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giovedì 19 settembre 2019

SOVRANISMO: DRAMMA O TRAGEDIA? di Piemme

[ giovedì 19 settembre 2019 ]

Ieri si è svolto a Roma un presidio di protesta contro la visita di Macron e in solidarietà col movimento popolare dei Gilet Gialli. E' stato promosso dalla sezione romana del comitato LIBERIAMO L'ITALIA, il comitato unitario che promuove la manifestazione nazionale del 12 ottobre.
Un presidio che fa onore ai promotori ed a chi ha partecipato. Non si poteva restare indifferenti rispetto alla visita di un Macron che si pone come leader dell'eurocrazia liberista, colui che si è vantato per la durissima repressione della protesta dei Gilet Gialli.

Non c'era tanta gente, ce n'era anzi poca rispetto a quella che ci sarebbe dovuta essere. Va bene, è stato organizzato in un paio di giorni. Va bene che c'era un dispositivo di deterrenza poliziesca esagerato. Roma è una metropoli difficile... Concorrono sempre diverse cause a spiegare un fenomeno, grande o piccolo che sia. Ma sempre va ricercata quella fondamentale. E quella fondamentale è la divisione nel campo del cosiddetto "sovranismo".

Malgrado il Comitato Liberiamo l'Italia che ha promosso il presidio contro Macron sia un organismo plurale, che non fa capo a questo o quel gruppo, non si è vista ieri alcuna delegazione di altri gruppi o associazioni "sovraniste".

Sì, certo, c'è settarismo. Sì, certo, "primadonnismo" di alcuni esponenti. Sì certo, c'è ruggine accumulatasi negli anni tra le diverse micro-correnti. Tutto vero quel che 
giustamente denuncia Francesco Amodeo.


I polli di Renzo...


Sophie Baconnet dei Gilet Gialli ieri a Roma

Il patriottismo da piccolo gruppo è comprensibile, diventa deleterio se va a discapito della comune causa patriottica, quella di liberare il Paese dalla catene che lo soggiogano, quella della sovranità popolare.

Il settarismo è sempre segno di autoreferenzialità, ovvero del proprio isolamento. E' la corazza dietro la quale ci si illude di proteggersi dalle intemperie. In verità non solo quell'autodifesa è aleatoria, entro quella corazza si finisce per marcire. Per dirla tutta: il settarismo riconcilia sé stessi con la propria impotenza.

Ma il settarismo non lo si sconfigge solo con gli appelli ecumenici, va contrastato sia sul piano teorico che con l'azione (unitaria).

C'è un primo fatto che spiega perché i piccoli gruppi sovranisti vanno accentuando la chiusura autodifensiva in sé stessi. E' lo sfondamento tra le masse della lega di Salvini. Nell'acqua sovranista il pesce grosso va fagocitando tutti quelli piccoli, che invece di fare blocco contro lo squalo bisticciano fra loro.

Ce n'è poi un secondo. Pesano, e come!, le divisioni ideologiche e politiche. In barba alla leggenda metropolitana del "rossobrunismo", non c'è alcuna vera convergenza tra sovranisti di destra e di sinistra. Lo si vede dal mal di pancia di tanti sovranisti che vengono da destra rispetto all'Appello per la manifestazione del 12 ottobre. Essi non digeriscono che tra i cinque punti dell'Appello vi sia la difesa e l'applicazione della Costituzione democratica del 1948. E perché non la digeriscono? Per il fatto che essa è stata scritta dalle forze antifasciste uscite vincenti dalla guerra civile del 1943-45. 

E a poco vale che i promotori della manifestazione del 12 ottobre non abbiano niente a che spartire con l'antifascismo di regime.  A poco vale ricordare ai sovranisti di destra ricordare che la nostra Costituzione da decenni è sotto attacco da parte dei poteri forti. Non serve nemmeno rammentare il famigerato documento del 2013 della banca d'affari globale J.P. Morgan, che non a caso si scagliò con inusitata durezza anzitutto contro le costituzioni "troppo democratiche e di sinistra" dei paesi del sud Europa, anzitutto quella italiana.

La storia, si sa, scava solchi e ferite profondi. Non si cancellano con un tratto di penna. Ne hanno contezza i promotori della manifestazione del 12 ottobre, che bene fanno a tenere fermo il punto della difesa e dell'applicazione della Costituzione del 1948 ma che allo stesso tempo han ribadito, a conferma dello spirito unitario che li anima, che non saranno ammessi simboli di partito ma solo la bandiera tricolore.

E contro questa modalità si accanisce non solo certa sinistra no-euro — che compie l'equazione errata "bandiera nazionale = nazionalismo" —, ma pare pure questo o quel gruppo sovranista che se gli proponi per una volta di mettere da parte la propria bandiera ti risponde picche. Perché? si vede che per essi prima dell'identità patriottica viene prima quella di gruppo.

Così stanno, purtroppo le cose. A maggior ragione vale la pena impegnarsi al successo della manifestazione del 12 ottobre, che se avrà successo ne guadagnerà la causa patriottica, e si potrà quindi aprire una nuova pagina per tutto il movimento sovranista.



* Si legge nel documento della banca d'affari globale J.P. Morgan:



«Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.

I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.

I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».


martedì 10 settembre 2019

L'ALA SINISTRA DELLA LEGA di Piemme

[ martedì 10 settembre 2019 ]

36 anni, piemontese, Riccardo Molinari [nella foto], è una delle teste d'uovo della Lega salviniana. Probabilmente la migliore. Mi vien da dire, la sua anima di sinistra.  Tutt'altra roba (e spessore) rispetto al fascistume capeggiato dal veronese Lorenzo Fontana, o all'ala bocconian-liberista del varesotto Giancarlo Giorgetti.
"Il povero fesso" Matteo Salvini —parole del Giorgetti, che ha ribadito come siano stati lui ed i padani a volere la fine del governo giallo-verde — sta lì in mezzo, a tenerli tutti uniti appassionatamente.

