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lunedì 17 febbraio 2020

UNIVERSITÀ: UNA DENUNCIA MICIDIALE

Non ci crederete ma l'articolo che leggerete qui sotto, è stato pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA di oggi.
Si sapeva come neoliberismo e vincoli eurocratici avessero ferito la nostra Università. Invece è propria morta!
L'Appello cui Scurati fa riferimento «Disintossichiamoci - sapere per il futuro» è stato firmato da duecento docenti di varie università italiane fortemente critici verso le logiche imperanti di mercato che "hanno ridotto la libertà di ricerca ed insegnamento (sebbene queste siano tutelate dall'art. 33 della Costituzione) a libertà di impresa" per un regime di produzione di conoscenze utili innanzitutto ad incrementare il profitto privato.

domenica 20 ottobre 2019

NO, JOKER NO

[ domenica 20 ottobre 2019 ]

«Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale", ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso "sfida" […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale».
(H. Arendt, Lettera a Scholem, 1963)



*   *   *

Mi sono venute in mente queste lapidarie parole della Arendt riflettendo sul film Joker.

Non mi chiedete una critica filmica, estetica o segnica di questo prodotto della Warner Bros che appena uscito è stato un campione d'incassi — 226,6 milioni di dollari negli Stati Uniti e Canada e 392,9 nel resto del mondo, per un totale di 619,5 milioni —, non ne sarei capace. Del resto di recensioni, basta dare uno sguardo in rete, ne esistono a bizzeffe. E questo la dice lunga: incassi record, quindi recensioni a gogò. Warner Bros contro Marvel. Una conferma dello strapotere globale della cinematografia a stelle a stelle e strisce, semmai ce ne fosse stato bisogno.

Se quel che si voleva — dopo l'inflazione di polpettoni americani sui super eroi buoni: Batman, Superman, Wonder woman e chi più ne ha più ne metta — era fare incassi costruendo e gettando nella mischia la figura di un eroe negativo, non c'è dubbio che ci sono riusciti.

Non solo un eroe negativo, ma uno psicopatico, vittima incompresa di una società non meno marcia, patologicamente ingiusta e violenta, lugubre proiezione di quella nordamericana attuale. Fin troppo retorico, se non addirittura banale, non solo il tentativo di dissolvere la linea di confine tra bene e male, ma quello — tipico di certo pietismo delle sette protestanti che così a fondo hanno impregnato l'identità spirituale nordamericana — di spingere lo spettatore ad immedesimarsi in un emarginato disgraziato che suo malgrado innesca la rivolta sociale degli oppressi come lui. Una sollevazione senza alcun fine che non sia quello della vendetta sociale. Il succo, la sostanza, se volessimo dare una lettura politica del film in questione, è un logoro e fuori tempo massimo elogio del nichilismo — senza offesa per i nichilisti. 

So bene che essendo europea, sto dando una lettura europea, e so bene che l'americano medio non comprenderebbe, che non è un caso che quel mondo lì non abbia mai prodotto una visione alternativa (del mondo), che non fosse una variante dei quella liberal-capitalista. 

No future... Un racconto che non lascia scampo, non c'è niente oltre il presente. Nessuna speranza. 

Una concessione, una sola — oltre alla maestria ed ai virtuosismi istrionici del protagonista e alla demolizione del "politicamente corretto" —, la si potrebbe tuttavia fare a questo film; che esso abbia voluto darci, in un affresco allucinato, quello che ribolle nella pancia degli Stati Uniti d'America segnati dal trumpismo. L'avviso della guerra civile che dilanierà il centro dell'Impero, il preavviso del suo suicidio.

Spetterà a quest'altra parte dell'Atlantico, sfuggire a questo preavviso di morte, rovesciarlo in un annuncio di vita nuova, la rivolta funebre e cannibalesca in rivoluzione socialista.


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giovedì 14 dicembre 2017

MASSIMO RECALCATI ED IL LIMITE CHE RENDE GRANDI di Alessia Vignali

[ 14 dicembre 2017]

Il saggio dello psicoanalista Massimo Recalcati [nella foto] I tabù del mondo indaga il tabù nella psiche occidentale contemporanea.

Oggi uscire da una lettura stimolati, grondanti di domande e di visioni, non è esperienza comune. A farcene dono è il saggio I tabù del mondo (Einaudi, 2017) dello psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati. Un libro bellissimo, che attraverso una galleria di editoriali pubblicati settimanalmente sul quotidiano La Repubblica percorre le molteplici figure del tabù e del limite, categorie meritevoli d’essere indagate in un occidente che crede di poterne fare a meno. Esse sono, tra l’altro, straordinariamente utili per leggere in profondità le dinamiche del presente. Reincontriamo così Caino, Ulisse, Antigone, Medea, Amleto, Priapo, Don Giovanni e altre personalità mitiche o letterarie alle prese con le loro personali epopee di scontro con la proibizione e la sua possibile (inevitabile?) trasgressione. Riflettiamo inoltre su nuovi archetipi come l’anoressica, il terrorista, il turboconsumatore, non a caso definiti da un unico tratto che finisce per coartare la loro possibilità di “divenire umani” e li rinchiude nel limite assoluto di una rigida categoria, di una sola dimensione dell’essere che divora ogni possibile divenire armonico della personalità. Infine, ci confrontiamo con tabù inediti come quelli della gratitudine, del pensare, del pregare… e li riconosciamo luoghi di un’intelligenza profonda della verità che sa fare i conti con la sua fragilità, con la sua dipendenza dell’Altro.


