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martedì 10 settembre 2019

L'ALA SINISTRA DELLA LEGA di Piemme

[ martedì 10 settembre 2019 ]

36 anni, piemontese, Riccardo Molinari [nella foto], è una delle teste d'uovo della Lega salviniana. Probabilmente la migliore. Mi vien da dire, la sua anima di sinistra.  Tutt'altra roba (e spessore) rispetto al fascistume capeggiato dal veronese Lorenzo Fontana, o all'ala bocconian-liberista del varesotto Giancarlo Giorgetti.
"Il povero fesso" Matteo Salvini —parole del Giorgetti, che ha ribadito come siano stati lui ed i padani a volere la fine del governo giallo-verde — sta lì in mezzo, a tenerli tutti uniti appassionatamente.

Ieri, mentre in Parlamento Conte chiedeva la fiducia, Molinari ha svolto un intervento che vi consigliamo di ascoltare. Una prolusione patriottica e sovranista impeccabile. Sappiamo (da fonti certe) che egli crede davvero a quel che dice, in buona sostanza che crede come noi che occorra uscire dall'euro e dall'Unione, per riconquistare sovranità democratica e popolare.

C'è un piccolo problema.
Al netto della condivisibile denuncia della capitolazione dei 5 Stelle ai poteri forti eurocratici, la sua ricostruzione della crisi di governo, delle sue tappe e delle sue cause, non solo faceva acqua da tutte le parti, era sostanzialmente falsa. Il suo veemente apologo era tutto teso ad assolvere Salvini e quindi giustificare la mossa di far saltare il governo giallo-verde poiché... non era più sovranista.

Caro Riccardo, sai benissimo che le cose non stanno così. Sai benissimo che è l'ala liberista e padana della Lega che, alla fin fine, ha spinto e convinto Salvini a staccare la spina. Se davvero la Lega avesse voluto spingere il governo giallo-verde a compiere passi più audaci verso una svolta anti-Ue, avrebbe dovuto sparare contro la quinta colonna eurista e mattarelliana  del governo, anzitutto chiedendo la sostituzione di Tria. E visto che a Giugno era chiaro che Conte era stato arruolato nella quinta colonna, cercare semmai l'accordo dei 5 Stelle per rimpiazzare anche lui.

Niente di tutto questo. Non solo fino all'ultimo a Strasburgo anche la Lega ha cercato di poter votare per la Von Der Leyen in cambio di importanti postazioni istituzionali — Salvini propose l'eurista Giorgetti a Commissario, non un no-euro. C'è stato momento cruciale del percorso del governo giallo-verde, è stato quando, sotto minaccia di procedura d'infrazione da parte della Ue, il governo ha accettato un compromesso con la Commissione europea che prevedeva un percorso stringente di rientro dal debito e di abbassamento del deficit. Atro che lotta contro Bruxelles! Era l'accettazione di una politica economica austeritaria in linea coi dogmi ordo-liberisti.

Tutto questo venne avallato non solo da 5 Stelle ma anche dalla Lega. 
Quella fu la prova del nove che la linea del  governo giallo-verde era dettata dal melenso Tria e dalla quinta colonna eurista.

A giugno morirono quindi, coi sogni di gloria del governo giallo-verde, le pretese della Lega di essere un baluardo del sovranismo.

Che ora, tornata all'opposizione, la Lega risollevi l'ascia di guerra, è strumentale e al contempo comprensibile, non solo per risollevarsi dal clamoroso errore d'agosto, ma per espiare il peccato mortale di giugno.

E' meglio o è peggio che  ora la Lega dissotterri l'ascia di guerra alla Unione e all'euro? E' un bene. Però c'è poco da fidarsi fino a quando si tiene in seno la serpe del liberismo padano che per vocazione guarda a nord.

Molinari di sicuro lo sa. Speriamo che non finisca a fare la guerra per il re di Prussia... 


lunedì 9 settembre 2019

SALVINI E IL MISTERO POCO BUFFO di Sandokan

[ lunedì 9 settembre 2019 ]

Che Salvini, sfiduciando e quindi causando la caduta del governo giallo-verde abbia fatto un enorme cazzata tattica mi pare sia oramai fuori discussione.
Abbiamo tentato di mostrare come i ragionamenti con cui i suoi followers per assolverlo e giustificarlo facciano acqua da tutte le parti.
C'era un complotto dei poteri forti per far cadere il governo giallo-verde? A maggior ragione la sua mossa è stata un clamoroso autogol. 
L'errore che compiono i filo-salviniani è nel manico.
Infatuati dalle sue modalità comunicative populiste si rifiutano di risalire alla causa vera della sua mossa.
Proviamo dunque a scoprire qual è questa causa, che tra l'altro svela la doppiezza del populismo salviniano.

