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sabato 4 novembre 2017

EINSTEIN CREDEVA VERAMENTE IN DIO? di Mauro Pasquinelli

[ 4 novembre 2017 ]


Nello scambio di commenti ad un mio articolo contro lo specismo è stato tirato in ballo Einstein e il suo giudizio sulla religione.

Considero Einstein non solo il più grande scienziato del 900 ma un filosofo ed un socialista di primaria grandezza da cui ognuno di noi quotidianamente dovrebbe cercare ispirazione. E' un saggio, un sapiente illuminato  uno dei massimi vertici della cultura occidentale.
Ascoltiamo dunque Einstein:
«Per quel che riguarda l'uomo primitivo è soprattutto la paura a evocare nozioni religiose. [...]  
Tuttavia c'è un terzo stato di esperienza religiosa che li riguarda tutti, sebbene solo raramente si trovi nella sua forma pura, e che chiameremo sentimento religioso cosmico. È molto difficile spiegare questo sentimento a chi ne sia totalmente privo, specialmente perché non c'è alcun concetto antropomorfico di Dio che vi corrisponde. L'individuo percepisce l'inutilità dei desideri e degli scopi umani e la sublimità e l'ordine meraviglioso che si manifestano in natura e nel mondo del pensiero. Considera l'esistenza individuale come una sorta di prigione e vuole indagare l'universo come un tutto unico pieno di significato. [...] 
Grandi spiriti religiosi di tutti i tempi si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso che non conosce né dogmi né un Dio concepito a immagine dell'uomo; così non vi può essere una Chiesa i cui insegnamenti centrali vi siano basati. [...] 
Secondo me, la funzione più importante dell'arte e della scienza è proprio quella di risvegliare questo sentimento e tenerlo vivo in quelli che non sono in grado di sentirlo. 
[...] L'uomo che è completamente convinto dell'azione universale della legge della causalità non può, nemmeno per un istante, soffermarsi sull'idea di un essere che interferisce nel corso degli eventi – cioè se prende l'ipotesi della causalità veramente sul serio. [...]  
Il comportamento etico di un uomo dovrebbe in realtà basarsi sulla solidarietà, l'educazione e i legami sociali; non è necessario alcun fondamento religioso. L'uomo si troverebbe in una ben triste situazione se dovesse venir trattenuto dalla paura di una punizione e dalla speranza di una ricompensa dopo la morte. [...]  
Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico. Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo. [...]  
Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell'anima senza il corpo mi pare del tutto senza significato. [...]  
Sono, ovviamente, menzogne quelle che Lei ha letto riguardo alla mia fede religiosa, menzogne che vengono sistematicamente ripetute. Non credo in un Dio personale, né ho mai negato questo fatto, anzi ho sempre espresso chiaramente il mio parere in proposito. Se c'è in me qualcosa che si possa definire sentimento religioso è proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata dalle scoperte della scienza. 
[...] Il sentimento religioso destato dalla comprensione logica dei principi di interrelazioni profonde è di un genere alquanto diverso da quello comunemente definito religioso. Si tratta più di un sentimento di timore reverenziale per l'ordinamento che si manifesta nell'universo materiale; non ci conduce a modellare un essere divino a nostra immagine, un personaggio che abbia delle esigenze nei nostri confronti, che si interessa a noi in quanto individui. Non vi è in ciò né volontà né scopo, né necessità, ma solo l'essere allo stato puro. [...]  
Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi. Tu ritieni che Dio giochi a dadi col mondo; io credo invece che tutto ubbidisca a una legge, in un mondo di realtà obiettive che cerco di cogliere per via furiosamente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada più realistica —o meglio un fondamento più tangibile— di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano quest'atteggiamento come un effetto della sclerosi. Un giorno si saprà quale di questi due atteggiamenti istintivi sarà stato quello giusto. [...] 
La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza sta tutta in questa idea di un Dio personale. [...]
Più un uomo è consapevole dell'ordinata regolarità di tutti gli eventi, più si rinsalda nella convinzione che non c'è posto, accanto a questa ordinata regolarità, per cause di natura differente. Per lui non esisterà né regola dell'umano né regola del divino come causa indipendente dagli eventi naturali».
Appare evidente  che la religiosità di Enstein era di tipo immanentistico, naturalistico e razionalistico, una visione cosmica bruniana che nel medio evo sarebbe stata tacciata di eresia e perseguitata con i roghi. Non ha nulla a che spartire con l'ammirazione col Dio personale e antropomorfo delle tre religioni monoteistiche ma si confonde quasi con una spiritualità orientale e buddista, che rifiuta l'idea di un Dio trascendente e architetto del reale.
Per Einstein la natura è organizzata secondo leggi razionali che non hanno altra causa indipendente dalla stessa natura, capace di auto-organizzarsi in modo complesso secondo un ordine cosmico-razionale, che desta lo stupore e la meraviglia dell'individuo. Essa è eterna e se eè eterna per sua stessa natura  non può che escludere l’ipotesi di un Dio causa sua, architetto e costruttore del reale. La natura è causa sui.

