IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.
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mercoledì 29 gennaio 2020
FRANCIA, IL ROSSO E' DIVENTATO GIALLO di Fulvio Grimaldi
IN QUESTO SITO un diario fotogiornalistico che, alla mano di magnifiche immagini, illustra quella che in Europa è indubbiamente la più valida, forte, giusta e nobile lotta di massa del nuovo millennio, quella dei Gilet Gialli, ora al 60° appuntamento.
mercoledì 15 gennaio 2020
FRANCIA: PERCHÉ QUI DA NOI NO di Riccardo Achilli
Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”.
Senza voler avere la pretesa di una
giovedì 9 gennaio 2020
domenica 29 dicembre 2019
FRANCIA: 25° GIORNO DI SCIOPERO
Tra questi ci piace ricordare le rivolte popolari che hanno scosso diversi paesi. Quella in Ecuador, quella dei cileni, che non demordono malgrado la durissima repressione (ieri è stato ammazzzzato il 29° manifestante). Vogliamo ricordare le
giovedì 19 dicembre 2019
RACCOGLIERE IL TESTIMONE DEL POPOLO FRANCESE cc di P101
Comunicato n. 13/2019
Comitato Centrale di Programma 101
Mentre la Francia era paralizzata dalla più massiccia ondata di scioperi e mobilitazioni sindacali da dieci anni a questa parte, il Parlamento francese, dopo una faticosa maratona, ha approvato ieri la Legge di Bilancio 2020. Una manovra di marca verde-euro-austeritaria che dovrebbe portare il deficit al 2,2% rispetto al 3,1 di quest’anno — da molti anni la Francia sfora la soglia del 3%. L’antipopolare riforma delle pensioni (tuttavia non così devastante come quella che fecero Fornero-Monti) è quindi posticipata.
A causa della grande prova di forza delle organizzazioni sindacali, si intravedono le prime crepe nel fronte macroniano. Dopo lo sciopero generale del 5 dicembre e due settimane di “grève interpro” [scioperi interprofessionali] e ad intermittenza, che ha coinvolto anzitutto i lavoratori delle potenti categorie del pubblico impiego e dei trasporti, quello del 17 dicembre, ha visto una partecipazione ancor più massiccia. Il suo peso ha avuto anche l’adesione all’ultimo momento della CFDT (sindacato “socialista” che si era tenuto in disparte per proteggere Macron e il suo governo).
Macron non è mai stato in difficoltà come adesso. La stampa liberista francese sostiene che egli non sopravviverebbe ad un’eventuale marcia indietro come accadde a Chirac nel 1995 (che fece appunto il primo tentativo di riforma delle pensioni). Tuttavia c’è chi tranquillizza il banchiere Macron, condottiero di La Republique en Marche (LR). E’ vero
che i sondaggi danno la sua popolarità al poco più del 30%, ma in Francia, a causa del micidiale meccanismo elettorale del doppio turno, si può diventare Presidente anche con un indice di popolarità così basso — al primo turno delle ultime elezioni svoltesi il 23 aprile 2017, Macron ottenne il 24%, e poi vinse al ballottaggio contro la Le Pen col 66% dei voti.
Uno dei fatti significativi delle mobilitazioni del 17 dicembre, è che sono scesi in sciopero anche lavoratori delle aziende private. Non accadeva da molto tempo.
Il secondo fatto è la partecipazione in diverse manifestazioni di nutrite delegazioni di Gilet Gialli. Segno che mesi e mesi di rivolta per le strade hanno ben concimato il terreno su cui è nata la pianta dell’attuale movimento di scioperi.
Il terzo fatto è che dalle piazze e dalle strade è emersa maggioritaria la volontà di respingere ogni compromesso negoziale con Macron (non c’è da fidarsi dei sindacati). Lo slogan ripetuto è stato “continuer jusqu’au retrait de la reforme des retraites” [continuare la lotta fino al ritiro della riforma delle pensioni]; “Pas de trêve de Noel, jusqu’au retrait!” [ Nessuna tregua natalizia, lotta fino al ritiro!”].
Il quarto fatto è accaduto al corteo di Parigi: la testa è stata presa dagli scioperanti autorganizzati composta da insegnanti, ferrovieri e dalla maestranze RATP [metro] oramai giunti al 14 giorno di sciopero a oltranza.
Il quinto fatto è quello che attesta come lo sciopero abbia fatto il salto da mobilitazione meramente sindacale a sciopero politico. “Macron démission” lo slogan che i Gilet Gialli hanno gridato per mesi ha contaminato anche i lavoratori delle metropoli, che la protesta dei Gilet Gialli osservarono solo da lontano.
Come Programma 101 esprimiamo la nostra incondizionata solidarietà alla battaglia del proletariato di Francia contro Macron e tutto il fronte euroliberista, e ci auguriamo che esso, come altre volte accaduto nella storia europea, sia il gallo che da la sveglia al resto dei popoli europei.
Comitato Centrale di Programma 101
19 dicembre 2019
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mercoledì 11 dicembre 2019
FACCIAMO COME IN FRANCIA?
[ mercoledì 11 dicembre 2019 ]
Dopo il successo dello sciopero generale del 5 dicembre, quello di ieri, 10 dicembre, ancor più grande e partecipato: adesioni altissime (anzitutto nel pubblico impiego, il settore più colpito), manifestazioni di massa in ogni città. La Francia popolare e proletaria è scesa sul piede di guerra contro la "riforma" del sistema pensionistico che Macron vuole realizzare ad ogni costo, in nome del famigerato pareggio di bilancio.
Ma non c'è di mezzo solo il dogma del pareggio di bilancio. Come rivelano i giornali francesi, sotto, c'è il tentativo del banchiere Macron di fare un favore ai suoi sodali.
LIBERATION ci informa infatti che
«I rappresentanti del più grande fondo di investimento del mondo, BlackRock, molto interessati al Patto e alla legge sulla riforma delle pensioni, hanno già incontrato diverse volte il Presidente della Repubblica, ma anche Jean-Paul Delevoye, l'Alto Commissario per le pensioni. La lobby di cui BlackRock è membro in Francia, l'AFG, ha anche moltiplicato le sue pressioni a favore della riforma».Come si spiega che, seppure il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori francesi sia tra i più bassi d'Europa, essi abbiano aderito in massa all'appello alla lotta dei sindacati? Si spiega non solo con la inaccettabilità delle drastiche misure macroniane, si spiega col fatto che i sindacati francesi non sono mai scesi così in basso come quelli italiani — pensate che dopo aver lasciato passare la Fornero e il jobs act, ancora ieri, il signor Landini, invece di chiamare alla mobilitazione i suoi iscritti, ha proposto un "patto" con governo e imprese.
Più in generale: come si spiega che i francesi sono, in Europa, quelli più combattivi?
