mercoledì 23 gennaio 2019

IL PATTO DI AQUISGRANA E L'ITALIA di Moreno Pasquinelli

[ 23 gennaio 2019 ]

Che il governo giallo-verde sia disfunzionale ai poteri forti eurocratici è un fatto. Lo è altrettanto che esso sia la parodia di un governo autorevole che sappia quel che vuole.

Mentre ad Aquisgrana le due principali potenze dell'Unione siglano un patto di ferro che avrà ripercussioni serissime a scala globale qui da noi si cazzeggia, ci si azzuffa, non sulla deriva del Paese, bensì su quella di qualche decina di migranti al largo della Libia. Lo spettacolo, francamente, è penoso, compresa la pantomima della discordia con Parigi — ancora una volta, sui "migranti", mica sul fatto che la potente finanza d'Oltralpe continua, senza incontrare ostacoli degni di questo nome, a fare shopping delle industrie del Bel Paese!?

Che l'Asse Carolingio tra Berlino e Parigi — il suo battesimo avvenne nel 1963 col Trattato dell'Eliseo tra De Gaulle e Adenauer — fosse l'architrave dell'Unione europea lo sapevamo. 

Con la firma del Patto di Aquisgrana — non a caso capitale del Sacro Romano Impero e luogo di sepoltura di Carlo Magno — è avvenuto un salto di qualità. L'asse si consolida, diviene un vero e proprio sodalizio strategico. L'élite europeista italiana, messa come uno zimbello davanti al fatto compiuto, è in forte imbarazzo, e tenta di sminuire la portata del patto tentando di rubricarlo, con improbabile sufficienza, allo scatto d'orgoglio di due "anatre zoppe", o di dargli una lettura politicista, come gesto tattico di contrasto in vista delle elezioni europee ai rinascenti nazionalismi e populismi o, infine, di una mera consacrazione della "Unione a due velocità". Non è così. Non è solo così.

Al netto degli aspetti tecnici, economici e militari, comunque rilevanti, del nuovo trattato, [1] esso rivela la visione e le determinazioni delle frazioni capitalistiche dominanti nei due paesi — che da soli fanno il 50% del Pil dell'Eurozona —, quelle che nei decenni hanno accresciuto senza soste la loro intercompenetrazione. [2] 

La visione carolingia, con buona pace dell'europeismo irenico, è presto detta e deriva da una diagnosi: l'Unione europea non tiene, le forze centrifughe sono preponderanti su quelle centripete, ed è quindi destinata a sgretolarsi. Berlino e Parigi fanno capire che essi non ritengono che dopo lo sfaldamento si potrà tornare allo status quo ante Ue, ad una Comunità concorde di stati nazionali formalmente sovrani. Essi considerano che le "inarrestabili" forze sotterranee che stanno dietro alla globalizzazione spingeranno forzosamente gli stati nazionali deboli e diventare vassalli delle grandi potenze geopolitiche, economiche e militari. 

Qual è dunque la prognosi? Il Patto di Aquisgrana contiene due cose in un una: da una parte il messaggio alle tre grandi potenze mondiali (USA, Cina e Russia) che Germania e Francia rafforzano la loro intesa e saranno protagoniste della contesa imperialista mondiale; poi abbiamo un vero e proprio ultimatum agli attuali recalcitranti partner dell'Unione: o aggregate i vostri scassati vagoni alla locomotiva carolingia (rinunciando alle vostre vacue pretese sovrane), oppure, d'ora in avanti, vi considereremo zone ostili da colonizzare. Un ultimatum rivolto non solo ai paesi dell'Est europa (che tra l'incudine tedesca ed il martello russo invocano come vassalli la protezione americana) ma pure al all'élite italiana, che è posta davanti al dilemma: propaggine mediterranea del blocco carolingio o continuare a fungere da longa manus degli americani?

L'élite italiota pare divisa: una gran parte, quella di dogmatica fede europeista (non solo piddina) tifa per l'asse carolingio, un'altra, più tradizionalista, pende per restare sotto tutela americana. E il "governo populista"? E' in stato confusionale, balbetta, parla d'altro. Più che navigare a vista si fa portare dalle correnti. Ma le correnti spingono in direzioni opposte, direzioni che potrebbero accentuare il dissidio tra Cinque Stelle e Lega portando alla fine del "governo populista".

In questo contesto assume grande importanza la decisione che il governo vorrà prendere, per quindi inoltrarla al Parlamento, in merito cosiddetta "autonomia potenziata" rivendicata da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Al di là delle intenzioni degli "autonomisti" qui si manifesta la potente forza calamitante che spinge il Nord del Paese verso la Germania. Una forza che ove non venisse contrastata potrebbe condurre alla dissoluzione dello Stato nazionale. Che nel corpaccione della Lega il "nordismo" sia fortissimo è cosa nota. Vedremo presto se il "nazionalismo" salviniano sia una cosa seria o se non sia invece solo il Cavallo di Troia di chi punta a sfasciare il Paese. Un Paese che le elezioni del 4 marzo 2018 hanno confermato come già spaccato in due. [Vedi grafica sotto]


Elezioni del 4 marzo 2018: il voto alla Camera
Il pallino è in mano ai Cinque Stelle che, se non per visione strategica (vattela a pesca quale essa sia), per rappresentanza d'interessi sociali dovrebbero opporsi al "secessionismo dei ricchi".

Nessuno, né a destra né a sinistra, né tantomeno nel campo populista, avanza una visione indipendente, quella di un'Italia sovrana e indipendente, che giochi una sua propria partita geopolitica e storica. Tutti, ma proprio tutti, sembrano aver introiettato la narrazione (falsa) che la globalizzazione sarebbe inarrestabile di qui la conclusione (altrettanto falsa) che non ci sarebbe futuro per stati nazionali sovrani, quindi non disponibili a farsi intruppare come vassalli in una contesa imperialista gravida di catastrofiche conseguenze.

Qui sta, oltre tutto, la funzione di una Sinistra Patriottica, quella di raggruppare le forze migliori del nostro Paese, certo attorno ad un progetto di Paese fondato sulla democrazia e l'eguaglianza sostanziale, ma un Paese che vuole contare nel mondo in virtù di una forza anzitutto politica e spirituale, come faro di una nuova civiltà. Ben sapendo, come insegnava Macchiavelli, che «Tutti e' profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono»

NOTE

[1] Il Patto di Aquisgrana rafforza di molto gli istituti comuni tra i due paesi, tra cui il Consiglio dei ministri franco-tedesco e quello per la Difesa e la sicurezza. Quindi una maggiore cooperazione militare ed una più stringente cooperazione economica. I due paesi si sono garantiti assistenza anche militare in caso di aggressione armata (!), quindi la cooperazione delle forze armate e delle industrie attive nel settore della difesa sarà più stretta. Sul piano squisitamente economico, il Patto sancisce la creazione di una "zona economica franco-tedesca dotata di regole comuni" per "favorire la convergenza tra i due paesi e accrescere la competitività": ergo: anche verso gli altri paesi intra-Ue, anzitutto l'Italia. Viene creato un Consiglio comune di esperti economici e stabilito un coordinamento per politiche neo-colonialiste comuni, anzitutto verso l'Africa. Infine (di qui la protesta dei Gilet Gialli) la trasformazione delle zone transfrontaliere (leggi anzitutto Alsazia e Lorena) in zone "speciali" come laboratori per sperimentare e avviare quella che a noi pare una vera e propria fusione federale futura tra i due stati.