Incontrare il limite, il valore, la prescrizione, il tabù, affermatisi lungo il millenario percorso delle culture per dirimere il dilagare incontrollato delle passioni, è per la psicoanalisi un momento fondante dell’identità del singolo e delle culture stesse. La duplice spinta a conformarsi o a sfidarlo è ciò che costituisce il proprium della nostra umanità (o almeno, di quella che ci ha condotto fino a qui). Ma come afferma l’autore, il passo libertario inaugurale dell’illuminismo, che intendeva dissolvere l’ombra repressiva dei tabù fondati solo sulla fede sulla vita umana, forse si è rovesciato nel suo contrario. La liberazione da ogni forma di tabù sembra istituire un inedito tabù che non può essere violato: quello della vita che basta a se stessa, della vita che rifiuta ogni tabù e con esso ogni esperienza del limite, della vita senza tabù. (…) Siamo qui di fronte a un tratto fondamentale dell’angoscia ipermoderna che l’esperienza epidemica del panico esprime benissimo: assenza di punti di riferimento, caduta degli argini, vertigine, spalancamento di un vuoto senza nome.

Recalcati si chiede, in maniera ironica ma seriamente provocatoria, se non dovremmo per caso rivalutare il tabù, dal momento che in esso si conserva qualcosa dell’esperienza dell’inviolabile: di una dimensione, cioè, valoriale che riesce a qualificarsi come “non negoziabile” poiché conserva qualcosa di un’antica magia. E ci ricorda, comeabbiamo già riportato in precedenza, che occorre provare a distinguere due versioni del tabù: da una parte la sua forma semplicemente ideologico-superstiziosa che lo qualifica come luogo di restringimento e oppressione della vita. Dall’altra, quella che lo descrive come segno che la vita non ci appartiene del tutto, ma è qualcosa che porta con sé la cifra – trascendente e impossibile da svelare - del mistero.

Muovendosi con invidiabile libertà dentro e fuori dalle categorie della psicoanalisi lacaniana, Recalcati c’insegna a non dar per scontata alcuna comoda sclerotizzazione del pensiero: i “si dice”, i “si fa” che invisibilmente pilotano quelle che crediamo siano le nostre scelte vengono fatti allegramente a pezzettini. L’idea attuale d’indecenza della famiglia naturale ne è un esempio. Famiglia è ancora una parola decente che può essere pronunciata senza provocare irritazione, fanatismi o allergie ideologiche? E’ ancora, cioè, la matrice indispensabile della costruzione consapevole dell’umanità dei singoli oppure è un tabù da sfatare? Recalcati ha il coraggio di dichiarare che la vita umana non si accontenta di vivere biologicamente, ma esige di essere umanamente riconosciuta come dotata di senso e di valore. Come mostra un vecchio studio di René Spitz sui bambini inglesi orfani di guerra che dovettero subire l’ospedalizzazione, la solerzia delle cure somministrate dalle infermiere del reparto, votate a colmare i bisogni primari fisici dei bambini, non fu sufficiente a salvarli. Depressione, anoressia, abulia, autismo, marasma, decessi divennero i segnali evidenti del fatto che l’amore sarebbe stato altrettanto necessario del cibo e delle cure. Dovremmo dunque ricordare che la vita del bambino dev’essere raccolta e riconosciuta dal desiderio dell’Altro, altrimenti resta mutilata, votata all’insignificanza. La funzione insostituibile della famiglia resta dunque quella di accogliere la vita che viene alla luce del mondo, offrirle una cura capace di riconoscere la particolarità del figlio, rispondere alla domanda angosciata del bambino donando la propria presenza.

Rimanendo nell’area del privato, primo elemento della società, stupisce l’originalità della visione di Recalcati relativa al tabù della fedeltà, in tempi che inneggiano al poliamore. Per lo psicoanalista la diffusa incapacità di essere fedeli non solo in amore, ma in generale a un qualunque patto di solidarietà, è oggi il frutto di un’incapacità di accettare un limite al proprio desiderio, dunque di una soggezione quasi assoluta allo strapotere dei propri impulsi, dei propri desideri. In questo modo è impossibile anche solo immaginare, per gli innamorati, quella sconfitta del tempo, delle sue proprietà corruttrici, che viene dallo scommettere sull’eternità del loro desiderio l’uno per l’altra. La fedeltà, oggi, non è più vista come poesia ed ebbrezza, (…) come ripetizione dello Stesso che rende tutto Nuovo. Il nostro tempo non sa né pensare, né vivere l’erotica del legame perché contrappone perversamente l’erotica al legame. Un po’ in tutto il testo Recalcati ci ricorda quanto il vincolo del legame costituisca paradossalmente una fonte di libertà verso dimensioni più piene dell’essere, della gioia, della vita.

Tra gli espedienti del testo, miracolosamente capace di far quasi sentire sulla pelle la coerente visione del mondo che esprime, spicca la narrazione di storie. Leggendole, scopriamo come la storia sia tra le più raffinate forme di comunicazione, sintetiche e sincretiche, in grado di parlare contemporaneamente a diversi aspetti di noi. Il materiale delle storie non è la teoria, la metafora, l’immagine, la lingua. Il materiale delle storie siamo noi che leggiamo, con la nostra innata capacità d’identificazione nei personaggi e con l’immersione quasi sensoriale che riusciamo a compiere nel mondo rappresentato dall’autore. Grazie al meccanismo dello spostamento per primo identificato da Freud, riusciamo cioè a pensarci meglio quando indossiamo metaforicamente i panni degli altri, rispetto a quando tentiamo uno sguardo privo di mediazioni sugli abissi della nostra coscienza. Sull’indagine che possiamo dedicare a noi stessi vige spesso una censura. Come insegna l’impiego delle parabole da parte di Gesù, nulla è più efficace di una storia per far vivere la verità teorica in prima persona all’interlocutore, per fargliela scoprire autonomamente. E anche quando ci illudiamo di sapere quanto occorre, le storie potenti ci costringono a produrre nuovo pensiero.

