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lunedì 7 ottobre 2019

IL CLIMA È UN PRETESTO di Giulietto Chiesa

[ lunedì 7 ottobre 2019 ]

Non è in discussione la buona fede di tanti, giovani anzitutto, che si stanno mobilitando per la difesa di madre Terra. 
Il problema politico, guai a chi finge di non vederlo, è che potenti forze sistemiche stanno pompando la mobilitazione. Friday for Future, Extintion Rebellion...
Attenzione a chi c'è dietro, attenti al nemico che si mette alla testa...


*  *  *

C'è un piano per ri-finanziare l'intera economica mondiale attraverso la Green Economy. Si vede a occhio nudo. Ci sono prove eclatanti.
Una di queste (solo una tra le molte) è la task force per lanciare la "finanza verde" promossa da Mark Carney (uomo Rothschild e attuale governatore della Banca d'Inghilterra e da Michael Bloomberg.
Il progetto è condiviso da istituzioni finanziarie che rappresentano 118 trilioni di $.
È da questi centri, tentacoli del Leviathano mondiale, che sta partendo l'ondata.
Si costruisce un fittizio scenario da "fine del mondo", che nasconde i pericoli reali della

catastrofe incombente, dirotta l'attenzione dei popoli al fine di moltiplicare la rapina dell'intero pianeta da parte dei pochi.
Miliardi di persone devono essere impaurite e intimidite, affinché non possano reagire.

L'informazione mainstream (che continua, nel frattempo, a spingerci a consumi totalmente inutili) è già al servizio di questo piano.

Adesso masse di giovani, evidentemente inconsapevoli, saranno spinte dal Pifferaio Magico in direzioni ingannevoli (per esempio quella del conflitto "contro i vecchi").

Ieri è sceso in campo il sito mondiale AVAAZ, che ha dichiarato guerra a tutte le reti informative che cercheranno di ostacolare questa operazione (equivalente alla preparazione della definitiva Guerra Mondiale), invocandone la chiusura.

Non risparmiano mezzi e useranno tutta la loro potenza di fuoco. Noi siamo i loro obiettivi. L'appello è diretto ai padroni dei social network: fermare ogni dissenso, con ogni mezzo.

Coloro che hanno devastato il pianeta (i padroni universali), coloro che hanno mentito sui disastri del sistema economico e finanziario che hanno contribuito a creare (i media mainstream), adesso additano l'uomo della strada come colpevole.
E si apprestano a rapinarlo un'altra volta.

* Fonte: pandoratv


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sabato 28 settembre 2019

FRIDAY FOR FUTURE TUTTA MERDA? di Piemme

[ sabato 28 settembre 2019 ]

Genova, lo striscione dei compagni di Giovine Italia alla manifestazione di ieri
Nel suo intervento pubblicato ieri Mario Monforte ha rivolto un duro j'accuse contro la giornata denominata Friday for Future. La sua tesi si potrebbere riassumere così: «è un’operazione montata, preparata, lanciata da quegli stessi “potenti della Terra” che hanno devastato, e devastano, suolo e sottosuolo del pianeta, inquinano in maniera massiccia, saccheggiano risorse non ricostruibili, sfruttano e opprimono, ed escludono, miliardi di esseri umani».

Vero? vero!
Il piccolo problema è che la giornata di ieri, segnata dallo sciopero anzitutto delle medie superiori, ha avuto un successo di partecipazione enorme. E' presto per dire se si tratti solo di un fuoco di paglia o se la enorme mobilitazione di ieri (che in Italia è stata più massiccia che altrove) preceda qualcosa di più profondo, il segnale di un generale risveglio politico delle giovani generazioni. 

Sia come sia le piccole minoranze creative (una volta si chiamavano "avanguardie") debbono prendere parte a questo movimento, malgrado esso sia sorto sotto gli auspici delle élite dominanti. Se fosse un fuoco di paglia pace!, ma se fossimo davanti ai primi vagiti di un nuovo movimento di radicalizzazione giovanile, ognuno capisce che sarebbe un errore politico fatale autoescludersi o assumere un contegno spocchioso.

Non solo dovrebbero farne parte, dovrebbero costituire al suo interno, con le giuste modalità, una corrente organizzata che non si limiti soltanto a smascherare l'ambientalismo di regime, che si batta per epurarlo dalle tante illusioni sulla "green economy", per connettere la questione ambientale a quella sociale e quindi alla battaglia contro la globalizzazione e la gabbia eurocratica; dando quindi vita a nuclei e ad una corrente ambientalista patriottica e anticapitalista.

Non sarà facile. Niente è facile in tempi in cui c'è da rialfabetizzare politicamente i giovani. Un'impresa che avrà successo solo stando dentro la mobilitazione, e non fuori.

In questi casi vale ricordare l'esempio della grande rivoluzione russa del 1905, che iniziò dopo l'eccidio del 22 gennaio 1905 a San Pietroburgo. Allora decine di migliaia di operai scesero in piazza per presentare allo Zar una petizione invocando la concessione di elementari diritti democratici. Alla testa di quella manifestazione vi fu un prete, pope Gapon, che si scoprirà era un agente della Okrana, la polizia politica zarista. Malgrado ciò, e nonostante gli operai manifestavano ostentando croci, icone dei santi, nonché dello stesso Zar e della Zarina, essi vennero massacrati e da lì prese il via una grande rivoluzione alla cui testa ben presto ascesero le correnti rivoluzionarie.


*  *  *


Comunicato in occasione della seconda mobilitazione globale 
contro il cambiamento climatico





Alla vigilia della seconda chiamata globale di sciopero per il cambiamento ci sentiamo di dire che pur essendo lee osservazioni portate avanti da Greta Thumberg nei fatti giuste esse peccano, magari non per colpa sua, di mancanza di cognizione di causa. Dire “cambiamo il sistema, non il clima” serve a pochissimo se non si specifica quale sistema si stia cercando di cambiare e in che modo. Stiamo assistendo al dirottamento di una protesta che si basa su situazioni reali e rivendicazioni sacrosante da parte della classe politico-economica liberista, assolutamente intenzionata a trasformare ogni terreno fertile per una critica al sistema in una contestazione controllata ed inserita nei binari del sistema stesso. 

Obama, Junker e la Von der Leyen stringono le mani alla alla Thumberg col preciso intento di propagandare il loro sistema come amico della causa ambientale, e questa falsissima nozione viene rimbalzata dai media al loro soldo e dai loro vari vassalli inseriti a mo’ di quinte colonne all’interno della società civile. Un ambientalismo serio deve guardare alle cause, non al decoro urbano, deve guardare ad un cambiamento sistemico identificando il sistema nemico, che è quello capitalista, non spingere per un’economia di mercato “ecosostenibile”. Se non abbiamo la forza di agire per controllare la protesta dall’alto dobbiamo inserirci dal basso, portando all’interno dei loro cortei un pensiero critico capace di mettere in difficoltà gli organizzatori dei loro orwelliani eventi. Invitiamo pertanto tutti i nostri Amici a partecipare alle mobilitazioni indette da Fridays for future col preciso scopo di ostacolare il giardinaggio liberista ed europesita spacciato per ambientalismo.


Genova 26 settembre 2019






venerdì 27 settembre 2019

SCIOPERO PER IL CLIMA? di Mario Monforte

[ venerdì 27 settembre 2019 ]

Tutti i media di regime esultano: «Fridays for future, cortei in oltre 180 città italiane... "Siamo più di un milione"»... 
COME MINIMO MOLTO STRANO.

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Ogni gruppo e raggruppamento, diciamo “critico”, che ha o indetto, o partecipato all’indizione, o comunque vi aderisce, lo usa come una “borsa” in cui riporre, ossia appiccicarvi, i propri specifici contenuti. Peraltro, sarebbe meglio parlare di manifestazione, dato che lo sciopero è strumento di lotta sindacale, ma anche politica, quindi presuppone una controparte, con cui o trattare o imporre un “braccio di ferro”, e questo non appare il caso. Infatti, e comunque, si va dai massimi «organismi sovranazionali» come l’Onu e l’Ue, alle centrali del grande capitale transnazionale, in coloro che concordano sulla «lotta al cambiamento climatico»: ossia, gli autori, diretti e/o indiretti, del grande inquinamento e della massiccia devastazione a livello planetario, nazionale, regionale, di intere aree, cioè i responsabili dello stesso emergere e porsi della “questione climatica”, sono d’accordo a contrastare il «cambiamento climatico” & «surriscaldamento globale». 

