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venerdì 14 febbraio 2020

BERGOGLIO, L’IMMIGRAZIONE E FREUD di Moreno Pasquinelli


Papa Francesco, a conferma della posizione a favore dell’accoglienza degli immigrati senza sé e senza ma,  concludendo in San Pietro la sua catechesi nell’udienza generale, il 7 gennaio scorso [2] ha affermato:
«Chiediamo oggi al Signore di aiutarci a vivere ogni prova sostenuti dall’energia della fede; e ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che
approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità».

lunedì 3 febbraio 2020

SARDINE: TRA KANT E CARL SCHMITT di Moreno Pasquinelli

Prima le foto in cui i capetti delle Sardine si sono fatti immortalare gioiosi con il Patron Benetton, quindi l'elogio sperticato fatto da Soros, un uno due letale, dal quale esse, si spera, non riusciranno a risollevarsi.
Posto infatti che non c'è niente di più tossico del liberismo progressista, non può che rallegrarci il harakiri dell'ultima mutazione di quella che abbiamo chiamato sinistra transgenica.

lunedì 13 gennaio 2020

CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 
C'è molto di più. E' Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da Emirati Arabi ed Egitto. E' uno scontro non solo di potere ma soprattutto religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell'Islam sunnita. Per Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell'Islam politico mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

giovedì 9 gennaio 2020

KEYNES E MARX A CONFRONTO di Moreno Pasquinelli


Riteniamo utile ripubbicare questo breve saggio apparso su SOLLEVAZIONE nll'ottobre 2012


La crisi capitalistica cause e soluzioni
 


Premessa

L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.

sabato 4 gennaio 2020

IL DILEMMA DI PARAGONE E DI BATTISTA di Moreno Pasquinelli

Il sottoscritto non ha mai condiviso l'idea che Movimento 5 Stelle sia stato fin dall'inizio concepito da qualche diabolica testa d'uovo in seno alle élite dominanti come specchietto per le allodole per deviare e sterilizzare il diffuso disprezzo delle classi subalterne verso centro-sinistra e centro-destra. Quel che si dice, con odioso anglicismo, movimento gatekeeper.

venerdì 13 dicembre 2019

VIVA LA BREXIT di Moreno Pasquinelli



[ venerdì 13 dicembre 2019 ]

L'Unione europea, con tutta la sua muta di isterici ideologi europeisti, dopo quelle del referendum pro-brexit del 23 giugno 2016 e del 4 marzo 2018 in Italia, ha subito una seconda ancor più contundente e clamorosa sconfitta.

Lorsignori ora tendono a minimizzarne la portata, ma sanno che da oggi nulla è più come prima: la spinta propulsiva unionista è morta, ed è ufficialmente aperta la fase della disintegrazione dell'Unione europea. E' dubbio che a questo processo di consunzione possa sopravvivere lo stesso nocciolo carolingio franco-tedesco.


*  *  *

Il coraggioso programma di riforme sociali antiliberiste proposto da Jeremy Corbyn — simile a quello di François Mitterrand ai francesi nel 1981, e che quest'ultimo si rimangiò solo un anno dopo — non ha evitato la enorme disfatta del Labour (mai scesi così in basso dal 1935!) e il trionfo indiscutibile, non tanto del partito conservatore, ma di Boris Johnson.

La ragione che spiega entrambi è una e una sola, si chiama Brexit. Boris Johnson ha stravinto perché se ne è fatto araldo, mentre Corbyn, proponendo un secondo referendum in caso di vittoria, è passato come paladino del remain nonché considerato ostaggio dell'establishment cosmopolitico e antinazionale londinese.

Corbyn, incapace,  come Johnson ha invece saputo fare nel suo campo —, di sbarazzarsi della palla al piede dei potenti notabili euro/globalisti, ha immaginato di poter contrastare la forte spinta patriottica in seno al popolo britannico (inglese anzitutto), e di poter riconquistare il voto proletario, opponendo alla destra liberal-nazionalista il vecchio conio del riformismo sociale radicale, per di più adottando una indecente postura ponziopilatesca sulla brexit. Ha miseramente fallito, anche perché ha mentito affermando che le sue radicali riforme socialistoidi sarebbero state possibili proprio restando nell'Unione europea...sic!

Ed ha miseramente fallito perché così ha compiuto quattro errori politici clamorosi.

Il primo è che mentre egli evocava un secondo referendum, non s'è accorto che proprio queste elezioni erano diventate, de facto, il secondo referendum che tanto invocava. Il secondo è quindi che Corbyn non ha creduto che proprio la questione brexit versus remain fosse, nel rango delle questioni in ballo, quella che la grande maggioranza dei cittadini britannici (di sicuro quelli inglesi) ha (giustamente) considerato la decisiva e dirimente. Il terzo è che, sottovalutata la potenza della spinta patriottica anti-Ue, ha posto il Labour di traverso opponendo, seppure in modo peloso, l'opzione del remain. Il quarto infine: egli ha snobbato un fattore decisivo, la potente spinta democratica e anti-élitaria che alimentava brexit. 

Ne vengono alcune decisive lezioni politiche per la sinistra patriottica italiana, tre principalmente: una teorica, una strategica ed una tattica.