So che è difficile accettare questa conclusione perché la mente umana ragiona sempre per causa ed effetto, progetto e finalità. Ma se ci fosse stato un architetto del mondo chi avrebbe a sua volta architettato l'architetto? E che bisogno avrebbe avuto di estraniarsi nel non-dio ed oggettivarsi nel mondo materiale? Forse non era auto-sufficiente, in pace ed armonia con il proprio essere infinito ed onnipotente? 
Se c’è un Dio architetto che opera secondo una finalità ci deve essere per forza uno spazio-tempo precedente allo spazio-tempo cosmico. Ma se Dio è spazio-tempo allora è materia. Quindi tanto vale formulare l’equazione Dio=infinito=natura. Tesi, appunto, di Giordano Bruno e Spinoza. Ma, aggiungo come corollario, che nell’equazione, Dio si può tranquillamente togliere perché non è più una ipotesi necessaria. Lasciando solo infinito e natura.

Inoltre se Dio ama l'uomo fino a crearlo a sua immagine e somiglianza vuol dire che si sente essere incompiuto e manchevole. E se lo ama davvero perché lo consegna al caos degli eventi? E che senso avrebbe avuto isolare l'uomo in un angolo sperduto dell'universo circondandolo di infinita materia inorganica, inaccessibile, fredda, oscura e non cosciente? Non avrebbe potuto creare un mondo più piccolo e a dimensione umana? Sono tutte domande che hanno percorso la filosofia occidentale senza trovare mai risposte adeguate.

Allo stupore di Einstein io aggiungo un sentimento opposto di sospetto e di angoscia verso l’irriducibilità dell’ente cosmico alla razionalizzazione umana. Niente di strano, essere e nulla convivono nel reale e in ognuno di noi. L’universo  è indifferente ai nostri destini e noi siamo solo un bagliore di luce nello spazio-tempo infinito.

domenica 14 febbraio 2016

EINSTEIN: "PERCHÉ CREDO NEL SOCIALISMO"

[ 14 febbraio ]

Nel momento in cui Einstein torna prepotentemente d'attualità per la conferma scientifica della sua tesi sulle onde gravitazionali, ci pare doveroso pubblicare 
«Perché credo nel socialismo?». Uno straordinario articolo di Albert Einstein pubblicato sulla rivista Monthly Review nel 1949.



Perché credo nel socialismo?
di Albert Einstein

«È consigliabile per chi non sia un esperto di problemi economici e sociali esprimere delle opinioni sulla questione del socialismo? Per un complesso di ragioni credo di sì.

Consideriamo in primo luogo la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano delle differenze metodologiche essenziali fra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi di validità generale entro un ordine circoscritto di fenomeni, in modo da rendere quanto più possibile comprensibile connessioni fra questi fenomeni. In realtà, però, differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che nei fenomeni economici osservati intervengono spesso molti fattori che è assai difficile valutare separatamente. Inoltre, l’esperienza accumulatasi fin dall’inizio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come è noto, fortemente influenzata e limitata da cause che non sono affatto di natura esclusivamente economica. Per esempio, la maggior parte degli stati più importanti dovettero la loro esistenza alla politica di conquista. I popoli conquistatori si imposero legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Essi si riservarono il monopolio della proprietà terriera e crearono una casta sacerdotale con membri appartenenti alla loro stessa classe. I sacerdoti, avendo il controllo dell’educazione, trasformarono la divisione in classi della società in una istituzione permanente ed elaborarono un sistema di valori a mezzo del quale, a partire da allora, il popolo fu guidato, in larga misura senza che ne avesse consapevolezza, nel suo comportamento sociale.