Ricordiamo anzitutto che subito dopo le europee non furono Bagnai o Borghi a dire che occorreva andare alla elezioni anticipate ponendo fine all'alleanza coi Cinque Stelle. Per la precisione fu Giorgetti (che sparò a zero anche contro i mini-Bot), spalleggiato dai due governatori di Lombardia e Veneto.
Ed in nome di quale visione e di quali interessi questo potente pezzo della Lega chiamava a porre fine all'esperienza giallo-verde?

Questo pezzo della Lega non aveva digerito il "Decreto Dignità", lanciò strali contro il Reddito di Cittadinanza, condannava come "assistenzialista" la politica di Di Maio, denunciava coma statalista la linea dei Cinque Stelle su Autostrade, Alitalia, Ilva di Taranto. Rinnegava la vecchia posizione anti-Tav facendo del Sì alle grandi opere la propria bandiera. Ricordiamo le "madamine" e le mobilitazioni di piazza Sì-Tav che vedeva assieme Lega, Pd e Confidustria. Infine premeva per accelerare la cosiddetta  e anti-nazionale "autonomia differenziata".

Il messaggio era chiaro: più mercato e meno stato. In estrema sintesi LIBERISMO.
Domandiamoci: chi c'era dietro all'ala giorgettiana? Di quali interessi sociali essa si faceva garante? La risposta è semplice: della grande borghesia, anzitutto quella padana. Non è certo un mistero che questa grande borghesia non abbia mai gradito il governo giallo-verde.

Salvini fino all'ultimo è sembrato tenere testa a queste pressioni, giurando più volte che mai avrebbe rotto l'alleanza coi Cinque Stelle. Poi ha finito per capitolare all'ala liberista. 

Torniamo infatti ai giorni cruciali in cui Salvini ha annunciato il ritiro della fiducia. Quale è stato il messaggio fondamentale? Denunciava con veemenza i Cinque Stelle come "il partito dei no" e presentava la Lega come il "partito del sì" — un classico del simbolismo  liberista.

Quale fosse il senso è evidente: sposare gli interessi della grande borghesia, mostrare che si accettava la visione liberista della "crescita", per cui, parole di Salvini, "è l'impresa privata che crea lavoro e ricchezza, non lo Stato". Idea liberista ortodossa.

Che poi Salvini abbia creduto al Pd di Zingaretti, che quindi avrebbe ottenuto facilmente le agognate elezioni anticipate, a me pare un fatto secondario, che per altro aggrava la sua posizione.

Va da sé che il voto dei Cinque Stelle per la Von Der Leyen è stato un gesto grave e vergognoso. Anche i grillini si mettevano a inseguire la Lega nella gara per ottenere la benevolenza dei poteri forti. Era un assist prezioso a Salvini, che egli userà infatti per camuffare le vere ragioni per cui ha fatto cadere il governo giallo-verde.



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sabato 7 settembre 2019

DODICI DOMANDE AD ALBERTO BAGNAI di Leonardo Mazzei

[ sabato 7 settembre 2019]


Ancora a proposito della narrazione leghista sulla crisi

Al di là delle divergenze politiche chi scrive ha sempre avuto grande stima di Alberto Bagnai, ma la sua ricostruzione delle vicende che hanno portato alla fine del governo giallo-verde non fa certo onore alla sua intelligenza.

Capisco la scelta salviniana di intorbidire le acque — la propaganda ha le sue esigenze —, tuttavia da uno come Bagnai ci si aspetterebbe qualcosa di meglio del semplice accodamento ad una narrazione che fa acqua da tutte le parti. Una narrazione che include ovviamente alcune verità, occultandone però altre non meno importanti. Il tutto al solo patetico scopo di salvare la faccia a colui che l'ha persa.

