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domenica 8 dicembre 2019

LIBERIAMO L'ITALIA C'È di Daniela Di Marco

[ domenica 8 dicembre 2019 ]

Con l'inno nazionale si sono aperti ieri a Roma i lavori 
dell'Assemblea Costituente di Liberiamo l'Italia
Due giorni intensi, faticosi, importanti per Liberiamo l’Italia.
Nel pomeriggio di venerdì la manifestazione-presidio sotto il Parlamento per dire No al MES. 
Quindi ieri l’annunciata Assemblea Costituente presso il Centro Congressi Frentani.
Il tempo ci dirà se ciò che stiamo seminando porterà i frutti che tutti vogliamo.

Partiamo dalla manifestazione. E’ un fatto che essa sia stata, almeno ad oggi, l’unica protesta pubblica contro questo trattato capestro che è il MES.
Non c’è solo questo di cui andare fieri, siamo orgogliosi soprattutto per la qualità dei numerosi interventi che si sono succeduti, a dimostrazione che lorsignori non hanno a che fare con degli indignati che esprimono il loro dissenso, ma con dei cittadini che hanno studiato, che non solo hanno fatto “i compiti a casa” sviscerando fin nei dettagli le insidie del trattato, ma che hanno idee precise su come il nostro Paese potrebbe risorgere se si decidesse ad uscire dalla gabbia dell’Unione europea riconquistando piena sovranità.
Il giorno dopo eravamo al Centro congressi Frentani per l’Assemblea costituente del movimento Liberiamo l’Italia.
Sala quasi completamente gremita, con attivisti e amici giunti da tutto il Paese.

Dopo l’apertura dei lavori di Guido Grossi e l’introduzione politica di Leonardo Sinigaglia, si è dato via al dibattito.
Ben 54 gli interventi.
Il primo l’ha fatto Marianna, 16 anni, vera e propria mascotte dell’Assemblea, la più giovane tra i diversi ragazzi presenti. Fatto che considero un importante punto di merito per Liberiamo l’Italia.


Prima Assemblea-presidio contro il MES, sotto il Parlamento. Roma, 6 dicembre 2019
Non ricordo qui tutti i nomi degli intervenuti. Segnalo solo i saluti di Paolo Maddalena, l’amico Nino GalloniFulvio GrimaldiGilberto Trombetta del Fronte Sovranista, Ugo Boghetta di Nuova Direzione, Mauro Grimolizzi di Riscossa Italia, Valerio Colombo del Partito Umanista, Gaia Dondoli del Partito dei Carc.

Colpiva che gli intervenuti ai lavori venivano, alcuni dopo un lungo viaggio, dalla Val d’Aosta, dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto, dal Friuli, dalla Liguria, dall’Emilia Romagna, dalla Toscana, dall’Umbria, dalle Marche, dall’Abruzzo, dal Lazio, dalla Campania, dalla Puglia. Non tutta l’Italia, ma quasi! Inoltre, quasi tutte le categorie sociali sono state rappresentate. Dagli studenti agli insegnanti, agli avvocati, partite IVA e piccoli imprenditori, agricoltori, precari, operai, medici eccetera…
Tanti gli attivisti e gli amici che si incontravano per la prima volta, che hanno dato vita ad un dibattito che ha mostrato, oltre alle inevitabili differenze di accento su questo o quel problema, una evidente unità d’intenti, la passione politica senza la quale non andremmo da nessuna parte.
Alla fine le conclusioni di Moreno Pasquinelli, che ci ha ricordato che l’Assemblea è solo l’inizio di un processo costituente, che questo andrà a buon fine solo a condizione che la discussione sulla bozza di Manifesto e di Statuto proposti dal Coordinamento nazionale si sposti nei territori, nei Comitati Popolari Territoriali già esistenti e nelle speriamo decine che si formeranno nei prossimi mesi.
E’ qui che ci giochiamo la partita: nel penetrare nelle regioni in cui non ci siamo ancora, nella capacità di attivare centinaia e centinaia di cittadini, non solo coinvolgendoli nella discussione su Manifesto e Statuto, in vista del vero e proprio congresso costituivo che vorremmo svolgere prima dell’estate 2020, ma nella lotta concreta, nella capacità di costruire iniziative di lotta città per città, a cominciare da quella contro il MES.

