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giovedì 11 giugno 2015

M5S: LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE di Piemme

[ 11 giugno ]

Il Movimento 5 Stelle avanzò e ottenne un enorme consenso anche perché promise che mai si sarebbe comportato come gli altri partiti, ad esempio non avrebbe utilizzato il loro stile di ricorrere alle bugie e raggirare i cittadini, di vendere fumo pur di ottenere consenso.
Non sembra che i cinque stelle siano in grado di tenere fede a questa promessa.

Paolo Becchi forse esagera nelle sue accuse a Beppe Grillo ed al Movimento, ma il giudizio dei "grillini" sui risultati elettorali da essi ottenuti nelle recenti elezioni regionali è come minimo indisponente per quanto è paraculo.
Sulla falsa riga di Renzi essi parlano di "vittoria", lo fanno basandosi sulle percentuali di voti ottenuti e non invece sul dato dei voti assoluti, che è quello che decisivo per misurare l'effettivo consenso dei cittadini verso un partito o di un movimento.

Su come siano andate effettivamente le cose ne abbiamo parlato a caldo ma in modo circostanziato QUI e QUI. L'astensione ha dato una batosta non solo al Pd renziano ed a Forza Italia, ma pure a M5S, che ha perso la bellezza di 1.956.613 voti rispetto alle politiche del 2013 e 893.541 rispetto alle europee dell'anno scorso.
Come sono andate le cose considerando le regioni in cui s'è votato

Tanto per fare un confronto si consideri che la tanto declamata avanzata leghista (+402mila voti rispetto al 2103), nelle sue dimensioni, corrisponde a circa un quinto (un quinto) del totale di voti persi da M5S. Numeri impietosi, che danno la misura del grande smottamento dell'elettorato dei "grillini". 

L'Istituto Cattaneo com'è noto è uno degli organismi di analisi dei risultati e dei flussi elettorali più affidabili. Ebbene l'istituto conferma quanto noi scrivevamo a caldo:
«Il Movimento 5 stelle (M5s) ha ridotto i propri consensi di circa il 60% rispetto all’exploit delle politiche del 2013, ma anche rispetto alle europee del 2014 (-40,4%), quando già avevano fatto registrare un cospicuo arretramento. In valore assoluto questa variazione si traduce in una contrazione di voti pari a (-1.956.613) rispetto alle politiche e -893.541 rispetto alle europee. Da un lato il partito di Grillo non riesce a capitalizzare le difficoltà degli avversari in alcuni contesti apparentemente favorevoli, ad esempio in Campania, dove il caso dei candidati “impresentabili” segnalati dalla Commissione Antimafia lasciava forse presagire un risultato più brillante. Anche in Veneto, dove il Movimento ha perso il 75% dei voti del 2013, molti elettori del centro-destra sembrano essere stati riassorbiti dal partito di Salvini. Ciò detto, non deve essere sottovalutata la capacità del Movimento di consolidare la propria presenza nell’arena elettorale difficile delle regionali, in cui la presenza del leader Beppe Grillo è meno visibile». (Elezioni regionali 2015)
clicca per ingrandire
Nella tabella accanto il voto al Movimento 5 Stelle, nelle elezioni 2015, 2014 e 2013, in voti assoluti e percentuali.

L'Istituto Cattaneo ha quindi fornito le prime analisi dei flussi elettorali nelle regioni in cui si è votato, prendendo a campione le città  più importanti. E cosa abbiamo?
«Come s’è detto, il Movimento ha preso voti dal Pd, ed abbiamo già avanzato ipotesi interpretative su quel flusso. C’è poi un problema dei 5 Stelle con l’astensione e più in generale con l’area della protesta: il Movimento perde verso l’astensione molti voti a la Spezia, Livorno, Perugia e Foggia (e ne prende invece in misura modesta a Padova e Salerno). Ricordiamo che già nelle elezioni europee dello scorso anno gran parte del ridimensionamento del Movimento rispetto all’exploit delle politiche era dovuto a perdite verso l’astensione. Si aggiunge in questo quadro un flusso di voti da M5s verso la Lega: a la Spezia, Padova, Livorno, Perugia, e quindi in tutte le città del Centro-nord da noi studiate. Non è difficile ipotizzate una certa contiguità fra la protesta di chi non va a votare, quella di chi vota 5 Stelle e quella di chi vota Lega. Il voto di protesta è un voto mobile, è un voto impaziente disposto con facilità a cambiare cavallo, e certamente il Movimento è perennemente esposto a perdite verso altre formazioni che cavalcano la protesta o verso in non-voto». (I flussi elettorali)
La crescita dell'astensione non ha punito solo Pd e Forza Italia ma pure M5S.
Come poi segnala l'Istituto Cattaneo «...questi neo-astensionisti hanno con probabilità alle spalle due diverse motivazioni: protesta per quelli che provengono da M5s, disorientamento di fronte alle spaccature nei rispettivi partiti per chi proviene da Pd e FI». 