Sul piano teorico


La contraddizione tra capitale e lavoro salariato, se la spogliamo del suo aspetto metafisico, è sempre surdeterminata. Ammesso che sia la principale, essa s'impone semmai solo in ultima istanza. Ciò significa che essa non si da mai in maniera pura e lineare, ma risulta sempre correlata ad altre contraddizioni, condizionata e a sua volta determinata dagli altri fattori sociali, politici, culturali e spirituali che animano la sfera sociale. Ciò significa (analisi concreta della situazione concreta) che avviene, e può accadere spesso, una dislocazione delle contraddizioni, uno spostamento per cui quella secondaria può diventare principale e viceversa.

Sul piano strategico

Nel contesto dato ciò significa che la contraddizione principale di questa fase è quella tra le tradizionali forze produttive nazionali e il capitalismo finanziarizzato globale e la sua narrazione cosmopolitica. Di qui le prime che contro il secondo, dopo decenni di sfrenato liberoscambismo e di evaporazione delle entità statuali, esigono protezione e rivendicano la primazia del principio della sovranità nazionale, democratica e popolare. Chiediamoci dunque: rebus sic stantibus, cos'è funzionale e, di converso, disfunzionale alla prospettiva storica della causa rivoluzionaria e socialista? E' funzionale la resilienza delle forze produttive nazionali (e la principale tra esse resta il lavoro salariato, per quanto proteiforme esso sia diventato), mentre è disfunzionale il suo opposto, lo spappolamento progressivo degli stati-nazione e l'affermazione di un ordine ultra-capitalistico mondiale.


Sul piano tattico

Se la premessa è vera e l'enunciato strategico è giusto, da ciò deriva per le forze rivoluzionarie, lo andiamo dicendo da un decennio, un radicale riorientamento tattico, un riposizionamento spaziale e politico. Ci siamo oramai lasciati alle spalle il periodo in cui quello della sinistra era il campo naturale dei rivoluzionari e quello della destra quello del nemico principale. Se la polarità oppositiva che conta è quella tra l'ordine statale-nazionale e il disordine del super-capitalismo finanziario transnazionale (o capitalismo casinò) è nel campo della resistenza nazionale che occorre stare, non invece in quello contrario. E occorre starci non in modo attendista, né tantomeno codista rispetto alle forze sociali e politiche nazional-liberiste, bensì agendo come forza socialista indipendente. Il momento buono per lanciare la sfida decisiva per l'egemonia alle destre borghesi e nazional-liberiste arriverà inevitabile. Verrà infatti prima o poi a galla l'esplosiva contraddizione, per ora solo incipiente, racchiusa nel "campo sovranista": quella tra il suo lato democratico e popolare e quello borghese nazional-liberista e populista. Occorrerà esserci e farsi trovare pronti quando questo momento verrà. E per farlo occorre essere ben organizzati e non compiere errori.


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venerdì 6 dicembre 2019

DOSSIER: PERCHÉ NO AL MES

[ venerdì 6 dicembre 2019 ]


Si svolge oggi, sotto il Parlamento, promossa da LIBERIAMO l'ITALIA, la manifestazione contro il MES e contro l'eventuale ratifica da parte di governo e Parlamento. Sul MES se ne dicono tante, spesso si tratta di colossali bugie. Come stanno davvero le cose ce lo spiega questo DOSSIER (curato da Moreno Pasquinelli e approvato del Coordinamento nazionale di  LIBERIAMO l'ITALIA ).

*  *  *


Mettiamo il DOSSIER a disposizione di tutti in una versione .pdf per la circolazione via web e smatphone o per la stampa.

Versione per la stampa



NO AL MES

Le menzogne degli europeisti,

 e le ambiguità dei “sovranisti”


Il contesto da cui nacque la bestia del MES


Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Il MES com’era…


Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108 addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza, come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile


Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:
«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».
La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato


Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato


Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz), è stato introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi di titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo che recita: “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinetti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia


Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile shock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
Dossier a cura di Moreno Pasquinelli

venerdì 8 novembre 2019

LOTTA DI CLASSE E "RIVOLUZIONI COLORATE" di Moreno Pasquinelli

[ martedì 5 novembre 2019 ]


I fatti....



Iraq: il 1 ottobre scoppia a Bagdad, una rivolta popolare, coi giovani in prima fila, contro il carovita, la disoccupazione, l’endemica corruzione. Dopo pochi giorni i rivoltosi, sempre più numerosi malgrado il coprifuoco e le prime vittime, chiedono che il governo se ne vada a casa. Nei giorni successivi la sollevazione si estende al sud, travolgendo proprio le città a maggioranza shiita: Basra, Nassiyia, Najaf, Kerbala. Decine i morti ammazzati dalle forze di sicurezza e da milizie filo-governative, più di mille i feriti.

Ecuador: il 3 ottobre il popolo si solleva contro il paquetazo, il pacchetto di misure anti-sociali sollecitato dal Fondo monetario internazionale che prevede, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili e la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel.

Libano: 13 ottobre, si svolgono enormi manifestazioni inter-confessionali e spontanee contro le misure liberiste di austerità (più tasse e aumento dei prezzi tra cui i combustibili) chieste da FMI e Banca Mondiale quindi adottate dal governo di coalizione presieduto da Hariri e sostenuto anche da Hezbollah. Diventano ben presto proteste politiche contro il regime, la corruzione. Malgrado le dimissioni di Hariri il 29 ottobre, le proteste continuano

Cile: 18 ottobre: la scintilla che ha scatenato la più grande rivolta popolare (anche qui giovani protagonisti) dalla fine degli anni ’60 è scattata subito dopo la legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago. Dopo due settimane è diventata una mobilitazione politica per cacciare il il regime neoliberista di Piñera e una nuova costituzione

Egitto: 26 ottobre, al Sisi, dopo la repressione violenta delle proteste di strada, proroga per la decima volta consecutiva lo Stato d’emergenza.


