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sabato 12 agosto 2017

ANARCO-IMMIGRAZIONE: ANCHE BERNIE SANDERS DICE NO

[ 12 agosto 2017 ]

Giorni addietro davamo conto delle posizioni sull'immigrazione sia di Geremy Corbyn —CORBYN: NO ALL'IMMIGRAZIONE ALL'INGROSSO— che di J. L. Melenchon —IMMIGRAZIONE: MELENCHON NON PIACE PIÙ AI COMPAGNI ITALIANI.

E segnalavamo come, a causa del loro rifiuto dell'anarco-immigrazione, entrambi non sono più nelle grazie della sinistra-sinistrata italiota. 
Un'altra tegola si abbatte adesso sui fondamentalisti dell'accoglienza a prescindere. Si tratta delle affermazioni di Bernie Sanders. Dopo essere stato portato sul palmo della mano dall'élite della sinistra "radicale", facile immaginare che cadrà in disgrazia anche lui. Ora i sinistrati sono davvero orfani, non resta loro, come mentore, che il gesuita Papa Bergoglio.

Veniamo a sapere della tegola dall'amico Thomas Fazi che ha tradotto nella sua pagina facebook, uno stralcio di una lunga intervista rilasciata a fine luglio a Ezra Klein (vedi più sotto tutta la registrazione). Riportiamo il decisivo passaggio sull'immigrazione.


«EZRA KLEIN. Da socialista democratico quale sei, hai naturalmente un approccio internazionalista alle cose. Se guardiamo alla questione della povertà globale, per esempio, immagino che questo approccio ti porti alla conclusione che negli USA dovremmo aumentare notevolmente il livello dell'immigrazione, e magari anche adottare una politica di apertura totale delle frontiere...
BERNIE SANDERS. Apertura delle frontiere? Questa è una proposta di destra.
EZRA KLEIN. Ma arricchirebbe molti poveri nel mondo...
BERNIE SANDERS. Sì, e renderebbe più poveri gli americani. sarebbe la fine del concetto di Stato-nazione. Se credi nell'idea di Stato-nazione, ritengo che tu abbia anzitutto il dovere di fare tutto il possibile per aiutare le persone nel tuo Paese. I conservatori, i padroni in questo Paese non sognano altro che una politica di frontiere aperte, per portare dentro gente disposta a lavorare per 2-3 dollari l'ora. Per loro sarebbe una manna dal cielo. Io la penso in maniera completamente diversa. Io penso dovremmo aumentare i salari. Penso che dovremmo fare tutto il possibile per creare milioni di posti di lavoro per le persone attualmente disoccupate in America. Sai qual'è il tasso di disoccupazione giovanile negli USA oggi? Il 33% per i laureati bianchi, il 36% per gli ispanici, il 51% per gli afroamericani.Pen si veramente che dovremmo aprire i confini e portare dentro il Paese masse di lavoratori a basso costo? Non pensi che forse dovremmo cercare prima di tutto di creare posti di lavoro per quei ragazzi disoccupati? Penso che da una prospettiva morale abbiamo il dovere di lavorare con il resto del mondo industrializzato per affrontare il problema della povertà internazionale, ma non è impoverendo le persone in questo Paese che si affronta il problema».

Ogni parola in più è superflua, salvo sottolineare che nelle condizioni sociali date, il filantropismo simil-umanitario per cui "via le frontiere, entrino tutti", non è solo una bestialità politica, è una posizione immorale.

giovedì 23 febbraio 2017

LE QUATTRO IDEUZZE DELLA SINISTRA “GLOBALISTA” di Carlo Formenti

[ 23 febbraio ]

Correva l’anno 1981 quando il manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva —cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo— che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…
Si trattò di un incidente di percorso irrilevante rispetto al ruolo che il Manifesto svolgeva a quei tempi, ospitando un confronto alto fra le migliori intelligenze della sinistra italiana (e non solo). Oggi la sua capacità di assolvere a questo compito si è decisamente appannata, eppure una caduta di livello come quella della “recensione” che Marco Bascetta ha dedicato al mio ultimo lavoro (“La variante populista”, DeriveApprodi) fa ugualmente un certo effetto. Ho messo fra virgolette la parola recensione, perché —più che di questo— si tratta di una tirata ideologica contro i populismi —etichettati come protofascisti—  che incarna il punto di vista d’una sinistra “globalista” schierata al fianco del liberismo “progressista” contro questo nemico comune.
Ma torniamo al libro: anche in questo caso l’intenzione è stroncatoria, ma la disarmante superficialità con cui ne vengono criticate le tesi stride con il notevole spazio dedicato all’impresa: una pagina intera per liquidare un saggio che viene definito confuso, contraddittorio e pretenziosamente ambizioso!? Non sarebbe bastato un colonnino o, meglio ancora, non era semplicemente il caso di ignorarlo? Evidentemente, c’è chi giudica le mie idee pericolose al punto da giustificare tanto impegno, peccato che il “killer” non si sia dimostrato all’altezza del compito, limitandosi a stiracchiare quattro ideuzze che avrebbero potuto stare comodamente in venti righe. Mi sono chiesto se valesse la pena di spendere energie per replicare visto che, da quando è uscito il libro, ho ricevuto tali e tanti attacchi —e insulti— che ormai mi rimbalzano. Alla fine ho deciso di farlo, perché ritengo che le quattro ideuzze di cui sopra incarnino una visione che merita di essere duramente contrastata.