Morale della favola: mentre crescono e molto l'indignazione e la protesta sottotraccia dei cittadini, M5S non solo riesce ad intercettare questo flusso, ma subisce un grande smottamento verso l'astensione (in misura molto minore verso la lega Nord).

Invece di ammettere la verità ed interrogarsi sulle cause di questo smottamento, i vari Di Maio o Di Battista dicono... avanti così!... tutto va bene madama la marchesa. Proprio come Renzi si difendono dicendo che non c'è alcun paragone possibile tra politiche, europee e regionali. Questo è vero in astratto. Nel concreto le dimensioni dello smottamento sono talmente grandi che la tendenza solo i ciechi non possono vederla.

Ma i portavoce di M5S non sono ciechi, semplicemente mentono.
Chi si monta la testa, di solito, non va molto lontano.


lunedì 8 giugno 2015

NON DATELO PER MORTO di Emmezeta

[ 8 giugno ]
Cosa è cambiato con il voto del 31 maggio
Problemi in arrivo nella maggioranza di governo?


Diciamolo subito a scanso di equivoci: le elezioni regionali hanno senza dubbio indebolito il capo del governo, ma il suo progetto autoritario è tutt'altro che sconfitto. 
Un anno fa, immediatamente dopo le elezioni europee, criticammo (vedi La resistibile ascesa di Matteo Renzi) quelli che iniziavano ad immaginare frettolosamente un ventennio renziano. Evidentemente non avevamo torto. Per gli stessi motivi, oggi sbaglia chi comincia a crogiolarsi nell'idea opposta, quella secondo cui Renzi stia per essere rapidamente rottamato dal turbinio mangia-consensi alimentato dalla crisi economica.
Renzi non è certo imbattibile, e lo abbiamo visto. Tuttavia, lo stop che ha subito è pesante ma non ancora decisivo. L'essenziale è capire la sua vulnerabilità, ma senza sottovalutare la forza di cui ancora dispone.

Alcuni pensano che saranno i suoi stessi "mandanti" a liquidarlo ben presto. Idea illusoria e figlia di un complottismo che ritiene che tutto sia pianificato nelle inaccessibili stanze di un potere assoluto. Secondo costoro, i "pianificatori" non hanno da far altro che giocarsi all'infinito una carta dopo l'altra, tanto il popolo è bue e se le beve tutte, più degli inglesi il sabato sera.

Invece non è così. Perlomeno non per quanto riguarda il consenso, che è merce delicata e non del tutto controllabile dal pur potente sistema mediatico. Ne sanno qualcosa Monti e Letta. Ed un anno e mezzo fa Renzi fu scelto anche per questo: c'era bisogno di proseguire con le solite politiche liberiste ed austeritarie, ma ci voleva qualcuno in grado di far credere il contrario. E' cosi che è arrivato il Bomba, ed è per questo che l'élite dominante non potrà permettersi di accantonarlo tanto facilmente.

Fatta questa doverosa premessa, giusto per evitare facili illusioni, il quadro disegnato dalle elezioni del 31 maggio è davvero problematico per il segretario del Pd.

Vedremo oggi, nella direzione del partito, quale linea Renzi vorrà adottare: ci sarà una qualche apertura alla minoranza interna, qualche segnale che tenga conto dei mal di pancia nella maggioranza parlamentare, oppure verrà proposto l'approccio decisionista di sempre? Le elezioni hanno detto che la stessa immagine dell'«uomo solo al comando» non ha più l'appeal dei primi mesi, ma potrà Renzi negare se stesso? Difficile che possa avvenire. Del resto egli potrà sempre scaricare le colpe sul partito, giudicandolo non sufficientemente rinnovato, cioè non ancora del tutto renzizzato.

