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sabato 12 ottobre 2019

ECCO A VOI LA DESTRA di Sandokan

[ venerdì 11 ottobre 2019 ]

Roma, 10 Ottobre 2019. «Raccoglieremo firme per l'elezione diretta del Presidente della Repubblica"ì». 
Così Matteo Salvini, accompagnato da suoi sodali (anche Bagnai, sic!) ha depositato in Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per la repubblica presidenziale, per di più affiancata da una legge elettorale super-maggoritaria. 

Ascoltate per credere:




Idem con patate la Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia.

Segnala l'ANSA. ROMA, 9 Ottobre: «Domani mattina i parlamentari di Fratelli d'Italia depositeranno in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per l'elezione diretta del Capo dello Stato e cominceremo subito la raccolta delle 50 mila firme necessarie ad avviare l'iter del provvedimento. Alla luce del grande sostegno che abbiamo già riscontrato con la nostra petizione sul presidenzialismo, confidiamo di raggiungere questo obiettivo in pochi giorni. Dopo il voto favorevole di Fratelli d'Italia al taglio del numero dei parlamentari, è la nostra risposta al no della maggioranza gialloverde prima e rossogialla dopo ai nostri emendamenti per introdurre in Costituzione il presidenzialismo: vogliamo che siano i cittadini a scegliere". 

Anche in questo caso, ascoltare per credere.



Di regime presidenzialisti ce ne sono di ogni tipo, ma quello a cui pensano Salvini  — "voglio i pieni poteri" —  e la Meloni implica uno scardinamento della Costituzione e un concentramento dei poteri sull'esecutivo a danno del Parlamento. Come se non bastasse Salvini vuole una legge elettorale uninominale secca, per cui il primo arrivato, magari anche solo col 35-30% piglia la maggioranza assoluta dei seggi.

Ci vuole poco a capire che con ciò verrebbe definitivamente seppellita la già moribonda democrazia italiana.

L'altri ieri titolavamo L'AMARA VERITA' l'articolo con cui denunciavamo l'unanimità raggiunta sulla legge per ridurre i parlamentari. Anche Salvini e la Meloni hanno votato Sì, assieme ai partiti di governo. 

Tutti assieme appassionatamente, ma alla fin fine, saranno solo le destre a trarre vantaggio da questo scempio che fa strame della democrazia e della Costituzione.

Abbandonata la battaglia sovranista per uscire dall'euro le destre italiane tornano ad essere quel che son sempre state: destre reazionarie.


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lunedì 4 gennaio 2016

REFERENDUM ITALICUM: SE D'ALIMONTE FA GLI ESORCISMI di Leonardo Mazzei

[ 4 gennaio ]
Roberto D'Alimonte [nella foto] e un sondaggio sul referendum costituzionale previsto per il prossimo autunno

«Se lo perdessi sarebbe il fallimento della mia esperienza politica». Così Renzi nella conferenza stampa di fine anno. Ben detto! E' quel che sosteniamo da tempo. Chissà se il Bomba ne comprende tutte le conseguenze. Forse sì, forse no, ma in ogni caso non ha alternative. Sarà la sua Madre di tutte le battaglie, dicono i suoi sodali. Un ottimo suggerimento sul da farsi per tutti i suoi nemici.

Ma prima che il 2015 chiudesse i battenti, anche lo zio dell'Italicum - al secolo Roberto D'Alimonte - ha voluto dir la sua quasi ad esorcizzare l'anno in arrivo. Che sarà l'anno del referendum costituzionale, "confermativo" dicono i renziani, ad esorcizzare pure loro l'eventualità di un voto invece contrario. Un voto "sconfermativo", per dirla con un neologismo che ci piace assai.

Ma torniamo a D'Alimonte. Il politologo abruzzese, pur barcamenandosi tra mille cautele e col linguaggio di chi sa che le cose non saranno semplici come sembra, lancia così il suo esorcismo: Renzi vincerà, perché la sua riforma costituzionale piace anche ad una parte consistente di elettori della destra e di M5S. Impeccabile la sintesi del titolo dell'articolo apparso sul Sole 24 ore il 31 dicembre: «Il premier punta sul referendum perché incassa consensi trasversali».

Per dare forza al suo ragionamento, D'Alimonte cita un sondaggio realizzato a novembre dal CISE. Sondaggio in verità assai curioso. Secondo i numeri citati dal professore della Luiss, alla richiesta di un giudizio sulla (contro)riforma, il 55% si sarebbe pronunciato positivamente, a fronte di un 45% di contrari. «Una chiara maggioranza a favore ma non una maggioranza schiacciante», commenta il politologo. Che un 55 a 45, ad un anno dal voto, rappresenti una «chiara maggioranza» è ovviamente discutibile. Ma il fatto è che limitando il sondaggio a chi ha dichiarato che andrà certamente a votare, il risultato si sbilancia notevolmente a favore di Renzi con un netto 68 a 32%.

Numeri che fanno la gioia del D'Alimonte, ma che bisogna vedere meglio. Secondo il sondaggio, il 60,6% degli elettori del Pd voterà sì, l'8,2% no, mentre il 31,2% al momento è orientato a non votare. Nel Movimento 5 Stelle il 26,6% sarebbe per il sì, il 28,8% per il no, il 44,7% per il non voto. In Forza Italia voterebbe sì il 47,3% dell'elettorato, per il no il 15,8%, per il non voto il 37%. Tra i votanti della Lega il sì riscuoterebbe il 23,0%, contro un 19% di no ed un 58% di non voto. 

Insomma, la trasversalità la fa da padrona. E questo sembrerebbe dar ragione a Renzi. Ma è davvero così? Se i numeri del CISE fossero veri, avremmo una percentuale di sì del 33% contro il 15% dei no. Al 52% la quota dei non votanti. Grazie ad un'astensione così elevata il 33% si trasformerebbe poi in un 68% dei voti validi per il sì, mentre il 15% dei no varrebbe soltanto un 32% di questi.

Fermiamoci qui con i numeri e proviamo invece a ragionarci sopra. 
La prima questione che balza agli occhi è il divario tra coloro che si dichiarano contro la controriforma renziana (45%) e quelli che hanno già deciso di dare seguito a questo orientamento con il voto (32%). Uno scarto notevolissimo, che consente a Renzi di trasformare il suo risicato 55% in un ben più marcato 68%. Insomma, i sostenitori del sì sono al momento assai più motivati a recarsi alle urne di coloro che sulla controriforma esprimono un parere negativo. In un certo senso è naturale che oggi sia così. Da che mondo è mondo, chi crede di essere sul carro del vincitore è sempre il più lesto a mettersi in mostra in prima fila. Tuttavia, la differenza tra i no potenziali e quelli che già oggi si esprimerebbero nell'urna resta comunque troppo elevata. Uno scarto in buona parte dovuto alla debolezza delle forze di opposizione, che sulla questione non mostrano certo la determinazione necessaria.