Ieri, mentre in Parlamento Conte chiedeva la fiducia, Molinari ha svolto un intervento che vi consigliamo di ascoltare. Una prolusione patriottica e sovranista impeccabile. Sappiamo (da fonti certe) che egli crede davvero a quel che dice, in buona sostanza che crede come noi che occorra uscire dall'euro e dall'Unione, per riconquistare sovranità democratica e popolare.

C'è un piccolo problema.
Al netto della condivisibile denuncia della capitolazione dei 5 Stelle ai poteri forti eurocratici, la sua ricostruzione della crisi di governo, delle sue tappe e delle sue cause, non solo faceva acqua da tutte le parti, era sostanzialmente falsa. Il suo veemente apologo era tutto teso ad assolvere Salvini e quindi giustificare la mossa di far saltare il governo giallo-verde poiché... non era più sovranista.

Caro Riccardo, sai benissimo che le cose non stanno così. Sai benissimo che è l'ala liberista e padana della Lega che, alla fin fine, ha spinto e convinto Salvini a staccare la spina. Se davvero la Lega avesse voluto spingere il governo giallo-verde a compiere passi più audaci verso una svolta anti-Ue, avrebbe dovuto sparare contro la quinta colonna eurista e mattarelliana  del governo, anzitutto chiedendo la sostituzione di Tria. E visto che a Giugno era chiaro che Conte era stato arruolato nella quinta colonna, cercare semmai l'accordo dei 5 Stelle per rimpiazzare anche lui.

Niente di tutto questo. Non solo fino all'ultimo a Strasburgo anche la Lega ha cercato di poter votare per la Von Der Leyen in cambio di importanti postazioni istituzionali — Salvini propose l'eurista Giorgetti a Commissario, non un no-euro. C'è stato momento cruciale del percorso del governo giallo-verde, è stato quando, sotto minaccia di procedura d'infrazione da parte della Ue, il governo ha accettato un compromesso con la Commissione europea che prevedeva un percorso stringente di rientro dal debito e di abbassamento del deficit. Atro che lotta contro Bruxelles! Era l'accettazione di una politica economica austeritaria in linea coi dogmi ordo-liberisti.

Tutto questo venne avallato non solo da 5 Stelle ma anche dalla Lega. 
Quella fu la prova del nove che la linea del  governo giallo-verde era dettata dal melenso Tria e dalla quinta colonna eurista.

A giugno morirono quindi, coi sogni di gloria del governo giallo-verde, le pretese della Lega di essere un baluardo del sovranismo.

Che ora, tornata all'opposizione, la Lega risollevi l'ascia di guerra, è strumentale e al contempo comprensibile, non solo per risollevarsi dal clamoroso errore d'agosto, ma per espiare il peccato mortale di giugno.

E' meglio o è peggio che  ora la Lega dissotterri l'ascia di guerra alla Unione e all'euro? E' un bene. Però c'è poco da fidarsi fino a quando si tiene in seno la serpe del liberismo padano che per vocazione guarda a nord.

Molinari di sicuro lo sa. Speriamo che non finisca a fare la guerra per il re di Prussia... 


giovedì 11 luglio 2019

MARXISMO E SOVRANISMO di Diego Fusaro

[ giovedì 11 luglio 2019 ]


Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.

Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
* Fonte: Il Fatto Quotidiano 11 luglio 2019

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lunedì 13 maggio 2019

SOVRANISTI DI TUTT'ITALIA UNIAMOCI di Ines Armand

[ 13 maggio 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo «Contributo teorico per la costruzione di un Coordinamento per la sovranità nazionale e la de-globalizzazione».

Due precisazioni, da parte nostra sono necessarie. 

[1] L'intento unitario è lodevole ma ha un difetto, l'astrattezza — accentuato dalla precisazione che suddetto Coordinamento sovranista dovrebbe avere carattere "trans-ideologico". L'esperienza insegna, anzitutto quella nostra, che per metter su coordinamenti ci siamo svenati. Ogni tentativo è fallito, oltre tutto anche perché erano fin troppo "trans-ideologici". Chi propone l'unità ha il dovere, rubricate le forze in campo e il loro posizionamento, di indicare a chi si rivolge: a quali forze politiche? a quali correnti? a quali associazioni? a quali mondi? O si rivolge alla nebulosa instabile dei tanti cani sciolti, il più dei quali scorbutici e impazienti? Il solo criterio che emerge pare essere il seguente:
«una coalizione tra tutte quelle forze che abbiano un carattere trans-ideologico, che abbiano preso la necessaria distanza storica dalla presunta caratterizzazione bipolare del dualismo destra/sinistra».
Di conseguenza noi, in quanto Sinistra Patriottica ne saremmo fuori, poiché di sinistra e rivoluzionari noi eravamo, siamo e resteremo. L'idea della fine delle dicotomia, ove non sia un capriccio intellettualistico, è un dispositivo tipico del pensiero postmodernista e neoliberale. L'idea che basti riferirsi alla Costituzione del '48, con l'aggiunta di una lista di rivendicazioni tattiche, a nostro modesto avviso, anche vista l'esperienza, è una pia illusione.