[2] La Germania è il primo partner commerciale della Francia e il secondo più grande investitore estero nel Paese, oltre 4mila imprese tedesche operano in Francia con una forza lavoro oltre le 310mila unità ed un giro d'affari di 140miliardi. Da parte sua la Francia è un partner decisivo per la Germania: il secondo dopo gli Stati Uniti per esportazioni (106miliardi di euro nel 2017 e il terzo per importazioni dopo Cina e Olanda, 64miliardi). Secondo l'INSEE (l'istituto francese di statistica) 2.700 imprese francesi sono presenti in Germania dando lavoro a 363mila addetti.



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ETEROGENESI DEI FINI O CONTROGENESI DEI FINI? di M. Micaela Bartolucci

[ 23 gennaio 2019 ]

E’ vero che l’Italia ha sempre avuto a che fare con qualche forma di vincolo esterno ma è anche vero che mai è stato così forte, così evidente, così esteso e così totalizzante come in questo momento. Questa sembra essere l’era del vincolo esterno, una sorta di “sineddoche inversa” perché investe ogni segmento della nostra esistenza.

Ce lo chiede l’Europa, la scienza non è democratica, scegli la scienza vota PD, governo tecnico, fattura elettronica, blockchain, legge Lorenzin, patto per la scienza… tutte queste cose hanno un fattore comune, sono tutte forme di controllo che soggiacciono alla potente logica del vincolo esterno, sono limitazioni, paletti di contenimento, barriere invalicabili da accettare per forza che limitano la nostra libertà di scelta, che impongono una visione paternalistica grottesca, che eliminano ogni possibile forma di sovranità. «L’Europa ci chiede di rinunciare a diritti fondamentali per non far saltare un numero» [cit. Il Pedante] e così ci ritroviamo con 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà, 6 milioni di disoccupati, infrastrutture fatiscenti, ponti che crollano, strade allagate, si riducono i servizi, si abbassano le pensioni, si diminuiscono gli interventi pubblici, si degrada la scuola al rango di allevamento intensivo, si riducono i trasporti, si chiudono i reparti di maternità, si sopportano liste d’attesa inverosimili, si depotenziano i consultori, si tollerano un impoverimento costante, l’aumento dei suicidi e dei morti sul lavoro, le delocalizzazioni, un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita che va di pari passo con gli aumenti delle utenze, la kafkiana situazione delle imposte ed altre simpatiche disfunzioni. Noi dobbiamo ingoiare tutto questo per stare nel famigerato 3%, per non far salire lo spread! Non ci sono alternative!

La democrazia è svuotata di ogni valore residuo ed il suo stato di salute è, ormai, fortemente a serio rischio. Macron voleva riformare la Costituzione (la protesta dei gilet gialli ne ha impedito l’immediata attuazione) per ridurre il numero dei parlamentari, il pretesto è fare economia, la vera ragione è limitare la democrazia, in Italia ci aveva già provato Renzi, sebbene in forma un po’ diversa, ed oggi altri vorrebbero tentare, con lo stesso pretesto, qualcosa di simile. L’operazione è, chiaramente, estremamente pericolosa perché con la scusa di economizzare, come se davvero fosse un risparmio rilevante, si riducono i margini di rappresentatività e quindi della democrazia.

Questa decostruzione soggiace ad una logica aberrante «si sta coltivando l’idea che la democrazia possa essere superata da principi ad essa superiori» [cit: Il Pedante], quindi il legislatore, il politico devono farsi da parte e lasciare il posto ai tecnici, alla scienza che, non essendo democratica, secondo certi signori, non può essere messa in discussione. La democrazia è già morta, deve essere messa da parte.


I vincoli conosciuti fino ad ora, questo controllo economico, politico e sociale non è più sufficiente, bisogna andare oltre, distruggere ogni barlume di scelta, di sovranità ed allora si arriva a paventare la paura più forte, si rende necessario lo spauracchio dell’epidemia così da giungere al controllo sui corpi, quelli più fragili e che andrebbero protetti, salvaguardati, quelli dei nostri figli. La vicenda dei vaccini diviene paradigmatica, la professione medica viene esautorata, il medico non può più informare, consigliare, esprimersi… chi ha dei dubbi è tagliato fuori.

Lo stato, servendosi di una casta che Costanzo Preve chiamava, in guisa di insulto, «intellettuali manipolatori i cui servizi sono acquistati dall’apparato economico-politico come portatori di consigli per l’addomesticamento della gente», diventa terapeutico e la scienza, la medicina e la tecnologia sono le nuove entità a cui dobbiamo affidarci. La scienza non è democratica, ovvero poiché la democrazia non si applica alla scienza, la democrazia deve mettersi da parte. Il cerchio si chiude.

“Se una cosa non serve a niente, allora serve a qualcos’altro”. 
[cit. Il Pedante

La fatturazione elettronica serve ad eliminare l’evasione fiscale? No

I 10 vaccini imposti servono a fronteggiare epidemie in atto? No (la fantomatica epidemia da tetano?)

Allora servono ad altro, allora sono utili come forma estrema di controllo, totalizzante e totalitario, molto più raffinato di quanto prefigurato da Orwell in 1984. Il vincolo esterno si allarga a dismisura sino a toccare ambiti finora ritenuti intoccabili, bloccando ogni possibile libertà di scelta e rendendo impossibile ogni azione politica.


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martedì 22 gennaio 2019

IDENTITÀ, SOVRANITÀ, COSMOPOLITISMO....

[ 22 gennaio 2019 ]

VOLENTIERI SEGNALIAMO L'EVENTO PROMOSSO DA ALETHEIA
DENTRO IL PRESENTE, PER ANDARE OLTRE 




«Il neoliberismo cosmopolitico non è un’ideologia fra le altre; esso pretende di essere l’ultima, suprema visione del mondo. Suoi capisaldi sono che la politica debba ubbidire all’economia e che l’economia debba seguire le leggi di mercato. 
Affermatosi come sistema, l’ordine neoliberista ha quindi mercificato, cartolarizzato, sfasciato i tradizionali legami sociali, tolto alla sfera politica ogni autonomia, snaturato la democrazia, privato gli stati nazionali delle loro sovranità, trasferendola a ristrette oligarchie mondiali. 
Il tutto è stato presentato non solo come progresso, ma come destino irreversibile, con L’Unione Europea considerata come suo luminoso risultato. Oggi questo processo è in affanno, sotto attacco da parte di forze opposte che sono venute crescendo man mano che esso avanzava.
Forze diverse e potenti ma tutte accomunate dal fare appello al popolo contro l’élite. Esse vengono bollate come “sovraniste”. L’opposizione sovranismo-globalismo avrebbe addirittura sostituito la tradizionale dicotomia destra-sinistra. E’ davvero così? E quale sarà l’esito di questa lotta? Sul serio sarebbe regressiva l’avanzata del sovranismo? Davvero non ci sarebbe alternativa tra globalismo e revanchismi nazionalistici?»