Si spiega con la spinta che senza dubbio hanno fornito i gilet gialli, la cui lotta prolungata ha lasciato un segno indelebile nel Paese. Per chi non lo sapesse i gilet gialli hanno sin da subito dichiarato di aderire alla mobilitazione sindacale.
Si spiega col fatto che la sinistra francese, dopo l'ignobile inabissamento del Partito socialista e di quello comunista, ha saputo risorgere, malgrado tutti i limiti, nella forma di La France Insoumise.
Si spiega col fatto che la destra radicale francese — ex Fronte nazionale ora Rassemblement National, per bocca di Marine Le Pen ha aderito ai due scioperi generali.
Si spiega infine con il fatto che il popolo francese, lo dimostra la storia, è sempre stato quello che con più prontezza e determinazione rialza la testa e si ribella quando c'è la sensazione che il padronato (quello d'Oltralpe è uno dei più rognosi) passi il segno.
Vorremmo dire: "Faremo come in Francia!" ma, ahinoi, non c'è permesso di farlo, non fosse che per il tasso di collaborazionismo sfrontato dei sindacati verso le classi dominanti ed i suoi governi (tanto più se sono di centro-sinistra). Non ci sarà permesso a causa di sinistre che hanno perduto per sempre la loro dignità e credibilità.
Il popolo lavoratore italiano, non avendo sindacati degni di questo nome, avendo una sinistra sputtanata e al servizio del regime eurista, dovrà necessariamente seguire un'altra strada. Quale sarà, quali modalità sceglierà, non è dato sapere.
Di sicuro, quando la goccia farà traboccare il vaso, avverrà la SOLLEVAZIONE generale, destinata a far tremare l'Italia e con essa tutt'Europa.
* * *
LA RIVOLUZIONE "PURA"? NON ESISTE...
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.
La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto.
La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo».
V.I. Lenin
L'INSURREZIONE IRLANDESE DEL 1916
Luglio 1916.
Opere Complete, Editori Riuniti, pp 353-54
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sabato 16 novembre 2019
GILET GIALLI: AD UN ANNO DALLA RIVOLTA
[ sabato 16 novembre 2019 ]
Il fine settimana scorso, dal al-4 novembre, si né tenuta la Quarta Assemblea delle Assemblee dei Gilet Gialli. Un avvenimento che ha riunito quasi 500 Gilet gialli, tra cui 200 delegati venuti da quasi tutti i dipartimenti. Benché al momento i principi organizzativi più comunemente ammessi dalle diverse basi del movimento non riconoscano formalmente alcun rappresentante, questa Assemblea, e le decisioni collettive che sono state prese, hanno una sicura risonanza nell’ambito dei gruppi locali dei Gilet Gialli. Si tratta, ogni volta, di un importante momento pedagogico nel quale le classi popolari e medie pauperizzate dibattono in piccoli gruppi su diverse tematiche (ecologia, relazioni internazionali, identificare nemici ed alleati, organizzarsi di fronte alla repressione, lavorare con gli altri movimenti, comunicazione, fronte di massa ecc) imparando l’arte dell'ascolto e della parola, e decostruendo insieme il funzionamento della società capitalista ed immaginando, poco a poco, la nuova utopia che è necessaria ai nostri popoli.
A Montpellier, durante la Quarta Assemblea delle Assemblee, è stato approvato un testo dedicato alla situazione internazionale, scritto ed approvato collettivamente durante l’udienza plenaria, che pubblichiamo qui sotto.
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Noi, Gilet gialli di tutta la Francia, ci indirizziamo a tutti i popoli in rivolta
In occasione dell’anniversario del nostro movimento il 16 ed il 17 novembre, dedichiamo la nostra festa a tutte le sollevazioni popolari nel mondo.
Da un anno, noi, Gilet Gialli, ci siamo sollevati per la giustizia sociale, la giustizia fiscale, la giustizia ecologista, la democrazia diretta, la libertà e la dignità, per diventare padroni del nostro avvenire.
Un anno dopo, numerose sollevazioni sono sorte in tutto il mondo, Cile, Iraq, Catalogna, Libano, Hong Kong, Algeria, Equador, Sudan, Colombia, Haiti, Guinea-Conacry ecc.
Noi ci sentiamo fratelli, sorelle ed alleati di questi movimenti nati in tutto il mondo.
Esigiamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e che si fermi la repressione di stato.
Viviamo in un sistema globalizzato e imperialista. Per cambiare le cose dobbiamo agire tutti insieme. Alleandosi, i popoli in rivolta potranno trasformare le loro condizioni di vita. Chiediamo, in un primo tempo, un’azione comune, durante il fine settimana del 16 e 17 novembre per creare e rinforzare dei legami tra i popoli in lotta.
Il 16 e 17 novembre noi festeggeremo l’anniversario della nostra sollevazione.
Noi lo dedichiamo a tutte le rivolte in corso nel mondo, a tutti inostri alleati che si sollevano a livello planetario. Saremo felici di celebrarlo in modo solidale e di condividerlo, nettamente usando banner comuni contenenti gli hashtag
Per creare una connessione tra i popoli in rivolta, è stato creato un indirizzo di posta elettronica per poter riceverei messaggi di tutti i popoli in rivolta e dei collettivi del mondo intero oltre alle foto ed ai banner che faremo:
Il fine settimana scorso, dal al-4 novembre, si né tenuta la Quarta Assemblea delle Assemblee dei Gilet Gialli. Un avvenimento che ha riunito quasi 500 Gilet gialli, tra cui 200 delegati venuti da quasi tutti i dipartimenti. Benché al momento i principi organizzativi più comunemente ammessi dalle diverse basi del movimento non riconoscano formalmente alcun rappresentante, questa Assemblea, e le decisioni collettive che sono state prese, hanno una sicura risonanza nell’ambito dei gruppi locali dei Gilet Gialli. Si tratta, ogni volta, di un importante momento pedagogico nel quale le classi popolari e medie pauperizzate dibattono in piccoli gruppi su diverse tematiche (ecologia, relazioni internazionali, identificare nemici ed alleati, organizzarsi di fronte alla repressione, lavorare con gli altri movimenti, comunicazione, fronte di massa ecc) imparando l’arte dell'ascolto e della parola, e decostruendo insieme il funzionamento della società capitalista ed immaginando, poco a poco, la nuova utopia che è necessaria ai nostri popoli.
A Montpellier, durante la Quarta Assemblea delle Assemblee, è stato approvato un testo dedicato alla situazione internazionale, scritto ed approvato collettivamente durante l’udienza plenaria, che pubblichiamo qui sotto.
* * *
APPELLO DEI GILET GIALLI FRANCESI A TUTTI I POPOLI IN RIVOLTA NEL MONDO
Noi, Gilet gialli di tutta la Francia, ci indirizziamo a tutti i popoli in rivolta
In occasione dell’anniversario del nostro movimento il 16 ed il 17 novembre, dedichiamo la nostra festa a tutte le sollevazioni popolari nel mondo.
