nello specifico il "mercato" (il suo tanto amato "mercato") non potrà funzionare. Non ci sono —ma guarda un po'— privati disposti ad investire i 10 miliardi che servirebbero. Bene, ma allora perché impedire al mercato, che secondo la sua teoria tutto alla fine risolve, di fare il suo corso?

E' qui che casca l'asino del neoliberista. Certo, il laissez-faire porterebbe al fallimento di fatto della banca ed all'applicazione del bail-in, dunque ad un rischio sistemico per l'intero sistema bancario italiano. Ma perché non riconoscere, allora, che la teoria mercatista proprio non funziona?

Per Giavazzi «Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece». Dunque, lo Stato doveva intervenire, alla faccia del "mercato", ma non lo fece. Ora, a parte il fatto che non lo fece neanche quando il Nostro faceva il consulente economico del sig. Monti, perché nessun governo italiano ha potuto farlo? Qui, il nostro bocconiano ha una singolare amnesia. Certo, in teoria le regole glielo avrebbero consentito, ma si può dire altrettanto dei vincoli di bilancio rigorosamente controllati dagli occhiuti funzionari europei? Giavazzi sa bene che la risposta è no, ma l'eurismo è un dogma che il Nostro non intende neppure sfiorare.

Dunque, lo Stato non lo fece, e tantomeno può farlo oggi che le regole dell'Unione Bancaria ci sono. Da questo ragionamento giavazziano si evince come il blocco dominante italiano ha di fatto rinunciato alla messa in discussione del bail in, accontentandosi probabilmente di un atteggiamento più tenero da parte tedesca sulla questione della quantità e della prezzatura da attribuire ai Btp detenuti dalle banche italiane. E' probabilmente in questa chiave che possiamo leggere le pubbliche manifestazioni d'amorosi sensi seguite al recente incontro Renzi-Juncker.

Se le cose stanno come pensiamo, ciò significa che da parte italiana si rinuncia ad ogni efficace azione sull'Unione Bancaria, mentre l'eventuale (e tutta da verificare) retromarcia tedesca sulla questione dei titoli di stato si tradurrà, proprio come desiderato dalla Germania, in un rinvio all'infinito del Fondo di garanzia europeo, che è esattamente lo scopo per il quale i tedeschi hanno sollevato (leggi QUI) la questione dei Btp posseduti dalle banche italiane.

Per terminare questa breve digressione: cosa ha ottenuto in cambio allora Renzi tanto da amoreggiare in pubblico con l'ubriacone lussemburghese? Naturalmente non possiamo giurarci, ma l'unico risultato sarà probabilmente quello di poter evitare manovre aggiuntive nella primavera-estate. In quanto all'autunno, ed alla finanziaria 2017, è presto per dirlo. La politica —quella italiana, ma ormai anche quella europea— funziona così, con un orizzonte temporale sempre più corto.

Ma torniamo a Giavazzi ed alla sua proposta. Premesso che nel quadro dell'Eurozona lo Stato non può agire direttamente, il Nostro ammette candidamente che il "mercato" è addirittura fuori gioco. Che fare allora? Semplice, per un attimo ci si dimentica delle teorie insegnate alla Bocconi, nonché dei dogmi euristi sempre venerati, e si propone un banale trucchetto: facciamo intervenire la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che pubblica è ma non formalmente.

Avete capito la trovata? 
Un po' di basso livello, ma anche i bocconiani non sono più quelli di una volta... 
C'è però qualcos'altro: dove li piglia i 10 miliardi la Cdp? Ovvio, li prende mettendo sul mercato, cioè privatizzando, quote di «Eni, Snam, Terna, Fincantieri», eccetera. Ma andando su questa strada —attualmente Cdp possiede il 30% di Terna, il 29% di Snam, il 26,3 di Eni ed il 100% di Fintecna che controlla a sua volta il 71,6% della citata Fincantieri - non si rischia di perderne il controllo?

Naturalmente sì, ma per il Nostro non volerne perdere il controllo sarebbe solo una questione di «orgoglio... una decisione poco lungimirante». Nazionalizzare per privatizzare: ecco dunque la ricetta giavazziana per far quadrare il cerchio. Cerchio che viene chiuso con l'obiettivo di riprivatizzare anche Mps una volta che la banca sarà tornata, grazie ai soldi pubblici, competitiva. Uno schema copiato pari pari dal modello britannico al quale evidentemente si ispira.

Dall'esame dell'articolo di Giavazzi spero si saranno capite due cose: 1) quanto sia debole e contraddittoria la teoria neoliberista quando deve confrontarsi davvero con i disastri che essa stessa ha prodotto; 2) quanto la sua proposta di momentanea nazionalizzazione sia lontana dalla nostra.

Per l'ex consigliere del governo Monti la nazionalizzazione ha da essere fatta solo per riprivatizzare la banca quando potrà produrre nuovamente utili, mentre la nobile causa della sua salvezza andrà perseguita privatizzando quel poco che resta di pubblico nelle grandi aziende nazionali. Appunto, come abbiamo già detto, nazionalizzare per privatizzare, in base al classico schema della pubblicizzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Assolutamente inaccettabile.

