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martedì 30 gennaio 2018

VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 5: LIBERI E UGUALI

[ 30 gennaio 2018 ]

Continuiamo con le schede sui programmi delle diverse forze politiche che troveremo il 4 marzo sulla scheda elettorale. Ricordiamo che mettiamo a fuoco, dei diversi programmi, quanto dicono dell'Unione europea e dell'euro. Oggi ci occupiamo dei diversamente piddini Liberi e Uguali.


Ricordiamo le schede precedenti:
SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
SCHEDA 2: PARTITO COMUNISTA
SCHEDA 3: L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO

*  *  *

Primo dato che salta agli occhi: la moneta unica, l'euro insomma, non è mai (MAI) citata ne programma elettorale di Liberi e Uguali—un'omissione che abbiamo già visto nella scheda su Potere al Popolo

Secondo dato: nel programma (15 capitoli tematici) non ce n'è nessun che riguardi l'Unione europea. Non solo, l'Unione europea è citata solo una volta in tutto il lungo testo, mentre troviamo molte volte citata "l'Europa". Vediamo quindi una singolare rimozione della Ue e, con essa, il maldestro tentativo di nascondere le pesantissime responsabilità che euristi di primo pelo come D'Alema e Bersani si portano appresso per essere stati artefici dell'ingresso del Paese nella gabbia eurocratica.

Terzo dato: sovranità e nazione sono due parole mai (MAI) citate nel programma, mentre il sostantivo popolo è citato una volta sola ma... davanti all'aggettivo di "europeo"!!
la "banda dei quattro"

Leggiamo infatti questo paragrafo nella Introduzione al programma:
«La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinché possano tornare ad abitare la loro casa».
Avete capito? Quando si dice "questi fanno i furbi"! Nessuna parola sull'euro, rimozione di quel mostro che è l'Unione europea liberista, nascondimento delle proprie responsabilità storiche, il tutto per spacciare la merce avariata dell'europeismo, giungendo alla corbelleria di parlare di "popolo europeo" declinato al singolare —popoli al plurale è vietato che sennò occorre parlare delle nazioni.

Che abbiamo quindi? Il solito caparbio e melenso europeismo solo che per farlo digerire ai loro elettori e per intercettare i tanti cittadini che hanno capito la fregatura, fan finta di essere diventati anche loro "battipugnisti", paladini anche loro del "cambiamo l'Europa".

Chi abbocca è perduto.

giovedì 8 dicembre 2016

«BERSANI, EUROINOMANE, FASCISTA SARAI TU!» di Maurizio Leonardi

[ 8 dicembre ]  

Riceviamo da un amico e volentieri pubblichiamo

«Non so quanti di voi abbiano visto ed ascoltato l'intervista che Giovanni Floris ha fatto, nel suo programma televisivo Di MARTEDI, a Bersani. 

Io l'ho ascoltata, e con molta attenzione. 
Non mi soffermo sullo squallore delle manifeste, a parole, diversità di pensiero tra Bersani e Renzi, non mi soffermo su questa falsa contrapposizione, in quanto esemplari della stessa razza partitica, voglio invece evidenziare un particolare che, per quello che mi riguarda, è di non poco conto. 

Il sig. Bersani, durante la sua intervista, ha sempre accostato il termine SOVRANISTA a partiti o figure politiche di DX, ai nazionalisti più beceri, a coloro che vogliono erigere nuove frontiere e chiudere l'ingresso ad ogni sorta di immigrazione, ai protezionisti del nulla. 
Lo ha fatto in più di una circostanza e lo ha fatto, a mio parere, con lucida finalità, SOVRANISTA = FASCISTA
La scelta dell'uso del linguaggio nell'accostare i termini SOVRANISTA e DX è stata ed è premeditata, ben architettata, consapevole mistificazione della realtà delle cose. 

Io, prima di fare un appello a tutti i sovranisti italiani, rispondo a Bersani dicendogli che il 4 dicembre il popolo, che non è il suo, ha dimostrato di aver imparato ad osservare, ha aguzzato la vista ed ha scoperto che sotto l'abito "rosso" indossato dal suo partito, il PD, si nasconde l'anima più nera di una notte d'inverno, quella si FASCISTA. 

Quindi chiedo al mondo sovranista di prendere coscienza dei sottili attacchi degli euroinomani come Bersani, di ascoltare, nel corso di ogni dibattito politico, l'uso improprio di determinati accostamenti terminologici quale meschina e subdola forma di attacco a chi ritiene che questa Europa e la sua moneta sono strumento di soppressione del diritto, della libertà, di ogni forma di speranza e denunciarli quanto più possibile e nelle forme che si ritengono più idonee».

giovedì 21 luglio 2016

PORCHERIE BERSANIANE di Leonardo Mazzei

[ 21 luglio ]

Ecco in pista la legge anti-M5S. Porta la firma di Bersani... sempre fedele alla "Ditta"

Si può fare una legge elettorale più antidemocratica dell'Italicum? Ovviamente sì. Al peggio, si sa, non c'è limite. E la minoranza Pd (per favore non chiamiamola "sinistra") è lì per ricordarcelo.

