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martedì 18 febbraio 2020

LA RITIRATA DI SALVINI di Leonardo Mazzei

Chi dia la linea nella Lega sulle cose che contano sta scritto sulla carta dei giornali. Insistervi sarebbe superfluo. E per qualcuno doloroso assai. Meglio continuare a fare finta di non aver capito, come fece quel tale sui minibot. 
Circa un anno fa scrissi un primo articolo su quanto fosse in realtà resistibile l'ascesa, allora apparentemente inarrestabile, del secondo Matteo, quello che non va a sciare sull'Himalaya.

lunedì 10 febbraio 2020

TASSE: IL CONVITATO DI PIETRA di Leonardo Mazzei

La firma sul Mes si avvicina? La morsa euro-tedesca sull'Italia si va facendo sempre più soffocante? E chissenefrega! La politica italiana, quella del palazzo come quella dei media; quella della maggioranza, come quella dell'opposizione di sua maestà, parla d'altro. Parla di tasse, della volontà di ridurle. A sentire certi discorsi quasi fino ad azzerarle...

Nulla più di questo tema eccita la propaganda, fino a farla diventare ridicola, tanto grande è il divario tra questo chiacchiericcio da ubriachi e la sobria realtà delle cose. Da decenni si discute della riduzione delle tasse, ma i dati ufficiali sono lì a mostrarci, anno dopo anno, solo millimetriche variazioni della pressione fiscale. Variazioni dovute in genere più all'andamento del Pil che non a qualche modifica strutturale del sistema fiscale.

venerdì 31 gennaio 2020

TERZO POLO? SÌ MA QUALE? di Leonardo Mazzei

L'Emilia Romagna non è l'Italia, ma le elezioni di domenica almeno tre cose ce le dicono.

La prima è ovviamente la sconfitta di Salvini. Sconfitta certo non imprevedibile, ma resa più cocente dalle spacconate del diretto interessato. Il quale deve ora incassare gli effetti del secondo grave errore negli ultimi cinque mesi, dopo quello clamoroso assai dell'agosto scorso.

venerdì 24 gennaio 2020

LA VIA DELL'ITALEXIT di Leonardo Mazzei



Alcuni lettori, per niente convinti dell'ITALEXIT, ovvero dell'uscita dall'euro, hanno mosso delle obiezioni alle tesi di MPL-P101 pubblicate giorni addietro.  "L'Italia è troppo piccola per reggere l'urto della reazione dei mercati", "col debito che abbiamo ci strangolerebbero", "i capitali fuggirebbero a gambe levate", "avremmo inflazione e... svalutazione". Volentieri entriamo nel dettaglio con questo articolo.

mercoledì 22 gennaio 2020

UNA CLAMOROSA FALSITÀ STORICA di Leonardo Mazzei

Prima entri nella NATO... quindi nell'Unione europea

La guerra e l'Unione europea

(a proposito delle manifestazioni del 25 gennaio)

venerdì 17 gennaio 2020

MONETE COMPLEMENTARI: UNA CRITICA di Leonardo Mazzei

Commentando un mio articolo sui CCF (Certificati di Credito Fiscale), un nostro lettore — Dianade — così scriveva il 6 gennaio scorso: 
«Lo so che c'é tanta informazione in rete su minibot e CCF, però che io sappia non c'é nessuno studio che faccia dei raffronti e spieghi le differenze tra l'uno e l'altro e tutte le implicazioni.
E non solo tra questi due, c'é anche la proposta di Mazzei dei BTP famiglia, c'é quella di Conditi, di Zibordi, la moneta parallela, etc. Io non mi ci raccapezzo. Credo che anche molti altri».

sabato 11 gennaio 2020

LEGGE ELETTORALE: SEMPRE PEGGIO di Leonardo Mazzei

Dunque ci risiamo. L'intero ceto politico italiano è di nuovo assorbito dalla sua principale passione, quella per le leggi elettorali. Leggi che han da essere sempre antidemocratiche, ci mancherebbe! Sul punto sono tutti d'accordo, da Salvini a Meloni, da Zingaretti a Di Maio.
L'eventuale disaccordo sorge eventualmente a valle di questa comune aspirazione, dato che i peculiari interessi del momento dei diversi partiti sono giocoforza in conflitto fra loro.

lunedì 6 gennaio 2020

"MONETA FISCALE": DOVE PORTANO CERTE ILLUSIONI di Leonardo Mazzei



Avremo un CCF (Certificato di Compensazione Fiscale) con l'effige di Mario Draghi? Questo ancora no, ma con la sua firma magari sì. Questa ardita tesi non è certo del sottoscritto, bensì di due dei massimi sostenitori della cosiddetta "moneta fiscale", che l'hanno resa di pubblico dominio con un loro articolo su MicroMega.

mercoledì 25 dicembre 2019

SARDINE: L'ARROGANZA DI UNA MINORANZA di Leonardo Mazzei

Né ridere né piangere. Né sopravvalutare né sottovalutare. Torniamo a fare analisi del "movimento delle sardine". Che sia "spontaneo" oppure un prodotto di laboratorio non cambia la sostanza: Salvini è il bersaglio, il fine è debellare "populismo" e "sovranismo". Per questo esso è funzionale al regime dell'élite euro-liberista.

lunedì 16 dicembre 2019

LA LEGA SI PIEGA di Leonardo Mazzei

[ lunedì 16 dicembre 2019 ]


Draghi, Draghi e ancora Draghi: dopo il "why not?" di Salvini per l'ex capo Bce al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi

Lega 2019 come il Pd 2011? 



Tempi duri per chi sogna Salvini alla presidenza del consiglio. O, almeno, tempi lunghi e (soprattutto) prospettiva incerta.

Che ti fanno i caporioni leghisti due giorni dopo il trionfo della Brexit nelle elezioni politiche in Gran Bretagna? Mentre l'addetto alla propaganda, smesso di parlare per un attimo della Nutella, apre ad un governo di unità nazionale, il portavoce dei capibastone del Nord, il cugino del banchiere Ponzellini, fa immediatamente il nome di chi quel governo dovrebbe guidare. Ovviamente — chi altri sennò! — il da tutti osannato Mario Draghi. Caspita, quanto son sovrani certi "sovranisti"!

