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giovedì 13 aprile 2017

FRANCIA: MÉLENCHON, IL POPULISTA DI SINISTRA, AVANZA di Stefano Poggi

[ 13 aprile ]
Secondo gli ultimi sondaggi il candidato della coalizione "Francia Ribelle", Jean Luc Mélenchon (segretario del Partito di Sinistra) è in forte ascesa. Ne scrivevamo l'altro ieri con un intervento di J. Sapir.
L'ipotesi che in Francia vadano al ballottaggio i due esponenti "populisti" no-euro, la Le Pen e Mélenchon, spaventa le élite oligarchiche. Un esito simile sarebbe, per l'Unione Europea, come un Big One, la madre di tutti i terremoti. Mélenchon, sulla questione dell'euro, sostiene il cosiddetto "Piano B", del ritorno a moneta sovrana contestualmente al ripristino di una moneta di conto comune europea (tipo il vecchio SME). Ma Mélenchon propugna anzitutto un "PIANO A", ovvero un patto multilaterale per lo  smantellamento concordato dell'eurozona. 

En passant: ve li ricordate quelli che affermavano che la "dicotomia destra-sinistra" era morta e sepolta?

"L'Avenir en commun", il programma elettorale di France Insoumise (Francia Ribelle) e del suo candidato Jean Luc Mélenchon
«Le elezioni più imprevedibili del 2017 si arricchiscono di una nuova sorpresa. 
Dopo aver visto (l’irresistibile?) ascesa dell’ex ministro dell’Economia Emmauel Macron ed il crollo dei Repubblicani di Fillon, la nuova sorpresa delle presidenziali francesi potrebbe avere il nome ed il volto di Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi posizionano infatti il 65enne eurodeputato al terzo posto, a circa il 18% delle intenzioni di voto, davanti ai due candidati dei partiti tradizionali (socialisti e repubblicani) e dietro solo al liberale Macron e alla conservatrice post-fascista Le Pen. Un risultato che – se confermato – sarebbe già di per sé notevole. In primo luogo perché staccherebbe di circa 10 punti il candidato socialista, mai superato “a sinistra” fin dal lontano 1974. In secondo luogo perché in questo modo renderebbe ancora più chiara la divaricazione del fronte progressista francese, diviso fra una candidatura liberale alla Renzi (Macron), e un candidato che con Podemos condivide tanto la radicalità quanto la spietata critica alle oligarchie.
Ma chi è Jean-Luc Mélenchon? Nato a Tangeri nel 1951 da due impiegati statali pieds-noirs, esordisce nel movimento studentesco del ’68 su posizioni trotskiste. Laureatosi in filosofia, si avvicina progressivamente al “nuovo” Partito Socialista, creato nel 1971 da Francois Mitterand. Parallelamente inizia il suo impegno nel mondo del giornalismo, che continua – in diverse forme – fino a tutti gli anni ’90. Nel 1986 – da dirigente locale e affiliato alla corrente mitterandista – viene eletto per il Ps in Senato. In questo periodo inizia anche la sua affiliazione al Grande Oriente di Francia, sulla scia della sua tradizione familiare. Questa appartenenza segna anche il suo peculiare posizionamento politico. Non marxista, Mélenchon si colloca agevolmente in quella tradizione laica, repubblicana e giacobina che tanto peso ha avuto nella sinistra francese.
Dal Programma di Mélenchon...
Alla fine degli anni ’80 risale anche il suo spostamento verso posizioni critiche nei confronti della svolta liberale della presidenza Mitterand (e di tutto il partito). Nel decennio successivo, la sinistra socialista da lui guidata si mantiene attorno al 10% del consenso interno al Ps, accentuando con il tempo la critica all’unificazione europea. La sua lunga marcia nelle istituzioni raggiunge il picco nel 2000, quando diventa Ministro all’Insegnamento Professionale. Durante tutta la sua carriera politica, Mélenchon continua a sedere negli organi rappresentativi dell’Essonne, un piccolo dipartimento della regione parigina. In questo, il suo percorso politico è largamente in linea con quello dei molti altri “notabili” che costituiscono la vera spina dorsale del Partito Socialista: funzionari di partito con un forte radicamento locale e con incarichi politici nazionali. In prima linea per il “no” al referendum sulla Costituzione Europea del 2005, il suo rapporto con la maggioranza neoliberale del Ps si fa sempre più teso. Dopo la pesante sconfitta della sinistra socialista al congresso del 2008, Mélenchon decide di abbandonare il Ps per fondare il Parti de Gauche (Partito della sinistra), sul modello della Die Linke tedesca. Il nuovo partito non riesce mai a radicarsi elettoralmente ed organizzativamente, ma contribuisce al rafforzamento del Front de Gauche (un cartello di diverse forze di sinistra), che nel 2009 lo elegge in Europarlamento.