Il giudizio



Domanda: al di là di affinità evidenti, c'è qualcosa di fondo, di universale, che accomuna la grande sollevazione popolare cilena, il successo elettorale dei peronisti in Argentina, le violente rivolte che scuotono il mondo islamico dall’Egitto all’Iraq, passando per il Libano? 

I tratti comuni di queste rivolte, a dispetto dei differenti contesti nazionali, saltano tuttavia agli occhi: la scintilla che da fuoco alle polveri sono le misure austeritarie di impronta neoliberista. I settori popolari che ne vengono colpiti si ribellano, contestano la corruzione delle classi dominanti e dei loro servi politici, velocemente diventano
Bagdad, ottobre 2019
mobilitazioni politiche che chiedono non solo le dimissioni dei governi ma un vero e proprio cambio di regime.

E da che dipende questa affinità? Viene dal fatto che la globalizzazione neoliberista ha ornai afferrato ogni Paese nella sua spirale distruttiva, che essa, come uno rullo compressore, ovunque schiaccia chi sta in basso fino al punto limite oltre il quale non può esserci che la sollevazione generale.

C'è di più, quindi, c'è proprio la dinamica simile. Piccoli fuochi di rivolta urbana, coi giovani come punta di lancia, tendono ad estendersi velocemente a macchia d'olio trascinando nelle strade i ceti sociali oppressi fino alla rivolta popolare generale che ben presto, da difensiva, diventa politica e offensiva.

V'è infine un'altra caratteristica comune ed un segno che contraddistingue il tempo che viviamo: il simbolo che dappertutto queste masse utilizzano ed in cui si riconoscono è la rispettiva bandiera nazionale.

Impossibile non vedere l'elemento di fondo, universale, che accomuna tutti quanti questi tumulti: la lotta di classe, quella, per quel cane-mai-morto di Carlo Marx rappresentava, in ultima istanza, la forza motrice della storia. E la storia in effetti si va rimettendo in moto, con la differenza che il ritmo della sua danza ricomincia ad essere dettato non da chi sta in alto bensì da chi sta in basso.

Giusto discutere di cosa sia ancora vivo e cosa sia morto della teoria marxista. Di sicuro è morta la tesi operaista che per lotta di classe intendeva solo quella tra operai salariati (metafisicamente portatori di progresso) e capitale (ontolgicamente parassita). La lotta di classe, invece, è un fenomeno per sua natura polimorfa, che quindi può assumere, a seconda del momento storico, della struttura sociale e delle tradizioni spirituali di un dato Paese, aspetti, dinamiche e modi di essere anche molto diversi, ma sempre essa ha la medesima sostanza: i dominati si ribellano ai dominanti e premono per la loro emancipazione. 

Malgrado questa verità sia evidente v'è chi si ostina a negarla.
Beirut, ottobre 2019

Non parliamo qui dei liberali o dei fascisti, per i quali il rifiuto della lotta di classe è punto dogmatico di dottrina. Entrambi sono infatti, non solo geneticamente anti-egualitari. Entrambi sono accomunati dalla medesima idea per cui la storia non la fai mai la "plebaglia", bensì i grandi condottieri, le élite aristocratiche degli ottimati, o le grandi potenze.

Parliamo di diversi amici i quali inneggiano a queste rivolte fino a quando puntano contro quelli che considerano "governi nemici", e le condannano come "rivoluzioni colorate" quando esse contestano "governi amici". Viva la sollevazione cilena o ecuadoregna dunque, ma abbasso quella irachena o libanese. Essi equiparano infatti le rivolte in Iraq e Libano a quelle di Hong Kong o alle mobilitazioni contro Maduro in Venezuela o contro Evo Morales in Bolivia, addirittura ad EuroMaidan in Ucraina.

Entra quindi in ballo la geopolitica, con tutti i suoi accecanti automatismi. 

Facciamo degli esempi. Dal fatto che si debba difendere la Russia putiniana dalle evidenti provocazioni USA-NATO se ne deduce che ogni protesta sociale che avvenga in Russia non solo sia per sua natura disdicevole, è pressoché scontato che dietro vi siano gli americani, e che i sobillatori siano al soldo della CIA. Non conta, agli occhi dei geopoliticisti, che chi protesta rivendichi legittimi diritti, non conta che la situazione per le classi subalterne sia intollerabile, non conta che il governo putiniano segua una politica sociale sostanzialmente liberista. Essi vedono solo un aspetto della politica putiniana, dimenticando tutti gli altri. Con queste lenti distorte non vogliono vedere le intollerabili ingiustizie sociali, rifiutano di considerare l'esistenza di un'oligarchia capitalista che fa il bello e il cattivo tempo. 

Dicendo questo noi vogliamo forse negare che nell'opposizione al putinismo vi siano forze al soldo dei nemici imperialisti occidentali della Russia? Ovviamente no, diciamo che va fatta un'analisi concreta della situazione concreta, che è doveroso distinguere il grano dal loglio, ovvero stabilire quale sia la "natura di classe", sociale e politica, di una data protesta, di una data opposizione. La geopolitica, le dinamiche ed i conflitti internazionali, non possono cancellare quelli interni ad ogni singolo paese. Non geopolitica o lotta di classe, bensì geopolitica e lotta di classe. L'uno aspetto non sopprime l'altro.