Ma le notizie di questo fine settimane sono anche altre. L'inglorioso esercito delle sardine ha fatto tappa a Roma per confermare quel che già sapevamo. Che si tratta di un moderno movimento conservatore, che odia il populismo perché disprezza il popolo. Che urla al fascismo solo per fingere di non vedere la dittatura europea. Un movimento che vuol conservare il dominio delle attuali oligarchie finanziarie, invocando al potere la pretesa "competenza" dei "tecnici" neoliberisti. Un movimento che ama la globalizzazione, e che vorrebbe imporre il "politicamente corretto" dei dominanti per legge. 


Con queste premesse, cosa possiamo aspettarci da questo movimento? Certo, la politica è spesso più complessa di quel che appare, ma l'impressione è che l'antisalvinismo porti oggi a Draghi, come l'antiberlusconismo portò a Monti nel 2011. E non penso se ne sia accorto solo chi scrive...

Ma perché allora gli stessi leghisti si sono messi a dar manforte al disegno dei loro avversari? Ecco una bella domanda alla quale bisogna provare a rispondere.



Mossa tattica o autogol leghista alle porte?


Secondo alcuni la mossa del duo Salvini-Giorgetti, che da sempre giocano in coppia (se ne facciano una ragione Borghi e Bagnai), sarebbe puramente tattica. In base a questa tesi un primo obiettivo sarebbe quello di spiazzare le forze di governo, accentuando le contraddizioni interne alla maggioranza, come pure quelle dentro ai partiti che la compongono. Al tempo stesso — secondo obiettivo — questa mossa avrebbe lo scopo di tranquillizzare tanto i cosiddetti "moderati", quanto (e soprattutto) le oligarchie euriste. Poi, una volta incassato il no di Pd ed M5s, il successo nelle urne (secondo questa lettura comunque vicine) sarebbe ancor più facile.

Questa ipotesi ha però un'insidiosa variante, che corrisponde al nome di Matteo Renzi. Il Bomba potrebbe infatti aprire per primo alla proposta leghista. A quel punto la crisi sarebbe virtualmente aperta, la Lega non potrebbe fare marcia indietro, mentre gli odiati Zingaretti e Di Maio verrebbero a trovarsi in una posizione ancor più angusta dell'attuale. Al tempo stesso la legislatura andrebbe avanti (il che per Renzi è vitale) almeno per un altro anno. Questo calcolo appare tuttavia assai rischioso. Forse troppo anche per un giocatore d'azzardo come il fiorentino. 

E se invece la mossa leghista non fosse solo tattica? O, pur se sempre tattica, avesse comunque un orizzonte temporale ben più lungo? Ecco un'ipotesi assai più intrigante della prima. A mio modesto parere più credibile della prima.

Della Lega conosciamo da sempre la sua anima liberista e, al suo interno, la forza centrale del blocco nordista e filo-tedesco. A questi elementi costitutivi, si aggiungono ora il tentativo di entrare a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) ed il via libera di Salvini (why not?) all'elezione di Draghi al Quirinale.

La risultante di questi quattro dati di fatto può essere una sola, la progressiva normalizzazione del partito e della sua guida salviniana in primo luogo. Non potendo desalvinizzarsi per evidenti ragioni di marketing, la Lega ha però bisogno di portare a termine il suo percorso di normalizzazione — trasformandosi cioè da movimento populista a semplice forza conservatrice — attraverso ulteriori prove di affidabilità. Come escludere che un governo Draghi possa essere una di queste prove, magari proprio quella decisiva? 

Se davvero stanno così le cose, quali probabilità di successo ha questa operazione? Se, come noto, la politica è uno dei campi nei quali si determina più spesso l'eterogenesi dei fini, siamo proprio sicuri che quello leghista non possa rivelarsi come il più clamoroso degli autogol?



La lezione del 2011


Mettiamoci adesso nella testa dei capibastone leghisti. Se il disegno è quello di accreditarsi verso i grandi potentati economici, appoggiare un governo Draghi può essere senz'altro una buona mossa. La base di uno schema che vede come secondo passaggio l'approvazione di una legge elettorale alla "spagnola", trampolino di lancio per chiedere le elezioni anticipate nel 2021, con due anni di anticipo sulla scadenza naturale del 2023.

Domanda: ma Draghi sarebbe disponibile a stare lì solo per un annetto? Ovviamente no, ma se poi c'è la sicurezza di un bel settennato al Quirinale a partire dal 2022 (come già promesso da Salvini) altrettanto ovvio che quel no diventa un sì. Nel frattempo Salvini si sarebbe imparentato con la Merkel, come il suo omologo Orban, ed il gioco sarebbe fatto. 

Un bel quadretto, no? Bello davvero, specie per chi ancora crede al sovranismo del mangia-nutella!

C'è tuttavia un'altra variabile. Un anno di governo di unità nazionale avrebbe i suoi prezzi da pagare. Di immagine, di logoramento e non solo. E qui, di nuovo, come non rammentare quanto accadde nel 2011? Sia pure in termini diversi, allora era il Pd a volersi accreditare, dunque niente elezioni dopo la caduta del Berluska, ma un bel governo Monti a fare il lavoro sporco, dopo di che avremmo avuto Bersani (con Vendola) al potere per vent'anni... Sappiamo tutti come andarono invece le cose...

Venendo all'oggi, chi può escludere che un Draghi a Palazzo Chigi possa divenire una sorta di inamovibile mostro sacro? Di certo in tanti lavorerebbero in quel senso, giornaloni ed economistoni in primo luogo, a far da traino come sempre ai desiderata di Bruxelles.

Ora, i leghisti son personaggi un po' grezzi, ma stupidi proprio no. Ovvio dunque che certi rischi siano stati messi nel conto. Ma perché correrli allora, tanto più nel momento in cui sul piano elettorale si ha il vento in poppa?

