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martedì 25 ottobre 2016

SPAGNA: SE RAJOY TORNA AL POTERE di Manolo Monereo

[ 26 ottobre ]

Sventate in Spagna nuove elezioni anticipate.

Con il colpo di stato che ha defenestrato il segretario socialista, il PSOE darà il proprio appoggio al governo di Rajoy, governo di cui farà faranno parte anche i liberisti di Ciudadanos.
Per la prima volta in Spagna un governo alla tedesca di "große koalition". O forse più modeste e traballanti "larghe intese" all'italiana...


E’ fondamentale non lasciarsi ingannare dai fatti, ora meno che mai. La chiave continua ad essere la lotta —dura, crudele e lunga, molto lunga— tra l’ennesima restaurazione borbonica e l'antica e sempre sconfitta rottura democratica, in un paese —è bene sottolinearlo— che soffre una "crisi esistenziale": come regime, come stato- nazione, come società. Parlare della Spagna senza tenere conto della sua condizione periferica, subalterna e dipendente dalla Unione Europea significa rifiutarsi di capire cosa ci sta succedendo e, soprattutto, le tendenze di fondo di una serie di problemi che drammaticamente si stanno aggrovigliando e che ci situano di fronte ad un bivio storico di grandi dimensioni.

La rottura del PSOE è esemplare, addirittura magistrale. Essa mostra con grande precisione e rende visibili le strutture dominanti di potere, il loro peculiare funzionamento, la loro distribuzione e, soprattutto, i limiti della autonomia del politico. Le crisi svelano sempre quello che la normalità nasconde. La prima cosa che appare chiara è che il bipartitismo è stato ed è l'essenza di questo regime, il suo nucleo duro. Per dirla più precisamente, si tratta di un modo di organizzare il potere politico che impedisce e blocca qualsiasi progetto che va al di là di ciò che è consentito dai poteri forti — quelli che agiscono dietro le quinte e non si presentano alle elezioni. La mossa è stata di un'efficacia senza precedenti: una destra sempre più di destra, sempre più patrimonialista e reazionaria, sempre più corrotta; e una sinistra sempre meno di sinistra, sempre più legata al potere e con legami sempre più deboli con la sua tradizione e la sua base sociale. Il PSOE è stato il "partito di regime" proprio per la sua capacità di ottenere un ampio consenso sociale e per prevenire l'insorgere, grazie al sistema elettorale, di un’alternativa alla sua sinistra

Un altro aspetto la crisi mette in luce è l'enorme controllo che i poterei forti hanno sui partiti dominanti. In tempi di prosperità questo controllo è aumentato, i maggiori partiti si sono cartellizzati, hanno perso sociale sostanza, militanza e si sono progressivamente convertiti in organi dell'apparato statale. La tendenza dominante è verso l'omogeneizzazione politica e programmatica e la sua progressiva trasformazione in una classe politica chiusa e sempre più autoreferenziale. Si può dire che qui, come quasi ovunque, le forze politiche sono d'accordo sul fondamentale e divergono sull'accessorio. Per dirla tutta, il partito di opposizione decade e la differenziazione viene ricercata nella "spolitica spettacolo", nella personalizzazione e nei ricorrenti scandali. La corruzione è una parte fondamentale del modello, il meccanismo preferito utilizzato dai gruppi di potere economico per controllare la rappresentanza popolare.


La crisi economica, la rottura del patto sociale e le politiche di austerità hanno portato alla nascita di una massiccia protesta indignata e, più oltre —non è stato automatico— all'emergere di Podemos e poi di Unidos Podemos come terza forza politica del paese. La crisi del bipartitismo è stata la manifestazione più evidente dell'esaurimento del regime. Come ho sottolineato più volte, non succede nulla nella politica del nostro paese può essere spiegato senza i 5 milioni di voti, 71 deputati e 21 senatori Unidos Podemos. La crisi che oggi vive il PSOE non può essere compresa senza questo fatto fondamentale.