Da un anno, noi, Gilet Gialli, ci siamo sollevati per la giustizia sociale, la giustizia fiscale, la giustizia ecologista, la democrazia diretta, la libertà e la dignità, per diventare padroni del nostro avvenire.
Un anno dopo, numerose sollevazioni sono sorte in tutto il mondo, Cile, Iraq, Catalogna, Libano, Hong Kong, Algeria, Equador, Sudan, Colombia, Haiti, Guinea-Conacry ecc.
Noi ci sentiamo fratelli, sorelle ed alleati di questi movimenti nati in tutto il mondo.
Esigiamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e che si fermi la repressione di stato.
Viviamo in un sistema globalizzato e imperialista. Per cambiare le cose dobbiamo agire tutti insieme. Alleandosi, i popoli in rivolta potranno trasformare le loro condizioni di vita. Chiediamo, in un primo tempo, un’azione comune, durante il fine settimana del 16 e 17 novembre per creare e rinforzare dei legami tra i popoli in lotta.
Il 16 e 17 novembre noi festeggeremo l’anniversario della nostra sollevazione.
Noi lo dedichiamo a tutte le rivolte in corso nel mondo, a tutti inostri alleati che si sollevano a livello planetario. Saremo felici di celebrarlo in modo solidale e di condividerlo, nettamente usando banner comuni contenenti gli hashtag
#RevolutionEverywhere #Quesevayantodos
I popoli del mondo intero vogliono la caduta del sistema
revolutioneverywhereriseup.net
* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: PARDEM
mercoledì 13 novembre 2019
"LA FACCIO FINITA AFFINCHÉ QUESTA MERDA FINISCA" di Giovine Italia
[ mercoledì 13 novembre 2019 ]
DUE GIORNI FA UNO STUDENTE FRANCESE, ANAS K., SI È DATO FUOCO CONTRO MACRON E L'UNIONE EUROPEA...
Di seguito quanto scritto dai compagni di Movimento 48, di cui Giovine Italia è ora la testata telematica.
È incredibile come un ragazzo che si dia fuoco, incolpando esplicitamente il capitalismo come causa delle proprie condizioni economiche, possa passare inosservato dai media e dalla Popolazione in generale.
Tutti ricorderanno probabilmente Jan Palach, il ragazzo Cecoslovacco che si diede alle fiamme per esprimere contrarietà verso l’occupazione Sovietica in atto in quel periodo.
Pochi sanno, altrettanto probabilmente, che quel ragazzo ora preso come simbolo anti-comunista o addirittura come esempio dall’estrema destra, era in realtà socialista.
Pochi sanno che le proteste che avvennero in quei periodi nacquero come proteste contro il riformismo messo in atto da Kruscev dopo la morte di Stalin, continuate senza sosta anche durante la presidenza di Breznev, costringendo purtroppo quest’ultimo ad intervenire militarmente sul territorio Cecoslovacco.
Le dichiarazioni di un compagno di Palach ne sono la testimonianza:
Chiudendo questa piccola parentesi sul perenne revisionismo storico che continuiamo a lottare, ritorniamo sulla questione del ragazzo Francese 22enne che si è dato fuoco a Lione di fronte ad un ristorante il pomeriggio dell’8 novembre.
Le notizie cominciano a girare ora, 10-11 novembre, probabilmente per via della cassa di risonanza di internet, anche se in maniera più velata possibile. Non sono riusciti a far trattenere questa notizia scioccante.
Nella lettera-testamento il ragazzo incolpa, senza girarci intorno, il sistema neoliberista, i suoi mezzi e i suoi burattini. Che sono appunto l’unione europea e il presidente francese. Ma non si ferma solo a Macron: accusa i suoi predecessori Hollande e Sarkozy, ed anche Marine Le Pen, che seppure non sia ancora stata eletta presidente viene accusata dal ragazzo come una leader di estrema destra che sfrutta la paura e la disperazione della Popolazione per conquistarsi consensi e quindi voti.
Il ragazzo è ancora in vita, “salvato” dai pompieri; ma ha ustioni sul 90% del proprio corpo.
Sicuramente non ci sono parole per descrivere il nostro dispiacere verso il ragazzo, che ha combattuto per quel che poteva militando per il sindacato studentesco “Solidaires Etudiant” ed essendone addirittura il segretario federale oltre che attivista.
Un ragazzo con delle idee ben precise, che sa chi sia il colpevole che l’ha costretto alla miseria.
Vi lasciamo la lettera tradotta oltre a quella originale in Francese [vedi sotto] .
Riflettete.
DUE GIORNI FA UNO STUDENTE FRANCESE, ANAS K., SI È DATO FUOCO CONTRO MACRON E L'UNIONE EUROPEA...
Di seguito quanto scritto dai compagni di Movimento 48, di cui Giovine Italia è ora la testata telematica.
È incredibile come un ragazzo che si dia fuoco, incolpando esplicitamente il capitalismo come causa delle proprie condizioni economiche, possa passare inosservato dai media e dalla Popolazione in generale.
Tutti ricorderanno probabilmente Jan Palach, il ragazzo Cecoslovacco che si diede alle fiamme per esprimere contrarietà verso l’occupazione Sovietica in atto in quel periodo.
Pochi sanno, altrettanto probabilmente, che quel ragazzo ora preso come simbolo anti-comunista o addirittura come esempio dall’estrema destra, era in realtà socialista.
Pochi sanno che le proteste che avvennero in quei periodi nacquero come proteste contro il riformismo messo in atto da Kruscev dopo la morte di Stalin, continuate senza sosta anche durante la presidenza di Breznev, costringendo purtroppo quest’ultimo ad intervenire militarmente sul territorio Cecoslovacco.
Le dichiarazioni di un compagno di Palach ne sono la testimonianza:
“Il gesto di Jan Palach non era soltanto un modo di protestare contro l’infondatezza morale della censura e contro i politici, che stavano tradendo una riforma dietro l’altra, per rimanere più a lungo al governo ma anche contro il pericolo, che ognuno di noi correva, di riconciliazione con la situazione di allora»,ricorda Jan Kavan, uno dei leader del movimento studentesco praghese.
Chiudendo questa piccola parentesi sul perenne revisionismo storico che continuiamo a lottare, ritorniamo sulla questione del ragazzo Francese 22enne che si è dato fuoco a Lione di fronte ad un ristorante il pomeriggio dell’8 novembre.
Le notizie cominciano a girare ora, 10-11 novembre, probabilmente per via della cassa di risonanza di internet, anche se in maniera più velata possibile. Non sono riusciti a far trattenere questa notizia scioccante.