Ecco, questa domanda ha una sola risposta: perché non si vuol vincere contro l'oligarchia, si vuole invece farlo con il suo beneplacito. Perché l'internità leghista al blocco dominante è maggiore di quel che sembra, idem per la subalternità ai poteri eurocratici. Perché, detto in altre parole, Salvini fa il duro con gli immigrati, ma la sua "durezza" si ferma sull'uscio di quei potentati con i quali ci si vuole banalmente accordare. Un accordo indispensabile per ottenere il decisivo lasciapassare dell'UE.

Chi ha votato Lega illudendosi sulla vecchia felpa "basta euro" del suo addetto alla propaganda, sappia che ormai tante felpe son passate sotto i ponti. Ed altre ne passeranno, ma quel "basta euro" non solo è dismesso e démodé. Esso è adesso semplicemente bandito, nell'illusione — solo il tempo ci dirà quanto fondata — di poter essere così ammessi a tavola senza troppi problemi.

La conseguenza di tutto ciò è il curioso ritornello sull'ex capo della Bce. Draghi, Draghi e ancora Draghi, neanche i leghisti fossero semplici sardine. Dopo il "why not?" di Salvini per mandarlo al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi. A quando una proposta come Papa o almeno come commissario tecnico della nazionale di calcio?

Del resto, ma come avremmo fatto senza di lui negli anni novanta (quando era Direttore generale del Tesoro) ad ottenere il record mondiale delle privatizzazioni? Come avremmo fatto senza di lui nell'agosto 2011 a scrivere quella bella letterina con la quale si imponeva al governo in carica ed a quelli futuri di ridurre l'Italia in mutande?

Bene, tenetevi stretto Draghi e quel che rappresenta, entrate pure nel partito della Merkel, fate anche un bel governo di unità nazionale basato sulla sudditanza a Bruxelles, ma smettetela almeno di presentarvi come alternativi alla dittatura eurista. 

Che la Lega sia liberista non è certo una novità. Che il suo sovranismo sia perciò sempre stato equivoco idem. Che si arrivi addirittura a Draghi è però un bel salto di qualità.

Sulle contraddizioni del salvinismo, agli inizi di settembre ci permettemmo di formulare dodici domande ad Alberto Bagnai. Domande rimaste giocoforza senza risposta. Bene, tre mesi dopo quelle domande potrebbero forse diventare ventiquattro, quarantotto o novantasei. Ma in fin dei conti basterebbe che si rispondesse ad una: Draghi, perché sì?




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martedì 10 dicembre 2019

L'ESTREMA SINISTRA DOV'È? CON LA SARDINE! di Leonardo Mazzei

[ martedì 10 dicembre 2019 ]

La foto accanto ritrae la ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE D'OPPOSIZIONE —promossa da Pcl, Pci e Sinistra anticapitalista — svoltasi a Roma il 7 dicembre scorso, presso il Teatro de Servi, a Roma. Un luogo tetro assai, per una sinistra "antagonista"non meno cupa, lunare, smarrita. Chi non ci crede provi a sorbirsi come sono andati i lavori. Mal comune, mezzo gaudio... Mai si era vista una processione che abbia mobilitato tutte le diverse parrocchie e confraternite dell'estrema sinistra: oltre ai tre promotori c'era Rifondazione con le sue frazioni, Potere al Popolo, Eurostop, Sì Cobas, Risorgimento socialista, i Carc, una pletora di collettivi locali e, per la prima volta sugli schermi, il PMLI...

*   *   *

LA SINISTRA SARDINATA

di Leonardo Mazzei


Al peggio non c'è limite. Al ridicolo neppure. Tuttavia, il passaggio dal movimento operaio a quello delle "sardine" qualche problema lo dovrebbe porre. E invece no. Mentre la Cgil organizza autobus per portare i pensionati in queste gite ittiche euro-plaudenti, anche nella sinistra sinistrata ci si dà da fare per non essere da meno.

Vediamo quel che scrivono:
«Condividiamo il sentimento di fondo che anima tante piazze di giovani. Partecipiamo a queste piazze. Sentiamo anche noi la stessa nausea profonda per le culture xenofobe, misogine, reazionarie dei Salvini e delle Meloni, la loro vocazione autoritaria, il loro uso cinico dei sentimenti religiosi con tanto di esibizione di croci e di madonne, il loro disprezzo per le donne e per i soggetti LGBTQIA+ (presto non gli basterà più l'alfabeto!), il loro militarismo tricolore in abito di polizia».
Le piazze di cui si parla in questo volantino — e alle quali orgogliosamente si partecipa — sono ovviamente quelle delle "sardine". Ma chi è l'autore del testo di cui sopra? Chi è che ha tanta voglia di entrare in un bel banco di sardine per finire in pasto ai pescecani che se ne nutrono? Bene, questo aspirante suicida altro non è che il Partito comunista dei lavoratori (Pcl)! Sta forse scritto da qualche parte che per battersi contro la destra reazionaria si debba per forza di cose accompagnarsi a questi piddini di complemento, che per il loro perbenismo e la loro ipocrisia sono talvolta perfino peggio dell'originale? A leggere i sinistrati, parrebbe proprio di sì.

Il caso più interessante è però quello di Sinistra Anticapitalista. Con un articolo firmato da Francesco Locantore e Franco Turigliatto, qui si toccano vette degne di qualche commento.

Senza neppure sentirsi sfiorati dal minimo senso del ridicolo, i due iniziano parlando di: 

«grandi manifestazioni di piazza delle sardine». Un entusiasmo motivato dal fatto che: «Oggi il sentimento democratico e antirazzista, per fortuna ancora ben presente, trova una nuova espressione, più ampia e di massa, nelle manifestazioni delle sardine». I due, essendo tipi riflessivi, aggiungono poi che: «Come tutte le mobilitazioni e i movimenti di massa, anche quello delle sardine presenta numerose sfaccettature sociali e politiche, limiti e contraddizioni, ma anche potenzialità che le forze anticapitaliste devono sapere leggere per svolgere un ruolo positivo».
Potenzialità ragazzi, potenzialità. E pure anticapitaliste, mica balle. Ma che razza di somari saran quelli (come il sottoscritto) che in quelle piazze vedono solo conformismo, spirito di conservazione, distacco dai veri problemi del popolo, disprezzo per chi chiede protezione: in una parola, élitarismo diffuso a sostegno di quel partito degli ottimati tanto amico di Bruxelles?