[2] C'è poi per noi un punto di dissenso molto serio con la proposta: il giudizio sul governo giallo-verde. Secondo la Armand
«anche questo governo, sta dando prova di un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo, senza presentare alcun elemento di reale rottura».
Ecco la prova provata di come dividere invece di unire. Anche questa sentenza inappellabile escluderebbe noi dal "Coordinamento" e, quel che è peggio, pregiudicherebbe la simpatia di qualche milionata di cittadini che invece ancora sperano che questo governo resista e il "cambiamento" lo faccia. Sorvoliamo sul contrasto logico e politico con la formulazione molto più sfumata  due righe prima:  «il governo non si sta dimostrando all’altezza del ruolo di cui il voto “populista” lo aveva investito» — delle due l'una: un conto è dire che il governo giallo-verde non "è all'altezza", tutt'un altro è asserire che da prova di "un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo". Un governo "non all'altezza" va, come diciamo noi, "incalzato", un governo "asservito" va combattuto su tutta la linea. Un giudizio così duro e inesorabile è sbagliato, come minimo prematuro. La tregua con l'Unione europea è stata solo momentanea visto che solo nei prossimi mesi sapremo se questo governo capitola (alla Tsipras) e quindi va combattuto, o se invece resisterà disubbidendo — e allora va difeso con le unghie e coi denti. La prova del fuoco l'abbiamo davanti, non alle spalle, e Dio ce ne scampi dal tuttosubitismo.

La Armand ci perdonerà per questa lunga premessa, siamo certi che come i tanti lettori che ci seguono capirà che non stiamo "spaccando il capello in quattro", che le questioni sono di sostanza. Il tutto con l'auspicio che il dibattito sull'unità prosegua.

*  *  *

«Contributo teorico per la costruzione di un 
Coordinamento per la sovranità nazionale e la de-globalizzazione»


Un coordinamento trans-ideologico


La fase che stiamo vivendo ci impone una piena assunzione di responsabilità nei confronti dell’attuale situazione nazionale che presenta forti criticità e peculiari caratteristiche sociali, politiche ed economiche. Così come accadde nel ‘45, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, c’è bisogno di creare una coalizione tra tutte quelle forze che abbiano un carattere trans-ideologico, che abbiano preso la necessaria distanza storica dalla presunta caratterizzazione bipolare del dualismo destra/sinistra, che sappiano creare degli strumenti di lettura della realtà adeguati e che si propongano di agire avendo come principale finalità la lotta per l’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro, per il ritorno ad una totale sovranità, ad una nazione che si rinsaldi attorno alle linee guida della Costituzione e che torni a scelte politiche autonome e non imposte dal vincolo esterno della dittatura neoliberale europeista.

Un coordinamento, quindi e non un partito: uno strumento che possa connettere tutte le forze, le organizzazioni, i movimenti che vedono nell’UE il nemico principale; l’UE non è riformabile, non può essere cambiata dall’interno, questo deve essere detto chiaramente, non è per questo che è nata e non v’è alcuna possibilità di modificarne né la natura né la struttura. L’UE va combattuta fino ad arrivare ad una totale emancipazione, all’uscita dal suo sistema.

Il primo passo di questa, che si annuncia come una vera e propria guerra politica, economica e, soprattutto, sociale, è smascherare la tela di ragno che il neoliberalismo europeo ha tessuto, con la complicità e la cooperazione dei diversi poteri e di quei governi che con essa hanno collaborato in Italia come nei diversi paesi. Una tela di ragno formata da direttive europee, esterne e senza alcun legame con la reale situazione dei diversi stati membri, che hanno eroso, in modo spesso sottaciuto, surrettizio ma ineluttabile, fino a cancellarla totalmente, la sovranità e, di conseguenza, l’indipendenza politica degli stati membri. Questi poteri, si sono serviti di differenti strumenti, non solo dei trattati ma di governi tecnici, di incomprensibili quanto inutili diktat economici, di normative, di delibere e, per l’appunto, di direttive: un vincolo esterno che, come un nodo scorsoio, si è stretto intorno alle istituzioni, erodendone il potere decisionale fino ad esautorarle.

I trattati sono solo il fenomeno più eclatante di questo vincolo, ben più pericolose sono le direttive perché difficilmente identificabili, per i non addetti ai lavori, come imposizioni; queste leggi, travestite da consigli e ricche di “si chiede”, “si auspica”, “sarebbe necessario” ecc., trovano il loro riscontro in quello che è chiamato Semestre europeo: durante questo periodo si accerta il modo in cui ogni paese abbia effettivamente portato avanti e realizzato ciò che l’Unione Europea chiedeva. Non è una banale semplificazione, è semplicemente chiamare le cose con il loro nome e mostrare ciò che accade senza inutili tentativi di imbiancare i sepolcri.



Cultura, diritti sociali, sanità e territorio 


Ogni passo compiuto dai diversi governi che si sono succeduti è stato un semplice ratificare precise risoluzioni europee; ogni legge, ogni decisione presa era conforme ad esse:

Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti - Aumento del prezzo del carburante - Chiusura degli ospedali di zona - Direttive agro-alimentari - Ecotassa - Fattura elettronica  - Global compact (immigrazione) - Legge sulle Fake news - Jobs Act - Macroregioni - Normative sulle vaccinazioni - Rete di trasporto europeo - Riduzione del numero dei parlamentari - Riforma delle pensioni - Triptorelina - Unione bancaria. 
Questi sono solo alcuni macroscopici esempi di disposizioni europee fatte passare come decisioni politiche governative.

Questo governo, il governo così detto del cambiamento, per ora non si sta dimostrando tanto diverso dai precedenti. Non si sta dimostrando all’altezza del ruolo di cui il voto “populista” lo aveva investito.

“Ce lo chiede l’Europa!” E’ vero, ma all’Europa voi avreste dovuto opporvi, siete stati scelti ed eletti per questo. Avreste dovuto, nei fatti, rappresentare il cambiamento auspicato, l’inversione di rotta.



Bilancio di un anno di governo 


A distanza di un anno, invece, anche questo governo, sta dando prova di un quasi totale asservimento al vincolo esterno europeo, senza presentare alcun elemento di reale rottura. Ha trasformato in legge direttive europee già avallate dai precedente governi, dalla normativa sulla Fatturazione Elettronica all’inserimento della Triptorelina tra i farmaci a carico del SSN, passando per il peggioramento della Legge Lorenzin e per la trasformazione del Reddito di cittadinanza in uno Hartz IV.

