Visualizzazione post con etichetta Stati Uniti D'America. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stati Uniti D'America. Mostra tutti i post

giovedì 8 novembre 2018

PROVE DI GUERRA CIVILE di Moreno Pasquinelli

[ 8 novembre 2018 ]


No, la mappa che vedete sopra non raffigura l'esito delle elezioni di metà mandato. Rappresenta i due opposti schieramenti nella guerra civile americana la quale, per chi non lo sapesse, fu la più sanguinosa e spietata che l'umanità avesse mai conosciuto fino a quel momento — tanto per smentire, ove ce ne fosse bisogno, l'idea fasulla di Hitler che gli americani erano sì gangster ma non veri soldati.

Sarà chiaro che il trumpismo, in barba ai desiderata dei liberal, non è una meteora. E' piuttosto condannato a consolidarsi, e con ciò la frattura in seno alla società nordamericana diventerà sempre più grande. I due blocchi contrapposti si vanno lentamente configurando e la reciproca ostilità è destinata ad accentuarsi. Ne è prova che non appena conquistata la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti i "democratici" — consapevoli appunto che quella del trumpismo è un'onda lunga — dicono che procederanno nella messa in stato d'accusa del Presidente il quale, come mossa preventiva e fulminea, ha messo alla porta il ministro della Giustizia, Jeff Sessions.

Il futuro potrà confermare o smentire quel che penso, ma voglio dire quel che penso, che siamo davanti alla avvisaglie di una guerra civile che travolgerà proprio il centro dell'impero. E siccome parliamo proprio della di gran lunga più grande potenza mondiale, ciò non potrà non avere devastanti ripercussioni geopolitiche globali.

E' un paradosso che rispetto alla guerra civile si assista ad un'inversioni delle parti. Allora quella progressista unionista guidata da Abraham Lincoln, per nome e per conto della borghesia industriale in ascesa, era rigidamente protezionistica, mentre quella dei federati sudisti, in rappresentanza di una borghesia cotoniera tutta votata all'esportazione, era fermamente liberoscambista. Oggi come allora: protezionismo contro liberoscambismo. Oggi come ieri si rifan la guerra due frazioni della grande borghesia americana, ed esse, pur essendo entrambi whasp, hanno bisogno di una narrazione, di un alibi ideologico per giustificare e camuffare la posta in gioco del conflitto, cioè quale cosca capitalistica debba avere il predominio. I liberoscambisti, per intruppare i cittadini nella loro armata, usano la maschera del multiculturalismo e del progressismo, i protezionisti, al contrario, debbono esaltare le radici bianche e puritano-calviniste.
La maschera non è un orpello, una decorazione accessoria. Popoli e nazioni si sono già combattuti in nome di Dio e di simulacri religiosi. E gli Stati Uniti sono il paese del mondo in cui proliferano sette e chiese d'ogni tipo.

Nel nuovo feudalesimo che colora il tramonto del capitalismo senescente, proprio al suo centro, vecchie pulsioni risorgono. E tutto diventa plausibile.















domenica 7 gennaio 2018

JOHN PILGER: CHI MINACCIA L'UMANITÀ?

[ 7 gennaio 2018 ]

John Pilger, maestro di vero giornalismo, in un discorso tenuto a marzo 2016 all'Università di Sydney, spiega cos'è e a cosa mira l'imperialismo americano. Quale che sia il suo Presidente....







sabato 31 dicembre 2016

CHI SONO DAVVERO QUELLI CHE HANNO VOTATO TRUMP? di Carlo Formenti

[ 31 dicembre ]

Formenti risponde a chi gli ha rivolto dure critiche per avere sostenuto che la vittoria di Trump è un "male minore" rispetto alla Clinton. A questi critici vorremmo segnalare la profezia di Michael Moore.


Sugli elettori di Trump si è detto tutto e il contrario di tutto: la tesi iniziale (sono stati gli operai bianchi incazzati per gli effetti della globalizzazione sulle loro condizioni di vita) è stata contestata da chi sosteneva che buona parte di quelli che lo hanno votato appartenevano a fasce di reddito medio alte. 

Poi la tesi iniziale è stata riformulata: non è tanto che gli operai bianchi hanno votato Trump, ma piuttosto che non hanno votato la Clinton, preferendo astenersi piuttosto che scegliere fra il minore di due mali (tesi che a me parrebbe più attendibile ove riferita ai giovani —operai e non— sostenitori di Sanders). Ma su una cosa tutti —soprattutto i media che avevano sostenuto a spada tratta la Clinton— sembrano essere d’accordo: quegli elettori sono sporchi, brutti e cattivi, gente che ha scelto Trump perché ne condivide l’ideologia razzista, sessista e ultraconservatrice.

Ma anche questa convinzione inizia a vacillare a mano a mano che divengono disponibili ricerche più approfondite. A metterla in discussione, in un interessante articolo sul New York Times, è l’analista politico David Paul Kuhn il quale rovescia il punto di vista: Trump non è stato eletto perché ha condotto una campagna sessista, razzista e ultraconservatrice, ma malgrado abbia seguito tale linea politica. 
La verità è, scrive Kuhn, che se tutti quelli che consideravano Trump un personaggio indecente avessero votato per lei, la Clinton avrebbe vinto a mani basse. L’autore dell’articolo cita, in proposito, una ricerca secondo cui il 51% degli elettori bianchi appartenenti alla classe lavoratrice pensavano che Trump fosse indecente e, almeno su questo piano, ritenevano la Clinton migliore. Ma non l’hanno votata! Non basta: un quinto degli elettori (più di 25 milioni di americani) hanno dichiarato di disapprovare l’atteggiamento di Trump nei confronti delle donne, ma tre quarti di queste persone hanno votato ugualmente per lui. Ancora: quasi la metà di coloro che hanno votato per Trump non condivideva le sue idee in materia di trattamento degli immigrati clandestini.

Naturalmente è vero che fra i suoi elettori la percentuale di razzisti è più elevata di quella presente nell’elettorato rimasto fedele al Partito Democratico, ma non è questo che ha determinato il risultato. Allo stesso modo in cui Bill Clinton aveva vinto le elezioni del 1996 malgrado un terzo dei suoi elettori lo considerasse bugiardo e disonesto, argomenta Kuhn, Trump ha vinto in barba alla pessima opinione che di lui avevano buona parte delle persone che lo hanno votato. Nell’uno e nell’altro caso, a determinare la scelta degli elettori —soprattutto di quelli più esposti alle incertezze dell’economia— è stata la speranza di far vincere qualcuno che avrebbe fatto i loro interessi (o almeno di far perdere qualcuno che sicuramente non li avrebbe fatti). Non a caso, Trump ha sfondato laddove Bush aveva invece raccolto poco o niente, vale a dire nelle aree del Paese più duramente colpite dalla liberalizzazione dei commerci e dalla concorrenza dei prodotti cinesi e di altri Paesi in via di sviluppo.

A quanto pare, Obama —un presidente che ha suscitato grandi speranze e delusioni ancora più grandi— non ha capito la lezione, almeno a giudicare da alcune sue dichiarazioni riportate in un articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 28 dicembre scorso: «Mi fossi presentato io per la terza volta, sarei stato rieletto», sembra abbia dichiarato. 

Ma è così? È vero che nel 2008 Obama aveva ottenuto un ottimo risultato anche fra quei lavoratori bianchi che ora hanno appoggiato Trump. Peccato che, nel frattempo, il suo gradimento sia crollato a causa delle sue scelte pro-globalizzazione, che hanno provocato la perdita di molti posti di lavoro, l’aumento della disuguaglianza e un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle classi subordinate. 

Ma lui non cambia idea: continua a essere un fan della “terza via” blairiana e accusa il laburista Jeremy Corbyn di avere “perso i contatti con i fatti e con la realtà”. Invece è lui ad averli persi, avendo rimosso che le classi sociali continuano ad esistere anche se i politici pensano di poterle manipolare con abili strategie comunicative e che, quando le élite tirano troppo la corda, le masse prima o poi si vendicano. 

Certo Trump non è un’arma ideale per compiere la vendetta, ma visto che Obama, Clinton e i Democratici avevano fatto carte false per sabotare la candidatura di Sanders, non c’era alternativa.

mercoledì 16 novembre 2016

SE TRUMP TRADIRÀ LE SUE PROMESSE di Carlo Formenti

[ 16 novembre ]

Intervenendo sulle pagine del New York Times Bernie Sanders compie una lucida analisi delle ragioni della sconfitta di Hillary Clinton. 
Trump ha vinto perché la sua retorica elettorale ha saputo sfruttare la rabbia di milioni di ex elettori democratici, esasperati dalle élite del loro partito che ne hanno ignorato bisogni e interessi, che se ne sono fregate del fatto che le persone devono lavorare più ore in cambio di salari più bassi, che milioni di posti di lavoro se ne sono andati in Cina, in Messico o in altri Paesi in via di sviluppo, che i manager guadagnano trecento volte più di loro, che non possono più avere accesso a cure decenti per i propri figli né far loro frequentare scuole adeguate, che non trovano più abitazioni ad affitti accessibili, che la pensione è diventata un miraggio, ecc.

Dopodiché si chiede se Trump avrà davvero il coraggio di fare alcune delle cose che ha promesso in campagna elettorale: imporrà controlli severi sulle speculazioni finanziarie? Obbligherà l’industria farmaceutica ad abbassare i prezzi? Promuoverà massicci investimenti per ricostruire le infrastrutture senza preoccuparsi dell’aumento della spesa pubblica e senza tagliare la spesa sociale (come chiedono invece i suoi colleghi di partito)? Non darà il suo consenso a nuovi accordi di liberalizzazione commerciale come il TTIP (e quindi a nuove perdite di posti di lavoro per i cittadini americani)? Se dovesse mantenere queste promesse (che, ricordiamolo, erano presenti sia pure in forme diverse anche nel programma elettorale del senatore del Vermont) Sanders afferma che non gli farà mancare il proprio sostegno.

L’affermazione suona spiazzante, visto l’abisso ideologico che separa i due uomini politici, ma Sanders se la può permettere perché sa che le cose non andranno così, che Trump ha mobilitato la rabbia dei lavoratori bianchi poveri per rivolgerla contro le minoranze che stanno ancora peggio di loro, ma che non la scatenerà mai contro le banche, l’establishment politico e la casta dell’1% dei super ricchi. Come si è infatti visto, ha iniziato sfoggiare una maschera moderata sin dai primi minuti successivi alla sua elezione, per cui le borse e i media non hanno impiegato troppo tempo a tirare un sospiro di sollievo e a prendere atto che il Paese sarebbe rapidamente tornato al business as usual. “Non è nemico delle banche e anzi si circonderà di esperti consulenti finanziari come i suoi predecessori” scrivono gli uni. “Farà gli investimenti infrastrutturali promessi, ma li affiderà alle imprese private per non pesare sulla spesa pubblica”, aggiungono gli altri. “Forse non stipulerà nuovi accordi commerciali, ma non potrà spingersi troppo oltre sulla via del protezionismo per non entrare in collisione con la Cina”, argomentano altri ancora. Ma soprattutto: “taglierà le tasse più di Reagan” esultano tutti.

Come si vede un quadro al tempo stesso rassicurante (per le élite) e contraddittorio (come fare tutto ciò senza gonfiare a dismisura il debito pubblico e senza tagliare drasticamente la spesa sociale?). Resta il dato epocale: se è palesemente esagerato parlare di “fine della globalizzazione”, è altrettanto chiaro (come dimostrato anche dalla Brexit e dal cambio di rotta in politica economica annunciato dal nuovo governo conservatore di Theresa May) che si manifestano i primi sintomi di una inversione di tendenza; al punto che il direttore del Wall Street Journal Gerry Baker, intervistato dal “Corriere della Sera”, da un lato rassicura sul fatto che Trump “non è nemico delle aziende e della finanza”, dall’altro prende atto con preoccupazione che, d’ora in avanti, lo scontro politico sarà sempre meno fra progressisti e conservatori e sempre più fra globalisti e populisti.

Il che ci riconduce: 1) al fatto che sempre più forze tendono e tenderanno a convergere in un campo populista che, da destra come da sinistra, raccoglie la rabbia delle classi subalterne, trasformandola o in guerra fra poveri o in quella nuova forma di guerra di classe che è il conflitto alto/basso, popolo/élite; 2) alla necessità per il populismo di sinistra di chiarirsi le idee sulla strategia politica da adottare per opporsi alle élite neoliberiste e, al tempo stesso, per contendere l’egemonia al populismo di destra. Quali sono, per tornare allo scenario americano, le scelte di Sanders per affrontare il compito?

In un precedente intervento su queste pagine ho criticato la sua decisione di concedere il proprio endorsement a una figura politica corrotta e squalificata come Hillary Clinton adottando una logica “frontista” per difendere la democrazia contro la minaccia di destra rappresentata da Trump. Errore perché, come lo stesso Sanders ha ben spiegato nei suoi scritti e discorsi (vedi la sua autobiografia tradotta da Jaca Book), la “democrazia” americana (e lo stesso si potrebbe dire per la nostra) si è da tempo trasformata in un sistema oligarchico che non offre alcun reale potere decisionale al popolo. Errore perché la speranza di riformare dall’interno il partito Democratico si è rivelata illusoria (basti pensare allo “scippo” con cui l’establishment ha regalato la nomination alla Clinton) e apparirà ancora più illusoria quando Sanders la senatrice Warren e altri settori della sinistra proveranno a imporre un cambio di linea (le lobby che controllano il partito non lo consentiranno mai). Errore, infine, perché la rete di attivisti, comitati, sindacati, associazioni che si era coagulata attorno a Sanders ha vissuto con rabbia e frustrazione la scelta di appoggiare la Clinton, tanto è vero che non l’ha votata.

Una rabbia che oggi si esprime con le manifestazioni di piazza contro Trump le quali, contrariamente a quanto scrivono i media, non vedono protagonista un presunto “popolo della Clinton” (la mobilitazione è più forte proprio negli Stati dove la Clinton ha raccolto pochissimo) ma un “popolo di Sanders” che il senatore del Vermont avrebbe dovuto (e che ancora potrebbe) organizzare in vista della costruzione di una terza forza politica da opporre al sistema oligarchico democratico-repubblicano.

* Fonte: Micromega

martedì 15 novembre 2016

Il filososofo marxista Slavoj Žižek: "Perché voterei Donald Trump"

[ 16 novembre ]

Qui sotto l'intervista video a Slavoj Žižek [nella foto] che ha fatto imbestialire molti sinistrati, anzitutto quelli che si ritengono i più radicali... i più radicali nell'inseguire le élite globaliste, quelli che dall'internazionalismo proletario sono passati armi e bagagli dalla parte del cosmopolitismo imperiale. Per loro  Žižek era quasi un idolo. Si sentiranno traditi....



lunedì 14 novembre 2016

Il TESTO INTEGRALE DI BERNIE SANDERS DOPO LA VITTORIA DI TRUMP

[ 14 novembre ]

Con nostra sopresa la breve dichiarazione di B. Sanders del 9 novembre (da noi pubblicata tre giorni fa) ha avuto alcune migliaia di lettori, pensiamo sia utile riportare per intero quanto questi ha scritto due giorni dopo sul New York Times.
Sanders non si pente di aver appoggiato la Clinton —dimostrando chi realmente egli sia— ma è di certo più presente a sé stesso di certi SINISTRI personaggi italiani, uno su tutti, Giorgio Napolitano (toh! chi si rivede, quello degli attentati alla Costituzione..) che ha definito la vittoria di Trump "...uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale". Fabrizio Rondolino, giornalista iper renziano (ex responsabile della comunicazione di Massimo D’Alema ed editorialista di Europa, de il giornale, della Stampa e oggi de l'unità) è giunto addirittura a scrivere: «ll suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale». Bingo!

"Dove vanno di democratici adesso", questo il titolo originale dell'intervento di Sanders, di cui abbiamo pubblicato un sunto 

«Milioni di americani martedì scorso hanno espresso un voto di protesta, ribellandosi a un sistema economico e sociale che antepone ai loro interessi quelli dei ricchi e delle grandi imprese.

HO dato forte appoggio alla campagna elettorale di Hillary Clinton, convinto che fosse giusto votare per lei. Ma Donald J. Trump ha conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta e giustificata, quella di tanti elettori tradizionalmente democratici.L’esito elettorale mi addolora, ma non mi sorprende. Non mi sconvolge il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico.

Ho dato forte appoggio alla campagna elettorale di Hillary Clinton, convinto che fosse giusto votare per lei. Ma Donald J. Trump ha conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta e giustificata, quella di tanti elettori tradizionalmente democratici.
L’esito elettorale mi addolora, ma non mi sorprende. Non mi sconvolge il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico.
Sintomatico: la vignetta con cui il globalista
NYT accompagna l'intervento di Sanders

Le famiglie lavoratrici vedono che i politici si fanno finanziare le campagne da miliardari e dai grandi interessi per poi ignorare i bisogni della gente comune. Da trent’anni a questa parte troppi americani sono stati traditi dai vertici delle aziende. L’orario di lavoro è aumentato e gli stipendi diminuiti, i lavori pagati dignitosamente si spostano in Cina o in Messico. Queste persone sono stufe di avere capi che guadagnano 300 volte più di loro, e che il 52 per cento di tutti i nuovi proventi vada all’un percento della popolazione. Molte delle città rurali, un tempo belle, sono ormai spopolate, i negozi in centro chiusi e i giovani vanno via da casa perché non c’è lavoro — tutto questo mentre tutta la ricchezza delle comunità va a rimpinzare i conti delle grandi imprese nei paradisi fiscali. I lavoratori americani non possono permettersi servizi per l’infanzia decorosi e di buon livello. Troppe famiglie sono in condizioni disperate e sempre più spesso la vita si accorcia per colpa della droga, dell’alcol e dei suicidi.