Ad un certo punto dello scritto anche i due autori sembrano volersi porre qualche interrogativo. Leggiamo ad esempio:
«Certo colpisce il fatto che, in primis i suoi animatori (delle sardine, ndr), non colgano la dimensione della ingiustizia sociale presente nella società». 
No, ragazzi, non fate così, è solo un'impressione, vedrete che diventeranno degli anticapitalisti duri e puri. E' solo questione di volantinare un po'.
«Sul piano politico istituzionale è evidente che ci sia un interesse elettorale da parte del Partito Democratico e delle forze politiche del governo». 
Ma no, mica si può sempre pensar male!
«Non è un caso che le sardine siano nate in Emilia Romagna e che alcuni dei promotori abbiamo dato indicazione di voto per le liste che sostengono Bonaccini». 
Ah, non è un caso! Grazie per averli sgamati, che ci stavamo cascando!

Ebbene, dopo queste sensazionali scoperte dell'acqua calda, qual è la conclusione di Turigliatto e Locantore? Udite, udite (e, se ci riuscite, non ridete):

«La sinistra di classe che si muove nell’ambito dell’anticapitalismo, deve avanzare proposte e muoversi congiuntamente, tenendo insieme battaglia sociale e battaglia democratica e quindi trovare le strade per entrare in sintonia con i sentimenti democratici di massa che animano le mobilitazioni delle sardine».
Dunque: 
«I militanti e le militanti di Sinistra Anticapitalista sono nelle piazze delle sardine in questi giorni, non rinunciando a portare i propri contenuti». 
Bravi, non rinunciate, che prima o poi li convincerete tutti...
A questo punto, prima di concludere, devo scusarmi per l'ironia. Che in effetti qui, più che ridere, ci sarebbe da piangere... Ad ogni modo non siamo arrivati sin qui solo per farci qualche risata.

Tornando seri, cosa ci insegna allora questa infatuazione per dei pesci destinati a finire in scatola? Loro, i pesci, di quella brutta fine sono del tutto incolpevoli; ma chi li vuole imitare non vedendone la funzione auto-assegnatasi, quella per cui stanno nelle piazze, quella fine se la meritano.

Tre cose in conclusione

Ma cosa c'è, al fondo, nell'atteggiamento di questa sinistra "sardinata"?

C'è, in primo luogo, un penoso tardo-movimentismo che porta a scambiare lucciole per lanterne. C'è l'idea che tutto ciò che si muove sia positivo a prescindere. C'è il non (voler) vedere che la società è spaccata, che non c'è solo una maggioritaria (per quanto ancora confusa) spinta al cambiamento. C'è anche, e non potrebbe essere diversamente, una controspinta alla conservazione degli strati sociali che meglio reggono la crisi e gli effetti della globalizzazione. Ma questo conservatorismo non è quello delle croci e delle madonne, quanto piuttosto quello della "modernità", del cosmopolitismo giovanilista, del viva l'Europa!, della meritocrazia e del politicamente corretto. In breve, di tutto ciò che piace, anima e contraddistingue le cosiddette "sardine".

Ma la sinistra sinistrata sta in quelle piazze anche per un secondo motivo. Perché vede il Pd solo come un partito tra gli altri. Da qui le lamentazioni di Turigliatto e Locantore che abbiamo citato, sempre speranzosi però di poter lucrare qualcosa dalla crisi di quel partito. Il problema è che il Pd non è banalmente un partito. E' qualcosa di meno — si pensi alla patetica figura del suo segretario politico —, ma è soprattutto qualcosa di più: il vero perno di un sistema che fa della sua sudditanza all'oligarchia eurista l'alfa e l'omega della propria ragion d'essere. Prodi, uno dei padri dell'euro, non è iscritto al Pd ma è Pd. Monti non è del Pd, ma è Pd. Mattarella non è iscritto al Pd, ma è Pd. E si potrebbe a lungo continuare con una lunga sfilza di nomi, oggi tutti — guarda caso — spinti sostenitori delle sardine. E questo per il semplice motivo che le sardine non sono semplicemente ascrivibili al Pd come partito, ma sono senza dubbio Pd nel senso del super-partito sistemico della conservazione eurista. Tra l'altro, se il Pd andasse in piazza con le proprie bandiere riceverebbe solo sputi negli occhi, se ci va invece sotto mentite spoglie riesce ancora a mettere insieme una forza certo non trascurabile. Che la sinistra "sardinata" abbia deciso di contribuire a questa operazione è un fatto che si commenta da solo.

C'è però un terzo elemento che spiega l'incredibile cantonata di costoro. Ed è che la sinistra sinistrata vede il pericolo del fascismo, che oggi si vorrebbe rappresentato da Salvini, mentre nega quello ben più concreto della dittatura eurocratica. Purtroppo, la "storia è maestra ma non ha scolari". Come non ricordare le piazze antiberlusconiane che portarono ad applaudire Monti nel 2011? Allora il pericolo per la democrazia sembrava il Buffone d'Arcore, peccato che si aprì così la strada al governo più antipopolare della storia repubblicana. Sono trascorsi appena otto anni, ed eccoci adesso al passaggio dall'antiberlusconismo — oggi talmente superato che perfino la Pascale annuncia che andrà in piazza con le sardine — all'antisalvinismo, ultima frontiera di chi non vuol vedere di quale morte stia morendo il Paese.



Del resto, che la sinistra sinistrata — ed oggi ampiamente "sardinata" — non voglia vedere qual è il vero nemico, ci viene confermato dall'assemblea della cosiddetta "sinistra di opposizione" che si è tenuta sabato scorso a Roma. Da quell'incontro è uscita la solita lista di obiettivi ambiziosi e altisonanti — dall'uscita dalla Nato al ritiro delle truppe all'estero, dalle nazionalizzazioni alla riduzione dell'orario di lavoro, dalla cancellazione dei decreti sicurezza all'abolizione della Fornero — ma non volendo vedere come tutto ciò sia semplicemente impossibile senza una lotta senza quartiere contro l'Unione europea, la sua moneta, le sue regole ammazza-Stati come quelle del Mes.