Ha, di fatto, amministrato senza governare, mantenendo inalterati quei poteri che da decenni gestiscono le sorti del paese: istruzione, sanità e trasporti sono ancora in mano al vecchio apparato, neoliberale e convinto europeista, rappresentato in primo luogo dal PD. Ciò che è avvenuto all’ISS ed all’AIFA ne è un eloquente esempio.

Il 4 marzo 2018, il “popolo” non chiedeva una rivoluzione socialista, chiedeva semplicemente di accogliere delle istanze sezionali espressione di un crescente malcontento, chiedeva di difendere i propri diritti sociali ed economici con scelte politiche responsabili.

Non più marionette mosse dall’esterno, non più tecnici spacciati come al di sopra delle parti, ma politici che assumessero la responsabilità di operare scelte, per l’appunto politiche, che difendessero gli interessi e portassero avanti le necessità ed i bisogni dei cittadini.

È, oggi più che mai, necessario ripensare una reale ed effettiva azione politica autonoma, che non agisca in base alle direttive di un governo sovranazionale come quello dell’Unione Europea e dettate da poteri economici transnazionali ma si adoperi per il ripristino e la difesa della sovranità, di quell’indipendenza politica decisionale che fa di un’espressione geografica uno stato. 

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martedì 20 novembre 2018

E QUESTO SAREBBE SOVRANISMO ? di Piemme

[ 20 ottobre 2018 ]

LA TRAPPOLA DELLE "AUTONOMIE DIFFERENZIATE"

Francesco Verderami, per nome e per conto dell'élite neoliberista, ci ricorda sul Corrierone di oggi che la vera sfida su cui il governo giallo-verde si gioca tutto è quella dello scontro con l'Unione europea. La pensiamo, com'è noto, alla stessa maniera. Entrambi le parti invocano il dialogo ma nessuna sembra disposta a fare sostanziali concessioni. Il rischio è che per la prima volta un paese della Ue, per di più fondatore, venga sanzionato (procedura d'infrazione per eccesso di debito). In altri termini una pistola puntata alla tempia, non più solo del governo ma del Parlamento, ergo della Repubblica e del popolo italiano.

In questo quadro risultano non solo bizzarre ma inquietanti le baruffe quotidiane tra Salvini e Di Maio. A Salvini non è bastato fare della "sicurezza" motivo di decretazione d'urgenza, né lo sgambetto in Campania ai danni dei Cinque Stelle sugli inceneritori. Ieri ha acceso una nuova miccia, quella per cui il Parlamento dovrebbe approvare già in autunno la "riforma delle autonomia regionali".

Sul tema questo blog era già intervenuto l'8 novembre lanciando l'allarme: DISFARE L'ITALIA? I DUE VOLTI DELLA LEGA

Allarme più che giustificato ove davvero la Lega imponesse al Parlamento di consacrare il gravissimo accordo sulla cosiddetta "autonomia differenziata" firmato alla chetichella il 27 febbraio tra il governo piddino di Gentiloni (rappresentato dal sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa) ed i governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Quell'accordo faceva seguito alla farsa dei referendum del 22 ottobre del 2017 svoltisi in Veneto e Lombardia, e alla richiesta di "maggiore autonomia" dell'Emilia-Romagna con una richiesta formale.

Cosa prevede quell'accordo? Che con legge dello Stato — quella appunto che Salvini vorrebbe fosse approvata prima della fine dell'anno — possano essere attribuite (in base all'Art.116 della Costituzione dopo la sciagurata riforma del 2001) anche alle regioni a statuto ordinario ulteriori e fondamentali forme e condizioni particolari di autonomia, rispetto alla già vasta lista delle materie a legislazione concorrente (terzo comma dell’articolo 117), e all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione e alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. E sempre l’articolo 116 prevede già che le regioni possano prendere l’iniziativa per richiedere maggiori dosi di autonomia.

In buon a sostanza un salto nel buio di un federalismo in salsa liberista che rischia di sfasciare, più di quanto globalizzazione e Unione europea non abbiamo già fatto, lo Stato e la Repubblica. Si può discutere certo dei mali di un eccessivo centralismo statale, si può discutere della trasformazione in senso federale e democratico della Repubblica, non è ammissibile che venga trasformato in legge, in quattro e quattr'otto, un federalismo bastardo come quello contemplato nell'accordo del 27 febbraio. E non solo perché esso è di marca liberista, per la fondamentale ragione che rebus sic stantibus, essendo che l'Italia fa parte dell'Unione europea, queste "autonomie differenziate" amplificano la distanza tra Nord e Sud del Paese, accentuano le forze centrifughe, rafforzano la tendenza, non solo del del Lombardo-Veneto, ma di tutto il Settentrione, a saldarsi con la Mitteleuropa se non direttamente con la potente economia tedesca.

La bandiera del Regno Lombardo-Veneto fu la bandiera
ufficiale utilizzata entro i confini della Lombardia e del
Veneto sotto l'amministrazione 
austriaca dal 1815 al 1859.
Mentre Zaia, dopo il referendum in Veneto, si lasciò scappare la battuta che sarebbe bello tornare al Lombardo-Veneto", Maroni ebbe a dire dopo la firma dell'accordo:
«Una giornata storica, dopo diciasette anni abbiamo firmato il primo accordo per dare più autonomia alle Regioni... È scritto, non si torna indietro, bisogna completare il percorso, si apre un nuovo corso per la Lombardia e le Regioni».
Venendo al nocciolo, ovvero in materia di finanziamenti l'ex presidente lombardo senza peli sulla lingua disse:
«Va calcolato quanto oggi lo Stato spende in Lombardia, queste risorse andranno nel bilancio della Regione: vuol dire risorse in più. Gli altri due criteri sono i costi e i fabbisogni standard che è una vecchia battaglia storica della Lega e che vuol dire che chi governa meglio ha un vantaggio perché spende meno e riceve di più dallo Stato. E poi la compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali, che è una pagina storica. Finisce il sistema dei trasferimenti, le tasse pagate in Lombardia vengono a Roma e da qui tornano indietro, in parte vuol dire che le tasse pagate in Lombardia in quota importante rimarranno in Lombardia».
Non solo un cattivo federalismo, un federalismo al contrario, di chiara marca liberista.