Ed è su questo che punta D'Alimonte. In sostanza, egli dice, Forza Italia avrà grandi difficoltà a motivare un no su una legge costituzionale che fino ad un certo punto ha condiviso e votato, mentre M5S dovrà pensarci due volte prima di affossare una "riforma" che cancellerebbe di fatto anche quell'Italicum di cui molti grillini pensano, pur non potendolo dire, di avvantaggiarsi. 

Altre considerazioni si potrebbero fare sull'elettorato della Lega e di Fratelli d'Italia. E' chiaro che in quel mondo le spinte autoritarie e presidenzialiste non possono che piacere. Questo significa che Renzi arriverà al referendum senza avversari in grado di contrastarlo? Credo proprio di no.

C'è infatti un secondo dato che merita di essere considerato. Il fatto che già oggi un 45% delle persone si dichiari contro la "riforma" costituzionale è una base di partenza ottima, direi eccezionale. Siamo ancora a quasi un anno dal referendum (si ipotizza il prossimo mese di ottobre), con un'opinione pubblica distratta da altri eventi, con tutto il sistema mediatico a favore di Renzi, con i partiti d'opposizione in tutt'altre faccende affaccendati. Quell'odierno 45% ci dice allora, ed in modo inequivocabile, che la vittoria del no è possibile.

Certo, molto dipenderà dall'atteggiamento delle forze politiche, dai calcoli che prevarranno. Nel caso di M5S non vogliamo neppure pensare ad una scelta di basso profilo onde incamerare l'Italicum. Un atteggiamento del genere sarebbe semplicemente suicida. E questo per un motivo semplice semplice, che tutti dovrebbero comprendere. In breve: il risultato referendario annuncerà quello delle successive elezioni politiche. Un Renzi trionfante in autunno diventerebbe imbattibile nel voto politico che di lì a poco seguirebbe. E' così difficile capirlo?

La vera domanda alla quale gli elettori dovranno rispondere sarà quindi: volete voi l'approvazione di una legge che segnerà la costruzione del regime renziano? A questa domanda, che non sarà scritta sulla scheda ma dovrà essere impressa nella mente degli elettori, è ben difficile che la maggioranza risponda sì.

E' forse esagerato parlare di regime? Assolutamente no, perché l'accoppiata Italicum-controriforma costituzionale disegna un presidenzialismo di fatto, peraltro senza i contrappesi dei presidenzialismi di diritto. Un premier padrone del parlamento, con ai suoi piedi la Corte costituzionale ed un Senato ridotto ad ente inutile.

E' a questo livello che deve porsi l'allarme democratico e la necessaria risposta che ne discende. Solo così il no potrà affermarsi ed il disegno renziano potrà essere sconfitto. Come abbiamo visto all'inizio, il fiorentino ha ben chiara la posta in gioco. Sarà bene che l'abbiano altrettanto chiara i suoi oppositori.

Non ingannino comunque gli odierni sondaggi. Quando diventerà finalmente chiaro che la partita referendaria non è per niente chiusa si aprirà uno scenario del tutto opposto a quello attuale: gli avversari di ogni tipo prenderanno coraggio, i media cominceranno ad essere meno compatti, chiunque abbia un buon motivo per detestare Renzi (e sono tanti) deciderà di andare a votare. Forse mi sbaglio, ma penso che ne vedremo delle belle. Probabilmente anche D'Alimonte in cuor suo lo sa, ed è per questo che prova ad esorcizzare il tutto provando a far credere che i giochi siano già chiusi. No, non è così. Il no può vincere. Che la campagna per fermare il regime renziano inizi quanto prima.

martedì 13 ottobre 2015

PRESIDENZIALISMO MASCHERATO di Michele Ainis

[ 13 ottobre ]

Modificata la Costituzione, avremo un nuovo Senato. La grande porcata (Ddl Boschi) alla fine, è stata approvata. Renzi è riuscito dove avevano fallito tutti i suoi predecessori. Un segno dei tempi, della forza loro e della debolezza di tutte le opposizioni democratiche le quali non sono andate oltre alle sceneggiate nelle aule del Parlamento — tra cui quella odierna, quando ha preso la parola il golpista Napolitano, vero deus ex machina (anche) della grande porcata. Perché grande porcata? Perché il combinato disposto della modifica del Senato (delle sue funzioni e dei criteri per eleggerlo)  e della legge elettorale Italicum, pur alla chetichella, siamo dentro una repubblica di tipo presidenziale.
Come scriveva Mazzei l'altro giorno, fallito il tentativo di fermare il presidenzialismo nelle aule parlamentari, occorrerà fermarlo col referendum dell'autunno prossimo, che Renzi e i dominanti che lo sostengono, vorrebbero "confermativo, e invece occorre che sia revocativo.

In questo contesto consigliamo di leggere l'arguto e divertente editoriale apparso oggi, niente meno che sul Corrierone, del giurista e costituzionalista Michel Ainis. 

Guerra o pace? Né l’una, né l’altra: noi siamo per la guerra pacifica. Due Camere o una sola? Lasciamole agli altri queste soluzioni rozze; in Italia avremo una Camera e mezza. E da chi verrà eletto il nostro mezzo Senato? Dal popolo o dai consiglieri regionali? Risposta: lo eleggeranno i cittadini attraverso il Consiglio regionale. E il matrimonio gay? Niente da fare, però il Parlamento sta approvando le unioni matrimoniali. Meglio il parlamentarismo oppure il presidenzialismo? Meglio il presidenzialismo mascherato dentro un parlamentarismo taroccato. 

È la nostra inclinazione nazionale: ogni decisione corre sempre su un piano inclinato. Anche quando si tratta di decidere fra attacco e difesa, fra resistenza e indifferenza. Anche se di mezzo c’è una guerra, ovviamente senza dichiararla.