Su tutto ciò ho già avuto modo di scrivere nei giorni scorsi, ma tornarci sopra non è inutile. Ed il testo di Bagnai ci dà l'occasione di andare al succo di diverse questioni, ponendo al senatore della Lega dodici precise domande.


Prima domanda




Già il titolo del suo articolo, "Cronaca di una crisi annunciata", vorrebbe dar l'idea che in fondo tutto era già scritto, che dunque — mossa di Salvini o meno — si sarebbe comunque arrivati in breve ad un governo M5s-Pd. Ecco allora la prima banalissima domanda: se così stavano le cose, perché agevolare quell'operazione aprendo la crisi con motivazioni ridicole (tipo, il "partito del sì" contro quello "del no") che non spiegavano nulla agli italiani?


Seconda domanda




Naturalmente, Bagnai ha tutto il diritto di pensare che invece la crisi sia stata aperta con motivazioni chiare, precise e ben illustrate. Resta il fatto che se alla maggioranza delle persone così non è parso, un motivo ci sarà. Tuttavia la seconda domanda è un'altra: se ormai la situazione tra Lega ed M5s era già prima assolutamente incomponibile, che senso ha avuto la successiva riapertura ad un governo giallo-verde bis?


Terza domanda



Sulle prime due questioni il Nostro non dice nulla, mica si può criticare (neanche di striscio) l'ex ministro dell'Interno! Ma torneremo alla fase immediatamente precedente all'apertura della crisi più avanti. Adesso voglio invece seguire, passo dopo passo, gli argomenti dell'articolo in questione.

Bagnai inizia ricordando il lungo periodo (88 giorni) che portò alla nascita del governo giallo-verde nella primavera 2018. Curiosamente, ma non troppo, egli se la prende con Mattarella per non aver allora incaricato Salvini come leader della coalizione di destra (includente in posizione di spicco quel sovranista convinto che corrisponde al nome di Silvio Berlusconi), mentre glissa invece sul ben più grave veto posto nei confronti di Paolo Savona.

La cosa è rivelatrice assai. Mentre la critica a Mattarella sull'incarico a Salvini è infondata — il presidente della Repubblica è tenuto ad incaricare non il leader della coalizione di maggioranza relativa, ma colui che può ragionevolmente ottenere la maggioranza assoluta in parlamento — la mancata critica al diktat presidenziale del 27 maggio 2018 la dice davvero lunga.

Come se la cava sul punto il presidente della VI Commissione del Senato? Egli ci dice soltanto che venne: 
«recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell'economia che non desse "un messaggio di allarme per gli operatori economici e finanziari"». 
Tutto lì? Non è un po' pochino? Non si ricorda Bagnai che a quel diktat (diktat, non raccomandazione), peraltro palesemente concordato con Bruxelles e Berlino, il leader dei Cinque Stelle rispose con la (più che motivata) richiesta di impeachment, mentre Salvini preferiva tacere? Questa è allora la terza domanda: perché la Lega non raccolse la sfida a Mattarella, accettando invece che quest'ultimo infiltrasse il governo con Tria e Moavero?


Quarta domanda



Subito dopo Bagnai ci parla dei problemi posti da quella che definisce "ibridazione tecno-politica", degli strabordanti poteri del Ministero dell'economia, del ruolo che in esso hanno, specie nelle trattative con l'Ue, tecnici sostanzialmente inamovibili. Su tutto ciò non possiamo che essere totalmente d'accordo. Anzi, nel nostro piccolo fummo i primi a parlare, denunciandone il ruolo e la pericolosità, della Quinta Colonna mattarelliana capeggiata da Tria. Tuttavia, in quattordici mesi di governo la Lega e Salvini hanno alzato la voce sui migranti, la sicurezza, la legittima difesa, gli inceneritori, il Tav, il Tap, la famiglia, per avere più soldi al nord, per Israele e contro l'Iran. Come mai — quarta domanda — il problema Tria non è mai stato posto apertamente? Non sarà che ciò sia dipeso dalle contraddizioni interne della Lega?


Quinta domanda



Ad un certo punto della sua ricostruzione il Nostro ci dice che: 
«I toni sono degenerati rapidamente con l'inizio della campagna elettorale per le elezioni europee». 
Già, sono degenerati, ma a causa di chi? Chiaro che il suo riferimento, come esplicitato nell'articolo, è rivolto unicamente ai Cinque Stelle. Ma è corretta questa ricostruzione? Ora, chi scrive non ha niente a che spartire con M5s, specie dopo la svolta eurista degli ultimi mesi, tanto più dopo l'entrata a pieno titolo nell'attuale governo della restaurazione. Tuttavia la ricostruzione di Bagnai proprio non ce la racconta giusta.