Così ad esempio non ci sfugge affatto che le violente rivolte a Hong Kong, iniziate a maggio contro il governo locale sostenuto da Pechino, per quanto massicce, siano di
Santiago, ottobre 2019
natura reazionaria e filo-imperialista. E poco importa stabilire se i suoi leader siano o meno su libro paga della CIA; parlano le loro rivendicazioni separatiste, parlano i simboli, parla il fatto che esse siano 
animate non dai subalterni ma dai pupilli della borghesia della ex-colonia inglese.

Di converso sono chiare le cause sociali delle rivolte di massa in Iraq e in Libano. Negare la loro genuinità e la loro legittimità, giungendo addirittura a giustificare la repressione (sanguinosa nel caso iracheno), fallita in quello libanese, è cosa inaccettabile. Anche in questo caso l'argomento di chi condanna le rivolte popolari in Iraq e Libano usa un solo argomento: siccome l'Iran svolge una funzione positiva di contrasto all'imperialismo nordamericano, e dal momento che l'indegno e corrotto governo di Bagdad è sostenuto da Tehran e che il governo Hariri c'è Hezbollah, ogni sollevazione sociale delle classi subalterne è illegittima, peggio, ogni sollevazione sarebbe una "rivoluzione colorata al servizio dei nemici dell'Iran".

Ci viene alla mente quanto Mao Zedong disse, se non erro nel 1955, a proposito della frazione filo-sovietica avversaria nel suo partito: "Per questi compagni le scoregge dei russi profumano". Per i filo-iraniani il fatto che Teheran sotto la minaccia di aggressione, giustifica ogni porcheria politica del regime.

Chi afferma oggi queste posizioni sono gli stessi che al tempo (2011-12) liquidò le "primavere arabe" come "rivoluzioni colorate". Tra questi si annoverava il compianto Costanzo Preve, che in quel frangente abbracciò in toto i paradigmi del geopoliticismo.

Ne nacque una polemica  teorica — GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI — che alla luce degli odierni accadimenti riteniamo valga la pena di essere segnalata.


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venerdì 1 novembre 2019

CHE FINE FARÀ L'ITALIA? di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 1 novembre 2019 ]

Testa d'uovo è una definizione spregiativa di quegli intellettuali che discettano sulla realtà dispensando pillole di saggezza su come le cose dovrebbero secondo loro andare. Uno degli elementi dell'immagine stereotipata dell'intellettuale è la fronte molto alta (ritenuta segno di intelligenza superiore) che fa assomigliare la testa a un uovo. L'espressione nacque in America nel 1952 per ironizzare sul candidato presidenziale Adlai Stevenson, accusato di astrattezza e calvo come un uovo, e sui suoi collaboratori. 
Ernesto Galli della Loggia, celebre editorialista del Corriere della Sera, ci fa venire in mente proprio quell'Adlai Stevenson lì. Egli è ovviamente persona intelligente e colta, e spesso c'azzecca. A volte, invece, si lascia andare a profezie improbabili.
E' il caso dell'editoriale del 28 ottobre — Il senso di un voto — a chiosa del terremoto elettorale umbro del giorno prima.

Dopo aver giustamente affermato che l'Italia sta
«vivendo una drammatica fase di rifondazione del suo sistema politico, un vero e proprio passaggio di fase storica, forse domenica avviato a una conclusione».
egli giunge alla conclusione che questa "rifondazione" si concluderà, né più e né meno, in un ritorno alla "prima repubblica". Della Loggia stabilisce così un'analogia tra l'attuale "passaggio di fase storica" a quello che l'Italia conobbe tra il 1945 e il 1948.

Per far tornare i conti il nostro compie due mosse. 

La prima riguarda il Movimento 5 Stelle. Per Della Loggia esso non è che una riedizione dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini: una "improvvisa fiammata di protesta destinata a spegnersi", condannata quindi a non lasciare traccia e ad essere assorbita nell'alveo sistemico .

La seconda riguarda la Lega salviniana. Sentiamo:
«Ma come accadde tra il 1945 e il 1948, anche oggi la rifondazione del sistema politico sembra non poter avvenire che all’insegna di un grande compromesso con la pancia conservatrice del Paese. In Italia infatti sembra che solo così possano nascere nuovi equilibri stabili, salvo poi evolvere verso altri lidi. Lo straordinario successo attuale della destra sembra preludere - e insieme essere già il frutto - di un compromesso del genere: alla luce del quale la presenza di Forza Nuova nella piazza leghista di oggi ha lo stesso valore di un segnale inequivocabile che ebbe la presenza di Rodolfo Graziani sul palco insieme ad Andreotti in un lontanissimo comizio ad Arcinazzo nei remoti anni del centrismo. Perché è per l’appunto questo che oggi la Lega può accingersi a fare forte del suo potenziale consenso: ripercorrendo le orme della Democrazia Cristiana del ’48, cercare di rifondare intorno alla propria forza un blocco paracentrista di governo: con Meloni come sua corrente interna-esterna di tono più radicale, con Forza Italia in versione simil-Partito Liberale e magari con Matteo Renzi sulla sinistra in funzione simil-saragattiana». [sottolineatura nostra]
Pronostico e analogia, quelle del nostro, astrattissime e sommamente sballate, e per due ragioni essenziali.  