Prima ideuzza: Formenti è cattivo, insiste nell’adottare quello stile corrosivo della polemica politica che è sempre stato —da Marx in avanti— tipico di una certa sinistra anticapitalista, ma questa modalità reattiva (tornerò fra poco sul senso di tale aggettivo) “col passare del tempo” (stiamo parlando di mode letterarie?) ha finito per “prendere di aceto”. Analoga accusa mi era stata rivolta tre anni fa da Bifo, a proposito di un precedente lavoro (Utopie letali): Formenti è “antipatico”, fa le pulci a tutti e così via. È una critica che esprime bene la visione di quei seguaci della “svolta linguistica” che rifiutano a priori la possibilità/necessità di difendere la “verità” di un punto di vista di parte (di classe, politico, culturale): per costoro il conflitto non è mai ontologico, oppone solo opinioni, punti di vista soggettivi, “narrazioni” che non competono per il potere ma per “informare” di sé il mondo (è la concezione “debole” dell’egemonia gramsciana, tipica dei cultural studies angloamericani).  
Seconda ideuzza: a questa modalità reattiva del discorso, corrisponde una pratica politica fondata sul rancore e sul risentimento che “sono il contrario esatto di ogni attitudine costituente”. Purtroppo Bascetta non ci illumina su quale dovrebbe essere questa “attitudine costituente”, in compenso ci fa capire: 1) che l’odio di classe e il rancore per i torti subiti sono incompatibili con qualsiasi progetto di trasformazione sociale; 2) che chi crede perfino di poter indicare i colpevoli dei torti in questione è destinato a finire nelle braccia dei demagoghi fascisti. Questo doppio passaggio è denso di significati impliciti: sul piano filosofico, implica l’abbandono della prospettiva marxista in favore di quella nietzschiana (da cui le pippe contro il risentimento e la natura reattiva dell’odio sociale), sul piano politico implica la negazione dell’esistenza stessa di un nemico di classe (effetto di un foucaultismo sui generis che neutralizza il conflitto fra soggettività antagoniste, sostituendolo con un percorso di autonomizzazione/autovalorizzazione).     
Terza ideuzza: perché la visione antagonista del conflitto sarebbe destinata a portare acqua al mulino dei fascisti? Perché chi ne è sedotto è portato ad affidare il proprio riscatto alla figura di un redentore, a un capo carismatico. Ergo, il populismo è un incubatore del fascismo. Nei giorni precedenti il Manifesto aveva pubblicato un interessante dossier su Podemos, seguito da un bell’articolo di Loris Caruso sul congresso di Vistalegre; invece nell’articolo di Bascetta non vengono fatte sostanziali distinzioni fra populismi di destra e di sinistra, al punto che, anche se ciò non viene esplicitamente detto, il lettore potrebbe dedurne che Trump e Sanders, Marine Le Pen e Podemos, Alba Dorata e M5S vanno considerati tutti sullo stesso piano, a prescindere dalle loro differenze (ivi compreso il ruolo diverso giocato dai rispettivi leader). Del resto, Bascetta si guarda bene dal discutere la mia analisi critica delle teorie sul populismo di Laclau e Mouffe, nonché il mio tentativo di reinterpretarle alla luce sia delle categorie gramsciane di egemonia, blocco sociale, guerra di posizione, ecc. sia delle esperienze pratiche della rivoluzione boliviana, di Podemos, e della campagna presidenziale di Sanders.
Insomma: i rancorosi e gli odiatori, quelli che oppongono alto e basso, popolo ed élite, che cercano a tutti costi il nemico (che se la prendono con le banche, con le multinazionali e con le caste politiche che ne gestiscono gli interessi), quelli che vogliono ricostruire comunità riunificando le disiecta membra di un corpo sociale fatto a pezzi dalla ristrutturazione e dalla finanziarizzazione capitalistiche, invece di godersi la libertà individuale e i diritti civili che la civiltà ordoliberista ci regala (o meglio, regala a un’esigua minoranza di “cognitari” e ai suoi intellettuali organici) non sono altro che una massa indifferenziata di bruti, un popolo bue (“demente” lo ha definito Bifo, riferendosi agli operai e alla classe media impoverita che ha votato Trump in America e Brexit in Inghilterra) pronto a militare sotto le insegne del “nazional operaismo” (altra definizione coniata da Bifo). 

A questo punto manca solo di prendere in esame la quarta e ultima ideuzza, quella relativa all’apologia del globalismo contro le mie tesi sul conflitto fra flussi e luoghi. Ma prima ritengo utile riprendere alcune recenti riflessioni di Nancy Fraser sulle responsabilità delle sinistre “sex and the city”.
Anche se differiscono per ideologia e obiettivi, scrive la Fraser riferendosi alle elezioni americane e alla Brexit, «questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi». Ma la vittoria di Trump, aggiunge, «non è solo una rivolta contro la finanza globale. Ciò che i suoi elettori hanno respinto non era il neoliberismo tout court, ma il neoliberismo progressista».  Ed ecco la definizione che dà di questo termine: «Il neoliberismo progressista è un’alleanza tra correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ), da un lato, e settori di business di fascia alta “simbolica” e basati sui servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood), dall’altro». Attraverso questa alleanza, scrive ancora facendo eco alle tesi di Boltanski e Chiapello (“Il nuovo spirito del capitalismo”, Mimesis) , le prime prestano involontariamente il loro carisma ai secondi: «Ideali come la diversità e la responsabilizzazione, che potrebbero in linea di principio servire scopi diversi, ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un tempo erano le vite della classe media».
In questo modo l’assalto alla sicurezza sociale è stato nobilitato da una patina di significato emancipatorio e, mentre le classi subordinate sprofondavano nella miseria, il mondo brulicava di discorsi su “diversità”, “empowerment,” e “non-discriminazione.” L’”emancipazione” è stata identificata con l’ascesa di una élite di donne, minoranze e omosessuali “di talento” (la “classe creativa” celebrata da Richard Florida e dagli altri cantori della rivoluzione digitale) nella gerarchia dei vincenti. «Queste interpretazioni liberal-individualiste del “progresso” gradualmente hanno sostituito le interpretazioni dell’emancipazione più espansive, anti-gerarchiche, egualitarie, sensibili alla classe, anti-capitaliste che erano fiorite negli anni ’60 e ’70».
Ma nemmeno dopo che il Partito Democratico ha scippato la candidatura a Sanders, spianando la strada alla vittoria di Trump, questa sinistra ha aperto gli occhi: continua a cullarsi nel mito secondo cui avrebbe perso a causa di un “branco di miserabili” (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi) aiutati da Vladimir Putin (sulle differenti interpretazioni delle cause della vittoria di Trump, vedi il corposo dossiercurato da Infoaut. Nancy Fraser li invita invece a riconoscere la propria parte di colpa, che è consistita «nel sacrificare la causa della tutela sociale, del benessere materiale, e della dignità della classe lavoratrice a false interpretazioni dell’emancipazione in termini di meritocrazia, diversità, e empowerment».  
Invito inutile: Bascetta e soci sono ben lontani dal recitare un simile mea culpa. Se lo facessero, dovrebbero accettare l’invito di Nancy Fraser a riconoscersi nella campagna contro la globalizzazione capitalista lanciata dal populista/socialista Sanders. Vade retro! Per costoro i discorsi sulla necessità che popoli e territori lottino per riconquistare autonomia e sovranità praticando il “delinking” (ricordate Samir Amin: anche lui fascista?) dal mercato globale, sono eresie “rossobruniste”. Questo perché sono incapaci di distinguere fra mondializzazione dei mercati (che è una caratteristica immanente del capitalismo fin dalle sue origini) e globalizzazione, che è la narrazione legittimante (curioso errore per chi vede solo narrazioni…) su cui si fonda l’egemonia ordoliberista; per cui non riescono nemmeno a vedere la crisi della globalizzazione  —della quale il vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera invita a prendere atto in un suo recente articolo mentre Toni Negri ne ha negato l’evidenza in una penosa intervista televisiva. Una cecità che arriva al punto di paragonare (vedi l’ultima parte del pezzo di Bascetta) l’apprezzamento di Sanders nei confronti del ripudio dei trattati internazionali TTIP e TTP da parte di Trump, e quello di Corbyn nei confronti della Brexit, al voto dei crediti di guerra da parte dei partiti socialisti della Prima Internazionale (sic!).   
Che altro aggiungere? Mi aspetto a momenti la loro adesione al manifesto con cui Zuckerberg si candida a leader dell’opposizione liberal a Trump e a punto di riferimento del globalismo dal volto umano (a presidente dell’umanità ha ironizzato qualcuno). Un Impero del Bene hi tech e ordoliberista che non mancherà di piacere alle élite cognitarie. Viste le premesse, potremmo perfino vederli inneggiare all’annunciato ritorno di Tony Blair, che minaccia di sfidare Corbyn per rianimare il New Labour e, perché no, aderire alla campagna promossa da media mainstream, caste politiche ed élite finanziarie contro le fake news veicolate dalla Rete infiltrata dai populisti. Così il politically correct assurgerà definitivamente a neolingua e quelli che, come il sottoscritto, spargono l’aceto della polemica, verranno finalmente messi a tacere.   