Che forse i toni della Lega nei confronti di M5s erano quelli di un alleato? Quante volte la Lega ha manifestato (con Pd e berluscones, con Confindustria e sindacati) nel mitico "partito del Pil" per imporre il Tav? Quante volte la Lega si è unita alla stampa mainstream nel deridere questo o quel ministro pentastellato? Quante volte, con la sua costitutiva arroganza, Salvini ci ha voluto far sapere che nel governo era lui (e solo lui) che comandava?

Sta di fatto che, mentre Salvini e Di Maio parlavano d'altro, il partito mattarelliano interno al governo riportava l'Italia nell'ovile eurocratico. Questo esito, che non era già scritto fin dall'inizio, è stato anche il frutto di una conflittualità interna alla vecchia maggioranza che Salvini e la Lega hanno costantemente alimentato. Non pretendo che Bagnai concordi con questa mia valutazione, ma è così assurdo pensare — quinta domanda — che sia stata proprio l'iniziativa leghista a gettare i Cinque Stelle nelle braccia del Pd, facendo così un enorme regalo alle élite eurocratiche?


Sesta domanda



Sia chiaro, tutto ciò non assolve minimamente i Cinque Stelle, il loro vuoto strategico, la loro adesione al "politicamente corretto", tantomeno la vergogna del governo col Pd ed il voto alla Von der Leyen.
Su quest'ultima questione così scrive il Nostro: 
«Nel frattempo, in coerenza con la linea euroscettica, e in dissenso verso il "cordone sanitario" al Parlamento Europeo la Lega non votava la candidata presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen». 
Vero, il voto è stato quello, ma può smentire Bagnai — sesta domanda — ciò che a noi risulta, che quel voto negativo non è stato tanto l'espressione di una chiara volontà politica di opporsi alla nuova Commissione Europea, quanto piuttosto il frutto di una mancata vicepresidenza a Strasburgo, che se invece questa fosse stata concessa anche la Lega avrebbe votato a favore della tedesca?


Settima domanda



A proposito di quelle settimane seguite alle europee di maggio, scrive Bagnai che nonostante l'evidente tradimento di Conte (e qui concordiamo in pieno), definitivamente passato nel partito mattarelliano: 
«Salvini decideva tuttavia di mantenere fedeltà all'alleato, nella speranza di ricucire gli strappi, nel frattempo incontrava tutte le parti sociali, trovandole unanimi nel richiedere un importante taglio delle tasse per lavoratori e produttori».

Ecco, qui mi è venuto proprio da mettermi le mani nei pochi capelli rimasti. Ma come, il problema sono Tria e Conte, ed anziché porre la questione della loro incompatibilità con quello che si faceva chiamare "governo del cambiamento", si convocano le parti sociali al Viminale? Per fare cosa, di grazia? Non avverte il Nostro — settima domanda — che evitare di intervenire sul vero problema politico, per ricorrere invece ad un inutile incontro al Viminale, sia stata solo una delle tante buffonate del suo "capitano" in pieno delirio di onnipotenza?


Ottava domanda



Leggiamo ancora la ricostruzione di Bagnai sulle settimane di luglio: 
«Nel frattempo Salvini aumentava la pressione sui tecnici del Governo per ottenere una legge espansiva per il 2020 con tanti investimenti e un corposo taglio delle tasse». 
Senza dubbio sarà stato così, ma la verità è che sul punto Salvini non è mai stato preciso. Non lo è stato sull'entità della manovra espansiva, tantomeno sulle tasse. Sul progetto di flat tax — sorvolando adesso sulla sua iniquità sociale, maggiore o minore a seconda delle varie ipotesi circolate — mai è stata presentata una proposta precisa. Ed il perché è chiaro: se lo si fosse fatto si sarebbe immediatamente scoperta la sua pochezza, sia dal punto di vista macroeconomico che da quello di chi le tasse le paga.
Se Siri, prima che passasse ad occuparsi dell'eolico, parlava di 50/60 miliardi, si era poi scesi a 30, poi a 20, infine (lo dicevano gli esponenti della Lega) a 10. Ora, 10 miliardi diviso 40 milioni di contribuenti fa 250 euro medi a testa, cioè 20 euro al mese. Non proprio quel «corposo taglio delle tasse» di cui parla il Nostro.
L'ottava domanda è dunque semplice, semplice: se quanto ho appena scritto non corrisponde a verità, vuole il Presidente della VI Commissione del Senato, a maggior ragione oggi che il suo partito non è più al governo, dirci esattamente come avrebbero realizzato la flat tax? Ai cittadini interesserebbe assai.