Nel 2011 è il candidato del Front de Gauche alle presidenziali, dove si qualifica quarto con poco più dell’11% dei voti. Il risultato – arrivato dopo una campagna elettorale caratterizzata da comizi oceanici – è incoraggiante, ma non rappresenta un boom rispetto ai risultati della sinistra radicale francese, che alle presidenziali esprime tradizionalmente un consenso complessivo di poco meno del 10% dei voti. Negli anni successivi, Mélenchon rimane il leader “informale” del Front de Gauche, caratterizzandosi con posizioni anti-sistema profondamente critiche nei confronti delle classi dirigenti francesi. In questo solco si colloca la sua battente richiesta per una “Sesta Repubblica“, che superi tanto il presidenzialismo quanto l’impianto liberale condiviso sia dal centro-sinistra che dal centro-destra francesi.
Il lungo percorso di Mélenchon nella politica francese – iniziato quasi cinquant’anni fa – arriva quindi alle presidenziali di quest’anno. Pur mal digerito dalla dirigenza del Partito Comunista Francese – azionista di maggioranza del Front de Gauche -, l’eurodeputato riesce ad imporre nuovamente la sua candidatura alle presidenziali, su un programma profondamente ispirato dall’esperienza di Podemos. Per questo lancia un movimento, La France insoumise (“La Francia ribelle”) che rimarca esplicitamente la suaautonomia dai partiti della sinistra tradizionale e si basa su una piattaforma digitale deliberativa. Un movimento che ha saputo piano piano conquistarsi la ribalta nei mezzi di comunicazione tramite un sapiente uso dei social media, e che oggi dichiara ben 385 mila iscritti. Punto chiave del programma di France Insoumise è la convocazione di un’Assemblea Costituente che riformi in senso parlamentarista l’assetto politico francese. Fra le sue proposte emblematiche si situano poi l’abrogazione della Loi Travail (il Jobs Act d’oltralpe, approvato nel 2016 dal governo socialista) e la “riforma democratica” delle istituzioni europee (o, se non possibile, un’uscita ordinata degli Stati nazionali). Il suo programma strizza infine l’occhio agli ambientalisti dispersi dalla diaspora dei Verdi francesi con l’abolizione (a lungo termine) del nucleare e l’instaurazione di una “regola verde”: non consumare più di quello che la natura può produrre. Insomma, si tratta di un programma più di cambiamento istituzionale – contro i “privilegi della casta”, per  usare le sue parole – che di rottura economica.
Con tutte le sue particolarità, la proposta politica di Mélenchon sta sfondando al di fuori dei normali steccati della sinistra radicale. Per quanto i sondaggi siano in questo contesto particolarmente poco affidabili, delineano un trend di crescita notevole, considerato il naturale isolamento di un’area politica tradizionalmente con pochi militanti, pochi eletti e – drammaticamente – pochi soldi. Un populismo democratico che sta riuscendo ad attrarre – con modalità forse più simili all’esperienza statunitense di Sanders che a quella spagnola di Podemos – in particolar modo giovani alle prime esperienze politiche.
Come che vadano le elezioni, Mélenchon ha quindi già contribuito a riposizionare la sinistra radicale francese. Abbandonando la parola d’ordine della gauche per cercare di contendere a Marine Le Pen l’elettorato popolare abbandonato dai socialisti e dai repubblicani, il vecchio politico di professione dell’Essonne è così riuscito ad ottenere un primo risultato significativo, ridisegnando in maniera indelebile i contorni della sua area politica in senso populista. Se le urne confermeranno poi i dati dei sondaggi, Mélenchon si troverà nella migliore posizione per monetizzare politicamente la “pasokizzazione” e la prevedibile balcanizzazione del Partito Socialista. Con l’obiettivo, nel brevissimo periodo, di aumentare la sparuta pattuglia parlamentare del Front de Gauche. E con un occhio alle presidenziali del 2023».
* Fonte: Senso Comune

martedì 11 aprile 2017

FRANCIA: BALLOTTAGGIO TRA LE PEN E MELENCHON? di Jacques Sapir

[ 11 aprile ]