La prima. Dopo il secondo conflitto mondiale l'Occidente, tra cui il nostro Paese, conobbe un ciclo economico espansivo ( i "trenta gloriosi") senza precedenti.
Ernesto Galli della Loggia
La seconda. Si uscì dal secondo conflitto mondiale con la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e ostili, con l'Italia segnata più di ogni altro paese occidentale da questa polarizzazione, che fu ideologica e sociale.

Questi due fattori ci aiutano a comprendere le ragioni del lungo e stabile dominio politico democristiano, e perché l'esperimento populista di destra de  L'Uomo Qualunque fosse destinato ad essere una aleatoria fiammata.

E' evidente come l'analogia tra l'adesso e l'allora non regga ad un'analisi seria.

Non solo la divisione del mondo in due blocchi sta lasciando il posto ad un "disordine multipolare" o policentrico — la qual cosa pone l'Italia, non fosse che per la sua strategica posizione geopolitica, davanti all'obbligo di dover scegliere con quale blocco di potenze schierarsi. V'è poi la crisi congenita dell'Unione europea la quale, stretta tra la spinta alla disgregazione e quella opposta a costituirsi in un super-stato, non solo destabilizza in modo permanente il nostro Paese ma lo pone davanti ad un vero e proprio dilemma esistenziale: essere o non essere più uno stato-nazione. 

Questo per dire che l'inevitabile disordine geopolitico che abbiamo davanti si riverbererà direttamente sul nostro Paese non consentendogli alcuna uscita dal pantano, o stabilizzazione di regime.

Ma c'è un secondo fattore che smentisce la profezia di Della Loggia: è la crisi organica, economica, sociale, istituzionale e morale del sistema capitalistico occidentale e di cui l'Italia rappresenta uno degli aneli deboli. Non abbiamo davanti un "trentennio glorioso" di crescita economica ma, al contrario, se non il rischio di una nuova catastrofe stile 1929, quella che l'economista Alvin Hansen chiamò stagnazione secolare.

Siamo insomma, non davanti ad un ciclo di stabilizzazione tipo quello che conobbe la "prima repubblica", bensì, al contrario al punto culminante del cosiddetto "Momento Polanyi", ovvero dentro una tempesta globale che potrebbe travolgere l'Italia precipitandola in un periodo di aspri conflitti sociali e politici.

Qui ci spieghiamo la comparsa sulla scena dei due populismi, quello pentastellato e quello salviniano. Che in questa condizioni storico-sociali essi siano destinati a subire profonde metamorfosi è sicuro, che non lasci tracce il primo e che il secondo subisca un processo di normalizzazione neo-democristiano, non sta né in cielo né in terra. 

Scambiando i suoi desideri per la realtà quella di Ernesto Galli Della Loggia si rivela insomma una profezia da quattro soldi. Qui bisogna preparasi al peggio o, seconda dei punti di vista, al meglio.


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martedì 22 ottobre 2019

12 OTTOBRE: LE RAGIONI DI UN SUCCESSO di Moreno Pasquinelli

[ martedì 22 ottobre 2019 ]



A dieci giorni dalla manifestazione, dopo quelle a caldo fatte dal Comitato promotore, è bene svolgerne qualcuna a mente fredda.

Che la manifestazione sia stata un successo, è fuori discussione.
Le ragioni sono diverse, vorrei indicare, provando a farlo per ordine di importanza, quelle che a me appaiono evidenti.


ITALEXIT


La prima salta agli occhi. Essa ha incontrato e raccolto una domanda politica diffusa nel Paese, quella del no all'euro e all'Unione europea. Col passaggio dei 5 Stelle nel campo europeista (voto per la Von Der Layen), quindi l'affondamento del governo giallo-verde da parte di Salvini, milioni di cittadini si sono sentiti orfani, privati di rappresentanza. Ecco, nella manifestazione del 12 ottobre è confluita la parte più determinata e consapevole di questo popolo che ha voluto gridare "non ci stiamo, non molleremo la lotta per la sovranità nazionale!". La conferma di quanto affermo veniva dalla composizione della manifestazione: la grandissima parte di coloro che vi hanno partecipato aveva riposto le proprie speranze sul governo giallo-verde, che avrebbe mantenuto la promessa di disobbedire ai poteri eurocratici e combatterli, quindi aperto la via all'uscita del Paese dalla gabbia in cui è recluso. 


COME LA GRECIA NO


La seconda ragione del successo è nella proposta dei promotori. Non un piagnisteo rancoroso di sfiduciati, né un convegno per discettare sul che fare, ma una manifestazione di consapevole protesta. "Non faremo la fine del popolo greco!". In una parola: Resistenza!


SINFONIA DI LIBERTÀ


La terza ragione del successo la possiamo dire così: Unità nella diversità. Si sono dimostrate corrette due mosse dei promotori. La prima: che a promuoverla fossero non gruppi o partiti, bensì centinaia di cittadini, diversi per funzione sociale e appartenenza politica e culturale, ma accomunati dal medesimo obbiettivo. La seconda, a conferma del carattere unitario: che fosse ammesso solo il tricolore e non, appunto, divisivi simboli di partiti o gruppi, per quanto essi si proclamino "sovranisti". Chi ha partecipato alla manifestazione ha potuto toccare con mano questo afflato patriottico, quel sentirsi parte della medesima comunità politica.