Trump ha ragione: gli americani vogliono il cambiamento. Ma mi chiedo che tipo di cambiamento gli offrirà. Avrà il coraggio di opporsi ai potenti di questo paese, i responsabili delle difficoltà economiche patite da tante famiglie o dirotterà invece la rabbia della maggioranza sulle minoranze, sugli immigrati, i poveri e gli indifesi? Avrà il coraggio di opporsi a Wall Street, di adoperarsi per sciogliere le istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire” e imporre alle grandi banche di investire nella piccola impresa e creare posti di lavoro?

Sarò aperto a riflettere sulle idee proposte da Trump e su come si possa lavorare assieme. Però, siccome il voto popolare nazionale lo ha visto sconfitto, farà bene a dare ascolto alle opinioni dei progressisti. Ricostruiamo le nostre infrastrutture fatiscenti e creiamo milioni di posti di lavoro ben pagati. Portiamo il salario minimo a un livello dignitoso, aiutiamo gli studenti a sostenere i costi dell’università, garantiamo il congedo parentale e per malattia e incrementiamo la sicurezza sociale. Riformiamo il sistema economico che permette a miliardari come Trump di non pagare un centesimo di tasse federali. E non permettiamo più che i ricchi finanziatori delle campagne elettorali comprino le elezioni.

Nei prossimi giorni proporrò anche una serie di riforme per ridare slancio al Partito Democratico. Sono profondamente convinto che il partito debba liberarsi dai vincoli che lo legano all’establishment e torni a essere un partito di base della gente che lavora, degli anziani e dei poveri. Dobbiamo aprire le porte del partito all’idealismo e all’energia dei giovani e di tutti gli americani che lottano per la giustizia economica, sociale, razziale e ambientale. Dobbiamo avere il coraggio di sfidare l’avidità e il potere di Wall Street, delle case farmaceutiche, delle compagnie assicurative e dell’industria dei combustibili fossili.

Allo stop della mia campagna elettorale ho promesso ai miei sostenitori che la rivoluzione politica sarebbe andata avanti. E questo è più che mai il momento giusto. Siamo la nazione più ricca della storia del mondo. Se restiamo uniti senza permettere che la demagogia ci divida per razza, genere o origine nazionale, non c’è nulla che non possiamo realizzare. Dobbiamo andare avanti, non tornare indietro».

venerdì 11 novembre 2016

SINISTRATI: BECCATEVI QUESTA DICHIARAZIONE DI BERNIE SANDERS!

[ 11 novembre ]

Ringraziamo Voci dall'estero che ha segnalato la importante dichiarazione con cui il "socialista" Bernie Sanders, si dice disposto a lavorare con Trump nella misura in cui questi intende fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori americani. La dichiarazione originale nel sito ufficiale di Sanders.
Che diranno adesso i sinistrati italiani? Dopo essersi spellati le mani per sostenere Sanders lanceranno anche a lui l'accusa di essere un "fascio-populista"?

Burlington, 09 novembre 2016 – Il senatore Bernie Sanders questo mercoledì ha emesso la seguente dichiarazione a seguito dell’elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti:

«Donald Trump ha attinto alla rabbia di una classe media in declino, che è logorata ed esasperata dall’establishment economico, politico e mediatico. La gente è stanca di orari di lavoro sempre più lunghi e paghe sempre più basse, di vedere posti di lavoro pagati dignitosamente spostarsi verso la Cina o altri paesi a basso livello salariale; è stanca di miliardari che non pagano alcuna tassa federale sul reddito; è stanca di non potersi più permettere l’istruzione universitaria per i propri figli – e tutto questo mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.

“Nella misura in cui Donald Trump è serio nel voler perseguire politiche volte a migliorare la condizioni di vita delle famiglie della classe lavoratrice in questo paese, io e altri progressisti siamo pronti a lavorare con lui. Nella misura in cui invece vuole perseguire politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientaliste, ci opporremo vigorosamente».


giovedì 10 novembre 2016

TRUMP E L'EUTANASIA DELLE SINISTRE di Carlo Formenti

 [ 10 novembre ]


La vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.

A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.

Solo invitando a votare per i candidati di minoranza o ad astenersi, avrebbe potuto capitalizzare le energie e le reti organizzative che si erano aggregate nel corso della campagna, in vista della costruzione di una terza forza alternativa ai due maggiori partiti, ormai del tutto intercambiabili e allineati agli interessi del blocco sociale che domina l’America (e dunque il mondo). Arrendendosi all’apparato ha indebolito questo patrimonio, senza riuscire peraltro a impedire la vittoria di Trump, al quale ha letteralmente regalato il monopolio della rabbia antisistema di un popolo impoverito e frustrato dalla crisi. Ciò detto, mi preme anticipare alcune considerazioni a caldo, mentre mi riservo successivi approfondimenti.

Primo punto: la comunicazione. Come già abbiamo avuto modo di constatare con la campagna sulla Brexit (e come spero potremo constatare con la campagna referendaria di Renzi e soci), le strategie di manipolazione/dissuasione di massa condotte dai media al servizio dell’establishment (cioè tutti) non funzionano più. La crisi ha intaccato talmente in profondità le condizioni di vita della maggioranza delle persone che nessuna chiacchiera sul fatto che l’economia va meglio, che i posti di lavoro aumentano, ecc. può nascondere la realtà dei fatti, per cui più balle si sparano più si generano effetti contrari a quelli voluti. Stesso discorso per i sondaggi: la loro attendibilità è ormai pari a zero, sia perché è evidente che servono esclusivamente a influenzare il voto tentando di funzionare da self fulfilling prophecy, sia perché aumentano sempre più gli intervistati che prendono i sondaggisti per i fondelli, dichiarando intenzioni di voto opposte a quelle reali.

Secondo punto: populismo, lotta di classe ed eutanasia delle sinistre. In un suo post l’amico Bifo scrive che i vari Clinton, Blair, Hollande, Renzi, Tsipras ecc. stanno pagando il fio del tradimento che hanno consumato ai danni della classe operaia, la quale ora li ripaga cercando risposte alla propria disperazione nelle destre neofasciste, esattamente com’era successo fra le due Guerre Mondiali. D’accordo sul tradimento e sulla punizione, ma con un approfondimento e una precisazione (con la quale spero di introdurre una nota di cauto ottimismo).

L’approfondimento consiste nel fatto che a perpetrare il tradimento, come scrivo nel mio ultimo libro (La variante populista, da poco pubblicato da DeriveApprodi) non sono state solo le socialdemocrazie, ma tutte le sinistre, comprese quelle sedicenti radicali e antagoniste, le quali hanno progressivamente concentrato la propria attenzione sulle classi medie colte (creativi, lavoratori della conoscenza, partite iva, ecc.), sui cosiddetti “bisogni immateriali”, e sulla esclusiva rivendicazione di diritti civili (soprattutto individuali) a danno dei diritti sociali, scambiando infine la retorica politically correct (del tutto funzionale alla governance neoliberista) per contestazione antisistema.

L’odio operaio nei confronti di questi soggetti non è quindi solo frutto di frustrazione culturale, ma un vero e proprio odio di classe che rispecchia interessi materiali divergenti. Ciò significa che la forma populista (anche nelle varianti di destra) è la forma politica che la lotta di classe assume in questa fase storica. E qui arriva la precisazione (e il possibile spiraglio): il populismo (vedi le rivoluzioni bolivariane, Podemos, Sanders come esito del movimento Occupy Wall Street, la prima fase di Syriza, ecc.) può indirizzarsi a sinistra e contendere l’egemonia sulle classi subordinate al populismo di destra (che a sua volta non è tout court assimilabile al fascismo: la storia non si ripete).

Terzo punto: le controtendenze alla globalizzazione. Il terrore dei mercati (vedere le pagine dell’Economist) dopo la Brexit e la vittoria di Trump rispecchiano le preoccupazioni in merito allo svilupparsi d’una possibile controtendenza ai processi di globalizzazione (politiche protezioniste, revoca o mancata conclusioni dei trattati di libero commercio, ecc.). Ora è chiaro che difficilmente Trump compirà tutti i passi isolazionisti che ha annunciato in campagna elettorale, ma è certo che, così come sta succedendo con il governo conservatore di Theresa May in Inghilterra, dovrà necessariamente concedere qualcosa alle aspettative popolari che sperano in una attenuazione, se non in una inversione delle scelte economiche neoliberiste.

Ciò apre spazi per una battaglia politica antiliberista e antiglobalista da sinistra (che da noi passa necessariamente da una battaglia contro la Ue) che può divenire il terreno strategico su cui contendere l’egemonia ai populismi di destra. Difficile? Difficilissimo, quasi impossibile, ma come diceva qualcuno “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

* Fonte: Micromega

mercoledì 9 novembre 2016

DONALD TRUMP ALLA CASA BIANCA: E ORA? di Moreno Pasquinelli

[ 9 novembre ]

L'onda lunga che ha portato alla Brexit ha sospinto, con la potenza di uno tsunami, Donald Trump alla Casa Bianca. Un buon auspicio in vista del 4 dicembre. 

E' la sanzione, per certi versi spettacolare, che siamo ad un giro di boa della situazione mondiale.

Proprio dal centro dell'impero arriva il de profundis del ciclo della globalizzazione neoliberista. Arriva, questo de profundis, proprio dal luogo da dove esso, con Reagan, iniziò e s'irradiò per tutto il mondo, spazzando via l'Unione Sovietica, concimando la restaurazione del capitalismo in Cina, schiacciando i movimenti politici e sindacali dei lavoratori salariati.

E' già la fine della globalizzazione? E' già la sepoltura del neoliberismo? No, non lo è ancora, contrariamente a certe sentenze frettolose e superficiali che, a sinistra, già leggiamo questa mattina. 

Le potentissime forze oligarchiche che hanno tenuto in pugno le sorti del mondo per quattro decenni sono ancora tutte ai loro posti di comando: controllano le borse e le banche sistemiche, sono alla testa dei conglomerati finanziari e dei consigli di amministrazione delle più potenti multinazionali, tirano i fili delle università e dei think tank, spadroneggiano nel mondo della cultura e dell'informazione, hanno infiltrato gli Stati ed i loro apparati coercitivi.
Non abbandoneranno il campo e, ben al contrario, reagiranno con ogni mezzo per non essere spazzate via. La lotta intestina in seno ai dominanti diventa conclamata, e sarà prolungata, senza esclusione di colpi. Il countdown è solo iniziato.

Che in seno alle classi dominanti si apra questa battaglia è meglio o no per le forze popolari, democratiche, rivoluzionarie? Sì, è meglio, a patto che non commettano l'errore speculare di quello compiuto dalle sinistre occidentali e di mezzo mondo davanti all'avanzata neoliberista: l'errore, poi diventato un crimine storico, di essersi prima accodate e poi  candidate a rappresentare loro politicamente la modernizzazione globalizzatrice antipopolare.

Le élite mondialiste dominanti, per mezzo della loro schiera di giornalisti e intellettuali a loro libro paga, non nascondono costernazione e collera per la vittoria di Trump. Si deve provare ad immaginare quale sconquasso interiore le travolge. Queste élite inneggiavano sì al cosmopolitismo multinazionalista, ma hanno sempre considerato gli Stati Uniti la loro propria vera patria elettiva. Come dimenticare i loro inni salmodianti per la vittoria di Obama? In preda al panico ora questa intellighentia (vera e propria nomenklatura dei dignitari del pensiero), dopo la fase degli eleganti anatemi contro i "populismi", sta già passando all'artiglieria pesante, paventa e allude ai "rigurgiti fascisti dell'America profonda". Stendiamo un pietoso velo su certa estrema sinistra che accoglie la narrazione dei puritani del neoliberismo.

Che la fase globalista sia al suo travagliato tramonto, che questa tenda oggettivamente a riconsegnare agli stati nazionali il centro della scena, per noi non è una sorpresa. Controcorrente lo diciamo da anni. Che poi questa palingenesi avanzi politicamente nella forma dei populismi, anche questo lo avevamo detto e ripetuto. Noi siamo stati tra i pochi, invece che fare gli esorcismi, ad affermare che la partita politica del futuro si sarebbe giocata proprio nel contesto della rinascita degli stati nazione, del risveglio dei nazionalismi, più esattamente nel campo dei populismi.

In questo campo si vanno ammassando le classi popolari e proletarie falcidiate dalla crisi sistemica del capitalismo, le quali cercano disperatamente una via d'uscita. E' il nostro campo quindi. E' qui che si gioca la partita di domani, la partita della de-globalizzazione, dell'egemonia sul blocco sociale anti-oligarchico e anti-liberista: tra destre nazionaliste risorgenti, con tutte le loro pulsioni reazionarie e le loro fisime xenofobe, e nuove sinistre che faranno del patriottismo democratico, egualitario e antimperialista la loro bandiera.

Vedremo se sarà proprio negli Stati Uniti che assisteremo ai primi round di questa partita dove, a bene vedere, si avvertono già le doglie di una guerra di classe strisciante. O se invece sarà l'Europa, con l'inevitabile collasso dell'Unione, il luogo della grande battaglia. 

Ps
E' troppo presto per capire quale sarà la politica estera della Casa Bianca con Donald Trump. Seguirà, dopo il fiasco del neo-wilsonismo clintoniano, la scia di Bush, ovvero del rilancio di un imperialismo bellicoso in difesa del dominio monopolare a stelle e strisce? Oppure Trump incarna davvero la rinascita della tendenza all'isolazionismo americano, mix di protezionismo e interventismo militare mirato?



mercoledì 19 ottobre 2016

HAIMÉ, VINCERÀ LA CLINTON di Carlo Formenti

[ 19 ottobre ]

“Non è la Seconda Guerra Fredda, ma se vince Hillary Clinton, i primi tre mesi del prossimo anno saranno i più pericolosi da quando è crollata l’Unione Sovietica”: così Ian Bremmer, intervistato da Giuseppe Sarcina sulle pagine del Corriere della Sera. 

La preoccupazione, a mio parere, non è solo fondata, direi che la si può definire addirittura eufemistica. Parlare di rischio di una nuova Guerra Fredda significa infatti non prendere atto del fatto che la Seconda Guerra Fredda è già in atto da tempo, almeno a partire dall’inizio della guerra in Ucraina che vede gli Stati Uniti e l’Europa (ancorché recalcitrante) schierati a fianco del governo fascista di Kiev. Di fatto, come denuncia senza peli sulla lingua Papa Francesco, più che a una Guerra Fredda, siamo di fronte a una vera e propria Terza Guerra Mondiale, come ha appena confermato l’annuncio di Obama di essere pronto a scatenare un attacco informatico contro la Russia, in ritorsione alle presunte interferenze degli hacker russi nelle elezioni presidenziali americane.

Se tali interferenze siano un fatto reale non lo sapremo mai, a meno che un nuovo Snowden abbandoni le fila della Cia e ci racconti come sono andate effettivamente le cose. Il dubbio è più che lecito, visto che la storia antica e recente dell’imperialismo americano è piena di “incidenti” (basti ricordare quello del Golfo del Tonchino che legittimò l’attacco al Vietnam del Nord) creati ad arte per scatenare guerre di aggressione. A prescindere da questo “particolare”, occorre ricordare che 1) l’avvio di una cyberguerra rappresenterebbe oggi – considerati gli effetti che avrebbe sulle infrastrutture del paese attaccato – un equivalente del bombardamento giapponese su Pearl Harbour, 2) che all’attacco corrisponderebbe inevitabilmente un contrattacco (come già annunciato da Putin). Se a questo aggiungiamo l’invio di soldati della Nato (italiani compresi!) nelle Repubbliche Baltiche e gli inviti che le autorità russe rivolgono ai civili perché si preparino a un possibile conflitto nucleare, il quadro si fa ancora più fosco.

Ma perché tutto questo tintinnare di sciabole? 
Se è vero quanto sostengono gli economisti che hanno studiato la storia di lungo periodo del capitalismo, come Giovanni Arrighi e altri, i quali prevedevano l’esaurimento del ciclo egemonico dominato dagli Stati Uniti —una diagnosi confermata dalla crisi innescata dal processo di finanziarizzazione, dal proliferare di guerre locali provocate dal tentativo di conservare il controllo sul Medio Oriente e dall’emergere della Cina, che protende i suoi tentacoli nel mar Giallo e verso le ex repubbliche sovietiche, da cui vorrebbe far passare la sua “via della seta”— è opportuno ricordare che nel passato nessuna potenza declinante ha mai mancato di provocare guerre distruttive nel tentativo di conservare la propria egemonia, per cui gli Stati Uniti, finché mantengono la loro supremazia militare, non possono non essere tentati di “giocare d’anticipo” per sfruttare tale vantaggio. La battuta di Bremmer suona inquietante perché si sa che la Clinton è espressione, oltre che degli interessi dei maggiori gruppi finanziari, del partito dei “falchi”, nonché fervida sostenitrice della teoria dell’esportazione della “democrazia” made in Usa con la forza delle armi.

Non stupisce quindi che goda dell’appoggio incondizionato di tutti i poteri forti occidentali, dalla finanza all’industria hi tech, dalla lobby militare industriale ai media. A stupire è piuttosto l’appoggio che le arriva dalle sinistre, non escluse certe sinistre sedicenti radicali e antagoniste, che appaiono totalmente incapaci di cogliere i rischi associati a una sua —ahimè ormai certa— vittoria, e insistono invece a indicare come “nemico principale” e più pericoloso quel Donald Trump che viceversa, propone una politica isolazionista e di disimpegno dai teatri più caldi del conflitto globale. 