Nella lettera-testamento il ragazzo incolpa, senza girarci intorno, il sistema neoliberista, i suoi mezzi e i suoi burattini. Che sono appunto l’unione europea e il presidente francese. Ma non si ferma solo a Macron: accusa i suoi predecessori Hollande e Sarkozy, ed anche Marine Le Pen, che seppure non sia ancora stata eletta presidente viene accusata dal ragazzo come una leader di estrema destra che sfrutta la paura e la disperazione della Popolazione per conquistarsi consensi e quindi voti.
«Combattiamo contro l’ascesa del fascismo, che non fa altro che dividerci… e il liberalismo che crea disuguaglianze», scrive. «Accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’Ue di avermi ucciso, creando incertezze sul futuro di tutti, e accuso anche Le Pen e i media di generare paura».
Il ragazzo è ancora in vita, “salvato” dai pompieri; ma ha ustioni sul 90% del proprio corpo.
Sicuramente non ci sono parole per descrivere il nostro dispiacere verso il ragazzo, che ha combattuto per quel che poteva militando per il sindacato studentesco “Solidaires Etudiant” ed essendone addirittura il segretario federale oltre che attivista.
Un ragazzo con delle idee ben precise, che sa chi sia il colpevole che l’ha costretto alla miseria.
Vi lasciamo la lettera tradotta oltre a quella originale in Francese [vedi sotto] .
Riflettete.
“Oggi, commetteró l’irreparabile. Se punto, dunque, all’edificio del CROUS a Lione, non è per caso: miro ad un luogo della politica, il ministero dell’educazione superiore e della ricerca e, per estensione, al governo.
Quest’anno, frequentando “la terza l2”, non avevo borse(di studio),e, anche quando ne avevo, 450 euro al mese, erano abbastanza per vivere?
Ho avuto la fortuna d’avere delle persone formidabili intorno a me, la mia famiglia e il sindacato, ma dobbiamo continuare a sopravvivere come facciamo oggi?
E dopo questi studi, per quanto tempo dovremo lavorare per una pensione decente?
Potremo pagare i contributi con una disoccupazione di massa?
Mi approprio oggi , dunque, di una rivendicazione della mia federazione dei sindacati , come studente lavoratore ma trattando anche di un tema più generale, chi ha uno stipendio a lungo termine , affinché non perdiamo questa rivendicazione.
Dobbiamo passare a 32 ore alla settimana di lavoro, per evitare l’incertezza di un faccia a faccia con la disoccupazione, che conduce ogni anno persone come me a questa situazione, le quali muoiono nel silenzio più assordante (completo).
Lottiamo contro la salita (al potere) del fascismo, che non fa che dividerci, ed il liberalismo che crea diseguaglianze.
Io accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’UE di avermi ucciso, creando incertezza nell’avvenire di tutti, accuso anche la Le Pen e gli editorialisti di aver creato delle paure più che secondarie.
La mia ultima speranza è che i miei compagni continuino a combattere, per farla finita con tutto ciò definitivamente.
Quest’anno, frequentando “la terza l2”, non avevo borse(di studio),e, anche quando ne avevo, 450 euro al mese, erano abbastanza per vivere?
Ho avuto la fortuna d’avere delle persone formidabili intorno a me, la mia famiglia e il sindacato, ma dobbiamo continuare a sopravvivere come facciamo oggi?
E dopo questi studi, per quanto tempo dovremo lavorare per una pensione decente?
Potremo pagare i contributi con una disoccupazione di massa?
Mi approprio oggi , dunque, di una rivendicazione della mia federazione dei sindacati , come studente lavoratore ma trattando anche di un tema più generale, chi ha uno stipendio a lungo termine , affinché non perdiamo questa rivendicazione.
Dobbiamo passare a 32 ore alla settimana di lavoro, per evitare l’incertezza di un faccia a faccia con la disoccupazione, che conduce ogni anno persone come me a questa situazione, le quali muoiono nel silenzio più assordante (completo).
Lottiamo contro la salita (al potere) del fascismo, che non fa che dividerci, ed il liberalismo che crea diseguaglianze.
Io accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’UE di avermi ucciso, creando incertezza nell’avvenire di tutti, accuso anche la Le Pen e gli editorialisti di aver creato delle paure più che secondarie.
La mia ultima speranza è che i miei compagni continuino a combattere, per farla finita con tutto ciò definitivamente.
Viva il socialismo, l’autogestione e la SECU(Sicurezza sociale in Francia).
E sono veramente dispiaciuto di dovermi sottoporre a questa prova
E sono veramente dispiaciuto di dovermi sottoporre a questa prova
Arrivederci.”
* Fonte: Giovine Italia
martedì 28 maggio 2019
FRANCIA: IL DISASTRO FRANCE INSOUMISE di Jacques Sapir
[ martedì 28 maggio 2019 ]
Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.
Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.
Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.
Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) – Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po’ più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.
Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L’RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.
L’insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.
La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell’8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.
Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell’ordine. È quindi naturale che una parte dell’elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.
Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all’opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.
Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell’EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all’altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c’è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.
Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS – Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all’ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l’esclusione o l’abbandono volontario dei cosiddetti “sovranisti di sinistra”.
L’abbandono della linea di “assemblea del popolo”, che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l’estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica – che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 – e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.
Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C’è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.
Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un’analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.
Questo vale anche per l’Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L’UPR supera di poco l’1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L’esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull’UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell’esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.
Resta vero che, nonostante la RN, l’opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell’Aéroports de Paris. L’impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un’opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.
Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.
Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.
Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.
Il fallimento di Emmanuel Macron
Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) – Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po’ più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.
Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L’RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.
L’insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.
La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell’8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.
Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell’ordine. È quindi naturale che una parte dell’elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.
Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all’opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.
Il successo di EELV, il fallimento di France Insoumise
Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell’EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all’altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c’è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.
Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS – Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all’ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l’esclusione o l’abbandono volontario dei cosiddetti “sovranisti di sinistra”.
L’abbandono della linea di “assemblea del popolo”, che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l’estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica – che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 – e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.
Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C’è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.
Sovranisti, il prezzo della divisione
Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un’analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.
Questo vale anche per l’Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L’UPR supera di poco l’1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L’esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull’UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell’esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.
Un’opposizione in briciole?
Resta vero che, nonostante la RN, l’opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell’Aéroports de Paris. L’impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un’opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.
* Fonte: voci dall'estero
giovedì 16 maggio 2019
LA (EX) SINISTRA E I GILET GIALLI
[ 16 maggio 2019 ]
[1] Si veda in particolare l’articolo di Marco Bascetta pubblicato agli inizi del sollevamento: https://ilmanifesto.it/noi-contro-lordine-sovrano e quelli di Giuliano Santoro sulla goffa iniziativa elettorale di Luigi Di Maio a sostegno dei Gilet Gialli farlocchi: https://ilmanifesto.it/europee-la-giacca-di-di-maio-non-convince-i-gilet-gialli ; https://ilmanifesto.it/verso-le-europee-alla-fine-di-maio-trova-i-gilet/ nonché il reportage di Filippo Ortona su Saint-Nazaire: https://ilmanifesto.it/saint-nazaire-dove-la-lotta-operaia-si-tinge-di-giallo/.