Aspettiamoci dunque un rilancio, con la sua tecnica di presentarsi come l'uomo del «fare». Che il suo fare si chiami controriforma della scuola, asfaltatura della Costituzione, legge elettorale truffa, poco importa dal suo punto di vista. A dire il vero questo suo fare gli ha anche fatto perdere dei consensi, come certamente è avvenuto nel caso della scuola. E qui è già annunciata qualche modifica di facciata al suo progetto. Ma in generale Renzi non ha alternative: o impone la sua linea di sfondamento o finirà inevitabilmente nella palude. L'uomo non è stupido e lo sa.

Il fatto è che l'astuzia da sola non basta a cambiare più di tanto i rapporti di forza. E i numeri della maggioranza governativa potrebbero andare in crisi al Senato, prima sulla scuola, poi - assai più realisticamente - sul secondo passaggio della controriforma costituzionale. Si dirà che Renzi ha vinto fino ad oggi tutte le sfide parlamentari. E' vero, c'è riuscito usando in maniera spregiudicata tutti i mezzi a disposizione - voto di fiducia, sostituzione dei componenti della minoranza Pd nelle commissioni, eccetera - ma c'è riuscito. Ora, però, il voto regionale cambia un po' le cose.

Il cambiamento non sta solo nell'indebolimento politico di Renzi. E neppure nel maggior coraggio che speriamo possa acquisire la minoranza del suo partito. Esso potrebbe arrivare anche da un diverso atteggiamento degli alleati di governo. Ed è questo l'aspetto di cui vogliamo occuparci in questo articolo. 


Gli alleati del Pd nella maggioranza governativa - Ncd e centristi vari - fino ad oggi sono stati talmente proni ai voleri del premier da aver accettato una legge elettorale che li taglia fuori dai prossimi giochi per il governo. Storditi dai bagliori dei successi del Renzi della prima ora, i vari Alfano, Casini e soci, si sono accontentati di salvarsi grazie alla riduzione dello sbarramento al 3%.

Ma quel che ieri gli sembrava molto, adesso, dopo che il voto ha chiarito che la destra può rientrare in corsa nella partita per il governo della prossima legislatura, l'Italicum non può che andare stretto a costoro.

Certo, il rientro in gioco potrà avvenire solo a precise condizioni. Nell'immediato non facili da realizzarsi. Tuttavia una di queste condizioni è proprio l'affossamento dell'Italicum. Ma come, la nuova legge truffa è di fresca approvazione e già si pensa di poterla mandare in soffitta? Il fatto è che si tratta di una legge pasticciata che - come abbiamo più volte spiegato - cadrebbe necessariamente in caso di sconfitta del governo (o parlamentare, o per via referendaria) sulla controriforma costituzionale.

Dunque i giochi non sono chiusi. E non è un caso che Quagliarello abbia formalmente chiesto di riaprire la questione. Il punto è che Ncd e soci sanno perfettamente come verrebbero massacrati da una legge con il ballottaggio di lista che esclude le coalizioni. Se vogliono sopravvivere politicamente essi non possono che agire, in questa fase, come guastatori dall'interno del disegno renziano. Se ne avranno la forza lo vedremo nelle prossime settimane.

Il ceto politico di Ncd è uno dei più squallidi presenti sulla faccia della terra. L'opportunismo dei suoi capibastone è cosa fin troppo nota. Ma il caso vuole che costoro vengano a trovarsi adesso in una posizione decisiva.

Nelle recenti elezioni Ncd si è alleato dappertutto con la destra, pur nelle diverse geometrie variabili che questa ha assunto nelle varie realtà locali. L'attuale alleanza di governo con il Pd appare dunque del tutto temporanea. Adesso non possiamo sapere come la destra, nel suo complesso, vorrà riorganizzarsi, ma di certo avrà enormi difficoltà a farlo con l'Italicum.