Nona domanda



Giustamente Bagnai ricorda l'ingloriosa vicenda dei minibot, sulla quale rammenta l'opposizione di Tria. Tutto vero, ma — nona domanda — non risulta al Nostro che, insieme a Conte e Tria, il principale affossatore dei minibot sia stato quel tal Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia, autorevole esponente del suo partito a tal punto che Salvini, dopo l'apertura della crisi, lo indicava come futuro Ministro dell'Economia?


Decima domanda



Prudentemente, Bagnai non parla nel suo articolo del "regionalismo differenziato". Capisco la reticenza, che vorrei poter interpretare anche come dissenso rispetto alla linea del suo partito. Tuttavia la questione ha una grande rilevanza, tanto più che non si vede come si possa riconquistare la sovranità nazionale distruggendo nel contempo l'unità del Paese. Mi permetto allora la decima domanda: cosa pensa il senatore della Lega delle pretese dei governatori delle regioni del nord?


Undicesima domanda



Torniamo adesso al momento dell'apertura della crisi. Se il problema centrale — e qui concordiamo pienamente con Bagnai — era quello del ruolo di cane da guardia delle regole europee svolto della componente mattarelliana, quella che noi abbiamo chiamato Quinta Colonna, niente torna nelle modalità di apertura della crisi. E' ben noto infatti come in quel momento Salvini non abbia neppure citato Tria, mentre si è scagliato contro i Cinque Stelle come "partito del no", quasi che in politica si dovessero dire sempre e soltanto dei "sì".

Come mai questa reticenza salviniana? Così scrivevo in un articolo di sei giorni fa:

«Mettiamoci ora nei panni di un Salvini che fosse stato davvero deciso ad affrontare lo scontro con l’Unione Europea. Cosa avrebbe dovuto fare l’ormai ex ministro dell’interno di fronte alle posizioni europeiste all’interno del governo? Semplice, egli avrebbe potuto dire: signori, qui senza una terapia choc (necessariamente da finanziare a debito) non si esce dalla stagnazione, occorre dunque portare il deficit al 3, meglio al 4%. Su questa base – e forte del consenso elettorale – avrebbe potuto chiedere un sì od un no a Conte, Tria e Di Maio. I primi due avrebbero certamente risposto picche, sul terzo non ci giurerei proprio. Se Di Maio avesse accettato la linea dello scontro con l'Ue, la strada sarebbe stata quella di sostituire Tria e Conte, andando però avanti con la stessa maggioranza gialloverde. Se invece anche Di Maio avesse detto di no, ecco che Salvini avrebbe avuto una motivazione nitida per uscire dal governo e chiedere nuove elezioni».
C'è qualcosa che non va in questo schema di ragionamento? Nel caso, avrei piacere che Bagnai ce lo chiarisse. Ma se lo schema è invece giusto, come chiunque può capire, perché — undicesima domanda — Salvini non ha scelto la strada della chiarezza, rifugiandosi invece in un incommentabile pasticcio? Lo ha fatto solo per i suoi evidenti limiti, o anche perché nella Lega comandano altri?


Dodicesima domanda




Alla luce di quanto abbiamo visto finora, non è che nella Lega le posizioni di Bagnai sono state sonoramente battute?




Breve conclusione



Un tempo, ironizzando sull'insopportabile Vendola, Bagnai ci parlava spesso di quanto fosse orribile il "Fogno europeo". Bene, non vorremmo che oggi il Nostro sia invece finito nel credere ad un improbabile Fogno salviniano.  

Noi continuiamo a pensare che tutte le forze sinceramente interessate alla riconquista della sovranità nazionale, e con essa della democrazia e dunque della sovranità popolare, dovranno un giorno unirsi per liberare l'Italia.