Ieri l'altro alla Camera il mitico Roberto Speranza, il campione mondiale delle ritirate parlamentari, ha presentato l'ennesima legge elettorale truffa. Se ne sentiva la mancanza... Ma dire truffa è dire poco, perché il cosiddetto "Bersanellum" - dal nome del capo un po' suonato di una corrente sempre più stordita - è il peggio che sia mai stato presentato sull'italica piazza. E sì che nella fiera di questi anni se ne son viste e sentite di tutti i colori.

Diciamo che in un'ipotetica graduatoria, da zero a dieci, sulla democraticità delle varie leggi elettorali, se il voto all'Italicum è due, quello al Bersanellum non può che essere zero.

Ma perché ce ne occupiamo, visto che i bersaniani contano (e meritatamente) come il due di picche quando briscola è denari? La ragione è presto detta: perché costoro hanno alle spalle ben altre forze. Ad oggi la loro proposta è destinata a restare in frigorifero, ma dopo il referendum verrà di certo scongelata.

Quali sono le forze che si muovono dietro l'improbabile Speranza? Ieri mattina, in un'intervista al Foglio, ecco dove va a parare Giorgio Napolitano: 
«Con il tripolarismo una revisione dell'Italicum credo sia da considerare, nel senso di non puntare a tutti i costi sul ballottaggio, che rischia, nel contesto attuale, di lasciare la direzione del paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno».
Chiaro qual è il problema? Le forze sistemiche avranno pure blandito Di Maio e qualche altro pentastellato, ma proprio non vogliono M5S al governo. E siccome le amministrative di giugno hanno chiarito che con il ballottaggio questa possibilità esiste, ecco che chi lo aveva applaudito poco tempo fa, pensando che garantisse la vittoria al Pd di Renzi, adesso è già pronto a gettarlo alle ortiche pur di impedire la vittoria del Movimento Cinque Stelle.

Quando si dice la coerenza! E l'onestà intellettuale! Ci vuole proprio una bella faccia tosta per pronunciare una frase come quella dell'ex presidente della repubblica. Si accorge del tripolarismo solo adesso? C'è bisogno di ricordargli che il sistema politico italiano è tripolare almeno dalle elezioni politiche del febbraio 2013?

Il fatto è che fino a poco tempo fa quelli come lui pensavano che al ballottaggio le forze sistemiche si sarebbero alleate contro M5S, determinandone con sicurezza la sconfitta. Oggi che le cose si sono complicate - i voti del Pd sono in picchiata, la destra è divisa e confusa, l'elettorato tende comunque a comportarsi in maniera assai indipendente dalle indicazioni ufficiali dei partiti - ecco il voltafaccia.

Ora qualcuno mi dirà, ma non è bene che il ballottaggio venga messo in discussione? Non ne avete sempre denunciato il carattere antidemocratico? Certo che sì, ma il problema è che quella che viene adesso annunciata è una proposta di legge ancor più maggioritaria ed antidemocratica. E qui torniamo allo schema presentato ieri dal pittoresco Speranza.

So per esperienza che sulle leggi elettorali il 99% delle persone non ci capisce un'acca. E tra il restante 1% non è che manchi la confusione. E' utile perciò mettere a fuoco le caratteristiche del cosiddetto Bersanellum.

1. La proposta della minoranza Pd 
Lo schema dei bersaniani per l'elezione della Camera prevede innanzitutto il ritorno ai 475 collegi uninominali del Mattarellum. In ognuno di questi collegi verrebbe eletto solo il primo arrivato (anche soltanto con il 20% dei consensi, o magari meno), mentre i voti dati agli altri candidati andrebbero totalmente persi. I restanti 155 seggi verrebbero così suddivisi: 90 come premio di maggioranza al partito o coalizione vincente su scala nazionale, 30 come premio al partito o coalizione arrivata seconda, mentre 23 verrebbero ripartiti tra chi non avendo ottenuto almeno 20 seggi abbia però superato il 2% dei voti. Gli ultimi 12 seggi spetterebbero alle circoscrizioni estere con metodo proporzionale.