E' questo un particolare di cui si dimenticano troppo facilmente i giornalisti che parlano di una "destra competitiva purché unita". Già, unita, ma come? Una cosa è mettersi insieme su un non-programma per le regionali, altra cosa allearsi su un programma politico per il governo del paese. Come potranno stare insieme un Salvini anti-euro e gli euristi ancora assai forti nel mondo della destra? Questo è già un bel problema da risolvere, anche se - vedrete - alla fine l'opportunismo salviniano aiuterà... Il fatto è che questo problema diventa invece irrisolvibile con l'Italicum, dato che la legge renziana esclude le coalizioni.

Con l'Italicum la destra avrebbe solo due possibilità: o presentarsi divisa, od unirsi in un indistinto "listone". La prima possibilità avrebbe senso solo se il vincente della sfida a destra avesse elevate probabilità di andare al ballottaggio con il Pd. In questo caso l'unità della destra si ricomporrebbe in qualche modo al secondo turno. Ma una destra divisa dovrebbe fare i conti con M5S per la conquista della seconda posizione, ed il voto del 31 maggio ci dice che sarebbero i grillini a prevalere.

L'altra possibilità - quella del "listone" - è forse ancora più sfavorevole per la destra. Nel "listone" Salvini e la Lega sparirebbero. Il ballottaggio verrebbe probabilmente conquistato, ma la sconfitta al secondo turno sarebbe pressoché certa. Ecco allora la necessità - anche a destra - di far saltare l'Italicum. Unico modo per riproporre una qualche forma di coalizione.

E' vero, i berluscones l'Italicum l'hanno prima concordato e poi votato al Senato. Hanno poi fatto marcia indietro alla Camera, ma solo per lo sgarbo di Renzi sull'elezione del presidente della repubblica. Gli alfaniani l'hanno invece approvato anche alla Camera. Possono rimetterlo adesso in discussione?

Possono, perché la situazione è cambiata e Renzi non è più la macchina acchiappa-voti che anch'essi temevano. Qual è stata infatti la minaccia del Bomba ogni volta che si sono manifestati dissensi od anche semplici mal di pancia? «O si fa come dico io, od andiamo alle elezioni». Questa minaccia sarebbe fortissima se l'Italicum fosse già in vigore e se il Senato non elettivo fosse già legge. Ma così non è. In caso di elezioni - a meno di un vero e proprio golpe istituzionale - si voterebbe con il Consultellum, un proporzionale con sbarramenti al 2% (per i coalizzati) ed al 4% (per i non coalizzati).

Certo, il Pd arriverebbe primo. Ma anche se dovesse tornare al mitico 40,8% - e non crediamo proprio - sarebbe pur sempre costretto ad un governo di coalizione. Una coalizione che avrebbe bisogno anche di Forza Italia.

Per Renzi dunque la scorciatoia delle urne non è una soluzione. Tentare di sfuggire alla palude per via elettorale porterebbe solo ad una palude e mezzo. Egli ha bisogno di mandare in porto, in tutti i modi, la controriforma del Senato. Solo così potrà mettere davvero in cassaforte l'Italicum, ben sapendo che con questa legge rimarrebbe il dominus della politica italiana nonostante il calo dei consensi.

Lo snodo decisivo è dunque lì. Lo è per Renzi, come lo è per chi - come noi - si oppone alla sua politica ed al suo disegno autoritario. Ma lo è anche per chi, dall'interno del Palazzo, persegue altri progetti.

Cosa accadrà davvero non lo sappiamo. Saggio è colui che non si illude mai troppo. Ma le contraddizione del campo avverso vanno sempre considerate. Se i ragionamenti svolti fin qui sono fondati lo sapremo comunque a breve. Può darsi che abbia ragione chi pensa che non succederà niente. Ipotesi plausibile, dato che il potere ha tante vie per ricucire i diversi interessi che lo compongono. Ma personalmente non mi stupirei del contrario. Non mi stupirei, ad esempio, se una parte di chi ha votato il Senato non elettivo si scoprisse ora a favore di quello elettivo... Con tutte le conseguenze del caso.

Vedremo.

mercoledì 3 giugno 2015

NUOVI E PIU' PRECISI DATI SULL'ASTENSIONE (IL PARTITO DEGLI INVISIBILI) di Piemme

[ 3 giugno ]

Ieri, a caldo, abbiamo pubblicato i primi dati macro sui voti assoluti espressi dagli italiani. Ne veniva fuori che la forte crescita dell'astensione aveva colpito tutti, Pd e M5S compresi (per non parlare delle liste locali della "sinistra radicale") e che solo la Lega salviniana ha effettivamente accresciuto i suoi consensi con tanto di sfondamento nelle tradizionali "regioni rosse" —flop invece in Puglia della lista "Noi con Salvini", e deludente pure il risultato alle comunali di Agrigento.