Siamo cioè al massimo dell'astrattezza. Nel Paese c'è oggi una nuova consapevolezza su ciò che rappresenta l'Unione europea e costoro guardano altrove. Si cita il Mes come una cosa secondaria, contro la quale forse ci si mobiliterà ma non si sa come, mentre è oggi il cuore di ogni battaglia di opposizione dotata di senso. Si agitano grandi obiettivi senza vedere la prigione in cui si trova l'Italia, fingendo di ignorare che senza una liberazione da questa gabbia non c'è alcun risultato sociale che possa essere credibilmente perseguito e raggiunto.

Non solo, come se ciò non bastasse, si amoreggia pure con le sardine, cioè con quella parte della società che vuol conservare un esistente nel quale evidentemente non si trova poi così male. Il bello è che poi costoro, incapaci di comprendere il perché nessuno più li segua (tantomeno nelle classi popolari), passano buona parte del loro tempo a lamentarsi del "destino cinico e baro", non avvedendosi neppure di come la loro stessa deriva contribuisca nel piccolo a portar acqua al mulino salviniano.

«Chi è causa del suo mal pianga se stesso», così dice in generale la saggezza popolare. Ma di fronte alla sinistra "sardinata", questo mesto spettacolo di fine anno di una sinistra sinistrata sempre più allo sbando, anche questo detto appare insufficiente. Del resto, si sa, la realtà supera talvolta l'immaginazione. 
Peccato avvenga spesso verso il peggio.


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mercoledì 20 novembre 2019

O ESM O ITALEXIT: TERTIUM NON DATUR di Leonardo Mazzei

[ giovedì 21 novembre 2019 ]



NO alla riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità)Uscire dall'euro




Il tema della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, ESM l'acronimo in inglese) tiene banco sui giornali di stamane. Meglio tardi che mai. Dopo settimane di appassionate discussioni su ciò che non conta (plastic taxsugar tax e via taxando), un'occasione da cogliere per tornare a parlare di cose serie.

Ma in cosa consiste questo progetto di riforma? Chi scrive denunciò il trappolone franco-tedesco ai danni dell'Italia già nel giugno 2018. Adesso però, come si direbbe in Toscana, siamo alle porte coi sassi. E qualcuno comincia a svegliarsi. Non solo Lega e M5S, financo il solitamente strisciante Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Segno inequivocabile di quanto la materia sia scottante. 

In blu gli stati che partecipano al MES
A dicembre Merkel e Macron vorrebbero infatti andare a segno, attribuendo al MES nuovi poteri nel decidere pesanti condizionalità per prestare soldi agli stati in difficoltà. Poteri e condizionalità semplicemente micidiali proprio per l'Italia, il giorno in cui il nostro Paese fosse costretto a farvi ricorso. Un'eventualità che certo non si può escludere finché, restando nella gabbia dell'euro, si sarà privi di quel fondamentale strumento che si chiama sovranità monetaria.

Per l'Italia una «pistola alla tempia»


Nella riforma voluta dall'asse Carolingio, al MES spetterebbero enormi poteri di vita e di morte sugli stati dell'Eurozona, in particolare su quelli strangolabili col cappio del debito. Caso tipico l'Italia. Il fatto che questi poteri vengano assegnati ad un organismo formalmente tecnico è il solito trucco utilizzato dai governi di Berlino e Parigi, nella speranza di far apparire come "terze" ed "imparziali" anche le decisioni politiche più dirimenti.

Il punto centrale della riforma di cui si discute sta nel fatto che, oltre a rispettare i dettami del fiscal compact, lo Stato richiedente aiuto debba ristrutturare (cioè tagliare) preventivamente il proprio debito per ottenere il finanziamento del MES. In questo modo non solo agli Stati dell'Eurozona verrebbe sottratto l'ultimo lembo di sovranità (e dunque di democrazia), ma essi si troverebbero di fatto alla mercé di un manipolo di tecnocrati.

Venendo all'Italia, chi scrive è assolutamente convinto del fatto che, prima o poi, una ristrutturazione del debito pubblico italiano andrà fatta, ma chi decide tempi e modi di questa delicata e complessa operazione? Una cosa è se a decidere è lo Stato italiano, altra se questa decisione viene imposta dall'esterno come adesso si pretende.

Che la cosa sia estremamente seria ce lo confermano proprio le parole di Visco, che il 15 novembre scorso ha dichiarato che: «i piccoli e incerti benefici di un meccanismo di ristrutturazione del debito devono essere soppesati rispetto all'enorme rischio che il solo annunciarlo potrebbe scatenare una spirale perversa di aspettative di default».

«Enorme rischio», una formula certo non abituale sulle labbra di un governatore. Un allarme in linea con quanto sostenuto pochi giorni prima, in occasione di un'audizione alla Camera, dall'economista Giampaolo Galli, (anch'egli, peraltro, un europeista convinto).

Queste le parole del Galli: «Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche».

La riforma del MES sarebbe dunque una pistola alla tempia dell'Italia. Ma non solo per le perdite (ed il tradimento) dei risparmiatori di cui parla Galli, ma anche - aggiungiamo noi - per il dissesto bancario che ne seguirebbe. Notoriamente le banche italiane detengono titoli di stato per circa 350 miliardi di euro, titoli che in caso di ristrutturazione del debito potrebbero subire una pesante svalutazione, mettendo così in grave difficoltà il grosso degli istituti di credito. I quali, di fronte alla necessità di gigantesche ricapitalizzazioni, finirebbero facilmente nelle mani di qualche acquirente straniero, magari con la stessa targa automobilistica di quei paesi che oggi vogliono la riforma del MES!