Cagliari: comandati anche i bambini delle elementari
Inoltre, è piuttosto noto (ma a quanto pare non abbastanza, o si preferisce non recepirlo) che la messa in piedi a livello mondiale dell’“operazione-Greta”, con ampia diffusione del “gretinismo” e dei tanti “gretini”, è stata accuratamente preparata, lanciata e montata, con supporto delle potenze indicate e dei media mondiali, e che alla sua base e come suo obiettivo c’è il lancio di un business valutato su circa 100.000 miliardi di dollari (e simile è in euro), vale a dire una nuova via di sbocco alla crisi in cui si sta (re-)infilando il capitalismo nel suo complesso sul piano planetario. È del tutto evidente che questo “chiodo” non schiaccerà alcun altro “chiodo”, ma aggiungerà altri “mali” a quelli già precedenti e in atto e in corso - aggiungendovi altre nuove oppressioni, tasse, vincoli, etc., sulle popolazioni. Cartina di tornasole: lo sconcio nuovo governo (M5S-Pd-LeU-Renzi-Autonomie & Italiani all’estero), nella persona dell’“elevato” (ironia scontata) Conte, si è subito fiondato a proclamare il lancio anche italico del Geen New Deal … (intanto, concedendo anche la giustificazione dell’assenza a scuola per il 27 settembre agli studenti).

Ebbene, pensare che quello dello «sciopero» costituisca un qualche “movimento” e credere che basti la povera astuzia di utilizzare tale presunto “movimento” per portarvi i propri contenuti e istanze “altre”, attesta unicamente la visione errata di coloro che si entusiasmano sempre e comunque quando c’è molta “gente” in strada e in piazza, e, di piú presumono di poterla indirizzare “altrimenti”. Mentre partecipano soltanto come subalterni totali - e con piccolo cervello - a dare apporto alla nuova massiccia operazione capitalista globale.

venerdì 26 aprile 2019

CLIMA 5: TUTTA COLPA DELLA CO2? di Leonardo Mazzei


[ 26 aprile 2019 ]
Dunque Greta è sbarcata a Roma. Non prima di aver fatto una capatina al parlamento europeo, ci mancherebbe! 
Una visita al Papa, un'altra al Senato, infine una piazza con palco alimentato a pedali (ma solo parzialmente, che pedalare stanca). Qualcuno voleva la prova provata di quanto il clima sia ormai un tema tutto politico, una clava in mano alle élite? Bene, l'ha avuta. Un motivo in più per sviluppare il nostro ragionamento.
Articoli precedenti:


*  *  *


Questa montatura mediatica, che fra l'altro rende fior di quattrini alla famiglia e a chi gli razzola attorno, è diventata stucchevole assai. La sua strumentalità non può sfuggire più a nessuno. Com'è possibile continuare a non domandarsi chi la muova?


Una breve premessa personale

Prima di passare al tema di questo articolo, mi sia concessa una breve premessa personale. Sia pure con qualche riserva, anch'io per molti anni ho sostanzialmente creduto alla teoria ufficiale del "riscaldamento globale". Poi sono iniziati i dubbi, che via via si son fatti certezza di trovarsi di fronte ad una narrazione artefatta e priva di scrupoli. Questo cambiamento di opinione è stato determinato principalmente da un fatto: l'insopportabilità, la manifesta falsità dell'ossessione catastrofista che si ritrova in ogni discorso non solo sul clima, ma sul tempo del giorno dopo. E' questo allarme continuo propalato dai media, mai contrastato dalle autorità politiche, sempre benedetto dalla cultura mainstream, che mi ha portato prima a dubitare, poi a formarmi un'idea piuttosto critica sulla teoria del "Riscaldamento Globale Antropogenico" (AGW).

Mentre nel terzo articolo ho cercato di dimostrare, sulla base degli stessi dati ufficiali, come nessuna catastrofe sia alle porte; nel quarto penso di aver documentato a sufficienza la falsità assoluta della teoria dell'aumento degli eventi estremi. So bene, però, come tutto ciò sia ben lungi dallo scalfire le certezze dei credenti della nuova religione climatica. Con costoro ci vuol pazienza, ricordandosi sempre che "col tempo e la paglia maturano anche le nespole". E pazienza ci vuole anche con chi - ne abbiamo già parlato nel primo articolo - pur riconoscendo la montatura in atto, pensa che per difendere l'ambiente anche una falsità possa servire allo scopo.

Non è questa ovviamente la mia opinione. E non solo perché dietro a certe campagne ci sono sempre precisi interessi, ma soprattutto perché non credo che basandoci su una teoria sbagliata si possa andare nella direzione giusta.

Negli articoli precedenti abbiamo visto sostanzialmente due cose: primo, come la teoria dell'AGW sia decisamente discutibile; secondo, come invece il pensiero mainstream tenda sempre, in maniera sistematica e totalitaria, ad impedire ogni discussione razionale sul tema. Eppure la razionalità - non solo sul piano scientifico, ma anche su quello storico - avrebbe da applicarsi fondamentalmente ad un punto: in quale misura il modesto riscaldamento in corso, pur se non diverso da altri verificatisi nella nostra epoca geologica, sia di natura antropogenica.

Sul punto, la risposta del pensiero unico dominante in materia climatica è semplice: la responsabilità è dell'uomo (mai del sistema) e la prova risiede nell'aumento dell'anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera. Ma davvero le cose sono così semplici?


La CO2 e il Sole

L'aumento della CO2 nell'atmosfera terrestre è cosa nota, anche se sulle misurazioni relative al passato (effettuate in carote di ghiaccio) sono sorti ultimamente vari dubbi. Si stima comunque che la CO2 presente in atmosfera all'inizio della rivoluzione industriale fosse pari a 280 ppm (parti per milione), mentre oggi siamo arrivati a 405 ppm, con un incremento del 44% in circa 240 anni. Un dato indubbiamente notevole, che sarebbe assurdo sottovalutare. Si tratta però di una quantità comunque piuttosto modesta, passata dallo 0,028% allo 0,040% dei gas che compongono l'atmosfera terrestre. E' possibile che una quantità tanto piccola sia così decisiva? Secondo i più assolutamente sì, secondo altri certamente no.

Figura 1 - Aumento della CO2 a Manua Loa (Hawaii)

In figura 1 si può osservare l'aumento costante dell'anidride carbonica registrato alle Hawaii dal NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) dal 1960 al 2016. Si tratta di una tendenza che trova riscontro in tutte le stazioni di rilevamento del pianeta. Abbiamo già visto, però, come ad un aumento così costante della CO2 non abbia corrisposto un andamento termico altrettanto regolare. Ad esempio, sempre con riferimento alla figura 1, sappiamo che nel periodo 1960-1980 mentre l'anidride carbonica saliva, la temperatura scendeva. Dev'esserci dunque dell'altro.


A tal proposito, i climatologi non allineati con la narrazione dominante invitano a guardare al Sole, piuttosto che alla CO2.


Figura 2 - Variazione del livello del mare in rapporto all'attività solare (1915-2008)
Il grafico della figura 2 è stato presentato dal prof. Nir Shaviv durante un'audizione al Bundestagnel novembre scorso. Esso ci mostra una correlazione quasi perfetta tra le variazioni del livello del mare (e dunque all'ingrosso della temperatura) e quello della radiazione solare, in pratica la quantità di energia che la Terra riceve mediamente dal Sole, misurata in Watt/mq. A dire il vero un grafico assai eloquente. Naturalmente, neppure Shaviv nega il ruolo della CO2, ma afferma che «il Sole ha contribuito a più della metà del riscaldamento». Una stima che sembrerebbe piuttosto ragionevole.


L'effetto serra

Premesso che senza "effetto serra" noi non potremmo essere qui a parlane - è solo grazie a questo provvidenziale effetto che la temperatura media terrestre è attorno ai +15 °C, anziché ai -18 °C - qual è il contributo dell'anidride carbonica a questo fenomeno? Sulla materia gli esperti divergono alla grande.