2. Un Mattarellum molto, ma molto peggiorato
Del Mattarellum abbiamo sempre pensato il peggio possibile, ma qui siamo andati ben oltre. Il Mattarellum del 1993 si basava infatti sui collegi uninominali, modello inglese, con il loro inevitabile effetto maggioritario, ma prevedeva almeno una parziale correzione proporzionale. I 155 seggi non eletti direttamente nei collegi venivano infatti assegnati in una quota proporzionale del 25%, mentre i voti dei candidanti vincenti nei singoli collegi venivano parzialmente scorporati dal calcolo delle rispettive liste in questa quota. La distorsione maggioritaria restava comunque, ma in una misura neppure paragonabile a quella che vorrebbero oggi i bersaniani. Al posto della quota proporzionale costoro propongono un ulteriore premio di maggioranza (pari al 14,3%), con un contentino anche per il secondo arrivato. Un premio di consolazione comunque ben maggiore dei deputati spettanti alla riserva indiana prevista per le liste minori: 23 seggi, pari al 3,6% del totale, da spartirsi tra liste che complessivamente potrebbero tranquillamente raggiungere in certi casi anche il 20% dei voti.

3. Peggio perfino del modello inglese
Abbiamo già detto che il modello dell'uninominale di collegio secco ha la sua applicazione più nota in Gran Bretagna. Per capire gli effetti distorsivi di un simile sistema, basti dire che nel 2015 i conservatori di Cameron con il 36,9% dei voti hanno ottenuto la maggioranza assoluta (331 seggi) pari al 50,9% dei membri del parlamento, mentre viceversa l'Ukip (Partito per l'indipendenza del Regno Unito) ha ottenuto un solo seggio (0,1% del totale) pur avendo avuto il voto del 12,6% degli elettori. Altro effetto fortemente distorsivo, quello che premia le liste locali. Ed infatti il Partito nazionale scozzese, con il 4,7% dei voti ha conquistato 56 seggi, pari all'8,6%. Questi gli effetti dell'uninominale secco, ma perlomeno in Gran Bretagna non c'è il premio di maggioranza. Nella Piddinia di Roberto Speranza e soci abbiamo invece la mostruosità di un premio di maggioranza impiantato su una base che è già maggioritaria. Un record mondiale che non ha bisogno di commenti.

4. Peggio del Porcellum e dell'Italicum
Se si capisce la gravità di questo impianto, non sarà difficile comprendere per quale motivo il Bersanellum è pure peggio della legge Calderoli e di quella di Renzi. Queste due leggi hanno infatti in comune una base proporzionale, sia pure con sbarramenti, corretta in maniera inaccettabile - in entrambi i casi - da un fortissimo premio di maggioranza. Rispetto al Porcellum, l'Italicum è ulteriormente peggiorativo a causa del ballottaggio. Adesso si superebbe sì il ballottaggio - peraltro solo per paura di M5S, non certo per un ripensamento sui principi costituzionali - ma per andare verso un sistema a base maggioritaria rafforzato da un ulteriore premio di maggioranza.

5. Il Bersanellum e i principi costituzionali
Il bello è che i promotori del Bersanellum vorrebbero rifarsi, almeno a parole, ai principi enunciati dalla Corte Costituzionale. Nei fatti, cioè nella loro proposta, questi principi vengono invece calpestati ancor di più. Le ragioni per cui la Consulta cancellò il premio di maggioranza del Porcellum (sentenza 1/2014), partivano dal fatto che tale premio distorceva in maniera giudicata eccessiva sia il principio della rappresentanza, che quello dell'eguaglianza del voto. Di tutto ciò Renzi se n'è sfacciatamente fregato, riproponendo (peggiorandolo pure) il premio di maggioranza. Ma lo schema Speranza fa di peggio. Il nuovo premio di maggioranza previsto dal Bersanellum porterebbe il partito beneficiario ad un numero di deputati perfino superiore a quello dell'Italicum (350 seggi, pari al 55,5%), mentre nessuna soglia minima è prevista per il suo ottenimento. Non solo, anche consistenti liste "minori" che dovessero aggirarsi attorno al 15% rischierebbero di ritrovarsi con una manciata di parlamentari. Tutto ciò - unito al fatto che nell'uninominale secco anche la sconfitta per un solo voto azzera totalmente i consensi dei perdenti, alla faccia del principio dell'uguaglianza degli elettori! - fa della proposta dei bersaniani la peggiore tra quelle in circolazione. Sicuramente la più incostituzionale di tutte.

6. I collegi uninominali come mezzo per drenare localmente il consenso che non si ha più nazionalmente
Prima di concludere è necessario richiamare un altro aspetto del Bersanellum. Tra le caratteristiche peculiari dei collegi uninominali ce n'è una che - sia dal punto di vista del Pd, che da quello dell'intero sistema oligarchico - potrebbe risultare addirittura decisiva. Di cosa si tratta? Nei collegi uninominali la campagna elettorale tende inevitabilmente a personalizzarsi, mentre il confronto tra i candidati va spesso a privilegiare i temi locali (l'eletto sarà il rappresentante del collegio) rispetto a quelli nazionali. E' evidente come questi due fattori, tra loro ovviamente intrecciati, giochino a favore del partito maggiormente presente sul territorio, quello che amministra più comuni, regioni e province (che esistono ancora!), quello che dispone delle più diffuse e radicate reti clientelari. E qual è questo partito se non il Pd? E quali sono invece i candidati che verrebbero maggiormente penalizzati, se non quelli di M5S?