giovedì 24 novembre 2016

I GUSTI SESSUALI DELLE ÉLITE E IL NEOLIBERISMO IDENTITARIO di Carlo Formenti

[ 24 novembre ]

In un articolo apparso qualche giorno fa sul New York Times Mark Lilla, professore di scienze umane alla Columbia University, scopre l’acqua calda: i progetti politici fondati sull’assemblaggio di un mosaico di culture identitarie —che è esattamente la strategia messa in campo dalle élite liberal americane— sono destinati alla sconfitta. 

Evidentemente ci voleva la batosta della vittoria di Donald Trump perché lo capissero. In realtà non sembra l’abbiano davvero capito, tanto è vero che – non solo negli Stati Uniti ma anche qui da noi – giornalisti, politici di “sinistra” ed esperti si arrampicano sugli specchi per sminuire la portata della catastrofe (in fondo la Clinton ha avuto più voti popolari, gli americani e gli inglesi si renderanno presto conto degli errori commessi votando Brexit e Trump, ecc.) ed è forse per questo che Lilla ci va giù duro per dargli la sveglia. Riassumo qui di seguito alcuni dei suoi argomenti.

L’ossessione per le differenze identitarie —e la retorica “politicamente corretta” che l’accompagna— che pervade da decenni scuole, media e università americane ha prodotto una generazione di progressisti e liberali “narcisisticamente inconsapevoli delle condizioni dei soggetti esterni ai loro gruppi autocentrati”. Molti di costoro sono convinti che il discorso politico si esaurisca nella narrazione delle diversità e “non hanno praticamente nulla da dire in merito a questioni come le classi sociali, la guerra, l’economia e i beni comuni”, anche perché, aggiunge, i curriculum scolastici proiettano anacronisticamente nel passato le identità politiche contemporanee, “offrendo una visione distorta dei fattori che hanno plasmato il nostro paese”. Questa deformazione ha influenzato a tal punto i giovani giornalisti, intellettuali e operatori della comunicazione da renderli del tutto ciechi di fronte a tutto ciò che non riguarda i temi identitari.

Ma il disastro peggiore, come ha dimostrato la resistibile ascesa di Trump, lo ha prodotto in campo politico, alimentando un disprezzo arrogante e aristocratico nei confronti degli strati sociali meno colti e la convinzione che la “vecchia” destra repubblicana sia destinata a estinguersi spontaneamente, sostituita dalle giovani minoranze etniche dei migrati (salvo scoprire, ironizza Lilla, che i giovani latinos non hanno affatto votato in massa per la Clinton). Né le élite liberal si sono rese conto che l’ossessione per le differenze identitarie ha legittimato l’autopercezione dei cittadini bianchi e religiosi delle zone rurali come gruppo svantaggiato la cui identità viene ignorata, se non minacciata di estinzione (non si dovrebbe dimenticare, ironizza ancora, che il primo movimento identitario in America è stato il Ku Klux Klan).

Ma come dovrebbe essere una cultura liberal post identitaria? Qui Lilla mi pare dica cose meno convincenti. D’accordo quando parafrasa un discorso di Sanders, il quale sembra abbia affermato che gli americani ne hanno piene le scatole di sentir parlare dei gusti sessuali dei liberal, ma poi mi pare che scambi il progetto politico di Sanders con lo sforzo di essere più inclusivi nella costruzione di una coalizione sociale progressista, di non dimenticare cioè la classe operaia bianca e le classi medie proletarizzate e precarizzate.

Ora, nella misura in cui si dichiara erede della tradizione socialista e ha più volte riproposto la necessità di rimettere al centro i temi dell’economia (prima i diritti sociali, poi quelli civili e individuali, pur senza indietreggiare di un passo sui secondi), a me pare che Sanders non pensi tanto e solo all’allargamento della coalizione, ma anche a tenere conto del diverso peso politico dei soggetti che ne fanno parte: appartenere agli strati sociali oppressi e sfruttati non è un problema di identità allo stesso titolo dell’appartenere a questo o quel gruppo religioso o a questo o quel gruppo fondato sulla condivisione di certi gusti sessuali. Altrimenti non avrebbe senso parlare di superamento del liberalismo identitario.