Useremo, pare, quattro bombardieri contro l’Isis; ma c’è voluta un’anticipazione del Corriere per scoprirlo. E come potrà scoprirlo il Parlamento? Forse con un’informativa del governo, forse con un voto in commissione. Tuttavia non è questa la regola: perché la Costituzione ammette la sola guerra difensiva (articolo 11) e a condizione che venga deliberata dalle Camere (articolo 78). Magari sarà una regola sbagliata, ma allora cambiamola invece d’aggirarla. Nella primavera del 1999, durante i bombardamenti in Kosovo, fu Clemente Mastella a suggerirne la modifica; ottenne soltanto una modifica verbale, perché da lì in poi le guerre sono diventate «ingerenze umanitarie». N el frattempo la Costituzione sta cambiando, o forse no. Perché la novità più innovativa non è scritta nero su bianco nel testo di riforma, bensì nella legge elettorale. Con un premio di maggioranza concesso al partito - anziché alla coalizione - intascheremo l’elezione diretta del presidente del Consiglio, senza correggere una virgola della nostra forma di governo parlamentare. Che dunque rimarrà viva ma esangue, come una fanciulla addentata dal vampiro. Il presidenzialismo venne già proposto dai monarchici nel 1957; successivamente dai missini; poi da Craxi nel congresso di Rimini del 1987; dalla Bicamerale di D’Alema nel 1997; da Berlusconi nel 2008. Nessuno di loro vi riuscì, per la medesima ragione che sta permettendo a Renzi la riuscita. Difatti alle nostre latitudini vige una regola d’acciaio: se vuoi fare, non lo devi dire. E se invece dici, usa almeno due parole: una per dire, l’altra per disdire.

È il caso del nuovo articolo 57 della Carta, che disciplina la composizione del Senato. Il comma 2 ne stabilisce l’elezione, il comma 5 la durata. Ma la norma elettorale ha una gamba di qua e una gamba di là: nel comma 2 decidono i Consigli regionali, nel comma 5 gli elettori. Contorsioni logiche, acrobazie semantiche. Del resto siamo pur sempre il Paese che ha introdotto il divorzio senza menzionarlo. Sicché la legge n. 898 del 1970 divorziò dal vocabolario, riferendosi sempre e soltanto allo «scioglimento del matrimonio», alla rottura della «comunione spirituale e materiale tra i coniugi». Mezzo secolo dopo, stiamo per fare il bis con il matrimonio omosessuale. Nel disegno di legge Cirinnà non figura nemmeno una volta l’aggettivo, mentre il sostantivo si traduce in un’«unione civile», anzi in una «specifica formazione sociale». La forma della formazione, ecco il problema.
C’è una vittima, c’è un agnello sacrificale nei nostri costumi politici e giuridici. Ne fa le spese la legalità, perché in Italia la legge è opaca, ingannevole, insincera. E in ultimo nessuno mai risponde delle proprie azioni, delle proprie decisioni. Per rispondere, d’altronde, servirebbe una domanda chiara, come quella d’un bambino. Invece la Repubblica italiana è diventata adulta, ma non è né vergine né madre: è sempre leggermente incinta.


* Fonte: Corriere della sera del 13 ottobre

Leggi anche: Mauro Volpi "RIFORMA" DEL SENATO E NUOVA LEGGE ELETTORALE: IN ITALIA COME IN UNGHERIA

mercoledì 10 giugno 2015

NO ITALICUM, NO ALLA DITTATURA DELLA MINORANZA Roma, incontro pubblico con...

[ 10 giugno ]

ROMA 
Venerdì 19 giugno, ore 17:30
Centro Congressi Cavour, 
Via Cavour 50/a (zona Termini)

Assemblea pubblica contro Italicum e contro-riforma istituzionale del governo Renzi

Introduce: Giancarlo D'Andrea

Intervengono:
Alfiero Grandi, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D'Attorre, Francesco Campanella

Ore 21:00
Proiezione in anteprima assoluta del documentario LASCIATECI FARE ideato e prodotto da Vox Populi

Ci sono voluti secoli di lotte per affermare il principio, scolpito nella nostra Costituzione, che il popolo è sovrano e che esso esercita questa sovranità attraverso il libero voto ed un libero parlamento. Con la nuova legge elettorale (Italicum) ed la cosiddetta “riforma” istituzionale il governo Renzi ci riporta al passato, ai tempi in cui tutto il potere era nelle mani del sovrano, in questo caso del primo ministro. E’ l’inveramento del disegno autoritario delle destre e infine di Berlusconi, quello della fondazione del regime presidenzalista. La società civile verrebbe silenziata, i cittadini diventerebbero sudditi, lo Stato di diritto uno stato di polizia, il Parlamento un “bivacco”. 

Fermare il governo Renzi è doveroso e possibile. 
La sua protervia non dipende dal consenso dei cittadini, ma dalla forza dei suoi mandanti, di quei poteri economici e finanziari euro-liberisti che vogliono governi stati nazionali deboli, governi ubbidienti e parlamenti servili.

Promuove: ora-costituente
Info e contatti: ora@email.com


lunedì 4 maggio 2015

IL FRONTE DEL RIFIUTO di Piemme

[ 4 maggio ]

«L’Italicum ha un grande elemento di chiarezza: per cinque anni sarà chiaro il governo, chi vince. Ci sarà un sistema nel quale il nostro Paese potrà finalmente essere punto di riferimento per stabilità politica, che è precondizione per l'innovazione e la crescita economica».

Così Renzi questa mattina, nel suo discorso alla borsa di Milano —dove tra l'altro, dopo aver tessuto le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ha criticato il "capitalismo relazionale" italiano (ma gli oligarchi c'erano tutti a lustrargli le scarpe), perorando, guarda un po', la massima apertura alle multinazionali straniere. 

Tutto si tiene.

Non sbaglia Renzi quando dice che la nuova legge elettorale, quindi il passaggio ad un sistema presidenzialistico e post-parlamentare "è precondizione per l'innovazione e la crescita economica". Tutto sta a capire la visione del mondo di Renzi, una visione neoliberista addirittura fondamentalistica, in cui la decisione politica lungi dal governare o normare i processi ed i mutamenti nella sfera economica, deve solo assecondarli. Una visione ben gradita ai grandi poteri capitalistici globali ed alla nuova aristocrazia finanziaria, per cui, meno Stato c'è e meglio è, meno la politica ficca il naso nei mercati (e negli affari loro) meglio è.

Scontata la vittoria politica di Renzi, sconfitte ed umiliate le opposizioni in Parlamento (quanto stucchevole è questa pantomima sul voto contrario, il non-voto....) la parola passa dal Palazzo alla società. 

Un ciclo politico si chiude, ed un altro si apre.

Se già adesso è chiaro che non è nei giochi e con gli intrighi di Palazzo che si può sconfiggere il blocco oligarchico effettivamente dominante, figuriamoci domani, dopo la "riforma" istituzionale e la nuova legge elettorale.