Conclusioni...

Da quanto scritto finora si saranno capite due cose: a) l'autentica porcheria concepita dai bersaniani, b) la ragione per cui l'hanno messa in campo. Come e più di Renzi costoro hanno formulato un'ipotesi che guarda anzitutto agli interessi del Pd, nel linguaggio dell'ex segretario chiamato non casualmente "la ditta".

Ma, a parte le resistenze di Renzi a veder perire la sua creatura senza averla potuta neppure sperimentare (l'Italicum è in vigore da tre settimane!), da solo il Pd non avrebbe comunque la forza di far passare questa nuova legge. Chiaro allora come i bersaniani stiano facendo da apripista ad una manovra sistemica di più ampio respiro, come ben si capisce dalla citata intervista di Napolitano.

Così com'è lo schema proposto difficilmente potrebbe avere la maggioranza del parlamento, ma il suo scopo è chiaramente quello di servire come punto d'attacco per arrivare comunque ad una legge che sbarri la strada al Movimento Cinque Stelle. Possiamo dire che si tratta di un'autentica vergogna? L'Italicum ci fa sicuramente schifo, ma il modo di superarlo è quello di tornare ai principi costituzionali e dunque alla proporzionale. Qui si è aperto invece il cantiere degli imbroglioni. Gente capace di modificare a ripetizione la legge elettorale in base ai propri contingenti interessi, facendo a pezzi ogni volta di più ogni principio democratico. E' uno schifo.

Dove potrebbe andare a parare questa manovra, esattamente non si sa. Un'ipotesi è quella formulata dal presidente del Pd, Matteo Orfini: in un "Italicum alla greca", un sistema sì su base proporzionale, ma con premio di maggioranza secco del 16,6% (in Grecia 50 parlamentari su 300, in Italia ne servirebbero 105 su 630) assegnato al partito che arriva primo.

Ora, che nel solo Pd vi siano almeno tre posizioni —quella del segretario, quella del presidente e quella dell'ex segretario— già la dice lunga sullo stato confusionale delle classi dirigenti nel loro complesso. Tuttavia, anche se ogni spezzone ha la sua linea ed i suoi interessi, è assai probabile che alla fine le varie componenti del blocco dominante facciano fronte contro il nemico comune. Che non è solo M5S, è la maggioranza del popolo italiano che non ne vuol più sapere dello stato di cose presente.

Per battere il disegno di questa congrega di farabutti occorre intanto vincere il referendum. Ed occorre farlo in nome della democrazia. Imbrogli come quello del Bersanellum vanno denunciati da subito, e nel corso di tutta la campagna referendaria.

martedì 31 marzo 2015

MA QUALE SINISTRA DEL PD? di Piemme

[31 marzo ]

Sento dire che con l'arrivo di Matteo Renzi sarebbe in atto una "svolta genetica del Pd".
E' un'affermazione che fa molto comodo alla cosiddetta "sinistra del Pd", ma è falsa.
Renzi porta solo a compimento una mutazione genetica iniziata con la "Bolognina", ovvero con i funerali del vecchio Partito comunista.

E si sbagliava chi allora sosteneva che il Pci, divenuto Pds,  si era trasformato in un partito socialdemocratico. Quel mutamento era invece più profondo, simboleggiava lo spostamento definitivo di quel gruppo dirigente e del partito nel campo della classe dominante. Una classe dominante che aveva abbracciato da almeno un decennio la visione del mondo liberista e globalista.
Per diventare il referente politico principale della grande borghesia italiana l'ex-Pci doveva quindi accettare il neoliberismo.
E questo in effetti avvenne.

La verifica l'avemmo presto. Prima ancora di accedere direttamente al governo, l'ex-Pci accettò entusiasticamente i neoliberisti Trattati di Maastricht che fondarono, sulla moneta unica, l'Unione europea. Poi, dopo aver avallato con una finta opposizione il governo Amato, il sostegno al governo Ciampi, quindi a "riforme" liberiste che cambiarono per sempre il paese ed il mondo del lavoro. Una volta giunti al potere liberalizzazioni e privatizzazioni a tutta randa (Bersani docet). Quindi l'abolizione in combutta con le destre del sistema elettorale proporzionale (Mattarellum) e la "bicamerale" con cui si tentò di scardinare la Repubblica parlamentare e la Costituzione in nome della governabilità e di un modello presidenzialistico. Infine, ciliegina sulla torta, D'Alema primo ministro, partecipazione diretta alla guerra d'aggressione contro la Iugoslavia.