Alla fine dei lavori è stato reso noto il nuovo Coordinamento nazionale, formato da 27 attivisti a rappresentare, a seconda della loro consistenza, tutte le regioni in cui già opera Liberiamo l’Italia.

Come si suol dire: ogni grande marcia inizio da un primo passo. E questo primo passo è stato compiuto con successo!

sabato 28 settembre 2019

MONTI, HO QUALCOSA DA DIRTI di Daniela Di Marco

[ Sabato 28 settembre 2019 ]

Sabato 21 settembre ad Assisi, nell’ambito del Festival Il Cortile di Francesco, si è svolto un convegno i cui relatori erano Mario Monti ed Alberto Bagnai.

Un noioso confronto pseudo contraddittorio, con un Monti versione “green” preoccupato del futuro dei giovani ed un sostanzialmente sdraiato Alberto Bagnai verso il collega e ciò che rappresenta.

In questo contesto, alla fine del confronto, Daniela Di Marco, strappando il microfono (non era previsto alcun dibattito) ha preso la parola rivolgendo un originale “messaggio d’auguri” al senatore a vita Monti e annunciare il 12 ottobre.

Pubblichiamo il video del suo intervento e più sotto il testo integrale del suo messaggio, impossibilitata a leggere tutto dalla fuga fulminea dei due senatori e dal disordine creatosi fra gli organizzatori del convegno…



Onorevole Monti,

Ho rinunciato, oggi, per essere qui di fronte a lei, al mio lavoro.

Sono una dei tantissimi piccoli imprenditori, che non possono permettersi un dipendente e nonostante sfrutti me stessa, non arrivo a fine mese.

Sono qui solo per poter farle un augurio sincero, dal più profondo del mio cuore:

Le auguro di trovarsi presto nella stessa identica condizione di migliaia e migliaia di italiani che hanno chiesto il reddito di cittadinanza. Le auguro di avere disperato bisogno di un lavoro e doversi accontentare di un posto da precario, sfruttato per ore e ore consecutive in cambio di un salario da fame (400-500€), con il quale non potrà mai permettersi un mutuo, non riuscirà a pagare l’affitto, dovrà centellinare fra mille rinunce per riuscire a pagarci le bollette: luce, acqua, gas, facendo la spesa all’eurospin, nella consapevolezza che non potrà aiutare i suoi figli.

Ma l’augurio più sentito (e cortesemente rivolga questo augurio anche alla sua collega Elsa Fornero), è quello di ascoltare, mentre vive in questa condizione assurda di stenti, i politici di turno che sbraitano contro i lavoratori italiani, offendendoli nella loro dignità; ascoltarli mentre danno dei “bamboccioni” ai suoi figli; e mentre li esortano ad andare a lavorare, gli stessi continuano però a sdraiarsi supini ai voleri di quel mostro perverso che avete voluto e costruito, attraverso l’euro, per tenere i popoli in miseria.

Se la Grecia è il più grande successo dell’euro, allora la vostra Unione con le sue spietate ed esecrande politiche austeritarie è sporca del sangue di 700 bambini innocenti, come ha dichiarato Federico Fubini, vicedirettore de Il Corriere della Sera, scandalosamente nascondendo la notizia (e non solo dell’innocente sangue greco, se ricordiamo la Yugoslavia, mentite sapendo di mentire, altro che 70 anni di pace!).

L’Ue è una macchina da guerra, ha dichiarato guerra ai popoli che la compongono, servendosi dei moderni carri armati giuridici e finanziari euro-tedeschi.

Non mi dilungo.

I media di regime non daranno notizia, ma io ci tengo a dirlo a lei e a tutti i presenti:

il 12 ottobre noi saremo in piazza, affratellati e uniti dal tricolore della nostra Repubblica (costata il sangue di giovani, uomini e donne che volevano il paese libero dal nazifascismo), per dire che oggi bisogna di nuovo liberare il Paese.

Saremo in piazza per dire:

Liberiamo l’Italia! Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! Lavoro e dignità per tutti!

giovedì 7 marzo 2019

VIVA L’8 MARZO, ABBASSO NON UNA DI MENO! di Daniela Di Marco

[ 08 marzo 2019 ]

Critica all’appello di Non una di meno per lo sciopero dell’otto marzo

8 marzo, Festa della Donna, o meglio, Giornata internazionale della donna.

Non festeggerò nulla né tantomeno parteciperò allo sciopero (trans)femminista indetto da Non una di meno.