Lettera di un gruppo di gilet gialli italiani residenti a Parigi
Gentile Redazione de “il Manifesto”,
siamo un gruppo di italiane/i che risiedono a Parigi per ragioni di studio o di lavoro e che partecipano da ormai più di cinque mesi al movimento dei Gilet Gialli. Vi scriviamo per manifestarvi il nostro sdegno a fronte del trattamento riservato nelle pagine del vostro giornale, nella penna di Anna Maria Merlo, vostra corrispondente a Parigi, al sollevamento in atto – e in Atti – dei Gilet Gialli, nonché alla questione politica e sociale che, con inedita forza, esso continua a porre, in Francia e in Europa – dunque, potrebbe darsi, anche in Italia. Ci rivolgiamo a voi, e non ad altri quotidiani nazionali, perché convinti che “il Manifesto” sia luogo di confronto e diffusione di informazioni critiche, nonché voce delle lotte del presente. Tuttavia, malgrado alcune rare ma felici eccezioni[1], la maniera in cui il vostro quotidiano ha parlato finora del movimento francese, attraverso gli articoli dell’autrice, ha prodotto in noi sconcerto e rabbia.
Prima di entrare nel merito, e per capirci meglio, lasciateci un attimo “contestualizzare”.
Il movimento dei Gilet Gialli continua a manifestare la sua forza nell’insieme del territorio francese e in alcuni territori d’oltremare da ben venticinque sabati consecutivi: ciononostante, quando se ne parla in Italia, lo si fa soltanto basandosi sulle cifre del Ministero dell’Interno francese, dati certamente poco attendibili ad oggi.
Per comprendere come non si tratti di qualcosa di passeggero ma di una profonda trasformazione nella storia sociale e politica del paese, dovrebbe bastare, in controluce, la reazione del potere costituito: da novembre ad oggi il sovrano Macron ha dovuto reagire con due “solenni” discorsi alla nazione, una lettera indirizzata ai francesi, una lettera agli europei, e un “Gran Dibattito Nazionale”, che ha assunto il senso di un confuso rilancio, nella crisi profonda del suo governo, della sua politica “start-up”.
Nel mezzo l’attentato di Strasburgo, l’incendio di Notre-Dame e i contestuali appelli alla solidarietà e all’unità nazionale, che la maggioranza dei francesi ha interpretato come l’ennesima provocazione. Insomma, fuor di metafora, il presidente ha giocato con il fuoco, e ne è risultata una nuova giornata di sommossa popolare, il Primo Maggio scorso, promossa, sostenuta e partecipata dai Gilet Gialli. Ci teniamo a ricordare, a tal proposito, che il Primo Maggio è una giornata internazionale della lotta di classe rivoluzionaria – ed è proprio in questi termini che è stata interpretata dal movimento, mentre Merlo parlava della giornata parigina come di una spy story fatta di riunioni segrete di cui solo lei sembra conoscere i dettagli (?) e botte indiscriminate tra “ultrà” (!) gialli, neri, rossi, sindacalisti e poliziotti.
Per quanto sdegnati per la narrazione data di questo movimento, siamo ben coscienti della profonda sfasatura tra ciò che viviamo in Francia e la sua ricezione all’estero. Tra questi due poli, quello dell’esperienza e quello della comunicazione, sembra esserci oggi un abisso, tanto profondo quanto lo smarrimento della sinistra europea. Mentre nelle reti sociali le informazioni circolano in maniera relativamente autonoma, anche se frammentaria, negli organi di stampa i confini fisici e mentali, costruiti ad immagine dei dibattiti politici nazionali, sono solidi e altrettanto insopportabili quanto quelli che Salvini erige quotidianamente contro i migranti.
Ci saremmo però aspettati di rintracciare ne “il Manifesto” una lettura, diciamo così, non allineata a quella dominante in Italia, che si nutre bulimicamente di cliché, omissioni e falsificazioni. Decine di migliaia di persone, in tutta la Francia, ogni sabato nelle strade insistono sulla rivalutazione delle pensioni, e la sera scoprono sui giornali di essere dei golpisti. Rivendicano salario e vengono tacciati di antisemitismo. Sperimentano, e pretendono, “più democrazia” e si sentono rispondere: fascisti!
Non scriviamo qui al fine di giustificare o ristabilire le giuste ragioni del movimento, in un quadro nel quale la comunicazione e la propaganda si fondano essenzialmente sull’assenza di ogni barlume di logica e di ragionevolezza. Se lo facciamo, è solo per fare il punto sul récit della stampa italiana, specie di sinistra, che nella sua disperazione, provinciale e cortigiana, ha fatto di Emmanuel Macron l’ultimo appiglio alla salvezza di un’Europa fatta a brandelli proprio dalla politica che egli incarna e persegue (si veda, tra tutti, la cosiddetta “intervista” di Fabio Fazio all’Eliseo). Una politica, quella di Macron, che non ha sostituto una nuova intermediazione alla liquidazione dei corpi intermedi, ma ha più semplicemente fatto della polizia la forma privilegiata della sua politica. Viste le premesse, è facile comprendere come essa possa combinarsi, e sempre più si combinerà dopo il 26 maggio, con i sovranismi e i nazionalismi.
Nel caso delle linee editoriali di organi di stampa come quelli riuniti nel gruppo Espresso non è difficile comprendere perché ciò accada. Rieccoci al dibattito politico nazionale — altrettanto surreale, anche se ancor più goffo, di quello promosso da Macron in Francia a reti unificate. Dopo che Luigi di Maio si è mostrato in foto con dei Gilet Gialli farlocchi, come sappiamo, ne è seguito un incidente diplomatico che ha rasentato il grottesco, che lo si guardasse dalla Francia o dall’Italia. L’incidente diplomatico, cioè l’atto di forza della Francia nei confronti degli ipocriti sovranisti giallo-verdi, ha così riallineato il dibattito in Italia.
Il cosiddetto centro-sinistra, “Repubblica” in testa, che fino a dicembre faceva dei Gilet un nuovo e romanticissimo Sessantotto, ha riscoperto le virtù, poco taumaturgiche, del sovrano francese, da queste parti assimilato più a un Luigi XVI che a un Luigi XIV.