Molte sono però le cose da fare per avvicinare il momento di quella liberazione. Una, più semplice delle altre, sarebbe intanto quella di smettere di raccontarsi storie. No dunque alla storiella della sinistra sinistrata sulla riformabilità dell'Unione europea che dovrebbe portare all'Europa dei popoli. No alle storielle edificanti e "politically correct", tutte onestà e perbenismo, del mondo Cinque Stelle. No, infine, alla storiella di una Lega capace di guidare un percorso di liberazione nazionale.

La Lega è un'altra cosa. Le vicende di questi ultimi mesi sono lì a dimostrarlo. Proprio per questo, nelle sue ricostruzioni, Alberto Bagnai farebbe bene a non offendere troppo l'intelligenza: la sua e quella di chi lo legge.


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giovedì 29 agosto 2019

A SALVÌ, MA CHI TE PAGA di Sandokan

[ giovedì 29 agosto 2019 ]



Anche su questo blog si è insistito molto sul madornale errore tattico di Matteo Salvini. Un autentico harakiri.

Tante le spiegazioni plausibili: sindrome di Napoleone, vertigini del successo, delirio di onnipotenza, ingenuità e quant'altro.

Subissato dalle critiche, con i sondaggi in picchiata, Salvini, invece di ammettere di aver fatto una gran cazzata, si è ridotto a fare i salti mortali. Ditemi voi come altro definire la mossa di staccare la spina al governo dicendo che con quelli dei no, leggi 5 Stelle, non si può governare, poi riproporre a quelli dei no di tornare a governare assieme, addirittura proponendo Di Maio al posto di Conte.

Qui siamo al di là della tattica, siamo al Circo Barnum.

Alla fine, nel maldestro tentativo di autoassolversi e per giustificare l'avere fatto cadere il governo, tira fuori la supercazzola: "guardate che non l'ho fatto cadere io, bensì o poteri forti. C'era il complotto di Bruxelles". Idea che ha ripetuto addirittura ieri in Quirinale uscendo dal colloquio con Mattarella: "C'era un complotto per far cadere il governo giallo-verde".

Una spiegazione francamente esilarante, la cui versione sobria ce l'ha offerta il soldato Alberto Bagnai tre giorni fa.

Ora, che i poteri forti ed eurocratici non amassero il governo giallo-verde, che tramassero per mandarlo a casa, è fatto evidentissimo, ed anche per questo ero tra coloro che non gli sparavano addosso.

Orbene, i poteri forti eurocratici speravano di far saltare il governo, ed io che ti faccio?

Logica vorrebbe che uno, consapevole del complotto del nemico, resista, operi per sventarlo, si prepari alla difesa, e quindi combatta l'isolamento evitando che l'alleato si presti al gioco (del nemico).


Niente di tutto questo. Sapete io invece che ti faccio? Do una mano ai poteri forti, stacco la spina e presento la mozione di sfiducia per far cadere il governo — grazie al quale sono schizzato in alto nei sondaggi e ho dettato l'agenda.

Fossi complottista come Salvini gli direi quel che si diceva una volta: "A Salvì, ma chi te paga?"



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mercoledì 28 agosto 2019

NO AL CONTE-BIS! di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 28 agosto 2019 ]

COMUNICATO N. 10/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




No al Conte-bis! 

No alla restaurazione dei servi di Merkel, Macron e Trump



La fine del governo giallo-verde ha dunque aperto la strada alla più classica delle restaurazioni. Il nuovo esecutivo sta nascendo sotto il segno della triade Bruxelles-Berlino-Parigi, la benedizione di Trump, l’appoggio dei principali centri del potere economico, il rientro al centro della scena del Pd, ovvero del partito che meglio rappresenta interessi, trame ed umori di quel blocco dominante che ha ridotto in catene l’Italia.

Si tratta di un passaggio gravissimo, che tradisce la spinta popolare al cambiamento così come si era espressa nelle urne del marzo 2018. L’incredibile imperizia (e presunzione) salviniana, che ha portato all’apertura della crisi senza che se ne valutassero tutte le possibili conseguenze, non giustifica in alcun modo la giravolta pentastellata che sta portando al governo M5S-Pd. 