LA STELLA POLARE


La quarta ragione. Si è rivelata giusta la scelta dei promotori nell'evitare che questo afflato patriottico fosse indeterminato, retorico e demagogico. Essi hanno posto come stella polare la difesa e l'attuazione della Costituzione del 1948 la quale, per la visione di Paese che contiene, non a caso è sotto attacco da decenni, sia da parte dei poteri forti mondialisti che dei loro alfieri italiani (di destra e di sinistra). Di qui la scelta simbolica di esporre, accanto alle tantissime bandiere tricolore, quella del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che fu allora, pur con tutti i suoi limiti, artefice della riconquista dell'indipendenza nazionale e della fondazione della Repubblica, come pure sorgente della nostra Costituzione.


PATRIOTTISMO INTERNAZIONALISTA


La quinta ragione del successo. Azzeccata si è rivelata la decisione dei promotori di invitare alla manifestazione delegati ed esponenti di movimenti democratici di altri paesi europei. I loro interventi, anzitutto quello greco, sono stati raccolti con commozione e  solidarietà. L'anelito patriottico che saliva dalla piazza era tanto determinato quanto innervato da uno spirito di fratellanza con gli altri popoli. Fieri di essere italiani ma nessuna vanagloria o alterigia nazionalistica. Non vogliamo essere oppressi e non vogliamo opprimere nessun altro. Così si spiega non solo il rifiuto di quest'Unione oligarchica ma pure la richiesta di farla finita con la NATO e la richiesta di fare dell'Italia un Paese neutrale.



CONTARE SULLE PROPRIE FORZE


Non avremmo avuto il successo senza la necessaria dose di "follia", la determinazione e lo sforzo formidabile del Comitato Promotore e di tutti i suoi membri. Due mesi e mezzo di attività frenetica. L'uso della rete si è dimostrato essenziale, ma lo è stato altrettanto il riunirsi con impeccabile regolarità per affrontare e decidere, passo dopo passo, criticità, problemi e ostacoli. Hanno contato la consolidata esperienza in fatto di organizzazione e logistica, la capacità tutta politica di aver trovato sempre un punto di sintesi malgrado le diverse voci e sensibilità nel Comitato promotore. Indispensabile è stato il contributo di alcuni degli intellettuali che figuravano tra i promotori, che hanno dato qualità e respiro all'impresa. E per quanto attiene alle rete, fondamentale è stato l'aiuto di ByoBlu e di altri blogger. Utili infine, non sembri un paradosso, sono risultate le accuse e financo le diffamazioni di alcuni esagitati impostori; la loro egotica e distruttiva malafede ha meglio messo in risalto la forza e la coerenza dei promotori.


Hanno scritto i promotori che col 12 ottobre inizia un nuovo cammino. Dove si vuole andare? Qual è l'orizzonte? Con chi e come procedere? Come organizzarsi?
Ma questa è già un'altra storia. 




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venerdì 11 ottobre 2019

NAZIONE E PATRIOTTISMO (repetita juvant) di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 11 ottobre 2019]

«La libertà di pensiero ce l'abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero».
Karl Kraus

*  *  *

Ci risiamo. 
La scassata armata Repubblica-Espresso-Micromega ritorna all'attacco contro il "rossobrunismo". Per la verità essa occupa la prima linea di un fronte ben più vasto che va da certa  sinistra ultras a giornaloni come CORRIERE DELLA SERA e LA STAMPA, passando per il manifesto e LEFT. Nel tempo abbiamo tentato di rubricare questo vero e proprio assedio. 
L'ultimo assalto anti-rosso-bruno, tra il patetico e l'implausibile, l'ha portato Micromega, con un articolo, L'Italia siamo noi. La sinistra e l'identità nazionale dello studioso Jacopo Custodi (l'ostentata erudizione non è garanzia per evitare bufale e fake news): dove se la prende con noi e con Fassina ed alcuni suoi amici.


EXCLUSIONARY VS. INCLUSIONARY


Del suddetto avevo avuto modo di leggere il suo saggio Populism, Left-wing Populism and Patriotism. A contribution to the theorization of Left-Populism, uno studio sui populismi di sinistra in America latina e quelli rinascenti in Europa — rigorosamente ed eslcusivamente nella lingua dell'Impero, come si esige nel mondo accademico. Un saggio tanto ponderoso
quanto nozionistico, come capita spesso agli esegeti di Ernesto Laclau e, soprattutto Chantal Mouffe i quali esegeti  finiscono, al netto dei funambolismi teorici, per ripetere a pappagallo, se non addirittura impoverire quanto già detto e scritto dai due controversi intellettuali.

Custodi ammette, in questo saggio, sulla scia di Laclau e Mouffe, che contro l'avanzata dei populismi di destra, ahinoi, la tradizionale narrazione marxista è impotente e che contro di essi si deve oppure il "populismo di sinistra". Un populismo di sinistra deve perciò riscoprire come positivi i concetti di nazione e di sovranità nazionale, e può utilizzare come arma politica il valore del patriottismo.

Fin qui nulla di male, come converranno i nostri più assidui lettori, che si chiederanno dunque come mai il nostro se la prenda con la sinistra patriottica italiana. Il fatto è che Custodi, restando intrappolato nella trama narrativa di Laclau e Mouffe ed accettando il loro fondamentale paradigma teorico, finisce per ingarbugliare il tutto, svuotando i concetti di popolo, nazione e patriottismo della loro sostanza storico-politica, quindi giungendo ad un'idea di patriottismo non solo lontanissima dalla nostra ma alquanto sbilenca e discordante rispetto a quella dello stesso Laclau. 