I Gilet Gialli sono così diventati, per la stampa italiana ancor più che per quella francese, dei golpisti perché un tale di nome Chalençon, di cui in Francia nessuno ha mai sentito parlare, e che non ha mai trascorso un sabato in strada, avrebbe annunciato un colpo di Stato militare. Di solito, se si incontra un tizio che dichiara al microfono, “domani farò un colpo di Stato, abbiamo già pronti i militari”, la prima cosa che si fa è contattare il 118. Di Maio l’ha invece incontrato per siglare un accordo elettorale, e la stampa italiana l’ha incoronato leader dei Gilet Gialli. Ritornano in mente le parole di Carmelo Bene al Costanzo Show nel lontano 1994: il problema oggi nel mondo non è la libertà di stampa, ma la libertà dalla stampa!
Ma se “Repubblica” e sodali lo fanno perché sono ben consapevoli che la comunicazione è parte essenziale di una contro-rivoluzione preventiva, come spiegare invece la narrazione della vostra corrispondente? Non lo sappiamo, non ci interessa, e soprattutto non sta a noi trovare una risposa a questa domanda. Possiamo però, con questa lettera, invitare “il Manifesto” a verificare l’aderenza tra ciò che viene scritto e la realtà dei fatti.
Non possiamo in questa sede analizzare nel dettaglio gli articoli che Anna Maria Merlo ha dedicato in questi mesi al movimento dei Gilet Gialli. Ci limitiamo tuttavia a sottolineare che la passione dell’autrice si è scatenata quando si trattava di parlare di Notre-Dame, del concorso di architettura e delle donazioni dei magnati di lusso. Non ci risulta invece che abbia di recente scritto, magari anche con un sussulto di indignazione civile, della repressione del movimento, notata (udite! udite!) persino dalle Nazioni Unite, dal Consiglio d’Europa e da Amnesty International, e che ha superato di gran lunga ogni soglia di compatibilità con un regime democratico, colpendo anche molti giornalisti, come nel caso dell’arresto di Gaspard Glanz. Non forniamo le cifre degli imprigionati, dei mutilati e dei morti dall’inizio della rivolta: basta fare una ricerca su Internet per trovare ampia documentazione, anche in italiano, sui siti indipendenti.
In conclusione, mostriamo solo alcuni elementi dell’articolo pubblicato dall’autrice il 3 maggio e relativo al Primo Maggio parigino. Un articolo che ci sembra costruito a partire dalle agenzie e dalle dichiarazioni di stampa del Ministro dell’Interno Christophe Castaner, ricco di informazioni sommarie, imprecise e che falsificano i fatti.
Il sottotitolo dell’articolo afferma “Gilet gialli e black bloc rubano la piazza ai sindacati”. Rubano la piazza? Ma di cosa si sta parlando? Persino il segretario della CGT, Martinez, quest’anno non ha potuto prendersela con i soliti “black bloc” tanto erano estesi i cortei di testa, criticando invece la polizia e riconoscendo ormai i Gilet Gialli come un attore centrale nella difesa dei lavoratori francesi. Ma in Merlo trapela una certa simpatia per altri sindacati, CFDT e UNSA (una sorta di CISL francese), definiti più “saggi” proprio perché non hanno manifestato a fianco dei Gilet Gialli..
Nel corpo dell’articolo, i Gilet Gialli vengono poi definiti dall’autrice “ultrà gialli”. In Italia la “finezza” potrebbe sfuggire anche al lettore più attento, ma in Francia assume il senso preciso della citazione esplicita di una dichiarazione che Castaner aveva rilasciato alla vigilia del Primo Maggio, parlando di “ultra-jaunes” in arrivo a Parigi. Le decine di migliaia di donne e uomini di ogni età che prendono parte al movimento, così come i tanti cittadini che lo sostengono, si sono sentiti ancora una volta offesi (dopo essere stati definiti illetterati, folla rabbiosa, gente che non ce l’ha fatta, ecc.) da un illustre esponente del governo. Ma Merlo ripete in Italia le sue parole, e se ciò non bastasse lo fa dalle colonne del Manifesto.
Dovrebbe inoltre stupire che nell’articolo non si parli della violenta strategia di repressione messa in atto quel giorno dal governo, con i nuovi “gruppi mobili” d’assalto della polizia che hanno caricato il corteo nel suo insieme fin dai primi passi, investendo a più riprese anche gli spezzoni CGT. Mentre in Francia l’insieme delle realtà che hanno animato questa straordinaria giornata riconoscono che nessun errore è stato compiuto, che il corteo si è ricompattato più volte ed arrivato unito dopo ore di cariche e di scontri a Place d’Italie, Merlo parla della giornata come di una guerra tra bande, senza tra l’altro fornire nessun dettaglio, perché con ogni probabilità era una delle poche giornaliste a non essere in piazza.
Ma veniamo alla conclusione dell’articolo. Merlo sposa, il 3 maggio, quella che in Francia è stata definita una “menzogna di Stato” e che ha spinto tutte le opposizioni (di sinistra e di destra) a chiedere le dimissioni del ministro Castaner. Scrive Merlo:
“Un gruppo di manifestanti ha persino cercato di entrare all’interno dell’ospedale La Pitié Salpêtriere, suscitando l’indignazione generale e un’inchiesta giudiziaria”. In realtà i manifestanti non hanno cercato di entrare all’interno dell’ospedale, ma sono stati costretti a rifugiarsi al suo interno, grazie a delle infermiere che hanno aperto i cancelli, a causa delle cariche poliziesche, con annesse granate, idranti e gas asfissianti. La polizia è entrata, ha prima picchiato i manifestati, li ha poi arrestati, e la sera Castaner ha parlato di un “attacco all’ospedale”.
La contro-inchiesta è subito partita e già nella giornata del 2 maggio, coraggiosamente, il personale ospedaliero ha smentito il Ministro dell’Interno, che dopo 48 ore, invece di dimettersi, ha solo rettificato, affermando che è stato un errore parlare di “attacco”. La Merlo non l’ha ancora fatto, più realista del Re che difende, sulle pagine del quotidiano comunista il Manifesto. Aspettiamo con ansia il prossimo episodio di questa saga della mistificazione…
A meno che l’autrice, con un improvviso sussulto, non decida finalmente d’immergersi in questo movimento, andare a visitare una delle tante rotonde che sono state rioccupate dopo il Primo Maggio in Francia o, senza fare troppa strada, le decine di assemblee che pullulano anche a Parigi. Scoprirebbe allora un movimento mosso da rivendicazioni di giustizia, e prima ancora da un ritrovato sentimento di fraternità collettiva che ha incrociato il vento della Storia.