Qui non dovremmo nemmeno confonderci troppo. La differenza fondamentale tra Pedro Sanchez [il segretario dimessosi del PSOE, Ndt] ed i suoi baroni e, soprattutto, con la sua baronessa [Susana Diaz, la boss andalusa], aveva a che fare con la strategia più adeguata per affrontare la sfida di Unidos Podemos. Non è mai stato davvero sul tavolo un governo del PSOE di Pedro Sanchez con Unidos Podemos. Quando dico mai, è mai. L'ex segretario generale del PSOE è stato chiaro fin dall'inizio che se i socialisti volevano rimanere il partito del regime, dovevano neutralizzare, dividere e isolare elettoralmente Unidos Podemos. Per questo era necessario polarizzarsi fortemente rispetto al governo del PP, ostentare un discorso di opposizione di sinistra e puntare, grazie ad un patto chiaro con Ciudadanos, all’appoggio esterno di Unidos Podemos.

Sanchez ha sempre saputo che un patto con Rivera [leader dei liberisti di Ciudadanos, Ndt] era impossibile da accettare per Unidos Podemos. La chiave era colpevolizzare il partito di Pablo Iglesias come responsabile per l’eventuale ritorno al governo del PP e delala possibile convocazione di nuove elezioni. Un altro problema, non meno significativo, è che, difendendo questa strategia, il segretario generale del PSOE si andava autonomizzando dai gruppi di interesse dominanti nella propria organizzazione e, soprattutto, dai poteri economici fattici e dai media. La vera scelta, alla fine, è stata tra coloro che volevano facilitare il governo del PP e quelli che erano disposti a rischiare nuove elezioni generali. Sanchez non aveva nulla da perdere e ha giocato con coraggio le carte che aveva a disposizione, con qualche altro bluff.

Il finale è noto: un’alleanza pubblica, visibile, chiara, tra una parte della leadership socialista guidata da Susana Diaz con i poteri forti che comanda e non si presentano alle elezioni per destituire il segretario generale del PSOE. Parlare di colpo di stato non è esagerato e dice anzi molto circa la perdita di reale autonomia della politica (dei partiti, delle istituzioni, deii poteri costituzionali) rispetto all'immenso potere del capitale finanziario-monopolista. Sabato scorso è stato dimostrato che il vecchio partito socialista è una forza politica etero diretta, senza un reale controllo sul proprio destino ed essenzialmente dipendente da poteri autoritari.

Sembra chiaro che Rajoy otterrà il suo insediamento e che una nuova tappa politica si apre, senza precedenti nel nostro sistema politico. La chiave è, a mio avviso, che Unidos Podemos è uscito intero e rafforzato dalla scommessa e che il sistema non è riuscito a cancellarlo o a romperlo. Il partito socialista deve affrontare una fase molto difficile. C'è qualcosa che dobbiamo avere chiaro: così come i poteri sono stati in grado di destituire Pedro Sanchez, cercheranno nuovamente di risollevare il PSOE. La trama politica, economica e mediatica che ha lavorato contro la direzione del PSOE, ora dedica tutti i mezzi per impedire che Unidos Podemos possa diventare l’opposizione reale alla destra ed alle politiche di destra.

Si può dire che le forze della restaurazione hanno vinto una battaglia politica importante. Hanno imposto loro criteri e controlleranno, con una mano ferma, un processo che gli stava sfuggendo di mano. Lo strumento è stato, come sempre, la parte legata del PSOE più legata ai poteri forti. E' la linea sottile e mortale che va da Felipe González a Susana Diaz, passando per i Rubalcaba, i Bono, vale a dire, parte delle classi dominanti del paese. Questa può essere una vittoria di Pirro. Il costo dell'operazione è stato l’indebolimento del PSOE, la rottura con una parte sostanziale della sua base militanza, l’apparire come l'altra faccia del regime del PP. Unidos Podemos può ancora avere l'opportunità di trasformare il divario in un nuovo spazio politico per accogliere i grandi cambiamenti di cui il paese ha bisogno.

In questo momento, il fattore decisivo è il fattore tempo. Unidos Podemos è in grado, nei prossimi mesi, di continuare a sfidare l'egemonia del PSOE. Il tipo di opposizione sarà fondamentale. La definirei come una opposizione per l'alternativa. Non si tratta di tornare al turnismo sempre, alla semplice alternanza. Dobbiamo andare oltre, dobbiamo costruire un’alternativa di governo, di Stato e di società che rompa con le politiche neoliberiste, difenda la sovranità popolare e restituisca al popolo il suo potere costituente.

* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE




domenica 27 dicembre 2015

SPAGNA: IL BIPARTITISMO ARRETRA MA RESISTE, L'ALTERNATIVA PERÒ AVANZA di Manolo Monereo

[ 27 dicembre ]


«La politica consiste in una dura e prolungata
penetrazione per mezzo di una tenace resistenza, e questo richiede, allo stesso tempo, passione e temperanza.
E’ certamente vero, e la storia lo dimostra,
che in questo mondo non sarà mai raggiunto il possibile
se non si tende ripetutamente all'impossibile».
Max Weber

1. Protesta sociale e mobilitazione elettorale, sono i motori del cambiamento. È stato detto molte volte e non sempre rigorosamente: le lezioni 20 dicembre chiudono un ciclo aperto, in ultima analisi, dalla protesta di 15M [ degli indignatos, Ndr]. Lotta sociale e confronto elettorale sono cose diverse ma correlate. Nella nostra grammatica tradizionale diremmo che la lotta sociale prepara quella elettorale e la qualifica. Questo concetto va tuttavia chiarito. Se consideriamo il 15M come una ribellione sociale pacifica e democratica, dobbiamo concludere che esso ha avviato un ciclo di mobilitazioni che si sono concluse in un ciclo elettorale oggi solo all’inizio. 
Nel mezzo, c’è Podemos.

Lotta sociale e mobilitazione elettorale si sono concluse, non senza contraddizioni, coincidendo. Questo è quanto caratterizza Podemos: espressione di un movimento sociale che, tuttavia, non può essere ridotto ad esso; entrambi i fenomeni procedono insieme, con ritmi, forme e contenuti diversi ma che alla fine convergono. Podemos —è bene insistere su questo—  è un processo, una forza politica in costruzione e in definizione, con relazioni complesse con una base sociale eterogenea ed estremamente ampia.

2. Il sistema elettorale ed il bipartitismo, sono il vero catenaccio della Costituzione del 1978. La tesi sostenuta in un recente libro di Javier Perez Royo sulla riforma costituzionale, per quanto già nota, conserva una grande validità oggi visti i risultati delle elezioni 20D. Quanto sostiene il Professore di Diritto Costituzionale dell'Università di Siviglia è chiaro: la Costituzione del ‘78 è uno strumento che serve, in ultima analisi, al fine di garantire il bipartitismo, il centralismo e la monarchia borbonica; ed in quanto tale è impossibile riformarla.

Nella sostanza il bipartitismo, inteso come un modo di organizzare il potere affinché continuino a comandare coloro che non si presentano alle elezioni, la cosiddetta “governabilità”, che altro non è se non la perpetuazione della monarchia. Il sistema elettorale favorisce e organizza il bipartitismo e quando, per vari motivi (queste elezioni lo dimostrano) si producono cambiamenti nel sistema dei partiti, la tendenza è quella di sfoderare il discorso sull’ingovernabilità, ciò che favorisce il ritorno al bipartitismo, ovvero il dominio dei partiti dinastici.

3. Arretramento del bipartitismo e concrezione elettorale dell'alternativa. Superare il bipartitismo è, in un certo senso, un modo di nominare la rottura del regime. Non è mai stato facile e non lo sarà ora. Sono necessarie specifiche condizioni. Al centro, un movimento sociale che sostiene e spinge l'alternativa politica elettorale. Questo sta già avvenendo in Spagna. Nulla cade se non viene fatto cadere. Dobbiamo perseverare, con tenacia e coraggio.

Il 20 dicembre il bipartitismo indietreggia ma mostra una forte capacità di recupero. È naturale, è la potenza del sistema. Eppure, PP e PSOE, hanno perso più di 5 milioni di voti; a sua volta, Podemos raggiungere più del 20%, con 69 seggi e supera i 5 milioni di voti. Ciudadanos ottiene quasi il 14% con 3,5 milioni di voti. Izquierda Unida (IU) ha perso più di 600.000 voti e, come sempre, punita dal sistema elettorale, ottiene solo due deputati.