Di passata è doveroso ricordare che se oggi la sinistra italiana è agonizzante è per questo, ed anche perché il partito che era sorto per contrastare questa deriva liberista, parliamo di Rifondazione, agì come quinta ruota del carro di questo colossale processo di putrefazione politica; perché la CGIL assicurò la pace sociale non disturbando i guidatori.

Renzi è dunque figlio legittimo di una mutazione genetica pienamente compiuta.

I notabili del Pd oggi piagnucolano, non perché non sono d'accordo con le politiche di Renzi, ma perché quest'ultimo gli ha sfilato di mano il partito, ovvero lo strumento che assicurava loro, assieme al predominio nelle istituzioni, prestigio e immenso potere. 

Quando i renziani rinfacciano tutte queste cose ai notabili, quando gli ricordano che essi han sostenuto senza fiatare il peggiore massacro sociale della storia repubblicana, ovvero il governo Monti imposto dall'euro(pa), hanno quindi ragione. E dunque si spiega come sia stato possibile che Renzi gli abbia sottratto il partito, non l'ha fatto con un golpe interno ma ottenendo il sostegno del basso clero degli amministratori piddini e di un'ampia maggioranza degli iscritti e di elettori del Pd.

Renzi ha ragione a non temere la scissione dei vecchi notabili. Non la teme perché sa bene che fuori dal suo Pd non andranno da nessuna parte se non verso l'oblio. 

E' vero che con Renzi si apre a sinistra del Pd un grande spazio a sinistra. Ma ve l'immaginate un partito di sinistra capeggiato da Bersani, D'Alema e la Rosi Bindi? Un partitello che avrebbe difficoltà a superare lo sbarramento elettorale. 
A meno che...
A meno che Landini non decida di ospitarli nella sua "cosa" ancora tutta evanescente.
E noi scommettiamo che Landini non vorrà imbarcarli. E non vorrà farlo perché invece di un valore aggiunto sarebbero un nocumento alla sua causa.

Che ci faccia uno come Stefano Fassina in questa porcilaia per noi è un mezzo mistero. Fassina, al netto di certe sue ambiguità (ieri, nella direzione del Pd, ha affermato che all'Italicum preferirebbe i collegi uninominali —Sic!)  è il solo che abbia avuto il coraggio di indicare la radice di tutti i mali del Pd, la sua adesione alla dottrina neoliberista, la sua supina sottomissione all'Europa oligarchica, processi di cui i notabili che oggi dicono di "stare a sinistra di Renzi" sono stati artefici. Prima si smarca meglio è. Per lui e per la futura opposizione sociale e politica.



mercoledì 25 marzo 2015

LA FINE DEL PD Intervista a Stefano Fassina

[ 25 marzo ]

«Renzi è frutto degli errori di coloro che hanno avuto le maggiori responsabilità nel Pd, nel Pds, nei Ds e nei governi di centrosinistra. Matteo interpreta in modo estremo e abilissimo la subalternità al liberismo che, ad esempio sul lavoro, ha introdotto il D’Alema innamorato della Terza Via».

D. Fassina, chi l’ha voluta l’assemblea delle sinistre dem finita nel “tutti contro tutti”?

R. «L’abbiamo organizzata in tanti. Voleva rispondere a una domanda di unità a sinistra nel Pd. E abbiamo cominciato a dare una risposta».

A parte l’anti-renzismo, eravate in disaccordo su tutto. È solo un’impressione?

«Non ci definiamo in contrapposizione con nessuno. Abbiamo differenze. Ma sull’insostenibilità del “pacchetto” delle riforme, la valutazione era condivisa. Faremo un coordinamento fra Camera e Senato di chi c’era all’Acquario. E l’unità sarà sul territorio».

Nessuna “associazione di rinascita della sinistra” come proposto da D’Alema?

«Nessuna. Di associazioni ce ne sono già tante, casomai vanno collegate».

Prendete le distanze da D’Alema?

«Renzi è frutto degli errori di coloro che hanno avuto le maggiori responsabilità nel Pd, nel Pds, nei Ds e nei governi di centrosinistra. Matteo interpreta in modo estremo e abilissimo la subalternità al liberismo che, ad esempio sul lavoro, ha introdotto il D’Alema innamorato della Terza Via».

La parola d’ordine è “liberarsi dalle vecchie glorie come D’Alema”? Anche di Bersani?

«Devono capire che abbiamo bisogno di discontinuità di cultura politica, di agenda, di classe dirigente».

Le sinistre dem vogliono “rottamare” i loro padri?