Una cosa è però certa. Il principale gas serra non è la CO2, bensì il vapore acqueo. Quale sia il suo contributo percentuale è anch'esso oggetto di discussione. Secondo alcuni sarebbe del 95%, secondo altri dell'85, secondo altri ancora del 70%. In ogni caso, anche coloro che ne valutano un'incidenza minore non riescono proprio ad andar sotto al 50%. Chi ha ragione non si sa, ma volendo essere prudenti possiamo assumere una stima media tra gli studiosi del 70%.

Poiché altri gas serra hanno il loro peso - tra questi il metano, il protossido di azoto e gli alocarburi, quanto incide allora la terribile CO2? Anche in questo caso i pareri sono discordi. Si va infatti da un minimo del 5% ad un massimo del 20%, ma il grosso degli studiosi sembra accreditare una percentuale del 14-15%. A scanso di equivoci precisiamo subito che tutte queste percentuali non sono riferite alla quantità (nel qual caso il vapore acqueo rappresenterebbe la quasi totalità dei gas serra), bensì alla loro incidenza effettiva sul fenomeno.

Bene, ma quanto di questo 15% scarso è di natura antropica? Qui il discorso si fa più complesso e le divergenze ancora più ampie. Secondo Justus e Morrissey, citati da Mario Giaccio in Climatismo: una nuova ideologia, tale percentuale sarebbe solo di un misero 2%. Si tratta probabilmente di una sottostima, visto che nel 2018 - a dispetto dei tanti impegni presi - siamo arrivati ad un totale di emissioni antropiche di 41,5 miliardi di tonnellate di CO2. Tuttavia, il 57% di queste emissioni viene rapidamente assorbito dalla vegetazione e dagli oceani. Restano comunque 17,8 miliardi di tonnellate, pari allo 0,6% dell'anidride carbonica presente nell'atmosfera. Peraltro, anche questo 0,6% annuo non deve trarre in inganno. Difatti il bilancio effettivo della CO2 non è meramente aggiuntivo. Esso è invece un saldo tra quanta ne entra e quanta ne esce ricadendo verso il suolo ed il mare, dopo una permanenza di diversi anni.

Ecco che entra qui in gioco la discussione sul tempo di permanenza della CO2 nell'atmosfera. Cinque-sette anni, come risulta dalla letteratura per i cicli naturali, od addirittura cinquanta, cento anni e più come affermano i seguaci dell'IPCC per le emissioni antropiche, senza però fornire prove tangibili di questo scarto rispetto a quel che sappiamo per i cicli naturali?

Come si vede il caos delle stime impera ad ogni passo. E ci vuole davvero un bel coraggio ad affermare che ormai sulla teoria dell'AGW non vi sono più incertezze.


Un piccolo calcolo


Tirando le somme di quanto abbiamo scritto fin qui, quale può essere davvero l'incidenza delle attività umane sul "global warming"? E' chiaro come un simile calcolo, da farsi comunque con tutte le prudenze del caso, vada preso solo per quello che è: una sintesi numerica di un ragionamento che si può condividere oppure no, ma comunque basato su dati sostanzialmente ufficiali.

Cosa ne vien fuori da questo calcolo? Abbiamo visto come nell'aumento della temperatura il peso dell'attività solare è certamente superiore al 50%, ma noi prudentemente ci fermiamo al 50% esatto. Stabilito questo primo passaggio, non sta scritto da nessuna parte che il restante 50% sia interamente attribuibile all'effetto serra, ma noi generosamente lo concediamo. Abbiamo anche visto, però, che solo il 15% dell'effetto serra è riconducibile alla CO2. Sulla quota antropica della CO2 esistono davvero i pareri più distanti. Mentre i serristi vogliono far credere che esso sia pari al 100%, tra i critici si arriva a stimare percentuali dall'1 al 5%. Bene - giusto per le ragioni prudenziali che abbiamo detto - assumiamo qui che tutto l'aumento della CO2 degli ultimi due secoli e mezzo (125 ppm, pari al 31% del totale) sia interamente di natura antropica.

Ora, dopo questa concessione decisamente esagerata ai teorici dell'AGW, qual è il risultato finale? Eccolo qui: 0,50 (percentuale aumento temperatura attribuita all'effetto serra) x 0,15 (quota dell'effetto serra riconducibile alla CO2) x 0,31 (quota antropica del 100% sull'aumento della CO2) = 0,023 = 2,3%. Avete capito bene: 2,3%. Dunque, tradotto in gradi centigradi, tenuto conto dell'aumento registrato di 0,8 °C nel periodo 1880-2018, abbiamo un'incidenza antropica sulla temperatura pari a 0,018 °C (2,3/100 x 0,8 = 0,018). Insomma, un dramma...

Dato che l'ossessione mainstream è tutta per l'anidride carbonica, ci siamo qui limitati a calcolare l'incidenza antropica sul riscaldamento globale dovuta a questo gas. Per completezza dobbiamo però considerare anche gli altri gas serra, in particolare il metano, il protossido di azoto e gli alocarburi. Tra questi solo il metano ha un trend di crescita paragonabile a quello della CO2, modesto invece l'incremento del protossido di azoto (+16% dal 1700), mentre tra gli alocarburi  è da segnalare la drastica riduzione dei clorofluorocarburi a seguito dell'adozione del Protocollo di Montreal del 1987 a tutela della fascia di ozono.

Ad eccezione degli alocarburi, l'origine di questi gas, che incidono sull'effetto serra per un massimo del 15%, è solo in parte di natura antropica. Nessuno tra gli scienziati sostiene che il loro incremento possa avere avuto un peso paragonabile a quello dell'anidride carbonica. Ma anche se noi ammettessimo un'ipotesi del genere si arriverebbe solo al raddoppio dell'incidenza antropica sul "riscaldamento globale", giungendo dunque all'iperbolica cifra di 0,036 °C.

Naturalmente il nostro è un calcolo molto sommario, ma anche se volessimo raddoppiare di nuovo il risultato, attribuendo così tutto il riscaldamento all'effetto serra come pretende l'IPCC, si arriverebbe sempre ad una modestissima incidenza antropica di 0,072 °C. Insomma, anche a mettercela tutta non si riesce proprio ad arrivare ad un decimo di grado. Non vi sembra un po' poco per giustificare l'attuale battage catastrofista? 


Una discutibilissima quadratura del cerchio


Chiaro che un calcolo di questo tipo non verrà mai fuori dai palazzi dell'IPCC. Tuttavia, non potendo nascondere che la CO2 è assai meno importante del vapore acqueo, e che quest'ultimo al 99,9% è di origine non antropica, i catastrofisti hanno dovuto aggiustare la loro tesi.



Figura 3 - IPCC 2001, un classico esempio di manipolazione sui gas serra: 

dov'è finito il vapore acqueo?
Mentre ancora circolano rappresentazioni grafiche come quella in figura 3, che fanno semplicemente sparire il vapore acqueo, un'altra più sofisticata spiegazione dell'effetto serra prova la quadratura del cerchio.

Ce ne parla, ad esempio, il fisico Antonello Pasini sul blog de le Scienze. La tesi è quanto mai semplice. Certo, dice il Pasini, il vapore acqueo è sì il maggior responsabile dell'effetto serra, ma il suo incremento è dovuto all'aumento della temperatura prodotto dalla solita CO2 che, scaldando i mari, aumenta l'evaporazione e dunque la quantità di vapore acqueo in atmosfera. Un "feedback positivo", egli ci dice, di una micidiale macchina del clima, che avrebbe come motore primo i gas serra di natura antropica, l'anidride carbonica in primis.

Ora, a parte il fatto che il ruolo della mutevole attività solare questi proprio non lo vogliono vedere, si arriverebbe a questo punto ad una sorta di inarrestabile meccanismo infernale. Visto che gli oceani sono i maggiori contenitori di carbonio (44mila miliardi di tonnellate, contro gli 800 miliardi dell'atmosfera) è pressoché certo che una maggiore evaporazione significhi anche un'ulteriore emissione di CO2 in atmosfera, dunque altro riscaldamento, altra evaporazione, altra CO2 all'infinito.