* Fonte: Micromega

mercoledì 16 novembre 2016

SE TRUMP TRADIRÀ LE SUE PROMESSE di Carlo Formenti

[ 16 novembre ]

Intervenendo sulle pagine del New York Times Bernie Sanders compie una lucida analisi delle ragioni della sconfitta di Hillary Clinton. 
Trump ha vinto perché la sua retorica elettorale ha saputo sfruttare la rabbia di milioni di ex elettori democratici, esasperati dalle élite del loro partito che ne hanno ignorato bisogni e interessi, che se ne sono fregate del fatto che le persone devono lavorare più ore in cambio di salari più bassi, che milioni di posti di lavoro se ne sono andati in Cina, in Messico o in altri Paesi in via di sviluppo, che i manager guadagnano trecento volte più di loro, che non possono più avere accesso a cure decenti per i propri figli né far loro frequentare scuole adeguate, che non trovano più abitazioni ad affitti accessibili, che la pensione è diventata un miraggio, ecc.

Dopodiché si chiede se Trump avrà davvero il coraggio di fare alcune delle cose che ha promesso in campagna elettorale: imporrà controlli severi sulle speculazioni finanziarie? Obbligherà l’industria farmaceutica ad abbassare i prezzi? Promuoverà massicci investimenti per ricostruire le infrastrutture senza preoccuparsi dell’aumento della spesa pubblica e senza tagliare la spesa sociale (come chiedono invece i suoi colleghi di partito)? Non darà il suo consenso a nuovi accordi di liberalizzazione commerciale come il TTIP (e quindi a nuove perdite di posti di lavoro per i cittadini americani)? Se dovesse mantenere queste promesse (che, ricordiamolo, erano presenti sia pure in forme diverse anche nel programma elettorale del senatore del Vermont) Sanders afferma che non gli farà mancare il proprio sostegno.

L’affermazione suona spiazzante, visto l’abisso ideologico che separa i due uomini politici, ma Sanders se la può permettere perché sa che le cose non andranno così, che Trump ha mobilitato la rabbia dei lavoratori bianchi poveri per rivolgerla contro le minoranze che stanno ancora peggio di loro, ma che non la scatenerà mai contro le banche, l’establishment politico e la casta dell’1% dei super ricchi. Come si è infatti visto, ha iniziato sfoggiare una maschera moderata sin dai primi minuti successivi alla sua elezione, per cui le borse e i media non hanno impiegato troppo tempo a tirare un sospiro di sollievo e a prendere atto che il Paese sarebbe rapidamente tornato al business as usual. “Non è nemico delle banche e anzi si circonderà di esperti consulenti finanziari come i suoi predecessori” scrivono gli uni. “Farà gli investimenti infrastrutturali promessi, ma li affiderà alle imprese private per non pesare sulla spesa pubblica”, aggiungono gli altri. “Forse non stipulerà nuovi accordi commerciali, ma non potrà spingersi troppo oltre sulla via del protezionismo per non entrare in collisione con la Cina”, argomentano altri ancora. Ma soprattutto: “taglierà le tasse più di Reagan” esultano tutti.

Come si vede un quadro al tempo stesso rassicurante (per le élite) e contraddittorio (come fare tutto ciò senza gonfiare a dismisura il debito pubblico e senza tagliare drasticamente la spesa sociale?). Resta il dato epocale: se è palesemente esagerato parlare di “fine della globalizzazione”, è altrettanto chiaro (come dimostrato anche dalla Brexit e dal cambio di rotta in politica economica annunciato dal nuovo governo conservatore di Theresa May) che si manifestano i primi sintomi di una inversione di tendenza; al punto che il direttore del Wall Street Journal Gerry Baker, intervistato dal “Corriere della Sera”, da un lato rassicura sul fatto che Trump “non è nemico delle aziende e della finanza”, dall’altro prende atto con preoccupazione che, d’ora in avanti, lo scontro politico sarà sempre meno fra progressisti e conservatori e sempre più fra globalisti e populisti.

Il che ci riconduce: 1) al fatto che sempre più forze tendono e tenderanno a convergere in un campo populista che, da destra come da sinistra, raccoglie la rabbia delle classi subalterne, trasformandola o in guerra fra poveri o in quella nuova forma di guerra di classe che è il conflitto alto/basso, popolo/élite; 2) alla necessità per il populismo di sinistra di chiarirsi le idee sulla strategia politica da adottare per opporsi alle élite neoliberiste e, al tempo stesso, per contendere l’egemonia al populismo di destra. Quali sono, per tornare allo scenario americano, le scelte di Sanders per affrontare il compito?

In un precedente intervento su queste pagine ho criticato la sua decisione di concedere il proprio endorsement a una figura politica corrotta e squalificata come Hillary Clinton adottando una logica “frontista” per difendere la democrazia contro la minaccia di destra rappresentata da Trump. Errore perché, come lo stesso Sanders ha ben spiegato nei suoi scritti e discorsi (vedi la sua autobiografia tradotta da Jaca Book), la “democrazia” americana (e lo stesso si potrebbe dire per la nostra) si è da tempo trasformata in un sistema oligarchico che non offre alcun reale potere decisionale al popolo. Errore perché la speranza di riformare dall’interno il partito Democratico si è rivelata illusoria (basti pensare allo “scippo” con cui l’establishment ha regalato la nomination alla Clinton) e apparirà ancora più illusoria quando Sanders la senatrice Warren e altri settori della sinistra proveranno a imporre un cambio di linea (le lobby che controllano il partito non lo consentiranno mai). Errore, infine, perché la rete di attivisti, comitati, sindacati, associazioni che si era coagulata attorno a Sanders ha vissuto con rabbia e frustrazione la scelta di appoggiare la Clinton, tanto è vero che non l’ha votata.

Una rabbia che oggi si esprime con le manifestazioni di piazza contro Trump le quali, contrariamente a quanto scrivono i media, non vedono protagonista un presunto “popolo della Clinton” (la mobilitazione è più forte proprio negli Stati dove la Clinton ha raccolto pochissimo) ma un “popolo di Sanders” che il senatore del Vermont avrebbe dovuto (e che ancora potrebbe) organizzare in vista della costruzione di una terza forza politica da opporre al sistema oligarchico democratico-repubblicano.