Non condividiamo ogni posizione di J. Sapir. Egli è tuttavia un gigante del pensiero politico francese se si pensa alla mediocrità generale e al generale servilismo della maggior parte dei politicanti francesi verso le classi dominanti globaliste ed euriste. Qui Sapir fa una previsione controcorrente sulle prossime elezioni presidenziali: ballottaggio tra il Fronte nazionale e il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Sintomatico che davanti all'avanzata di quest'ultimo la grande finanza inizi a cospirare. Titola il Sole 24 ore di oggi: "Francia, la gauche radicale che fa risalire lo spread". Vi ricorda qualcosa?



«La settimana prossima sarà una settimana decisiva. Domenica 9 aprile siamo esattamente a 14 giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali. L’elettorato sembra ancora estremamente volatile nelle sue scelte, ma le tendenze che stanno emergendo sono abbastanza indicative delle situazioni che si realizzeranno in futuro.
I candidati della disoccupazione e del passato
Ci troviamo di fronte a un inatteso “gioco a quattro”. Ancora due mesi fa si pensava che lo scontro sarebbe stato tutto tra Marine Le Pen e François Fillon. Poi è arrivato Emmanuel Macron e la situazione è cambiata radicalmente.
François Fillon sembra ora irrimediabilmente compromesso dalle conseguenze morali dei vari scandali nei quali si è trovato coinvolto. Il problema non è tanto la realtà giuridica delle accuse (su questo sarà la giustizia a decidere) ma la dimensione morale dei fatti, che hanno irrimediabilmente minato l’integrità dell’immagine di questo candidato. L’impatto è ancora più forte dato che si tratta di un uomo che si è fatto apostolo di una politica di estrema austerità e di tagli drammatici ai servizi pubblici. Questa politica, si tende a dimenticarlo, è già stata da lui applicata nel 2011, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012, e ha provocato un aumento immediato di 300.000 disoccupati, e se si considera che gli effetti si sono protratti fino all’inizio del 2013 si parla di un aumento totale di 500.000 disoccupati. Possiamo solo immaginare le conseguenze drammatiche che avrebbe una nuova applicazione del programma di François Fillon.
Al tempo stesso la “bolla” Emmanuel Macron sembra avviata a esplodere. I sondaggi indicano nel migliore dei casi una stagnazione dei consensi nei suoi confronti, ma più probabilmente un declino. Gli elettori sembrano aver capito quanto sia vuoto questo candidato, un vuoto combinato con un progetto sociale estremamente reazionario. Macron si è proposto come il candidato della “Uberizzazione” della società, il candidato che, nascondendosi dietro a un linguaggio apparentemente moderno, è in realtà il sostenitore di un ritorno ai primi del diciannovesimo secolo, a un sistema da prima rivoluzione industriale. È sorprendente come quello stesso candidato che afferma di essere il più “moderno”, quello che esalta le virtù di ciò che definisce “l’economia digitale”, sia in realtà un candidato del passato. Ma Emmanuel Macron è un uomo del passato anche per un altro motivo. Se qualcuno pensa di vederlo come “uomo nuovo” o anche, più banalmente, come “candidato anti-sistema” [1], deve ricordare che egli è stato molto vicino, in quanto consigliere di Hollande e in quanto ministro di Manuel Valls, alla politica disastrosa che è stata messa in atto durante gli ultimi cinque anni. Questa politica è servita solo ad aggiungere, dal febbraio 2013 fino all’inizio del nuovo anno, ben 400.000 nuovi disoccupati a quelli che già aveva lasciato il duo Sarkozy-Fillon.
Di fronte a questi due candidati già in crisi – e qui suggerisco ai miei lettori l’ascolto dell’intervista di 15 minuti che ho fatto ieri con Vera Gaufman su RT (disponibile su Youtube: https://francais.rt.com/entretiens/36393-jacques-sapir-seul-candidat-tenir-face-marine-le-pen-jean-luc-melenchon) – di fronte a questi candidati del passato e della disoccupazione ci sono altri due candidati che rappresentano, in una maniera o nell’altra, il futuro.
I candidati del futuro?