Ne I Tabù del mondo torniamo ad apprendere la vita dal mito, filosofia incarnata. Non solo: l’autore ci insegna a sostarci dentro, ci dà la chiave teorica per un’autonoma elaborazione. Si tratta di un’operazione importante, dal momento che ciò che oggi manca di più è la capacità di valorizzare le sin troppo numerose esperienze che facciamo. Il regime dei consumi ci ha abituati a riempirci di attività frenetiche, ma abbiamo perso per strada il piacere di pensarci su, di elaborarle rendendole davvero oggetti della nostra mente. Quante sono le volte in cui ricordiamo il fatto essenziale che nostra vita ha soltanto il senso che riusciamo a conferirle con il nostro pensiero? E il senso, la verità cui perveniamo non può che essere il frutto di un lavorìo, di una fatica, di una sosta volta a elaborare i contenuti dell’esperienza, a trasformarli nelle nostre parole.

Tra i meriti di questo libro va annoverato il suo essere un fenomenale provocatore di pensieri. Direi quasi che, pur appagando con teorie ben articolate il lettore, ciò che è di maggiore interesse è la sua parte insàtura: ciò che l’autore non dice e che si aspetta troviamo, concentrandoci o confrontandoci con l’eterogeneo materiale del testo.



mercoledì 11 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Alessia Vignali

[ 11 ottobre 2017 ]


Mitologia dell’evanescenza
I simboli di Blade Runner 2049 danno voce all’angoscia di frammentazione dell’uomo occidentale contemporaneo


Il dio creatore è cieco, nell’atteso sequel del cult anni ‘80 Blade Runner appena uscito nelle sale, non a caso ambientato in un 2045 pericolosamente vicino. Presidente della Wallace Industries specializzata nella produzione di androidi, Niander Wallace il “pantocratore” è un omino sghembo, che per poterci vedere si vale di una flotta di telecamere liberata attorno al suo corpo come un banco di sardine e collegata in blue tooth alla sua corteccia visiva. All’improvviso uno di questi oggetti si stacca dal suo sciame e si mette a giocare. Wallace il dio sorride. In fondo è giusto che persino i suoi sensi, che egli ha dotato di un’inquietante vita propria, si ribellino al loro possessore. Per lui da sempre l’ebbrezza di creare, il potere che ne deriva e lo pervade è più forte del cruccio per le conseguenze: probabilmente il genere umano si estinguerà nel confronto mortale con le sue “creature in pelle”, i replicanti… ma per ora è meglio lavorare, sperimentare, godere. Far soffrire e far godere. Senza limiti.   

Sebbene meno elegante del primo Blade Runner, poiché basato sulla moltiplicazione dei temi più che sul chiaro dipanarsi di un unico filo conduttore simbolico, anche questo secondo va visto, e non solo per l’indubbio piacere estetico che ne scaturisce. L’intreccio di metafore che abita il suo mondo eidetico parla, infatti, alle profondità della nostra psiche come una “filosofia incarnata”. I temi urticanti del mistero della vita, della morte, del loro reale significato vi vengono infatti trattati con tutta la potenza di una “nuova mitologia”. Che in quest’opera filmica assume la vaga qualità di un “sogno filmato”, direbbe lo psichiatra e psicoanalista Daniel N. Stern.

Tra i tanti archetipi proposti dal film ne scelgo uno, il più innovativo: la ragazza - ologramma Joey, l’amante virtuale dell’agente K, il protagonista del film.
Curiosamente è in lei, più postmoderna dei replicanti che emblematizzavano gli uomini della modernità, che lo spettatore contemporaneo s’identifica. E’ con lei che empatizza.
Il motivo è presto detto. Il replicante Batty del primo Blade Runner era l’antagonista di un’ideologia coerente, il figlio di un dio crudele contro il quale si ribellava perché, umano anch’egli come e più del suo fabbricante, era ancora capace di porsi una domanda radicale sul senso dell’esserci. Aveva una teoria dell’esistenza. Per questo era stato in grado di elaborare la profonda capacità di “sentire la vita” sintetizzata nella frase che ha fatto la fortuna del film:
« … ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».
Riusciva a pensarsi, insomma.
Per dirla in termini psicoanalitici, il suo dramma era tutto inscritto nel paradigma edipico. Come un qualsiasi adolescente sano, Batty era capace di chieder conto del suo dolore a quel “padre” che gli era fin troppo presente, nei suoi valori così come nei limiti (i quattro anni di vita) che gli aveva posto.
Joey viene invece elaborata da un “padre” che già non è in grado di controllare i suoi stessi sensi (la “sardina-telecamera che dovrebbe garantirgli la vista si tuffa per gioco in piscina); è cioè figlia di un padre che si scinde nelle sue stesse parti, che prendono vita senza che possa avere su di esse un controllo. Per dirla con Massimo Recalcati mentre recupera una felice formula di Jacques Lacan, la nostra è l’epoca dell’evaporazione del padre, del nòmos, della Legge: di quel “limite” che ponendo confini valoriali al figlio ne determinava la possibilità di un’autodeterminazione. Quella relativa alla scissione del corpo del pantocratore Wallace in “oggetti parziali”, poi, è una metafora di un certo appeal in un presente in cui sentiamo di non aver più controllo su alcuno dei nostri pensieri, desideri, pulsioni… poiché ciascuno di questi aspetti di noi ci è alieno. L’educazione, la tecnologia, la comunicazione di massa ci distraggono. Dalla parcellizzazione della personalità tipica della prima postmodernità emblematizzata da Wallace siamo passati alla paventata atomizzazione della seconda, quella attuale, (avviatasi con l’avvento della rivoluzione digitale) di cui è emblema Joey. Un’altra metafora può esserci d’aiuto: se nella modernità dagli anni Cinquanta in poi avevamo “pezzi di carne” sugli scaffali dei supermercati e qualche bambino aveva difficoltà a capire come essi potessero provenire da un animale vivo e intero, presto avremo bistecche assemblate da cellule allevate in vitro: l’animale intero non c’è più. E poiché “l’uomo è ciò che mangia” (ma qui sto scherzando), dall’”uomo senza qualità” di un passato tutto sommato rassicurante, perché colui che ci si stagliava davanti era pur sempre un uomo dotato di una sua coerenza e untiarietà, siamo passati al soggetto totipotente dall’identità fluida, cangiante, sempre in cerca di una definizione di un futuro assai prossimo. Evanescente poiché… non consiste. 