Questo vuol dire che bisogna sposare la sua ideologia razzista, sessista e xenofoba? Ovviamente no, ma smettiamola almeno con gli appelli a votare la Clinton per “evitare la catastrofe”.

* Fonte: Micromega

martedì 18 ottobre 2016

SE ANCHE MONTI VOTA NO di Piemme

[ 18 ottobre ]

IL PARTITO TEDESCO CONTRO QUELLO AMERIKANO

Giorni addietro avevo scritto, con particolare riferimento all'antirenzismo di ceffi come D'alema, che certi appoggi è meglio perderli che guadagnarli. Ora un'altra tegola si abbatte sul fronte del NO, si chiama Mario Monti. 
La decisione di votare NO Monti la comunica in un'intervista a cura di Federico Fubini rilasciata proprio oggi al Corriere della Sera. Intervista che va letta per capire perché mai Monti abbia deciso di scendere in campo e mettersi di traverso alla marcia di Renzi verso la sua poco probabile incoronazione.

I fattori che spiegano questo riposizionamento tattico montiano sono diversi, non ultimo quello, meschino, di una vendetta sua e della sua congrega (Letta ad esempio) che Renzi ha effettivamente emarginato dalla stanza dei bottoni.
Ce n'è un secondo, più di sostanza: il NO resta in vantaggio in ogni sondaggio, e Monti e la sua cricca, fiutando la débâcle renziana, vogliono salire sul cavallo vincente, per giocare la partita del dopo-Renzi, di un governo di "larghe intese".
Non si banalizzi, non è solo una squallida lotta di potere, una guerra per bande. Monti spiega bene perché voterà NO. Non è il carattere pasticciato della "riforma" la ragione principale per cui vuole mandare a casa il governo Renzi, sono le sue politiche "populiste" di cattura del consenso elettorale a spese di una rigorosa e austeritaria politica di bilancio. la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è, per Monti, la recente "finanziaria":
«Fubini: Insomma, è il modo con cui il premier cerca consenso attorno al sì che la spinge al no?Monti: "Esatto. Non avrebbe senso darsi una costituzione nuova, se essa deve segnare il trionfo di tecniche di generazione del consenso che più vecchie non si può. Peraltro trovo fortemente negativo avere tenuto in piedi con l’uso del denaro pubblico queste deformazioni del rapporto degli italiani con la classe politica. Questo problema rischia solo di essere accresciuto portando alla ribalta la classe politica regionale nel nuovo senato"».
Fubini poi chiede se una vittoria del NO, non accentui l'instabilità politica e quindi la crisi dell'Unione europea.

La risposta di Monti è significativa. Se Renzi va a casa avremo un nuovo governo, con la stessa maggioranza, che attuerà con più rigore le direttive della Ue, quindi a Bruxelles e Francoforte non hanno nulla da temere, ma tutto da guadagnare a defenestrare un "populista" megalomane come Renzi. E Monti non esita a sbeffeggiare quella stessa borghesia italiana (Confindustria) che sostiene Renzi nella sua polemica con i diktat austeritari euro-tedeschi. 

Monti fa infine la sua mossa per evitare che una vittoria del NO possa essere letta (come sarebbe logico) come un atto anti-oligarchico e anti-Ue.

Più al fondo, siamo ad un'altra puntata della lotta tra il "partito tedesco e e quello amerikano" in seno alla classe dominante italiana. Fino ad ora questa battaglia era strisciante ora è conclamata, giunta sembra alla resa dei conti. 

Esattamente due anni fa, Pasquinelli, su questo sito, segnalava questa lotta [Il Partito Tedesco], e indicava nel quotidiano la repubblica (oggi anche il Corrierone) ed in Eugenio Scalfari la prima linea del partito tedesco, e citava l'articolo di Scalfari in cui questo invocava la Troika dopo la parentesi renziana. Un'invocazione del protettorato tedesco sostenuta anche da certa sinistra apparentemente insospettabile.

Il referendum, può piacere o meno, sta diventando una sfida decisiva tra il partito tedesco e quello amerikano rappresentato da Renzi e il suo blocco di potere —non a caso il "bomba" è in questi giorni da Obama, a ostentare l'endorsement della Casa Bianca.

Quali conseguenze potrà avere la scesa in campo di Monti —anticipata dal recenti sfilarsi dal fronte pro-Renzi dello stesso Napolitano e ubliquamente dello stesso Mattarella?

Ne parleremo nei prossimi giorni.

venerdì 7 ottobre 2016

GLI USA: CENTO ANNI DI GUERRE, VINTE SOLO IL 20% di Alberto Negri

[ 7 ottobre ]

«
Il documento delle forze speciali, che comprendono Navy Seals, Delta Force e Berretti Verdi, esamina i nove conflitti cui hanno preso parte gli americani negli ultimi 15 anni con la presidenza prima di Bush junior e poi di Obama: il risultato stilato in termini calcistici è di zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi».

Le guerre di Siria e Iraq non solo mietono migliaia di vittime civili in stati in disgregazione e portatori di instabilità in una vasta aerea del mondo ma l'esito di questi conflitti appare sempre più incerto e controverso anche nel caso di sconfitta del Califfato. Non è questa la prima volta che accade negli ultimi decenni: gli Stati Uniti soprattutto sono nella scomoda posizione di combattere con alleati diversi e conflittuali sui due fronti. In Siria gli Usa sono contro Assad, la Russia e l'Iran, in Iraq sostengono l'esercito del governo sciita di Baghdad legato strettamente a Teheran. Come se non bastasse Putin il 10 ottobre si prepara a incontrare Erdogan e sarebbe davvero paradossale ma non così improbabile che un alleato della Nato trovasse un'intesa sulla Siria con la Russia.

Gli Usa si sono cimentati in 64 guerre grandi e piccole negli ultimi cent'anni, in 43 dei casi giungendo solo al pareggio. Troppi pareggi, commenta l'ex diplomatico americano e giornalista James Hansen. Tolte anche le nove sconfitte, hanno vinto meno del 20% dei conflitti. Lo dice il Socom, il comando unificato delle forze speciali americane. Il documento delle forze speciali, che comprendono Navy Seals, Delta Force e Berretti Verdi, esamina i nove conflitti cui hanno preso parte gli americani negli ultimi 15 anni con la presidenza prima di Bush junior e poi di Obama: il risultato stilato in termini calcistici è di zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi.

L'analisi si intitola “A Century of war and Gray Zone Challenges” e risale al settembre 2015 ma è stata da poco resa nota dal sito TomDispatch.com grazie a una legge che permette di accedere a documenti riservati se chi le detiene non riesce a motivarne la segretezza. I risultati delle guerre possono essere opinabili ma raramente è necessario tenerli segreti.

Vengono esaminati cento anni di interventi militari americani e dei 64 conflitti considerati solo cinque vengono definiti di primaria importanza. Tre sono stati vinti, la prima guerra mondiale, la seconda e Desert Storm in Iraq nel '91, una sconfitta, il Vietnam, e un pareggio, la guerra di Corea negli anni Cinquanta. Nella zona grigia citata nel titolo del documento ricadono i conflitti minori con un bilancio di nove vittorie, otto sconfitte e ben 42 pareggi.

Gli Stati Uniti ovviamente non sono una “tigre di carta” ma la maggior superpotenza militare mai comparsa sul globo, eppure c'è da chiedersi se condurre tutte queste guerre sia davvero funzionale agli obiettivi che si pongono i presidenti americani. Qualcuno afferma che le guerre servono a far lavorare l'industria degli armamenti e a esportarli in tutto il mondo. Questa può essere una giustificazione: Stati Uniti e Russia mantengono le loro posizioni di guida come principali esportatori di armi nel periodo 2011-2015. Secondo il Sipri, l'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, gli Stati Uniti sono i leader con un terzo del totale e un aumento del 27% rispetto al quinquennio precedente mentre la Russia mantiene il secondo posto con una quota pari a un quarto dell'export globale.

Tuttavia tutti questi pareggi fanno pensare che l'azione militare non sia in molti casi lo strumento più adatto ed efficace della politica estera americana. Possibile che gli Stati Uniti facciano troppe guerre in troppi posti sbagliati? Una domanda che appare legittima scorrendo i risultati del rapporto.


* Fonte: Il Sole 24 Ore

mercoledì 5 ottobre 2016

IMMIGRAZIONE E NEOLIBERISMO di Maximilian Forte

[ 5 ottobre ]

Maximilian Forte, antropologo italo-canadese, segnala come, sulla questione dell'immigrazione, la sinistra si stia organizzando i suoi funerali. Partendo dal caso degli Stati Uniti, egli mostra come la sinistra sia del tutto subalterna alla narrazione (e agli interessi!) delle oligarchie neoliberiste. E’ ora di porre il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico, senza ipocrisie e senza tabù, sottraendola al ricatto di un cattivo moralismo.

L’immigrazione, a torto o a ragione, è diventata uno dei temi più dibattuti nell’attuale scontro politico in Europa e Nord America. Forse esagerando, il ruolo dell’imigrazione è considerato un fattore centrale per la scelta del Brexit nel Regno Unito, e per l’ascesa del movimento “America First” di Trump negli Stati Uniti. Sembra oggi impossibile poter discutere serenamente sull’immigrazione, senza che nel dibattito entrino in gioco ogni sorta di ordini del giorno, preconcetti, insinuazioni e ricriminazioni. Attori e interessi di ogni tipo rivendicano una voce nel dibattito, dall’identità e sicurezza nazionale al multiculturalismo, ai diritti umani, al cosmopolitismo globalista. Al contrario, ciò che viene generalmente ignorato nei dibattiti pubblici è una discussione della politica economica dell’immigrazione ed in particolar modo una critica del ruolo dell’immigrazione nel sostenere il sistema capitalista.

Prima di proseguire, dobbiamo innanzitutto smontare alcune tattiche di distrazione, spesso usate nel dibattito pubblico, che purtroppo confondono troppe persone. Primo: essere contrario all’immigrazione non rende una persona razzista. Le due cose non sono consequenzali. Essere razzista significa adottare una visione dell’umanità ordinata in base a delle differenze biologiche, che si immagina stabiliscano una gerarchia. Preferire “i propri simili” (qualsiasi cosa significhi) potrebbe essere la base di un certo etnocentrismo, ma non necessariamente del razzismo in quanto tale. E’ importante non scattare sempre istericamente sui termini più provocatori e sconcertanti solo perché la vis polemica richiede una vittoria immediata. In realtà, non si vince nulla, si dà solamente l’impressione di non sapere di cosa si sta parlando. Similmente, la xenofobia non implica né razzismo né etnocentrismo, perché può andare oltre si l’uno che l’altro nell’essere una paura o una repulsione nei confronti di chiunque sia “straniero” o “diverso”. Al contrario, uno può essere fermamente razzista ma allo stesso tempo a favore dell’immigrazione, a condizione che l’immigrazione sia consentita solamente ai membri della propria razza (politica ufficialmente seguita dall’Australia fino alla seconda guerra mondiale). 

Altre forme di politiche razziste favoreli all’immigrazione includono la schiavitù propriamente detta, il lavoro forzato, fino al razzismo spicciolo di chi dice “facciamo venire i Messicani, sono così bravi come giardinieri”. Bisogna aggiungere che alcuni sondaggi condotti negli Stati Uniti suggeriscono che “l’opposizione all’immigrazione negli Stati Uniti non sia legata al razzismo, bensì alla paura che gli immigrati meno qualificati non possano mantenersi senza usufruire di vari programmi assistenziali (Medicaid, SNAP [buoni pasto, ndT], crediti d’imposta,…). Reihan Salam aggiunge “credo che se la politica migratoria non fosse discussa in termini razziali, l’opposizione all’immigrazione sarebbe in realtà molto più forte.” Bisogna altresì distinguere tra opinioni anti-immigrati e politiche anti-immigrazione, anche se tra le due ci possono essere punti di contatto. In definitiva, tutte queste cose oscurano le domande essenziali che non vengono, in genere, mai poste: 1) Razzismo, identità ed apertura sono le questioni più importanti in tema di immigrazione? 2) Perché i lavoratori dovrebbero essere a favore dell’immigrazione?

Se rivolgiamo la nostra attenzione all’attuale politica economica dell’immigrazione in Europa e Nord America, e prestiamo attenzione alla relazione fra immigrazione e capitale, potremmo scoprire due strane assenze. La prima è che coloro i quali, a sinistra, negli anni passati erano apertamente critici nei confronti dell’immigrazione di massa, in particolar modo quella illegale, ora non si pronunciano su questo tema, o hanno cambiato opinione senza spiegare perché. La seconda è che molti intellettuali Marxisti, pur avendo tutti gli strumenti concettuali ed empirici per farlo, non collegano immigrazione e capitale nei loro lavori, evitando di fornire delle basi per una critica all’immigrazione. La mia spiegazione per entrambe le assenze è la paura di essere stigmatizzati come xenofobi o, peggio ancora, razzisti, anche se, come detto prima, tale paura è illogica e dovrebbe essere superata.

LA SINISTRA IN PASSATO: CRITICA PUBBLICA DELL’IMMIGRAZIONE
In un passato non molto remoto, attivisti e politici di sinistra come Naomi Klein e Bernie Sanders si erano pronunciati pubblicamente contro l’immigrazione per il suo ruolo nella depressione dei salari, nell’aumento della disoccupazione e della miseria tra le classi meno abbienti, e nella promozione di una forma elitista di distacco cosmopolita da ogni luogo. Concentriamoci su questi due autori.

Naomi Klein sosteneva che le persone legate alle proprie origini fossero la piu grande minaccia per il capitalismo neoliberista, perché hanno “radici e storie alle spalle”, mentre il capitalismo globale preferisce “assumere persone disposte a
 muoversi con facilità“. Klein riconosceva anche che questo modello economico crea eserciti di “lavoratori in surplus” e che i lavoratori migranti sono utili “a tenere i salari molto, molto bassi.” Naomi Klein si è pronunciata anche sulla ricostruzione di New Orelans in seguito all’uragano Katrina, in cui coloro che hanno perso le loro case, soprattutto afroamericani, non sono stati quelli che hanno ottenuto i lavori per ricostruirle, lavori per cui sono stati utilizzati invece “lavoratori immigrati”.

Bernie Sanders, che avrebbe in seguito denunciato le politiche a favore delle frontiere aperte come un piano degli oligarchi di destra, dei fratelli Koch [famosi affaristi americani, ndT], nel 2007 dichiarava:

“Se la povertà aumenta e i salari diminuiscono, non capisco perché abbiamo bisogno di milioni di persone che entrano in questo paese come lavoratori temporanei, che lavoreranno per stipendi più bassi di quelli dei lavoratori americani e porteranno ad un ulterore abbassamento dei salari, più di quanto non stia già accadendo ora.”

E l”intervistatore aggiungeva:

“E come sappiamo, le principali industrie che assumono la maggior parte degli immigrati illegali, industrie di costruzioni, di giardinaggio, dello svago, del turismo, sono tutte industrie in cui i salari stanno diminuendo… Questo punto non viene discusso al Senato da chi propone la regolarizzazione degli immigrati.”

A cui Sanders rispondeva:

“E’ vero, non hanno una risposta coerente a riguardo.” […]

IMMIGRAZIONE: AL SERVIZIO DEI DETENTORI DEL CAPITALE

[…] In “Diciassette contraddizioni” Harvey [celebre antropologo inglese, ndT] nota che, per molti Marxisti, la contraddizione tra capitale e lavoro è la principale contraddizione del capitalismo, ma, seppur egli stesso Marxista, non pensa che questa contraddizione possa spiegare da sola tutte le crisi del capitale. La sua definizione di capitale, e il modo in cui lo distingue dal capitalismo, lasciano molto a desiderare. Avendo fissato il ruolo del lavoro nello sviluppo storico del capitalismo (fondamentale o no, il lavoro rimane centrale), Harvey personifica il capitale dicendo che “il capitale si sforza di produrre un paesaggio geografico favorevole alla sua riproduzione e successiva evoluzione,” anche se sono i capitalisti che lo fanno, e non il capitale in quanto tale. Avrebbe potuto aggiungere che rimaneggiare un paesaggio geografico implica considerare come gli esseri umani si inseriscono in questo paesaggio, e che spostare lavoratori in giro per il mondo significa senza dubbio rimaneggiare la geografia. Avendo stabilito la centralità della contraddizione capitale-lavoro, Harvey aggiunge il terzo elemento essenziale della sua analisi: “che un’economia basata sulla spoliazione è il nocciolo di quello che davvero è il capitalismo.” Come procede questa spoliazione dei lavoratori?