Non sono fra quelle donne che in questi anni ha avallato il business commerciale, trastullandosi in consumistici festeggiamenti trasgressivi a base di cene in locali stracolmi di donne e spogliarelli maschili, contribuire a creare un uomo-oggetto pronto a far battere cassa a coloro da cui viene ingaggiato, non è nelle mie corde.

Che senso ha?

A ciò è stata per molto tempo relegata questa giornata il cui senso è stato totalmente stravolto, ma che trae origine dai sacrosanti movimenti femminili di inizio novecento che, rivendicando diritti fondamentali quali quello al voto, si battevano per l’emancipazione della donna.

Alcuni fanno risalire la data dell’otto marzo alla commemorazione degli incendi scoppiati in alcune fabbriche statunitensi, in cui perirono moltissime operaie (c’è discordanza storica su luogo e data: 1908 alla Cotton, una fabbrica di camice di New York che però sembra sia inesistente, o 1911 presso la fabbrica Triangle) altri, cui mi rifaccio, la ricollegano all’otto marzo 1917 (23 febbraio secondo il calendario giuliano) quando le donne di Mosca organizzarono un imponente manifestazione per chiedere “il pane e la pace”, l’inizio della fine per lo zarismo.

Per questo motivo nel 1921, la Seconda conferenza delle donne comuniste, fissò quel giorno come data celebrativa per la Giornata internazionale dell'operaia.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora; il movimento femminista ha percorso la sua strada.
Non c’è lo spazio per analizzare ciò che è stato, quali fratture lo hanno attraversato e i tanti rivoli in cui è diviso, una cosa è innegabile: da movimento rivoluzionario e socialista, si è trasformato oggi in movimento d’opinione e istituzionale, annullando le istanze rivoluzionarie. Non più movimento antisistema, niente più lotta contro padroni e sfruttatori, non più lotta di classe né progetti di trasformazione sociale, ma conflitto di genere.

Siamo oggi davanti ad un movimento a forte vocazione individualista che, in perfetto stile postmoderno decostruzionista, seguendo il femminismo radicale statunitense degli anni ’70 e l’esplosione dei Women’s e Gender Studies, sostenuti dai Cultural Studies, ha concentrato la sua attenzione sulla sessualità, arrivando, secondo me, a compiere il più grande femminicidio della storia: l’uccisone della donna in quanto tale, proprio per mano della donna.

E se non esiste più la donna, che senso ha una giornata internazionale a lei dedicata?

Ma spieghiamoci meglio.

Gli studi citati ci dicono che non c’è correlazione fra sesso biologico assegnato alla nascita e il genere di appartenenza conseguente, essendo il genere un costrutto socio-culturale, implicante da una parte la percezione che ciascuno ha di sé (identità di genere) dall’altro il sistema socialmente costruito intorno a quella identità (ruolo di genere). Dal momento che il sesso non è più sufficiente per individuare l’appartenenza al genere, sostenendo che dietro esso non vi sia nessuna natura e nessuna realtà, pervengono all’individuale e del tutto arbitraria modificabilità degli stessi grazie ai progressi tecnoscientifici e per di più ad una mobilità assoluta fra generi. Secondo il desiderio del momento, le infinite identità di ciascuno sarebbero libere scelte individuali sempre reversibili.

Il massimo dell’atomizzazione della persona, altro che donna, altro che genere!

E’ necessario secondo queste idee, che le convenzioni sociali si emancipino dalla natura, che le persone sleghino la loro identità dall’ordine sociale sottraendosi al dualismo sessuale di quello che definiscono eteronormatività (e il passo in direzione eterofobica è già avviato). 

A tutto questo è collegata la rivendicazione di nuovi diritti sessuali dei moderni femminismi che individuano il nemico nel maschio, eterosessuale, bianco, occidentale e fanno del desiderio un imperativo categorico: scegliere il proprio sesso, difendere le cosiddette minoranze sessuali, battersi per il diritto al matrimonio omosessuale e all’adozione, il diritto ad avere un bambino a qualsiasi costo, chissenefrega se viene sfruttato qualche utero di qualche donna (!) di qualche parte povera del mondo. «E’ un gesto d’amore» dicono. Tutto è sovvertito.

In nome della libertà dell’individuo borghese, unico dogma e valore intoccabile nella società liquida contemporanea, è stato seppelito il femminismo storico per far nascere il Trans-femminismo (Queer): «Che 100 nuovi generi nascano».