Come l’attuale Siri, la segretaria elettronica messaci adisposizione da I-phone con cui già contraiamo un rapporto proto-affettivo, la ragazza-ologramma Joey non ha un corpo, e come lei non ha una personalità. Dal suo interlocutore K apprende ogni modalità espressiva, sino a divenire un simulacro di personalità ottenuta assemblando sequenze mentali del possessore.
In realtà un po’ tutto, dalle persone alle produzioni culturali, nell’universo di Blade Runner sembra funzionare attorno a frammenti, pezzi assemblati di qualcosa di autentico che un tempo forse esistette e che ora si fatica persino a ricordare, tanto si è incapaci di immaginarlo nella sua integra totalità.
Sono frammenti i comportamenti di Joey, lo sono gli innesti di memorie che donano ricordi ai replicanti, lo sono gli spezzoni di performance di Frank Sinatra o di Elvis Presley riproposti in loop disperatamente àfoni tra le rovine di una città che non a caso è Las Vegas, matrice d’ogni finzione. Come a dire che là, in quel futuro, nemmeno una canzone nuova è possibile.

E’ tutto un “copiaincolla”, insomma. Un po’ come ci accade di esperire ogni volta che proviamo a scrivere un pezzo e la tentazione di “copiaincollare “ pensieri di altri è così forte da quasi sovrapporsi alla possibilità di pensare i nostri, di pensieri. D’altronde, le idee oggi corrono in rete da mente a mente, isolate dal loro contesto, dalla loro genesi, dalla loro storia; quasi ci fanno tenerezza, tanto sono usate, strumentalizzate e sole, orfane di chissà quale autore che tutti dimenticano. “Siamo fotocopie senza l’originale…” Chi lo disse? (L’attore italiano Carmelo Bene).

Come molti di noi, resi incapaci di un pensiero proprio poiché immersi in una società liquida (si veda l’articolo recentemente pubblicato sul nostro blog sul sociologo Zygmunt Bauman) caratterizzata dall’equivalenza di ogni valore, dunque dall’impossibilità di sceglierne e privilegiarne alcuni tra i molti (scelta su cui si fonderebbe un’identità), l’ologramma Joey non è una persona, è un simulacro. Un’immagine, un eidolon. Geniale la battuta della ragazza squillo chiamata a entrare nell’ologramma per permettere a K di avere con quest’ultimo un rapporto sessuale. Più o meno le dice così: “Io che sono stata dentro di te posso dirlo: lì dentro c’è meno roba di quanta te ne aspetti”.

Identità evanescente, dunque, personalità impossibile. Il nichilismo rappresenta l’esito o l’origine di questo impossibile appropriarsi di sé (di un passato, di una memoria, di un’origine, dunque di una meta da raggiungere)? Entrambe le cose, testimoniate dall’infinita tristezza che destano le atmosfere del film, dalla geniale colonna sonora all’incessante caduta d’acqua, neve, detriti che ne opprime gli scenari. Una frase che il filosofo Umberto Galimberti trae da Friedrich Nietzsche nel saggio “L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani” (Feltrinelli) è emblematica al riguardo:

“Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore.
(F. Nietzsche, Frammenti postumi, Opere, Adelphi, Milano 1972)

D’altronde, Joey è priva di corpo: come potrebbe pervenire a un’esperienza attendibile del mondo e, insieme, di se stessa senza poter far uso dei sensi, primo viàtico all’esame di realtà, all’incontro con il limite del mondo esterno da parte del neonato (padre dell’uomo)? Ecco, dunque, un'altra occasione d’identificazione con lei per noi creature occidentali postmoderne: il saggio dello psicoanalista junghiano Claudio Risé “Guarda, tocca, vivi” (Sperling & Kupfler, 2011) la dice lunga sui danni per la psiche di una vita trascorsa lontano dai messaggi dei nostri sensi, dei nostri corpi.
Tagliata fuori dall’esperienza del mondo e di se stessa, incapace di sintetizzare un’identità autentica, Joey non può che essere simile a ciò che la ninfa Eco è nel mito di Narciso, uno “specchio” del protagonista che gli funge da “alter ego” pur non avendo un’esistenza sua.
Con lei l’agente K contrae una relazione che non c’è, poiché in lei egli dà voce soltanto a una parte di se stesso, quella che attiene ai suoi “dubbi preconsci”.

L’esperienza ci è nota. Di fatto, molte delle relazioni che oggi contraiamo attraverso i social media sono più imbevute delle nostre proiezioni che reali, proprio per via della capacità dello strumento tecnologico di imprimere una forma peculiare a quanto viene trasmesso: “Il medium è il messaggio”, disse il filosofo Marshall Mc Luhan. 
Il “gruppo-mamma” onnipresente di Whatsapp, sempre pronto a farci compagnia evitandoci il dispiacere della solitudine e la fatica di un impegno duraturo in una qualunque attività di “presenza al mondo” ne è un esempio. Ma come questo, anche gli amori virtuali, sbocciati sulle ali del nostro “colorare la personalità altrui” dei nostri desideri.