Un'idea di nazione e di patriottismo, quella di Custodi, del tutto simile, se non addirittura conforme, con quella del filosofo tedesco Jürgen Habermas, ovvero l'idea astratta e cosmopolitica della "cittadinanza costituzionale universalistica", concepita come antitesi alla nazione storica. Un pensiero, quello di Habermas pervasivo assai, avendo plasmato non solo le teste d'uovo della sinistra globalista di regime, ma pure quelle della sinistra radicale, per contaminare addirittura, nella forma sghemba di un "nuovo costituzionalismo europeo", amici come Stefano Fassina. Segno di una soggezione teorica difficile da superare.

Alla fine, del saggio di Custodi — sorvolando sulla sciocca vulgata liberale secondo cui "gli orrori del '900" sarebbero stati commessi dai nazionalismi, non già dagli imperialismi — tra le mani  rimane ben poco. Nulla viene aggiunto a quanto già sapevamo del populismo. E per quanto attiene all' opposizione ed alla differenza tra populismo di destra e di sinistra; il nostro si limita a segnalare che il primo tende ad escludere, il secondo ad includere. Nozione non solo superficiale ma deviante, quindi sbagliata, visto che di questi tempi l'egemonia fa premio ai populismi di destra, che evidentemente, in quanto maggioritari, riescono ad essere ben più inclusivi di quelli di sinistra. En passant: i modelli preferiti di populismo di sinistra sono per Custodi SYRIZA e Podemos...



IL PARADIGMA TEORICO DI LACLAU


Qual è dunque il paradigma teorico di Laclau e Mouffe e che entrambi hanno posto come decisivo malgrado le loro fasi e le loro reciproche differenze? E' l'accettazione di uno degli enunciati peculiari di certo post-strutturalismo (e post-modernismo), per cui, contro ogni pretesa ontologica, contro ogni idea che supponga l'esistenza di universali o fondamenti ultimi, si afferma che nulla avrebbe più sostanza o essenza, né tantomeno valore storico-oggettivo. Tutto sarebbe mero discorso, forma simbolica, narrazione linguistica.
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe
 Filosoficamente parlando una forma radicale di nominalismo o, più precisamente, di arbitrarismo ockahamiano. Ma non ci complichiamo la vita.


Se all'inizio del suo tragitto Laclau utilizzava questo paradigma per contrastare l'economicismo ed il determinismo dei certo marxismo ossificato —per cui il socialismo sarebbe stato un parto dello sviluppo capitalistico ed il soggetto politico non sarebbe che un'ostetrica che a cui era affidato il compito di  assecondare la venuta alla luce del nascituro —, strada facendo è diventato una forma estrema di soggettivismo politico élitista, per cui tutto verrebbe a dipendere dall'élite politica, dalla sua capacità di costruire, ex nihilo, il popolo e la nazione. Non ci sono, nel paesaggio di Laclau e Mouffe, leggi economiche e sociali sistemiche obiettive —tra cui quella marxiana di Valore —, nemmeno di ultima istanza, né classi sociali oggettive. 

Conflitti, cambiamenti politici e rotture sistemiche sarebbero frutto della mera contingenza, figlie di circostanze imprevedibili, della fusione tra istanze eterogenee e movimenti non solo diversi ma addirittura asimmetrici. Spetta all'élite populista, anzi, al leader populista (Laclau non a caso prende ad esempio Peron) il compito di utilizzare le circostanze e di convogliare le diverse e disparate rivendicazioni parziali come anelli di una medesima "catena equivalenziale", entro un medesimo orizzonte. La qual cosa, più prosaicamente e per venire a noi, significa ad esempio, per il populismo di matrice leghista "prima gli italiani", ovvero indirizzare il malcontento e la protesta contro chi sta in basso, per quello a cinque stelle indirizzarla contro chi sta in alto, "la casta". Qui Laclau, distorcendo non poco il pensiero di Gramsci, cala l'asso dell'egemonia, e prende di nuovo a modello di pratica egemonica il peronismo, un ectoplasma tentacolare che riuscì a contenere al suo interno di tutto e di più, da certa sinistra guerrigliera socialista alla destra nazionalista. 

LA NAZIONE E IL PATRIOTTISMO


Veniamo dunque a quanto asserisce Custodi nel pezzo su Micromega. Il nostro, dopo aver preso atto che assistiamo alla "rinascita dell'uso politico della nazione" e ad una "ristrutturazione dello spazio politico che in parte trascende la dicotomia destra-sinistra" e che rimette al centro l'identità nazionale (come si può negare che ci sono il giorno e la notta?), spara la cannonata:

«Esiste all’interno della sinistra una corrente minoritaria ma in crescita che cerca di coniugare il patriottismo italiano con alcuni valori tradizionali della sinistra. È il cosiddetto ‘rossobrunismo’, un’area politica eterogenea e di varie gradazioni, che va da organizzazioni quali Patria e Costituzione, Rinascita! e Movimento Popolare di Liberazione (P101), fino a personaggi come Diego Fusaro. È il rossobrunismo italiano un esempio di questa possibilità di reimmaginare la nazione di cui ho parlato finora? Assolutamente no. Per una ragione molto semplice: perché nel rossobrunismo non c’è reimmaginazione, non c’è sfida controegemonica, ma vi è piuttosto un’interiorizzazione dei valori e dei significati che l’identità nazionale assume all’interno della destra italiana».
Poteva essere una critica, è invece, con lo stigma del rossobrunismo, una condanna all'ostracismo, un dagli all'untore. La qual cosa, beninteso, qualifica chi lancia l'accusa, accusa che ha al centro il concetto di "reimmiginazione". Noi "rossobruni" non
"reimmaginiamo" la nazione ma difenderemmo la stessa idea di certa destra. Non siamo all'insinuazione che prenderemmo in prestito dal fascismo l'idea di nazione, ma ci siamo vicini. Ovviamente non è così e per dimostrarlo è bene sottolineare quale sia l'idea di nazione del nostro. 