Parigi, 7 maggio 2019
Parigi, 7 maggio 2019
* Fonte: SINISTRA IN RETE
Note
[1] Si veda in particolare l’articolo di Marco Bascetta pubblicato agli inizi del sollevamento: https://ilmanifesto.it/noi-contro-lordine-sovrano e quelli di Giuliano Santoro sulla goffa iniziativa elettorale di Luigi Di Maio a sostegno dei Gilet Gialli farlocchi: https://ilmanifesto.it/europee-la-giacca-di-di-maio-non-convince-i-gilet-gialli ; https://ilmanifesto.it/verso-le-europee-alla-fine-di-maio-trova-i-gilet/ nonché il reportage di Filippo Ortona su Saint-Nazaire: https://ilmanifesto.it/saint-nazaire-dove-la-lotta-operaia-si-tinge-di-giallo/.
martedì 7 maggio 2019
IL 1 MAGGIO DEI GILET GIALLI di Guido Salsa
[ 7 maggio 2019 ]
"I Gilet gialli si sono sgonfiati", "sabato flop per i Gilaet gialli".
Questa è la musica che cantano i media francesi, seguiti a ruota da quelli degli altri paesi. Non è così. Malgrado siamo alla 24 settimana di mobilitazione il movimento resiste. Vedi la cronaca della manifestazione del primo maggio che pubblichiamo. Vero è che il circo messo su in vista delle imminenti elezioni europee ha tolto ai Gilet gialli la ribalta assoluta. Già, le elezioni europee... Malgrado il grosso del movimento abbia deciso di non partecipare alla gara sembra che ci saranno non una ma ben tre liste in qualche modo collegate ai Gilet gialli. Segno che c'è la consapevolezza che occorre un salto e di uno sbocco politico, ma per ora non si è trovata una sintesi unitaria.
Nel frattempo crescono le adesioni all'appello NOUS NE SOMMES PAS DUPES in difesa dei Gilet gialli lanciato da numerosi artisti francesi.
* * *
Parigi - mercoledì Primo Maggio. Le strade della capitale francese sono state ancora una volta testimoni di violenti scontri tra la polizia e i gilets gialli. La loro protesta, partita spontaneamente per opporsi all’aumento delle tasse sul carburante, si è trasformata in una lunga battaglia per le dimissioni di Macron e ieri ha rubato il palcoscenico alla sinistra nella data storica della Festa del Lavoro. I gilets sono simbolo della richiesta istintiva di ampi strati di popolazione per una forte discontinuità con il recente passato politico. La marea gialla ha bloccato la Francia ogni sabato durante le scorse 24 settimane, e non ha nessuna intenzione di fermarsi. Con loro si sono dovuti confrontare tutti.
Gilets gialli
Partiamo dai nuovi protagonisti del primo maggio parigino, i gilets gialli. Alle 11 del mattino in piazza non ci sono che loro sotto la torre di Montparnasse. La polizia già filtra gli accessi alla piazza, dove è previsto il concentramento. I celerini in cordone aprono zaini, controllano documenti e a mezze parole fanno capire che non c’è da scherzare. Ma con i gilets le minacce non sembrano troppo efficaci.
L’appuntamento per il corteo dei sindacati è previsto solo per le 14:30. Il percorso concordato è lungo poco più di 3 chilometri: dalla piazza antistante la torre fino a Place d’Italie, percorrendo uno dei tanti ampi boulevard della capitale.
A testimonianza della presenza del mondo della sinistra, lungo il primissimo tratto del percorso iniziano a parcheggiarsi i furgoni delle varie sigle sindacali e politiche. I classici palloni vengono gonfiati e qualche manciata di militanti prepara gli stand dai quali verranno lanciati slogan e distribuiti volantini al corteo che dovrebbe sfilare qualche ora più tardi.
Ma quest’anno l’aria che tira è tutta diversa. I gilets gialli scalpitano, e già verso mezzogiorno la piazza non li contiene più. Pochi minuti dopo l’una inizia un corteo spontaneo. La sua composizione è come al solito variegata, ma i cosiddetti casseurs (i black block, per intenderci) sono nettamente minoritari. Quello che inizia a muoversi verso Place d’Italie, ignorando l’agenda della sinistra parigina, è piuttosto un torrente giallo in piena.
Tutto attorno, il dispositivo repressivo che si prepara a contenerlo è davvero impressionante. Un imponente cordone di polizia è già schierato lungo percorso, a qualche centinaio di metri dal punto di partenza. Altrettanta celere blocca gli accessi laterali al Boulevard du Montparnasse. In seconda fila, già si intravede la famigerata Brigade Anti-Criminalité, reparto in borghese e armato fino ai denti, che fa vere e proprie incursioni dentro la folla per isolare e prelevare i manifestanti più ‘agitati’. Ci sono anche decine e decine di poliziotti in motocicletta, usati in genere per fare i caroselli nella folla. Sul mezzo sono sempre in due: uno guida, l’altro spara. Ad un paio di isolati di distanza dal boulevard, la repressione ha addirittura schierato la cavalleria.
Ma i gilets non sembrano intimoriti. È da 24 settimane che si confrontano con l’apparato militare dello Stato e hanno molta più confidenza. La loro è una disponibilità ad accettare un livello di scontro sempre più alto. Ogni nuovo ferito, ogni nuovo arresto, ogni nuova intimidazione non fa che rinvigorire la loro volontà. Ed ecco che, superate le sigle sindacali, il corteo si trova davanti alla polizia, che non retrocede. Così inizia la confrontazione.
La polizia non lascia proseguire il corteo. Dopo più di un’ora e grazie ad un abbondante uso di gas lacrimogeno, di cariche e di incursioni dirette, i gilets vengono pian piano rispediti fin sotto la torre. Questo, naturalmente, coinvolge tutte le sigle sindacali e politiche che si erano piazzate lungo il percorso: tutti vengono gasati e caricati, molti costretti ad abbandonare le loro postazioni. Le migliaia di persone in arrivo per partecipare come ogni anno al corteo del Primo Maggio si ritrovano nel bel mezzo degli scontri. In molti non riescono nemmeno ad avvicinarsi alla piazza. Questo ridimensionerà drasticamente il numero di partecipanti all’appuntamento sindacale.
Passati alcuni minuti, la testa gialla del corteo ripartirà in direzione Place d’Italie, continuandosi a scontrare con la polizia lungo il percorso, ad ogni manciata di metri. Anche perché, come si è detto, di polizia ce n’è davvero tanta. Da ogni angolo tirano e caricano, indiscriminatamente [1]. Un esempio su tutti è quello dell’ospedale di Pitié-Salpêtrière. I giornali hanno riportato che dei gilets avrebbero provato ad ‘attaccarlo’. Questa è una vera e propria distorsione della realtà. La verità è che i celerini hanno chiuso per parecchi minuti i gilets schiacciandoli contro la struttura ospedaliera. Tutto ciò mentre proprio alcuni reparti ne avevano occupato il tetto per lanciare granate lacrimogene sulla folla. Una manciata di gilets ha allora provato a rifugiarsi dentro la struttura, inseguiti per altro dai poliziotti [2]. D’altronde, la pratica di spezzettare in più parti il corteo invadendo la strada con centinaia di poliziotti è una tattica alla quale le forze di polizia ricorrono sempre più spesso. La polizia crea una vera e propria gabbia (la nasse) dalla quale non si entra né si esce per lunghi minuti o addirittura ore.