Per noi, invece, la nazionalizzazione del sistema bancario, non soltanto di Mps, è non solo il modo di salvare le banche italiane dal prepotente attacco tedesco, ma quello per porre sotto il controllo pubblico il decisivo settore finanziario, iniziando così un processo di sganciamento dal sistema del finanz-capitalismo che è alla base dell'irrisolta crisi che viviamo ormai da 8 anni.

La trappola del bail-in va evitata, ma per farlo davvero bisogna mandare a quel paese l'euro e l'Unione Europea, mandando al tempo stesso in pensione le politiche neoliberiste di ogni tipo. Non si esce dalla crisi attuale, neppure da quella bancaria, con la scelta dei continui rammendi che niente risolvono.

Capisco che per uno come Giavazzi sia praticamente impossibile ammettere che questa è la realtà. Ma il suo "prendere tempo", in attesa che i fatti si accordino alla sua teoria, ci ricorda molto l'acquistar tempo del furbo fiorentino (che egli critica) che lo vuol guadagnare per ingraziarsi ancora per un po' il favore delle urne...

mercoledì 17 febbraio 2016

SE FOSSI UN ITALIANO di Ambrose Evans Pritchard

[ 17 febbraio]

«...vorrei tornare alla mia moneta il più velocemente possibile»
Parola di un consigliere del governo tedesco che si dissocia dai suoi colleghi del "German Council" (qui sotto le sue parole riportate in un articolo del Telegraph), a conferma di quanto scrivevamo QUI sull'attacco tedesco all'Italia.



Il piano tedesco per un bail-in sui titoli di Stato rischia di far saltare l'euro
di Ambrose Evans Pritchard 


‘Se fossi un politico italiano vorrei tornare alla mia moneta il più velocemente possibile: è questo l’unico modo per evitare la bancarotta’, così ha detto un ‘saggio’ tedesco.

Un influente consigliere del Governo tedesco ha avvertito che il nuovo ‘piano tedesco’ volto ad imporre un ‘haircut’ [1] ai detentori del ‘debito sovrano’ dell'Eurozona innescherà l’inarrestabile crisi delle obbligazioni europee e potrebbe costringere l'Italia e la Spagna a ripristinare le loro valute.

“E’ il modo più veloce per porre fine all’Eurozona”, ha dichiarato al Telegraph il Prof. Peter Bofinger, uno dei cinque ‘saggi’ del ‘German Council of Economic Advisers’. “Potrebbe arrivare molto velocemente un attacco speculativo. Se fossi un politico italiano e dovessi confrontarmi con un tale rischio d’insolvenza vorrei tornare alla mia moneta il più rapidamente possibile, perché sarebbe l'unico modo per evitare la bancarotta”.

Il ‘German Council’ ha chiesto l’introduzione di uno specifico meccanismo da attivare per eventuali ’insolvenze sovrane’, anche a costo di sovvertire i principi finanziari dell’’ordine del dopoguerra’ in Europa. Lo ritiene necessario per ripristinare la credibilità della clausola del ‘no-bailout’ [salvataggio esterno] presente nel Trattato di Maastricht. Il Prof. Bofinger ha espresso un veemente dissenso.

Il piano tedesco ha il sostegno della Bundesbank e, più di recente, del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, che di solito riesce a imporre la sua volontà, nell’Eurozona. Colloqui molto delicati sono attualmente in corso nelle principali capitali europee e stanno provocando dei forti brividi a Roma, Madrid e Lisbona.

Secondo questo schema, ad ogni futura crisi del ‘debito sovrano’ gli obbligazionisti [detentori dei Titoli di Stato] devono subire delle perdite [haircut], prima che ci possa essere un salvataggio da parte dello ESM [Fondo di Salvataggio Europeo]. “Questo piano provocherà dei guai”, ha dichiarato Lorenzo Codogno, ex capo-economista del Tesoro italiano, ora occupato presso la ‘Advisors Macro LC’.

Questo bail-in [salvataggio interno] sui ‘debiti sovrani’ corrisponde a quello entrato in vigore lo scorso Gennaio nei riguardi degli obbligazionisti delle banche, che ha contribuito alla drastica svendita delle azioni bancarie dell’Eurozona.

Il Prof. Bofinger ha aggiunto per iscritto un suo parere, avvertendo che il piano potrebbe auto-avverarsi molto in fretta, innescando una “corsa alla vendita delle obbligazioni da parte degli investitori, per liberarsi delle loro partecipazioni ed evitare l’"haircut".

Italia, Portogallo e Spagna non potrebbero difendersi perché prive dei propri strumenti monetari. “Questi paesi rischierebbero di essere colpiti da una pericolosa crisi di fiducia”, egli ha concluso. Il ‘German Council’ ritiene che il primo passo sia quello di assegnare un più alto ‘rischio-ponderazione’ al ‘debito sovrano’ detenuto dalle banche – ed anche un limite a quanto ne possono acquistare – con l’esplicito obbiettivo di costringerle a cederne per 604 miliardi di euro. Dovrebbero in alternativa raccogliere 35 miliardi di capitale fresco, perché la situazione possa essere ritenuta ‘gestibile’.