Per Custodi, cito, "Le nazioni in quanto "entità concrete" semplicemente non esistono e non hanno alcun contenuto politico fisso e predeterminato, sono comunità immaginate"; mentre "l'identità nazionale è sempre congiunturale e mai predeterminata". Come si vede non si fa che applicare in modo pappagallesco uno dei concetti del post-strutturalismo: nulla è davvero storico-concreto, reale, ma frutto di immaginazione discorsiva.

Invece le nazioni sono prodotti reali, hanno radici storiche, territoriali, politiche, culturali, ideali, linguistiche, emozionali ed anche — scandalo dei politicamente corretti — etniche. Custodi vorrebbe far credere all'ignaro lettore che noi, dal momento che consideriamo anche il fattore etnico, difenderemmo il mito romantico del Blut und Boden (Sangue e suolo), quindi la concezione etnicistica della nazione del movimento völkisch tedesco.

Per supportare la sua accusa e per sostenere che "Nè la comunanza etnica o linguistica, né l'esistenza di tradizioni o culture condivise reggono davanti all'indagine storica", egli porta l'esempio di
«nazioni come la Svizzera o il Belgio che hanno varie lingue ufficiali, altre come il Brasile o gli Stati Uniti sono un crogiuolo di etnie diverse»
per giungere al luogo comune che
«La cultura piemontese ricorda più quella francese che quella siciliana. Cos'hanno in comune Trento e Napoli?».
Un distillato di scempiaggini. Il nostro non s'avvede, quando cita i casi di stati-nazione multietnici o multinazionali, che fa rientrare dalla finestra proprio la concezione etnicistica della nazione, ovvero che questi non sarebbero vere nazioni in quanto sono un "crogiuolo (guarda caso: melting pot) di etnie diverse". Spunta fuori quindi l'idea del movimento völkisch tedesco, per cui solo quello tedesco sarebbe un popolo etnicamente e linguisticamente incontaminato" quindi la sola vera nazione.
Che forse gli stati federali come Svizzera, Regno Unito o Russia non sarebbero nazioni? Che forse quei popoli, a dispetto delle differenze entiche e linguistiche non si sentono parte della medesima comunità storico-nazionale? Andateglielo a chiedere. La nazione, questo ci dice la storia, è quasi sempre una concrezione di più ethnos, ovvero è costruzione comune di un demos  in cui diversi ethnos si sono fatti nazione e coabitano in modo solidaristico. Un unico demos, ove sia democratico e non annessionistico, può quindi includere una pluralità di ethnos. Entro questa dialettica si può comprendere quel che affermò Ernest Renan, che "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni".

PATRIOTTISMO DISARMATO


La tesi del nostro, sul solco di Habermas piuttosto che su quello di Laclau,
visto che le nazioni non esistono e sono solo costruzioni immaginarie, "consistono in un sistema condiviso di norme e leggi". 

Stiano dunque attenti Fassina ed i compagni attorno a lui raccolti. Essi —quando non addirittura alludono all'assurdità del "patriottismo europeo", altri "mediterraneo" —, nel comprensibile tentativo di smarcarsi dal nazionalismo di matrice fascista, annessionistico e imperialistico, sostengono che il loro patriottismo è tutto e solo politico, cioè esclusivamente fondato sui "valori" della lealtà verso la Costituzione repubblicana. Un patriottismo fiacco, disarmato, che non ha né potenza politica né alcuna forza egemonica ed emozionale, basato su una tesi semplicistica e minimalistica della nazione, e coloro che la sostengono rischiano non volendo di diventare satelliti della sinistra anti-nazionale e globalista.

Chiediamo: se il patriottismo italiano legittimo sia solo quello basato sulla lealtà alla Carta costituzionale, che dire dei Pisacane, dei Garibaldi e dei Mazzini? Per non parlare del Machiavelli. Che dire delle decine di migliaia di volontari che morirono sui campi di battaglia in nome dell'Italia? Avevano forse essi una Costituzione su cui giurare e immolare le loro vite? No, non l'avevano, morirono per fare dell'Italia una nazione democratica e popolare, ovvero lottarono per avviare uno storico processo costituente. Essi furono sconfitti e fu grave onta della sinistra italiana, in nome di un malinteso internazionalismo, lasciare la loro memoria all'insorgente fascismo.

Colpa che fu espiata dalla resistenza italiana, dai combattenti che senza attendere direttive dall'alto, nel settembre 1943, salirono in montagna e si diedero alla lotta armata per un sentimento patriottico e civile contro lo sfascio dello Stato nazionale e per riscattare la dignità della Patria. Chiediamo: non era forse il loro patriottismo legittimo e sacrosanto? Eh certo che lo era, malgrado la Costituzione fosse di la da venire, ed anzi la lotta poteva anche non sfociare nella Repubblica democratica. 

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