* Fonte: Micromega

lunedì 14 novembre 2016

Il TESTO INTEGRALE DI BERNIE SANDERS DOPO LA VITTORIA DI TRUMP

[ 14 novembre ]

Con nostra sopresa la breve dichiarazione di B. Sanders del 9 novembre (da noi pubblicata tre giorni fa) ha avuto alcune migliaia di lettori, pensiamo sia utile riportare per intero quanto questi ha scritto due giorni dopo sul New York Times.
Sanders non si pente di aver appoggiato la Clinton —dimostrando chi realmente egli sia— ma è di certo più presente a sé stesso di certi SINISTRI personaggi italiani, uno su tutti, Giorgio Napolitano (toh! chi si rivede, quello degli attentati alla Costituzione..) che ha definito la vittoria di Trump "...uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale". Fabrizio Rondolino, giornalista iper renziano (ex responsabile della comunicazione di Massimo D’Alema ed editorialista di Europa, de il giornale, della Stampa e oggi de l'unità) è giunto addirittura a scrivere: «ll suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale». Bingo!

"Dove vanno di democratici adesso", questo il titolo originale dell'intervento di Sanders, di cui abbiamo pubblicato un sunto 

«Milioni di americani martedì scorso hanno espresso un voto di protesta, ribellandosi a un sistema economico e sociale che antepone ai loro interessi quelli dei ricchi e delle grandi imprese.

HO dato forte appoggio alla campagna elettorale di Hillary Clinton, convinto che fosse giusto votare per lei. Ma Donald J. Trump ha conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta e giustificata, quella di tanti elettori tradizionalmente democratici.L’esito elettorale mi addolora, ma non mi sorprende. Non mi sconvolge il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico.

Ho dato forte appoggio alla campagna elettorale di Hillary Clinton, convinto che fosse giusto votare per lei. Ma Donald J. Trump ha conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta e giustificata, quella di tanti elettori tradizionalmente democratici.
L’esito elettorale mi addolora, ma non mi sorprende. Non mi sconvolge il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico.
Sintomatico: la vignetta con cui il globalista
NYT accompagna l'intervento di Sanders

Le famiglie lavoratrici vedono che i politici si fanno finanziare le campagne da miliardari e dai grandi interessi per poi ignorare i bisogni della gente comune. Da trent’anni a questa parte troppi americani sono stati traditi dai vertici delle aziende. L’orario di lavoro è aumentato e gli stipendi diminuiti, i lavori pagati dignitosamente si spostano in Cina o in Messico. Queste persone sono stufe di avere capi che guadagnano 300 volte più di loro, e che il 52 per cento di tutti i nuovi proventi vada all’un percento della popolazione. Molte delle città rurali, un tempo belle, sono ormai spopolate, i negozi in centro chiusi e i giovani vanno via da casa perché non c’è lavoro — tutto questo mentre tutta la ricchezza delle comunità va a rimpinzare i conti delle grandi imprese nei paradisi fiscali. I lavoratori americani non possono permettersi servizi per l’infanzia decorosi e di buon livello. Troppe famiglie sono in condizioni disperate e sempre più spesso la vita si accorcia per colpa della droga, dell’alcol e dei suicidi.

Trump ha ragione: gli americani vogliono il cambiamento. Ma mi chiedo che tipo di cambiamento gli offrirà. Avrà il coraggio di opporsi ai potenti di questo paese, i responsabili delle difficoltà economiche patite da tante famiglie o dirotterà invece la rabbia della maggioranza sulle minoranze, sugli immigrati, i poveri e gli indifesi? Avrà il coraggio di opporsi a Wall Street, di adoperarsi per sciogliere le istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire” e imporre alle grandi banche di investire nella piccola impresa e creare posti di lavoro?

Sarò aperto a riflettere sulle idee proposte da Trump e su come si possa lavorare assieme. Però, siccome il voto popolare nazionale lo ha visto sconfitto, farà bene a dare ascolto alle opinioni dei progressisti. Ricostruiamo le nostre infrastrutture fatiscenti e creiamo milioni di posti di lavoro ben pagati. Portiamo il salario minimo a un livello dignitoso, aiutiamo gli studenti a sostenere i costi dell’università, garantiamo il congedo parentale e per malattia e incrementiamo la sicurezza sociale. Riformiamo il sistema economico che permette a miliardari come Trump di non pagare un centesimo di tasse federali. E non permettiamo più che i ricchi finanziatori delle campagne elettorali comprino le elezioni.

Nei prossimi giorni proporrò anche una serie di riforme per ridare slancio al Partito Democratico. Sono profondamente convinto che il partito debba liberarsi dai vincoli che lo legano all’establishment e torni a essere un partito di base della gente che lavora, degli anziani e dei poveri. Dobbiamo aprire le porte del partito all’idealismo e all’energia dei giovani e di tutti gli americani che lottano per la giustizia economica, sociale, razziale e ambientale. Dobbiamo avere il coraggio di sfidare l’avidità e il potere di Wall Street, delle case farmaceutiche, delle compagnie assicurative e dell’industria dei combustibili fossili.

Allo stop della mia campagna elettorale ho promesso ai miei sostenitori che la rivoluzione politica sarebbe andata avanti. E questo è più che mai il momento giusto. Siamo la nazione più ricca della storia del mondo. Se restiamo uniti senza permettere che la demagogia ci divida per razza, genere o origine nazionale, non c’è nulla che non possiamo realizzare. Dobbiamo andare avanti, non tornare indietro».

venerdì 11 novembre 2016

SINISTRATI: BECCATEVI QUESTA DICHIARAZIONE DI BERNIE SANDERS!

[ 11 novembre ]

Ringraziamo Voci dall'estero che ha segnalato la importante dichiarazione con cui il "socialista" Bernie Sanders, si dice disposto a lavorare con Trump nella misura in cui questi intende fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori americani. La dichiarazione originale nel sito ufficiale di Sanders.
Che diranno adesso i sinistrati italiani? Dopo essersi spellati le mani per sostenere Sanders lanceranno anche a lui l'accusa di essere un "fascio-populista"?