Dietro a questi dati generali in quanto vi sono realtà che non possiamo discutere in questo articolo, ma di cui si deve tener conto. In particolare, due dati: in primo luogo, che il nuovo emerge con forza nelle grandi città e poi che quando si realizzano grandi alleanze elettorali si ottengono ottimi risultati. Questo lo abbiamo già verificato in occasione delle elezioni comunali e viene  confermato con più forza dalle elezioni generali. Che Podemos sia la prima forza in Catalogna e nei Paesi Baschi è un'impresa non da poco e, a sua volta, che sia la seconda in Galizia, Valencia e Madrid. Non è necessario scendere nei dettagli, ci sarà tempo.

La cosa sostanziale, a mio parere, è che vengono avanti tre nodi che andavano sciolti e sembravano antagonistici. Mi riferisco al legame tra 'questione sociale', 'questione nazionale' e 'nuovo progetto di Paese'. Podemos —ed è un fatto cruciale— pretende di superare il bipartitismo unendo queste tre questioni, con una chiara vocazione a intrecciare l’aspetto sociale e quello nazionale, in quella che potremmo chiamare "ampia alleanza delle sinistre sovraniste", come un mezzo per costruire un nuovo potere, un nuovo Stato federale (auto)istituito.

Un altro aspetto che va sottolineato è che, seppur non in modo del tutto lineare, mentre il bipartitismo arretra grazie all’avanzata della sinistra, il progetto Ciudadanos s’impantana. L’operazione guidata da Rivera è stata molto importante e aveva alle spalle, tutti lo sapevano, le grandi potenze economiche e i media. L'obiettivo era chiaro:  indebolire Podemos dal centro destra e promuovere una nuova maggioranza PP-Ciudadanos. Al di là degli errori della campagna —uno è stato notevole— [la dichiarazione che Ciudadanos avrebbe appoggiato un governo del PP, Ndr], l'operazione di Ciudadanos non ha funzionato come sperato perché non potevano nascondere la suo carattere di destra, in molti sensi, più di destra del PP.

La resistenza del PSOE, nonostante abbia ottenuto il risultati peggiori della sua storia, ha a che fare, a mio parere, con due ragioni strettamente correlati: da un lato, perché la campagna puntava a contenere l’esodo verso Ciudadanos e, in secondo luogo, perché è sempre avuto chiaro che il nemico principale veniva da sinistra, da Podemos. Di qui l'ossessione di Pedro Sanchez Mariano di polarizzarsi con Mariano Rajoy tentando di apparire come la vera alternativa al PP. Si potrebbe dire—e ciò è stato un grande servizio al bipartitismo— che Pedro Sánchez ha preferito perdere voti verso destra piuttosto che alla sua sinistra, ben sapendo che non alla sua destra sta il nemico di un sistema di potere che ha sempre beneficiato il PSOE e che dunque andava perpetuato.

4. Podemos e Izquierda Unida. Come ho già detto, i risultativi IU sono stati brutti. Come sempre, ciò non si spiega solo con un singolo fattore ma la sconfitta ha molto a che fare con l'incapacità del nucleo dirigente di IU ci connettersi con il nuovo che è emerso col 15M, quindi la sua profonda incomprensione del fenomeno Podemos. Quando IU poteva cambiare, non comprese il treno passa una volta sola, che poi molto difficile prenderlo di nuovo. Podemos —vale la pena insistere— è, sotto molti profili, prodotto delle lacune di IU, una organizzazione politica e un apparato che non hanno capito i cambiamenti sociali e culturali in atto nella nostra società e che tutto quello che cercato di fare, alla fine, è stato rappresentarli elettoralmente.

Malgrado il treno sia ripassato, lo si lasciò andare. Con gli accordi raggiunti in Catalogna, Galizia e quasi conclusi in Valencia, hanno alla fine prevalso la tradizionale inerzia del Sud, il richiamo all’identità, la presunzione di autosufficienza. La percezione è stata, ancora una volta, sbagliata. Si è pensato che Podemos era un progetto in declino elettorale e che IU sarebbe stata in grado di ottenere gruppo parlamentare nello Stato. Quello che è accaduto è già noto. In qualche modo, si è ripetuta la strategia del 1982, dimenticando che Podemos non è il PSOE e che è nato contro esso, e che IU non è, neanche lontanamente, il PCE del 1982.