Le vicende climatiche del pianeta ci raccontano però, e fortunatamente, un'altra storia. Picchi di temperatura e di anidride carbonica ve ne sono stati a bizzeffe, ma l'alternanza tra periodi caldi con altri più freddi è stata sostanzialmente la norma, specie negli ultimi 800mila anni (glaciazioni e fasi interglaciali). E la stessa cosa possiamo dirla sul periodo che viviamo, seguito all'ultima glaciazione detta di Würm. Tutto ciò ci dice una cosa evidente: altri e ben più potenti, rispetto alla narrazione tutta antropizzata e centrata sulla CO2 dell'IPCC, sono i fattori naturali che determinano - come risultante di tanti elementi - il clima del pianeta.


Quale la causa, quale l'effetto?

Quel che è certo - e qui nascono problemi davvero seri per la teoria dominante - è che, contrariamente a quel che normalmente si pensa, decine di studi dimostrano come l'aumento della CO2 in atmosfera segua, anziché precedere, l'aumento della temperatura.



Figura 4 - Andamento della temperatura e della CO2 in atmosfera negli ultimi
400mila anni in base ai dati ricavati dalla carota di ghiaccio di Vostok (Antartide)
Gli studi sulla carota di Ghiaccio di Vostok sono un classico della paleoclimatologia. E' dunque opportuno dare un'occhiata alla figura 4. Guardandola attentamente, si può notare come i picchi della curva celeste in basso (indicante le temperature) precedano sempre temporalmente quelli della CO2.

Che nel passato la relazione tra CO2 e temperatura possa essere stata bidirezionale è ampiamente riconosciuto, ma oggi l'IPCC-pensiero ci assicura che attualmente è l’anidride carbonica la responsabile (pressoché unica) del riscaldamento, non il contrario.

Non la pensa così, fra gli altri, il prof. Ole Humlum dell'Università di Oslo. Dopo aver eliminato le ciclicità annuali dovute alla fotosintesi nell'emisfero Nord, egli è arrivato al grafico della figura 5.

Figura 5 - Andamento delle temperature oceaniche e della CO2 in atmosfera dal 1981 al 2011
Seguendo la curva blu, Humlum individua, nel trentennio esaminato, 9 picchi della CO2. La cosa interessante, a conferma di quanto già visto su ben altro lasso temporale in figura 4, è che i relativi picchi della temperatura oceanica (curva rossa) precedono sempre, anziché seguirecome vorrebbe la teoria ufficiale, quelli della CO2. Sembrerebbe dunque che non sia la CO2 a far salire la temperatura, bensì il contrario.


Il catastrofismo alimentato a CO2 ed i veri problemi ambientali



Quanto fin qui esaminato non deve però portarci a negare la rilevanza della recente crescita della CO2 nell'atmosfera. Questo fenomeno qualcosa ci indica, ma non tanto rispetto al clima (come abbiamo visto), quanto piuttosto sulla qualità dell'ambiente, dato che i processi di combustione che generano anidride carbonica, producono anche (e soprattutto) inquinanti ben più nocivi. Ridurre il più rapidamente possibile l'utilizzo dei combustibili fossili è dunque effettivamente necessario: ne va della nostra salute e dell'utilizzo razionale di materie prime per loro natura non rinnovabili.

Ancora una volta - repetita iuvant - bisogna perciò distinguere radicalmente tra la doverosa lotta per la tutela dell'ambiente (da promuovere e sostenere con ogni forza), e la narrazione dominante sul clima. Il rovesciamento del rango di queste due questioni, ottenuto attraverso un'informazione quanto mai inquinata, dovrebbe insospettire qualunque persone onesta minimamente informata dei fatti.

Un esempio pressoché perfetto di questa manipolazione, ma tanti altri ne potremmo fare, ce lo fornisce la foto della figura 6.


Figura 6 - Foto del mensile "scientifico" Focus sotto il titolo: 

"CO2 in atmosfera mai così alta in 800.000 anni"
Questa foto è tutto fuorché innocente. Certo, la didascalia della rivista - «In alcuni Paesi i livelli di smog nelle grandi città sono fuori da ogni standard di sicurezza» - vorrebbe mettersi al riparo di ogni critica, ma la sua collocazione sotto il titolo «CO2 in atmosfera mai così alta in 800.000 anni» non lascia adito a dubbi su quale sia l'intento comunicativo.

Peggio ancora, tra il titolo e la foto c'è pure un sottotitolo che così recita: «La concentrazione mensile media di anidride carbonica in atmosfera ha superato 410 parti per milione: prima d'ora, gli esseri umani non hanno mai respirato aria così satura di CO2». Aria satura di CO2? Ma siamo impazziti? Che forse gli esseri umani apprezzano la differenza tra lo 0,03% del 1750 e lo 0,04% attuale? Che forse la CO2 è un veleno? No, non è un veleno (lo diventerebbe solo a concentrazioni centoventi volte superiori all'attuale), tant'è che l'assumiamo anche con le bollicine dell'acqua minerale. E le piante - che sono alla base della catena alimentare - l'apprezzano molto.

I ragazzi con la mascherina della foto, presumibilmente residenti in qualche metropoli asiatica, hanno sicuramente ben altri problemi dovuti allo smog cittadino: monossido di carbonio, ossidi di azoto, biossido di zolfo, particolato PM10 e PM2,5, eccetera, eccetera. Perché allora questa insistenza sulla CO2?


Brevi conclusioni


Dopo questa doverosa parentesi sul catastrofismo mediatico, torniamo adesso a bomba. I dati che abbiamo esaminato in questo articolo ci dicono che, comunque la si voglia rigirare, i ragionamenti alla base della teoria dell'AGW non tornano proprio. Certo, l'anidride carbonica avrà sicuramente il suo peso nell'attuale aumento della temperatura, ma è evidente che dev'esserci dell'altro, a partire da un ruolo del Sole che ci si ostina a sottovalutare.

Come si è visto, anche parlando dell'argomento forte della teoria dominante - quello dell'indiscutibile aumento della CO2 nell'atmosfera - le cose non sono così semplici come si vorrebbe far credere. Segno che tanto forte quella teoria non è.

Poi - ancora più importante -  abbiamo visto come anche accettando sostanzialmente i dati ufficiali, ed anzi usandoli con estrema prudenza, si arriva ad un'incidenza antropica sul "riscaldamento globale" davvero bassa se non addirittura insignificante.

In questo quadro, l'idea di poter controllare il clima attraverso l'unica "manopola" della CO2 parrebbe come minimo ingenua. Ma siccome chi vi insiste tanto ingenuo non è, ecco che sarebbe da sciocchi non considerare un'altra ipotesi: quella della geoingegneria. Quella manopola, pur se non semplice da realizzarsi, forse qualcuno la vuol costruire per i suoi scopi e per i suoi interessi. Quanto coincidenti, questi ultimi, con quelli della stragrande maggioranza delle persone lascio a voi immaginarlo. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.


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giovedì 11 aprile 2019

CLIMA 4: LA BUFALA DELL'AUMENTO DEGLI "EVENTI ESTREMI" di Leonardo Mazzei

[ 11 aprile 2019 ]


Articoli precedenti


Clima 1 - E se fosse la lobby nucleare? (18 marzo 2019)

Clima 2 - Quelli che non se la bevono (25 marzo 2019)

Clima 3 - Nessuna catastrofe in vista (1 aprile 2019)

*  *  *
Arriviamo oggi al tema degli "eventi estremi". Per i catastrofisti del "non c'è più tempo" l'aumento della temperatura non basta. Si direbbe che per i loro disegni esso sia troppo scarso e troppo lento. Quest'ultimo elemento - la lentezza - è poi del tutto insopportabile al circo mediatico, che dell'allarmismo globale sul clima è da sempre elemento portante. Talora, però, le cronache ci regalano ondate di freddo qua e là per il globo. Cosa di meglio allora dell'invenzione dell'aumento degli "eventi estremi"?
In questo modo, non solo se fa caldo, ma anche se c'è il gelo e nevica più del solito (vedi l'ultimo inverno negli Stati Uniti), si dà la colpa al "cambiamento climatico", che pure dovrebbe consistere in un riscaldamento medio globale. E così funziona tanto per le siccità come per i periodi di maggiore piovosità. Queste normalissime variabilità meteorologiche diventano in questo modo - si può dire quotidianamente - indici infallibili di un "cambiamento climatico" elevato a dogma. 