«Sarebbe ridicolo scimmiottare la rottamazione renziana, che è stata un’operazione coraggiosa ma gattopardesca con molti trasformismi. Il ricambio è necessario non per ragioni anagrafiche. Ma se la sinistra è arrivata a condizioni di marginalità, è perché è stata subalterna su questioni fondamentali».

D’Alema vuole la scissione?

«Non mi pare».

Lei vuole la scissione?

«Una scissione molecolare è in corso. Il Pd non coincide con il premier o la maggioranza dei gruppi parlamentari. C’è un Pd fuori dai Palazzi che non si rassegna allo spostamento verso gli interessi più forti».

Orfini vi invita a uscire dal recinto minoritario?

«Sono minoranza, non minoritario. La linea seguita da Renzi allontana il partito dagli interessi che dovrebbe rappresentare».

È vero, come dice Renzi, che lo considerate un usurpatore?

«No, il problema è il riposizionamento del Pd verso l’establishment. Noi siamo in sintonia con Papa Francesco per la dignità dei lavoratori».

* Fonte: Intervista di Giovanna Casadio - La Repubblica, 23/03/2015



sabato 20 aprile 2013

IL PD SCOPPIA (IL SIGNORE SIA LODATO!) di Emmezeta

20 aprile. Avevamo previsto che gli effetti del terremoto elettorale di febbraio, con relativo sfondamento elettorale di M5S, sarebbero stati devastanti. Neanche noi, tuttavia, ci aspettavamo che sarebbero giunti al punto da far squagliate tanto presto il Pd. In questo modo schianta il principale puntello delle classi dominanti e delle oligarchie euro-atlantiche. Una buona notizia per chi vuole cambiare da cima a fondo questo paese.


Ci siamo sbagliati: il Partito democratico era ancora più marcio di quel che pensavamo!


di Emmezeta


Un detonatore! Ancora più interessante del nome che alla fine uscirà dalle elezioni presidenziali, è lo sfacelo che questa votazione sta provocando nel Partito Democratico. E pensare che solo qualche mese fa erano in molti a pronosticare il facile successo della strana Arca di Noè che ha accolto, senza fonderli, ex democristiani ed ex-picisti.

Della facilità del trionfo era arciconvinto il pur mesto Bersani. Ma anche in settori politici a noi vicini c'era chi non vedeva quanto fragili fossero le basi del momentaneo vantaggio mediatico prodotto dalle primarie. A noi, viceversa, tre cose sul Pd erano chiare: il logoramento prodotto dal convinto appoggio al governo Monti, la riduzione del radicamento sociale indotto dalla crisi, l'assenza di proposte credibili e di una visione politica minimamente adeguata alla situazione.

Certo, si poteva magari pensare che nonostante tutto ciò il Pd (e con esso il centrosinistra) avrebbe comunque vinto le elezioni di febbraio in virtù della maggiore debolezza altrui. Le cose non sono andate così. Il successo del M5S ha scardinato anche questa ipotesi. E la verità è che, in termini di prospettiva politica, il Pd (e dunque il centrosinistra) ha perso le elezioni. Una verità amara che Bersani & C. cominciano forse ad elaborare soltanto ora.

Ieri sera, annunciando le sue dimissioni, Bersani ha rispolverato una parola desueta quanto illuminante. «Traditori!», ha gridato agli oltre 100 parlamentari del proprio partito che non hanno votato Prodi, dopo averlo candidato per acclamazione poche ore prima. Bene, quando il linguaggio si fa crudo vuol dire che la situazione si è fatta drammaticamente seria. Altro che la smacchiatina al giaguaro!

Al momento (ore 11 del 20 aprile) non sappiamo quali saranno le prossime mosse. E probabilmente non lo sanno neppure loro. Dopo aver bruciato Marini e Prodi, i dirigenti del Pd non sanno ancora a quale santo votarsi, e non è affatto detto che le parti più gustose dello psicodramma siano quelle alle nostre spalle.

Limitiamoci dunque ad alcune considerazioni sparse sui motivi e sulle conseguenze dell'implosione piddina:

1. Pur apparendo ancora come l'unico partito rimasto sulla piazza, il Pd non ha mai avuto una sua visione del mondo e della società. Nessuna sintesi politico-culturale è mai emersa dal confuso rimescolarsi di ex democristiani ed ex pcisti. Il Pd ha saputo solo presentarsi come partito della governance, cioè della mera amministrazione del presente. In altre parole, e più prosaicamente, il Pd è stato ed è un mero apparato di potere e per il potere.