In queste condizioni, la strategia elettorale era facilmente prevedibile: distinguersi in negativo da Podemos rivendicando, ancora una volta, con l’utilizzo di teoria cospirativa della storia, una identità in pericolo. E’ vero che questa strategia ha sempre funzionato bene. Se c’è una tradizione di IU è il suo orgoglio e il senso di appartenenza dei suoi membri. Possiamo dire, senza sbagliarci, che le donne e gli uomini di IU hanno dato anima e sangue in questa campagna elettorale. Un altro problema è che la conseguenza più negativa di una tale politica si materializza nella “cattiva notizia” che l'unità è indispensabile e che si debbono forgiare alleanze con i "nemici" di ieri. Non sarà facile.

In un certo senso, si può dire che quella di IU è stata la strategia più funzionale a Podemos perché non gli contestava l'egemonia del cambiamento e si auto-isolava da una base sociale che aspirava a profonde trasformazioni sociali e politiche con uno stato d'animo aperto, unitario e plurale. Gli spazi si costruiscono e mai, soprattutto ora, sono determinati per sempre. Questo è stato sperimentato nelle elezioni comunali e si è riprodotto in Catalogna, Galizia, Paesi Baschi, Valencia ...

Dobbiamo insistere: Podemos e UI, per molti versi, sono complementari e insufficiente da soli per costruire l'alternativa. In queste elezioni Podemos ha avanzato molto. Un'organizzazione che si costruisce in piena campagna  elettorale vive, per dirla così, un cambiamento permanente. Podemos di oggi non è già più quello del passato e certamente quello di domani non sarà quello di oggi. IU può tentare, ancora una volta, di procedere contro Podemos, ma può anche, ferma la sua autonomia, allearsi, mescolarsi, intervenire, essere parte di un progetto che è l'unico che in grado di egemonizzare un cambio di regime.


Il prossimo treno è già partito. Questa legislatura sarà molto complessa e anche breve. L’unità di IU e Podemos può moltiplicare voti, speranze e illusioni. Presto dovremo scegliere. Ci vorranno passione e temperanza; e decisione, soprattutto decisione.

* Fonte: Cuarto poder
** Traduzione a cura della redazione

venerdì 18 dicembre 2015

LA SPAGNA AL VOTO (scheda)

[ 18 dicembre ]

Inutile dire che le elezioni di domenica prossima in Spagna hanno una notevole importanza.
L'avanzata (nei sondaggi) di Podemos dopo il successo alle europee dell'anno passato, sembra essersi arrestata. Pablo Iglesias ha impostato la campagna con l'ambizioso obbiettivo di vincere o, quantomeno, di arrivare alla spalle del Partito Popolare dato primo partito. Invece i sondaggi danno Podemos addirittura quarto, alle spalle di Ciudadanos. Ciudadanos: una formazione politica apertamente neoliberista che tuttavia si presenta come "forza antisistema", una versione ispanica del "rottamatore" Renzi. 
Vedremo. Quel che tuttavia sembra certo è la fine del sistema bipolare che regge in Spagna sin dalla caduta di Franco. Saranno quindi elezioni che sanciranno la cronicizzazione della crisi politica i istituzionale, risultato a sua volta della gravissima crisi economica e sociale che persiste, malgrado gli apparenti successi della terapia da cavallo di Rajoy.