Il “contatto” (e volutamente non utilizzo il termine “rapporto”) dell’agente K con Joey ci rammenta dunque della pericolosa qualità di “irrealismo” di cui sono permeate le nostre relazioni virtuali, dunque di quanto tempo trascorriamo, nelle nostre giornate, illudendoci di stare con gli altri, di essere amati… mentre in realtà tentiamo di amare solo noi stessi. E’ un legame, quello con i nostri alter virtuali, commovente e disperato tanto quanto lo è quello della ninfa Eco con il suo Narciso: lei non consiste; è ridotta a pallida, flebile eco della voce dell’Altro… potrebbe salvarlo, se soltanto lui, ascoltandola, si ascoltasse. Allora Narciso, così come K, così come tutti noi, troverebbe finalmente quel se stesso che tanto gli manca…Ma fino a che rimane prigioniero del copione che gli dèi del mito, la ditta Wallace del film o la cultura contemporanea sembrano aver scritto per lui e per le altre creazioni, questo non accadrà mai. Perché è come se l’emancipazione dalle proprie patologie, dai propri cortocircuiti del pensiero, dell’azione, della progettualità non potesse avvenire se non attraverso il rapporto reale d’amore, d’amicizia, di fratellanza con l’Altro da sé. Tocchiamo il fondo di verità celato in noi stessi soltanto quando incontriamo il limite, la descrizione, l’ammirazione dell’altro. E diamo il meglio di noi soltanto grazie al lavoro su noi stessi cui è l’altro a chiamarci.

L’epopea di quest’ultimo Blade Runner è dunque, nuovamente, un grido di dolore lanciato dall’uomo all’altro uomo: ritroviamoci oltre questa solitudine, reinventiamoci nella fratellanza, nell’amore. Che è ancora possibile oltre tutto questo narcisismo che illudendoci di unirci ci isola come monadi, oppure ci divide in tribù: amore possibile tra gli uomini, così come tra gli androidi, o addirittura tra le creature virtuali ed evanescenti del film.
Sepolto tra le rovine, in noi c’è “come un file”… un “innesto”, un “residuo inscalfibile” celato dalla natura nel nostro codice vivente, che potrebbe salvarci. E’ l’impulso ad amare. E’ lì da sempre… il più delle volte dimentichiamo di leggerlo, di tradurlo in carne, gesti, parole. Lasciamo che prevalgano altri “programmi”. Ma c’è ancora, basta che lo cerchiamo. E’ di questo che parla l’ultima scena del film. 