I Cinque Stelle rischiano di venire travolti da questa scelta o, peggio ancora, di trasformarsi nella componente di “sinistra” di una nuova alleanza di centrosinistra a trazione piddina, premessa indispensabile per ricostruire quel bipolarismo tanto amato dalle èlite.

Fortunatamente questo processo di restaurazione ha i suoi punti deboli, dalle contraddizioni tuttora esistenti tra i due partiti, a quelle interne a ciascun partito. Ma ancor più peserà la strutturale impossibilità di risolvere i problemi del Paese stando dentro al quadro delle compatibilità europee.

Nondimeno il Conte-bis potrà fare ugualmente danni non indifferenti, riportando l’Italia ad una piena subordinazione nei confronti sia dell’Unione guidata dall’asse Merkel-Macron e alla conferma del vassallaggio geopolitico rispetto gli Stati Uniti. Una scelta che – al di là di qualche prevedibile mossa propagandistica sull’ambiente – renderà impossibile ogni politica espansiva, ogni rilancio degli investimenti, ogni misura sociale contro la povertà e la disoccupazione.

Programma 101, nel fare appello alla parte migliore del Movimento Cinque Stelle affinché si dissoci apertamente dalle scelte miopi dei propri dirigenti, ritiene che lo sbocco più avanzato, certamente quello più democratico, della crisi attuale siano le elezioni anticipate. L’alternativa a questo sbocco è infatti solo quella (non a caso proposta da Renzi) della piena restaurazione del dominio del blocco eurocratico, stavolta con la totale integrazione di M5S.

E’ in questo contesto che diventa ancora più importante la riuscita della manifestazione Liberiamo l’Italia del prossimo 12 ottobre, una manifestazione che sta riscuotendo sempre più interesse ed adesioni.

Se, nel confronto con l’Ue, entrambe le forze del governo giallo-verde si sono mostrate alla prova dei fatti del tutto inadeguate, è ora il momento che altre forze sorgano per impugnare seriamente, concretamente, e con il necessario spirito inclusivo, la bandiera della liberazione nazionale dall’oppressione dell’oligarchia eurista.

No al Conte-bis!
Elezioni subito!
Per una Sinistra Patriottica finalmente in campo!
Tutti a Roma il 12 ottobre!


Roma, 27 agosto 2019

Gli ultimi Comunicati


CON NOI AVETE CHIUSO 18 luglio 2019

domenica 25 agosto 2019

NO AL GOVERNO PENTAPIDDINO di Leonardo Mazzei

[ domenica 25 agosto 2019 ]

Dalle catene euriste l’Italia non si è mai liberata neanche un po’. Ma se non altro, nel suo primo semestre di vita, il governo giallo-verde poneva di tanto in tanto la questione. Poi è arrivato il secondo semestre, e si è progressivamente iniziato a parlar d’altro. Siamo giunti così alla rottura salviniana, sempre parlando d’altre cose: sicurezza, Tav, “partito del sì”, taglio dei parlamentari. Un andazzo che prosegue anche ora, nel bel mezzo di una trattativa per la formazione del nuovo governo che rischia di riconsegnare il Paese al più ferreo controllo dell’oligarchia eurista.
Governo Ursula l’abbiamo subito chiamato per sottolinearne il suo segno distintivo. Un nome piaciuto non a caso a Romano Prodi. A conferma di come sia qui lo snodo della crisi, tre giorni fa — decidendo di aprire formalmente la trattativa con M5S — la direzione del Pd ha messo come prima condizione «l’appartenenza leale all’Unione Europea».

Cosa s’intenda a Piddinia City con questa formula i nostri lettori già lo sanno: piena sudditanza a Bruxelles, alle sue regole, ai suoi vincoli, alla sua politica. In una parola, alle sue molteplici catene.

La cosa interessante, che ben descrive la deriva pentastellata, è che di questo “primo punto” che ha visto unanimi tanto gli zingarettiani che i renziani, in casa M5S proprio non si discute. Si parla invece d’altro: il nome del premier, il destino di Di Maio, come combinare la riduzione dei parlamentari con la legge elettorale. Questioni che saranno pure importanti, e non solo per un banale problema di poltrone, ma che riguardano solo il Palazzo della politica, non la vita concreta delle persone. 