Che la prima vittima di queste elezioni sia il tentativo cesaristico di Matteo Renzi, è confermato da quanto sta accadendo nel Pd e nel Palazzo in queste ultime ore. Non solo nel Pd si andrà al redde rationem, con Renzi azzoppato il governo inizia a perdere i pezzi, ed altri ne potrebbe perdere nei prossimi mesi.
Tabella 1: l'astensione in Liguria

Ma vogliamo tornare sul fenomeno del "partito degli invisibili", ovvero dell'astensione. Carlo Gubitosa su polisblog ha svolto un'inchiesta specifica al riguardo, facendo focus su due regioni, la Liguria e la Puglia. I dati e le tabelle sono alquanto istruttive. Si veda la Tabella 1 qui accanto. Essa da un'idea plastica del peso reale dei singoli partiti. Non solo tutti assieme sono una minoranza ma ci dicono che Pd sta al 13,6%, M5S al 12,1%, mentre l'avanzata della Lega si ferma al 8,1%.

In Puglia (Tabella 2) la situazione non è molto diversa. Salvo che il leghismo, in salsa meridionalista "Noi con Salvini" ha fatto flop superando di poco il 2%, mentre la lista di "sinistra radicale" tocca il minimo storico. L'astensione punisce insomma tutti senza distinzioni. 
Tabella 2: l'astensione in Puglia
E' certamente vero che alla crescita dell'astensione ha contribuito il fattore "regione", un'istituzione alquanto discreditata. Ma questo, come segnala quel furbacchione di Roberto D'Alimonte su Il Sole 24 Ore di oggi 3 giugno, è un elemento secondario, visto che il trend dell'astensione, pur in misura diversa, riguarda ogni tipo di tornata elettorale —alle comunali che si sono svolte assieme alle regionali hanno infatti votato il 64%, rispetto al 52% delle regionali.

Ricordiamo che D'Alimonte è il vero architetto ed estensore dell'Italicum su cui Renzi dice di non voler fare marcia indietro.

D'Alimonte parte snocciolando i dati macro e segnalando che per quanto concerne le elezioni regionali c'è stato in 10 anni un calo dei votanti del 18%:
«Domenica scorsa nelle sette regioni in cui si è votato sono andati alle urne il 52% degli elettori. Nel 2010 nelle stesse regioni aveva votato il 63%. Un calo di undici punti è indubbiamente forte. Tanto più che già nel 2010 c'era stata una diminuzione di oltre 7 punti rispetto al 2005. Complessivamente, la partecipazione al voto alle elezioni regionali è diminuita di 40 punti negli ultimi 40 anni, di cui circa 28 persi dall'inizio della Seconda Repubblica (1995), e 18,3 persi soltanto negli ultimi 10 anni».
D'Alimonte segnala poi che la crescita più forte dell'astensione (anche tenendo conto delle regionali in Emilia-Romagna dell'autunno scorso) si registra proprio nelle cosiddette "regioni rosse", Toscana in particolare. In dice sicuro che si tratta in gran parte di elettori che votavano tradizionalmente a sinistra e che l'avvento di Renzi ha tenutoi lontano dalla urne. Un'astensione di grandi proporzioni che non ha affatto premiato, né M5S, né tantomeno le liste della "sinistra radicale" che, come dicevamo escono con le ossa rotte da questa tornata elettorale.

Una telegrafica riflessione conclusiva.

Il renzismo non sta solo definitivamente sfasciando il Pd (altro che "partito della nazione", Renzi ha preso meno voti di Bersani), esso ha aperto a sinistra una voragine, uno spazio politico enorme. E' vero che una parte di elettori piddini ha votato per la Lega (seguendo anzitutto il richiamo sicuritario e xenofobo) ma il grosso si è astenuto.
Questo spazio si allargherà nei prossimi mesi e qualcuno, prima o poi, proverà a riempirlo. Ci proveranno i rottami della "sinistra radicale" ma, come ci dice la Liguria, con poche chances di successo. Le difficoltà in cui si dimena SYRIZA in Grecia, la sensazione che SRIZA andrà incontro ad un fallimento, non depone a favore dei "sinistrati radicali" —vedi, del resto, la fine ingloriosa che ha fatto l'operazione della lista "Altra Europa con Tsipras".