martedì 1 marzo 2016

Checco Zalone Liberista? No, un vero mascalzone! di Giuseppe Amini*

[ 1 marzo ]
Ho partecipato per caso/curiosità alla riunione di redazione del sito di P101 cui appartengo ( a P101, non alla redazione). Tra le tante cose interessanti discusse e decise qualcuno propose la necessità di recensire l’ultimo film di Zalone “Quo Vado?” in quanto evento cultural-popolano del momento e per farlo bisognava che qualcuno andasse a vederlo. Tutti i miei colti compagni hanno cominciato a fischiettare guardando in alto, nessuno si è detto disponibile a sottoporsi a questa pratica, nemmeno per disciplina.
Contrariamente a loro, oltre che meno colto, sono di bocca buona, guardo di tutto e di più senza trarre da ciò nocumento o vantaggio. Non mi spiaceva vedere quel film, di Zalone mi era già capitato di vederne un precedente e mi sono addirittura divertito. Insomma, non so bene cosa me lo ha fatto fare, non so scrivere e farlo mi costa gran sacrificio, alla fine ho dato la mia disponibilità. Ho pensato che in fondo non avrei arrecato molto danno alla nostra causa anche se avessi scritto qualche cavolata!
Sono andato a vederlo, di lunedì, in multisala però la sala era vuota (eravamo in due). Devo dire che mi sono anche divertito, in fondo resto un’anima semplice e mi basta poco. Ci sono anche “stato attento” tutto compreso com’ero nel mio adempimento.
Uscito dalla sala sono subito andato a leggermi le recensioni di quelli bravi, di ogni orientamento, senza distinzioni. A parte quelli più mainstream, tutti quanti gli danno addosso ognuno per una intelligentissima ragione. Alcuni dicono che Zalone finalmente sostituisce “l’esausto cinepanettone italiano“, altri ancora che lui è l’erede di Benigni (finalmente qualcuno lo sta rottamando), quelli della “sinistra” (quale?) se la risolvono con una bella condanna: “è un filo-liberista“.
Diciamo che sono arrivato quando tutti, ma dico tutti, si erano già espressi, dicendo cose più o meno condivisibili. Aveva ancora senso fare una recensione del film? Forse proprio no.
Tuttavia mi sembrato interessante il suono del dibattito che ha generato, piccandomi di rilevare quella “stonatura” permanente a conclusione delle analisi che vengono proposte o meglio buttate lì, sul general generico. quindi alla fino mi sono risolto a fare un bel copia-incolla dal sito “Militant” del collettivo politico comunista, non so chi sia l’autore ma trovo che abbia fatto una buona sintesi, sicuramente non avrei fatto meglio:
Nel film Checco Zalone, un impiegato dell’ufficio provinciale caccia e pesca, vede la sua comoda esistenza di impiegato pubblico sconvolta dalla riforma che abolisce le province e deve decidere se accettare la buonuscita che gli viene proposta dal funzionario del ministero, oppure se rimanere attaccato al proprio posto fisso, come invece gli suggerisce di fare l’ex senatore del PRI (Lino Banfi) che proprio per quel posto lo aveva raccomandato. Determinato a non perdere l’agognato “posto fisso” Zalone sarà così trasferito per punizione da un capo all’altro del belpaese, finche non verrà spedito in una stazione di ricerca vicino al polo nord dove conoscerà, innamorandosene, una giovane ricercatrice impegnata a salvare l’ecosistema. Questo semplice pretesto narrativo permetterà al comico di interpretare una maschera che racchiude in sé tutti, o quasi, i vizi dell’italiano medio: lo scarso senso civico, l’egoismo, il maschilismo, il mammismo, il provincialismo, l’esterofilia, ecc. ecc. Fin qui nulla di nuovo sotto al sole, la commedia si è sempre nutrita di stereotipi, estremizzandoli e trasformandoli in tic sociali. E non c’è nulla di nuovo nemmeno (ahinoi) nella descrizione altrettanto macchiettistica del lavoratore pubblico che, tanto per cambiare, viene descritto come assenteista, nullafacente, corrotto, inutile, ecc. Ciò che invece colpisce è come a più riprese nel corso del film alcune conquiste del mondo del lavoro vengano raccontate tra lazzi e risa come dei privilegi, come il retaggio di un Italia anacronistica che infatti viene contrapposta alla “modernità” della giovane ricercatrice impegnata a far rinsavire Zalone dalla fissazione per i “lacci e lacciuoli” del posto fisso. La malattia retribuita? Privilegi. Le ferie pagate? Privilegi. La tredicesima? Privilegi. La pensione? Privilegi Gli assegni familiari? Privilegi. E quando alla fine Zalone firma le dimissioni tutti tirano un sospiro di sollievo provando un senso di liberazione...
Fin qui abbiamo capito grosso modo il film, adesso però c’è anche il giudizio finale:
attraverso Zalone si articola un’operazione politico-culturale di massa che veicola messaggi politici attraverso i canali dell’intrattenimento. Un pò come le trasmissioni di Maria De Filippi et similia. Solo che mentre Maria De Filippi è immediatamente relegata nell’ambito del sottoculturale, Zalone si è ammantato di rispettabilità, di dignità culturale, sdoganato a destra quanto a sinistra, così da divenire senso comune e quindi pensiero comune.
…. Quello che però abbiamo trovato davvero insopportabile, e su cui vale la pena spendere due parole, è invece l’humus ideologico a cui la pellicola attinge e che fa di “Quo vado?” un film oggettivamente neoliberista, prima ancora che di destra, e che ben si sposa con la filosofia del Jobs Act e di tutte le altre (contro)riforme del lavoro di questi ultimi decenni…
Fantastico! Ottima sintesi e si può anche condividere, quello che agli occhi di tutti i sinceri antiliberisti appare evidente e che viene apertamente denunciato dall’autore del testo è il fatto che nel film vale come esplicita l’equazione: pubblico=spreco-corruzionediritti sociali=privilegi appannaggio dei furbetti.
Questo però, aggiungo io, lo sanno anche i fermenti lattici e quindi non è semplicemente “il sintomo di una sconfitta culturale profondissima con cui siamo chiamati a fare i conti se vogliamo, prima o poi, ambire ad essere maggioritari”. Ciò che mi ha letteralmente agghiacciato nell'”operazione culturale” è l’esplicito intento di delegittimare totalmente la nostra repubblica e i suoi principi costituzionali.
Tutto il film è ampiamente pervaso da un motivetto cantato dallo stesso Checco Zalone, probabilmente anche con la collaborazione dello stesso Celentano a cui il motivetto si richiama musicalmente, esso rappresenta il filo-logico e ideologico del film, non c’è bisogno di andare a spaccare il capello in quattro per capirlo, il messaggio è chiarissimo: “La prima Repubblica non si scorda mai“.
L’Italia e gli italiani sono messi male, anzi malissimo, e la colpa di tutto ciò deriva dalla 1 ª Repubblica!! Chi può essere ancora così coglione da voler mantenere la Costituzione della 1ª Repubblica fatta di privilegi e corruzione? Soltanto le brutte persone, politici corrotti, approfittatori, sostenitori della casta, nullafacenti omofobi e qualunquisti, in una parola persone da 1ª Repubblica!
Al contrario, i “progressisti“, quelli buoni, votati all’ambientalismo, flessibili (pardon, meritocratici!), civili, culturalmente aperti disinibiti, antimafiosi e “cittadini del mondo”, loro sì vogliono cambiarla e fare le riforme. Checco Zalone fa propaganda a Renzi per la modifica della costituzione, altro che semplicemente un liberista, è un vero e proprio mascalzone!

domenica 16 marzo 2014

LA GRANDE BELLEZZA O "LA GRANDE SCHIFEZZA"? di Danilo Breschi e Pino Bertelli

«Così tanto, così troppo, sopra il film che del film finisce per non dire più nulla. Mi riferisco a "La grande bellezza", che ho visto (peraltro prevenuto, anche per la recensione che avevo letto dello stesso Bertelli, oltre che per l'eccesso di riconoscimenti che stava mietendo; mi sono poi ricreduto, abituato a fare i conti con me stesso e con quel che mi si pone di fronte e ad analizzare la relazione, con annessi e connessi, tra me e ciò che mi fronteggia). Non ho invece visto "The Wolf of Wall Street".

Può non piacere lo stile e la linea estetica adottati da Sorrentino, oscillante tra nichilismo ed estetismo (intesi nella tradizione di una letteratura franco-germanofona collocata tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento; da Flaubert a Proust, da Gide a Céline, da Musil a Mann - e sono stati tutti ficcati dentro, eccome se ci sono...! magari filtrati da registi precedenti che li avevano più esplicitamente inseriti). Si può senz'altro elencarne i punti deboli e quel che non convince, dire che è avvilente, ridondante, un po' pretenzioso, zeppo di citazioni poco amalgamate, ecc. ecc., ma come si può dire che "La grande bellezza" non sia un film con forza iconica e narrativa (che si fa anche con pochi dialoghi, visto che parliamo di cinema e non di prosa letteraria...)? Non si può negare l'interesse e l'attenzione che suscita il film, a suo modo ambizioso - e non solo pretenzioso - e vivaddio!! tenuto conto di come vivacchia il 90% della cinematografia italiana. Tenuto poi conto della scarsità di attori nostrani di alto livello. Sorrentino, a tal proposito, è riuscito a "sfruttarli", anche in senso proprio, e di farlo al meglio... Il film anche di quello e su quello voleva parlare. E ogni bravo regista, o almeno la volta in cui riesce ad esserlo, è sempre un po' "figlio di buona donna" con i suoi attori, anzitutto... A leggere Bertelli sembra che "La grande bellezza" sia proprio una schifezza al pari dei cinepanettoni, con l'aggravante che si prende sul serio e fa il verso al cinema colto.