Va bene che la partita decisiva è quella con l'Unione europea, che sarebbe bene evitare le baruffe in seno al governo su cose che risultano oggi secondarie, ma questa non lo è affatto: Quindi no, questo federalismo non deve passare.

venerdì 19 ottobre 2018

CHI AVEVA RAGIONE?

[ 19 ottobre 2018 ]

Abbiamo qualche sassolino nelle scarpe che vorremmo toglierci. 

Di che parliamo? Ma dei "sovranisti senza sé e senza ma" che hanno subito sparato alzo zero contro il governo giallo-verde di "venduti", che han dato del "traditore" a chi ha deciso di far parte del governo, quindi han definito noi di P101 dei "voltagabbana".

La loro tesi era alquanto semplice: questi qui faranno l'accordo la Ue e capitoleranno come Tsipras.

Tanto per ricordare come stanno le cose, che se il matrimonio implica l'accordo a due per il divorzio basta uno solo, da Bruxelles è arrivata ieri la dichiarazione di guerra al governo M5s-Lega. 

Lo scontro che noi avevamo previsto è arrivato, mentre i nostri critici lo avevano escluso — dimostrazione che si può essere "sovranisti" senza capire un cazzo dei fenomeni sociali e politici, delle tendenze oggettive, delle forze telluriche che stan dietro alle forze politiche. E anche quelli di loro che non escludevano la linea dura della Commissione europea han sempre dato per scontato (in fondo augurandoselo!) che i Di Maio e i Salvini avrebbero chinato il capo e ubbidito all'euro-germania.

Domanda: i cretini politici possiedono quel dono che si chiama onestà intellettuale e dunque  ammettere di aver detto cretinate? C'è da dubitarne. Nel frattempo ecco il breve documento che noi "voltagabbana" di P101 votammo il 1 luglio scorso alla Terza Assemblea nazionale. 

*  *  *


RISOLUZIONE SULLA FASE E I COMPITI DI PROGRAMMA 101

(
1) NUOVO PERIODO

La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 dev’essere considerata una data spartiacque: con la crisi dell’egemonia dell’élite neoliberista è stata affondata la “seconda repubblica”, nata all’insegna della sudditanza ai poteri oligarchici euro-tedeschi. L’Italia, colpita pesantemente dalla grande crisi economica, entrava in un periodo ad alta instabilità politica, istituzionale e sociale.

(2) I TRE MOTIVI DI UNA VITTORIA


Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, segnato dalla pesante sconfitta del blocco dominante e dalla affermazione dei “populisti” del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini confermava la correttezza di questa diagnosi. Molteplici, addirittura contraddittori, i motivi che hanno contribuito alla vittoria di queste due forze. Tre essenzialmente: da una parte la richiesta di porre fine alle crudeli politiche austeritarie; dall’altra che lo Stato si prenda carico della richiesta di sicurezza e protezione contro il crescente degrado del tessuto sociale; quindi il desiderio di porre fine allo stato di umiliante soggezione della nazione.

(3) IL DILEMMA DEL GOVERNO


Il governo M5S-Lega, sorto malgrado i disperati tentativi dell’élite di impedirlo, non può non tenere conto della spinta popolare che sola lo sorregge. Il nuovo governo è ben consapevole che questa spinta conduce gioco-forza in rotta di collisione con i poteri oligarchici europei e la grande borghesia italiana. Esso non avrà vita facile, è anzi costretto a navigare nelle acque agitate tra Scilla e Cariddi ed è già posto davanti al dilemma se andare incontro alle istanze popolari o essere travolto dalla rivincita del blocco eurista il quale, pur avendo perso la postazione del governo, tiene ben salde tutte le altre.

(4) 
DA CHE PARTE STARE

Abbiamo detto, e confermiamo, che l’eventuale venire meno del governo al mandato affidatogli dagli elettori, il suo naufragio sarebbe un disastro per il popolo lavoratore, non solo quello italiano. I poteri forti lavorano infatti alacremente per rovesciare il “governo populista” così da confermare il dogma T.I.N.A., che non ci sarebbe alcuna alternativa possibile al loro predominio. In queste condizioni non solo non è auspicabile la caduta di questo governo, occorre stare al suo fianco ove ingaggiasse la battaglia per liberare il Paese dalla gabbia eurocratica ponendo fine alle politiche austeritarie che ne impediscono la rinascita. E’ questo il caso del “Decreto dignità”, la cui pur modestissima portata segna tuttavia una inversione di marcia rispetto alla precarizzazione selvaggia del lavoro che viene avanti dagli anni ’90. 

(5) NEL CAMPO POPULISTA

In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti.


(6) IL BANCO DI PROVA


Diverse e concatenate sono le questioni sul tappeto, ma tra loro c’è una gerarchia, un evidente ordine di priorità. Le élite globaliste, in un gioco di specchi con Matteo Salvini, tentano di fare della questione migratoria il terreno fondamentale di scontro. E' un trucco che non può reggere a lungo. In verità la natura e le sorti del governo si decideranno invece sul tema delle misure economiche e sociali. A settembre il governo dovrà presentare il DEF, che descrive le politiche macroeconomiche, e quindi, entro metà ottobre, sottoporre al Parlamento la Legge di Bilancio.