Non più le rivendicazioni delle donne proletarie, né un semplice inglobare le rivendicazioni delle comunità LGBT di postmoderna memoria.

Queste ormai sono un reperto archeologico, soppiantate dal più includente e terribilmente fluido LGBT*QIAP+ [ 1 ], sigla per forza di cose in costante cambiamento. 

Il fatto è che per i teorici di questo pensiero tutto sembra girare intorno all'identità di genere e quindi al sesso.

Mi chiedo: ma l’identità di un soggetto da cosa è determinata? Veramente dall'appartenenza di genere, come pensano le transfemministe? Penso di no, piuttosto credo che se si parla di "identità" ci sono di mezzo fattori come l'appartenenza di classe (sei un proletario o sei un capitalista), la funzione sociale (sei un funzionario del sistema o un suo nemico), sei un socialista o sei un liberista.



Non è un caso che questo radicale smantellamento del concetto di identità si inscriva dentro la visione globalista cosmopolita neoliberale («Porti aperti come i nostri culi»), con la sua esigenza di ingrassare il mercato promuovendo una mobilità internazionale che offre su un piatto d’argento paradisi fiscali, nazioni da depredare, forza-lavoro a basso costo, livellando sempre più i salari verso il basso e distruggendo quindi paesi, comunità, territori, madre natura, condizioni di lavoro e di vita, a unico beneficio di grandi imprese e multinazionali. Il passaggio da un genere all’altro è l’altra faccia della medaglia delle trasmigrazioni no border.

Per dirla con Formenti [ 2 ]: «I nuovi eroi di questa cultura sono gli appartenenti alle comunità LGBQT e i migranti (…) avanguardie cosmopolite di inedite comunità nomadi, figure che anticipano l’avvento di un cittadino del mondo destinato a rimpiazzare le vecchie identità nazionali etniche e culturali».

Ora, criticare questa brodaglia postmodernista è ritenuto non solo illecito, ma addirittura scabroso nei salotti elitari del Politicamente corretto, quelli, per capirci, di Jeff Bezos, di Marc Zuckemberg e Tim Cook.

Tutto ciò Non una di meno lo ha scritto nel suo dna.

Poteva sembrare che la nascita di questo movimento riportasse in auge dentro il movimento femminista italiano una battaglia politica degna di tale nome. Ma la confusione sotto il cielo è grande e grandi sono le contraddizioni di cui è portatore ben tradotte nell’Appello con cui hanno convocato lo sciopero di oggi.

Se guardate il sito di Non una di meno, vedrete in home il banner, in cui a caratteri cubitali è scritto: 8 marzo Sciopero Globale Transfemminista.

Hanno avuto l’accortezza di non usare la dicitura transfemminista nel testo dell'appello che indice lo sciopero, ma non siamo così stupidi da non tenere conto di ciò che da tanto tempo teorizzano, dicono e scrivono («la rivoluzione o sarà transfemminista o non sarà»). Hanno anche tolto il riferimento alle diverse possibili soggettività sessuali, ma sono ben incluse nel testo specifico che indice lo sciopero “dei e dai generi”.

Non si limitano a questo, sostengono lo sciopero “dei e dai consumi”, dal “lavoro produttivo e riproduttivo”, e, denunciando l’attuale reddito di cittadinanza, chiedono: reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, così da essere libere di andare dove vogliono, coperte dal “permesso di soggiorno europeo senza condizioni”.

Richieste nuove «per inventare un tempo nuovo».

La distanza siderale dalle masse di donne lavoratrici e precarie, è evidente, per non parlare della conclamata subalternità alla distopia europeistica. 
Scommetto che la maggioranza delle donne che oggi sono in strada, non hanno idea di tutto ciò.

Stando così le cose, non solo non ho nulla da festeggiare, non ho motivazioni per aderire ad uno sciopero ideologico e politico di cui non condivido nulla, per di più sul tavolo ce ne stanno tante perché oggi osservi addirittura una giornata di lutto.

NOTE:


[ 1 ] LGBT*QIAP+ è l’acronimo per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans o non binarie (*), Queer, Intersessuali, Asessuali, Pansessuali, il + finale sta a indicare l’apertura verso qualsiasi altra autodefinizione in relazione alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale.