PAOLO BECCHI Filosofo del Diritto
DIEGO FUSARO Filosofo e Opinionista
ALESSANDRO SOMMA Docente di Diritto Comparato e Giornalista

Modera l’incontro MORENO PASQUINELLI Editorialista Politico


INGRESSO GRATUITO

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LIBERARSI DAL NEOLIBERISMO di Enrico Gatto

[ 22 gennaio 2019 ]

«Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi». [George Orwell, 1984]».

*  *  *


Il neoliberismo, che è la base economica del moderno capitalismo assoluto (speculativo- finanziario), va necessariamente compreso per inquadrare le attuali dinamiche socio- politico-economiche e poiché costituisce quello che viene definito Pensiero Unico (che sostiene il primato dell’economia sulla politica).

In parole povere si tratta della dottrina economica (cui corrisponde, ovviamente, un’inscindibile ideologia politica) all’origine di tutti i nostri problemi e, semplificando, altro non è che la coronazione di un progetto di restaurazione del potere di classe da parte della “classe dominante” (risalente già agli anni venti del novecento ma iniziato ad attuarsi negli anni settanta); è la reazione delle élite che tanto avevano perso in termini di potere e di ricchezza nell’età contemporanea e soprattutto nei “trenta gloriosi” successivi al secondo dopoguerra (quando le costituzioni “socialiste” associate alle politiche economiche keynesiane avevano portato benessere ai popoli e forza alle democrazie, tanto che nello studio Crisi della Democrazia del 1975 commissionato dalla Trilaterale si parlava della necessità di apatia e spoliticizzazione delle masse e di indebolimento del sindacato a causa di un pericoloso “eccesso di democrazia” da risolvere anche con l’introduzione di tecnocrazie).
Friedrich A. Vov Hayek

Quindi, partendo dalle teorie di Von Hayek e con la Scuola di Chicago di Friedman, andò imponendosi in campo accademico questo nuovo pensiero (grazie, tra le tante, alla influente Mount Pelerin Society fondata già nel 1947 da Hayek con l’intento di aggregare varie personalità del mondo intellettuale al fine di ridiscutere il liberalismo classico della mano invisibile di Adam Smith). Essi contestarono il compromesso keynesiano del liberismo espansivo con intervento statale (l’embedded liberalism della piena occupazione e della redistribuzione della ricchezza) e suggerirono di passare alla deregulation, a politiche di tagli alla spesa sociale, alle privatizzazioni (degli utili e socializzazione delle perdite), alla finanziarizzazione dell’economia, al monetarismo, all’austerità, alla deificazione del Mercato e quindi alla definitiva sottomissione dello Stato e della Politica agli interessi economici dei potentati privati. Il tutto andò in porto grazie alla diffusione a reti unificate del nuovo credo tramite le “categorie previane” del circo mediatico, del clero giornalistico ed accademico e del ceto intellettuale (che, con la sintassi di Bourdieu, è da sempre il gruppo dominato della classe dominante). Si iniziò dal “test pilota” dopo il golpe di Pinochet in Cile del ’73 e, poi, nei primi ’80, dai governi occidentali di Thatcher, Regan, Mitterrand e Kohl per arrivare al capolavoro degli arbitrari parametri di Maastricht (fulcro dell’ordoliberismo) e della moneta unica europea a cambio fisso con banca centrale indipendente (e, sostanzialmente, privata). Fin da allora la distribuzione di ricchezza avrà un’inversione di tendenza ed andrà concentrandosi sempre più nelle mani di quella che è di fatto un’oligarchia finanziaria che non fa che portare avanti programmi a proprio vantaggio e a detrimento dei popoli (vedasi dati oggettivi sulla sperequazione crescente).

Ciò che si è riassunto in poche righe va contestualizzato all’epoca ed è “solo” la lotta di classe dopo la lotta di classe (Gallino) ovvero la ribellione delle élite (Lash); è l’operato di un gruppo, dell’1%, che fa i propri interessi a spese di un altro, quello del 99% (come è lecito, anche se non etico). Il problema è stata la mancata risposta delle “classi subalterne” e dei loro rappresentanti (politici e sindacali) che non hanno saputo interpretare e comprendere i fatti e tendono a non vederli o capirli tuttora (alcuni “stupidamente”, altri in malafede, sia a sinistra che a destra con l’esaurimento della storica dicotomia).

Bisogna liberarsi dei mantra che abbiamo introiettato: quelli del There Is No Alternative (Thatcher), dell’ineluttabile fine della storia (Fukuyama) e del “siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”; in realtà tutto è frutto di scelte politiche ed economiche deliberate e pianificate, il sistema socio-economico nel quale viviamo non è un fatto naturale ed irriformabile e, in quanto tale, non è necessario subirlo, basta pensare ed agire altrimenti (poiché, parafrasando Einstein, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato). Purtroppo però le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti (Marx).

Per giungere ad un cambiamento è necessario arrivare ad una “massa critica” di persone consapevoli che comprendano che è in atto una “guerra” (la mai estinta contrapposizione hegeliana servo-signore) e che si compattino riconoscendo il “nemico” comune da combattere (che personalmente, credo a ragione, ho identificato appunto nel neoliberismo e nelle sue ricadute politiche e sociali). 

Dal sistema economico vigente scaturisce l’onnipervasivo e catechizzante Pensiero Unico nel quale si innervano tutte le esiziali logiche sociali hobbesiane della competizione, dell’homo homini lupus, del mors tua vita mea, del do ut des, del narcisismo individualista, dell’egoismo, dell’edonismo, del materialismo, del consumismo e della spietatezza di cui è malata la nostra società nichilistica egocentrata le quali ci rendono “schiavi perfetti” poiché il velo di Maya (Schopenhauer) ci rende incapaci di vedere le nostre “pastoie” e, quindi, impossibilitati a liberarcene. 

All’interno di quel coagulo di interessi economici e di valori culturali e morali (il blocco storico di gramsciana memoria) appare chiaro come il pensiero economico egemone abbia influito cambiando la società che, come propugnava la Thatcher, davvero non esiste più, esistono solo gli individui: non più una comunità di animali sociali (Aristotele) ma una massa di homines oeconomici, di imprenditori di sè, di monadi, la cosiddetta modernità liquida di Bauman (prodromici furono i movimenti sessantottini e successivamente, grazie al neoliberismo ed alla sua sovrastruttura, il “politicamente corretto”, l’attenzione è stata sempre più focalizzata sui sacrosanti diritti individuali e civili a spese però di quelli collettivi e sociali).

Perciò, dunque, occorre una rivoluzione culturale che può partire solo da chi ha una propria coscienza infelice (Hegel) rifuggendo dalla crematistica e ritornando all’equilibrio e quindi ai concetti di misura e limite come ci insegnano gli antichi greci (oltre che tornare all’applicazione della Costituzione del 1948).