L’utilità dell’immigrazione nel sistema capitalistico sta nell’abilità, da parte dei capitalisti, di usarla per rompere il potere monopolistico del lavoro. Sostanzialmente, i lavoratori possono avere un monopolio virtuale sul loro lavoro, specialimente se il lavoro è specializzato e il numero dei lavoratori ridotto. Il flusso di migranti può spezzare questo monopolio, creando competizione tra i diversi lavoratori. Harvey spiega questo concetto in dettaglio, ma senza mai parlare esplicitamente di immigrazione, utilizzando un esempio che si rivela molto importante per la situazione americana odierna:

“Sull’agenda del capitale non c’è l’abolizione delle specializzazioni di per sé, ma l’abolizione delle specializzazioni monopolizzabili. Quando nuove competenze diventano importanti (ad esempio, il saper programmare al computer), allora il problema per il capitale non è necessariamente abolire queste abilità (cosa che alla fin fine potrebbe ottenere grazie all’intelligenza artificiale), ma minare il loro aspetto potenzialmente monopolizzabile finanziando una sovrabbondanza di opportunità per acquisire quella specializzazione. Quando, da un numero esiguo, la forza lavoro con competenze di programmazione cresce fino ad essere sovrabbondante, il potere del monopolio si rompe, facendo crollare il costo di quello specifico lavoro. Una volta che i programmatori possono essere pagati una pipa di tabacco, allora il capitale è certamente felice di riconoscere questa come forma di lavoro specializzato di cui si serve…”

Oggi possiamo aggiornare questa spiegazione in termini di immigrazione. Harvey sottolinea che l’aumento dell’accesso all’educazione porta ad un aumento del numero di lavoratori specializzati, ma non nota, e suona molto strano, dato che ha lavorato nell’università per gran parte della sua vita, che un altro metodo per aumentare quel numero è importare studenti stranieri perché seguano un corso di studi, e poi trattenere quegli studenti stranieri. In altre parole, importare specialisti dall’estero attraverso l’immigrazione. Questo è un punto cruciale del programma di Hillary Clinton in vista delle elezioni presidenziali del 2016, ma non se parla, proprio per quella tattica diversiva del politicamente corretto a cui accennavo precedentemente. Infatti, nel
 “Programma di Hillary Clinton su tecnologia e innovazione”, si legge:

“Attirare e far restare i migliori talenti da tutto il mondo: Il nostro sistema di immigrazione è minato da visti, burocrazia e altre barriere che impediscono ai lavoratori specializzati e agli imprenditori di venire, restare, e creare lavoro negli Stati Uniti. Troppo spesso imponiamo a persone provenienti da altri Paesi e formate negli Stati Uniti di ritornare a casa, senza dare loro la possibilità di rimanere e di continuare a contribuire alla nostra economia. Nel contesto di una soluzione più ampia per l’immigrazione, Hillary garantirebbe il visto (green card) a tutti i laureati e i dottorati in discipline scentifiche presso istituzioni accreditate, permettendo agli studenti stranieri che hanno finito il loro percorso di studi di accedere alla “green card”. Hillary sosterrà inoltre i visti “start-up”, che permettono ai migliori imprenditori stranieri di venire negli Stati Uniti, costruire imprese nei settori tecnologici più competitivi a livello globale, e creare posti di lavoro e opportunità per i lavoratori americani. Prima di ottenere il visto, gli imprenditori immigrati dovranno ottenere un impegno di copertura finanziaria da parte di investitori americani, e per ottenere la green card dovranno creare un certo numero di posti di lavoro e ottenere determinati risultati.”

A questo punto, per gli studenti americani, gravati di debiti contratti per ottenere i loro diplomi nelle discipline scientifiche, sarà sempre più difficile spuntarla quando dovranno competere con gli immigrati per un numero finito di posti di lavoro, oppure quando i loro stipendi diminuiranno, man mano che il numero di lavoratori dello stesso settore aumenterà. Quello che la Clinton sta proponendo, in effetti, non è niente di nuovo: formalizzerebbe e renderebbe più efficiente la competizione dei “colletti bianchi” stranieri che già esiste. (
Munro, 2016)

La chiave del potere dei capitalisti di diminuire i salari sta nella diminuizione delle opportunità di lavoro. Nel caso degli Stati Uniti, non è solo il fatto che i lavoratori immigrati competono per i posti di lavoro, ma anche che si stanno appropriando di una fetta sproporzionata delle opportunità di lavoro disponibili. Infatti, anche se i lavoratori nati in un altro paese costituiscono solo il 15% della forza lavoro, si sono però accaparrati il 31% dei nuovi posti di lavoro (vedi
 Kummer, 2015).

Nell’analisi di Marx, i capitalisti sono interessati a possedere un vasto “esercito industriale di riserva” in modo tale da contenere le ambizione dei lavoratori. E, come aggiunge Harvey, “se tale surplus di lavoro non esistesse, il capitale dovrebbe crearlo.” E come può farlo? Harvey identifica due modi per creare un surplus di lavoro: disoccupazione causata dalla tecnologia (automazione) e accesso a nuove fonti di lavoro (ad esempio delocalizzare in Cina). E’ ancora una volta peculiare che Harvey non elenchi un’altra ovvia opzione: espandere l’offerta di lavoro interna importando lavoratori (immigrazione). Dato che l’immigrazione può avere un ruolo importante per la creazione di un surplus di lavoro, perché non dirlo?

Fino adesso abbiamo parlato di come l’immigrazione venga usata per rompere il potere monopolistico del lavoro, espandendo l’offerta interna di lavoro o attraverso la delocalizzazione. Harvey, a onor del vero, dice, di passaggio, che l’immigrazione serve da aggiustamento geografico del sistema capitalista, redistribuendo il surplus di lavoro dove è più necessario. Ma l’aggiustamento geografico odierno appare in due forme, una è quella che chiamiamo delocalizzazione o outsourcing. La delocalizzazione essenzialmente fa sovvenzionare il capitale ai lavoratori;è¨ una delle assurdità del “libero mercato” contemporaneo che qualsiasi sussidio governativo ai lavoratori sia vietato, mentre i lavoratori possono essere iper-sfruttati per salari atrocemente bassi che riflettono il basso prezzo dei loro prodotti dovuto alla competizione sul mercato globale. Questo è un sussidio, solo che non è volontario, e non è statale. In ogni caso, la delocalizzazione, con cui i posti di lavoro vanno all’estero, è solo uno dei modi in cui si può aumentare la competizione tra i lavoratori. Il secondo metodo lo potremmo chiamare “rilocalizzazione“, con cui non sono i lavori che vanno incontro ai lavoratori all’estero, ma sono i lavoratori all’estero che migrano per trovare i lavori, l’immigrazione. Sfortunatamente, Harvey non fa riferimento alla rilocalizzazione come parte di una coppia di opzioni assieme alla delocalizzazione.

Storicamente, l’immigrazione è stata usata per deprimere i salari dei lavoratori nella nazione che li riceve.Questo è particolarmente vero nel caso degli Stati Uniti. Come
 Paul Street ha recentemente spiegato:

“Il fatto che la domanda e l’offerta di forza lavoro sia in continuo cambiamento è un fattore non trascurabile nei trionfi, difficoltà e tribolazioni delle classi lavoratrici americane presenti e passate. Come spiega uno dei massimi economisti di sinistra americani, Richard Wolff, la lunga crescita dei salari reali negli Stati Uniti è finita più di 30 anni fa grazie ‘alla combinazione di computerizzazione, delocalizzazione, entrata delle donne nel mercato del lavoro, ed una nuova ondata migratoria… questa volta soprattutto dall’America Latina, specialmente dal Messico e dall’America Centrale… I capitalisti da Main Street a Wall Street capirono rapidamente che i datori di lavoro potevano rallentare o fermare l’aumento dei salari, perché l’offerta ora superava la domanda nel mercato del lavoro…’

‘Se non credete che l’immigrazione sia usata dai datori di lavoro per ridurre gli standard di vita e di lavoro negli Stati Uniti, allora potete andare a lavorare in una qualsiasi fabbrica americana che ha un numero significativo di mansioni spiacevoli e che non richiedono qualificazioni. Vedrete il vostro capo-capitalista che mantiene i salari bassi e i lavoratori intimiditi ed oppressi assumendo, tra le varie cose, degli immigrati la cui esperienza di povertà estrema, violenza, e altre forme di miseria nei loro paesi di origine, rende disposti a lavorare in una “manifattura moderna” con obbedienza e senza proteste per 10$ all’ora o meno.’

Ciò nonostante, l'”
opinione degli esperti” continua a creare il mito che l’immigrazione non abbia impatti negativi sui lavoratori.

Un altro modo importante in cui l’immigrazione sostiene il capitale è legato al potere d’acquisto dei salari. Come abbiamo visto, è nell’interesse del capitalista di tenere i salari più bassi possibili. La contraddizione che però sorge, e Harvey vi presta notevole attenzione, è che salari più bassi significano meno denaro per fare acquisti. Ciò riduce le dimensioni del mercato, e riduce i margini di profitto dei capitalisti. Quindi, se i lavoratori hanno tutti meno soldi, chi sostiene la domanda? Una opzione è aumentare gli stipendi: male. L’altra è aumentare il credito, cosa che si sta facendo. La terza opzione è aumentare la massa totale dei lavoratori, cosa che si sta anche facendo. I lavoratori possono anche avere meno denaro da spendere singolarmente ma, importando più lavoratori, ci saranno più persone che spendono (anche se poco). Quindi l’immigrazione può aiutare a sostenere o perfino aumentare la domanda, senza aumentare i salari.

“Un fenomenale aumento della forza lavoro totale,” scrive Harvey, “potrebbe aumentare la massa di capitale che viene prodotta anche se il tasso di remunerazione individuale diminuisce.” Ciò che però Harvey non dice è che un modo per ottenere un aumento fenomenale della forza lavoro totale è quello di promuovere l’immigrazione di massa, o consentire tacitamente che grandi numeri di persone entrino illegalmente. Ciò che Harvey invece dice è che l’immigrazione può aiutare a sostenere lo sviluppo economico futuro, ma non è chiaro come, perché poco dopo dice che, nel caso degli Stati Uniti, “la creazione di posti di lavoro dopo il 2008 non si è evoluta parallelamente all’espansione della forza lavoro” e che l’apparente declino del tasso di disoccupazione riflette invece “una riduzione della proporzione di cittadini attivi che cerca effettivamente lavoro”. Nuovamente, non considera l’impatto di milioni di persone che entrano a far parte della forza lavoro arrivando dall’estero.

[…] Harvey avrebbe potuto trovare un approccio più fruttuoso, nel suo discorso, nel punto in cui scrive “gli affari più lucrativi del capitalismo contemporaneo” sono “il traffico di donne, lo spaccio di droga o la vendita clandestina di armi”. Traffico di “donne”? Perché non traffico di lavoratori, com’è il caso dell’immigrazione clandestina, che è sfruttata da trafficanti di esseri umani in numero di gran lunga maggiore del traffico solamente di donne? In ogni caso, le frontiere aperte o permeabili sono una pacchia per i “tre affari più lucrativi” del capitalismo contemporaneo. Il miglior modo per massimizzare la crescita della forza lavoro totale è precisamente attraverso vie illegali, perché, com’è ovvio, essendo illegale implica che 1) non è regolata dallo stato, e non è soggetta a dibattito politico, 2) non è limitata in volume e 3) esclude che i lavoratori possano avvalersi dei diritti garantiti dalle leggi sul lavoro.

[…] Harvey fornisce anche una prospettiva interessante sul fatto che siamo testimoni di un conflitto tra “politica” ed “economia” sul tema dell’immigrazione. Con politica, intende lo stato, con il suo potere su di un determinato territorio, e con economia intende gli interessi del capitale. Come Harvey osserva: “la lealtà dei cittadini nei confronti dei loro Stati, costruita dagli Stati stessi, è fondamentalmente in conflitto con la peculiare lealtà del capitale nei confronti del fare soldi, e nient’altro”. In quella che ancora una volta avrebbe potuto essere, per Harvey, un’occasione di riflettere sull’immigrazione, egli dice: “affetto e lealtà verso luoghi e forme culturali specifici sono visti come un anacronismo”, aggiungendo poi: “non è forse questo quello che la diffusione dell’etica neoliberista poponeva e, alla fine, ha ottenuto?” Si potrebbero qui andare a rileggere i commenti di Naomi Klein di cui parlavamo all’inizio. […]

IMMIGRAZIONE: AL SERVIZIO DEI DETENTORI DEI VOTI

Se si è d’accordo con Marx, che sia nell’interesse dei capitalisti di possedere un vasto esercito di riserva di lavoratori disoccupati per tenere bassi i salari e magari per spezzare le organizzazioni collettive dei lavoratori, allora non si può in nessun modo pensare che la creazione di lavoratori usa-e-getta sia un fenomeno nuovo. (E non serve essere Marxisti per essere d’accordo con quella che è in effetti un’osservazione della realtà.) In ogni caso, dovrebbe essere chiaro che negli Stati Uniti, in Canada e parti dell’Europa, la deindustrializzazione causata dai trattati di libero scambio ha creato molti più disoccupati che in passato. Il fenomeno dell’aumento della disoccupazione a causa del libero scambio globalizzato è una peculiarità del capitalismo neoliberale. A quelli che beneficiano di questa situazione (le elites politiche ed economiche che governano il sistema a proprio vantaggio), risulta chiaro che una crisi è iniziata. Vedono oggi una reazione da parte di coloro che hanno espropriato. La democrazia liberale, come sistema di potere, era consentita nel momento in cui la politica era stata separata dall’economia, ed il voto non sembrava poter mettere in discussione il sistema economico. Quando, invece, i lavoratori sfruttati trovano un modo per far sentire le loro proteste attraverso le elezioni, allora quella separazione inizia a rompersi. Nessuno stupore, quindi, che le elite democratiche ora proclamino ad ogni occasione che assistiamo al
 “suicidio della democrazia”, scrivendo perfino con tono apocalittico che“la fine è imminente” e che la “tirannia” si avvicina. Ciò che è al capolinea, perché deve esserlo, essendo stato così ovviamente irrazionale e insostenibile, è il sistema dell’elitismo democratico che i governanti avevano creato e che speravano avrebbe preservato il sistema economico esistente eliminando ogni forma di politica popolare. (Bachrach, 1980). Gli elettori, invece, ora realizzano che in casi eccezionali possono effettivamente esprimere un voto sulla globalizzazione, il libero mercato ed il neoliberismo, come nel caso del voto per il Brexit nel Regno Unito e come nel caso del movimento di Trump negli Stati Uniti.

(Ma chi l’avrebbe mai detto che le elite fossero così sensibili, ed isteriche? Ora che sono più ricche di sempre nella storia dell’uomo qualsiasi discorso di una riduzione della loro abilità di avere di più è visto come un suicidio ed un’apocalisse?)

Altrimenti, la democrazia liberale non sottopone mai a giudizio questioni che riguardino il libero mercato o l’immigrazoione. Non ha mai voluto farlo, perché i lavoratori sono tenuti in grande disprezzo (vedi
 Krugman, 2016; Confessore, 2016). Nel caso del Brexit, vi è stato un aperto disdegno della democrazia da parte di quelli che hanno votato Remain, che è andato dall’esortare il Parlamento ad ignorare, semplicemente, il risultato del referendum, sino a chiedere un secondo referendum con una soglia più alta, necessaria a sancire una vittoria del Brexit. Entrambe le iniziative hanno fallito. Membri della sinistra metropolitana hanno voltato le spalle alle classi lavoratrici. Il fatto che alcun sostenitori del Remain fossero motivati dalla prospettiva di nuove quantità di lavoro a basso prezzo non è passato inosservato. Gli oligarchi sono profondamente preoccupati, e vorrebbero che noi altri li salvassimo.

Un sistema oligarchico in crisi cerca, ovviamente, rimedi. Avendo reso la maggioranza dei lavoratori superflui, la chiave sta nel trovare il modo per renderli superflui anche come elettori. Fortunatamente per gli oligarchi, la storia offre delle soluzioni. Sul sito del dipartimento degli Stati Uniti si trovano delle lezioni su come far sopravvivere un regime importando migranti che, per ringraziare, lo sosterranno. Uno di questi casi riguarda la Guyana sotto il governo di Forbes Burnham e del “People’s National Congress” (PNC). Con una classe lavoratrice spaccata tra Afro-Guyanesi ed Indo-Guyanesi, questi ultimi sostenitori del partito d’opposizione e in maggioranza, quello che Burnham fece fu importare immigrati neri dalle vicine isole più piccole dei Caraibi, che avrebbero poi votato PNC per ringraziare Burnham del sostegno. Cose simili accaddero a Trinidad e Tobago, sotto il governo sostenuto da Washington di Eric Williams e del “people’s National Movement (PNM). In questo caso vi furono sospetti diffusi che la grossa crescita della popolazione immigrata da Grenada e St. Vincent portasse ad un aumento della base del PNM.

Negli Stati Uniti, sembra che si provi un sollievo che sconfina in sollucchero quando i Democratici
 possono dichiarare il declino nel numero dei loro sostenitori tra i lavoratori bianchi, e la crescita del numero di voti dagli Ispanici, grazie all’immigrazione, sia legale che illegale, che le loro politiche hanno aiutato a promuovere. Non voglio sostenere che gli odierni governanti degli Stati Uniti abbiano preso suggerimento diretto da regimi che hanno usato l’immigrazione per costruire una nuova base demografica di sostegno, né penso che questa sia un logica così esotica da dover essere importata. Al contrario, il punto è capire come l’immigrazione sia usata come uno strumento per far sopravvivere un regime in una nazione divisa sul piano etnico. Un elemento di inusuale saggezza è emerso da un partecipante di destra ad un dibatitto radiofonico negli Stati Uniti che, volendo ironizzare sulla pratica politicamente corretta di chiamare gli immigrati illegali “lavoratori senza permesso”, li ha invece chiamati “Democratici senza documenti”.

Abbattere i confini offre l’opportunità di allungare la vita di un regime impopolare. Le elite dominanti capiscono che (a) i lavoratori a disposizione sono votanti a didposizione e (b) che possono sempre importare una nuova base di votanti che sarà riconoscente per l’appoggio, almeno finché il discorso pro-immigrazione rimane in piedi. Questo è il momento in cui si rivolgono alle politiche identitarie, al
 lobbismo neo-tribale ed al narcisismo morale che sfrutta calcolate espressioni di sdegno. Mentre gli oligarchi ci chiedono di salvarli, in molti rimangono affascinati dalla politica dell’identità e del moralismo, seducente e sfruttatrice. Alcuni lo fanno nell’illusione di essere in qualche eterna lotta al “fascismo” ed entrano nella lotta appropriatamente muniti di foto, postate sui social media, di testi classici del Marxismo dell’800 e inizi ‘900 che stanno orgogliosamente leggendo. Altri si fanno sedurre perché ancora una volta lasciano che reazioni emotive a caldo li guidino verso obiettivi che a malapena intuiscono.