Ma la tradizione storica è, per cosi dire, cosa di ieri; in nessuna parte del mondo abbiamo di fatto superato quella che Thorstein Veblen chiamò “la fase predatoria” dello sviluppo umano. I fatti economici che ci è dato osservare appartengono a tale fase, e le stesse leggi che possiamo eventualmente ricavare da tali fatti non sono applicabili ad altre fasi. Dato che il vero scopo del socialismo è precisamente quello di superare e di procedere oltre la fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica, al suo stato attuale, può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.

In secondo luogo, il socialismo è volto a un fine etico-sociale. La scienza, però, non può stabilire dei fini e tanto meno inculcarli negli esseri umani; la scienza, al più, può fornire i mezzi con i quali raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti da persone con alti ideali etici; se questi ideali non sono sterili, ma vitali e forti, vengono adottati e portati avanti da quella gran parte dell’umanità che, per metà inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.

Per queste ragioni dovremmo stare attenti a non sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo ammettere che gli esperti siano gli unici ad aver il diritto di pronunciarsi su questioni riguardanti l’organizzazione della società.


Da un po’ di tempo innumerevoli voci affermano che la società umana sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristico di una tale situazione è il fatto che gli individui si sentano indifferenti o addirittura ostili verso il gruppo sociale, piccolo o grande, al quale appartengono. Per illustrare ciò che intendo dire, voglio ricordare qui un’esperienza personale. Recentemente discutevo con una persona intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, secondo me, comprometterebbe seriamente l’esistenza dell’umanità, e facevo notare che solo un’organizzazione sopranazionale potrebbe offrire una forma di protezione da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con voce molto calma e fredda, mi disse: “Perché lei è cosi profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?”

Sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto una domanda del genere con tanta leggerezza. È l’affermazione di un uomo che ha lottato invano per raggiungere un equilibrio interno e ha perduto, più o meno, la speranza di riuscirvi. È l’espressione di una solitudine e di un isolamento dolorosi di cui soffrono moltissimi in questi tempi. Quale ne è la causa? Esiste una via d’uscita?

È facile sollevare tali questioni, ma è difficile dare loro una risposta con un qualche grado di sicurezza. Debbo tentare, tuttavia, come meglio posso, anche se sono perfettamente consapevole del fatto che i nostri sentimenti e i nostri sforzi sono spesso contraddittori e oscuri, e non possono venir espressi mediante facili e semplici formule.

L’uomo è, allo stesso tempo, un essere solitario e un essere sociale. In quanto essere solitario, egli cerca di proteggere la propria esistenza e quella di coloro che gli sono più vicini, di soddisfare i propri desideri personali, e di sviluppare le proprie qualità naturali. In quanto essere sociale, egli cerca di guadagnarsi la stima e l’affetto dei suoi simili, di condividere le loro gioie, di confortarli nel loro dolore, e di migliorare le loro condizioni di vita. Soltanto l’esistenza di questi sforzi diversi, frequentemente contrastanti, spiega il carattere particolare di un uomo, e la loro particolare combinazione determina la misura nella quale un individuo può raggiungere un equilibrio interno e contribuire al benessere della società. È perfettamente possibile che la forza relativa di queste due tendenze sia sostanzialmente determinata dall’eredità. Ma la personalità che alla fine ne emerge è in gran parte formata dall’ambiente in cui un uomo viene a trovarsi durante il suo sviluppo, dalla struttura della società in cui egli cresce, dalla storia di quella società, e dal giudizio che essa dà dei differenti tipi di comportamento. Il concetto astratto di “società” significa, per l’essere umano individuale, la somma totale di queste relazioni dirette e indirette con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle generazioni precedenti. L’individuo può pensare, sentire, lottare, e lavorare da solo; ma egli dipende dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, tanto che è impossibile pensare a lui, o comprenderlo, al di fuori della struttura della società. È la “società” che fornisce all’uomo il cibo, i vestiti, una casa, gli strumenti di lavoro, la lingua, le forme di pensiero, e la maggior parte dei contenuti di pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini del passato e del presente che si nascondono dietro quella piccola parola: “società”.

È evidente, perciò, che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto naturale che non può venir abolito, proprio come nel caso delle api o delle formiche. Tuttavia, mentre l’intero processo vitale delle formiche e delle api è determinato fin nei più minuti particolari da rigidi istinti ereditari, lo schema sociale e le interrelazioni degli esseri umani sono assai variabili e suscettibili di mutamento. La memoria, la capacità di realizzare nuove combinazioni, il dono della comunicazione orale, hanno reso possibili fra gli esseri umani degli sviluppi non dettati da necessità biologiche. Tali sviluppi si manifestano nelle tradizioni, istituzioni, e organizzazioni, nella letteratura, nelle scoperte scientifiche e tecniche, nelle opere d’arte. Questo spiega come succede che, in un certo senso, l’uomo possa, attraverso il comportamento, influenzare la propria vita, e che in questo processo possano avere una funzione il pensiero e la volontà coscienti.