Così mi sembra che si faccia un torto all'intelligenza propria e altrui. Certo, si può dire tutto e il suo contrario, ma allora perché poi meravigliarsi dell'assenza della vera critica dell'esistente?
E poi, cosa c'entrano con l'analisi e la valutazione del film di Sorrentino le affermazioni che seguono?

"Tutta questa allegra brigata di estimatori di La grande bellezza, sembrano non sapere che ogni apologia non è che l’assassinio del vero, del giusto, del bello, per eccessivo uso dell’entusiasmo. È impossibile conciliare l’onnipotenza del mercato (non solo cinematografico) con la libertà, il rispetto, la solidarietà degli ultimi, degli esclusi, degli offesi... l’ossessione del successo impera e quando ogni opera d’arte è esclusivo possedimento delle banche, della politica o dei mercati, c’è un po’ più dolore nel mondo".

Marx metteva in guardia dalla falsa coscienza e dalla mistificazione. Qui si prende in oggetto qualcosa, un film, la cui unica colpa è di risultare vincente (magari anche per una serie di fortuite coincidenze e opportunità od opportunismi, com'è indubbiamente accaduto per l'Oscar a Sorrentino, e come accade sempre o spesso per simili riconoscimenti), per parlare di tutt'altro. Con articoli e critiche così si galleggia sulla sovrastruttura pensando di andare a scalfire la struttura. A me sembra il contrario. Mi sembra che si parta con il fare il verso a Debord e si finisca con l'alimentare una babele ed una cacofonia indubbiamente imperanti nelle società intasate dai mass media. Tra parentesi, personalmente starei attento a prendere troppo dal surrealismo (e post) e dallo strutturalismo (e post) d'Oltralpe. I francesi sono sovente assai più vacui e fumosi di Sorrentino e Jep Gambardella... E maggiormente grave credo sia alimentare caos scrivendo senza costrutto, anzitutto grammaticale. A rimetterci è anzitutto il pensiero, che resta inarticolato, così che infine annega lo stesso intento critico militante. Insomma, da critiche così non ci si cava un ragno dal buco.

Cordialmente,
Danilo Breschi»

LA RISPOSTA DI PINO BERTELLI

Caro Danilo,

ho molto apprezzato la tua lettera in risposta alla mia critica su "La grande bellezza" (mi veniva da scrivere la grande schifezza)...
penso però che non sia mai bene andare o non andare a vedere un film, un'opera d'arte, leggere un libro o frequentare puttane dabbene
dietro la critica o il suggerimento di qualcuno (come nel mio caso) che ne ha scritto e inteso sviscerarne i contenuti attraverso un'analisi estetica/etica...
non penso affatto che Sorrentino abbia fabbricato un'opera nichilista (non conosce a fondo la velenosità ereticale di Nietzsche, Turgenev, Villon, Céline, Cioran)...
ha tuttavia alimentato il suo film nell'estetismo mercantile con dovizia di citazioni, nemmeno di grande spessore...
non c'è qui il peggior Fellini (La dolce vita, che non mi è piaciuto o Roma) e nemmeno la scrittura calligrafica del più grande arredatore del cinema italiano (Luchino Visconti)...
c'è invece tutta la casistica superficiale della commedia italiana di peggior pregio... penso ai Mattoli, Steno, Corbucci... non Ferreri, Scola, Monicelli...
Sorrentino, si vede bene, affastella scenette e cammei da compitino elementare... musiche facili, attori sovra le righe, inquadrature e movimenti di macchina ricercati ma vuoti...
la Roma di "La grande bellezza" è provinciale, mai universale... non si sceglie tra la l'emulazione e l'opportunismo, si condannano entrambi...
l'essenza del cinema è la verità, l'essenza della verità è l'indignazione sociale...
una sequenza di Buñuel, Vigo, Godard o Cassavetes... vale l'intera filmografia di Sorrentino...
non esistono buoni attori, esistono buoni registi... Servillo fa il verso a se stesso e basta un'alzata di ciglio di Mastroianni in "La dolce vita" e dappertutto
per fare piazza pulita di tutta la teatralità napoletana banalizzata (Totò ne è un fulgido esempio, fatti salvi i film fatti con Rossellini, Pasolini, Lattuada, Monicelli)...,
la Ferilli poi, nuda come un'anziana Maîtresse su un divano in bella posa per un pubblico cinetelevisivo abituato alla pubblicità dei divani, non so se commuove o fa pena...
i ricchi, i nobili, i "nuovi mostri" buttati sulla scena del film sembrano solo tappezzeria riempitiva, e Sorrentino si guarda bene di non trattarli come meritano... cioè a calci in culo...
Flaubert, Proust, Gide, Céline, Musil, Mann, dici?... ma dove diavolo li hai visti? qui non c'è nemmeno la comicità ridanciana o salace da avanspettacolo!...
Marx poi... ho scritto centinaia di pagine contro Proudhon e Stirner per mostrare che la ragione della storia è sempre dalla parte del plotone di esecuzione...
i regimi comunisti (senza mai avere conosciuto davvero il Comunismo) ne sono la prova...
fare il verso a Debord, caro Breschi non è possibile... Debord si ama fino in fondo o non si capisce cosa ha lasciato in eredità alle giovani generazioni in rivolta...
Debord si plagia, e il plagio caro Breschi è un'arte di vivere, diceva Benjamin, un altro plagiario immortale come Debord...
a memoria di ubriaco e per eccesso di eresia, ho sempre messo i poveri, gli illetterati, i diversi, i ribelli al di sopra degli dèi (non solo quelli di "celluloide")...
so che non c'è storia che non sia dell'anima... essere compreso è una vera sfortuna per autore...
i miti, come i coglioni, muoiono per mancanza di paradossi... e ogni apologia non è che l'assassinio del vero, del bello, del giusto, per entusiasmo...
non si capisce nulla del cinema se si crede che il mercimonio non contenga il servaggio e l'adorazione al padrone...
la civiltà sacerdotale dello spettacolo è il deposito di tutte le verità dominanti e solo la mediocrità e l'impostura dei Vangeli è pari alla nefandezza del cinema-merce...
che è l'ultimo asilo della stupidità... 

un abbraccio fraterno.