Non tutto è perduto tuttavia. Anche se il Pil desse segni di vita, la crisi economica e sociale si approfondirà, e la strada del nuovo Cesare di Rignano sull'Arno è quindi irta di ostacoli.
Ed anche ove continuasse questa oscena pace sociale, resta che le sue "riforme" saranno sottoposte al vaglio dei cittadini.

Conoscendo la smisurata megalomania del Nostro, scommettiamo che egli farà del referendum un vero e proprio plebiscito: "o con me o contro di me", offrendoci dunque la possibilità di prendere due piccioni con una fava: bocciare il modello presidenzialistico e mandarlo a casa.

Dentro la crisi sistemica un ciclo politico e istituzionale si chiude, un altro si apre. Il panorama politico subirà grandi mutamenti, un "fronte del rifiuto", un'ampio e trasversale schieramento d'opposizione sorgerà. 

Le forze sovraniste-democratiche dovranno giocare questa partita, occupando anzi la prima linea di questo "fronte del rifiuto".

No, non tutto è perduto.

venerdì 24 aprile 2015

SADOMASOCHISMO di Rino Genovese*

[ 24 aprile ]

Ci segnalano e pubblichiamo

«Lo psicodramma che si recita a soggetto nel Pd a proposito della legge elettorale – con l’ultima mossa di Renzi, che ha sostituito d’imperio dieci esponenti della minoranza in commissione affari costituzionali – assomiglia sempre di più alla storiella del masochista che dice al sadico “fammi male…”, e questi con coerenza gli risponde “no!”. Nessuno sa esattamente chi sia il sadico e chi il masochista, ma certo una perversione deve esserci nei rapporti tra il segretario-presidente del consiglio e quelli della minoranza del suo partito. Una delle due parti insiste a rimanere, alcuni dissidenti sono pronti a votare finanche la fiducia se la questione sarà posta in aula sulla legge elettorale, mentre l’altra parte insiste a spingerla fuori dal partito: “Andatevene”, è il messaggio neanche tanto subliminale, “date solo fastidio…”.

Il punto è che la minoranza Pd non ha veramente capito Renzi. Pensa che si tratti di un giovinotto un po’ arrogante, ubriacato dal potere che gli è stato consegnato in primis dai gravi errori della passata gestione bersaniana della ditta. Ma è una lettura troppo semplice. Renzi è, in Italia, quello che mutatis mutandis fu De Gaulle per la quinta repubblica francese. Il tipo, di per sé, sarebbe l’opposto dell’eroe: non ha pronunciato alcuno storico “no” ed è anche il contrario di una figura carismatica: semmai ha qualcosa di Chance il giardiniere. Ma 1) è di scuola democristiana e la politica la sa fare (quella democristiana, s’intende, che consiste nel crearsi una cerchia di “amici”); 2) è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Per questo il progetto di distruzione della repubblica parlamentare, quella sancita dalla Costituzione, ha gambe più lunghe di quelle dello scout di Pontassieve. Risponde a una richiesta che un pezzo di società italiana sostiene da tempo: taluni la chiamano “democrazia decidente”, e consiste nel concentrare il potere nelle mani di uno solo (nel nostro caso in quelle del presidente del consiglio e segretario del Partito della Nazione), nella convinzione che così poi si possano fare quelle riforme o controriforme che siano (come il Jobs Act) capaci di ridare vigore all’azienda Italia.

In realtà il modello decisionista è in grave difficoltà dappertutto. In Francia molti osservatori si stanno accorgendo – specialmente dopo il totale fiasco di Hollande – che un ritorno alla repubblica parlamentare, con il suo noioso trantran, sarebbe meglio dell’ultimo Chance giardiniere messo alla testa della Nazione come una specie di re elettivo. La Germania, che ha un sistema partitico basato sul proporzionale con uno sbarramento al 5%, va a gonfie vele più di qualsiasi presidenzialismo, e ha perfino trovato, nella signora Merkel, il leader politico forte che non fa rimpiangere il generale De Gaulle. In Italia, invece, i poveri mentecatti di un partito in scissione virtuale si accingono a votare una riforma della legge elettorale, e successivamente una riforma costituzionale del Senato, che consegnerà tutti i poteri a un grullo sostanzialmente senza contrappesi».

lunedì 20 aprile 2015

«RENZI BLINDA L'ITALICUM PER ANDARE AL VOTO» Intervista a Stefano Fassina

[ 20 aprile ]
D. Onorevole come considera queste nuove dichiarazioni di Renzi?

 R. «Mi colpisce innanzitutto la disinvoltura su temi così rilevanti. Fino a ieri aveva insultato chi proponeva il Senato elettivo additandolo come un difensore della propria poltrona. Ricordo le numerose tirate polemiche contro Chiti e altri senatori. Ora, improvvisamente, il Presidente risulta disponibile».

Dunque un’apertura che sa tanto di un tentativo per dividere l’opposizione interna che si sta ricompattando.

«Sinceramente mi sembra difficile non riconoscere una certa strumentalità in questa disponibilità. Stranamente arriva dopo l’assemblea dei deputati nella quale si è dimesso il capogruppo Speranza e si è raggiunta una sostanziale convergenza fra tanti di noi sulla valutazione da dare all’Italicum anche in rapporto alla revisione della riforma del Senato».

Ma cosa c’è dietro questa strana operazione politico-mediatica?
«Qualcuno meno ingenuo di me dice che Renzi voglia approvare la legge elettorale e andare al più presto alle elezioni. Se è così la riforma del Senato è praticamente su un binario morto e Renzi ci lascia giocare con il testo di un disegno di legge che non vedrà mai la luce».

Ma cosa le fa pensare che sia questo il vero obiettivo del premier?
«Da una parte c’è l’indisponibilità a correggere punti rilevanti dell’Italicum in un orizzonte temporale certo, come può essere il mese di luglio, per un passaggio definitivo al Senato. Dall’altra, appare sempre più evidente lo scarto tra i racconti del premier e i dati della realtà che rendono credibile il suo vero obiettivo: approvare l’Italicum e andare al voto il più presto possibile, che vuol dire nella primavera del prossimo anno».