C'è bisogno di un movimento politico nuovo e davvero radicale. I tempi stringono.




martedì 2 giugno 2015

ELEZIONI REGIONALI: UN'ANALISI IN VOTI ASSOLUTI (avanza solo la Lega)

[ 2 giugno ]

Ieri Leonardo Mazzei commentava a caldo i risultati delle elezioni regionali, rilevando lo schiaffione preso da Matteo Renzi e dal Pd.
A ben vedere le urne, meglio ancora, l'astensione,  di schiaffoni ne hanno dati anche altri.

Su La Repubblica di oggi, Silvio Buzzanca commenta i dati delle recenti elezioni regionali diffusi dall'Istituto Cattaneo. Viene preso in considerazione quello che noi sempre abbiamo indicato come il dato più importante, ovvero i voti assoluti alle diverse liste. Il totale dei voti ottenuti dai quattro principali partiti vengono quindi confrontati con quelli da loro ottenuti alle elezioni europee dell'anno scorso e alle politiche del febbraio 2013 (quelle che segnarono la straordinaria affermazione di M5S)
Il risultato è molto significativo: il Pd ha perso, rispetto alle europee, il 50% dei suoi elettori. Per Forza Italia va molto peggio. 
Ed il Movimento 5 Stelle?  Ha perso quasi un milione di voti sulle europee del 2014 e circa due rispetto al 2013.  
Avanza davvero, minacciosamente, la Lega Nord di Salvini, sfondando letteralmente in Toscana, Umbria e Marche. Fallisce invece l'operazione leghista di penetrazione al sud.  Nel laboratorio pugliese la lista "Noi con salvini", alleata con Forza Italia, Partito Liberale e rottami neofascisti, ha di poco superato il 2%.

Pd e 5 Stelle dimezzati, exploit Carroccio

L'indagine dell'Istituto Cattaneo sul responso delle urne: ai Democratici il 50,2% in meno delle Europee I grillini perdono due milioni di voti rispetto alle Politiche 2013. Il tonfo di Forza Italia. Solo i padani raddoppiano


di SILVIO BUZZANCA

ROMA - A parole hanno vinto tutti. I numeri, invece, segnalano che se c'è un vincitore nelle elezioni regionali di domenica, bisogna cercarlo dalle parti di Matteo Salvini. Lo dicono le analisi sui voti, "il numero assoluto dei voti ricevuti", elaborate a caldo dall'Istituto Cattaneo sui dati forniti dal Viminale. E in effetti le cifre, secondi i ricercatori, parlano chiaro: il Carroccio "ha ricevuto un numero di consensi pari o oltre al doppio di quelli delle politiche 2013 (+109,4%, +402.584)". Gli altri perdono consensi. Tutti. A partire dal Pd che conquista cinque governatori, ma lascia sul terreno, rispetto alle Europee, 2.143.003 voti. In percentuale significa una perdita secca del 50,2%. Ma anche rispetto alle politiche del 2013 al Pd manca il 33,8 dei consensi che in valore assoluto sono 1.083.557 voti.

Il partito di Salvini registra invece dati positivi anche nel confronto con le Europee: questo dato, spiega il Cattaneo, registra "una crescita in valori assoluti di quasi la metà (+50%) pari ad oltre duecentomila unità (256.803). I dati leghisti registrano una forte crescita nelle tre regioni rosse con il raddoppio dei consensi. E se si guarda solo a Toscana e Umbria i voti triplicano. Per un apparente paradosso l'unica regione dove i voto leghisti sono in calo è il Veneto, dove si registra un meno 9,7 per cento. Ma questo dato, avvertono i ricercatori, è "plausibilmente spiegabile con il risultato eclatante della lista del 'presidente' collegata al candidato Zaia. Infine c’è da segnalare "il mutato rapporto di forze" fra Lega e Forza Italia. "Nel 2015 - scrive il Cattaneo - il peso delle camice verdi è doppio rispetto a quello delil le camice azzurre (67% contro 33%)". L'anno scorso i dati erano invece invertiti.