(7) TRE STRADE


Tre sono in questo concreto contesto le strade possibili. La prima, la meno auspicabile, è che il governo decida di rispettare le politiche di bilancio che chiede l’Unione europea sin qui accettate dai precedenti governi. In questo caso la sinistra patriottica e popolare, pur respingendo ogni collateralismo con le élite e le sue su appendici, non potrà che posizionarsi all’opposizione del governo M5S-Lega. Se invece il governo, come auspichiamo e come è nell’interesse del popolo lavoratore, sfidasse la Ue e gli disubbidisse ciò sarebbe il segno di un’inversione di rotta, della battaglia con i poteri forti, una battaglia il cui esito dipenderà a quel punto dalla fermezza del governo, dalla sua capacità di resistere alla sicura controffensiva del nemico. E per resistere dovrà necessariamente fare appello alla mobilitazione popolare. C’è infine una terza possibilità, quella che la Ue conceda anche al “governo populista” ristretti margini di flessibilità nelle politiche di bilancio, ciò che significherebbe un temporaneo cessate il fuoco, un prendere tempo. Non durerà a lungo. Il momento della verità sarebbe solo rimandato.

(8) TURBOLENZE IN VISTA


Comunque sia la fine del lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, attestato anche dalla cosiddetta “guerra dei dazi”, non sarà indolore. Avremo spasmi sociali, enormi turbolenze, nuovi terremoti politici e istituzionali, fratturazioni dei blocchi. E' in questo crogiolo, non in un rilassato trapasso, che potrà farsi largo la sinistra patriottica e popolare o, per dirla diversamente, il "populismo rivoluzionario".

(9) SINISTRA PATRIOTTICA E C.L.N.


Nostro dovere, ove la situazione precipitasse a causa dello scontro con l’oligarchia euro-tedesca (ciò che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dalla Ue gettando il Paese e l’intera Unione in una situazione esplosiva) sarà quello di contribuire alla formazione di una sinistra patriottica e popolare che si ponga  come terza gamba del “campo populista”. Vanno quindi sin d’ora identificate e incontrate le forze politiche e sociali, i gruppi, i singoli intellettuali che sono in sostanziale sintonia col nostro discorso, che accettano di gettarsi nella mischia e di fare fronte per vincere la battaglia democratica e nazionale della sovranità. Una battaglia che potrà essere vinta solo a condizione che M5s e Lega accettino, visto che non avrebbero  scampo chiudendosi nel palazzo, di mobilitare massicciamente i cittadini. In questo contesto potrebbe quindi essere posta concretamente all’ordine del giorno la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. E’ nel fuoco della battaglia, dentro questo campo, che la sinistra patriottica può e deve lanciare la sfida a M5s e Lega per l’egemonia, opponendo loro una visione ed un progetto di Paese che essi non hanno affatto.

(10) I PROSSIMI MESI


Fatte queste considerazioni, quali sono i compiti immediati nei prossimi mesi? Dobbiamo innanzitutto incalzare il governo a realizzare alcune decisive misure immediate a favore del popolo lavoratore. Diverse di esse sono già nel “contratto di governo”: difesa dell’ambiente, modifica giusta della Fornero, aumento delle pensioni minime, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, piano di investimenti pubblici ed una banca nazionale che li sostenga, lotta contro la disoccupazione di massa, contrasto alla precarizzazione del lavoro, revisione della “buona scuola”. Andranno invece respinte misure di natura liberista come la flat tax (ferma restando la necessità di una equa riforma fiscale) nonché eventuali leggi sicuritarie (ferma restando l’esigenza dei cittadini di sentirsi protetti dalla criminalità grande e piccola). Altre misure, come quella per il diritto alla casa, non sono nel contratto e andranno poste sul tappeto. C’è poi in ballo il futuro di decine e decine di grandi e piccole aziende, da cui dipendono non solo tantissimi posti di lavoro ma il futuro del tessuto industriale e agricolo del Paese. Occorre sostenere quanto chiedono al governo i lavoratori di queste aziende, se necessario nazionalizzandole (è il caso  ad esempio di Alitalia, delle acciaierie di Taranto, Terni e Piombino). In vista della eventuale battaglia d’autunno andrà quindi stimolata la più ampia mobilitazione popolare, operaia e giovanile, tentando di strutturarla in comitati d’agitazione da unire in una rete popolare nazionale, aperta a  tutti gli organismi sociali, sindacali e ambientali già esistenti ma dispersi nei diversi territori.

venerdì 13 luglio 2018

IL SOVRANISMO È DI DESTRA?

[ 13 luglio 2018 ]

"L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra". 

Questa affermazione, che è uno dei capisaldi della sinistra patriottica, è da incorniciare visto chi l'ha pronunciata. E l'ha pronunciata Curzio Maltese sul Venerdì in edicola, 
supplemento di la repubblica.
Noto giornalista Maltese è anzitutto europarlamentare. Venne eletto con la lista ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
Le cose cambiano cari lettori.
Questo nuovo segno che c'è vita (e intelligenza) a sinistra, ci riporta alla mente la massima latina"numquam est nimis sero". Non è mai troppo tardi per dire la verità ai cittadini.


*  *  *
QUANDO IL SOVRANISMO ERA DI SINISTRA
di Curzio Maltese



L'idea che il sovranismo sia uguale al nazionalismo è un altro regalo della sinistra alla destra. Nel discorso pubblico improntato al presente perpetuo di Twitter probabilmente non serve ricordarlo, ma la sinistra italiana ha espresso per decenni un sovranismo, come lo si chiamerebbe oggi, fondato sui valori democratici della Costituzione e opposto a una costruzione oligarchica dell'Europa.

Nel 1978 il Pci berlingueriano si oppose con forza all'ingresso immediato nello Sme, padre dell'euro, per molte e buone ragioni. La principale, sostenuta con fierezza da Giorgio Napolitano nella vita precedente, era che partire dall'unione monetaria e non dall'unione politica comportava una scelta antipopolare e oligarchica, un'Europa di «finanzieri e burocrati» di segno liberista, che avrebbe allargato le differenze fra Stati ricchi e poveri, minacciato le politiche sociali e ridotto i diritti dei lavoratori al minimo.