Lontani sono i tempi in cui i climatologi ragionavano su medie almeno trentennali. Oggi lo stesso concetto di "media" è violentato dall'informazione. Non dovrebbe esserci bisogno di spiegare che le medie - di temperatura, di piovosità, di ventosità, eccetera - sono il frutto di valori ora superiori (talvolta molto superiori), ora inferiori (talvolta molto inferiori) a quel valore mediano. Adesso, invece, basta un grado in più per segnalare in maniera allarmistica che si è al di sopra della media. Ma pure al di sotto va bene, tanto la religiosa verità sarà sempre quella.


A cosa serve la narrazione catastrofista


Ma siccome lo spettacolo è essenziale per la narrazione catastrofista, le temperature non possono bastare. Meglio, molto meglio, le catastrofi. L'importante è che esse appaiano sempre come frutto dei "cambiamenti climatici". In questo modo si ottengono tre risultati. In primo luogo si attua una strategia narrativa win win, dato che qualunque cosa avvenga essa verrà spiegata in base alla teoria della AGW (Riscaldamento Globale Antropogenico). In secondo luogo si cancella lo stesso concetto di "catastrofe naturale", mettendo così in campo una visione antropocentrica senza precedenti. In terzo luogo, in apparente contraddizione col punto precedente, si nascondono in larga parte le responsabilità umane - cioè generalmente sociali, dunque nella nostra epoca dovute alle esigenze di valorizzazione (ad esempio del suolo) tipiche del capitalismo - di tante catastrofi.

Abbiamo parlato non a caso di contraddizione solo apparente tra i punti 2 e 3. In realtà non vi è infatti contraddizione alcuna. Mentre la colpevolizzazione sui "cambiamenti climatici" è rivolta evidentemente all'intero genere umano, da Jeff Bezos all'ultimo contadino africano; l'assoluzione di cui al punto tre riguarda proprio quel modello di sviluppo che ha consentito alle attuali oligarchie di essere là dove sono.

Dal punto di vista capitalistico, un'assoluzione piena. Non solo, poiché quelle stesse oligarchie pilotano largamente tanto la politica quanto i media, esse hanno ora la possibilità di ergersi a fiere paladine del "salvataggio" di un'umanità che dovrebbe salvarsi non dal loro dominio, dal loro sfruttamento, dall'ingiustizia e disumanità del loro sistema, bensì dagli effetti catastrofici dell'aumento di qualche decimo di grado causato indistintamente dagli "uomini".

Sul presunto aumento degli "eventi estremi", abbiamo già visto qual è il parere di due climatologi dall'indiscusso valore, come Guido Visconti e Franco Prodi. Per il primo «non esiste nessuna prova scientifica che ci siano variazioni nel regime delle piogge o delle nevi»; per il secondo «in questi cinquant’anni il clima in Italia è cambiato davvero poco. Chi studia queste cose rileva un leggero aumento della pioggia che proviene dalle nubi temporalesche, i cosiddetti rovesci, mentre complessivamente è diminuita l’intensità  della precipitazione».

Affermazioni pacate, che stridono con il quotidiano allarmismo, in Italia come nel resto del mondo.


I comici dati dell'Economist 


Volendo entrare adesso nel merito dell'andamento degli "eventi estremi", un plastico esempio di come funziona l'informazione catastrofista ci viene inopinatamente, quanto significativamente, dall'Economist. Cioè da un giornale da sempre considerato come una sorta di Bibbia liberale, che dal 2015 vede come primo azionista (attraverso la holding Exor) la famiglia Agnelli.

L'articolo pubblicato il 29 agosto 2017 ha un titolo inequivocabile: «I disastri legati alle condizioni meteorologiche stanno aumentando». Ma quel che è più interessante è il grafico che potete vedere in figura 1, che l'Economist ha ripreso da EM-DAT, sicuramente uno dei più importanti database dei disastri di massa. 

Nella sua inattendibilità - peggio: nella sua disonestà - questo grafico è semplicemente comico. Ma visto che stiamo parlando di vite umane, tristemente comico.

La curva blu mostra il numero dei disastri dal 1900 al 2011, quella rossa il numero delle vittime di quelle calamità. Quali disastri ce lo spiega l'articolo: quelli con almeno 10 vittime, che colpiscono oltre 100 persone o determinano la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale.

Tre le cose assurde che balzerebbero anche agli occhi di un cieco.

La prima è che nel quarantennio 1900-1940 questi disastri sembrerebbero vicini a zero. Una falsità ridicola, che smentiremo anche solo con i dati disponibili sull'Italia. Che se poi i disastri (sempre secondo la classificazione EM-DAT) fossero stati davvero così pochi, come si spiegherebbe l'elevato numero di vittime che lo stesso grafico riporta? L'assurdità è così evidente che non occorre insistere oltre. 

La seconda incredibile incongruenza è appunto l'andamento inverso delle due curve. Possibile che mentre i disastri sarebbero aumentati, quadruplicandosi dagli anni '70 al 2011, le loro vittime all'anno siano invece passate nello stesso periodo da circa 200mila  a circa 30mila? E' credibile tutto ciò? Ma mi faccia il favore, avrebbe detto il grande Totò. L'Economist prova a spiegare l'arcano con il miglioramento della sicurezza (edifici migliori, maggiore prevenzione delle inondazioni). Di nuovo: ma mi faccia il favore! Ammettiamo senza difficoltà un discreto miglioramento della sicurezza, ma la Terra aveva nel 1900 un miliardo e 700 milioni di abitanti, mentre oggi ne ha 7 miliardi e mezzo. Ne consegue che, a parità di disastri, il numero delle vittime coinvolte in questi eventi dovrebbe risultare quattro volte e mezzo più alto. Ma siccome il grafico ci dice che nell'intero periodo i disastri sono aumentati di 40 volte, ne risulta un incremento delle vittime potenziali di 180 volte (40x4,5=180). E invece? Invece, sempre secondo il grafico, le vittime effettive sarebbero calate del 94% nell'intero periodo, dell'85% nell'ultimo quarantennio. Ma si può? Non sarà che l'impennata della curva blu dipenda essenzialmente da una iniziale carenza di notizie progressivamente superata nel tempo? Disastri con 10 morti o poco più (che nel grafico riportato valgono 1 come un uragano da 10mila vittime) potevano lasciare poca traccia agli inizi del '900, oggi non più. In ogni caso, che qualcosa non quadri lo dovrebbe capire chiunque, perfino un giornalista dell'Economist...

La terza assurdità, assolutamente incommentabile, ma che va saputa, è che in queste statistiche insieme a uragani, alluvioni ed ondate di calore si includono (come riconosce candidamente l'Economist) i terremoti e gli tsunami. Ora, se tutti questi fenomeni rientrano giustamente nella categoria dei "disastri naturali", quel che è al di là di ogni decenza è che si usino simili dati per sparare titoli sul clima come quello che abbiamo visto. Dunque, ammesso, e tutt'altro che concesso, che tutti i disastri meteo siano attribuibili ai "cambiamenti climatici", che c'azzeccano col clima i terremoti, gli tsunami, e magari le eruzioni vulcaniche?

Segnaliamo questo ennesimo controsenso perché non riguarda il solo giornale inglese. Da tempo questa voluta confusione imperversa sulla stampa, come abbiamo già denunciato il 15 marzo scorso, a proposito di un articolo del Corriere della Sera. Ma la cosa ancor più grave è che tutto ciò sia alimentato da fonti che dovrebbero essere scientificamente attendibili e che invece non lo sono.


Gli uragani, che non sono in aumento



Ma, si dice, gli uragani sono di sicuro in aumento. A leggere la stampa la cosa parrebbe certa. E' davvero così?

Uno dei maggiori esperti di uragani al mondo, Christopher Landsea, è di tutt'altro avviso. A suo parere «c'è una forte evidenza supportata dai più recenti attendibili studi  in materia che qualsiasi impatto futuro del riscaldamento globale sugli uragani sarà molto limitato» (R. Cascioli e A. Gaspari in "Che tempo farà"). Landsea, dimettendosi per protesta dall'IPCC nel 2005, così scriveva fra le altre cose: «Non capisco perché i miei colleghi utilizzino i media per avvalorare l'insostenibile tesi che la recente attività degli uragani sia dovuta al riscaldamento globale».