Burlington, 09 novembre 2016 – Il senatore Bernie Sanders questo mercoledì ha emesso la seguente dichiarazione a seguito dell’elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti:

«Donald Trump ha attinto alla rabbia di una classe media in declino, che è logorata ed esasperata dall’establishment economico, politico e mediatico. La gente è stanca di orari di lavoro sempre più lunghi e paghe sempre più basse, di vedere posti di lavoro pagati dignitosamente spostarsi verso la Cina o altri paesi a basso livello salariale; è stanca di miliardari che non pagano alcuna tassa federale sul reddito; è stanca di non potersi più permettere l’istruzione universitaria per i propri figli – e tutto questo mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.

“Nella misura in cui Donald Trump è serio nel voler perseguire politiche volte a migliorare la condizioni di vita delle famiglie della classe lavoratrice in questo paese, io e altri progressisti siamo pronti a lavorare con lui. Nella misura in cui invece vuole perseguire politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientaliste, ci opporremo vigorosamente».


martedì 26 luglio 2016

LA FINE INGLORIOSA DI BERNIE SANDERS di Giorgio Cremaschi

[ 26 luglio ]

Sanders si è rivelato per quel che doveva essere: un'arma delle élite oligarchiche USA per smorzare la rabbia operaia e popolare ed incanalarla a proprio favore. Un caso di "populismo delle classi dominanti".


Bernie Sanders ha raccolto un valanga di no e anche fischi quando ha proposto ai suoi sostenitori di votare Hillary Clinton pur di battere Donald Trump. Non credo che sia perché tra di loro ci siano simpatie per il miliardario reazionario. Ma perché la candidata ufficiale del partito democratico rappresenta la pura continuità dell'establishment contro cui i seguaci del senatore del Vermont si sono mobilitati.

Clinton è per la Nato, per il TTIP, per la globalizzazione e le delocalizzazioni che hanno devastato l'industria americana. Trump promette di tassare i prodotti che le grandi imprese americane, tutte, costruiscono all'estero per risparmiare sul costo del lavoro e vuole mettere in discussione il WTO. Clinton promette nuovi interventi americani, nuove guerre per esportare democrazia, mentre Trump vuole che gli Stati uniti siano più isolazionisti e si occupino dei problemi di casa loro. Certo poi Trump sparge veleni e minacce xenofobe e sessiste ed in ogni caso è poco credibile come NoGlobal, ma come si fa a sostenere la candidata di Wall Street , delle multinazionali, della grande finanza? Come si fa a votare assieme Bloomberg?

La situazione politica degli Stati Uniti somiglia sempre di più a quella della vecchia Europa. Che per altro da decenni fa il possibile per copiare il modello politico degli USA. Il risultato è che la sinistra ufficiale è diventata la paladina di un sistema sempre più ingiusto e in mano ai ricchi, mentre la destra reazionaria finisce per occupare lo spazio vuoto in mezzo alle popolazioni impoverite.

Bernie Sanders aveva rotto questo gioco e portato di nuovo in campo la ragione sociale dimenticata della sinistra: l'anticapitalismo. Sanders sarebbe stato l'avversario più difficile per Trump, quello capace di smascherarne il finto interesse per le condizioni del popolo. Ma il partito democratico preferisce perdere con Clinton che vincere con un senatore che parla di socialismo. E ha fatto letteralmente, come ha svelato WikiLeaks, carte false per farlo perdere di fronte alla candidata del Palazzo.

Alla fine le elezioni presidenziali USA sono diventate l'alternativa tra la peste ed il colera, come dice in Francia chi ha lottato contro la Loi Travail e non voterà mai più per Hollande senza per questo scegliere Le Pen. Con queste altrenative la politica democratica non esiste più, questo dicono le elezioni negli Stati Uniti come molte di quelle che si annunciano in Europa. E infatti sempre meno persone vanno a votare su entrambe le sponde dell'Atlantico.

PERCHÉ HILLARY HA GIA' PERSO di Luciano Barra Caracciolo

[ 26 luglio ]

Un ottimo intervento dell'amico Luciano Barra Caracciolo.
Di passata: i sinistrati nostrani, quelli che non sono guariti dall'ossessione dell'antiberlusconismo, ci ripropongono il medesimo schema oltreoceano: Trump è il male assoluto, ci tocca sostenere la Hilary Clinton (tanto amata da Wall Street). Del resto... l'ha detto anche il compagno Sanders. Sul quale avvertivamo...



1. Il tassametro del terrore e dell'infusione di paura corre sempre e facciamo fatica a stare aggiornati: si va dall'iniziale frame del disastro della svalutazione in caso di uscita dall'euro (salvo poi registrare, tra secondo semestre 2014 e primavera 2015, un svalutazione del 25% della moneta unica verso il dollaro e definirla un vantaggio; tanto più che del quasi 20% di svalutazione euro/dollaro subito dopo l'introduzione del primo, nessuno pare ricordarsi più), si passa (vado per sommi capi) per il terrorismo di ogni tipo sulla Brexit, e si finisce con l'emergenza terrorismo islamico, sulla quale non ha neppure senso insistere (specie per chi non comprende l'importanza della tecnica di controllo dei, vari e variegati, "confitti sezionali", ex multis v. qui p.4, sulla teorizzazione di Rodrik al riguardo).
E non ha senso, perché date le "risorse culturali" lasciate in campo da 30 anni almeno - a seconda di quando si individua il "punto zero"- di propaganda mediatica a sostegno del neo-ordo-liberismo a trazione federalista-€uropea, gli eventi avranno il loro corso incanalato, per molti versi deja-vù, con l'unica variabile fuori controllo dell'errore di calcolo (a carattere psicotico).

2. Ma sempre in tema di infusione di paura, cioè terrorismo mediatico, e errori di calcolo, non possiamo trascurare il tema "Trump". 
Il rubicondo tycoon non è certamente un modello di democrazia sostanziale (d'altra partenessuno statunitense potrebbe veramente esserlo) e neppure di politically correctness (e questonon è necessariamente un difetto); ma la sua irruzione sulla scena politica, ha creato un certo panico nelle fila di Wall Street e dei suoi fedeli mandatari.
L'opera di neutralizzazione dello "spettro" Trump, l'aveva cominciata Wolf, anticipando il mood, sprezzante verso le scelte dell'elettorato laddove si rivelino idraulicamente non controllabili, che avrebbe poi caratterizzato la valutazione dell'esito del referendum Brexitda parte dell'establishment mediatico-oligarchico.