E’ istruttivo notare che il fascismo reale prese piede in una nazione che non aveva alti livelli di immigrazione. Era, invece, una delle più grandi produttrici di emigranti: l’Italia, dove l’idea stessa di fascismo fu inventata. In effetti, il fascismo, così come è realmente esistito nella storia, includeva un piano di colonizzazione per stabilire e impiegare a casa una popolazione in forte crescita. Nulla di tutto questo fa parte dell’agenda di Trump.

Mentre l’immigrazione può far sopravvivere un regime dentro i confini, può essere un fattore di destabilizzazione quando è causata da un cambio di regime all’estero. L’immigrazione è stata uno dei fattori determinanti che ha portato alla vittoria del Brexit (vedi
 Kummer, 2016). Come alcuni hanno osservato, “la società Britannica è stata trasformata du un’ondata migratoria senza precedenti nella sua storia”: dall’avvento di Tony Blair al governo, “sono arrivati in Gran Bretagna circa due volte gli immigrati che erano arrivati nei cinquant’anni precedenti”. Alcuni sostengono che, di conseguenza, la vittoria del Brexit sia una vittoria delle classi lavoratrici.


Nel caso dell’Europa, le conseguenze del forte afflusso, nel corso degli ultimi due anni, di rifugiati e migranti che hanno viaggiato attraverso Turchia, Grecia e Libia, non hanno portato stabilità alla classe politica dominante. Si vedono i governi europei, alcuni dei quali hanno attivamente sostenuto (o magari ancora sostengono) le campagne statunitensi per il cambio di regime in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, che fronteggiano ora il conseguente afflusso di rifugiati. Avendo indebolito, o reso praticamente inesistenti, le strutture statali dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia, ed avendo severamente compromesso la Siria, il livello di violenza senza precedenti in queste nazioni ha generato un fortissimo afflusso di rifugiati. Per un po’, è stato possibile scaricare il barile a paesi poco o pochissimo in grado di ospitare dei rifugiati, come la Giordania e la Turchia, o perfino la Grecia, già profondamente fragile. La stessa Siria ha ospitato centinaia di migliaia di
Iracheni, dopo l’invasione statunitense. Una volta che una porzione dei rifugiati di queste regioni ha iniziato a spostarsi verso nord, dentro l’Unione Europea, le elite al governo hanno a tutti gli effetti trasferito i costi sulle classi più povere, sovraccaricando uno stato sociale già immiserito dall’austerità, ed esigendo un atteggiamento benevolente. Le proteste di questi strati sociali sono state bollate come “razziste” e “xenofobe”, specialmente dai cosiddetti “progressisti”. Il punto qui non dovrebbe essere se quelli che meno possono permetterselo debbano accogliere a braccia aperte o no i rifugiati ed i migranti. Il punto è innanzitutto che l’occidente non avrebbe dovuto creare quelle masse di rifugiati, come ha invece fatto con le sue invasioni, occupazioni e bombardamenti.


CONCLUSIONI: LA SCOMPARSA DELLA SINISTRA?

Abbiamo raccolto una serie di casi in cui la sinistra, a grandi linee, ha abbandonato qualsiasi tentativo di articolare una prospettiva critica sull’immigrazione. Lo vediamo in casi come:
la ritirata di Naomi Klein e Bernie Sanders e, in generale, di politici ed attivisti di sinistra, che o si sono chiusi nel silenzio o hanno proprio cambiato posizione;
la chiara riluttanza di accademici Marxisti, come David Harvey, a trarre le ovvie conclusioni dal loro stesso lavoro;
esponenti della sinistra che rifiutano le rimostranze delle classi lavoratrici, nel momento in cui viene loro imposta un’ulteriore austerità dovuta al fatto che sanità, istruzione e servizi sociali devono occuparsi dei migranti;
le elite politiche che cercano un appoggio da sinistra, fingendosi progressiste, mentre sostengono l’immigrazione dal Messico e dall’America Centrale.

Data, però, la stretta relazione tra immigrazione e capitalismo neoliberista, e dato l’attuale collasso dell’ordine neoliberale, la sinistra si sta condannando all’estinzione seguendo le tracce dei politici neoliberali. “Non voto per un razzista o un bigotto” si può facilmente tradurre con “sto salvando l’oligarchia”. Nell’occidente, potremmo quindi essere di fronte ad un punto di svolta storico ancora più grande di quanto avremmo potuto immaginare: un futuro plasmato dall’assenza della sinistra dal futuro stesso. Volendo essere meno pessimisti, la sinistra potrebbe diventare poco più che un residuo, un’eredità, che a volte riappare in forma di apparizioni superficiali, o di frasi fatte, piuttosto che una vera forza sociale.

Senza una sinistra, l’attuale distinzione destra-sinistra (che sta già sfumando ed evaporando da entrambi i lati) perderà ancor più senso, in special modo nel momento in cui la destra inizia ad appropriarsi di tematiche e preoccupazioni che per la sinistra una volta erano cruciali. […]

La cosa più importante da fare ora, in termini politici generali, è mettere le politiche migratorie al centro del dibattito democratico. Bisogna discuterne a fondo, e dovrebbe esserci una vasta consultazione pubblica. Biasimare semplicemente le persone per zittirle, con l’aiuto di facili e a volte ipocrite accuse di “razzismo”, non può essere un sostituto della democrazia. Il pubblico deve sapere come l’immigrazione colpisce i salari, i prezzi, le opportunità di lavoro, i servizi sociali, le organizzazioni sindacali, dato che questo tema è così profondamente legato alla politica economica, commerciale, e dello stato sociale. Sospetto che, al momento, negli Stati Uniti, secondo troppe persone “di sinistra”, il governo degli Stati Uniti dovrebbe rispondere più agli stranieri che ai cittadini americani, per quanto riguarda la politica migratoria. Questo è un approccio dannoso ed irrazionale. Oltre a ciò, troppo spesso le decisioni sull’immigrazione sono state prese a porte chiuse da comitati legati ad interessi privati, producendo programmi per l’immigrazione contorti e loschi, e deviando il dibattito fino al punto che le posizioni politiche sono così polarizzate che il discorso procede solo su posizioni che non ammettono alcuna obiezione. Infine, in termini di politica estera statunitense, serve un’inversione di rotta della pratica pluridecennale di promozione all’estero degli Stati Uniti come un faro, un modello, il punto più alto dello sviluppo e ricchezza umane, cosa che li rende la destinazione più ovvia per così tante persone che compiono delle scelte senza farsi troppe domande e senza sapere a cosa vanno incontro.

* Fonte: Zero Antropology - Voci dall'Estero

NOTE

Bachrach, Peter. (1980). The Theory of Democratic Elitism: A Critique. Lanham, MD: University Press of America.

Clinton, Hillary. (2016).
 Hillary Clinton’s Initiative on Technology & Innovation. HillaryClinton.com, June 27.

Confessore, Nicholas. (2016). “How the G.O.P. Elite Lost Its Voters to Donald Trump”. The New York Times, March 28.

Editors, Globe and Mail. (2016). “The end is nigh: Donald Trump, and other signs of the apocalypse”. The Globe and Mail, July 24.

Encyclopedia.com. (2007). Trinidad and Tobago. Worldmark Encyclopedia of Nations.

Forte, Maximilian C. (2016a). “The Wall: A Monument to the Nation-State”.Zero Anthropology, April 17.

Forte, Maximilian C. (2016b). “Social Imperialism and New Victorian Identity Politics”. Zero Anthropology, July 30.

Gilens, Martin, & Page, Benjamin I. (2014). “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”. Pre-publication draft, April 9.

Greenfield, Jeff. (2016). “Doubts Start Creeping In for Democrats”. Politico Magazine, August 1.

Guyana Times. (2015). “Letter to the Editor: Kamaluddin Mohamed did greater damage than good”. Guyana Times, December 14.

John, Arit. (2015). “Bernie Sanders Has an Immigration Problem With the Left”. Bloomberg, November 13.

Harvey, David. (2014). Seventeen Contradictions and the End of Capitalism. London: Profile Books Ltd.

Krugman, Paul. (2016). “Republican Elite’s Reign of Disdain”. The New York Times, March 18.

Kummer, Larry. (2015). “The numbers about immigration that fuel Trump’s campaign”. Fabius Maximus, September 17.

Kummer, Larry. (2016a). “Immigration: a cause of Brexit, denied by the Left”. Fabius Maximus, June 28.

Kummer, Larry. (2016b). “A Harvard Professor explains the populist revolt against immigration & globalization”. Fabius Maximus, July 14.

Kummer, Larry. (2016c). “A UK engineer explains: elites oppose Brexit because they import cheap workers”. Fabius Maximus, July 1.

Limbaugh, Rush. (2015). “I’ve Been Properly Credited for Coining the Term ‘Undocumented Democrats’”. The Rush Limbaugh Show, December 22.

Macpherson, C.B. (1965). The Real World of Democracy. Toronto: House of Anansi Press Inc.

Munro, Neil. (2016). “Hillary Clinton’s Vow To College Grads: I’ll Outsource Your Jobs To Foreign Graduates” Breitbart, June 28.

Romney, Mitt. (2016). Full transcript: Mitt Romney’s remarks on Donald Trump and the 2016 race. Politico, March 3.

Sadiq, Nauman. (2016). “Brexit: a Victory for Britain’s Working Class”.CounterPunch, June 24.

Salam, Reihan. (2016a). “Why Immigration Pushed Britons to Brexit: It’s not only about race”. Slate, June 24.

Salam, Reihan, (2016b). “Why Are Immigration Advocates So Quick to Play the Race Card?” National Review, July 1.

Savransky, Rebecca. (2016). “Trump: My GOP will be a ‘worker’s party’”. The Hill, May 26.

Street, Paul. (2016). “Political Correctness: Handle with Care”. CounterPunch, July 22.

Sullivan, Andrew. (2016). “Democracies end when they are too democratic. And right now, America is a breeding ground for tyranny”. New YorkMagazine, May 1.

Survival International. (1975). News from Survival International, 10, April.

US Department of State. (2009). Foreign Relations, 1964-1968, Volume XXXII, Dominican Republic; Cuba; Haiti; Guyana.

West, Patrick. (2016). “The post-Brexit ugliness of the left: Money-obsessed and anti-working class – the liberal left has revealed its ugly side”. Spiked, July 8.