Rimane un unico ostacolo che Platone conosceva fin da 2400 anni fa: l’eventuale “liberatore” verrà dapprima deriso e finanche ammazzato da quelli in “catene”: è davvero eloquente ed attuale il mito della caverna in cui Platone descrive come una realtà mediata e manipolata viene invece percepita come “verità” dagli sventurati protagonisti che, poiché nati in cattività, non possono immaginare un’esteriorità rispetto alla caverna nella quale sono imprigionati e quindi, non sapendosi schiavi ingannati, tantomeno ambire alla libertà.

* Fonte: ALETHEIA

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lunedì 21 gennaio 2019

LA SCIENZA, LA DEMOCRAZIA E LORSIGNORI di Pier Paolo dal Monte

[ 21 gennaio 2019 ]


Cosa potrebbe accadere se la scienza diventasse ideologia e venisse canonizzata in guisa di articolo di fede, se ogni critica fosse stigmatizzata come eresia e su di essa si avventasse il Malleus Maleficarum del potere e del suo clero opportunista? Questo mi pare l’obiettivo del malaccorto “Patto trasversale per la scienza promosso da Burioni e firmato, tra gli altri, dai noti epistemologi Matteo Renzi e Beppe Grillo.
Come già evidenziato da Ivan Cavicchi, questo cosiddetto patto appare come un rabberciato coacervo di tautologie, tenuto assieme da una concezione di scienza ottocentesca, pedissequamente informata da un meccanicismo riduzionista. Una visione apodittica e fideistica che vorrebbe delimitare la sfera del concepibile definendo de jure, le categorie di ciò che può essere chiamato “scienza”, bandendo qualsiasi critica, anche fondata, dal consesso del lecito e, per ciò stesso, dell’esprimibile.

La scienza diventa così un potente metodo “governamentale”, perché, allo stesso modo delle notizie propalate dai mezzi di comunicazione di massa, crea l’immagine della realtà determinando l’“orizzonte del possibile”, ovvero i confini entro i quali devono essere delimitati il pensiero e la conoscenza. In questo modo si limita il campo delle possibili scelte, rendendole tutte impossibili poiché, secondo postulato, questo campo è definito da principi assoluti e ineludibili che, quindi, non possono costituire oggetto di discussione o, tanto meno, di scelta democratica.
Qui si può notare una sinistra concordanza con un’altra corbelleria che, in questi tempi, viene spacciata con una certa insistenza, e che recita: “La scienza (ma quale?) non è democratica”. Questa sonora scempiaggine è minata da una doppia fallacia:
1. la prima è logica, ovvero compara due “concetti incommensurabili”; la scienza è attinente al dominio cognitivo, mentre la democrazia – che è definizione di una modalità di governo – a quello politico. Per dirlo coi greci, la prima attiene all’epistème, la seconda alla praxis.
2. La seconda, invece, è una fallacia epistemologica: il metodo sperimentale fa sì che la scienza sia, da questo punto di vista, pienamente democratica. Essa ricusa il principium auctoritatis e si perché è basata sulle prove sperimentali. L’esperimento può essere considerato alla stregua di un “bene comune”, al quale (per statuto teorico) tutti possono attingere e concorrere, se non dal punto di vista pratico, senza meno da quello “veritativo”, visto prevede che sia possibile verificare ogni specifica asserzione “scientifica”.
La conoscenza del mondo, è data da un complesso di strumenti epistemici con i quali si studiano e apprendono (in senso etimologico) i fenomeni che, attraverso il metodo scientifico, vengono strutturati e inquadrati in sistemi di metafore utili a descrivere le “leggi generali” con le quali si costruisce la griglia del “sapere”. Questo sapere è sempre diveniente e sempre perfettibile; pertanto, almeno dal punto di vista teoretico, nulla è più lontano dal metodo scientifico dell’atteggiamento dogmatico del “manifesto” di cui sopra.
L’organizzazione della conoscenza si manifesta attraverso un processo di astrazione della realtà, che avviene mediante la descrizione del mondo con un sistema di metafore: rappresentazioni mentali dei fenomeni che, per loro natura, possono descrivere solo alcuni aspetti della realtà percepita, ossia quelli che sono considerati importanti dall’osservatore (scelta preanalitica), che fungono da paradigmi e modelli dei fenomeni naturali
Ogni modello, in quanto descrizione parziale della realtà, riflette soltanto una parte delle possibili interazioni tra l’osservatore e gli enti osservati. È doveroso ricordare che questa scelta preanalitica dipende sempre dalla visione del mondo dell’osservatore e, come tale, non è mai “neutrale” o “oggettiva” ma è sempre informata da una determinata visione del mondo. Si può quindi comprendere che “il discorso sul metodo”, per ciò che concerne la definizione di “scienza”, è un “poco” più complesso della visione semplicistica che traspare dal “manifesto” citato.
Inoltre, se parliamo delle relazioni tra politica e scienza, la prima non è – e non può essere – mera applicazione di postulati tecnici o “scientifici”. Il suo ambito non è quello dei postulati o delle “evidenze” ma quello dell’agire collettivo, che è basato sulla mediazione e il compromesso tra i vari interessi e le varie istanze in gioco. Pertanto, quando lo scopo è quello di convogliare ciò che è frutto di conoscenza scientifica nell’ambito delle scelte politiche, è necessario un accurato lavoro di negoziazione semantica per riuscire a giungere a un significato che sia condiviso da tutte le parti interessate, cioè a dire: un “perché”, che è la condizione necessaria per arrivare ad un “come”, ossia l’applicazione, nel mondo realmente esistente, di quella scienza che scaturisce dagli “esperti”.
Fatte queste premesse, ritengo quanto mai opportuna la proposta di Ivan Cavicchi di promuovere un patto sul modo di intendere la scienza. Essa diviene addirittura indispensabile, di fronte alle derive ideologiche circa il concetto di “scienza” alle quali stiamo assistendo, che sono sintomi di un pericoloso predominio del “pensiero calcolante” al quale è resistere tramite l’esercizio del “pensiero meditante” (per usare le definizioni di Heidegger).

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IL GOVERNO, QUOTA 100 E RDC di Sollevazione

[ 21 gennaio 2019 ]

LE CRITICHE, LA NOSTRA RISPOSTA

L'articolo di Piemme sul "decretone" del governo ha suscitato diversi commenti critici, proviamo a rispondere come redazione

* * *

Le critiche che ci vengono rivolte sono fondamentalmente due. La prima riguarda il giudizio sulle due misure prese, "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc). La seconda, più politica, è una critica al "sostegno critico" al governo gialloverde ad 8 mesi dalla sua nascita.

Sul primo punto — "quota 100" e Reddito di cittadinanza (Rdc) — bisognerebbe innanzitutto distinguere tra la critica alle misure del governo e quella al nostro giudizio politico su di esse. I commentatori tendono a non operare questa distinzione, ma in ogni caso la sostanza delle critiche è chiara: "il Rdc così come uscito nel decreto è solo un intervento caritatevole ed assistenziale di cui pochi usufruiranno". Esso andrebbe perciò respinto sia per la sua inadeguatezza, sia per la sua natura liberista.