2. Una simile creatura politica aveva in sé fin dal principio (cioè dai tempi dell'Ulivo, che del Pd è stata la prova generale) i germi della propria autodistruzione. Poco dannosi finché un relativo benessere garantiva la letargia di massa, essi hanno iniziato ad attivarsi quando il dramma sociale in atto ha quantomeno determinato una parziale ripresa dell'attenzione popolare ai fatti della politica. Ma quel che sta rendendo questi germi davvero distruttivi è la possibilità - tutt'altro che remota - che gli spazi e i posti di potere conquistati e/o ritenuti ormai acquisiti vadano a farsi benedire a breve.

3. Un partito che vive esclusivamente per il potere, morirebbe con la perdita di quel potere. Ed è bastato che i disegni di potere, elaborati in precedenza, venissero messi in discussione dal voto di febbraio, perché i vertici del partito perdessero la testa. Escludendo l'emersione di patologie personali, ci sembra questa l'unica spiegazione dello schizofrenico comportamento di Pierluigi Bersani.

4. Come tutti i partiti di potere il Pd aveva stretto un patto d'acciaio con le oligarchie economiche. E, vista la condizione di paese a sovranità limitata dell'Italia, i vertici piddini sono stati da sempre (cioè da ben prima che il Pd nascesse) sotto le ali dell'oligarchia europea. Pensavano che fosse un'assicurazione sulla vita. Ma oggi l'Europa non va più di moda, come ha dimostrato anche il formidabile flop elettorale di Monti, e quell'assicurazione non è più una garanzia assoluta.

5. Da qui la tendenza a vivacchiare, le spinte al governicchio. Controbilanciate, però - ecco un nodo che si aggiunge agli altri e che renderà l'ipotesi del governicchio quasi impraticabile - dal riemergere di un antiberlusconismo d'antan. Esso torna a galla non solo perché il Caimano è sempre lì, ma soprattutto perché è l'unica àncora identitaria rimasta a disposizione.

6. Alla luce di quanto detto è chiaro che anche noi abbiamo sopravvalutato il Pd, ritenendolo l'unica forza politica che poteva in qualche modo sorreggere l'intero sistema politico. Evidentemente, invece, il Pd non era più un partito da tempo. Ma come aggregato di potere si era abbondantemente balcanizzato, con correnti, lobby, cupole e cricche di ogni genere al proprio interno. Tutto ciò era noto ed ampiamente visibile, ma la portata del fenomeno e le sue conseguenze sono andate ben oltre ogni previsione.

7. Per il sistema politico italiano l'implosione del Pd è una botta pesantissima. Si tratta in definitiva dell'effetto politico più rilevante prodotto dal sisma elettorale del 24/25 febbraio. La scossa di ieri, con la caduta di Prodi causa «fuoco amico», è un secondo devastante terremoto che forse ne preannuncia altri. Certo, i dalemiani e gli ex democristiani che ieri hanno pugnalato Prodi riprenderanno i loro giochini per arrivare al governicchio. Con quale forza, credibilità e prospettiva ognuno è in grado di capirlo da solo.

8. Appena un mese fa, i soliti commentatori politici italiani ci avevano descritto la straordinaria abilità tattica di Bersani nel dividere i parlamentari del M5S per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato. Oggi le parti si sono invertite. Il M5S non solo non ha ceduto sul nome di Prodi (come i soliti complottisti ipotizzavano), ma la candidatura di Rodotà (che pure non ci entusiasma) ha contribuito anch'essa a mandare in frantumi l'unità del Pd.

9. Ed a questo proposito, qualche riga va spesa sulla pittoresca schizofrenia di certa sinistra. Prima a descrivere Grillo come un mezzo fascista, oggi tentata di aggrapparsi al M5S pur di salvare in qualche modo se stessa. Nossignori, diciamo noi. «Tutti a casa!» non ha da essere uno slogan propagandistico, ma un vero programma per rovesciare l'intero sistema politico. Programma troppo ambizioso? Lo vedremo. A giudicare da come stanno andando le cose non si direbbe.

venerdì 19 aprile 2013

GRILLO: NIENTE SCHERZI DA PRETE di Piemme

19 aprile. Mentre scriviamo è in corso la terza votazione. Sarà un nulla di fatto. E' sfumata la possibilità di eleggere un Presidente di "tutta la nazione" —eufemismo per significare un candidato gradito anche ai berlusones. Il PD si è ricompattato su Prodi. Facciamo gli scongiuri ma, a questo punto è probabile che al Quirinale salga lui.

Un altro garante, della sudditanza italiana all'euro-dittatura

di Piemme


Il Pd ha avuto una resipiscenza. Ha scelto Romano Prodi, adottando quindi il criterio principe. Qual è questo criterio è presto detto: un paese a sovranità limitata, sottoposto a commissariamento da parte degli euro-oligarchi, oramai intrappolato uno Stato d'emergenza presidenzialista, deve mettere al Quirinale un personaggio che sia di garanzia sia per i poteri euro-atlantisti (non dimentichiamo che Prodi fa parte della setta Bilderberg) che per i grandi gruppi finanziari e bancari globali —per i quali i Berlusconi è una sciagura.