Marine Le Pen ha la sua base in un elettorato estremamente stabile, fatto di persone molto convinte, e sfida tutte le approssimazioni di quelli che vorrebbero qualificarla come candidata di “estrema destra” o addirittura, senza temere il ridicolo, “fascista”. Se ci sono alcune frange estremiste che possono effettivamente aderire a questo elettorato, in realtà esso corrisponde in gran parte a ciò che il geografo Christophe Guilluy ha definito “Francia periferica” [2]. Non tutta questa “Francia periferica” vota per Marine Le Pen, e d’altra parte nel suo elettorato ci sono pure rappresentati dei “quartieri bene”, ma è incontestabile che una grande parte dei “dimenticati” dalle politiche del governo, delle vittime della “globalizzazione”, tende a votare per lei. Con lei c’è un movimento populista che cresce tanto più quanto più l’attuale sistema politico va naufragando. È sorprendente, piuttosto, come questo movimento populista abbia largamente ripreso le modalità e lo spirito del metodo democratico, e si caratterizzi per un livello molto basso di violenza, molto meno di quanto si possa trovare in certi gruppuscoli. È questo il motivo per il quale le accuse di “fascismo” sono assolutamente ridicole.
Ma la “sorpresa”, se di sorpresa si può parlare in questa elezione, è la rapida ascesa di Jean-Luc Mélenchon. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento che raccoglie i voti degli esclusi e dei perdenti della globalizzazione. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento chiaramente populista. Come in tutti i movimenti populisti c’è una dimensione carismatica, e la persona di Jean-Luc Mélenchon, come quella di Marine Le Pen, affascina molti dei suoi potenziali elettori. La sorpresa è quindi che Mélenchon abbia raggiunto i primi tre candidati. Attualmente supera François Fillon, e inizia addirittura ad avvicinarsi a Emmanuel Macron, dato che l’inquietante progetto politico di quest’ultimo comincia a preoccupare molti dei suoi potenziali elettori, e la sua vacuità provoca una repulsione sempre più percepibile.
Questi due candidati rappresentano indubbiamente un qualche tipo di futuro per la Francia. Per contro, però, i loro programmi non sono privi di contraddizioni.
Le campagne elettorali
Prima di approfondire i programmi di questi candidati dobbiamo occuparci degli altri. Benoît Hamon continua la sua discesa agli inferi, e questo è in realtà del tutto normale, trattandosi del  “becchino” del Partito Socialista (PS). Il suo programma è solo la testimonianza del decesso del partito che si era proposto per “fare un’altra politica” ed è invece affondato tra compromessi e ambizioni personali. Preso in mezzo tra la candidatura di Emmanuel Macron, che ha radunato elefanti ed elefantesse del serraglio “socialista”, e quella di Jean-Luc Mélenchon, la sua campagna elettorale appassisce di giorno in giorno. Sopravvive solo grazie agli attacchi diffamatori contro Mélenchon, attacchi che non gli fanno onore e che dovrebbero portare il suo elettorato a mettere in discussione il senso della sua candidatura. Il suo elettorato può dunque, a ragione, chiedersi a cosa serva la presenza di Benoît Hamon. Se si tratta di una candidatura di sola rappresentanza,allora, come si può immaginare, il cerchio si chiude, e il partito “socialista” finirà nella stessa pattumiera della Storia dove già finì la SFIO [Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, NdT] con la disastrosa campagna elettorale di Gaston Deferre e di Pierre Mendès-France. Se davvero vuole veder vincere la sinistra, la sinistra vera, allora Hamon non deve fare altro che fare un passo indietro e lasciare il campo a Jean-Luc Mélenchon. Oppure, se è solo un procacciatore di voti a vantaggio di Emmanuel Macron, che lo dica chiaramente.
Nel frattempo, dal canto suo, Nicolas Dupont-Aignan è riuscito a farsi capire [3], sebbene ancora da troppo pochi elettori. I suoi discorsi sono saldamente sovranisti, e su questo punto contrasta nettamente con i tentennamenti continui di François Fillon. È significativo che François Fillon lo abbia attaccato velenosamente e in modo diffamatorio nel corso del dibattito del 4 aprile. La bassezza di questi attacchi dimostra solo la disperazione di François Fillon e sostiene l’idea che Nicolas Dupont-Aignan stia diventando, per il candidato “repubblicano”, una minaccia reale. Si può pensare che la paura di Fillon sia che una candidatura di Nicolas Dupont-Aignan raccolga attorno a sé una parte degli elettori disgustati dagli scandali che lo circondano, così anche dai suoi continui compromessi con il “sarkozysmo”. Nicolas Dupont-Aignan, se riuscirà ad attirare a sé questi segmenti di elettorato ex-UMP che pensano che l’integrità personale e l’onore dei candidati siano cose che contano, può sperare di tallonare e forse di superare un Benoît Hamon che nel frattempo affonda. Anche Nicolas Dupont-Aignan rappresenta il futuro più che il passato.