Si tratta di una critica fondata, che ha dalla sua diversi argomenti, fatta da persone (anche se talvolta anonime) che sappiamo non essere animate da visioni pregiudiziali, che arriva tuttavia a conclusioni politiche che consideriamo errate.

Entriamo dunque nel merito, notando però una curiosità, forse rivelatrice assai. Tutte le critiche sono rivolte al Rdc, nessuna a "quota 100". Ora, siccome non pensiamo che i commentatori siano dei leghisti, il problema sta probabilmente altrove. Dove, ci arriveremo con il ragionamento.

Ha scritto Piemme nell'articolo contestato:
«Non ci sfuggono di certo gli enormi limiti delle due misure simbolo dei "populisti". Dovessimo fare l'elenco delle loro evidenti criticità supereremmo forse l'armata dei detrattori. Tuttavia, al netto di questi enormi limiti, queste due misure vanno nel senso di invertire le politiche austeritarie che vengono avanti da quasi trent'anni in nome del dogma liberista del pareggio di bilancio».

Sembrerà strano, ma se diciamo "profondi limiti" intendiamo profondi limiti. Non abbiamo dunque nessuna difficoltà a concordare con diverse critiche. Due in particolare: i paletti per la concessione del Rdc sono davvero troppo stretti; la logica che muove ampi settori del governo è effettivamente di stampo liberista.

"VIVA L'ASSISTENZIALISMO"!

Sintetizziamo questi due aspetti chiarendo il nostro giudizio: il Rdc non è un vero Reddito di cittadinanza, ma un deciso (per quanto insufficiente) intervento di contrasto alla povertà. Ed è come tale che va giudicato.

Qui c'è un primo punto di dissenso con alcuni commenti. Noi non pensiamo che le misure assistenziali siano in sé sbagliate. Se così fosse dovremmo batterci, ad esempio, per l'abolizione delle pensioni di invalidità, per quelle al minimo, eccetera. Ovvio che sarebbe un'assurdità.

Certo, il cosiddetto Rdc non solo non risolve la questione occupazionale (ne parleremo più avanti), ma neppure — come detto improvvidamente da Di Maio a settembre — sconfigge la povertà. Magari fosse così facile sconfiggere la povertà... E, tuttavia, non si venga a dire, come fa ad esempio "Rosso Nera", che il Rdc lo prenderanno solo i senzatetto. O che, lo scrive Giovanni, che si tratta solo di un'estensione del Rei di Renzi.

Secondo le stime attuali, il Rdc dovrebbe essere percepito da circa un milione e 400mila famiglie, interessando circa 3 milioni e 700mila persone. Un milione di persone in meno (equivalente a circa 400mila famiglie) rispetto a quelle (4,7 milioni) considerate in condizione di "povertà assoluta" dall'Istat. Insomma, anche se la platea effettiva dei beneficiari la conosceremo solo tra qualche mese, l'insufficienza della misura è certa. Un frutto avvelenato dei tagli imposti dall'Ue. E tuttavia...

...Tuttavia, 3 milioni e 700mila persone non sono esattamente... i "senzatetto". Ed in quanto al raffronto col Rei ci limitiamo a far parlare le cifre. Cifre illuminanti, perché i paletti di Rdc e Rei sono praticamente gli stessi. Bene, un single che col Rei poteva arrivare ad un massimo di 187,50 euro mensili, con il Rdc avrà un massimale di 780 euro. Parlando sempre di importi massimi, una famiglia di due persone poteva arrivare col Rei a 294 euro, col Rdc a 980 euro; mentre una di quattro persone passa da 461 a 1.330 euro.

Suvvia, sono ancora cifre insufficienti, ma dire che si tratta di una banale estensione del Rei, quando gli importi saliranno da tre a quattro volte, ci pare proprio un insulto all'intelligenza. Lasciamo, per favore, questo "argomento" ai Renzi, ai Gentiloni ed al giornalistume che gli fa da grancassa.

In termini generali il Rdc porterà nelle tasche della fascia più povera della popolazione 8 miliardi all'anno. Per il 2019 solo 6 miliardi, perché la misura entrerà in vigore nel mese di aprile. E' poco. A regime sempre meno dello 0,5% del Pil. Ed è una vergogna che un Paese come l'Italia non riesca a destinare ad una misura di questo tipo almeno tre volte di più, che resterebbe sempre un misero 1,5% del Pil. E tuttavia...

...Tuttavia questo poco va raffrontato al nulla dell'oggi. Quel nulla che piace tanto a lorsignori. Perché allora non vedere la cosa in positivo? Perché non considerare il Rdc, pur mantenendo le giuste critiche, come una base da cui partire per nuove e più avanzate rivendicazioni.

Il contrasto alla povertà non è "assistenzialismo", esso dovrebbe essere invece un dovere di ogni società che si pretenda civile. E se è assistenzialismo - non possiamo certo pretendere che un settantenne con la minima vada a lavorare, ma non è certo questo un buon motivo per tenergli bassa la pensione - viva l'assistenzialismo!

Ma cos'è  poi questa storia dell'assistenzialismo? Non sarà forse che si è introiettata l'idea che dei poveri hanno i liberisti? Che se son poveri è colpa loro e tali devono rimanere!

Certo, noi siamo per il lavoro e per un reddito dignitoso. Ma se intanto il lavoro non c'è, cosa c'è di sbagliato nell'aiutare chi più soffre?

C'è poi un'altra critica che viene fatta al Rdc: che non funzionerà, che creerà solo una gran confusione. Siamo convinti anche noi che vi saranno problemi. Sappiamo come funziona la burocrazia, per non parlare dei Centri per l'impiego. Ma cosa dovremmo fare allora, rassegnarsi alla totale assenza dello Stato nel contrasto alla povertà ed alla disoccupazione? Meglio, a nostro avviso, che parta un meccanismo magari difettoso ma che si potrà sempre migliorare, che stare fermi a dire che nulla si può fare.

E' vero, questa critica al possibile malfunzionamento del Rdc non c'è in maniera esplicita nei commenti dei lettori. E però, come già segnalato, colpisce negli stessi l'assenza di critiche su "quota 100". Difficile sfuggire alla sensazione che quest'ultimo provvedimento (nonostante la sua temporaneità, le finestre, eccetera) venga giudicato più accettabile perché interviene in un campo noto, mentre obiettivamente il Rdc va ad occuparne uno che nel nostro Paese è nella sostanza ignoto.

Non sappiamo se sia veramente così. Ma se lo fosse, viva la novità! Avremo se non altro un nuovo terreno di azione. Magari, alla verifica dei fatti, dovremo criticare in maniera più dura di oggi il contenuto del decretone. Ma, come già detto, esso può essere la base per nuove rivendicazioni, a partire da una battaglia per un deciso aumento dei fondi necessari. Aumento legato in primo luogo ad un ampliamento della platea dei beneficiari, con una revisione ragionata dei paletti attuali.

Ma c'è una rivendicazione ancora più importante. Il vero punto debole del Rdc è che esso non potrà dare granché come strumento per ridurre la disoccupazione. Questo per una ragione molto semplice: il lavoro non lo creano né i corsi, né i Centri per l'impiego. Neppure lo creano le aziende, come dice Confindustria a dispetto di ogni evidenza.