Lettori fissi di SOLLEVAZIONE

Temi

Unione europea (953) euro (784) crisi (640) economia (630) sinistra (549) teoria politica (296) finanza (285) Leonardo Mazzei (282) M5S (275) P101 (251) grecia (247) Movimento Popolare di Liberazione (244) Governo giallo-verde (242) elezioni (239) imperialismo (237) sfascio politico (235) resistenza (226) Moreno Pasquinelli (225) sovranità nazionale (219) banche (215) internazionale (213) risveglio sociale (184) alternativa (168) seconda repubblica (167) Syriza (155) piemme (147) Tsipras (146) antimperialismo (135) debito pubblico (133) Matteo Renzi (131) programma 101 (129) spagna (122) filosofia (121) Francia (119) immigrazione (117) marxismo (117) PD (111) destra (111) sovranità monetaria (111) democrazia (109) costituzione (106) Matteo Salvini (104) neoliberismo (104) populismo (104) sollevazione (103) Stefano Fassina (97) islam (97) Grillo (94) Sandokan (94) elezioni 2018 (94) berlusconismo (91) proletariato (91) geopolitica (88) Carlo Formenti (86) Germania (86) Alberto Bagnai (83) Emiliano Brancaccio (83) austerità (80) bce (80) Medio oriente (79) Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro (78) sindacato (77) Podemos (76) Stati Uniti D'America (75) referendum costituzionale 2016 (74) sinistra anti-nazionale (73) Mario Monti (72) guerra (72) capitalismo (70) Libia (66) Russia (65) capitalismo casinò (63) Sergio Cesaratto (62) Rivoluzione Democratica (61) rifondazione (61) Lega (60) globalizzazione (60) liberiamo l'Italia (60) CLN (59) Siria (59) CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE (57) bancocrazia (57) immigrati (57) Sicilia (56) Alexis Tsipras (55) Alitalia (54) cinque stelle (54) legge elettorale (54) sovranismo (54) Diego Fusaro (53) Legge di Bilancio (53) brexit (53) Lega Nord (52) Pablo Iglesias (52) moneta (52) referendum (52) socialismo (52) neofascismo (51) sionismo (51) sovranità popolare (51) Emmezeta (50) fiat (50) Manolo Monereo (49) Movimento dei forconi (49) solidarietà (49) campo antimperialista (48) sinistra sovranista (48) gilet gialli (46) immigrazione sostenibile (46) Beppe Grillo (45) Nichi Vendola (45) renzismo (45) Troika (44) Yanis Varoufakis (44) astensionismo (43) inchiesta (43) uscita dall'euro (43) Luciano Barra Caracciolo (42) Mario Draghi (42) Israele (41) liberismo (40) palestina (40) Mimmo Porcaro (39) patriottismo (39) Fiorenzo Fraioli (38) Ugo Boghetta (38) proteste operaie (38) sinistra patriottica (38) italicum (37) Giorgio Cremaschi (36) Karl Marx (36) Marine Le Pen (35) ambiente (35) fiscal compact (35) uscita di sinistra dall'euro (35) III. Forum internazionale no-euro (34) Luigi Di Maio (34) Ucraina (34) egitto (34) nazione (34) 9 dicembre (33) Def (33) azione (33) ISIS (32) Merkel (32) cina (32) default (32) fiom (32) iran (32) islamofobia (32) populismo di sinistra (32) scienza (32) Forum europeo 2016 (31) Sel (31) governo Renzi (31) unità anticapitalisa (31) Fabio Frati (30) ecologia (30) xenofobia (30) Nello de Bellis (29) Putin (29) catalogna (29) storia (29) eurostop (28) napolitano (28) nazionalizzazione (28) Assemblea di Chianciano terme (27) menzogne di stato (27) Donald Trump (26) Mauro Pasquinelli (26) USA (26) elezioni europee 2019 (26) nazionalismi (26) silvio berlusconi (26) Beppe De Santis (25) Comitato centrale P101 (25) Forum europeo (25) Nato (25) elezioni siciliane 2017 (25) religione (25) scuola (25) Europa (24) Movimento 5 Stelle (24) Quantitative easing (24) Venezuela (24) finanziarizzazione (24) Aldo Giannuli (23) Lavoro (23) Stato di diritto (23) antifascismo (23) manifestazione 12 ottobre 2019 (23) ora-costituente (23) razzismo (23) repressione (23) Coordinamento nazionale sinistra contro l'euro (22) Esm (22) Roma (22) emigrazione (22) keynes (22) nazionalismo (22) Chianciano Terme (21) Front National (21) Simone Boemio (21) Stato islamico dell’Iraq e del Levante (21) Unità Popolare (21) etica (21) Conte bis (20) Emmanuel Macron (20) Foligno (20) Laikí Enótita (20) Marcia della Dignità (20) Regno Unito (20) Vladimiro Giacchè (20) coordinamento no-euro europeo (20) crisi di governo (20) iraq (20) manifestazione del 12 ottobre (20) melenchon (20) minibot (20) tecnoscienza (20) umbria (20) MES (19) Mariano Ferro (19) Norberto Fragiacomo (19) Sicilia Libera e Sovrana (19) Tunisia (19) fronte popolare (19) Domenico Moro (18) Donbass (18) F.S. (18) Izquierda Unida (18) Noi siciliani con Busalacchi (18) lotta di classe (18) pace (18) senso comune (18) Assisi (17) Costanzo Preve (17) Forum europeo delle forze di sinistra e popolari anti-Unione europea (17) Jacques Sapir (17) Paolo Savona (17) Perugia (17) Pier Carlo Padoan (17) chiesa (17) complottismo (17) cosmopolitismo (17) euro-germania (17) media (17) piano B (17) Enrico Letta (16) Forum di Atene (16) Luciano B. Caracciolo (16) Marco Mori (16) Prc (16) Reddito di cittadinanza (16) Renzi (16) Tonguessy (16) appello (16) ballottaggi (16) casa pound (16) fascismo (16) internazionalismo (16) sciopero (16) vendola (16) Cremaschi (15) Daniela Di Marco (15) International no euro forum (15) M. Micaela Bartolucci (15) Salvini (15) clima (15) comunismo (15) diritto (15) indipendenza (15) internet (15) manifestazione (15) piattaforma eurostop (15) tasse (15) vaccini (15) 15 ottobre (14) Alessandro Visalli (14) Alitalia all'Italia (14) Brancaccio (14) Enea Boria (14) Ernesto Screpanti (14) Eurogruppo (14) Fridays for Future (14) MMT (14) Monte dei Paschi (14) Movimento pastori sardi (14) Stato Islamico (14) Turchia (14) Vincenzo Baldassarri (14) no tav (14) obama (14) potere al popolo (14) salerno (14) Alessandro Di Battista (13) Bersani (13) Chavez (13) Enrico Grazzini (13) Eos (13) Jobs act (13) Legge di stabilità (13) Marino Badiale (13) Virginia Raggi (13) Wilhelm Langthaler (13) acciaierie Terni (13) cultura (13) disoccupazione (13) femminismo (13) finanziaria (13) giovine italia (13) privatizzazioni (13) regionalismo differenziato (13) sardine (13) unione bancaria (13) Alfredo D'Attorre (12) Costas Lapavitsas (12) D'alema (12) Forum europeo 2015 (12) Giulietto Chiesa (12) Negri (12) Panagiotis Lafazanis (12) Sergio Mattarella (12) analisi politica (12) decreto salva-banche (12) europeismo (12) global warming (12) keynesismo (12) salari (12) terzo memorandum (12) 14 dicembre (11) AST (11) Aldo Zanchetta (11) De Magistris (11) Dicotomia (11) France Insoumise (11) Gennaro Zezza (11) Ilva (11) Papa Francesco (11) Pardem (11) Portogallo (11) Stato (11) Stefano D'Andrea (11) corruzione (11) de-globalizzazione (11) elezioni anticipate (11) iniziative (11) mediterraneo (11) nucleare (11) ordoliberismo (11) presidenzialismo (11) proteste (11) sindacalismo di base (11) sinistra Italiana (11) sovranismi (11) Art. 18 (10) Bagnai (10) Bruno Amoroso (10) Carl Schmitt (10) Claudio Borghi (10) Fausto Bertinotti (10) Fmi (10) Forum Internazionale Anti-Ue delle forze popolari e di sinistra (10) Forum di Roma 2019 (10) George Soros (10) Gianluigi Paragone (10) Giorgetti (10) Hollande (10) Jean-Luc Mélenchon (10) Lista del Popolo (10) Marco Passarella (10) Marco Zanni (10) OLTRE L'EURO (10) Ora (10) Paolo Barnard (10) Quirinale (10) Risorgimento Socialista (10) Terni (10) cattiva scuola (10) decrescita (10) diritti civili (10) facebook (10) fisco (10) golpe (10) islanda (10) legge di bilancio 2020 (10) povertà (10) taranto (10) ANTARSYA-M.A.R.S. (9) Algeria (9) Antonio Rinaldi (9) Argentina (9) Bernie Sanders (9) CGIL (9) Campagna eurostop (9) Diritti Sociali (9) Draghi (9) Forconi (9) Paolo Ferrero (9) Stato nazione (9) Terza Repubblica (9) ThyssenKrupp (9) Von Hayek (9) Wolfgang Schaeuble (9) bail-in (9) bipolarismo (9) classi sociali (9) cosmo-internazionalismo (9) deficit (9) futuro collettivo (9) il pedante (9) istruzione (9) liberalismo (9) medicina (9) moneta fiscale (9) necrologi (9) questione nazionale (9) sociologia (9) sovranità (9) tecnologie (9) Antonio Gramsci (8) Corte costituzionale (8) DOPO IL 4 DICEMBRE (8) Erdogan (8) F.f (8) Fratelli d'Italia (8) Genova (8) Goracci (8) Gran Bretagna (8) II assemblea della CLN (1-3 settembre) (8) Ingroia (8) Italia Ribelle e Sovrana (8) Julio Anguita (8) Landini (8) Lenin (8) Luca Massimo Climati (8) Mattarella (8) Mirafiori (8) Yanis Varoufakys (8) borsa (8) debitocrazia (8) destra non euro (8) elezioni anticapte (8) elezioni anticipate 2017 (8) elezioni siciliane (8) grexit (8) inflazione (8) lira (8) manifestazione 25 marzo 2017 (8) marxisti dell'Illinois (8) nuovo movimento politico (8) questione femminile (8) regionalismo (8) sardegna (8) seminario programmatico 12-13 dicembre 2015 (8) svalutazione (8) transfemminismo (8) trasporto aereo (8) unità anticapitalista (8) unità nazionale (8) Abu Bakr al-Baghdadi (7) Alessandro Chiavacci (7) Alternative für Deutschland (7) Articolo 18 (7) CUB (7) Cub Trasporti (7) Dino Greco (7) Ernesto Laclau (7) Flat tax (7) Franz Altomare (7) Gaza (7) Giancarlo D'Andrea (7) Giuseppe Angiuli (7) ISIL (7) Inigo Errejón (7) Je so' Pazzo (7) Jeremy Corbyn (7) Joseph Stiglitz (7) MMT. Barnard (7) Macron (7) Massimo Bontempelli (7) Maurizio Landini (7) Me-Mmt (7) Michele Berti (7) Nuit Debout (7) Oskar Lafontaine (7) Papa Bergoglio (7) Pil italiano (7) Riccardo Achilli (7) Samuele Mazzolini (7) Sapir (7) Seconda Assemblea P101 (7) Ttip (7) agricoltura (7) aletheia (7) anarchismo (7) autodeterminazione dei popoli (7) bankitalia (7) confederazione (7) contante (7) derivati (7) eurexit (7) eurocrack (7) giovani (7) il manifesto (7) incontri (7) magistratura (7) nazismo (7) patria e costituzione (7) pensioni (7) risorgimento (7) rivolta (7) rivoluzione civile (7) rossobrunismo (7) sanità (7) spread (7) trasporto pubblico (7) Ars (6) Banca centrale europea (6) Bazaar (6) Bottega partigiana (6) CETA (COMPREHENSIVE ECONOMIC AND TRADE AGREEMENT) (6) Carlo Galli (6) Casaleggio (6) Contropiano (6) Eros Cococcetta (6) Eugenio Scalfari (6) Franco Bartolomei (6) Frédéric Lordon (6) Giorgia Meloni (6) M.AR.S. (6) Maduro (6) Marx (6) Militant-blog (6) Nino galloni (6) No Renzi Day (6) Noi con Salvini (6) ORA! (6) Pcl (6) Pisapia (6) Polonia (6) REDDITO MINIMO UNIVERSALE (6) Regioni autonome (6) Sandro Arcais (6) Stato di Polizia (6) Target 2 (6) Teoria Monetaria Moderna (6) Thomas Fazi (6) Titoli di stato (6) Toni negri (6) USB (6) Ungheria (6) Viktor Orban (6) assemblea nazionale 2-3 luglio 2016 (6) automazione (6) beni comuni (6) cinema (6) fabrizio Marchi (6) famiglia (6) giovanni Tria (6) governo Gentiloni (6) ideologia (6) incontro internazionale (6) la variante populista (6) liberosambismo (6) migranti (6) no-Ttip (6) nuovo soggetto politico (6) populismo democratico (6) suicidi (6) suicidi economici (6) tecnica (6) terremoto (6) uber (6) utero in affitto (6) Alberto Negri (5) America latina (5) Angelo Panebianco (5) Anguita (5) Antonio Ingroia (5) Assad (5) Carola Rackete (5) Dario Guarascio (5) Decreto Dignità (5) Decreto sicurezza (5) Dimitris Mitropoulos (5) Federalismo (5) Federico Fubini (5) Ferdinando Pastore (5) Finlandia (5) Forza Italia (5) Franco Busalacchi (5) Giuseppe Mazzini (5) HAMAS (5) Hilary Clinton (5) Il popolo de i Forconi (5) Joël Perichaud (5) Kirchner (5) Lucca (5) Luigi De Magistris (5) MOHAMED KONARE (5) Marcello Teti (5) Mario Monforte (5) No Monti Day (5) No debito (5) Npl (5) Nuova Direzione (5) Paolo Becchi (5) Parigi (5) Partito tedesco (5) Pier Paolo Dal Monte (5) Rete dei Comunisti (5) Romano Prodi (5) Rosatellum 2 (5) Sharing Economy (5) Soleimani (5) Stathis Kouvelakis (5) TTIP (TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSHIP) (5) Trump (5) Val di Susa (5) Wolfgang Munchau (5) Yemen (5) afghanistan (5) alleanze (5) banche popolari (5) brasile (5) camusso (5) chiesa ortodossa (5) confindustria (5) cuba (5) debitori (5) decreto vaccini (5) di Pietro (5) donna (5) elezioni regionali 2015 (5) elezioni. Lega (5) fratelli musulmani (5) giornalismo (5) governo (5) greta thumberg (5) jihadismo (5) laicismo (5) massimo fini (5) pomigliano (5) procedura d'infrazione (5) proteste agricoltori (5) rifugiati politici (5) salvinismo (5) teologia (5) tremonti (5) wikileaks (5) 16 giugno Roma (4) ALBA (4) Africa (4) Alessandro Somma (4) Alessia Vignali (4) Altiero Spinelli (4) Andrea Ricci (4) Anna Falcone (4) Antonio Amoroso (4) Assange (4) Aurelio Fabiani (4) Autostrade per l'Italia (4) Bergoglio (4) Brigate sovraniste (4) CSNR (4) Candidatura d’Unitat Popular (CUP) (4) Carovana di solidarietà (4) Cesaratto (4) Charlie Hebdo (4) Chiavacci Alessandro (4) Città della Pieve (4) Claudio Martini (4) Comitato per il No nel referendum sulla legge costituzionale Renzi- Boschi (4) Consiglio nazionale ORA! (4) Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (4) Corea del Nord (4) Danilo Calvani (4) Danilo Zolo (4) Deutsche Bank (4) Die Linke (4) Diego Melegari (4) Emanuele Severino (4) Ernesto Galli Della Loggia (4) Felice Floris (4) Francesco Giavazzi (4) Frente civico (4) Fronte Sovranista Italiano (4) GIAPPONE (4) Giuliano Pisapia (4) Giulio Regeni (4) Giulio Sapelli (4) Imu (4) Incontro di Roma (4) Italexit (4) JP Morgan (4) Jacques Nikonoff (4) Karl Polany (4) Kke (4) L'Altra Europa con Tsipras (4) Lafontaine (4) Laura Boldrini (4) Leonardo Mazzzei (4) Luciano Canfora (4) Luciano Gallino (4) Luciano Vasapollo (4) Lucio Chiavegato (4) Luigi Ferrajoli (4) Lupo (4) MPL (4) Marcello Minenna (4) Marchionne (4) Martin Heidegger (4) Morgan Stanley (4) Mosul (4) NO TAP (4) Noi sicialiani con Busalacchi (4) ONU (4) Oscar Lafontaine (4) Paolo Gerbaudo (4) Pci (4) Piattaforma di sinistra (4) Piero Bernocchi (4) Prodi (4) ROSSA (4) Rajoy (4) Sefano Rodotà (4) Sergio Starace (4) Simone Pillon (4) Slavoj Žižek (4) Stato d'emergenza (4) TAP (4) Tyssenkrupp (4) VOX (4) Varoufakis (4) Visco (4) Vladimiro Giacché (4) Xarxa Socialisme 21 (4) Xi Jinping (4) agricoltura biologica (4) al-Sisi (4) alceste de ambris (4) anarchici (4) antisemitismo (4) antisionismo (4) arancioni (4) bigenitorialità (4) califfato (4) carceri (4) cipro (4) coalizione sociale (4) crisi bancaria (4) cristianesimo (4) cristianismo (4) curdi (4) demografia (4) diritti di cittadinanza (4) donne (4) elezioni 2017 (4) elezioni comunali 2017 (4) elezioni siciliane 2012 (4) filo rosso (4) gender (4) il fatto quotidiano (4) informatica (4) intelligenza artificiale (4) irisbus (4) irlanda (4) italia (4) ius soli (4) legge del valore (4) legge di stabilità 2017 (4) parti de gauche (4) patrimoniale (4) porcellum (4) precarietà (4) presidente della repubblica (4) primarie (4) protezionismo (4) risparmio (4) salute (4) saviano (4) seminario (4) sinistra transgenica (4) sottoscrizione (4) spending review (4) spesa pubblica (4) statizzazione banche (4) terzo polo (4) transizione al socialismo (4) trattati europei (4) truffa bancaria (4) università (4) wikidemocrazia (4) xylella (4) 19 ottobre (3) Ahmadinejad (3) Alavanos (3) Albert Einstein (3) Alberto Alesina (3) Alfiero Grandi (3) Amodeo (3) Antonella Stirati (3) Aquisgrana (3) Arabia saudita (3) Armando Mattioli (3) Associazione Riconquistare la Sovranità (3) Atene 26-28 giugno (3) Aventino (3) BRIM (3) Barbara Spinelli (3) Benedetto Croce (3) Benetton (3) Bernd Lucke (3) Bin Laden (3) Bloco de Esquerda. (3) Cerveteri