Tra i candidati dei partiti minori, Nathalie Arthaud e Philippe Poutou ci hanno dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) che il settarismo è inscritto profondamente nei geni dei piccoli gruppi trotskisti e che questi, come al solito, vivono nella negazione della realtà. François Asselineau, di cui va sottolineata la grande conoscenza dei testi dei trattati europei, continua a non capire cosa sia la politica. Jacques Cheminade sogna di Franklin D. Roosevelt, e infine Jean Lassalle, che ha una consapevolezza impressionante dei problemi concreti, porta la voce dei territori abbandonati.
Le contraddizioni dei sovranisti
Torniamo ora alle contraddizioni, di cui parlavo prima, dei programmi di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon. Queste contraddizioni ci sono e ne dobbiamo conoscere la dimensione. Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon rappresentano due diverse versioni di un programma sovranista, a cui si aggiungono i contributi di Dupont-Aignan, Asselineau e Cheminade – un programma sovranista che, ed è questa la grande rivelazione dell’attuale campagna elettorale, si sta affermando oggi come culturalmente dominante.
Marine Le Pen propone ormai un programma politico che appare ben solido. In realtà è ovvio che qualsiasi trattativa con l’Unione Europea e l’Eurogruppo andrà rimandata a dopo che si saranno tenute le elezioni tedesche. Ma, se questo è logico, il programma della Le Pen è irrealistico. Qualora Marine Le Pen venisse eletta, inizierebbe immediatamente la speculazione. Alla Francia non rimarrebbe che  rinunciare in modo spettacolare a ogni sua idea di uscita dall’euro,  mettendo in campo impegni politicamente pesanti per rassicurare i mercati, o al contrario adottare misure di controllo sui capitali, il che significherebbe in pratica realizzare l’uscita dall’euro. A farla breve, i tempi dell’economia non sono gli stessi tempi della politica democratica. La soluzione risiede nei poteri specifici del Presidente della Repubblica. Lei intenderà usarli? Dovrà ammettere che quel programma che lei ha proposto, per quanto improntato a uno spirito democratico, non si adatta alle mutate condizioni e, come si dice nel campo del diritto, “la necessità infrange la legge”?
In quanto a Jean-Luc Mélenchon, egli combina un programma politico complesso con una promessa di riforma costituzionale (la “sesta repubblica”). Ora, però, o ci impegniamo in un braccio di ferro con le istituzioni europee (cioè con la Germania) oppure procediamo verso una riforma costituzionale; non si possono fare entrambe le cose insieme. A questa incertezza si aggiunge quella che incombe sulla sinistra radicale francese da quel drammatico luglio 2015: Mélenchon sarà uno Tsipras francese? Chiariamo subito che questa domanda non ha nulla  a che fare con il passato politico di Jean-Luc Mélenchon. È vero che egli ha votato per il Trattato di Maastricht, ma ha riconosciuto e spiegato di essersi ingannato. Una tale autocritica è segno di un’onestà che va riconosciuta. Tuttavia questa autocritica non riesce a dissipare tutti i dubbi. Perché i dubbi sono alimentati dal fatto che egli mette troppa carne al fuoco e che in un tale contesto le posizioni più chiaramente filo-europeiste del suo entourage rischiano di diventare determinanti.
Questi due candidati hanno ora due settimane per dimostrarci in primo luogo di essere consapevoli delle loro contraddizioni, e poi spiegarci come intendono superarle.
Scegliere l’avvenire
Nondimeno è necessario tenere presente l’essenziale. In queste elezioni vediamo combattersi una battaglia tra il passato e il futuro. È chiaro che François Fillon, Emmanuel Macron e a suo modo Benoît Hamon rappresentano il passato. François Fillon e Emmanuel Macron rappresentano due strategie che hanno già fallito, hanno aumentato considerevolmente la disoccupazione nel nostro paese e hanno portato deindustrializzazione. Benoît Hamon da parte sua non dimostra in alcun modo di essere pronto a rompere con gli errori commessi nel corso degli ultimi drammatici cinque anni, né in tema di economia, né in tema di sicurezza. L’attentato a Stoccolma ci ricorda che non si può continuare a negare il pericolo rappresentato dall’islamismo radicale. Questi tre candidati ci propongono, più o meno, di continuare a legare il nostro destino all’Unione Europea e all’eurozona,  due realtà che hanno già ampiamente dimostrato entrambe la loro nocività. Le loro proposte per cambiare l’Unione Europea e l’euro sono nella migliore delle ipotesi vaghe e inconsistenti, e nella peggiore del tutto inesistenti.
Dobbiamo quindi  risolutamente voltare le spalle al passato e scegliere il futuro».
 * Fonte: Voci dall'Estero