Il lavoro, che insieme alla natura, è la fonte di ogni ricchezza, è legato a tante variabili. Il problema è che nel capitalismo il profitto comanda sul lavoro. Ed esso si nutre anche della distruzione della capacità di lavoro di milioni di persone, accrescendo così disoccupazione e precarietà. Anche per questo il socialismo è necessario.

Ma stiamo adesso all'oggi. Il Rdc potrà diventare una forma di passaggio dalla povertà e dalla disoccupazione ad un lavoro dignitoso e dignitosamente retribuito ad una sola condizione: che lo Stato entri con entrambi i piedi nel campo dell'economia. Che esso assuma un ruolo centrale nei settori strategici e nella programmazione economica. Che esso elabori un vero Piano del lavoro basato su un programma di investimenti socialmente utili (leggi qui).

E' questa la rivendicazione decisiva, insieme alle altre prima indicate, che dovrebbe essere assunta nei confronti del governo. Non la litania secondo cui il Rdc non serve a nulla, è uguale al Rei, è liberista, eccetera, eccetera. E, forse ci sbaglieremo, ma noi riteniamo che per sostenere queste rivendicazioni il Rdc è meglio averlo benché inadeguato, piuttosto che non averlo per poterne immaginare uno perfetto.

"ALL'INIZIO MA ORA NO..."

Passiamo ora all'altra critica, quella che attiene al giudizio sul governo gialloverde.

Questa critica è stata espressa nel modo più compiuto da Francesco F. Leggiamo:
«Sinceramente non riesco più a seguire la logica seguita da Sollevazione. Lo dico senza alcun intento polemico, intendiamoci. Potevo comprendere il "sostegno critico" al governo ALL'INIZIO... nei primi mesi...(...anch'io, pur non votandolo, riponevo molte speranze di un CAMBIAMENTO nel nuovo esecutivo... Speranze tradite...) MA adesso non lo comprendo più... Dopo la farsa della trattativa sul deficit... La farsa del reddito di cittadinanza riservato solo a chi sta in mutande e vive sotto i ponti... Dopo il progetto del federalismo portato avanti dalla Lega (...un progetto di chiara marca "EUROPEISTA"... Come Voi stessi avete sottolineato...)... Dopo le DISGUSTOSE PERFORMANCE di Salvini e C. (...PENTASTELLATI COMPRESI) in Italia e nel mondo (...da Ciampino a Gerusalemme...) Dopo tutto questo, è ancora giustificabile il "sostegno critico"?».

Caro Francesco, del Rdc abbiamo detto qui quel che pensiamo. Sul resto non abbiamo certo fatto mancare le nostre critiche al governo. Critiche espresse in tanti articoli, ed in maniera più compiuta in diverse risoluzioni di Programma 101 sulla trattativa con l'UE, sul regionalismo differenziato, contro il decreto sicurezza e su alcune uscite in campo internazionale.

Ora ci dirai, ma non è ancora venuto il momento di tirare le somme? Il fatto è che la nostra posizione si basa su due capisaldi:
1. La necessità, in questa fase storica, di posizionarsi nel campo populista proprio per impedire che esso diventi solo una sterminata prateria della destra. 2. Un'analisi sulla gravità della crisi dell'Unione Europea, che ci pare confermata dai fatti (vedi Brexit), e che ci fa intravvedere tempi di precipitazione ben più brevi rispetto a quelli previsti da altri.

Da qui la priorità assoluta della lotta alle èlite. Da qui quella di impedirne un recupero nella situazione italiana.

Dopo di che ogni cosa ha un limite. E — nel bene come nel male — la soglia decisiva sta nel ruolo oggettivo che il governo gialloverde, le aspettative che ha creato, le contraddizioni che genera, hanno oggi ed avranno nei prossimi mesi nel quadro europeo.

Al di là dei nostri pochi mezzi, il momento richiede grande lucidità. Consapevolezza di qual è il nemico principale — che resta il blocco sociale neoliberista ed eurocratico incarnato politicamente, anzitutto, dal PD —, di quali sono le priorità. 

Domani le valutazioni di oggi potrebbero cambiare. 
E se il governo gialloverde dovesse davvero diventare un elemento di stabilizzazione nel quadro europeo, piuttosto che di oggettiva destabilizzazione come è stato in questi mesi, saremo certamente i primi a prenderne atto.

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domenica 20 gennaio 2019

FANFANI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA di F.f.

[ 20 gennaio 2019 ]

Nel momento in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito popolare italiano, quindi s'incensa la contraddittoria figura di Don Luigi Sturzo — da una iniziale posizione democratica e dunque antifascista egli, nel secondo dopoguerra, si fece alfiere del più duro liberismo economico — ci pare importante ricordare la figura di Amintore Fanfani, importante costituente e decisivo architetto della Repubblica. 
Non condividiamo tutto quanto scritto nell'articolo che segue, tuttavia ci pare debba essere presa in considerazione la tesi dell'autore, quella che segnala come, attraverso Fanfani, di contro ad una vulgata che vuole vedere solo gli elementi di rottura con il defunto regime fascista, quelli di continuità insiti invece nella Costituzione del '48 e nella Repubblica. Su un punto ci pare l'autore non riesca a cogliere la peculiarità della Costituzione, che non è solo l'idea di Stato (che non sarà più il liberista "guardiano notturno" ma ente preposto alla salvaguardia delle eguaglianza sostanziale) ma, appunto, la funzione legittima del conflitto sociale e di classe, individuato (e quindi proposto) come paradigma altrettanto sostanziale della democrazia costituzionale. In questo senso, almeno a noi così pare, venne sconfitta in sede di Costituente, la concezione organicistica fanfaniana.


*  *  *

Premessa

Nel mondo sovranista italiano dei nostri giorni, la grande conoscenza in ambito giuridico e economico si associa purtroppo a una quasi generale miopia politica. Questo limite emerge evidente nell’ermeneutica della storia di Stato italiana. Il rimpianto, per molti versi pur legittimo, dei “gloriosi Anni Sessanta” e la retorica della Carta costituzionale del ‘48 non corrispondono ad una seria e scrupolosa analisi politica di quel contesto. Giuristi ed economisti ci presentano una lettura degli eventi declinata sul piano fenomenico ed empirico sociale, da cui si rileva però la negligenza dell’elemento politico, che fu viceversa, almeno a mio parere, centrale. 
Troviamo così oggi “sovranisti” che dicono di ispirarsi a Pertini, a Lelio Basso o a Mattei come padri ideologici; altri ci presentano la Carta del ’48 e la “sinistra democristiana” addirittura come forme di socialismo; ancora altri finiscono per identificare la politica economica keynesiana con quella di una sinistra rivoluzionaria di Stato. 
Con questo articolo, si vorrebbe solo chiarire chi fu che concretamente costruì l’architettura di Stato italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale e con quali fini e ambizioni lo fece. 