Libera (3) Cia (3) Ciudadanos (3) Comitato No Debito (3) Commissione europea (3) Coordinamento Democrazia Costituzionale (3) Coordinamento dei Comitati per il NO-Umbria (3) Coordinamento no E45 autostrada (3) Davide Serra (3) Dieudonné M'bala M'bala (3) Diosdado Toledano (3) EDWARD SNOWDEN (3) Eleonora Forenza (3) Ernest Vardanean (3) Eurasia (3) Fabio Nobile (3) Fabrizio Tringali (3) Fausto Sorini (3) Filippo Abbate (3) Francesco Neri (3) Francesco Salistrari (3) Fratoianni (3) Gianni Ferrara (3) Giorgio Lunghini (3) Giovanni Gentile (3) Giuliana Nerla (3) Giulio Bonali (3) Giuseppe Pelazza (3) Goofynomics (3) Gramsci (3) Guido Grossi (3) HELICOPTER MONEY (3) Hezbollah (3) ISTAT (3) Ilaria Bifarini (3) Iugoslavia (3) Ivan Cavicchi (3) Jens Weidmann (3) Jugoslavia (3) Leonardo SInigaglia (3) Lista Tsipras (3) Luca Ricolfi (3) Magdi Allam (3) Manolo Monero Pérez (3) Marcello Foa (3) Marco Bulletta (3) Marco Mainardi (3) Mario Volpi (3) Marxista dell'Illinois n.2 (3) Massimo De Santi (3) Massimo cacciari (3) Maurizio Fratta (3) Maurizio del Grippo (3) Milton Friedmann (3) Modern Money Theory (3) Moldavia (3) Morya Longo (3) Napoli (3) Nigel Farage (3) No Mes (3) No e-45 autostrada (3) Noi Mediterranei (3) Olanda (3) Palermo (3) Panagiotis Sotiris (3) Paola De Pin (3) Partito Italexit (3) Patrizia Badii (3) Pedro Montes (3) Pkk (3) Poroshenko (3) Rinascita (3) Rodoflo Monacelli (3) Ruggero Arenella (3) Salento (3) Sarkozy (3) Scenari Economici (3) Six Pack (3) Stavros Mavroudeas (3) Ugo Arrigo (3) Ungheria. jobbink (3) Ventotene (3) Viareggio (3) al-Nusra (3) alba dorata (3) austria (3) biotecnocrazia (3) bollettino medico (3) crediti deteriorati (3) debito (3) deflazione (3) deflazione salariale (3) diritto d'asilo politico (3) diritto di cittadinanza (3) divorzio banca d'Italia Tesoro (3) dollaro (3) economia sociale di mercato (3) elezioni 2020 (3) euroasiatismo (3) foibe (3) forza nuova (3) giustizia (3) inceneritori (3) indignati (3) ines armand (3) insegnanti (3) internazionale azione (3) legge di stabilità 2015 (3) legge truffa (3) machiavelli (3) maternità surrogata (3) mattarellum (3) mezzogiorno (3) minijobs. Germania (3) negazionismo (3) noE-45 autostrada (3) occidente (3) oligarchia (3) olocausto (3) partito (3) partito democratico (3) prescrizione (3) psicanalisi (3) quota 100 (3) rai (3) ratzinger (3) riforma del senato (3) robotica (3) sanità. spending review (3) sciopero generale (3) seminario teorico (3) senato (3) sme (3) social media (3) socialdemocrazia (3) sondaggi (3) sovranità e costituzione (3) sovrapproduzione (3) takfir (3) tassisti (3) terza assemblea P101 (3) tv (3) violenza (3) web (3) 11 settembre (2) 12 aprile (2) 25 aprile 2017 (2) 27 ottobre 2012 (2) A/simmetrie (2) ALDE (2) Ada Colau (2) Agenda Monti (2) Alberto Benzoni (2) Alberto Montero (2) Alétheia (2) Amando Siri (2) Amazon (2) Andalusia (2) Angelo Salento (2) Antonello Ciccozzi (2) Antonello Cresti (2) Arditi del Popolo (2) Armando Siri (2) Atlante (2) Baath (2) Bahrain (2) Banca (2) Bandiera rossa in movimento (2) Berretti Rossi (2) Bilderberg (2) Black Lives Matter (2) Blockchain (2) Bolivia (2) Bolkestein (2) Borotba (2) Brushwood (2) CISL (2) Carc (2) Carlo Clericetti (2) Carlo Freccero (2) Carlo Romagnoli (2) Cernobbio (2) Certificati di Credito Fiscale (2) Cesarina Branzi (2) Cgia Mestre (2) Chantal Mouffe (2) Cile (2) Cirimnnà (2) Civati (2) Claudia Castangia (2) Colonialismo (2) Comitato antifascista russo-ucraiono (2) Conte (2) Coordinamento europeo della Sinistra contro l’euro (2) Dani Rodrik (2) De Bortoli (2) Der Spiegel (2) Diem25 (2) Domenico Losurdo (2) Don Giancarlo Formenton (2) Dugin (2) EReNSEP (2) Edoardo Biancalana (2) Ego della Rete (2) Emilia Clementi (2) Emilia-Romagna (2) Emiliano Gioia (2) Enzo Pennetta (2) Eric Toussaint (2) Ettore Livini (2) European Quantitative-easing Intermediated Program (2) Extincion Rebellion (2) F.List (2) Federal reserve (2) Fidel Castro (2) Fidesz (2) Filippo Gallinella (2) Fiumicino (2) Forestale (2) Forum Internazionale antiEU delle forze popolari (2) Forum Popoli Mediterranei (2) Francesco Lamantia (2) Francesco Maria Toscano (2) Francesco Piobbichi (2) Franco Russo (2) Frosinone (2) Fulvio Grimaldi (2) Futuro al lavoro (2) Generale Pappalardo (2) Gentiloni (2) Giacomo Bracci (2) Giacomo Russo Spena (2) Giada Boncompagni (2) Giancarlo Cancelleri (2) Gig Economy (2) Giorgio Gattei (2) Giuliano Amato (2) Giuseppe Palma (2) Goldman Sachs (2) Google (2) Grottaminarda (2) Guido Viale (2) Hartz IV (2) Hegel (2) Hitler (2) Héctor Illueca (2) INPS (2) Incontro di Madrid 19/21 febbraio 2016 (2) Iniciativa za Demokratični Socializem (2) Iniziativa per il socialismo democratico (2) Italia Ribelle (2) Iugend Rettet (2) JULIAN ASSANGE (2) Jacopo Custodi (2) Javier Couso Permuy (2) Juan Carlos Monedero (2) Juncker (2) Junker (2) Kalergy (2) Ken Loach (2) Kostas Lapavitsas (2) Kurdistan (2) La Grassa (2) Lelio Basso (2) Lelio Demichelis (2) Loretta Napoleoni (2) Ltro (2) M-48 (2) Maastricht (2) Mali (2) Manolis Glezos (2) Marco Revelli (2) Marco Rizzo (2) Maria Elena Boschi (2) Maria Rita Lorenzetti (2) Mario Tronti (2) Mark Zuckerberg (2) Marocco (2) Massimo D'Antoni (2) Massimo PIvetti (2) Michele Serra (2) Michele fabiani (2) Microsoft (2) Militant (2) Moscovici (2) Movimento Politico d'Emancipazione Popolare (2) Mussari (2) Mélenchon (2) Nadia Garbellini (2) Netanyahu (2) Nicaragua (2) Omt (2) Oriana Fallaci (2) Ostia (2) Paolo Maddalena (2) Papa (2) Partito comunista (2) Patto di Stabilità e Crescita (2) Paul Krugman (2) Paul Mason (2) PdCI (2) Pdl (2) Piano di eradicazione degli ulivi (2) Piemonte (2) Pippo Civati (2) Portella della Ginesta (2) Preve (2) Quarto Polo (2) Raffaele Alberto Ventura (2) Reddito di inclusione sociale (2) Riccardo Bellofiore (2) Riccardo Ruggeri (2) Riscossa Italia (2) Roberto Ferretti (2) Rosanna Spadini (2) Rosarno (2) Rosatellum (2) Rozzano (2) Ryan air (2) SPD (2) STX (2) Sahra Wagenknecht (2) Salistrari (2) Schumpeter (2) Scilipoti (2) Scozia (2) Seconda Assemblea CLN (2) Sergio Bellavita (2) Sergio Cararo (2) Sergio Cofferati (2) Severgnini (2) Shale gas (2) Simone Di Stefano (2) Slovenia (2) Stato penale (2) Stefano Zecchinelli (2) Steve Bannon (2) Stiglitz (2) Tasi (2) Tasos Koronakis (2) Telecom (2) Terzo Forum (2) Thissen (2) Thomas Piketty (2) Tito Boeri (2) Tiziana Alterio (2) Tiziana Ciprini (2) Tltro (2) Tomaso Montanari (2) Tor Sapienza (2) Torino (2) Transatlantic Trade and Investment Partnership (2) Transnistria (2) Trilateral (2) UIL (2) UKIP (2) Umberto Eco (2) Ursula von der Leyen (2) Valerio Bruschini (2) Von Der Leyen (2) Vox Italia (2) Zagrebelsy (2) Zoe Constantopoulou (2) accordo del 20 febbraio (2) accordo sul nucleare (2) agricoltori indignati (2) al Serraj (2) al-Durri (2) al-qaeda (2) alawismo (2) animalismo (2) antimperialista (2) antispecismo (2) antropologia (2) atac (2) banche venete (2) battaglia d'autunno (2) blocco sociale (2) bontempelli (2) burkini (2) calunnia (2) casa (2) clausole di salvaguardia (2) cobas (2) comitato di Perugia (2) composizione di classe (2) comuni (2) comunicazione (2) debito privato (2) denaro (2) deregulation (2) domenico gallo (2) due euro (2) dughin (2) elezioni comunali 2015 (2) elezioni comunali 2019 (2) embraco (2) enel (2) energia (2) ennahda (2) esercito (2) eugenetica (2) expo (2) export (2) fake news (2) fecondazione eterologa (2) fincantieri (2) fine del lavoro (2) frontiere (2) gaypride (2) genetica (2) gennaro Migliore (2) geoeconomia (2) giacobinismo (2) governicchio (2) indignatos (2) industria italiana (2) intimperialismo (2) isu sanguinis (2) legge (2) legge di stabilità 2018 (2) lgbt (2) libano (2) liberi e uguali (2) libertà di pensiero (2) maidan (2) manifestazione 2 giugno 2018 (2) marina silva (2) mercantislismo (2) nazionalizzare le autostrade (2) no expo (2) non una di meno (2) omosessualità (2) ong (2) paolo vinti (2) pareggio di bilancio (2) parlamento europeo (2) patria (2) patto del Nazareno (2) patto grecia-israele (2) patto politico (2) peronismo (2) petrolio (2) pietro ratto (2) poste (2) poste italiane (2) proporzionale (2) province (2) razionalismo (2) reddito di base (2) ricchezza (2) riduzione parlamentari (2) rifiuti (2) riformismo (2) rivoluzione russa (2) rivoluzione socialista (2) scissione pd (2) serbia (2) shador (2) shoa (2) silicon valley (2) sinistra anticapitalista (2) sinistra critica (2) società (2) stagnazione secolare (2) stop or-me (2) studenti (2) tasso di cambio (2) transgender (2) transumano (2) ulivi (2) unioni civili (2) uniti e diversi (2) uscita da sinistra (2) vincolo di mandato (2) vota NO (2) "cosa rossa" (1) 100 giorni (1) 101 Dalmata. il più grande successo dell'euro (1) 11-12 gennaio 2014 (1) 14 novembre (1) 17 aprile (1) 19 ottobre 2019 (1) 1961 (1) 20-24 agosto 2014 (1) 25 aprile 2014 (1) 25 aprile 2015 (1) 25 aprile 2018 (1) 28 marzo 2014 (1) 31 marzo a Milano (1) 4 novembre (1) 5G (1) 6 gennaioMovimento Popolare di Liberazione (1) 8 settembre (1) 9 febbraio 2019 (1) 9 novembre 2013 (1) A. Barba (1) AL NIMR (1) Abd El Salam Ahmed El Danf (1) Aberto Bellini (1) Accellerazionismo (1) Achille Occhetto (1) Acqua pubblica (1) Adenauer (1) AirCrewCommittee (1) Alain Parguez (1) Alan Greenspan (1) Alan Johnson (1) Alba Libica (1) Albania (1) Albert Jeremiah Beveridge (1) Albert Reiterer (1) Albert Rivera (1) Alberto Perino (1) Alcoa (1) Aldo Barba (1) Aldo Bronzo (1) Aleksey Mozgovoy (1) Alemanno (1) Aleppo (1) Alesina (1) Alessandro Mustillo (1) Alessandro Trinca (1) Alex Zanotelli (1) Alexander Zakharchenko (1) Alterfestival (1) Alternativa per la Germania (1) Alì Manzano (1) Ambrogio Donini (1) Ambrose Evans Pritchard (1) Amedeo Argentiero (1) Amintore Fanfani (1) Amoroso (1) Anders Breivik (1) Andrew Brazhevsky (1) Andrew Spannaus (1) Angela Matteucci (1) Angelo di Carlo (1) Angus Deaton (1) Anis Amri (1) Anna Angelucci (1) Anna Lami (1) Anschluss (1) Anthony Coughlan (1) Antonella Stocchi (1) Antonio De Gennaro (1) Antonio Guarino (1) Antonio Rinaldis (1) Antonis Ragkousis (1) Antonis-Ragkousis (1) Apple (1) Arditi (1) Argo Secondari (1) Argyrios Argiris Panagopoulos (1) Arnaldo Otegi (1) Ars Longa (1) Art 81 (1) Art. 11 (1) Art.50 Trattato Lisbona (1) Articolo1 (1) Artini (1) Artuto Scotto (1) Ascheri (1) Atene (1) Athanasia Pliakogianni (1) Atlantia (1) Attali (1) Augusto Graziani (1) Australia (1) BDI (1) BORIS NEMTSOV (1) BRI (1) Banca d'Italia (1) Banca mondiale (1) Barcelona en comú (1) Bashar al-Assad (1) Basilicata (1) Bastasin (1) Battaglione Azov (1) Bazar (1) Bcc (1) Bekaert (1) Belardelli (1) Belgio (1) Benigni (1) Benoît Hamon (1) Bernard-Henri Levy (1) Bielorussia (1) Bifo (1) Bilancio Ue (1) Bini Snaghi (1) Bisignani (1) Bismarck (1) Black Panthers (1) Blade Runner 2049 (1) Boicotta Eurovision (1) Boikp Borisov (1) Bolsonaro (1) Bossi (1) Branko Milanovic (1) Brennero (1) Bretagna (1) Brigata kalimera (1) Brindisi (1) Britannia (1) Bruderle (1) Bruno Steri (1) Bruno Vespa (1) Bulgaria (1) ByoBlu (1) C.f.. Governo giallo-verde (1) CARTA DI FIRENZE 2019 (1) CCF (1) CNL (1) COMITATO OPERAI E CITTADINI PER L'AST (1) COSMOPOLITICA (1) Calabria (1) Calenda (1) Cambiare si può (1) Cameron (1) Cammino per la libertà (1) Cancellieri (1) Carchedi (1) Caritas (1) Carlo Candi (1) Carlo De Benedetti (1) Carlo Rovelli (1) Carmine Pinto (1) Casal Bruciato (1) Cascina Raticosa (1) Casini (1) Cassazione (1) Cassese Sabino (1) Catarina Martins (1) Cekia (1) Cesare Battisti (1) Checchino Antonini (1) Checco (1) Chiaberge Riccardo (1) Chiara Appendino (1) Chisinau (1) Chișinău (1) Christian Napolitano (1) Christian Rocca (1) Christoph Horstel (1) Circo Massimo (1) Cirinnà (1) Civitavecchia (1) Claudia Zeta (1) Claudio Maartini (1) Claudio Magris (1) Claus Offe (1) Concita De Gregorio (1) Confederazione europea (1) Conferenza d'apertura (1) Consiglio europeo del 26-27 giugno 2014 (1) Coord (1) Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione (1) Corea del Sud (1) Corriere della sera (1) Corte Europea sui diritti dell'uomo (1) Cosenza (1) Crimea (1) Cristina Re (1) Cuperlo (1) DDL (1) Dagospia (1) Daisy Osauke (1) Damiano palano (1) Dan Glazebrook (1) Daniela Conti (1) Daniele Manca (1) Danimarca (1) Dario Fo (1) Davide Bono (1) Davide Gionco (1) Davos (1) De Masi (1) De Vito (1) Debora Billi (1) Debt Redemption Fund (1) Del Rio (1) Denis Mapelli (1) Dichiarazione universale dei diritti umani (1) Dimitris Christoulias (1) Dio (1) Dmitriy Kolesnik (1) Domenico Quirico (1) Domenico Rondoni (1) Dominique Strauss-Khan (1) Don Sturzo (1) Donald Tusk (1) Duda (1) ECO (1) EPAM (1) Eco della rete (1) Eduard Limonov (1) Elctrolux (1) Eleonora Florenza (1) Elinor Ostrom (1) Elliott Gabriel (1) Emanuele Filiberto (1) Emilio Gentile (1) Emma Bonino (1) Emmanuel Mounier (1) Emmeffe (1) Enrica Perucchietti (1) Enrico Angelini Partigiano (1) Enrico Gatto (1) Enrico Rossi (1) Enrico padoan (1) Erasmo vecchio (1) Ernesto Pertini (1) Ernst Bloch (1) Eros Francescangeli (1) Erri De Luca (1) Etiopia (1) Ettore Gotti Tedeschi (1) Eugenio Scalgari (1) Eunoè (1) Eurispes (1) Europa a due velocità (1) Evo Morales (1) FF2 (1) Fabiani (1) Fabio Amato (1) Fabio De Masi (1) Fabio Dragoni (1) Fabio Mini (1) Fabio Petri (1) Fabriano (1) Fabrizio De Paoli (1) Fabrizio Rondolino (1) Falluja (1) Favia (1) Federazione delle Industrie Tedesche (1) Federica Aluzzo (1) Federico Caffè (1) Federico II il Grande (1) Ferrero (1) Fertility Day (1) Filippo Dellepiane (1) Filippo Nogarin (1) Filippo Santarelli (1) Fiorito (1) Florian Philippot (1) Folkebevægelsen mod EU (1) Foodora (1) Foro di Sao Paulo (1) Forum Ambrosetti (1) Forum dei Popoli Mediterranei (1) Forum di Assisi (1) Francesca Donato (1) Francesco Campanella (1) Francesco Cardinali (1) Francesco Garibaldo (1) Francesco Giuntoli (1) Francesco Lenzi (1) Francesco Magris (1) Franco Venturini (1) Frauke Petry (1) Fred Kuwornu (1) Freente Civico (1) Freud (1) Front de gauche (1) Fronte della gioventù comunista (1) Fuad Afane (1) Fukuyama (1) Fuori dall'euro (1) GMJ (1) Gabanelli (1) Gabriele Gesso (1) Gandhi (1) George Friedman (1) George Monbiot (1) Germanicum (1) Gesù (1) Gezi park (1) Giacomo Bellini (1) Giacomo Bellucci (1) Giacomo Vaciago (1) Giacomo Zuccarini (1) Giancarlo Bergamini (1) Gim cassano (1) Giordano Sivini (1) Giovanna Vertova (1) Giovanni De Cristina (1) Giovanni Lo Porto (1) Giovanni Schiavon (1) Giovanni Tomei (1) Giovanni di Cristina (1) Giulia Grillo (1) Giuliana Commisso (1) Giuliano Procacci (1) Giulio Ambrosetti (1) Giulio Girardi (1) Giulio Tarro (1) Giulio Tremonnti (1) Giuseppe Altieri (1) Giuseppe Guarino (1) Giuseppe Travaglini (1) Giuseppe Turani (1) Giuseppe Zupo (1) Glauco Benigni (1) Godley (1) Grasso (1) Graziano Priotto (1) Grecia presidio 9/9/19 (1) Guerra di liberazione algerina (1) Guglielmo Forges Davanzati (1) Guido Lutrario (1) Guido Ortona (1) Günther Anders (1) HSBC (1) Hainer Flassbeck (1) Haitam Manna (1) Haiti (1) Haver Analytics (1) Hawking (1) Heiner Flassbeck (1) Hillary Clinton (1) Hjalmar Schacht (1) Hong Kong (1) Huawei (1) Huffington Post (1) IPHONE (1) IRiS (1) IS (1) Ida Magli (1) Ignazio Marino (1) Il tramonto