Quel che è certo è che le statistiche sugli uragani al momento gli danno ragione. Naturalmente, la letteratura sul tema è sterminata e non è possibile dare conto di tutti gli studi. Tuttavia tante ricerche vanno nella stessa direzione: non c'è nessun aumento, né per numero né per intensità, di questo fenomeno.

Uno studio del professor Sergio Pinna, pubblicato sulla Rivista del Servizio Meteorologico dell'Aereonautica è arrivato a conclusioni molto nitide. Questo il suo abstract: «Con questo articolo si vuole proporre una verifica in merito alle eventuali variazioni temporali dell’intensità degli uragani nel bacino atlantico. A tal fine, considerando i casi nei quali si è verificato il landfall sulle coste degli USA, è stato elaborato un indice basato sulla velocità massima del vento e sul valore della pressione atmosferica al centro del ciclone. L’esame della serie storica dei valori annui di tale indice non ha evidenziato alcuna tendenza all’incremento dei fenomeni in oggetto».
Figura 2 - Indice di intensità degli uragani all'approdo
sulla costa atlantica degli USA (1850-2016)


Diversi i grafici presenti in questo studio che indicano come il fenomeno «non abbia subito modificazioni apprezzabili nel corso dei 166 anni (1850-2016) considerati». Uno di questi (figura 2) mostra le variazioni dell'intensità degli uragani all'approdo. 


Una valutazione netta quella di Pinna, che trova conferma anche nell'andamento del numero e degli uragani tra il 1970 ed il 2013 visualizzato nella figura 3.



Figura 3 - Cicloni tropicali approdati dal 1970 al 2013

Come si può vedere, a dispetto della narrazione catastrofista che va per la maggiore, l'allarmismo sugli uragani è in base ai numeri del tutto immotivato. 

Ma possibile allora - dirà adesso qualcuno - che ci raccontino impunemente così tante balle? Purtroppo è possibile, come dimostreremo in abbondanza parlando del nostro Paese.


Veniamo all'Italia 


Naturalmente l'Italia non è il mondo, ma non è neppure una realtà trascurabile. Altro non fosse che per la sua posizione geografica distesa al centro del bacino del Mediterraneo. Ma ragionare sull'Italia ci è utile anche per altri motivi, innanzitutto perché è una realtà che conosciamo meglio, e che ci consentirà di dimostrare come la teoria dell'aumento degli "eventi estremi" è una bufala senza pari.

Figura 4 - Deviazione annua delle precipitazioni in Italia nel
periodo 1800-2018 rispetto alla media 1971-2000

Partiamo dai dati del Cnr sul periodo 1800-2018, un lasso di tempo che ci mostra una straordinaria stabilità del regime delle precipitazioni. La figura 4 evidenzia gli scostamenti avvenuti in questi 218 anni. Lo zero è determinato in base alla media delle precipitazioni del trentennio 1971-2000. Com'è naturale che sia, significativi scostamenti annui ci sono sempre stati. Ma essi sono regolarmente avvenuti sia verso l'alto che verso il basso, tant'è che la media mobile ottenuta con questi numeri risulta straordinariamente stabile, con oscillazioni che non vanno mai oltre il 10% (vedi la curva nera del grafico). 

Una stabilità certificata anche dall'Istat per gli anni più recenti. Secondo l'istituto di statistica: «La precipitazione totale media annua delle stazioni, nel periodo 2002-2016, è stata pari a 778 mm, l’1,6% in più rispetto al valore climatico 1971-2000 (765,8 mm)». Una variazione davvero minima, che ci dice come non sia in atto alcun cambiamento sostanziale.

Eppure, a dispetto di questi dati, l'allarmismo sulle piogge, come pure sui periodi di siccità, è ormai diventato incessante. E siccome i numeri sono dispettosamente stabili, ecco che si ricorre all'onnicomprensivo concetto degli "eventi estremi". Un concetto davvero risibile, se nel loro "estremismo" essi ci riconducono alla fine alle tranquillissime medie storiche che abbiamo visto...

Proprio per questo trucco concettuale venire a capo della questione non è semplice. Tu hai voglia di fargli vedere la figura 4, essi (i catastrofisti) ti diranno che la media non conta; conta solo l'intensità di ogni singolo fenomeno. Ma misurare l'intensità effettiva non è sempre semplice, mentre essi hanno dalla loro potentissimi mezzi di informazione che ripetono alla Goebbels che il tale evento è stato eccezionale, che l'altro non si era mai visto, che l'altro ancora non ha precedenti storici, e che tutti si possono spiegare solo con i terrificanti effetti dei "cambiamenti climatici" in corso.


Da che parte sta il torto, da quale la ragione?



Come stabilire allora da che parte stia il torto, da quale la ragione? Io penso che un modo ci sia. Siccome quando si parla di "eventi estremi" ci si riferisce ovviamente a fatti  che comportano danni alle persone, un criterio è certamente quello di quantificare questi danni per poi operare un confronto col passato.

Per provare a venire a capo della questione proporrò in primo luogo un raffronto secco tra i primi diciotto anni del XXI secolo, con il corrispondente periodo del secolo precedente. In secondo luogo, presenterò invece una rassegna dei principali disastri dei sette decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. 

Sul perché del primo raffronto la faccio breve. Siccome in tutte le chiacchiere, da quelle al bar a quelle in televisione, si dà per certo che i disastri meteo (essenzialmente alluvioni, tempeste di vento e frane dovute a precipitazioni intense) siano in forte aumento, siccome questa sensazione è alimentata pure dalla scienza mainstream, qui i casi sono due: o c'è anche un aumento delle vittime provocate da questi eventi, oppure si tratta solo di una bufala bella e buona. 

La scelta di esaminare i primi diciotto anni del secolo è giustificata dal fatto che mai come in questo periodo si è diffusa la sensazione di vivere un momento particolarmente pesante. Utile dunque verificare la veridicità di questa percezione. Essa ci dà inoltre la possibilità di un confronto assai interessante, dato che secondo la narrazione dominante è proprio questo secolo quello del grande cambiamento, naturalmente in peggio.

I numeri ci raccontano invece tutta un'altra storia. Per verificarlo è sufficiente in questo caso una visitina su Wikipedia. Dalla Lista di alluvioni ed esondazioni in Italia si possono ricavare dati assai eloquenti. Mentre nei primi 18 anni di questo secolo (2001-2018) risulta un totale di 159 vittime; dal 1901 al 1918 ne vengono riportate oltre 520. Ora, anche senza tenere conto che l’Italia di allora era meno abitata, che per il secolo scorso è evidente come non siano stati riportati i disastri minori, tutti rigorosamente elencati invece nei nostri anni così “disastrosi”, il calo risulta comunque del 70%. Che il global warming faccia bene alla salute?


La verità è che abbiamo la memoria corta
(e a lorsignori piace così)


Passiamo adesso alla carrellata dei principali disastri degli ultimi sette decenni. Il periodo non è casuale, dato che è abbastanza lungo, ed è quello su cui si dispone di dati più accurati. Ma questa rassegna risulterà utile principalmente per un altro motivo. Perché, soprattutto chi avrà voglia di andarsi a vedere i numerosi link, potrà farsi un'idea più realistica sull'effettiva portata, niente affatto eccezionale, degli eventi più recenti. 

Richiamare alla memoria tanti disastri ormai dimenticati è comunque una sana operazione di igiene mentale, il primo antidoto alla narrazione sensazionalista dell'oggi. Talvolta infatti la memoria umana è troppo corta, specie se il martellamento dei media è lì che la vuol portare.

Cominciamo con il numero complessivo delle vittime per ogni decennio preso in esame. Per semplicità utilizziamo anche in questo caso i dati di Wikipedia. Essi presentano in qualche caso alcune discordanze rispetto ad altre fonti, ma nella sostanza ci offrono comunque un quadro d'assieme sufficientemente attendibile.

Il decennio più calamitoso è stato decisamente il primo, quello degli anni cinquanta del secolo scorso con un totale di 686 vittime. Seguono gli anni novanta con 337 vittime e gli anni sessanta con 213. Assai meno calamitosi gli anni settanta (17) ed ottanta (53), ma pure i primi due decenni del secolo in corso: 70 vittime dal 2001 al 2010; 89 dal 2011 al 2018. Per evitare ogni equivoco chiariamo subito che da questo calcolo abbiamo espunto sia il disastro del Vajont (1963) che quello della Val di Stava (1985), disastri che con le condizioni meteo c'entrano quanto i cavoli a merenda.