Ma perché Renzi punterebbe con tanta determinazione al voto anticipato?
«Lo scenario economico appare fortemente a rischio e la politica dell’eurozona è fallimentare. Questo determina una situazione di stagnazione e di impossibilità di ripresa. Tutto ciò contrasta con le letture, le promesse e i racconti che vengono dal governo. Dall’altra parte il quadro politico presenta una destra in grande difficoltà e una sinistra forse in una difficoltà ancora più grande. Dunque, sia per ragioni economiche, che per ragioni politiche, votare al più presto può essere la soluzione più vantaggiosa per Renzi».

In questo disegno è presente anche il voto di fiducia sulla riforma elettorale. Voi che farete in questo caso?
«Per ragioni di principio il voto di fiducia è inaccettabile su una legge elettorale. In questo caso poi ritengo inaccettabile l’intero pacchetto comprendente l’Italicum  e la revisione del Senato, perché porta ad un presidenzialismo di fatto squilibrato e ad un arretramento pericoloso della nostra democrazia».


* Intervista a Libero - Fonte: Stefano Fassina

venerdì 18 luglio 2014

PATTO DEL NAZARENO? NO DEL DIAVOLO di Piemme

18 luglio. Casaleggio, Grillo, Di Maio, stanno offrendo a Renzi e Berlusconi la corda con cui saranno impiccati.

C'è ancora chi si chiede come mai Renzi stia mettendo tanta fretta alle Camere affinché votino subito le "riforme" costituzionali con tanto di scioglimento del Senato, e la nuova legge elettorale "italicum". Fino al punto da rischiare di porre fine alla luna di miele con il grande capitalismo italiano e le tecno-oligarchie europee —che avrrebbero voluto che priorità fosse data alle "riforme economiche".

La inattesa assoluzione di Berlusconi al "processo Ruby" getta un sinistro fascio di luce su questa fretta. Renzi, in barba a quanto afferma,  ha forse in mente di andare ad elezioni anticipate prima che finisca anche la luna di miele con chi l'ha votato. La fretta poi, a Renzi, gliela impone proprio Berlusconi che, da parte sua, vuole rimettere in piedi la sua sgangherata coalizione, e per questo ha bisogno di essere salvato, con la Grazia, da un nuovo Presidente della Repubblica —il nome in tasca, Renzi e Berlusconi, già ce l'hanno, e questo dev'essere uno dei punti del loro Patto. Una volta dissolto il recalcitrante Senato attuale quello nuovo verrebbe scelto subito, come prevede il Patto, dalle satrapie politiche regionali, così da poterne avere uno addomesticato e quindi esaudire il desiderata dell'ex-Cavaliere.

Solo per questo l'Italia democratica dovrebbe, non solo indignarsi, ma protestare per buttare all'aria questo meschino teatrino. Il fatto gravissimo è che queste macchinazioni solo soltanto il contorno di una diabolica operazione si sventramento dell'ordinamento repubblicano.

Parliamo delle "riforme" istituzionali e della legge elettorale. Esse sono parte di un medesimo disegno, quello che avanza sin da "mani Pulite" e dalla fine della "Prima Repubblica", teso a scassare definitivamente la Costituzione per dare vita ad una Repubblica in cui dei tre poteri, quello Esecutivo (il governo) si mette sotto gli stivali gli altri due: legislativo e giudiziario.

Vale la pena ascoltare quanto affermato dal senatore del Pd Walter Tocci il 16 luglio. Una requisitoria lucida e implacabile del vero disegno che soggiace al Patto del Nazareno.
«I cittadini torneranno a non scegliere i deputati, e non eleggeranno nemmeno i senatori; né il presidente della città metropolitana, né i consiglieri della provincia, che rivive col brutto nome di "area vasta". Il risultato è che il ceto politico rielegge il ceto politico.... Ai cittadini viene indebolito lo strumento del referendum... Un partito minoritario che raccoglie meno del 20% degli aventi diritto al voto, può vincere il premio di maggioranza e utilizzarlo per conquistare le massime cariche dello Stato, la Corte costituzionale, la Presidenza della Repubblica. saremmo di fronte ad un presidenzialismo selvaggio, privo di contrappesi... Il potere Legislativo viene assoggettato definitivamente a quello Esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare il premio di maggioranza  non solo per governare il Paese per stravolgere a suo piacimento la legislazione fondamentale, ad esempio la libertà di stampa, i servizi segreti, l'autonomia della Magistratura, l'amnistia, l'indulto, le libertà religiose e personali, oppure per rimodificare a proprio favore la stessa legge elettorale alle successive elezioni».
Come i lettori possono vedere l'intervento di Tocci è stato pubblicato dal Movimento 5 Stelle. Grazie del servizio amici pentastellati!

Ma vi chiediamo: non vi sembra al contempo gravissimo e grottesco che voi, mentre vi opponete assieme ai "dissidenti" del Pd e di Forza Italia allo scioglimento del Senato, state dando man forte a Renzi, e ciò in linea col Patto del Nazareno, per approvare in fretta una legge elettorale truffaldina, antidemocratica e anticostituzionale? Una legge che accetta che in nome della governabilità venga calpestato il principio della rappresentanza, che introduce scandalosi premi di maggioranza e soglie di sbarramento per le forze d'opposizione.

Parlamentari pentastellati, perché, invece di inciuciare con Renzi allo scopo di abbellire l'Italicum, non avete fatto blocco coi "dissidenti" con un duro ostruzionismo parlamentare chiamando i cittadini a protestare? Dicevate di essere i paladini della Costituzione e della democrazia e invece anche voi, pur di conservarvi come partito-ceto politico, per arroccarvi come seconda forza, accettate un sistema elettorale bipartitico e maggioritario che darebbe al PD il governo perpetuo. Illusione! Meschina anzitutto, ma anche sciocca. Voi date per morto il blocco berlusconiano, ma non è così. Anche grazie alla infame legge maggioritaria che avallate, questo blocco risorgerà (con o senza il puttaniere).
Casaleggio, Grillo, Di Maio, stanno offrendo a Renzi e Berlusconi la corda con cui saranno impiccati.

lunedì 12 agosto 2013

PRESIDENZIALISMO VIA VIOLANTUM? di Leonardo Mazzei

13 agosto. Che quello di Letta fosse un "governicchio", noi, lo avevamo detto subito. La sola cosa che frena i berluscones dal farlo cadere subito è la minaccia del reuccio Napolitano di dimettersi. Quest'ultimo esige che prima di votare si faccia almeno la nuova legge elettorale. Ma quale legge? Leonardo Mazzei, specialista in materia, spiega perché la proposta Violante potrebbe mettere d'accordo Pd e Pdl.