L’uomo riceve ereditariamente, alla nascita, una costituzione biologica che dobbiamo considerare fissa e inalterabile, e che comprende le esigenze naturali che sono caratteristiche della specie umana. Inoltre, nel corso della vita, egli acquisisce una costituzione culturale, che gli viene dalla società attraverso la comunicazione diretta e attraverso molti altri tipi di influenze. È questa costituzione culturale ad essere, nel corso del tempo, soggetta a mutamenti e a determinare in larga misura i rapporti fra l’individuo e la società. La moderna antropologia ci ha insegnato, attraverso lo studio comparato delle cosiddette culture primitive, che il comportamento sociale degli esseri umani può essere molto diverso, a seconda degli schemi culturali predominanti e dei tipi di organizzazione che prevalgono nella società. È su questo fatto che coloro che lottano per migliorare il destino dell’uomo possono fondare le loro speranze: gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, a distruggersi l’un l’altro o ad essere, ad opera delle proprie mani, alla mercé di un fato crudele.

Se ci domandiamo in qual modo la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere il più possibile soddisfacente la vita umana, dovremmo essere coscienti del fatto che esistono certe condizioni che non possiamo modificare. Come abbiamo ricordato prima, la natura biologica dell’uomo non è suscettibile di mutamenti a ogni fine pratico. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato delle condizioni destinate a perdurare. In popolazioni stabili relativamente dense, dotate dei beni che sono indispensabili alla continuazione della loro esistenza, sono assolutamente necessarie una estrema suddivisione del lavoro e un apparato produttivo altamente centralizzato. È passato per sempre il tempo, che a volgersi indietro sembra cosi idilliaco, in cui gli individui o i gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti. Non si esagera molto dicendo che l’umanità già oggi costituisce una comunità planetaria di produzione e di consumo.

Giunto a questo punto del discorso posso indicare brevemente ciò che secondo me costituisce l’essenza della crisi del nostro tempo. Si tratta del rapporto dell’individuo con la società. L’individuo è diventato più consapevole che mai della propria dipendenza dalla società. Egli però non sperimenta tale dipendenza come un fatto positivo, come un legame organico, come uno forza protettrice, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali, o addirittura alla sua esistenza. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo carattere vengono costantemente accentuati, mentre i suoi impulsi sociali, che per natura sono più deboli, si deteriorano progressivamente. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, soffrono di questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egotismo, essi si sentono insicuri, soli, e spogliati della ingenua, semplice e non sofisticata gioia di vivere. L’uomo può trovare un significato nella vita, breve e pericolosa come è, soltanto dedicandosi alla società.

L’anarchia economica della società capitalista, quale esiste oggi, rappresenta secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un’enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per spogliarsi a vicenda dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza, bensì tutto sommato in complice ossequio a regole stabilite in forma legale. In questo senso è importante rendersi conto che i mezzi di produzione, vale a dire l’intera capacità produttiva necessaria per produrre sia i beni di consumo che i beni capitali addizionali, possono essere con pieno crisma legale, e per la maggior parte lo sono, proprietà privata di singoli.


Per ragioni di semplicità, nella discussione che segue indicherò con la parola “lavoratori” tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, anche se ciò non corrisponde pienamente all’uso normale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di acquistare la forza-lavoro del lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuovi beni che diventano proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione fra quanto il lavoratore produce e quanto egli è pagato, entrambe le quantità misurate in termini di valore reale. Fintantoché il contratto di lavoro è “libero”, ciò che il lavoratore riceve è determinato non dal valore reale dei beni che produce, ma dalle sue necessità di sopravvivenza e dalla domanda di forza-lavoro da parte del capitalista, rapportata al numero di lavoratori che sono in concorrenza per i posti di lavoro. È importante comprendere che anche in teoria il salario del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.