L'attacco può essere fermato


Se la gravità del progetto anti-italiano è evidente, altrettanto chiara dovrebbe essere la necessità di respingerlo con un fermo e cubitale NO. Ma sarà così? Solo le prossime settimane ce lo diranno. Quel che sappiamo è che la trattativa è andata molto, ma molto avanti. E che, ad oggi, quel NO dell'Italia non c'è stato.

Non c'è stato col Conte-uno, non c'è stato col Conte-bis. Adesso, rispondendo alla Lega, il presidente del consiglio dice di non aver firmato nulla la scorsa estate. Certo, firme ancora no, ma evidentemente un avallo al progetto dei signori dell'euro è stato dato. E questo è di una gravità inaudita, un vero tradimento degli interessi nazionali. Ma se così stanno le cose, dov'erano i leghisti e i cinquestelle quando la Quinta Colonna mattarelliana del governo gialloverde (Conte e Tria in testa) pronunciava l'ennesimo signorsì davanti agli euro-oligarchi di Bruxelles? 


Sta di fatto che la denuncia leghista del comportamento di Conte è avvenuta solo quando quest'ultimo stava convolando a nozze con Zingaretti, mentre i cinquestelle paiono svegliarsi solo adesso... Ad ogni modo, meglio tardi che mai, purché alle parole seguano i fatti. E qui di fatti ne basterebbe solo uno: un voto inequivocabile del parlamento che sancisca il NO italiano, con un veto chiaro e non trattabile al progetto sul MES.

Se in questo disgraziato Paese le parole avessero davvero un valore non ci sarebbero problemi. Tutta la destra si dice contraria alla riforma, idem M5s. Esiste dunque una larghissima maggioranza parlamentare in grado di bloccare tutto. Senza contare che a quel punto pure il Pd avrebbe qualche difficoltà a differenziarsi dal NO ai progetti dell'Eurozona. Ma solitamente non è così che funziona l'Italia.

Ecco infatti la tattica dilatoria di Conte, il quale magari a dicembre non potrà pronunciare un sì, ma di certo giocherà la carta del rinvio pur di non schierarsi contro chi - chissà perché... - ad agosto l'ha rivoluto a Palazzo Chigi.

La verità è che non bisogna illudersi. Giusto chiedere ai partiti che si sono schierati contro un atto di coerenza in parlamento, giusto esigere che il governo vi si adegui senza furbizie. Ma solo una più ampia e diffusa presa di coscienza nel Paese potrà portare ad un NO vero e non soggetto ai soliti scambi delle notti brussellesi.


La vicenda del MES ci dice una cosa: l'Italia non avrà pace finché non uscirà dall'euro


In questo momento la priorità assoluta è quella di fermare la riforma voluta da Merkel e Macron, ma la vicenda del MES ci parla anche di altre cose. Sostanzialmente di una cosa: l'Italia non avrà pace finché non uscirà dall'euro.

La riforma del MES non è infatti un fulmine a ciel sereno, né una stravaganza dei paesi nord-europei che ruotano attorno alla Germania. Essa è invece l'ennesima sbarra di una gabbia che ha la sua ragion d'essere nella difesa di una moneta unica che anche Lega ed M5s oggi dichiarano irreversibile.

Fortunatamente, nessuna sbarra è perfetta e nessuna gabbia è per sempre. Ma chiaro è quel che si vuole ottenere. A differenza dei nostrani euroinomani, i signori di Bruxelles sanno che gli Stati Uniti d'Europa non vedranno mai la luce. E sanno che una moneta senza Stato è pur sempre un bel problema. Tuttavia essi non ci vogliono rinunciare, troppi sono i vantaggi che ne ricavano. Ecco allora il sistema delle regole ordoliberali, per arrivare nel tempo ad una qualche forma di unione fiscale, alla base della quale c'è - e non potrebbe essere diversamente - una tendenziale convergenza dei debiti. E se questo esige il martirio di un paese poco importa. Se poi questo Paese è anche una preda piuttosto ghiotta da papparsi a basso prezzo meglio ancora.

NO dunque alla riforma del MES. Ma quel NO potrà reggere nel tempo solo se si prenderà l'unica strada sensata per porre fine al delirio di questi anni: quella dell'Italexit.

lunedì 4 novembre 2019

(DIS)INTERESSE NAZIONALE di Leonardo Mazzei

[ martedì 5 novembre 2019 ]

Fiat ed Alitalia: altri due colpi all'occupazione ed all'economia italiana (e adesso arriva l'Ilva)

Per alcuni è una parolaccia, per altri uno slogan gridato senza coerenza alcuna. L'interesse nazionale, che in questi casi è soprattutto interesse del popolo lavoratore, sembra non interessare più a nessuno. Meglio litigare, invece, su plastic e sugar tax, nomi inglesi di italiche tasse raschia-bidone.

Eppure i temi non mancherebbero: Fiat (od Fca, come ora si chiama) ed Alitalia in primo luogo.

Cosa dice il governo, cosa dicono i partiti ed i commentatori su queste due vicende? Nulla, normale amministrazione di un Paese che muore. Che si vuol far morire.

Alitalia


Per l'Alitalia è giunta l'ora - ma guarda un po' - di Lufthansa. La compagnia tedesca si "offre" di entrare nella società per l'iperbolica cifra di 150-200 milioni, contro i 100-120 di Delta. Ma i tedeschi vanno al sodo. I loro spiccioli arriveranno solo ad alcune condizioni: meno aerei, meno spese e soprattutto meno occupazione, con un taglio che sembrerebbe quantificato in circa 5mila posti di lavoro da sopprimere.

Cinquemila occupati in meno non sono bruscolini, ma per l'Italia non è questo l'unico aspetto negativo. Con il piano di Lufthansa, sponsorizzato dalla solita Atlantia dei noti benefattori Benetton, Alitalia scadrebbe al ruolo di compagnia regionale, mero tassello della strategia e del business del gigante tedesco con sede a Colonia. La riprova di tutto ciò sta nella condizione più pesante posta nella lettera arrivata dalla Germania: Alitalia dev'essere privata, il Ministero del Tesoro dovrebbe cedere la sua quota entro tre anni!