3. Più di recente, a primarie vinte da Trump, (tralasciando le fonti italo-€uropee del "panico da prestazione"...di Hillary, non di Bill), persino Michael Moore si esibisce sconsolato in una lunga analisi sul perché vincerà Trump - o perderebbe la Clinton-, rifacendosi ad un'analisti sbilanciata sul sovrastrutturale (dando per scontato che il melting-pot, visto come epopea positiva, abbia prodotto una maggioranza benpensante di poveri&gggiovani-ma buoni, multirazziale e culturalmente ricca di consapevole buon senso progressista) e toccando solo tangenzialmente l'aspetto strutturale (quando parla degli effetti del NAFTA su Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin: naturalmente le famiglie operaie bombardate a zero dalla globalizzazione forzata sono grette e irriconoscenti).
Ora l'errore di calcolo deriva da un atteggiamento di eccessiva confidenza nel "metodo"che caratterizza questa eccezionale, per forza e durata, concentrazione di potere oligarchico-finanziario.

4. Nel caso della Clinton, l'errore che forse può rivelarsi decisivo è la designazione come vice-presidente, in ticket di candidatura, di Tim Kaine; una designazione che si rivela motivo di polemica, proprio nel marasma che si preannuncia essere la Convention democratica di proclamazione della sua candidatura, caratterizzata, da subito, dallo scontento dei sostenitori di Sanders ("aiutato" dall'ennesimo mailing-leak) per la "strana conduzione" del voto delle primarie nonché per l'intransigenza della Clinton nell'accettare, nella sua piattaforma programmatica, elementi diversi da quelli della cosmesi instillata dai suoi ricchi sponsor.

Diciamo subito che sarei stato stupito - e, in un certo senso, anche deluso- se la Clinton avesse scelto come candidata-vice Elizabeth Warren, una delle più illuminate figure politiche prodotte, quasi a sorpresa, dal sistema USA: la senatrice Warren, ph.d in law e insegnante di diritto, ma versata in studi economico-finanziari, è forse la più efficace avversatrice dell'establishment politico prostrato dinnanzi al potere di finanziamento politico-elettorale di Wall-Street e dintorni, ma anche dello stesso Trump (v.qui, infine), che con lei, attenta ai fatti e con una limpida conduzione politica e professionale, non ha vita facile. 

5. Elizabeth, presenta un generale profilo del tutto opposto alla Clinton: ha avversato con solide argomentazioni (applicabili in toto al TTIP), il TTP, evidenziandone in un epico discorso al Senato, il carattere di "privilegio speciale" per le multinazionali, dannoso per lavoratori, consumatori e diritti umani, e, soprattutto, è la più eminente e autorevole sostenitrice del Glass-Steagall Act del 21° secolo (questione spiegata in una sintesi di esemplare chiarezza).
Ce n'è abbastanza per spiegare la sua mancata candidatura a vice della Clinton, nonostante la sua tiepida apertura in tal senso in occasione delle (chiacchierate) primarie in California.
Di tutt'altra pasta è Kaine: come emerge da una vox populi piuttosto ben informata, e attenta ad aspetti molto concreti e tecnici, dunque ben diversa da quella che immagina Moore quando dipinge il dissenziente dalla linea Clinton-progressismo cosmetico, Kaine è stato un acceso sostenitore del TTP, come pure propugna ovviamente il TTIP e, addirittura, si spende per un'ulteriore deregulation bancaria, ritenendo alcuni grossi istituti "regionali", troppo gravati da oneri di informazione, fino a entrare in polemica con la Yellen (alla faccia dell'indipendenza della BC che, quando intralcia il lavorone del capitalismo finanziario, può essere tranquillamente bypassata).

6. La linea Clinton, dunque, non soffre di tentennamento alcuno: e questo non potrebbe essere che segno o di una certezza di vittoria per motivi che ancora non risultano noti nel contesto politico, e che agli attuali comentatori, così come ai sostenitori di Sanders, paiono sfuggire, o di una miopia dettata dall'arroganza di credere che, avere i più forti dalla propria parte, garantirebbe sempre e comunque la capacità di condizionare l'elettorato.
Naturalmente, la Clinton, a questo giro, potrebbe pure prevalere: ma in prospettiva a che prezzo? 
Sarebbe solo un ritardare la ormai inarrestabile sollevazione della ignorata e, sostanzialmente disprezzata, ex-middle class. 
In una linea di tendenza che lascerebbe sul fronte interno, solo macerie e un futuro crescente malcontento, tale da travolgere entrambi i partiti tradizionali, passando per una recessione nel 2018, come previsto, scherzando ma non troppo, da un grande economista come Reich...

venerdì 30 ottobre 2015

PRIMARIE DEMOCRATICHE NEGLI U.S.A.: CHI È DAVVERO BERNIE SANDERS?*

[ 30 ottobre]

Si fa un gran parlare delle primarie del partito democratico americano e del "socialista" Sanders.
Ma chi è veramente? Qual è il suo passato politico? Quale il suo programma?
Qui sotto il punto di vista dell'estrema sinistra nordamericana.

«E’ facile capire perché molti elettori statunitensi, intossicati dalla politica in mano al big-business seguono Bernie Sanders. Descrivendosi come socialista democratico, Sanders si scaglia contro la sconcertante disuguaglianza e denuncia lo stato dei bankster e degli amministratori delegati. Egli sta attirando grandi folle entusiaste ai suoi comizi elettorali fino al suo testa a testa, in alcuni sondaggi, con Hillary Clinton.

Ha l'appoggio di molti elettori onesti, ma è Sanders l'alternativa di cui c’è davvero bisogno? E quale sarà il risultato principale della sua candidatura?

Un passato controverso

Sanders ha una lunga storia politica. Da studente è stato membro della  Young People’s Socialist League, gruppo giovanile del partito socialista, ed ha partecipato al movimento per i diritti civili attraverso il Comitato di coordinamento degli studenti non-violenti (SNCC).

Nel Congresso [parlamento, Ndr], ha preso posizioni di principio su questioni specifiche, spesso come parte di una piccola minoranza dissenziente. Si è opposto all'autorizzazione della forza in Iraq nel 1991 e nel 2002 e all'invasione nel 2003. Ha fatto appello alla sanità gratuita per tutti. Egli sostiene i sindacati, salari più alti, e un programma nazionale di lavori pubblici per ricostruire le infrastrutture.