Allora i leghisti conquistano voti, i democratici li perdono. Ma non va certo meglio ai grillini che si sono autoproclamati vincitori. Al Movimento Cinque Stelle mancano 1.956.613 voti rispetto alle politiche del 2013. Cioè hanno perso il 59,8% dei consensi rispetto a quel risultato eccezionale. Ma i grillini perdono 893.541 voti, il 40,4% in meno, anche rispetto alle Europee dell'anno scorso, quando il Movimento registrò un arretramento elettorale.

Il segno meno regna sovrano anche fra i numeri relativi a Forza Italia. All'appello manca 67 per cento dei voti incassati alle politiche del 2013. In cifre assolute sono ben 1.929.827 voti. E anche rispetto al voto europeo dell'anno scorso si segnala un calo di 840.148 voti che in percentuale sono il 46,9 per cento. Dunque un bagno di sangue quasi generale. Con tutte le avvertenze del caso. Il Pd, per esempio, insiste, con relative polemiche, nel segnalare che nel suo bottino non sono conteggiate le liste collegate ai presidenti. Il Cattaneo, spiega però che "il risultato negativo del Pd può essere attribuito solo in parte" al fenomeno delle liste collegate". Come visto, hanno avuto un effetto in Veneto sul risultato della Lega. Certamente, scrivono i ricercatori, queste cifre possono avere un peso in Puglia dove la lista Emiliano Sindaco di Puglia ha ottenuto 154 mila voti. Ma, continuano, in Veneto la lista di appoggio alla Moretti "è poco significativa, mentre in Liguria, Toscana e Marche non c'erano proprio". E in queste regioni i risultati del Pd non sono brillanti.

lunedì 1 giugno 2015

MISTER 40,8% SI AFFLOSCIA di Leonardo Mazzei

[ 1 giugno ]


La metà degli elettori è stata casa. 
Gli altri hanno assestato uno schiaffo al Bomba.
Media ponderata del voto di ieri: il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.
Dunque, mister 40,8 non c'è più. 
Su questo, in realtà, non avevamo dubbi. Restava invece da stabilire di quanto il Bomba si sarebbe sgonfiato rispetto a quel dato delle europee. Un dato gridato a gran voce, per tutto un anno, per zittire avversari e critici di ogni credo e tendenza. Ora lo sappiamo: si è sgonfiato di molto. Il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.

Questi numeri ci vengono da una media ponderata dei voti di ieri. Il calcolo è stato fatto sulla base delle percentuali ottenute dal Pd, in confronto con quelle raggiunte un anno fa alle europee. I vari cali regionali (il partito di Renzi ha perso consensi ovunque) sono stati poi "pesati" in rapporto agli elettori delle varie regioni, in modo da ricavarne una proiezione nazionale.

Perché questo calcolo? Perché è quello politicamente più significativo. Quello che misura la febbre al consenso renziano dopo 15 mesi di governo. Certo, è più facile - e soprattutto più comodo per il Bomba - fare il calcolo delle regioni vinte. Vantandosi così di un 5-2 che non rende affatto conto dell'autentico tracollo di consensi che si è verificato.

Lo avevamo scritto giovedì scorso: «In realtà non conterà solo il numero di regioni conquistate, conterà anche il totale dei voti ottenuti. Anzi, sarà soprattutto quel dato a dirci di quanto si è sgonfiato il famoso 40,8% delle europee».

Questo era, ed è, il dato decisivo. Ci sarà tempo per ritornare su altri aspetti rilevanti di queste elezioni, dall'aumento dell'astensionismo, all'ottimo risultato di M5S, alla forte avanzata della Lega, ai miseri dati della sinistra (ex?) arcobalenica. Ora è importante concentrarsi sul Pd, sul partito che, attraverso una legge elettorale truffaldina, sta tentando di costruire un autentico regime imperniato sulla concentrazione di ogni potere nelle mani del suo bulimico leader.

Questo disegno autoritario ha ieri subito uno stop, quantomeno in termine di consensi. Uno stop  non ancora decisivo, ma un segnale assai più netto di quanto si poteva immaginare.