Il fatto che il governo taccia di fronte ad una simile sfacciataggine - quattro spiccioli in cambio del pieno controllo della società! - la dice lunga su quanto il ceto politico italiano sia venduto ai grandi potentati economici d'oltralpe, quelli tedeschi in questo caso.

Negli anni lo Stato ha speso molto per Alitalia, ma mai per rilanciarla, che altri dovevano essere i dominus dei cieli europei: British Airways, Air France ed appunto Lufthansa. Così fu deciso a suo tempo dall'Unione Europea. I soldi pubblici sono quindi serviti non a rilanciare l'azienda, bensì a smantellarla lasciandola morire. Ed il compito coscientemente assegnato dal governo ai "commissari straordinari" è stato proprio questo: non fare nulla per migliorare la situazione aziendale allo scopo di favorirne la solita svendita ai soliti noti.

Ma che oggi si discuta di offerte da 100-200 milioni di euro, come potessero risultare decisive, è oltremodo offensivo. Molti non lo sanno, ma nelle scorse settimane lo Stato - attraverso il Fondo strategico italiano (Fsi), controllato da Cdp, dunque dal Tesoro - ha trovato il modo di mettere oltre 166 milioni di euro nella società farmaceutica Kedrion, di proprietà della famiglia Marcucci, quella dell'attuale capogruppo del Pd al Senato (i conflitti di interesse sono tanti...). Piccola ingenua domandina: non sarebbe stato meglio utilizzarli per rafforzare il controllo pubblico su Alitalia, anziché svenderla per 200 milioni dopo aver speso un miliardo e 300milioni negli ultimi 18 mesi?

Fca (Fiat Chrysler Automobiles)


Se la vicenda Alitalia grida vendetta, quella di Fca non è da meno. La fusione con la francese Psa (Peugeot e Citroen) è stata annunciata come una necessità, il modo per competere con i gruppi più grandi del settore, quello di entrare davvero nel campo dell'auto elettrica.

La stampa ha presentato questa fusione come un'operazione alla pari senza vincitori né vinti. Ma che sia così non ci crede proprio nessuno. E' vero, il capitale della nuova società sarà suddiviso al 50% tra gli azionisti di Fca e quelli di Psa, ma nel consiglio d'amministrazione Psa avrà la maggioranza (6 membri su 11) e l'amministratore delegato sarà quello stesso Carlos Tavares che guida il gruppo francese dal 2014.

La verità è che i francesi hanno acquistato Fca, tant'è che al gruppo italo-americano è stato pagato un premio di 6,4 miliardi (da qui il boom del titolo in borsa), dei quali ben 5 finiranno in una maxi-cedola agli azionisti, di cui 1,6 miliardi andranno ad Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli. Morale: gli azionisti Fca (gli Agnelli in primis) hanno incassato i soldi, i francesi di Psa hanno preso il controllo del gruppo. Amen.

Quali le conseguenze di questo passaggio? Secondo il professor Giuseppe Berta, storico dell'industria e grande esperto delle strategie di Fca, le cose sono chiare. «E' inevitabile che ci saranno tagli agli impianti e all’occupazione nel medio e nel lungo termine», ha dichiarato al Fatto Quotidiano. Fin qui fin troppo ovvio, quando mai le fusioni industriali non portano a tagli occupazionali? Ma dove avverranno con ogni probabilità? Semplice, risponde Berta: «Nell’azionariato di Psa c’è lo Stato francese (13%, ndr) e Opel è un pezzo del sistema industriale tedesco. E’ un pensiero fin troppo positivo quello secondo cui in Italia non succederà niente».

Chiaro? Fin troppo direi. D'altronde le voci sono che in Italia resterebbero solo le produzioni delle auto di lusso, mentre il resto andrebbe in Francia. Già oggi le fabbriche italiane di Fca producono 700mila autoveicoli all'anno a fronte di una capacità di un milione e 400mila, ma in futuro le cose non potranno che peggiorare. E così, dopo la beffa del trasferimento della sede legale ad Amsterdam (il fisco ha le sue ragioni, ma non scordiamoci mai di onorare San Marchionne!), l'Italia sarà chiamata nei prossimi anni a pagare un nuovo prezzo in termini di posti di lavoro.

Ma non si dica a Conte, né ai suoi amici piddini e pentastellati. Costoro, da tanto che contano, pare non fossero neppure informati dell'operazione. E se lo erano tanto peggio. Sta di fatto che le prime parole del Presidente del consiglio sono consistite nell'inqualificabile:  «È un’operazione di mercato». Sottinteso, trattandosi di «un'operazione di mercato», cioè del nuovo Dio di questi pezzenti, nulla si può dire, meno ancora si può fare.

Alitalia ed Fca: cos'altro ci vuole per capire che la difesa dell'interesse nazionale è oggi una priorità assoluta per chi vuol tutelare gli interessi dei lavoratori? E che per praticarlo bisogna mandare a casa il prima possibile questo governo del massimo (dis)interesse nazionale?

PS - Mentre chiudo questo articolo, arriva il ricatto di ArcelorMittal sull'Ilva di Taranto. Ecco cosa succede a mettersi nelle mani delle multinazionali e del "mercato" tanto caro a Conte. Ecco cosa succede ad uno Stato privo, anche a causa dei vincoli europei, di una politica economica ed industriale degna di questo nome. Altro che sugar tax!

venerdì 25 ottobre 2019

SALVINI E IL SORRISETTO BEFFARDO DI DRAGHI di Leonardo Mazzei

[ sabato 26 ottobre 2019]



Questa mattina, in quel di Pescara, inizia l'annuale kermesse di A/SIMMETRIE, ovvero la cerimonia con cui Alberto Bagnai chiama a raccolta fedeli, chierici, gregari, quindi studenti e insegnanti affamati di crediti per dare spessore al loro curriculumQuale sarà ora la narrazione del nostro dopo il grande patatrac del governo giallo-verde e il voltafaccia di Salvini? Per farsene un'idea non serve andare in pellegrinaggio, basta leggere il programma. La parola magica è decommissioning. Un lemma che in inglese sta per disattivazione, disarmo, dismissione. Decommissioning globalism, deflation, european semester, potential output, banking union.... 
Se si voleva una prova provata che la giravolta della Lega sull'euro non è solo una paraculata, l'abbiamo in queste contorsioni pescaresi. Avendo il "grande" capo affermato che l'euro è irreversibile, di necessità si deve fare virtù. L'uscita dall'euro è rimpiazzata dalla "disattivazione", il sovranismo dall'altreuropeismo. E voi che pensavate che l'opportunismo allignasse solo a sinistra.