Amintore Fanfani architetto della Repubblica

La Costituzione del ’48, così come il processo di modernizzazione del dopoguerra italiano, si realizzano in gran parte grazie all’azione dello statista democristiano Amintore Fanfani (1908-1999). Le scelte operative più significative della politica economica e sociale di Fanfani furono: il rilancio dell’Eni, il varo del piano siderurgico Senigallia, la costituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali, la creazione della Intersind. Tali strumenti dotano la Dc di un agevole accesso alle risorse e ad un autonomo finanziamento in grado di sottrarla ai condizionamenti della Confindustria e dell’oligarchia monopolistica e bancaria. Fanfanismo significa dunque autonomia della politica e supremazia della stessa in ogni campo sociale e civile. 

I campi nei quali Fanfani impone le aziende di Stato sono quelli della ricerca, della distribuzione energetica, della produzione; lo “Stato imprenditore” ed innovatore, nella visione dello statista, riduce i costi in modo da consentire l’accumulazione e l’avanzamento tecnologico e si può affermare grazie a una organica presa di posizione anti-monopolistica. Fanfani interventista e “neo-volontarista” ben più che keynesiano, diviene così il teorico della Terza Via, oltre capitalismo e marxismo, capace di assicurare una maggiore giustizia sociale con metodi differenti da quelli della lotta di classe antagonista. 

Essenziale, per la Terza Via, è una economia mista pubblico-privato, ottenuta mediante l’intervento dello Stato per rimuovere i monopoli parassitari, con la primaria garanzia di forti protezioni doganali e semi-autarchiche e con una disponibilità, per il governo, di risorse da ridistribuire per attenuare le disuguaglianze. 
Il “neovolontarista” Fanfani si distanzia da smithiani e marxisti “per la loro cieca fiducia nella natura” e quindi per la loro “predica della politica del non intervento” statale [A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche. Il naturalismo, Milano 1946, p. 252]; lo statista aretino si pone in una posizione antitetica sia rispetto al liberismo, sia rispetto all’economicismo della tradizione liberale, sia rispetto al marxismo. 

Quella fanfaniana, fatte salve le differenze (e certo in un contesto storico del tutto diverso da quello tra le due guerre mondiali), è una visione che appare in sostanziale continuità con la concezione del mondo dell’organicismo “corporativistico” e “volontaristico” fascista — di cui il futuro statista democristiano era stato infatti, negli anni del regime, uno dei massimi teorici —, che considera la piccola proprietà privata il bene sociale primario da proteggere ed incentivare e che vede nel conflitto sociale, di classe, il primo ostacolo da rimuovere e eliminare, in quanto male generato dalla “economizzazione” dei rapporti tra gli uomini e dalla conseguente lacerazione del tessuto sociale. 

La frequentazione culturale con la corrente cattolico-sociale dossettiana non ha eccessiva valenza ideologica-politica, data la intima impolicità del dossettismo. Di conseguenza, dal punto di vista del fanfanismo politico non si mette giuridicamente in discussione il controllo privato dei processi di accumulazione, ma eventualmente l’allocazione finale, come fece del resto anche il fascismo allorché passò definitivamente alla fase autarchica, con lo Stato banchiere, imprenditore, industrializzatore, che pretende di avere l’ultima parola su tutto [R. De Felice, Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Torino 1981, pp. 175 e segg]. In questo senso, però, Fanfani è anche poco “modernista” e assai lontano dalle dottrine neo-capitalistiche che considerano il conflitto come fisiologico e condizione ineludibile per lo sviluppo della società e per l’evoluzione dell’uomo. Ed infatti il fanfanismo — contro la destra conservatrice democristiana — proclama a grandi lettere il principio dell’elevazione degli umili: ma sono gli uomini di nobili sentimenti cristiani, come lo sarebbe l'élite politica fanfaniana allora dominante, che possono lottare in favore dei poveri, non i poveri che si risvegliano e lottano. In questo senso ha ragione un filosofo cattolico come Del Noce — antifascista per coerente scelta filosofica e non per anatema —, il quale sostenne. nei primi Anni Sessanta. che la sinistra democristiana fanfaniana attuò definitivamente quei disegni economici e sociali che il fascismo aveva iniziato a prospettare e concretizzare dagli Anni Trenta.

La logica politica della Dc è una logica di fazioni e correnti; nella concezione e nella pratica politica fanfaniana, la Dc, a differenza del centrismo degasperiano e poi andreottiano, non è un partito moderato o conservatore, ma sociale e “nazionale”. Deve incarnare la rappresentanza di tutti gli interessi presenti nella comunità per mediarli, sulla base di ideali di giustizia sociale e vago solidarismo orientato all’organico bene comune, sempre allo scopo di evitare e prevenire fratture sociali. 
La Dc fanfaniana, si ricorderà la retorica di quegli anni, “partito d’Italia e degli italiani”. Si tratta perciò, per quella fazione neo-corporativa della Dc, la cosiddetta “sinistra
democristiana” caratterizzata dall’egemonismo ideologico fanfaniano, di battere le forti posizioni monopolistiche e di rendita parassitaria, che pretendono la difesa dello status quo, per liberare il “mercato di stato” e la “borghesia di stato” italiane da una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro, rispetto agli imperialismi costituitisi a controllo delle principali fonti energetiche e della ricerca scientifica più avanzata. 
Il partito della “sinistra democristiana” è così il partito dei “funzionari di stato” certamente contrapposto al capitalismo monopolistico ma, allo stesso modo, contrapposto radicalmente al proletariato metropolitano. 

Così la politica di Fanfani statista della “Nuova Italia” sovrana si salda alla politica mondiale da basi italianistiche e fortemente mediterranee. Fanfani, a differenza di quanto si è scritto e si continua a ripetere, non è neo-atlantista. Neo-atlantista Gronchi, neoatlantista Mattei, neoatlantista ambiguo, probabilmente, lo stesso Pella. Atlantisti De Gasperi e Andreotti. Fanfani no. Cosa è il neoatlantismo? E’ il tentativo di superare la Francia legandosi a doppio filo agli Stati Uniti e gli stessi inglesi e poi, dopo l’uscita gollista dalla Nato, alla stessa Nato. Il neoatlantismo si traduce dunque in Parigi nemico principale. Tutt’altra la dimensione geopolitica fanfaniana. Lo statista aretino, a ben vedere sulla scia di Mussolini, nella storia italiana, è l’unico che ha un progetto finalizzato a combinare l’indipendenza sovrana con una autentica ambizione imperialistica o comunque “espansionistica” mediterranea. L’Italia, dopo il Risorgimento, rimane di fatto, sino agli Anni Venti del 900, una colonia geopolitica ed ideologica anglosassone, che svolge una costante opera di contrasto, “subimperialista”, verso Francia e Germania [1]; lo stesso Crispi, considerato un po’ superficialmente dalla storiografia ufficiale un “imperialista italiano”, non si pone il problema, che invece nella pratica dell’indipendenza sovrana dovrebbe essere centrale, di affrontare e risolvere la questione del peso assunto nel Belpaese dalla Massoneria coloniale britannica dopo l’unificazione. 
L’espansionismo e il mediterraneismo fanfaniani, dopo la sconfitta fascista del ’45 e nel pieno della retorica antifascista che caratterizza la stessa Dc, non può evidentemente basarsi sul militarismo e sull’espansionismo politico diretto; assume perciò la forma geopolitica declinata sul piano economico e culturale. Delio Marotti, capo-redattore romano della “Gazzetta del popolo”, massimo propagandista della nuova missione italiana di radice fanfaniana, teorizza la distinzione tra “borghesia di stato” e “borghesia plutocratica”, occidentale e americanizzata, che esporta capitali fuori dall’Italia e che colpisce deliberatamente la politica sociale fanfaniana [2]. In un saggio del ’59,”Il voto e il governo del 25 maggio” (del ’58 ndc), Marotti delinea appunto l’opzione espansionistica italiana del partito fanfaniano, presentata come “filoarabismo”, e la minaccia conseguente del cosiddetto “capitalismo finanziario” globale occidentale alleato della Confindustria, ostile all’Italia sociale e produttrice.