Naturalmente questi dati risentono in primo luogo delle calamità più importanti, ma essi ci dicono chiaramente che una tendenza all'incremento degli "eventi estremi" proprio non c'è. 

Vediamo ora gli episodi più gravi di questo settantennio, riportando - quando esistenti - le notizie più utili al fine della comprensione dell'intensità dei vari fenomeni.


Gli anni cinquanta, i peggiori di tutti


Il decennio inizia con la grande ondata di maltempo che colpisce il sud dal 14 al 19 ottobre 1951. Le vittime saranno 70 tra la Calabria e la Sardegna. Nell'isola si registrerà un picco di precipitazione di ben 1.431 millimetri, in Calabria addirittura di 1.770 millimetri. Certo, quantità cumulate in cinque giorni, ma che non sono più state neanche lontanamente avvicinate nei decenni successivi.

Passano poche settimane e si arriva (14 novembre) al famosissimo alluvione del Polesine. Un evento catastrofico con un centinaio di vittime, oltre 180mila profughi, mille i kmq allagati. Anche in questo caso si tratta di un evento che non si è più ripetuto nei decenni successivi.

Il 21 ottobre 1953 tocca nuovamente alla Calabria, per l'esattezza alla provincia di Reggio. Tra morti e dispersi le vittime sono 151. Significativo in questo caso il valore di punta della precipitazione: 82,6 mm/ora. Che dire, una bomba d'acqua ante litteram

Si arriva così al tremendo ottobre 1954 quando - pochi lo sanno - si verifica il peggior bilancio di un'alluvione nel dopoguerra (318 le vittime). Il secondo di sempre dall'unità d'Italia, dopo il Tornado di Sicilia del luglio 1861. La zona colpita è quella del salernitano, dove in meno di 24 ore cadono oltre 500 mm di pioggia. Quantità mai più raggiunte in queste zone.


Gli anni sessanta: Firenze e non solo


Il 4 novembre 1966 mezza Italia va sott'acqua. Ci va Firenze, e lo sanno tutti, ma il disastro non è minore nel Triveneto. A Firenze l'Arno esonda, danneggia gravemente il patrimonio artistico della città e provoca 34 vittime. Quasi 14mila le famiglie disastrate, 46mila gli sfollati, 19mila le imprese colpite, 12mila le automobili sommerse. Non è la prima volta che il fiume tracima, ma da allora non è più avvenuto.

Lo stesso giorno tocca al Triveneto, dove si arrivò a conteggiare 42mila sfollati. Qui le vittime saranno 18 in Trentino, 20 in Friuli, 36 in Veneto. Soprattutto in quest'ultima regione i danni furono ingentissimi. Vista la contemporaneità, il dramma del Triveneto venne oscurato dalla maggiore notorietà di Firenze. Chi voglia farsi un'idea di massima su quel che accadde può guardarsi il video presentato presso la Regione Veneto nel 2016, in occasione del cinquantenario. A Venezia si raggiunse il record dell'acqua alta in piazza San Marco: 194 centimetri mai più uguagliati. Altrettanto ineguagliati sia il livello delle precipitazioni, le punte di piena, le superfici allagate (oltre 1700 kmq). Solo in Provincia di Belluno furono danneggiati o distrutti 4300 edifici, 528 ponti e 1.346 strade. Si tratta in larga misura delle stesse zone colpite alla fine dello scorso ottobre. Un evento pesante quest'ultimo, ma fortunatamente assai meno grave della catastrofe del 1966 quando di "cambiamenti climatici" ancora non si parlava. 

Nel novembre 1968 è la volta del Piemonte, in particolare del Biellese (qui le immagini del Tg1dell'epoca). Le vittime furono 72. I dati disponibili sulle precipitazioni ci parlano di un massimo di 395 mm in 24 ore nella località di Trivero, ma vengono riportate punte di 6o mm orari sulle alture biellesi.

Il decennio si chiude con la Grande Alluvione di Genova dell'ottobre 1970. Le vittime furono 44, le precipitazioni rilevate impressionanti. Nel nostro Paese, Genova è la città simbolo delle alluvioni, tante sono le volte che è stata colpita, anche in anni molto recenti. Eppure i livelli di precipitazione di quarantanove anni fa non si sono fortunatamente più ripetuti. In circa 24 ore caddero 550 mm in centro, 800 a Voltri, 700 a Sestri. A Bolzaneto si raggiunse il picco cittadino con 948 mm in 22 ore, ma nelle zone collinari a monte della città si valutarono quantità fino a 1.100 millimetri. Col linguaggio dell'odierno catastrofismo una "bomba d'acqua" da oltre 40 mm/ora per quasi un giorno intero.


La "pausa" degli anni settanta ed ottanta


Come abbiamo già visto, questi due decenni furono di gran lunga meno calamitosi di quelli precedenti. Non che siano mancati in quegli anni i disastri meteo, ma la loro gravità fu decisamente inferiore. Una prova di quanto l'idea di un'incessante curva verso l'alto degli eventi estremi sia semplicemente infondata.

In quel periodo l'alluvione più grave, soprattutto per le frane che si verificarono, fu quella che colpì la Valtellina nel luglio 1987.  Le vittime furono 53, le precipitazioni di circa 300 mm in 24 ore, ma con punte locali di 450 millimetri. L'alluvione della Valtellina è stata la più grave calamità naturale che abbia colpito la Lombardia dall'unità d'Italia.


Gli anni novanta


In questo decennio il maltempo torna a colpire più duramente. Nel novembre 1994 una grave alluvione interessò le province piemontesi di Alessandria, Asti, Cuneo e Torino. Particolarmente importante fu l'esondazione del fiume Tanaro. Le vittime furono 70, le precipitazioni cumulate in tre giorni raggiunsero i 600 millimetri.

Nel maggio 1998 vasti movimenti franosi colpiscono l'area di Sarno, in Campania. Le vittime furono 160. A scatenare l'evento una pioggia cumulata di 240/300 mm in 72 ore: una quantità importante, ma non propriamente eccezionale. Incuria ed abbandono della montagna ebbero in quel caso un ruolo non certo secondario.

Nell'ottobre 2000 viene colpito di nuovo il Piemonte. Trentaquattro le vittime, 40mila gli sfollati. Nell'occasione il Po raggiunge le portate più alte dopo quelle del 1951. Sulle precipitazioni nell'area interessata ci sono dati assai diversi: si va da una media di 200/300 mm, ad un massimo di 600 mm in 48 ore.

Se questi sono stati gli eventi più gravi del decennio, facciamo ora un passo indietro al 1996, per vedere cosa accadde nel giugno di quell'anno in una ristretta area delle Alpi Apuane, in provincia di Lucca. Il fatto - che provocò la morte di 14 persone - è noto come Alluvione della Versilia. L'importanza di quel disastro, ai fini del ragionamento che stiamo svolgendo, sta nei livelli elevatissimi e concentrati di quella precipitazione: 440 mm in 8 ore, di cui 157 soltanto nell'ultima e decisiva ora. Ricordo che, per la prima volta, esponenti del governo di allora misero in relazione quei dati ai "cambiamenti climatici". Ma davvero quell'evento era senza precedenti storici nell'area? A questa domanda hanno risposto Giacomo D'Amato Avanzi e Roberto Giannecchini, con una loro interessantissima ricerca storica. Dal lavoro di questi due ricercatori emerge che altri eventi, dello stesso grado di gravità di quello del 1996, si erano già verificati nella stessa area negli anni 1636, 1774, 1846, 1885 e 1902. Una chiara dimostrazione di come bisognerebbe andarci piano prima di sparare certe sentenze!


I primi due decenni del XXI secolo


Abbiamo già detto come i primi 18 anni del secolo in corso abbiamo visto una drastica riduzione (-70%) del numero delle vittime dei disastri meteo, rispetto allo stesso periodo del secolo precedente. Ma c'è un altro dato, altrettanto significativo. Mentre nel cinquantennio 1951-2000 ci sono state mediamente 26 vittime all'anno, nel periodo 2001-2018 esse sono fortunatamente scese ad 8. 