Sia chiaro, Lega e Cinque Stelle sono entrambi responsabili di questa situazione. E la Lega è la prima responsabile del logorio che ha condotto alla fine del governo populista. Ma sono adesso i Cinque Stelle, spinti tra le braccia del Pd proprio da Salvini, a dover decidere se il loro futuro sarà semplicemente quello di farsi riassorbire ed integrare nel sistema. Non solo andando oggi al governo col Pd, ma predisponendosi in un domani non troppo lontano ad un’alleanza organica con quel partito. Perché questa è ormai la vera posta in gioco.

A leggere i giornali, sempre così pieni di pettegolezzi e retroscena, sembrerebbe che la strada del Governo Ursula proprio in discesa non sia. Può essere, ma temo che non sia così. Troppi gli interessi che vanno in quella direzione. E’ vero, lo zero assoluto denominato Zingaretti, spalleggiato da pesce lesso Gentiloni, vorrebbe la botte piena (il governo) e la moglie ubriaca (la totale umiliazione di M5S). Un en plein francamente eccessivo ed irrealistico. Toccherà perciò a qualcuno (Mattarella?) spiegare al fratello di Montalbano l’abc della politica.

Significativo a tal proposito quanto avvenuto oggi al G7 di Biarritz, dove il polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, quasi a voler superare il veto zingarettiano, ha dichiarato che: «Il presidente Giuseppe Conte è stato uno dei migliori esempi di lealtà in Europa». Ma guarda un po’ quanto i bravi europei son preoccupati dell’Italia! 

Come finirà allora questa partita? La confusione sotto il cielo è grande e la classe dirigente italiana è incasinata assai. Difficile però credere che le élite mollino la presa. Hanno lavorato per dividere, paralizzare e sconfiggere il governo giallo-verde, possibile che allentino la morsa proprio ora che sono vicine al loro capolavoro, quello di ricostruire un nuovo bipolarismo funzionale ai loro interessi?

Vorrei proprio sbagliarmi, ma non credo che finirà in questo modo. Il Governo Ursula, cioè il governo delle rinnovate catene europee, resta ad oggi l’ipotesi più probabile. Se andrà così sappiamo già cosa aspettarci: una sterilizzazione dell’Iva compensata almeno in parte da nuove razioni di spending review; nessuna politica espansiva, ma solo qualche zerovirgola di “flessibilità”; nessun rilancio degli investimenti pubblici, ma solo incentivi alla “green economy” dei privati; nuove privatizzazioni in nome dell’efficienza, eccetera eccetera.

Naturalmente nulla a che fare con la pesantezza della “cura Monti” del 2011. Oggi neppure la Germania è così folle da chiedere qualcosa del genere. Eppoi, almeno all’inizio, un nuovo governo della normalizzazione eurista qualche caramella la meriterà senz’altro…

Quel che dobbiamo temere per il prossimo futuro non è tanto la (peraltro sempre possibile) catastrofica esplosione di una nuova crisi economica, quanto la certezza di un pantano dal quale sembra impossibile uscire. Una palude dove il Paese viene fatto sprofondare lentamente dall’oligarchia eurista e dai complici di casa nostra, con l’impossibilità di uscire dalla crisi e la certezza di un progressivo declino.

Non di solo Pil si tratta. E neppure di sola occupazione, anche se questo è il dramma di milioni di italiani costretti alla miseria ed alla precarietà. In gioco è il declino complessivo dell’Italia, della scuola e della cultura. In gioco è il futuro della sanità pubblica. In gioco la sicurezza degli anziani ed il destino dei giovani spinti ad emigrare. In gioco è il livello di ogni aspetto della nostra vita, dalla qualità dei trasporti al funzionamento di tutto ciò che è pubblico.

Questo declino è in corso da quasi un trentennio, per la precisione dai tempi del Trattato di Maastricht. Non sarebbe ora di dire basta?


Ecco, se il governo Pd-M5S davvero nascerà (chi scrive spera ovviamente di no), la spinta al declino — certo mascherata nell’immediato da qualche trovata propagandistica — non potrà che riprendere costanza e vigore.

Il 12 ottobre siamo chiamati a manifestare sotto lo slogan “Liberiamo l’Italia”. Una manifestazione che vuol dare un forte segnale di lotta per la liberazione dalle catene della UE e dell’euro, nonché da quelle dei mercati e della finanza. Una manifestazione cioè con un programma totalmente opposto a quello del possibile governo pentapiddino, il governo della schiavitù eurista. 


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