dell'euro (1) Ilaria Lucaroni (1) Illueca (1) Imposimato (1) Improta (1) Indesit (1) Indipendenza e Costituzione (1) Inge Höger (1) Intellettuale dissidente (1) International Forum of Sovereign Wealth Funds (1) Intesa Sanpaolo (1) Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (1) Italia dei valori (1) J.Habermas (1) JAMES GALBRAITH (1) JOBS ACT(ING) IN ROME (1) Jacques Delors (1) Jacques Rancière (1) James Holmes (1) James K. Galbraith (1) James Petras (1) Jaroslaw Kaczynsk (1) Jason Barker (1) Je so' Pazz' (1) Jean Claude Juncker (1) Jean-Claude Juncker (1) Jean-Claude Lévêque (1) Jean-Claude Michéa (1) Jean-Jacques Rousseau (1) Jean-Paul Fitoussi (1) Jeremy Rifkin (1) Jo Cox (1) Joel Perichaud (1) John Laughland (1) John Locke (1) John Pilger (1) Jorge Alcazar Gonzalez (1) Joseph De Maistre (1) Joseph Shumpeter (1) Josephine Markmann (1) João Ferreira (1) Jugend Rettet (1) Juha Sipila (1) Junge Welt (1) Kalecky (1) Kalergi (1) Kelsen (1) Kemi Seba (1) Kenneth Kang (1) Kiev (1) Kirill Vasilev (1) Kolesnik Dmitriy (1) Kosovo (1) Kostas Kostoupolos (1) Kostas-Kostopoulos (1) Kouachi (1) Koutsianas Pantelis (1) Kruhman (1) Ktragujevac (1) Kyenge (1) L'Aquila (1) La Pira (1) La forte polarizzazione (1) La sinistra e la trappola dell'euro (1) La via maestra (1) La7 (1) Lagarde (1) Lapo Elkann (1) Lars Feld (1) Lasciateci fare (1) Leave (1) Lecce (1) Left (1) Legge 194 (1) Legge Acerbo (1) Legge Severino (1) Leonardo Coen (1) Leopolda (1) Lettera aperta ai movimenti sovranisti (1) Lev Gumilev (1) LexitNetwork (1) Lia De Feo (1) Lidia Riboli (1) Lidia Undiemi (1) Liguria (1) Lillo Massimiliano Musso. Leoluca Orlando (1) Lituana (1) Livorno (1) Logistica. Ikea (1) London Corrispondent Society (1) Lorenzin (1) Lorenzin Beatrice (1) Lorenzo Alfano (1) Lorenzo Del Savio (1) Lorenzo Dorato (1) Lorenzo Fioramonti (1) Lorenzo Fontana (1) Loris Caruso (1) Luca Donadel (1) Luca Pagni (1) Lucarelli (1) Lucia Annunziata (1) Lucia Morselli (1) Luciana Castellina (1) Luciano Violante (1) Lucio Magri (1) Lucio garofalo (1) Luigi De Giacomo (1) Luigi Nanni (1) Luigi Preiti (1) Luigi Zingales (1) Luka Mesec (1) López Obrador (1) M. Pivetti (1) M48 (1) M5 (1) MH 17 flight paths (1) MNLA (1) MOSE (1) Macchiavelli (1) Macedonia (1) Maida (1) Manuel Monereo (1) Manuel Montejo (1) Manuela Cadelli (1) Manuela Carmena (1) Marcello Barison (1) Marcello De Cecco (1) Marcello Veneziani (1) Marcia Perugia-Assisi (1) Marco Bersani (1) Marco Carrai (1) Marco Cattaneo (1) Marco Di Steafno (1) Marco Ferrando (1) Marco Fortis (1) Marco Giannini (1) Marco Palombi (1) Marco Pannella (1) Marco Parma (1) Marco Rovelli (1) Marco Santopadre (1) Marcuse (1) Margarita Olivera (1) Maria Grazia Da Costa (1) Marina Calculli (1) Marina Minicuci (1) Mario Esposito (1) Mark Rutte (1) Maroni (1) Marta Fana (1) Martin Lutero (1) Martin Wolf (1) Marxista dell'Illinois n.1 (1) Massimiliano Panarari (1) Massimo Costa (1) Massimo Gramellini (1) Massimo Recalcati (1) Massimo Villone (1) Matt O'Brien (1) Mattei (1) Matteo Mameli (1) Matteo Pucciarelli (1) Mauricio Macri (1) Maurizio Alfieri (1) Maurizio Blondet (1) Maurizio Franzini (1) Maurizio Leonardi (1) Maurizio Lupi (1) Maurizio Molinari (1) Maurizio Ricci (1) Maurizio Sgroi (1) Maurizio Vezzosi (1) Maurizio Zenezini (1) Maurizio zaffarano (1) Mauro Alboresi (1) Mauro Bocci (1) Mauro Maltagliati (1) Mauro Scradovelli (1) Mauro Volpi (1) Maximilian Forte (1) Mdp (1) Me.Fo. (1) Melanchon (1) Meloni (1) Mentana (1) Meridionalisti Italiani (1) Merk (1) Merloni (1) Messico (1) Metallurgiche Forschungsgesellschaft (1) Micah Xavier Johnson (1) Michael Jacobs (1) Michael Ledeen (1) Michael Moore (1) Michelangelo Vasta (1) Michele Ainis (1) Michele Ruggero (1) Mihaly Kholtay (1) Milano (1) Milosevic (1) Milton Friedman (1) Mimmo Lucano (1) Mincuo (1) Ministero economia e finanza (1) Mladic (1) Mohamed bin Salman (1) Mohammad Javad Zarif (1) Monica Maggioni (1) Monicelli (1) Mont Pélerin Society (1) Montegiorgio in Movimento (1) Moshe Ya’alon (1) Moves (1) Movimento 77 (1) Movimento R(e)evoluzione (1) Movimento democratici e progressisti (1) Movimento di Liberazione Popolare (1) Movimiento 15-M (1) Mulatu Teshome Wirtu (1) Musk (1) NIgeria (1) Nadia Valavani (1) Naji Al-Alì (1) Nancy Fraser (1) Natale (1) Neda (1) Nepal (1) Nethanyahu (1) New York Times (1) Nicky Hager (1) Nicola Ferrigni (1) Nicolas Dupont-Aignan (1) Nicoletta Dosio (1) Nicolò Bellanca (1) Nimr Baqr al-Nimr (1) No Fertility Day (1) Noam Chomsky (1) Noelle Neumann (1) Noi sicialiano con Busalacchi (1) Norbert Hofer (1) Norberto Bobbio (1) Nord Africa (1) Norma Rangeri (1) Nsa (1) OCSE (1) OLTRE L'EURO L'ALTERNATIVA C'È (1) OPEC (1) OXI (1) Olimpiadi (1) Olmo Dalcò (1) Omnium (1) Onda d'Urto (1) Open Society Foundations (1) Orietta Lunghi (1) P 101 (1) P-Carc (1) P01 (1) PCE (1) PCdI (1) PIANESI MARIO (1) POSSIBILE (1) PRISM (1) PSUV (1) Pablo Stefanoni (1) Padre Pio (1) Paesi baschi (1) Pakistan (1) Palladium (1) Panagoitis Sotiris (1) Panos "Panagiotis" Kammenos (1) Paola Muraro (1) Paolo Ciofi (1) Paolo Di Martino (1) Paolo Giussani (1) Paolo Maria Filipazzi (1) Paolo dall'Oglio (1) Paremvasi (1) Partito Comunista Italiano (1) Partito Comunista d'Italia (1) Partito del Lavoro (1) Partito radicale (1) Pasolini (1) Pasquale Voza (1) Passos Coelho (1) Patto di stabilità (1) Paul "Elliot" Singer (1) Paul De Grauwe (1) Paul Steinhardt (1) Per una sinistra rivoluzionaria (1) Perù (1) Pettirossi (1) Piano nazionale per la fertilità (1) Piepoli (1) Pier Francesco Zarcone (1) Pier Paolo Pasolini (1) Pierfranco Pellizzetti (1) Piero Calamandrei (1) Piero Gobetti (1) Piero Ricca (1) Piero fassina (1) Piero valerio (1) Pierre Laurent (1) Pietro Attinasi (1) Pietro Ingrao (1) Pietro Nenni (1) Pil (1) Pil argentino (1) Pinna (1) Pino Corrias (1) Pino Prestigiacomo (1) Piotr Zygulski (1) Pisa (1) Pizzarotti (1) Pomezia (1) Porto Recanati (1) Postcapitalism (1) Presidenza della Repubblica (1) Profumo (1) Puglia (1) Quadrio Curzio Alberto (1) Quisling (1) RENAUD LAMBERT (1) RISCOSSA ITALIANA (1) ROSS@ Parma (1) Rachid Ghannoūshī (1) Radek (1) Raffaele Ascheri (1) Raffaele Marra (1) Raffaella Paita (1) Ramadi (1) Ramarrik de Milford (1) Ramon Franquesa (1) Rapporto Werner (1) Ras Longa (1) Razem (1) Realfonzo (1) Remain (1) Renato Brunetta (1) René Girard (1) Report (1) Repubblica di Lugànsk (1) Rete Sostenibilità e Salute (1) Riccardo Terzi (1) Riccardo Tomassetti (1) Rino Formica (1) Risorgimento Meridionale (1) Rita Di Leo (1) Rizzo (1) Robert Mundell (1) Roberta Lombardi (1) Roberto D'Agostino (1) Roberto D'Alimonte (1) Roberto D'Orsi (1) Roberto Fico (1) Roberto Grienti (1) Roberto Marchesi (1) Roberto Martino (1) Roberto Massari (1) Roberto Musacchio (1) Roberto Palmerini (1) Roberto Santilli (1) Rocco Casalino (1) Rohani (1) Roma 13 ottobre 2018 (1) Roma 21 novembre 2015 (1) Romney (1) Rosario Crocetta (1) Rossano Rubicondi (1) Rovereto (1) SENZA EURO(PA) (1) SI COBAS (1) SInistra popolare (1) SYLVAIN LEDER (1) Sacko Soumayla (1) Said Gafurov (1) Sakorafa (1) Salmond (1) Salonicco (1) Salvatore Biasco (1) Salvatore D'Albergo (1) Samaras (1) Samir Amin (1) Sandro Targetti (1) Santori (1) Schengen (1) Schlageter (1) Scottish National Party (1) Scuola austriaca (1) Scuola di Friburgo (1) Sebastiano Isaia (1) Serge Latouche (1) Sergeï Kirichuk (1) Sergio Bologna (1) Sergio Romano (1) Shaimaa (1) Shaimaa el-Sabbagh (1) Shakira (1) SiAMO (1) Sig­mar Gabriel (1) Silvana Sciarra (1) Slai Cobas (1) Slavoj Zizek (1) Solone (1) Sorrentino (1) Spoleto (1) Sraffa (1) Standard & Poor's (1) Stanis Ruinas (1) Stefania Giannini (1) Stefano Alì (1) Stefano Azzarà (1) Stefano Bartolini (1) Stefano Feltri (1) Stefano Lucarelli (1) Stefano Musacchio (1) Stefano Petrucciani (1) Stefano Zai (1) Steven Forti (1) Storace (1) Stratfor (1) Strikemeeting (1) Sudafrica (1) Susana Díaz (1) Svitlana Grugorciùk (1) Svizzera (1) TISA (TRADE IN SERVICES AGREEMENT) (1) TPcCSA (1) Tarek Aziz (1) Tariq Alì (1) Tempa Rossa (1) Tfr (1) Thatcher (1) Theodoros Koudounas (1) Theresa Mai (1) Thomas Szmrzly (1) Thomas Zmrzly (1) Tiziana Aterio (1) Tiziana Drago (1) Togliatti (1) Tommaso Nencioni (1) Tommaso Rodano (1) Tonia Guerra (1) Tony Manigrasso (1) Topos Rosso (1) Toscana (1) Tribunale dell'Aia (1) Trichet (1) Tripoli (1) Tuareg (1) Two Pack (1) UGL (1) UPR (1) Udc (1) Ugo Mattei (1) Ulrich Grillo (1) Unicredit (1) Unio (1) United Kingdom Indipendent Party (1) Utoya (1) VLADIMIR LAKEEV (1) Vagelis Karmiros (1) Valerio Colombo (1) Vallonia (1) Vasilij Volga (1) Veltroni (1) Venezia (1) Veronica Duranti (1) Versilia (1) Vertice di Milano (1) Viale (1) Viktor Shapinov (1) Vilad Filat (1) Vincent Brousseau (1) Vincenzo Sparagna (1) Viscione (1) Vito Lops (1) Vito Storniello (1) Vittorio Bertola (1) Vittorio Carlini (1) Vittorio da Rold (1) Von Mises (1) Vox Populi (1) W. Streeck (1) WHIRLPOOL (1) Walter Eucken (1) Walter Tocci (1) Warren Mosler (1) Washington Consensus (1) Wen Jiabao (1) Westfalia (1) Wilders (1) Wolfgang Streeck (1) Wolkswagen (1) Wozniak (1) YPG (1) Ytzhac Yoram (1) Zagrebelsky (1) Zaia (1) Zalone (1) Zbigniew Brzezinski (1) Zecchinelli (1) Zedda Massimo (1) Zizek (1) Znet (1) Zolo (1) Zygmunt Bauman (1) aborto (1) accise (1) adozioni (1) aggressione (1) agorà (1) al-Fatah (1) al-Ghwell (1) alba mediterranea (1) alberto garzon (1) alluvione (1) alt (1) alta velocità (1) amanda hunter (1) amnistia (1) amore (1) andrea zunino (1) antropocene (1) apocalisse (1) appoggio tattico (1) arcelor Mittal (1) aree valutarie ottimali (1) armi (1) arresti (1) asia argento (1) askatasuna (1) assemblea di Roma del 4 luglio 2015 (1) assemblea nazionale del 22 e 23 ottobre (1) ateismo (1) autogestione (1) autostrade (1) ballarò (1) battisti (1) benessere (1) big five (1) bilancia dei pagamenti (1) bioetica (1) biologia (1) black block (1) blocco costituzionale (1) blocco nero (1) bloomberg (1) bomba atomica (1) bonapartismo (1) brigantaggio (1) bufale (1) bullismo (1) calcio (1) califfaato (1) campagna di finanziamento (1) capitolazione (1) carlo Bonini (1) carlo Sibilia (1) carta dei principi (1) cassa depositi e prestiti (1) catastrofe italiana (1) catene di valore (1) cdp (1) censis (1) censura (1) chokri belaid (1) comitato (1) comitato per la salvaguardia dei numeri reali (1) commemorazione (1) confini (1) conflitto di interezzi (1) confucio (1) consiglio superiore della magistratura (1) contestazione (1) controcorrente (1) convegno di Copenaghen (1) coronavirus (1) coronovirus (1) cretinate. (1) curzio maltese (1) cybercombattenti (1) cyborg (1) dabiq (1) dall'euro (1) dalla NATO e dal neoliberismo (1) david harvey (1) decalogo (1) decescita (1) decrescita felice (1) decretone (1) democratellum (1) democratiche e di sinistra (1) democrazia economica (1) deportazione economica (1) depressione (1) di Monica Di Sisto (1) dichiarazione di Roma (1) dimissioni (1) dimitris kazakis (1) diritti dei lavoratori (1) dissesto idrogeologico (1) dracma (1) ebraismo (1) economie di scala (1) economist (1) ecosocialismo (1) egolatria (1) elezioni comunali 2018 (1) elezioni regionali 2019 (1) enav (1) enrico Corradini (1) erasmus (1) esercito industriale di riserva (1) espulsione (1) estremismo (1) eurasismo (1) euroi (1) evasione fiscale (1) fabbriche (1) fallimenti (1) fascistizzazione della Lega (1) felicità (1) femen (1) femminicidio (1) fiducia (1) finan (1) finaza (1) flessibilità (1) flussi elettorali 2016 (1) fondi avvoltoio (1) fondi immobiliari (1) fondi sovrani (1) forme (1) freelancing (1) fuga dei capitali (1) fusione dei comuni (1) genere (1) giusnaturalismo (1) global compact (1) gold standard (1) governabilità (1) governo neutrale (1) grande coalizione (1) gravidanza (1) grazia (1) guerra di civiltà (1) guerra valutaria (1) hansel e gretel (1) hedge funds (1) i più ricchi del mondo (1) il cappello pensatore (1) illiberale (1) ilsimplicissimus (1) import (1) import-export (1) incendi (1) independent contractor (1) india (1) indignados (1) indipendeza e costituzione (1) individualismo (1) indulto (1) intena (1) intervista (1) ius sanguinis (1) ivana fabris (1) joker (1) kafir (1) l (1) la grande bellezza (1) legalità (1) legge Madia (1) legge anticorruzione (1) legge antisciopero (1) legge di stabilità 2016 (1) leva (1) leva obbligatoria (1) lex monetae (1) libaralismo (1) libe (1) liberalizzazioni (1) liberazionne (1) liberiamo (1) libra (1) linguaggio (1) link tax (1) liste civiche. (1) loi El Khomri (1) lotga di classe (1) luddismmo (1) lula (1) madre surrogata (1) mafiodotto (1) maghreb (1) malaysian AIRLINES (1) mandato imperativo (1) manifesto del Movimento Popolare di Liberazione (1) manlio dinucci (1) manovra (1) marchesi Antinori (1) marcia globale per Gerusalemme (1) massacri imperialisti (1) massimo bray (1) massoneria (1) materialismo storico (1) matrimoni omosessuali (1) matteo bortolon (1) matteo brandi (1) megalamania (1) memoria (1) mercantilismo (1) mercato (1) mercato del lavoro (1) militarismo (1) modello spagnolo (1) modello tedesco (1) modernità (1) molestie (1) momento polany (1) monetarismo (1) moody's (1) nascite (1) nazion (1) nazional-liberismo (1) neokeynesismo (1) no allo spezzatino (1) no vax (1) nobel (1) nomine ue (1) norvegia (1) numero chiuso (1) obiezione di coscienza (1) occupy wall street (1) oligarchia eurista (1) openpolis (1) operaismo (1) ore lavorate (1) osvaldo napoli (1) pacifismo (1) palmira (1) partite iva (1) partiti (1) partito americano (1) partito brexit (1) partito umanista (1) pecchioli luigi (1) personalismo (1) petiziion (1) piaciometro (1) piano Silletti (1) piano nazionale di prevenzione (1) piero visani (1) piigs (1) politicamente corretto (1) politiche austeritarie (1) polizia (1) ponte Morandi (1) popolo (1) post-elezioni (1) post-operaismo (1) postumano (1) profughi (1) programma UIKP (1) progresso (1) qualunquismo (1) questione meridionale (1) quinta internazionale (1) rampini (1) rappresentanza (1) recensioni (1) regione umbria (1) rete 28 Aprile (1) ride sharing (1) rider (1) risparmio tradito (1) risve (1) riunioni regionali (1) rivoluzione (1) robot killer (1) rosabrunismo (1) rublo (1) salafismo (1) salir del euro (1) sandro veronesi (1) sanzioni (1) scie chimiche (1) sciopero della fame (1) seisàchtheia (1) sequestro minori (1) sfruttamento (1) sicurezza (1) siderurgia (1) sindalismo di base (1) sinismo (1) smartphone (1) social forum (1) sondaggio demos (1) specismo (1) spionaggio (1) squatter (1) stadio (1) startup (1) statuto (1) sterlina (1) strategia militare (1) stress test (1) sud (1) suez (1) supe-bolla (1) supply-side economics (1) svimez (1) taglio parlamentari (1) takfirismo (1) tango bond (1) tassiti (1) tempesta perfetta (1) terza fase (1) terzigno (1) terzo stato (1) tesaurizzazione (1) torre maura (1) tortura (1) transumanismo (1) trappola della liquidità (1) trasformismo (1) trasumanesimo (1) trenitalia (1) triptrorelina (1) trivelle (1) troll (1) uassiMario Monti (1) uberizzazione (1) ultimatum (1) vademecum (1) vadim bottoni (1) valute (1) vattimo (1) vertice di Roma (1) volkswagen (1) voucher (1) wahabismo (1) wahhabismo (1) xenobot (1) yuan (1) zanotelli (1) zapaterismo (1)