Come si vede, c'è stato un tempo in cui la sinistra azzeccava le previsioni (e le elezioni). Negli anni di Maastricht, '92-'94, il Pds si converte all'unione monetaria, in nome di responsabilità, affidabilità eccetera, ma ancora con molti paletti. Avanti con l'euro, è la posizione dei socialisti europei, ma soltanto insieme a un bilancio comune e un'unione fiscale e politica, con tanto di eurobond, governo nominato dal Parlamento europeo e trasferimenti dalle nazioni ricche alle indebitate, sul modello federale degli Stati Uniti d'Europa.

Poi vince la Terza Via e allora la sinistra è per l'Europa liberista senza se e senza ma, pazienza per il eurobond, la solidarietà, gli eletti che contano assai meno degli euroburocrati e Bruxelles che detta le politiche economiche mettendo in comune soltanto l'1 per cento del Pil per i trasferimenti interni, contro il 29 degli USA. In attesa delle magnifiche sorti e progressive dell'Unione, in Italia abbiamo perso un quarto dell'apparato produttivo in vent'anni e siamo diventati da euroentusiasti a euroscettici, chissà perché. Rimpiangiamo il lavoro non precario, le politiche sociali, le pensioni, i diritti.

Sono cose di destra? Il punto è che, giusto o sbagliato, di destra o di sinistra, il sovranismo è impossibile. Nel sistema euro gli Stati non possono stampare moneta, regolare i cambi, finanziare politiche sociali in deficit o con il fisco, perché i capitali da tassare scappano in un secondo. Se riescono a ottenere un piccolo sconto sui parametri di Bruxelles, sono comunque in balia dei rating e dello spread, e puoi sbattere i pugni quanto ti pare. Si può giusto rifilare qualche manganellata ai poveracci, che aumenteranno lo stesso e alla fine il poveraccio da manganellare sarai tu. Bisognerebbe azzerare Maastricht e ricominciare da capo, ma chi lo dice?

domenica 8 luglio 2018

SOVRANITÀ E POPULISMO di Alfredo D’Attorre

[ 8 luglio 2018]



Abbiamo sempre creduto e crediamo che malgrado la sua deriva globalista e anti-patriottica la sinistra italiana sia anche un serbatoio di energie e intelligenze di cui il nostro Paese non potrà fare a meno quando suonerà la campana della vita o della morte come nazione sovrana e come repubblica democratica. Se la gran parte della sinistra è uscita di senno dopo le elezioni del 4 marzo e davanti alla nascita del governo M5s-Lega, altri ragionano o provano a ragionare. Uno di questi esempi è Alfredo D'Attorre. Egli respinge l'anatema contro "sovranisti" e "populisti" e chiama ad un profondo ripensamento delle categorie per leggere le dinamiche del presente. Bene. Male invece che quando deve proporre la sua visione alternativa D'Attorre, in modo del tutto simile a Fassina, propone «un europeismo di nuovo conio, un europeismo costituzionale».
Un modo di stare in mezzo al guado. Un'illusione che ha le gambe corte....


*  *  *
Sovranità non è una parola maledetta
Di Alfredo D’Attorre 


Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.

Questa comune composizione sociale nelle diverse espressioni del voto a sinistra (che per la verità porta a compimento un trend avviatosi a partire dagli anni Novanta) fa emergere un elemento clamoroso e impensabile, se raffrontato all’asprezza delle divisioni in questo campo e al livello di conflitto fra i gruppi dirigenti. Le differenze di programma e di posizionamento, che sono state vissute come profonde e insuperabili da un’area più politicizzata, semplicemente non sono state colte dalla stragrande maggioranza di quei ceti popolari e di quel mondo del lavoro che pure queste forze si proponevano di rappresentare. In questa parte di elettorato, che si è orientata in gran parte su M5S e Lega, evidentemente sono prevalse una rappresentazione e un rifiuto comune delle forze della sinistra, in modo così netto da surclassare la percezione delle sue articolazioni e polemiche interne.

I tre tratti distintivi e unificanti del modo in cui la sinistra è stata percepita nei ceti popolari sono facilmente individuabili: essa è stata identificata come la parte politica schierata con l’Europa senza se e senza ma, a favore dell’immigrazione e delle politiche di accoglienza, a sostegno dell’ampliamento dei diritti e delle libertà civili. Questi tre elementi, che sono diventati il tratto unificante del progressismo nelle sue diverse declinazioni (dalla sinistra liberal-liberista a quella socialdemocratica fino a quella antagonista), hanno oscurato ogni altro elemento di carattere economico-sociale e hanno prodotto la percezione di una distanza siderale dalla natura delle domande che l’elettorato popolare ha espresso il 4 marzo.

La sinistra è rimasta inchiodata al mantra della società aperta, nobile e qualificante sul piano culturale, ma del tutto insufficiente a cogliere le istanze profonde che salivano dalle viscere della società italiana dopo la più devastante crisi economica del dopoguerra. Sul piano della rappresentazione simbolica, che come sempre ha contato ben più del dettaglio delle proposte programmatiche, la sinistra è rimasta così imprigionata dentro la bolla del politicamente corretto. Ciò le ha consentito di parlare solo a quella parte della società al riparo da problemi economici stringenti, che si è potuta permettere di decidere il voto testimoniando valori e preferenze di ordine culturale. In termini di radicamento sociale, lo spiazzamento è talmente profondo che non si può pensare di uscirne con aggiustamenti al margine e con la pure inevitabile sostituzione dei gruppi dirigenti. Se le diverse forze della sinistra vogliono uscire dal perimetro sociale in cui sono rinchiuse, occorre un vero e proprio cambio di paradigma, una discontinuità nello stesso vocabolario concettuale.