* Fonte: Utopia Rossa

venerdì 31 maggio 2013

«FILO ROSSO»: SEMINARIO DI STUDI POLITICI (19-23 agosto 2013) MATERIE E RELATORI



Qui accanto l'ostello dove si svolgerà il seminario di studi.
Più sotto le materie del Seminario, che saranno svolte in lezioni da un'ora ciascuna dal lunedì al venerdì. Le lezioni inzieranno alle ore 09:00 per terminare alle ore 13:00

Nei pomeriggi, dalle ore 17:00 alle ore 20:00, saranno trattati cinque temi monografici di appprofondimento.

In fondo le modalità per prenotare e partecipare.






 Prima materia


ABC delle teoria economica marxista 
Docente: Moreno Pasquinelli
Redattore di sollevAzione, dirigente del Movimento Popolare di Liberazione







Seconda materia:

Avvento e declino del capitalismo-casinò
Docente: Bruno Amoroso
Economista e saggista, presidente del Centro studi F. Caffè, autore del libro Oltre l'euro









 Terza materia:


Genesi, struttura e crisi dell'Unione europea
Docente: Fiorenzo Fraioli
Redattore di Eco della Rete, attivista di Ars









Quarta materia:

Storia del movimento operaio italiano
Docente: Maria Ingrosso
Militante del Movimento Popolare di Liberazione




Quinta materia:


Il socialismo che noi vogliamo
Docente: Ernesto Screpanti
Docente di Economia politica Università di Siena, intellettuale marxista, autore di numerosi libri e saggi







 

Primo Tema monografico
 E' ancora valida la legge del valore
Docente: Ernesto Screpanti


Secondo tema monografico 
Il pensiero economico di J.M. Keynes
Relatore: Marco Passarella
Ricercatore presso l'Università di Leeeds (UK), coautore con E.Brancaccio del libro L'austerità è di destra






Terzo tema monografico
Sovranità monetaria e questione nazionale
Relatore: Marino Badiale
Docente di matematica Università di Torino, blogger, autore del libro La trappola dell'euro








Quarto tema monografico:
Anni '70: lotte operaie nelle grandi fabbriche 
Relatore Corrado Delle Donne
Avanguardia storica degli operai dell'Alfa Romeo di Arese, diregente Slai Cobas




Quinto tema monografico:
Stato, democrazia, socialismo 
Relatore: Moreno Pasquinelli



«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»


Decenni di assuefazione all’ideologia liberista, al "pensiero unico" dominante, al dominio economico politico e culturale del più sfrenato capitalismo, hanno intorpidito le coscienze, spento la loro capacità di analisi, comprensione e critica della realtà e annullato la speranza, soprattutto fra noi giovani, di poter fare qualcosa per rivoluzionare questo stato di cose.


Siamo studenti in un sistema scolastico che azzera la memoria e annulla ogni coscienza critica.


Siamo precari in un paese che non offre più lavoro. In cui la sanità pubblica, allo sfascio, non può più curarci. Dove i nostri padri e nonni crepano per due soldi di pensione, mentre noi la pensione non ce l’avremo neppure. I dominanti, in nome dell’euro, ci impongono i loro diktat, il capitale delocalizza le fabbriche e costringe i nostri migliori cervelli ad emigrare.


Se le cose stanno così c’è un motivo, c’è una spiegazione, c’è una soluzione.
Lo stato di cose in cui viviamo ci dice che dev’essere cambiato. Non siamo più disposti a marcire nella gabbia sociale e ideologica in cui ci hanno rinchiuso.


Vogliamo capire le cause del marasma, come mai siamo diventati sudditi in una democrazia tiranna, che inneggia ai diritti civili e umani, mentre a milioni non arriviamo a fine mese, e così in tanti decidono addirittura di farla finita.


Vogliamo imparare come funziona questo sistema, quali sono le sue contraddizioni e i suoi punti deboli, vogliamo trovare la leva con cui scardinarlo definitivamente.


Vogliamo imparare a resistere e lottare.


Molti di noi hanno espresso nelle urne la loro indignazione, Oggi vediamo cosa vuol dire mandare in parlamento dei cittadini come noi, ma del tutto impreparati alla sfida di cambiare il paese.


Vogliamo iniziare un percorso di studio collettivo, che allarghi le nostre conoscenze, che stimoli le menti e ci aiuti a capire quale possa essere l’alternativa, affinché ne usufruiscano non solo i giovani del MPl, ma tutti quelli che sono decisi a rovesciare l'ordine di cose esistente.
Il Seminario si svolgerà in Umbria, nei pressi di Perugia, da lunedì 19 a venerdì 23 agosto, nell'Ostello della Gioventù «Villa giardino». Gli arrivi sono previsti entro l'ora di cena di domenica 18 agosto. Le partenze il sabato mattina del 24 agosto.
Il costo dell’intero soggiorno è di € 196,00 —34€ il costo di un giorno di pensione completa. La cifra comprende pernottamento, colazione, pranzo e cena. 
Per informazioni e prenotazioni scrivici a: scuolampl@gmail.com - Oppure telefona al: 339.2071977

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