NOTE

[1] http://www.lexpress.fr/actualite/politique/elections/emmanuel-macron-dans-quotidien-la-france-n-est-pas-le-canada_1888725.html

[2] Guilluy C., La France périphérique : comment on a sacrifié les classes populaires, Paris, Flammarion, 2014

[3] http://www.bfmtv.com/politique/11-millions-de-vues-pour-la-video-de-dupont-aignan-quittant-le-plateau-de-tf1-1125587.html

lunedì 20 luglio 2015

FRANCIA: I PRIMI VAGITI DELLA SINISTRA NO-EURO

[20 luglio ]

L'accordo-bidone siglato da Tsipras, la resa di SYRIZA, hanno causato un terremoto politico che fa sentire i suoi effetti a scala europea.
Podemos è stato messo in una situazione di gravissima difficoltà. Il segnale che la Germania ha voluto dare, che chi vuole stare nel club euro deve rispettare le implacabili regole monetariste e liberiste, è giunto forte e chiaro in Spagna. I cittadini si chiedono: come potrà Pablo Iglesias ottenere dall'eurocrazia ciò che non è stato dato a Tsipras?

Le conseguenze si sono subito fatte sentire anche nella sinistra francese. Come sappiamo il Front de gauche, coalizione della "sinistra radicale" nata nel 2012, anche a causa della sua linea altraeuropeista e filo-euro, ha ricevuto una mazzata elettorale devastante nelle europee dell'anno passato —con i propri elettori che sono rifluiti nell'astensione o hanno votato per la Le Pen

Dal Front de gauche e su posizioni ancor più moderate ed europeiste si è staccato recentemente il Partito comunista francese (Pcf) di Pierre Laurent (nella foto sopra). Non siamo rimasti sorpresi nel leggere che il Pcf ha difeso su tutta la linea la resa di Tsipras.

In Italia il Partito della rifondazione comunista ha rilanciato le dichiarazioni incredibili di Laurent, attestandosi quindi sulla linea eurista di sostegno totale alla capitolazione totale di SYRIZA.

La novità è che il Parti de gauche —che è adesso la spina dorsale del Front de gauche— ha invece assunto una posizione opposta a quella del Pcf, ovvero di critica frontale all'accordo siglato da Tsipras. [vedi l'immagine a destra]

Degno di nota che anche Jean-Luc Mélenchon, il portavoce del Front de gauche, pur non condannando con la stessa forza la resa di Tsipras, non la spaccia per una vittoria o come una "scelta obbligata", come vanno dicendo in Italia gli Tsiprioti del Prc, di Sel e gli ex-arancioni di Rivoluzione civile.

mercoledì 30 aprile 2014

FRANCIA: IL "PARTITO DI SINISTRA" VERSO LE EUROPEE (con Tsipras ma...)

30 aprile. I nostri lettori sanno che in Francia a sinistra dei "socialisti" di Hollande la sinistra radicale è coalizzata nel Front de Gauche (Fronte di Sinistra). Il perno di questa coalizione è il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon (nella foto) che presenta sue proprie liste alle europee, con Tsipras candidato a Presidente della Commissione europea. A differenza dei partigiani italiani di Tsipras, i francesi sono molto più duri contro L'Unione europea e contro la moneta unica. Di seguito uno stralcio della risoluzione del Comitato nazionale del Partito di Sinistra adottata nella sessione del 15-16 febbraio scorso.