Si pensi, ad esempio, alle parole con le quali PD e LeU, sia pure con diverse proposte programmatiche, hanno provato a stigmatizzare la posizione delle forze poi risultate vincitrici: populismo, sovranismo, protezionismo. Si può discutere se questi termini abbiano un significato determinato, certo è che con questo vocabolario è molto difficile intercettare il voto di un popolo che si sente abbandonato e tradito dall’establishment, che reclama voce politica, ossia sovranità, rispetto a luoghi di decisione percepiti come sempre più distanti e opachi, e che chiede nuove forme di protezione economica a fronte dei guasti di una globalizzazione sregolata. Adoperando con disprezzo parole la cui radice è popolo, sovranità, protezione, la sinistra non ha semplicemente rifiutato le risposte di Lega e M5S, ma ha negato alla radice le domande stesse che sono state espresse dall’elettorato popolare. È stato peraltro osservato che populismo e sovranismo sono ormai parole passe-partout, che le élite adoperano per squalificare preventivamente tutte le posizioni non immediatamente compatibili con l’attuale ordine economico.

Al di là di questo, la questione della sovranità democratica è particolarmente delicata, o almeno dovrebbe esserlo per una sinistra che si richiama a ogni piè sospinto (ultimamente anche da parte di autorevoli esponenti del PD) al valore della Costituzione repubblicana e dei principi scolpiti nei suoi primi articoli. Il primo di questi principi è quello della sovranità popolare, affermato nello stesso primo articolo che fonda la Repubblica democratica sul lavoro: lì viene affermato un nesso strettissimo fra autodeterminazione democratica e diritti del lavoro. Proprio quel nesso che i ceti popolari oggi avvertono essere stato strappato e la cui riaffermazione affidano alle forze cosiddette “populiste”, ritenendo la sinistra ormai schierata dalla parte delle élite cosmopolitiche che diffidano delle decisioni prese a livello nazionale. Dopo l’urto della crisi i ceti popolari esprimono un nuovo bisogno di comunità e di protezione, chiedono un potere democratico che torni a rispondere alle loro esigenze, e non solo alle compatibilità fissate dall’Europa e dalla finanza globale, ma trovano solo la risposta regressiva e talora xenofoba di Lega e M5S, perché la sinistra, in tutte le sue articolazioni, sembra accettare acriticamente l’equazione fra sovranità e nazionalismo. Come se la sovranità popolare, in quanto diritto di una comunità politica di autodeterminare le proprie condizioni fondamentali di vita, non fosse irrinunciabile anzitutto per quella parte politica che dovrebbe essere più ostile alla dittatura ideologica del TINA (There is No Alternative).

Qui si pone il tema cruciale della ricostruzione dei poteri di intervento economico dello Stato. Dopo il crollo del socialismo reale, gran parte della sinistra italiana ha trovato nell’europeismo una sorta di nuovo mito fondativo. Il punto è che l’Europa reale costruita da Maastricht in poi si è rivelata distante dall’utopia di Ventotene non meno di quanto il socialismo reale lo sia stato da quello immaginato da Marx. Il disegno di integrazione è stato portato avanti non per costruire una sovranità europea in grado di offrire alla politica democratica strumenti di intervento più efficaci sull’economia, ma con esiti assolutamente opposti. C’era qualcuno che lo aveva capito fin dal principio: basta rileggere, ad esempio, le pagine del diario di Guido Carli, all’epoca ministro del Tesoro italiano, scritte subito dopo la firma dei Trattati che avviano il percorso verso la moneta unica: 
«L’Unione Europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi».
Si può dubitare sul fatto che il nuovo patto si sia rivelato favorevole ai cittadini, ma per il resto la descrizione puntuale di ciò che sarebbe avvenuto nei venticinque anni successivi è piuttosto impressionante. Così come è evidente lo scarto fra questo modello economico-sociale e quello disegnato nella prima parte della Costituzione. Per gran parte della sinistra italiana e continentale l’ancoraggio al disegno europeo e alla nobiltà storica delle sue motivazioni è diventato prevalente rispetto alla praticabilità di politiche di segno sociale e keynesiano. Anziché rendere il suo europeismo compatibile con una ispirazione autenticamente socialista, la sinistra riformista ha accettato di convertirsi alla Terza via blairiana e clintoniana, approdando a un europeismo liberale che ha progressivamente cambiato la sua base sociale. Su un altro versante, la sinistra radicale ha anch’essa sostanzialmente accettato la narrazione neoliberale della fine dello Stato, inseguendo la suggestione di un’attivazione su scala europea e globale dei movimenti di rivolta e di emancipazione. Di qui la comune avversione verso qualsiasi forma di sovranismo, pure se declinata in chiave democratica e costituzionale, con il brillante risultato di consegnare a una nuova destra, di impianto non più solo liberista e thatcheriano, la bandiera della sovranità popolare e della critica alla natura opaca e tecnocratica della governance europea. Ora non si tratta certo di inseguire questa nuova destra sul suo terreno o di vagheggiare illusorie scorciatoie di uscita dall’Unione europea o dall’euro. È il momento però di dotarsi di un nuovo apparato concettuale e di un nuovo linguaggio, che consentano di riproporre in termini moderni e credibili un ruolo attivo dello Stato nell’economia. Si può mantenere l’orizzonte ideale di una sovranità democratica europea, ma non si può pensare di riguadagnare la fiducia dei ceti popolari solo sulla base di questo sogno e dell’idea che fino alla sua realizzazione le democrazie nazionali siano condannate all’impotenza o all’irrilevanza.

Se la sinistra non riuscirà a fare i conti con il nucleo di verità che sta dietro il successo dei cosiddetti “populisti”, non sarà il loro fallimento al governo del paese a restituirgli automaticamente uno spazio. È il tempo allora di un europeismo di nuovo conio, un europeismo costituzionale, che non rinunci a un grande disegno di pace e di cooperazione tra i popoli europei, ma che sia più compatibile con il dettato della Costituzione e che nutra più fiducia nella capacità di autogoverno del nostro paese oltre la costrizione del vincolo esterno.

* Fonte: ItalianiEuropei

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