La conseguenza immediata molto probabile, se Prodi ce la farà alla quarta o quinta votazione, è che ogni ipotesi di "inciucio", di governo Pd-Pdl, è derubricata e si va dritti ad elezioni anticipate, con la formazione di un governo-traghettatore a guida Pd che gestirà la campagna elettorale. Euro-oligarchi e poteri forti euro-atlantici, dato il terremoto delle elezioni di febbraio, non potrebbero essere più contenti.

Lo tengano bene a mente Grillo e i suoi, che si tenessero bene alla larga dal votare o avallare l'elezioni di Prodi in nome di un consunto anti-belusconismo. Non crediamo affatto che Rodotà sia un'anima bella, ma a questo punto che i "grillini" si tengano fermi al loro candidato, evitando ogni pasticcio.

Non è escluso Rodotà, che è pur sempre un'uomo del centro-sinistra, se ne verrà fuori ritirando la sua candidatura, proprio per spianare la strada al "mortadella" —un posto da Ministro nel prossimo governicchio glielo si può sempre dare.

In questo caso M5S si tenga fermo al mandato ricevuto dalla gran parte dei suoi elettori, che hanno detto nelle urne: "Tutti a casa!". Non c'è un altro candidato disponibile? Si voti scheda bianca, anzi si indichi nella scheda un nome che simboleggi l'indignazione popolare.

Si perderanno per strada parte dei voti? Una parte degli elettori torneranno all'ovile? Occorre metterlo nel conto. Questo paese va cambiato da cima a fondo, e ciò non si otterrà se non con una potente sollevazione popolare. La svolta verrà dal basso, non dall'alto, dal Quirinale. In questa prospettiva non ci sarebbe peggiore disgrazia che quella che pure il movimento che tanti italiani hanno votato esprimendo la loro volontà di darci un taglio, si impaludasse nei giochetti e negli intrighi di Palazzo.

La battaglia è appena cominciata. La tattica va subordinata alla strategia.

domenica 24 marzo 2013

BERSANI, L'ILLUSO

Perché andranno a sbattere un'altra volta

di Leonardo Mazzei* 

«Il sismografo del segretario del Pd ha ben registrato il terremoto di febbraio, ma i sismologi piddini sono del tutto incapaci di comprendere la portata, la profondità e la durata di un movimento tettonico che è solo agli inizi. Del quale il voto al M5S è solo una spia. Ecco perché si illudono ancora. Ecco perché andranno a sbattere un'altra volta».

giovedì 7 febbraio 2013

CARO MARIO, CARO PIERLUIGI

Anche le mummie hanno un'anima

di Leonardo Mazzei

«Alla luce di questi sviluppi, ci sembra confermata la giustezza dell'indicazione di voto al M5SColpire il sistema politico con l'unico corpo contundente a disposizione: di più questa volta non possiamo fare»

martedì 29 gennaio 2013

IL GIOCO DELLE PARTI

Gli scenari elettorali e il matrimonio Monti-vendola officiato da Bersani

di Leonardo Mazzei

«Il gruppo dirigente del Pd non è fatto di sprovveduti, ed essi sanno benissimo quanto sia decisivo coprirsi a sinistra mentre ci si dirige a destra. Questa regola aurea è tanto più valida in tempi tempestosi come quelli che si annunciano».

lunedì 21 gennaio 2013

ELEZIONI: SE MONTI...

...  NON SALE SUL PODIO

di Emmezeta

Doveva spaccare il mondo e invece si spaccherà solo le corna. Non è passato neanche un mese dalla sua «salita» in politica, una specie di ascensione in cielo benedetta dalla Curia e dalla Banca, e tutto è salito fuorché i suoi consensi.

lunedì 24 dicembre 2012

MONTI, LO SPOCCHIOSO, ALLA DISFIDA ELETTORALE

Il macellaio sarà macellato
E così sia

di Piemme

«Prepariamoci dunque ad entrare in un periodo di forte instabilità politica, di nuovi scompaginamenti , di sconquassi istituzionali e, quel che più conta, ad un risveglio generale del popolo lavoratore. La rabbia che si riverserà nelle urne, sommata a quella che sceglierà l'astensione, non tarderà a manifestarsi nelle piazze e nelle strade».

mercoledì 5 dicembre 2012

QUESTO È IL NOSTRO PROGRAMMA DI GOVERNO

«Noi, il Fiscal compact e i vincoli europei»

di Pierluigi Bersani e Nichi Vendola*

«Ci sono motivi esterni molto importanti che determinano lo spread, ma anche ragioni interne ed europee, che aiutano a comprendere meglio la sfida politica italiana del 2013.

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