«Le elezioni europee sono l'appuntamento elettorale più importante dell’anno

Si tratta di una opportunità per l'opposizione di sinistra alle politiche liberiste attuate in Francia così come nell'Unione Europea (UE ) per fare punto e a capo. Fino ad ora, che i governi siano stati diretti dai liberali di destra o dai socialdemocratici, la politica economica e sociale è stata la medesima. Ogni volta che gli è stato offerto di scegliere, i partiti social-liberali hanno preferito unirsi alla destra piuttosto che alla sinistra. Questo accade in 14 dei 28 paesi. Questo è stato il caso per esempio della SP dopo le ultime elezioni tedesche. Lo stesso tipo di combinazione vale nel Parlamento europeo dove il PSE e il PPE cooperano per applicare una politica liberale ripartirsi i posti. La mutazione della socialdemocrazia europea è oramai completa: non è più uno strumento di compromesso tra lavoro e capitale, ora è oramai passato dalla parte di quest'ultimo

Quello che è vero in tutta l'UE, ora lo è anche in Francia. Il PS è ormai disciolto in questa brodaglia politica. Eletto per porre fine alla politica di Nicolas Sarkozy, François Hollande ha applicato la stessa politica di destra. Egli l’ha assunta pienamente: le politiche sul lavoro, l’austerità , i regali costanti agli azionisti, i tagli alla spesa pubblica, la politica anti-ambientalista, tutto l'arsenale neoliberista e oltre. Dopo aver lavorato per lo sviluppo del modello austeritario in Europa con la firma della TSCG [Patto di stabilità e Pareggio di bilancio, Ndr], Hollande ha spudoratamente adottato il modello tedesco della Merkel predisposto a sua volta da Gerhard Schröder. Questo modello, quello di una ripresa basata sulle esportazioni, è deleterio in quanto si basa su una competizione generalizzata tra le nazioni, sulla deflazione salariale e la convergenza sociale verso il basso.
Jean-Luc Mélenchon 

Contestualmente a questa adesione, François Hollande ha cercato di imporre al nostro Paese un'organizzazione territoriale basata su grandi regioni e "aree metropolitane", ciò in conformità con i vecchi progetti comunitari tendenti a distruggere gli stati nazionali nei quali si esercita la sovranità popolare, e ciò per favorire una concorrenza economica mortale tra i paesi europei. La capitolazione del Capo di Stato della seconda potenza economica europea porta a compimento il progetto di uniformizzazione politica dell'Unione europea. E’ la fine del mito di un'Europa sociale col quale si sono giustificate tutti gli arretramenti della socialdemocrazia. Ricordiamocelo: il PS ha sempre affermato di accettare dei trattati sempre più liberali a favore di una costruzione europea con la promessa che ne avrebbe successivamente cambiato, in realtà è il PS che ha aderito al liberalismo.

Questa cogestione leale del sistema ha conseguenze terribili per il popolo: distruzione sociale, disoccupazione di massa e pauperizzazione, diminuzione della speranza di vita, emorragia migratoria migrazione nel Mediterraneo e in Europa orientale, ascesa dell'estrema destra . L'UE è oggi lo spazio economico e politico più aperto al libero scambio, al dumping sociale, fiscale e ambientale generalizzati e dominati dalla finanza. La UE è un fattore aggravante della crisi strutturale del capitalismo. Questa politica violentemente antisociale può applicarsi soltanto a discapito delle sovranità popolari, ciò che accresce la sfiducia dei cittadini nell'Unione Europea. Queste politiche violentemente antisociali si basano su metodi sempre più autoritari: riforme legislative volte a penalizzare le mobilitazioni popolari (Spagna, Grecia), la repressione e la criminalizzazione delle lotte sindacali in tutto il continente , la violenza della polizia contro i Rom e migranti (Farmakonisi, Ceuta ). Queste politiche alimentano i fondamentalismi religiosi offensivi e le forze tradizionaliste di destra le quali, attraverso per la loro intensa attività di lobbying, sulla base di stereotipi di genere, cercano di imporre una concezione della vita, della famiglia e della morte reazionari, iniziando col mettere in discussione il diritto delle donne di controllare i loro corpi . Questa Europa non può essere riformata.