Vediamo ora gli eventi più gravi di questi 18 anni. Il disastro più pesante (36 le vittime) è stato l'Alluvione di Messina dell'ottobre 2009. I dati su quella precipitazione non sono precisi. La Protezione civile parlò comunque di 220/230 mm in 3/4 ore, ma il suo responsabile, Guido Bertolaso, indicò tra le cause di quel tragico bilancio l'abusivismo edilizio.

La precipitazione più intensa è stata invece quella che investì la provincia di La Spezia (ed in misura minore quella di Massa Carrara) il 25 ottobre 2011. Il disastro, noto anche come Alluvione delle Cinque Terre, provocò la morte di 13 persone, mentre gli sfollati furono 1.100. La pioggia fu davvero violenta, con un picco (registrato nella località di Brugnato) di 448 millimetri in 6 ore. Un record secondo soltanto all'alluvione di Genova del 1970.

Diciotto furono invece le vittime dell'alluvione che colpì la Sardegna il 18 novembre 2013. Qui le piogge raggiunsero i 300 mm in 20 ore, con qualche punta superiore ai 400 millimetri. Valori importanti, ma non infrequenti nell'isola. Comunque inferiori (ne abbiamo già parlato) a quelli registrati nel 1951.


I disastri meteo non sono in aumento


Passare in rassegna gli ultimi 70 anni ha chiesto tempo e pazienza ai lettori. Tuttavia, penso che sia stato piuttosto utile. Certo, i dati non sono mai precisissimi e completi, ma in ogni caso essi ci dicono due cose: non è vero che i disastri meteo siano in aumento, non è vero che siano più intensi rispetto al passato. Anzi, se proprio la vogliamo dir tutta, almeno l'intensità (misurabile in quantità di precipitazioni, livelli di piena, superfici allagate, oltre che dal numero delle vittime) appare decisamente in diminuzione. 

Dunque, sentir parlare in continuo di aumento degli "eventi estremi" è davvero irritante. Come lo è l'annuncio settimanale di allerte che al 95% (e siamo decisamente prudenti) non hanno senso alcuno. Del resto, che si sia di fronte ad un'incredibile spettacolarizzazione della meteorologia lo possiamo riscontrare giornalmente. Le normali perturbazioni, come anche i periodi di caldo, hanno adesso nomi inquietanti affibbiati dalla nuova figura del meteorologo-terrorista. I normali nubifragi sono ora diventati "bombe d'acqua", mentre la stessa definizione scientifica di "nubifragio" (tot mm/ora in x ore) è stata rivista al ribasso per aumentarne artificiosamente il numero. E si potrebbe continuare.


La dura vita del meteorologo


Ora, noi vorremmo esser generosi con la categoria dei meteorologi. In fondo le previsioni a breve sono diventate sempre più precise, dunque sempre più utili. Tutto andrebbe infatti più che bene se ci si limitasse a questo. Ma vi immaginate la noia di dover dire che l'alta pressione regge, che le temperature sono stabili, che in Val Padana c'è ancora la nebbia, che al sud fa caldo, ma nelle isole spira un discreto venticello? Mediaticamente un disastro totale.

Ecco allora che, per avere successo, diversi meteorologi (ovviamente non tutti) decidono di farsi climatologi (e fin lì lo potremmo accettare), filosofi, futurologi e soprattutto showman. Essi hanno scoperto che il sistema li vuol proprio così. Si aggiunga a questo l'interesse economico - i siti meteo vivono sull'audience, dunque sulle cliccate, dunque sul grado di allarmismo che riescono a trasmettere - ed il quadro è fatto.

Volete un esempio clamoroso di tutto ciò? Ce lo offre, per ora gratuitamente, il sito ilmeteo.it, da quel che sappiamo (il catastrofismo rende) il più consultato dagli italiani.


Senza parole... 


Il sito è piuttosto curato e le sue previsioni a breve ben fatte, ma...

Figura 5 - Screenshot  delle news meteo del 9 aprile 2019,
del sito www.ilmeteo.it

Quello qui accanto è l'elenco delle news del 9 aprile. Niente male, no? Quante belle notizie in un giorno solo... La settimana sarà piena di temporali, con una serie di cicloni con grandine (ore 10:01). Le temperature, oibò, saranno «sottotono, giubbini e maglioni ancora a lungo» (ore 10:09). Ma sottotono per quanto? Evidentemente non per molto perché: «Temperature, illusorio rialzo fino a martedì, poi doppio scivolone» (ore 10:10). Va bene, uno pensa, ma almeno fino a martedì prossimo avremo un rialzo, per quanto "illusorio". Eh no, sarebbe facile la vita! «Sabato 13 e domenica 14 sberla dal Polo Nord, piogge e temporali infiniti» (ore 14:56). D'accordo, abbiamo capito, è un gran casino, ma quando si rimetterà? Di certo non a Pasqua: «Pasqua 2019 e pure Pasquetta da incubo! Italia dentro un ciclone con pioggia e pure neve» (ore 12:49). Dopo questo annuncio, accolto con giubilo da tutte le associazioni degli albergatori d'Italia, uno si domanda cosa dovrà aspettarsi per l'estate. Non sarebbe poi male se il fresco continuasse anche in quella stagione. Eh no cicciobelli, non penserete mica di rilassarvi! Sarà freddo anche a maggio (allegria!), ma poi... «Estate 2019, Italia capovolta. Ecco dove (a sorpresa) il caldo sarà più insopportabile» (ore 10:25). Ok, ma se farà caldo avremo almeno tempo buono... Fermi là, banda di illusi, che mica così funzionano le cose: «Estate 2019, super caldo entro giugno. Poi agosto nero, incubo grandine tutti i giorni» (ore 10:23). Che dire, meno male che han saltato luglio! 

Qui non si sa davvero se ridere o se piangere. Che aprile possa essere piovoso lo sanno anche i bambini e ce lo ricordano le medie stagionali. Che le temperature varino con frequenza idem. Che possano esserci temporali, nevicate e grandinate per Pasqua fa parte della tradizione. Che in estate faccia caldo, senza che questo escluda temporali anche violenti lo sa anche il Sesto Cajo Baccelli. Ma non vi sembra di aver colto nelle news una lieve (lieve, ci mancherebbe) vena catastrofista?

Stiamo forse esagerando? Quello del 9 aprile è stato solo un episodio di qualche burlone della redazione? Direi proprio di no. E verificarlo non è difficile, basta fare una visitina ogni tanto su quel  sito per rendersene conto. Quando non importa, visto che la musica è sempre la stessa: annunci catastrofici, che fra l'altro non trovano mai corrispondenza nelle previsioni di dettaglio dello stesso sito. Il che è ovvio: se sbaglio per domani non clicca più nessuno, ma se la sparo grossa un mese prima chi mai se lo ricorderà?


Volete la riprova del fatto che il catastrofismo della figura 5 non è un'eccezione, bensì la regola? Abbiamo preso a caso lo screenshot del 12 marzo scorso, ma qualunque altro giorno ci avrebbe dato risultati simili. 


Figura 6 - Screenshot  delle news meteo del 12 marzo 2019,
 del sito www.ilmeteo.it


Possiamo fermarci qui, ma non senza farci una domanda: è tollerabile tutto ciò? Sembrerebbe di sì, anche se qualcuno ha iniziato ad innervosirsi, come la Regione Liguria, che ha annunciato una denuncia per l'allarmismo diffuso dal sito, o come i concorrenti del quasi omonimo meteo.it, che parlano esplicitamente di "meteo terrorismo".


Conclusioni


Perché abbiamo dedicato tanto spazio a tutto ciò? Per una ragione semplicissima, perché gli annunci catastrofici di quel sito vengono continuamente ripresi dai più importanti mezzi di informazione nazionali. Mediaticamente il catastrofismo piace e fa audience. Ma i responsabili politici non hanno nulla da dire? Evidentemente no, visto che anch'essi stanno al gioco, come dimostra l'incredibile messe di allerte dichiarate senza risparmio, ma generalmente anche senza costrutto alcuno.

L'allarmismo è ormai prassi quotidiana. Eppure abbiamo visto, dati alla mano, che non è in atto alcun incremento dei cosiddetti "eventi estremi". Che anzi questa diffusa convinzione è forse la più grande bufala del nostro tempo. Ma se così van le cose qualche ragione ci sarà. Ne parleremo nelle prossime puntate.


4 (continua)

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