Un sistema ispano-franco-tedesco: ovvero il Super-porcellum presidenzialista di lorsignori
Riuscirà il governo Letta ad arrivare all'autunno? La cosa non è certa, viste le fibrillazioni del campo berlusconiano. E tuttavia non è neppure impossibile, considerato il pressing quirinalizio e la volontà dei «poteri forti», così ben leggibile nell'offensiva mediatica sul bene supremo della «stabilità».

Sia chiaro, quello presieduto dal Nipote dello Zio è e rimarrà un governicchio, un esecutivo destinato a rinviare le scelte di fondo, votato per sua natura alla logica del «comprare tempo». Dalla sua questo governicchio ha però un'arma. Si chiama legge elettorale. Per essere usata essa ha bisogno di una sola condizione: l'accordo oligarchico e bipartisan di una casta ormai delegittimata in termini di consenso.

In altre parole, l'accordo ha da essere conveniente tanto per il Pd quanto per il Pdl. Ma, soprattutto, esso dovrà risultare confacente agli interessi sistemici delle oligarchie dominanti, protese più che mai a far man bassa dei salari, delle pensioni, dei diritti del popolo lavoratore. Tanto meglio, poi, se si troverà un sistema elettorale spacciabile per più democratico. Così quello stesso popolo verrebbe ad un tempo impoverito e turlupinato.

E' a questo che si sta lavorando. E' per questo che chiedono tempo. Due gli argomenti usati: che la legge attuale, il Porcellum, potrebbe venir dichiarata incostituzionale; che «se si andasse a votare con questa legge non vi sarebbe alcuna certezza di governabilità» (così Luciano Violante sul Corriere del 10 agosto).

Ovviamente a lorsignori sta a cuore solo il secondo argomento, mentre il primo serve unicamente ad attrarre il consenso dei gonzi. Un consenso reso forte da un senso comune costruito ad arte in questi anni, teso a presentare il Porcellum come il male assoluto, esaltando al tempo stesso la sua cornice - il bipolarismo - addirittura come il bene assoluto da preservare.

La realtà è ben diversa. Il Porcellum, al pari del precedente Mattarellum e di quanto si va ora preparando (sembra che possa essere la volta del Violantum), è sostanzialmente una delle tante variabili possibili in un sistema maggioritario. Nello specifico rimando a quanto già scritto diverse volte in passato (vedi, ad esempio, Ma di quale democrazia vanno parlando?). Quello che qui interessa è che si comprenda che lo scopo del lavorio sulla legge elettorale non è finalizzato a renderla più democratica, ma esattamente al suo contrario. Lo scopo è infatti quello di arrivare ad una legge ancor più oligarchica ed antidemocratica. E bene ha fatto Grillo a parlare di un Super-Porcellum in preparazione.

Il fatto è che, dal punto di vista sistemico, la legge calderoliana non regge più. Ed è per questo che la Corte Costituzionale, da sempre ben sensibile e prona alle esigenze del blocco dominante, potrebbe infine svegliarsi dal letargo che da sempre ne caratterizza l'attività. Il Porcellum non regge più per una ragione semplice, semplice: il bipolarismo è finito. E, dunque, una legge disegnata su misura per un sistema bipolare non funziona più, perlomeno non in termini di «governabilità».

Ecco dunque l'esigenza di andare oltre. A suo tempo (2005) il Porcellum aveva ereditato dal Mattarellum un sistema effettivamente bipolare. Certo, con alcune «imperfezioni», ma bipolare. Oggi, nei consensi, il bipolarismo è andato in frantumi. Da qui la volontà di ricostruirlo con meccanismi elettorali ancora più coercitivi della volontà popolare. Ed è qui il comune interesse di Pd e Pdl, quello di ridimensionare il M5S o chiunque altro si presenti con una proposta alternativa al regime bipolare.

Fino ad oggi, però, la quadra non era stata trovata. Del resto, come abbiamo detto più volte, lo stesso blocco dominante è percorso da una feroce guerra per bande, ed anche quel che sembra razionale dal punto di vista del sistema nel suo insieme, non è necessariamente conforme agli immediati interessi di tutte le sue componenti principali. E queste contraddizioni hanno sinora impedito la deriva presidenzialista, che necessariamente dovrà accompagnarsi all'ulteriore torsione antidemocratica del sistema istituzionale, di cui la legge elettorale è solo una parte, benché assolutamente essenziale.

Oggi, però, la situazione sta cambiando. Certo, nell'attuale crisi della classe dirigente, non è affatto sicuro che si arrivi alla nuova legge elettorale. Gli interessi tra i due contraenti fondamentali del patto di governo non potranno mai coincidere del tutto, e uno scontro interno è in atto sia nel Pd (in maniera più visibile) sia nel Pdl (in maniera più sotterranea). E, tuttavia, un fugace ma sostanziale matrimonio di interessi potrebbe in effetti aver luogo proprio sul terreno della legge elettorale.

Dunque, sempre avendo ben presente che la possibilità che tutto salti in aria è tutt'altro che remota, conviene dare un'occhiata a quel che si va preparando nelle cucine governative, e più precisamente nella «Commissione per le riforme istituzionali» insediata da Letta. Dopo tanta melina, la sensazione è che la svolta possa essere rappresentata dalla proposta di Luciano Violante, dallo stesso brevemente illustrata in un'intervista al Corriere della sera del 10 agosto.



Il Violantum

Andiamo dunque a vedere di cosa si tratta.
Violante lo sintetizza in poche ingannevoli parole: «Sistema proporzionale, con una preferenza; una eventuale seconda preferenza di genere. Poi: sbarramento al 5% per tutti, senza sottosoglie; premio di maggioranza per ottenere il 55% dei seggi assegnato alla forza che conquista il 40/45% dei consensi delle due Camere». E: «se nessuno lo raggiunge, si andrebbe al ballottaggio fra le due principali coalizioni».

L'inganno fondamentale della proposta sta proprio nel fatto che essa viene presentata come proporzionale, mentre si configura in realtà come ultra-maggioritaria. In questo esattamente uguale al Porcellum, anch'esso su base proporzionale, ma vistosamente corretto dal premio di maggioranza. Un premio completamente confermato dal Violantum, anche nella sua entità.

In breve, 5 sarebbero le novità introdotte dalla nuova legge.
Di queste, una (la reintroduzione delle preferenze) va incontro ad un diffuso sentire, senza che abbia però una vera incidenza sui meccanismi di selezione della classe politica. Diciamo che potrà forse sfavorire i grigi uomini d'apparato, favorendo però i candidati più ricchi e maggiormente appoggiati dai poteri forti. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Decisive sono invece altre tre novità. Due esplicitate da Violante (lo sbarramento al 5% ed il ballottaggio); la terza invece non dichiarata, ma che sappiamo far parte del pacchetto che si va cucinando, consiste nella modifica del sistema di assegnazione dei seggi sulla base dei risultati dei singoli collegi anziché, come ora, del collegio unico nazionale.