Gilets neri
Inutile negare un’evidenza: la destra è sempre stata presente nel movimento. A molti è capitato di scorgere la croce celtica del gruppo studentesco fascista GUD (Groupe Union Défense) o il faro della Bastion Social, organizzazione di triste ispirazione casapoundiana. Ma può anche sfilarti davanti un tricolore abbellito da qualche bel simbolo monarchico.
Ma i gilets neri non erano preponderanti all’inizio e, a dir la verità, in queste 24 settimane non hanno fatto che perdere terreno. Se è ragionevole ritenere che nella Francia rurale mantengano qualche rendita politica, a Parigi e nelle altre grandi e medie città francesi (Marsiglia, Nizza, Lione, Strasburgo) sono quasi del tutto scomparsi dalle piazze. Da una parte, bisogna riconoscerlo, è perché c’è stata una solerte azione militante da parte di compagni attenti, che più volte hanno accompagnato poco gentilmente questi personaggi fuori dai cortei. Dall’altra, però, la stessa energia potenzialmente rivoluzionaria dei gilets è stata determinante per la marginalizzazione non solo dei gruppuscoli neofascisti, ma anche della presa dell’estrema destra istituzionale.
Chi non sta al passo con il livello dello scontro perde ogni speranza di influenza. E la destra è ormai da mesi che si distanzia spaventata da qualsiasi debordamento violento delle pratiche dei gilets. Intervistato dopo i fatti del primo maggio a Radio France, il candidato di Le Pen alle europee Jordan Bardella ha ripetuto la solita solfa: “ci sono gilets buoni e cattivi. […] I gilets cattivi sono una parte ultra-minoritaria che si è fatta persuadere dalla propaganda comunista. […] Questa manciata di persone sta compromettendo l’efficacia delle sacrosante rivendicazioni di tutto il movimento”. In coda a questo tipo di dichiarazioni, di solito, ci sono espressioni di solidarietà e di vicinanza alle forze di polizia e, soprattutto, disperati appelli a disertare le piazze. Anche Marine Le Pen in persona è più volte intervenuta su questi toni, tirandosi però la zappa sui piedi perché sostanzialmente si appiattisce sulla posizione di Macron. E questo ha fatto perdere parecchio terreno alla destra in seno al movimento più attivo.
Gilets rossi
Vista la presenza della destra e il tema originariamente centrale delle tasse, in molti (troppi) si sono a lungo interrogati se quello dei gilets sia intrinsecamente un movimento di ‘destra’ o di ‘sinistra’. Come è già stato scritto in tutte le salse, non ci può essere risposta giusta ad una domanda così mal posta.
Il movimento dei gilets gialli è un movimento spontaneo che coinvolge ampie fasce della popolazione e che è scaturito dall’istinto di difesa di condizioni di vita già precarie. Partito sulla difensiva, ha poi iniziato a giocare all’attacco. I gilets hanno capito subito di contare, di fare paura e di poter esercitare il proprio volere sulla società francese. Piuttosto, la domanda che andrebbe formulata è: qual è la strategia che i comunisti e la sinistra radicale dovrebbero mettere in pratica per vincere la battaglia per l’egemonia del movimento?
Bisogna riconoscere alla sinistra francese di aver accettato la sfida. I gilets rossi, trainati dalle organizzazioni più radicali e coscienti, si sono da subito messi a disposizione non solo del dialogo, ma anche della lotta materiale al fianco dei gilets. La parola d’ordine lanciata da questi ambienti è quella della convergenza delle lotte. Grazie a questo impegno, i gilets hanno acquisito già molti dei linguaggi e delle pratiche della sinistra radicale di movimento. Per un italiano a Parigi, fa particolarmente effetto sentire scandito dalla massa gialla il coro “siamo tutti antifascisti”.
Più al centro, il flirt tra i vertici della CGT (la Confederazione Generale del Lavoro) e i gilets è ormai sotto gli occhi di tutti e più esche sono state lanciate da entrambe le parti. L’occasione del primo maggio non era la prima volta in cui i gilets convergevano su una data della CGT. Dal canto suo, la CGT ha prodotto parecchio materiale in sostegno delle rivendicazioni dei gilets. Tutto ciò senza parlare della istintiva simpatia che ha provato la stragrande maggioranza della base del grande dinosauro confederale. Migliaia di lavoratori sindacalizzati (CGT e sigle minori come la SUD) si sono letteralmente buttati nella mischia.
A seguito dei fatti del Primo Maggio, il segretario della CGT, Philippe Martinez, dopo aver annullato il comizio del primo maggio a causa degli scontri, ha usato parole dure nei confronti del dispositivo repressivo messo in campo dalla polizia. “La polizia - ha dichiarato Martinez - ha caricato la CGT, una CGT ben riconoscibile. Un fatto grave. Per un ministro dell’Interno che ci aveva assicurato ‘Ho sotto controllo la situazione, ho cambiato il prefetto, vedrete’, bene: abbiamo visto! Una repressione inusitata e senza discernimento da parte delle forze dell’ordine in risposta alle violenze di certi”.
Questo dato di disponibilità e di apertura della sinistra, assieme al fatto che la destra sta inesorabilmente perdendo terreno, dovrebbe fare ben sperare. Vuol dire che le condizioni necessarie per un’egemonia sono presenti. Rimaniamo, però, ben lontani dalla sufficienza.
La sinistra francese non può pensare di ‘integrare’ i gilets. Come è successo simbolicamente ieri, i gilets travolgono i vecchi e confortevoli schemi in cui le sigle politiche e sindacali si sono rifugiate. Li travolgono volenti, quando nell’impeto della loro avanzata li scavalcano per raggiungere la barricata. Li travolgono inconsapevolmente, quando si ritraggono sotto i colpi ciechi della repressione.
Insomma, ai compagni francesi non rimane che rimboccarsi le mani e ricominciare a praticare ancora più coscientemente la vecchia e sempre utile politica leninista. Interpretare e organizzare le richieste delle masse che si mobilitano. Farsi portatori di quelle istanze strategiche, cioè quelle istanze che, seppur nate in seno al movimento spontaneo, sono capaci di spezzare gli ingranaggi fondamentali su cui si basa il sistema politico ed economico. Questo va ben oltre condividere cariche e lacrimogeni durante gli appuntamenti di piazza. La grande energia liberata dai gilets gialli va incanalata verso forme di lotta e di organizzazione consapevoli. D’altronde, se l’amara parabola delle lotte operaie del secolo scorso ha insegnato qualcosa ai gilets rossi, è proprio che i movimenti che non si pongono la questione del potere sono destinati alla sconfitta.
*Fonte: La Città Futura
Note:
[1] Qua uno dei tanti video della violenza poliziesca
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