Entriamo nel dettaglio, vedendo anzitutto quanto ha perso il Pd in ogni regione: Liguria -16,10%, Veneto -20,63%, Campania -16,04%, Puglia -13,91%, Toscana -10,0%, Marche -9,91%, Umbria -12,76%.  Come si vede il dato è omogeneo da nord a sud. La perdita è a due cifre pressoché ovunque. Particolarmente significativo, oltre alla debacle della Liguria, il tracollo della renziana Moretti in Veneto. 

La media ponderata di questi dati regionali ci da un calo generale del 15%, che proiettato a livello nazionale porterebbe il partito renziano ad un 26% (40,8-15,0=25,8) dal sapore decisamente bersaniano.

Naturalmente questi calcoli faranno imbestialire i piddini. I quali ci ricorderanno, come facevano scompostamente ieri sera in Tv, che i loro candidati si sono avvalsi di liste di supporto in qualche modo riconducibili al loro partito, e che quindi i voti di queste liste vanno sommati a quelli del Pd. Ora, in realtà ci sarebbero molte cose da dire su questa pratica acchiappavoti. Come ci sarebbe da dubitare sul fatto che si tratti sempre ed ovunque di voti piddini in libera uscita. E magari ci sarebbe da ironizzare sui candidati apertamente fascisti di certe liste a sostegno in Campania...

Ma lasciamo stare. Dato che noi siamo assai meno scomposti dei tirapiedi renziani mandati in video ieri sera nel disperato tentativo di nascondere la realtà delle cose, abbiamo sommato al Pd tutti i voti di queste listarelle di comodo. 

Ed ecco i cali che abbiamo così ottenuto: Liguria -11,35%, Veneto -16,80%, Campania -7,03%, Puglia -1,64%, Toscana -8,29%, Marche - 4,97%, Umbria -12,76%. La media ponderata di questi dati ci da un calo generale dell'8,8%. Un dato assai pesante per il Pd, nonostante il generosissimo metodo applicato. Abbiamo infatti sommato al Pd non solo i voti ottenuti dalle "liste del presidente", ma anche quelli delle altre liste di supporto che non avessero un chiaro simbolo di partito. Questo non per regalare qualcosa ai renziani, bensì per togliergli ogni argomento a difesa.

Cosa ci dicono questi risultati?
Essi ci dicono che Renzi è battibile. Che il suo disegno autoritario può essere ancora fermato. Che la cosiddetta "luna di miele" del governo è davvero finita. Che anche il più servile sostegno mediatico mai ottenuto da una forza politica nell'Italia repubblicana non è sufficiente a frenare l'emorragia di consensi.

Non è tutto, ma è molto. Naturalmente i risultati di ieri non rendono Renzi meno pericoloso di prima. Anzi, per certi aspetti, lo rendono ancora più pericoloso. A capo del governo, a capo del Pd, con il sostegno del potere economico, con una stampa allineata, con una legge elettorale ritagliata su misura, egli non vorrà certo fermarsi nella sua opera distruttrice della democrazia e di ogni diritto sociale. 

E, d'altronde, dal voto delle regionali non emerge ancora l'alternativa di cui c'è bisogno. Emerge però un grande spazio, basti pensare alla crescita enorme dell'astensionismo. E' in questo quadro che si dovrà approntare da subito una strategia ed una tattica per battere Renzi all'appuntamento decisivo del referendum sulla controriforma costituzionale (leggi QUI).

Quel che è certo è che non siamo in una fase stabilizzazione del consenso. Al contrario, le oscillazioni che si verificano ad ogni elezione mostrano proprio la ricerca, necessariamente confusa, di una via d'uscita dall'attuale situazione. Chi emergerà in questo quadro è dunque facile da prevedersi: emergerà, e forse vincerà, chi saprà proporsi con un progetto di alternativa al tempo stesso radicale e credibile.

Di sicuro la partita è aperta. Lo schiaffo subito da Renzi non è un ko, ma è un colpo molto forte al suo disegno autoritario. Da queste elezioni non potevamo aspettarci miglior notizia.


NB - Quando questo articolo è stato scritto - tra le 8 e le 9 di questa mattina - lo scrutinio non era ancora terminato in tutte le regioni. Qualche modestissima variazione delle percentuali è perciò ancora possibile in Campania e Puglia. Ma si tratterà in ogni caso di variazioni del tutto trascurabili.

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