La chiave di volta risiede ovviamente nel ballottaggio, un meccanismo giustificato dalla necessità (è questa la quinta novità) di introdurre una soglia di accesso al premio di maggioranza. In astratto un'esigenza «democratica» minima (le virgolette sono obbligatorie, dato che qualunque alterazione del principio proporzionale è di per sé antidemocratica). In realtà, l'intento apparentemente «democratico» di questa soglia serve nei fatti a propinare l'assenza di qualunque soglia. Un risultato reso possibile dall'imbroglio del ballottaggio.

Facciamo un esempio. Se in febbraio si fosse votato con il Violantum, sarebbero andati al ballottaggio i due schieramenti capeggiati da Bersani (29,54%) e Berlusconi (29,13%). Chi avrebbe vinto si sarebbe aggiudicato il 55% dei seggi, esattamente come avvenuto con il vituperato Porcellum. E con ogni probabilità avrebbe conseguito questo risultato in entrambe le camere. Un 29% trasformato in 55% non è male (alla faccia della proporzionalità), ma siccome non gli basta mai, anche perché un contentino va dato pure agli amici/nemici di volta in volta sconfitti, ecco le altre due innovazioni.

Restando all'esempio delle ultime elezioni, con lo sbarramento secco al 5% sarebbero fuori dal parlamento anche Sel, la Lega e Fratelli d'Italia. Un danno assai lieve, direte. Vero, peccato che quei seggi sarebbero andati in larga parte a Pd e Pdl. Ma la volontà di avvantaggiare in tutti i modi le forze maggiori sembra non conoscere limiti. Ecco allora il sistema di assegnazione dei seggi collegio per collegio, non più su base nazionale. Un trucchetto (la Spagna insegna) che può rivelarsi micidiale specie in caso di rimpiccolimento dei collegi attuali. Un imbroglio con il quale si può arrivare a far fuori quasi del tutto anche forze attorno al 10%.

Ecco la democraticissima svolta del Violantum. Un Super-porcellum a tutti gli effetti. Il quale, però, porta con se un'altra polpetta avvelenata: il presidenzialismo.


Il presidenzialismo

Presidenzialismo non significa necessariamente più poteri al presidente della repubblica. C'è un'altra forma di presidenzialismo, solo apparentemente più soft, che consiste nell'assegnazione di maggiori poteri al presidente del consiglio. Alcuni vorranno magari chiamarlo premierato, ma la sostanza non è molto diversa.

Scrivevamo il 3 giugno scorso (Il presidenzialismo: l'ultima trincea delle canaglie): «E' lì che andranno a parare. Il presidenzialismo non è solo il passaggio finale di un processo di accentramento e rafforzamento del potere esecutivo iniziato vent'anni fa. Non è solo la pietra tombale su quel che resta (poco in verità) del sistema parlamentare. E' anche il modo in cui la casta dei politicanti espressione delle oligarchie dominanti punta a salvare se stessa».

Il succo del presidenzialismo sta nell'accentramento massimo dei poteri nelle mani di una persona, di fatto non più sfiduciabile dalla propria maggioranza parlamentare. E dunque assai libera di fare e disfare nell'arco del suo mandato.

Che le cose stiano così, che sia quello il vero obiettivo, ben al di là del Porcellum, ce lo dichiara candidamente lo stesso Violante quando, nell'intervista già citata, conclude l'esposizione della sua proposta affermando che: «la vera stabilità può venire soltanto da una riforma costituzionale».

Eccoli lì i veri sfasciatori della Costituzione. Tutti insieme all'opera, ed in questo assai uniti, mentre in molti a sinistra continuano a pensare che lo sfasciatore sia uno e soltanto uno.

Per portare avanti la loro opera stanno progettando un sistema che è un mix del peggio dei sistemi tedesco (lo sbarramento al 5%), spagnolo (l'attribuzione dei seggi per collegio), e soprattutto francese (il ballottaggio).

A nessuno sfuggirà che se avremo il ballottaggio esso sarà, come già avviene per i comuni, una partita tra i candidati premier più che tra le forze politiche. E così come già abbiamo i sindaci/podestà, avremmo allora qualcosa di molto simile ad un premier/duce. Eccoci servito il presidenzialismo di fatto, al quale prima o poi si dovrà far corrispondere (con la relativa modifica costituzionale) un nuovo assetto dei poteri istituzionali.


Conclusione

Che questo disegno riesca ad andare in porto è tutto da vedere. Le convulsioni politiche seguite alla conferma della condanna di Berlusconi potrebbero arrestare, ancora una volta, il progetto presidenzialista. Ma, prima o poi - e forse più prima che poi - è con questo progetto che ci si dovrà misurare.

Avendo ben chiaro che è questa l'altra faccia della politica antisociale che sta strangolando il paese ed impoverendo progressivamente, in tanti casi letteralmente affamando, il popolo lavoratore. La politica del massacro sociale ha infatti bisogno di un diverso quadro istituzionale, di un diverso assetto politico, di una maggiore coesione nel blocco dominante. Un sistema ultra-maggioritario mascherato da proporzionale, un presidenzialismo mascherato non si sa ancora bene come, potrebbero essere gli strumenti decisivi per imporre una svolta anti-popolare ancora più profonda.

Questa è la partita che lorsignori stanno conducendo. Occorre fermarli in tutti i modi.

giovedì 6 giugno 2013

Il presidenzialismo: l'ultima trincea delle canaglie di Leonardo Mazzei

6 giugno. «Non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un'alternativa, un sistema davvero democratico e popolare».

E' lì che andranno a parare. Il presidenzialismo non è solo il passaggio finale di un processo di accentramento e rafforzamento del potere esecutivo iniziato vent'anni fa. Non è solo la pietra tombale su quel che resta (poco in verità) del sistema parlamentare. E' anche il modo in cui la casta dei politicanti espressione delle oligarchie dominanti punta a salvare se stessa.

Per tutti questi motivi era perciò inevitabile che dal cappello presidenziale delle «riforme» sbucasse fuori il coniglio presidenzialista. Eugenio Scalfari ci dice che così non è, che Napolitano parlerà, a giorni, contro il presidenzialismo. Vedremo, quel che è certo è che il modus operandi del «comunista preferito da Kissinger», ed ancor più le scelte che ne sono conseguite hanno portato acqua, più di ogni altra cosa, al mulino presidenzialista.