Ma non è difficile trovare posizioni contrarie.

Sanders ha votato per l'autorizzazione del 2001 con cui George W. Bush ha dato il via libera per l'azione militare dopo l'11 settembre e che ha portato all'invasione imperialista dell'Afghanistan. Ha sostenuto la guerra USA/NATO contro la Jugoslavia nel 1999. Ha sempre sostenuto il finanziamento statunitense di Israele e difese il feroce attacco israeliano a Gaza nel 2014. Egli ha detto in una recente intervista su ABC che vuole che gli Stati Uniti rimangano la più forte potenza militare del mondo.

Su immigrazione e diritto al lavoro, Sanders è fondamentalmente un nazionalista. Egli accetta la premessa che i lavoratori americani devono competere contro i loro lavoratori fratelli nell'economia globale. Ha votato contro la costruzione del muro di confine Usa-Messico nel 2006, ma a favore del disegno di legge di riforma dell'immigrazione profondamente sbagliato del 2013, e da allora in fase di stallo. Ciò avrebbe rafforzato la "sicurezza delle frontiere", con lo spiegamento di più di 40.000 agenti di pattuglia, quindi l’intensificazione delle intercettazioni e delle deportazioni di immigrati disperati. Sanders considera anche l'idea delle frontiere aperte un complotto di destra per abbassare i salari.

E, in contraddizione con la sua mistica come un amico dei lavoratori, Sanders non si è opposto quando un suo alleato, il governatore democratico del Vermont, Peter Shumlin, adottò un bilancio di tagli e austerità vergognoso che significò tagliare centinaia di posti di lavoro di lavoratori sindacalizzati.

Sintomatico della sua debolezza sulla questione razziale, Sanders ha rifiutato di affrontare le questioni sollevate dai manifestanti del movimento Black Lives Matter nelle manifestazioni di Phoenix e Seattle, che riflettevano la frustrazione esplosiva di milioni di persone contro il razzismo e il silenzio dei politici. Per Sanders, il razzismo sembra essere quasi esclusivamente un problema di disparità di reddito. Egli ne ha recentemente scritto sul suo sito web e ha iniziato a discutere dell'epidemia di sparatorie della polizia. Ma soluzioni come telecamere per i poliziotti e polizia di prossimità, che in genere sono una scusa per più poliziotti e più sorveglianza, non sono affatto soluzioni giuste. Manca ogni accento sulla lotta al razzismo come la priorità numero uno per l'intero paese.

Tirando pugni

Il piano economico di riforme di Sanders chiama all’aumento delle tasse sui ricchi, lasciando che le grandi banche insolventi falliscono, e l'utilizzo di imposte sulle transazioni finanziarie a rischio per pagare per l'istruzione. Ma queste riforme difficilmente  potranno spezzare il potere gargantuesco di Wall Street!

Dei veri candidati socialisti avrebbero chiesto la nazionalizzazione e la gestione dei lavoratori di settori chiave come banche e l'energia, e per lo smantellamento della macchina militare, riorientando i fondi pubblici per l'istruzione e i servizi sociali. Avrebbero mostrato che i licenziamenti non sono colpa dei lavoratori stranieri e degli immigrati, ma dell’aumento della produttività, dell’ automazione, e della globale "corsa al ribasso" dei padroni. Avrebbero invitato i lavoratori degli Stati Uniti ad unirsi con i lavoratori di altri paesi per abbattere ovunque la classe capitalista.

Dei veraci socialisti non eviterebbero di parlare della questione fondamentale, del socialismo come sola alternativa al sistema del profitto e, contrariamente a  Sanders, si concentrerebbero sulla formazione politica e farebbero tutto quanto in loro potere per convincere i propri sostenitori ad una posizione anticapitalista.

Il sostegno al gioco delle tre carte bipartitico
10 agosto 2015, Los Angeles: un comizio di Sanders

Il problema principale con la candidatura Sanders è il ruolo che essa svolge in queste elezioni: un ruolo per puntellare e sostenere i democratici e quindi la soffocante morsa del regime bipartitico.

Se solo lo volesse, Sanders ha lo slancio e il numero adeguato di sostenitori per liberarsi dei Democratici e contribuire al lancio di un partito anticapitalista formidabile. Egli ha citato come suo modello rivoluzionario Eugene Victor Debs, che corse per la presidenza cinque volte nei primi anni del 1900 come candidato del Partito Socialista. Ma Debs aveva esplicitamente caratterizzato i partiti democratico e repubblicano ("le ali politiche del sistema capitalista") come una trappola velenosa per i lavoratori. Sanders, d'altra parte, corre come un democratico e ha promesso di sostenere l'eventuale candidato vincente delle primarie del partito.

In realtà, anche se è tecnicamente indipendente al Congresso, egli ha votato con i democratici oltre il 90 per cento delle volte, e sostenuto costantemente i loro candidati presidenziali.

Il percorso che Sanders sta avviando è logoro. Negli ultimi 30 anni, le campagne presidenziali di Jesse Jackson, Al Sharpton, Dennis Kucinich, e ora Bernie Sanders hanno sposato agende percepite come progressiste e hanno cercato di spingere il Pd a sinistra. Questo esperimento è stato quindi tentato molte volte prima.

E che cosa mostrano al popolo degli Stati Uniti questi tentativi? Questi tentativi hanno fatto fiasco poiché entrambi i partiti capitalisti sono costantemente andati verso destra, sul diritto all'istruzione ed i programmi sociali, sul pianeta in pericolo, sulla guerra senza fine, ed altri campi di questo capitalismo che brutalmente sopravvive alla sua fine.


La funzione Sanders è la stessa dei candidati democratici di sinistra che lo hanno preceduto. E’ per prevenire la protesta —per dare un'altra opzione a persone che altrimenti potrebbero essere tentate di ribellarsi in piazza contro il marcio e truccato sistema elettorale degli Stati. La funzione di Sanders è quella di convincere i disincantati ad andare a votare, un’altra volta, contro i propri interessi, per un democratico accettabile alle grandi imprese - come il candidato democratico che alla fine vincerà, sicuramente sarà».

* Fonte: Socialist Freedom
** Traduzione a cura della redazione

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