Si tratta di un problema nevralgico, per l’Italia, dove le banche possiedono 400 miliardi di euro di ‘debito pubblico’ e hanno effettivamente utilizzato i fondi della Banca Centrale Europea per sostenere il Tesoro italiano.

Mario Draghi, Presidente della BCE, Lunedì scorso ha aggirato una domanda sulla questione posta da un euro-deputato italiano: “E’ un problema con cui abbiamo a che fare. E’ necessario un approccio sia ponderato che graduale”.

La mossa ‘fa la corte al destino’, dal momento che il Portogallo è già nell'occhio del ciclone, dovendo affrontare sia un rallentamento dell'economia che uno scontro con Bruxelles sull’austerità. La scorsa settimana lo spread sul ‘debito pubblico’ portoghese a 10 anni è salito a 410 punti-base rispetto a quello tedesco, spingendo gli oneri finanziari a livelli insostenibili. Il debito pubblico del Portogallo è al 132pc del PIL, mentre l'indebitamento totale è al 341pc, il più alto d’Europa. Il paese è caduto nella trappola del debito-deflazione e, per poterne sfuggire, avrebbe bisogno di anni e anni di forte crescita.

“Il Portogallo potrebbe perdere l'accesso al mercato finanziario”, ha dichiarato Mark Dowding, responsabile della ‘Blue Bay’ per il settore delle obbligazioni. “Abbiamo visto una situazione molto brutta, la scorsa settimana. I grandi Fondi statunitensi che avevano investito nei ‘Titoli di Stato‘ portoghesi stanno cercando di uscire da quelle posizioni. Con i riscatti che sono in corso, si tratta di una vera e propria ‘tempesta perfetta’”.

Il Sig. Dowding ha detto che la ‘grazia salvifica’ per il Portogallo è che il paese ha pre-finanziato la maggior parte del suo fabbisogno per il 2016 – e potrà così superare la tempesta …. per un po’ di tempo.

Ma, se la crisi dovesse perdurare, le preoccupazioni per un nuovo salvataggio della Troika – e per le condizioni che sarebbero imposte – potrebbero rapidamente prendere piede. Non ci fu in effetti alcun ‘haircut’ sui Titoli di Stato portoghesi, nel ‘bail-out’ del 2010.

Il ‘German Council’ ritiene che i privilegi normativi concessi al ‘debito sovrano’ posseduto dalle banche debbano essere eliminati. Non deve più essere trattato come se fosse totalmente ‘liquido e sicuro’ nelle percentuali di copertura della liquidità delle banche, o essere esente dai ‘requisiti di capitale’ [2]: “I rischi maggiori sono per le banche di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia”. L’obiettivo, in teoria, è quello di ridurre il legame fra ‘debito sovrano’ e banche attraverso una separazione parziale, per prevenire che le crisi del debito pubblico possano diffondersi e ‘smontare’ i sistemi bancari nazionali.

Il Prof. Bofinger ha anche detto che il vero problema è che la Germania e i paesi-creditori dell’EMU tutt’ora si rifiutano di accettare le implicazioni di un’Unione Monetaria, ovvero che un certo livello di debt-pooling [3] e di Unione Fiscale sia indispensabile per tenere assieme l’esperimento della ‘moneta unica’.

A suo parere, la nozione di ‘meccanismo d’insolvenza sovrana’ è interpretata in modo sbagliato: perpetua la bufala che la radice della crisi sia negli abusi fiscali dei Governi. In realtà – e con l'eccezione della Grecia – il ‘debito pubblico’ è esploso, nel 2008, perché i paesi in crisi hanno dovuto prendere misure d’emergenza per evitare il collasso delle loro economie.

Il nuovo ‘piano’ dei tedeschi, inoltre, consentirebbe agli investitori privati ??di agire come ‘giudici’ della solvibilità degli Stati. Il Prof. Bofinger ha concluso che: “Non possiamo consentire un sistema in cui i mercati diventano padroni dei Governi”.

Il ‘German Council’ è stato alquanto sprezzante nelle sue conclusioni. Ha schiacciato qualsiasi discorso relativo ad un Tesoro o ad un’Autorità Fiscale condivisa: l’unico modo per sostenere l’Unione Monetaria è d’imporre un controllo rigoroso e di rafforzare le norme esistenti.


*Fonte: www.telegraph.co.uk

** tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Fra parentesi quadra [ … ] le note del Traduttore ed inoltre:
[1] Per ‘Haircut’  s’intende lo sconto richiesto dal creditore, rispetto al valore di un asset reale o finanziario dato in garanzia, a protezione del rischio di una minusvalenza dello stesso asset.
[2] Il concetto è che la gestibilità del ‘debito sovrano’, non più totalmente esente dai rischi, deve essere garantita da apposite garanzie in termini di ‘capitale proprio’, esattamente come qualsiasi altro debito.
[3] Scolasticamente, il ‘Debt Pooling’ è un accordo secondo cui un debitore potrebbe depositare dei fondi per distribuirli fra i suoi creditori. E’ un metodo di consolidamento del debito.
http://definitions.uslegal.com/d/debt-pooling%20/

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