Le avanguardie dell'armata che punta al modello francese sono scese in campo, sulle colonne del Corriere della Sera, con un appello dal titolo «Un movimento di cittadini per la scelta diretta». Lo hanno fatto il 2 giugno, festa di quella Repubblica a cui vogliono fare la festa. I nomi dei firmatari non lasciano adito a dubbi: Augusto Barbera, Angelo Panebianco, Arturo Parisi, Mario Segni. Tutti costoro (in primis Segni) furono, vent'anni fa, tra i principali promotori del referendum per il maggioritario. Due di loro (Barbera e Parisi) sono esponenti di un certo rilievo del Pd. E già questo basta ed avanza per farci capire che l'offensiva non viene solo da destra.

Per costoro il presidenzialismo è in fondo il coronamento di quel percorso iniziato negli anni '90 del secolo scorso. Non dimentichiamoci che proprio dal maggioritario è scaturita la figura del sindaco/podestà, mentre i presidenti delle giunte regionali sono diventati «governatori». Il tutto contornato dal progressivo svuotamento delle assemblee elettive a tutto vantaggio degli esecutivi di ogni ordine e grado. Chi ha avallato questo processo per tanto tempo, ha ben poco da lamentarsi oggi della sterzata presidenzialista, peraltro sostenuta dallo stesso Letta.

Una volta affermato il principio della «governabilità», dell'accentramento del potere, fino a consegnarlo nelle mani di una sola persona, come si poteva pensare che tutto ciò restasse confinato a comuni, province e regioni, senza arrivare ad imporsi un giorno come forma del potere centrale?

Abbiamo già detto che il maggioritario da un lato, e il presidenzialismo de facto alla Napolitano dall'altro, hanno funzionato da apripista alla svolta istituzionale in gestazione. Ma c'è di più. C'è che il presidenzialismo detto «alla francese» ben si sposa con il doppio turno di collegio. C'è che il presidenzialismo è anche un modo furbesco per (tentare) di rispondere alla cosiddetta «crisi della politica», che in realtà è crisi di un sistema di potere e di governo ben determinato.

Vediamo intanto il primo aspetto. Già nella primavera 2012, discutendo dell'annosa questione della riforma del Porcellum,  la destra offrì al Pd l'adorato doppio turno di collegio, ma a condizione che il partito di Bersani accettasse l'elezione diretta del presidente della Repubblica ed ovviamente il riordino dei poteri che ne consegue. Il Pd respinse l'offerta, non per ragioni di principio - non sia mai detto, che son finiti quei tempi! - ma solo perché i sui lungimiranti strateghi erano certi di fare il botto proprio grazie al premio di maggioranza della legge calderoliana. Ora che gli è andata come gli è andata, è naturale che l'offerta di Alfano suoni assai bene agli orecchi piddini. E le cronache già ci parlano di diversi big già schierati: da Veltroni a D'Alema, da Prodi a Renzi, per arrivare all'annebbiato Epifani, tutti in fila ad adorar la Francia.

Tutto ciò non deve stupire. Stupirebbe semmai il contrario. Costoro sono disposti a tutto pur di restare in sella. Ed il fatto che, insieme a Berlusconi ed ai berluscones, costoro siano in prima fila per il presidenzialismo, non può che dar forza a chi vorrà opporsi a questa ennesima deriva autoritaria. La loro credibilità, infatti, è ormai sottozero.

C'è però per noi un altro problema. Ed è che, almeno in questa prima fase, l'opposizione al presidenzialismo assumerà i volti di Rosy Bindi ed Eugenio Scalfari. La prima in nome di una Costituzione che non c'è più, che ella stessa ha contribuito a stravolgere in questi anni. Il secondo in nome del pericolo «populista», sia nella versione berlusconiana che in quella grillesca. Questo è un vero problema, perché se saranno quelli i volti dell'opposizione, il presidenzialismo ha già vinto in partenza.

Che fare allora? Essenzialmente due cose:

La prima consiste nello spiegare con linguaggio semplice che il presidenzialismo è l'ultimo rifugio delle canaglie che governano bipartiticamente il paese da vent'anni. Detto in linguaggio popolare, è la casta che non vuol mollare, che cambia la forma istituzionale perché niente cambi negli assetti del potere. In altri termini, è il tentativo di salvare un sistema che sa solo proporre sacrifici, tagli, tasse, disoccupazione in nome del Dio Euro e dei suoi sacerdoti di Bruxelles e Francoforte. Il sistema politico non è in crisi perché «troppo democratico»; al contrario la sua crisi deriva dal distacco dal bipolarismo di milioni e milioni di elettori, allontanatisi da esso proprio a causa dell'azzeramento della democrazia necessitato dalle scelte di cui sopra. Mai come oggi le classi popolari sono state escluse da ogni influenza sul potere, ma proprio per questo maggiore è la possibilità che decidano di rivoltarglisi contro.

La seconda cosa da fare è quella di non limitarsi ad una battaglia difensiva. Al «com'era bella la nostra Costituzione». Una Costituzione che a forza di decantarla ormai non c'è più. Con i cantori della domenica assai spesso impegnati nell'opera di sistematico smantellamento durante la settimana. Una battaglia solo difensiva darebbe le carte migliori proprio ai presidenzialisti. Nossignori, a ben poco servirebbe asserragliarsi in un fortino così sguarnito. La battaglia ha da essere offensiva. Come abbiamo scritto in un documento del Mpl l'estate scorsa: «A partire dallo spirito originario della Costituzione italiana, occorre promuovere un'Assemblea Nazionale Costituente al fine di riconquistare un’effettiva sovranità popolare». Ed è chiaro che riconquistare la sovranità popolare, e dunque nazionale, significa in primo luogo liberarsi dal giogo dell'Unione Europea e della sua moneta unica. Certo, questo obiettivo si inserisce necessariamente in un contesto di grandi trasformazioni, frutto di una vincente sollevazione popolare, ma visto che il nemico ci porta su questo terreno è necessario porsi all'altezza dello scontro fin da ora.

In conclusione: non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un'alternativa, un sistema davvero democratico e popolare. Solo così potremo davvero contrastare il presidenzialismo. Ed anche una sconfitta sarebbe in quel caso meno amara, perché non pregiudicherebbe - a differenza della linea difensivista - l'esito delle battaglie che già si intravedono all'orizzonte.






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