In Spagna si vota il 20 dicembre per il rinnovo del Parlamento (Cortes Generales), ovvero di Camera (Congreso de los Diputados) e Senato (Senado). 
Il sistema elettorale spagnolo per il Congreso è un sistema proporzionale basato su circoscrizioni piccole, quindi con un forte effetto maggioritario: se in un territorio si eleggono solo due deputati, andranno ai due maggiori partiti. Un sistema che storicamente in Spagna ha favorito i due partiti maggiori, PP e Psoe. Questo quasi sicuramente cambierà con le elezioni del 20 dicembre a causa della comparsa di due nuovi partiti, Podemos e Ciudadanos.
I seggi sono assegnati nelle singole province in proporzione alla popolazione e sulla base di listini bloccati e col famigerato "Metodo D'Hont". Nella maggior parte delle province si eleggono meno di 10 deputati. A Madrid sono 36, a Barcellona 31.
I volti dei 4 candidati principali nelle affissioni: Rajoy, Sanchez, Rivera, Iglesias
Esiste una soglia di sbarramento del 3% su base provinciale, ma dato che le circoscrizioni sono piccole la soglia di sbarramento entra in azione di fatto solo a Madrid e Barcellona.
La composizione del Senado è invece mista: 206 senatori sono eletti in occasione del voto generale, sempre su base provinciale, ma in maniera fissa, ovvero 4 senatori per ogni provincia, 3 per le isole maggiori, uno per le isole minori e due per le enclave di Ceuta e Melilla. Ma completano il Senado altri 55 senatori eletti dalle regioni (Comunità autonome), uno per ogni regione più uno per ogni milione di abitanti. Quindi nei risultati elettorali del Senato sono mostrati solo i 206 senatori eletti direttamente e non la composizione del nuovo Senato. In ogni caso, il Senado non dà la fiducia al governo, quindi da un punto di vista politico sono le elezioni del Congreso a contare maggiormente.

martedì 1 settembre 2015

NON MANDATEMI AL POTERE! di Fiorenzo Fraioili

[ 1 settembre ]

Vi prego, non fatelo! Se io andassi al potere farei cose terribili. 


Per esempio, prenderei questo Giuseppe Turani [nella foto]*, editorialista economico della Repubblica, che scrive una cosa così [link: La lezione spagnola]:
«La lezione che sembra venire fuori dalla Spagna è terribile: l’austerità funziona, e come se funziona, solo se è applicata con la massima severità. Cose nemmeno immaginabili da noi, dove la Corte Costituzionale impone di risarcire i pensionati che avevano avuto un blocco o i dipendenti pubblici che avevano subito la stessa sorte, con la motivazione che sono stati colpiti “diritti acquisiti”.»
e sapete cosa gli farei? Lo manderei a raccogliere pomodori a due euro l'ora. Oppure no, troppo poco: lo manderei a insegnare nella mia scuola!

Questo grandi$$$$$$$$$imi$$$$$$$imo giornalista, che nel 1990 scriveva questo pezzo da Pulitzer, si permette di affermare:

«La Spagna non ha aspettato gli ordini della troika. Appena arrivato al governo Rajoy ha tagliato gli stipendi pubblici di oltre il 10 per cento e ha subito varato altre severe misure di austerità. E’ partito con una disoccupazione da paura (più del 25 per cento), ma anche questa sta scendendo. In sostanza, la Spagna di oggi (come ieri l’Irlanda) è la dimostrazione concreta che di austerità non si muore. Anzi.»
InZomma, un taglio del 10% degli stipendi pubblici, notoriamente brutti sporchi e cattivi, e... la disoccupazione che sta scendendo! Maddeché?

E non è finita! L'editorialista sopraffino di la Repubblica, altrimenti nota come "La voce di Piddinia", conclude così:

«Se qui non si accettano riforme “pesanti”, è ormai evidente che si continuerà a strisciare sul fondo, fra lo 0 e l’1 per cento di crescita. E la disoccupazione resterà stabilmente sopra il 10-12 per cento.»
Ora io non so come sta Turani, ma so per certo come stanno quelli che lo leggono e gli danno ragione: stanno male, sono malati, hanno bisogno d'aiuto. Il morbo? Facciamo così, lascio la parola al Pedante, che meglio di me ve lo può spiegare. Leggete con attenzione: nel post che vi linko c'è tutto, ma veramente tutto.

TERAPIE TAPIOCO: LE APOLOGIE DEL FALLIMENTO


* Turani era uno dei tre giornalisti economici inquisiti (poi prosciolti) nell'inchiesta "mani pulite" per avere preso una mazzetta da mezzo miliardo dai Ferruzzi. L'accusa (di Sama) era quella di manipolare deliberatamente le notizie sullo stato reale del gruppo finanziario. [Ndr]

** Fonte: Ego della Rete

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