*  *  *

Il dietrofront di Salvini e l'imbarazzo dei suoi economisti




Nell'ultima conferenza stampa in qualità di uomo-euro, Mario Draghi ha così festeggiato le recenti retromarce di M5s e Lega sulla moneta unica: «Everybody in Italy says today that the euro is irreversible». Dunque «oggi in Italia tutti dicono che l'euro è irreversibile», laddove con quel "tutti" Draghi ha inteso riferirsi in primo luogo alle recenti dichiarazioni di Matteo Salvini.
Per togliere ogni incertezza ha infatti aggiunto che: «I dubbi ipotetici che c’erano in una parte della governance dell’Italia ora non ci sono più». E, per chi proprio non avesse capito, il solerte Corsera ci informa come la frase sulla "irreversibilità" sia stata pronunciata «sorridendo e certamente pensando a Matteo Salvini».



Ora, è chiaro come Draghi  abbia voluto strafare — anche secondo le statistiche di Eurostat l'Italia resta il paese più euroscettico dell'Unione — ma certamente ha colto il punto: la normalizzazione di M5s e della Lega. Ovviamente, come ogni normalizzazione, anche questa non può essere totale. Sia nei Cinque Stelle che, soprattutto, nel partito salviniano restano dunque settori sovranisti tuttora convinti della necessità di uscire dall'euro.

Ma, si sa, quel conta è la linea espressa dai gruppi dirigenti, ed essa non lascia spazio a dubbi. Tanti sono dunque i sovranisti delusi e spiazzati. Se nei Cinque Stelle si preferisce parlar d'altro, nella Lega si ricorre alla solita narrazione consolatoria, quella secondo cui il fine dell'uscita non sarebbe cambiato; cambiata sarebbe solo la comunicazione, adesso tesa a dissimulare quell'obiettivo.

Questa storiella è davvero avvincente. Ed ha il vantaggio di non poter mai essere smentita. Tu cominci a rinunciare ai tuoi obiettivi? Niente paura, è solo un modo per disorientare l'avversario, non facendogli conoscere le tue reali intenzioni. Tu finisci, via via, per assumere le posizioni del nemico? Perfetto, vuol dire che siamo vicini all'obiettivo! E più si rinnega quel che eravamo (o dicevamo di essere) e più si è vicini alla vittoria. Talmente vicini che non ci si arriva mai... E non arrivandoci chi potrà mai smentire la bontà di questa dissimulazione?

Un esempio di come funzioni questo meccanismo ci viene dalla storia del Partito comunista italiano (Pci). Negli anni settanta del secolo scorso questo partito operò una serie di svolte piuttosto pesanti, tutte presentate però ad una certa parte della base come semplici espedienti tattici. Proponiamo il "compromesso storico" con la Democrazia Cristiana (1973), ma solo per batterla meglio. Accettiamo apertamente la Nato (1976), ma al fondo restiamo filo-sovietici coi baffi. Diciamo sì alla politica dei sacrifici (governi Andreotti 1976-79 - svolta sindacale dell'Eur 1978), ma è solo perché la classe operaia deve ormai farsi Stato. Eccetera, eccetera, eccetera. Insomma, arretriamo di continuo, ma lo facciamo in nome della rivoluzione. Peccato che al posto della rivoluzione arrivò invece la Bolognina e lo scioglimento del Pci: chissà perché...

Naturalmente, come già detto, la narrazione di cui sopra riguardava solo ed esclusivamente una certa parte della base. Una parte via via sempre più minoritaria. L'altra, unitamente ai gruppi dirigenti ai vari livelli, ben sapeva dove si stava andando. E lo approvava. Ma chi lo sapeva ancora meglio era la classe dominante dell'epoca, tant'è che con la Seconda repubblica il personale politico ex-Pci (si pensi all'orrida figura di Napolitano) sarà quello prescelto da lorsignori per far digerire ogni porcata neoliberista al popolo lavoratore.

Ora, i paragoni storici valgono quel che valgono, ma — mutatis mutandis — ho l'impressione che qualcosa del genere stia accadendo a quella parte della Lega che crede davvero alla battaglia per la sovranità nazionale e che dovrebbe adesso digerire la salviniana irreversibilità dell'euro come stratagemma, pensate un po', per arrivare all'uscita dall'euro. Caspita, che furbi! Chissà perché non ci avevano pensato finora!

Non so se questa favoletta verrà propinata in questo fine settimana, nell'annuale raduno pescarese organizzato da Bagnai. Probabile che si aggiri il tema parlando d'altro, un po' come quando nel Pci gli intellettuali organizzavano dotti convegni su Gramsci, proprio mentre la dirigenza politica si adattava sempre più al pensiero unico neoliberista. Insomma, un modo come un altro per tenere ancora in piedi una commedia ormai scaduta di livello.

Agli inizi di settembre mi ero permesso di rivolgere a Bagnai dodici domande. La dodicesima di queste domande, così riassumeva la questione: 
«Alla luce di quanto abbiamo visto finora, non è che nella Lega le posizioni di Bagnai sono state sonoramente battute?».
Ovviamente, ma questo era scontato, quelle domande non hanno avuto risposta alcuna dall'interessato. Adesso però, dopo l'uscita salviniana di metà ottobre, una risposta ce la dà Mario Draghi. Il quale sulla normalizzazione dell'Italia si illude (o finge di farlo), ma su quella della Lega salviniana sa quel che dice. Canta vittoria e nessuno gli replica, qualcosa vorrà pure dire.


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