Il fanfanismo si radicalizza infine, nel contesto, italiano proprio come un gollismo mediterraneo, ma su un piano più accentuatamente sociale. Quanto di più lontano vi può essere sia dall’atlantismo sia dal neo-atlantismo. Ben più “statalista” del gollismo “tecnocratico” parigino, che continua a convivere, nonostante i grandi piani statali, con larghe zone interne di liberismo. Il generale francese considera in quel contesto lo statista aretino l’unico alleato politico affidabile in occidente e lo esorta alla creazione di un “governo di unità nazionale”, con i fascisti del Msi e con il Pci. 
Fanfani non coglie il momento politico che gli si presenta e il realismo fanfaniano degenera in machiavellismo deteriore; fallisce così il suo proposito di democrazia organica, autoritaria di radice gollista. La democrazia plebiscitaria e dell’ “identità” vagheggiata dal partito fanfaniano della sinistra democristiana è quanto di più antindividualistico ed antiatomistico sia scaturito dalla pratica di governo dell’Italia del dopoguerra. Fanfani, però, a differenza degli altri esponenti di vertice della Dc, compresi Gronchi e Mattei (massimamente detestato e quasi sicuramente ucciso proprio dai gollisti), non solo non è atlantista ma non è nemmeno particolarmente favorevole al processo di integrazione europea come si sta sviluppando: “le sue iniziative mediterranee lo stanno a dimostrare” [3]. Giorgio Galli parla del progetto fanfaniano come contrassegnato da una politica estera autonoma, espansionistica e da una politica interna da uomini forti e elitistica. Fanfani teorizza un terza forza, con centro Parigi gollista, oltre la Nato e il Patto di Varsavia. In vari documenti d’intelligence britannica e che secondo Davide Faenza risalirebbero alla regia di Kissinger Fanfani è considerato, De Gaulle a parte, l’uomo politico “occidentale” più avverso all’ordine globale liberista, sospettato addirittura, con La Pira, di malcelata simpatia per Giap e Ho Chi Min, con cui aveva peraltro avviato trattative diplomatiche contro il parere del centrismo Dc. Lo stesso Togliatti parla di un’opposizione diversa che il Pci deve riservare a un buon statista come Fanfani e gli abboccamenti, sul piano sociale, con l’Istituto di studi corporativi del Msi sono espliciti e pubblici. 

Con le pressioni americane e anglosassoni antifanfaniane, dai primi Anni Settanta, si radicalizzano quelle interne, rappresentate dalla fazione Agnelli-Pirelli-Confindustria che punta al famoso “compromesso storico”. Il “capitalismo di stato” della fazione Cefis-Fanfani rimane su una posizione di intransigente anticomunismo, nel già segnalato progetto della concertazione “neo-corporativa”. Certamente, il “compromesso storico” è una tattica interna neo-liberistica e oligarchica finalizzata alla dissoluzione dello Stato sociale italiano che è stato, nessuno lo può negare, ben salvaguardato dall’elite politica fanfaniana. 

9 maggio 1979. Durante una messa in memoria di Aldo Moro,
il militante democristiano Angelo Gallo tira le orecchie ad
Amintore Fanfani gridando: Troppo morbido con i comunist
i!
Arrivo alle conclusioni. Fanfani fu un buon statista, avverso al liberismo? Certamente sì. Secondo don G. Baget Bozzo, che in gioventù è stato uno dei collaboratori più appassionati di “Cronache sociali”, si deve a Fanfani, nell’elaborazione della Costituzione del ’48, non solo la definizione dell’art.1 ma anche la formulazione ideale dei fini generali dello Stato, che diviene proprio la base della contrapposizione al liberismo atomistico einaudiano e dell’accoglimento dei compiti positivi dello Stato nell’ordine economico. Il secondo comma dell’art.41 è ad es. fanfaniano: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Secondo Fanfani, la modalità più efficace di estinzione del liberismo è rappresentata dalla partecipazione politica, corporativa, della rappresentanza sociale e produttiva in “Consiglio Nazionale del Lavoro” mediante un controllo democratico e mediante consigli di gestione che fiancheggiano la direzione tecnica aziendale, con la stessa partecipazione agli utili dei lavoratori. Riconosciuto ciò, va però visto anche dell’altro. Anche lo Stato fascista fu antiliberista, ma al tempo stesso fu antiproletario e antisocialista. Lo stesso va detto, mutatis mutandis, del partito statalista fanfaniano. Il costituente Fanfani, un fervido e radicale anticomunista, non risolve mai il suo debito ideologico con il Corporativismo fascista teorizzato da Arias e dai maestri della Cattolica. L’umanesimo del lavoro fanfaniano, che deriva dal Toniolo e dal Sombart, non corrisponde simmetricamente a quello immanentista gentiliano, ma tantomeno corrisponde a quello teorizzato da Marx nella sua formulazione della “legge del valore”. La fase cattolico-sociale dossettiana, a ridosso e subito dopo la Seconda guerra mondiale, finisce per rafforzare questo bagaglio organicistico del futuro statista. Le radici ideologiche del fanfanismo sono quindi assolutamente antisocialiste. Difendere oggi la Carta del ’48 significa essere democratici e, di conseguenza, antiliberisti. Ma questo, sul piano della dottrina economica e politica, non è socialismo, chiaramente. 

La socialdemocrazia "neo-giacobina" e di sinistra radicale [4], della Presidenza Mitterand potrebbe per certi versi, allora, essere sul piano di dottrina economico-politica ben più interessante dello statalismo volontarista fanfaniano, qualora si punti come prospettiva di civiltà ad uno stato neo-giacobino, democratico-rivoluzionario, basato sul presupposto della democrazia sostanziale e dell’uguaglianza sostanziale e non a uno stato vagamente democratico-sociale e neo-corporativistico.

NOTE


(1) Interessanti e a mio avviso centrate riflessioni al riguardo, si trovano in Fasanella Cereghino, Il Golpe Inglese, da Matteotti a Moro le prove della guerra segreta, Ed. Chiarelettere 2011.
(2) G. Galli, Fanfani, Feltrinelli 1975, p. 84.
(3) Ivi, p. 10
4) M. Gervasoni, Francois Mitterand, Einaudi 2007.

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