Le nostre liste saranno quindi in primo luogo quelle della rottura con l'attuale UE ed i suoi trattati, per la ricostruzione dell'Europa. Il rifiuto dell'Unione europea non è mai stato così forte nel Paese, soprattutto tra le classi popolari. La disperazione popolare aumenta. La massa dei disperati che non fa più riferimento né alla sinistra né alla destra non è mai stata così grande. Le sirene anti-europee del Fronte Nazionale trovano un eco in questo elettorato. Il nostro ruolo è quello di riunire il popolo della sinistra , ma anche quello di dare una forte risposta a questa disperazione e incarnare la rabbia popolare. Noi proporremo misure concrete e radicali di rottura. Le direttive politiche adottati dal nostro Comitato Nazionale il 30 Novembre scorso saranno calate chiaramente in questa campagna dai nostri candidati. Abbiamo bisogno di un’audace e assertiva campagna con chiare parole d’ordine. Questo è il modo per evitare la delusione della gente disperata e il rifiuto della politica.

L’ecosocialismo è la nostra bussola. Lo proporremo come un orizzonte, come avremo modo di proporre la soluzione del protezionismo solidale contro il dumping generalizzato, così come proporremo la rottura con l’euro-Merkel attraverso l’interventismo della Banca di Francia. Mentre François Hollande si è fatto in fretta e furia promotore con Barack Obama del Grande mercato transatlantico [Ttip], abbiamo bisogno di fare delle elezioni europee un vero e proprio referendum contro questo accordo. Noi affermiamo che queste interruzioni sono possibili in Francia subito, disobbedendo, senza attendere l'illusoria l'Europa sociale in cui nessuno crede. Questa è la condizione per sperare di rifondare d’accapo la costruzione europea.

A qualche mese dalle elezioni, i sostenitori del sistema si servono dell'estrema destra come uno spaventapasseri per portare gli elettori verso la "sicurezza" , vale a dire nel loro ovile. L'estrema destra, compreso il FN in Francia, è effettivamente pericoloso. Social-liberali e liberali non costituiscono un baluardo contro l'estrema destra, ne sono anzi l’incubatrice. Tutti possono vedere che è la loro austerità, i loro tradimenti, il disorientamento che seminano tra la popolazione, che stanno causando l’avanzata di idee nazionaliste e xenofobe. Barroso e la signora Le Pen sono anche le facce di una stessa medaglia. Entrambi sostengono una politica basata sulla concorrenza tra i popoli con il libero scambio sfrenato per il primo, con la svalutazione competitiva per la seconda la quale desidera cancellare la lotta di classe, chiedendo ai lavoratori di sottomettersi agli interessi del capitale.

Siccome sono le uniche a proporre una politica radicalmente diversa basata sul primato assoluto della sovranità popolare, sulla disobbedienza alla UE , sulla rottura con il liberalismo e la solidarietà tra i popoli, le liste dell’altra sinistra rappresentano l'unico antidoto a questi due mali. La vera novità è che le liste che difendono questo programma hanno la possibilità di svolgere un ruolo di primo piano, se non addirittura di diventare le prime forze di sinistra in diversi paesi europei. A cominciare naturalmente da SYRIZA in Grecia. Il leader di Syriza Alexis Tsipras, che sarà il nostro candidato alla presidenza della Commissione europea contro il sistema incarnato dal PPE e dal PSE.

In Francia la questione è la stessa. Dato il momento politico che il nostro paese sta vivendo queste elezioni hanno un valore nazionale doppio. François Hollande ha infatti già programmato una ulteriore escalation nella sua politica neoliberista con il voto sul “patto di responsabilità” dopo le elezioni europee. L'impegno che il governo ha annunciato sul patto la dice lunga sul suo quinquennato. Possiamo anche supporre (come suggeriscono le reazioni positive gran parte della destra) che egli spera di allargare la sua maggioranza sul testo a tutta o a parte dell’opposizione di destra. Nulla esclude che egli intenda chiedere il sostegno per una coalizione di governo coi liberali.

Le elezioni europee saranno quindi anche un'occasione per contribuire a sconfiggere questo progetto. Le nostre liste sono liste anti-“patto di responsabilità”. Sulla base del rifiuto della politica del governo, noi puntiamo a diventare la prima forza a sinistra causando così un terremoto politico. La nostra ambizione è quella di raccogliere una maggioranza alternativa senza aspettare il 2017. Le elezioni europee possono avviare questo processo.

Il Partito di Sinistra considera quindi queste elezioni con uno spirito maggioritario. Ecco perché cercheremo fino alla fine di unire tutti coloro che, facciano già parte del Fronte di Sinistra o meno, rifiutano la politica di austerità a livello nazionale ed europeo e insieme l'integrazione europea».

* Traduzione a cura della Redazione

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