Il capitale privato tende a concentrarsi nelle mani di pochi, in parte a causa della concorrenza fra i capitalisti, in parte perché lo sviluppo tecnologico e la crescente suddivisione del lavoro incoraggiano la formazione di più grandi complessi di produzione
a spese dei minori. Il risultato di questi sviluppi è un’oligarchia del capitale privato il cui enorme potere non può essere efficacemente controllato neppure da una società politica democraticamente organizzata. La verità di ciò è determinata dal fatto che i membri dei corpi legislativi vengono scelti dai partiti politici, ampiamente finanziati o in altro modo influenzati dai capitalisti privati i quali, a ogni fine pratico, separano l’elettorato dal corpo legislativo. La conseguenza è che i rappresentanti del popolo non proteggono, di fatto, in modo sufficiente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni attuali, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, direttamente o indirettamente, le fonti principali d’informazione: stampa, radio, educazione. È quindi estremamente difficile e anzi, nella maggior parte dei casi, del tutto impossibile, che i cittadini pervengano a delle conclusioni oggettive e facciano un uso intelligente dei loro diritti politici.

La situazione dominante in un’economia basata sulla proprietà privata del capitale è perciò caratterizzata da due principi fondamentali: primo, i mezzi di produzione (capitale) sono proprietà privata e i proprietari ne dispongono a loro piacimento; secondo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente non esiste, in quanto tale, una società capitalista pura in questo senso. In particolare, occorre notare che i lavoratori, attraverso lunghe e amare lotte, sono riusciti ad assicurarsi una forma in certo modo migliorata del “contratto libero di lavoro” per certe loro categorie. Peraltro, considerata complessivamente l’economia dei nostri tempi non differisce molto dal capitalismo puro.

Si produce per il profitto, non per l’uso. Non vi è alcun provvedimento grazie al quale tutti coloro che possono e vogliono lavorare ne abbiano sempre la possibilità; esiste quasi sempre un “esercito di disoccupati”. Il lavoratore ha sempre la paura di perdere il proprio posto di lavoro. Dato che i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano per i beni di consumo un mercato vantaggioso, la produzione di tali beni ne risulta limitata, con un conseguente grave danno. Il progresso tecnologico si risolve frequentemente in un aggravamento della disoccupazione piuttosto che in un alleggerimento della quantità di lavoro per tutti. Il movente del profitto, congiuntamente alla concorrenza fra i capitalisti, è responsabile di una instabilità nell’accumulazione e nell’impiego del capitale, che conduce a depressioni sempre più gravi. La concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro, e a quelle storture della coscienza sociale nei singoli individui, di cui ho parlato prima.

Queste storture nell’individuo, secondo me sono la tara peggiore del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo soffre di questo male. Un atteggiamento esageratamente concorrenziale viene inculcato nello studente, abituandolo ad adorare il
successo, come preparazione alla sua futura carriera.

Sono convinto che vi è un solo mezzo per eliminare questi gravi mali, e cioè la creazione di un’economia socialista congiunta a un sistema educativo che sia orientato verso obiettivi sociali. In una tale economia i mezzi di produzione sono proprietà della società stessa e vengono utilizzati secondo uno schema pianificato. Un’economia pianificata, che equilibri la produzione e le necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro fra tutti gli abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L’educazione dell’individuo, oltre a incoraggiare le sue innate capacità, si proporrebbe di sviluppare in lui un senso di responsabilità verso i suoi simili anziché la glorificazione del potere e del successo, come avviene nella nostra società attuale.

È necessario, tuttavia, ricordare che un’economia pianificata non rappresenta ancora il socialismo. Una tale economia pianificata potrebbe essere accompagnata dal completo asservimento dell’individuo. La realizzazione del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi sociali e politici estremamente complessi: in che modo è possibile, in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere economico e politico, impedire che la burocrazia diventi onnipotente e prepotente? In che modo possono essere protetti i diritti dell’individuo, assicurando un contrappeso democratico al potere della burocrazia?


* Fonte: Monthly Review 
* Fonte: POP OFF

venerdì 15 agosto 2014

CHE C'ENTRA IL SIONISMO CON L'ECONOMETRIA? di Marxista dell'Illinois n.2

15 agosto. Non mi aspettavo che il mio intervento su Magdi Allam, Alberto Bagnai e la tragedia palestinese avrebbe avuto tanta eco. Si vede che ho messo il dito su una delle piaghe.
Mentre l'Allam tace (dev'essere impegnato in qualche ritiro spirituale coi druidi lefebvriani), il Bagnai ha invece prontamente risposto con un pistolotto interminabile e sconclusionato, rivendicando tuttavia le sue frequentazioni ma tacendo sul genocidio di Gaza. E questo, l'omertà sulla tragedia palestinese, questo me lo aspettavo. Meglio tacere se si cerca nel prossimo futuro di salire sul carro del prossimo vincitore, tanto più se si ritiene che verrà fuori dalla cerchia di quelli che oggi comandano, e che sono tutti amici di Israele —chi ha orecchie per intendere intenda. 

I brocchi della setta del cavajere nero si sono scatenati: "che c'entra Gaza? perché mai un "geniale economista" dovrebbe esprimere le sue opinioni sulla vicenda palestinese?" 
Un distillato clamoroso di questa ignavia, dell'idea che se uno si occupa di econometria non è tenuto ad esecrare dei crimini contro l'umanità, che anzi debba estraniarsi e tacere su una tragedia (compiuta anche con armi fornite dal governo italiano) che da un mese è sulle prime pagine dei media mondiali, è ben espresso in questo post:

ANKYN SCRIVE:
14 agosto 2014 16:37
«Ma perché mai un professore di economia dovrebbe esprimersi pubblicamente su Gaza?Potrà coltivare la sua opinione in santa pace senza per forza dover fare il tuttologo?
Altrimenti a questo punto rimproveriamo a chiunque qualsiasi cosa: a Bagnai di non dire nulla su Gaza e Ucraina, a Sollevazione di non esprimersi sul disastro ambientale, a mia sorella di tacere sul massacro dei cavallucci marini nella Nuova Guinea (sì, è ironia), e via strumentalizzando.Sì, STRUMENTALIZZANDO: è questa l'operazione messa in atto da articoli del genere.Rimproverare ad un esperto di X di non occuparsi di Y significa semplicemente trovare scuse per criticarlo, probabilmente perché non si è in grado di farlo sul terreno di cui è esperto».
Che la scuola italiana fosse diventata una cloaca era noto, non che fosse un'opificio di imbecilli per di più immorali...  L'idea che la scienza non abbia una base etica, che gli scienziati non debbano prendere posizione e siano al di sopra delle lotte sociali, non è solo reazionaria, è smentita dalla storia della scienza. La scienza non è infatti né neutrale né autonoma, è eteronoma invece. Non solo perché lo scienziato è guidato da una qualche concezione del mondo, la sua ricerca, salvo rare eccezioni, ubbidisce agli interessi delle classi dominanti. 

"Strumentale" denunciare l'omertà davanti a tragedie enormi? E' come se dopo Hiroshima e Nagasaki si fosse considerato inammissibile chiedere ai fisici di esprimere condanna di quelle inaudite ecatombi. Ciò che in effetti il potere americano cercò di impedire. Senza esito, visto che lo stesso Oppenheimer, subito dopo il successo dell'esperimento che ha visto esplodere la prima bomba atomica a Los Alamos dichiarò: «I fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non potranno perdere».

Ove il fisico Oppenheimer non fosse familiare ai fanatici seguaci della Dea scienza, ricordiamo quanto affermò un altro Alberto (è solo un caso di omonimia), tale Einstein. Conoscono essi la sua pugnace battaglia politica e non solo morale per metter al bando la bomba atomica? Ne dubitiamo, altrimenti non vomiterebbero simili bestialità.

Non conosceranno nemmeno quanto Einstein scrisse della destra sionista, equiparandola ai fascisti. L'occasione gli fu fornita dalla strage di Deir Yassin del 9 aprile 1948. I sionisti trucidarono 240 tra uomini, donne e bambini inermi.
A Gaza le vittime della macchina bellica israeliana sono più di duemila,  tra cui 432 bambini e 243 donne. 9886 i feriti, tra cui 2878 bambini. Deir Yassin è nulla in confronto, e ciò richiederebbe una rivolta morale da parte di tutti, anzitutto degli intellettuali e del mondo della cultura. Prevalgono invece ignavia e silenzio, ovvero la complicità morale col sionismo e le loro potenti lobbi occidentali.

Ed ora,  nel tentativo di rinfrescare la memoria a certi ottenebrati, leggiamo quanto Einstein scrisse, con la Arendt e gli altri, davanti ad uno dei tanti crimini sionisti:

«AGLI EDITORI DEL NEW YORK TIMES:

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

Attacco a un villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettavano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei. I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, semza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

Firmato:
ALBERT EINSTEIN, ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, , HERMAN EISEN, M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE»

New York, Dec. 2, 1948

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