[ 2 ] Carlo Formenti, Il Socialismo è morto, viva il Socialismo!, Meltemi Editore, gennaio 2019



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venerdì 26 ottobre 2018

DDL PILLON: MOLTO RUMORE PER NULLA di Daniela Di Marco

[ 26 ottobre 2018 ]



Il 20 settembre scorso, con un articolo dedicato al cosiddetto "DDL Pillon", intervenivamo su "affido condiviso e bigenitorialità". Anche viste le durissime critiche al DDL da parte di pressoché tutta la sinistra, liberal e radicale, proponevamo si aprisse una "discussione seria". Dieci giorni dopo pubblicavamo il primo intervento di M. Micaela Bartolucci, quindi, il 12 ottobre quello di Claudia Z., che invece stroncava il Disegno di Legge. Daniela Di Marco* torna sulla questione con un'analisi puntuale del "DDL Pillon". Ne viene fuori che gran parte dei giudizi negativi sono capziosi e inconsistenti, alcuni addirittura privi di fondamento.

Premessa

Il Disegno di Legge n. 735, chiamato giornalisticamente “DDL Pillon” dal nome del suo primo firmatario, ha suscitato un vespaio di polemiche e si è tirato addosso una grande quantità di accuse e critiche sin dalla sua presentazione in Senato. Si dice che il DDL sia classista, maschilista, patriarcale, contro le donne e i minori di cui annullerebbe i diritti.
Pressoché unanimi in tal senso sono le opinioni a sinistra, divulgate urbi et orbidai media di regime, si veda Repubblica, il Manifesto & Co.
Ebbene, ho letto integralmente il DDL e mi sono fatta la chiara idea che, sebbene questo possa risultare poco chiaro in alcune parti, e sebbene alcune criticità ci siano, le accuse lanciategli contro sono faziose, esagerate e in qualche caso risibili.
Mi chiedo quanti nel variegato mondo sinistrato e fra i media di regime, lo abbiano veramente letto, la mia impressione è che molti si siano limitati a far da megafono a certe isterie di un certo femminismo di parte, senza verificare la veridicità di quanto affermato.
Probabilmente si è colta al volo la possibilità di attaccare il governo in carica anche su questo versante.
Capisco bene che Simone Pillon, antiabortista (sia detto en passant, chi scrive, non lo è), organizzatore del Family Day e difensore della famiglia tradizionale, sia il nemico perfetto per tanti e tante, gli si deve comunque dare atto di essersi detto più volte disposto a modificare ed emendare il testo sulla base delle indicazioni e dei suggerimenti che gli arriveranno dalle forze politiche e dalle associazioni.

Antecedenti

Prima di entrare in medias res, voglio chiarire alcune cose e parimenti contestualizzare l’ambito normativo da cui tale disegno di legge prende forma. Perché in effetti, non è che Pillon e tutti gli altri estensori del DDL siano impazziti all’improvviso, ciò che propongono ha avuto una lunga gestazione.

Intanto precisiamo che il DDL 735, impropriamente definito leghista, è di iniziativa di 9 senatori, di cui, si badi bene, 5 del Movimento 5 Stelle, di cui 4 donne, e 4 della Lega, e fra l’altro rispetta il contratto di governo (si veda il punto che riguarda il diritto di famiglia) [ 1 ].

Poi ricordiamo che il DDL in questione non introduce l’affido condiviso né il principio della bigenitorialità (diritto naturale del figlio ad avere rapporti continuativi con entrambi i genitori, in caso di separazione e divorzio), essendo questi già sanciti dalla Legge 8 Febbraio 2006, n. 54, costata la fatica di ben 4 legislature, con un solo voto contrario in sede di approvazione.

Ora ci si domanderà perché, dal momento che la legge già c’è, si vuole intervenire per modificarla.
Vasto è il materiale informativo e la letteratura che svelano come dall’entrata in vigore della 54/2006 dodici anni fa, essa sia stata disapplicata in quasi tutti i tribunali della Repubblica per prassi e stereotipi culturali duri a morire, lo dimostra anche la giurisprudenza maturata.
A fronte di ciò, i tentativi di modifica della 54/2006 sono partiti già due anni dopo il varo della stessa. Abbiamo 11 disegni di legge in materia delle due legislature precedenti l’attuale. Ne consiglio la lettura e segnalo i link in nota, perché si prenda consapevolezza della direzione intrapresa da tempo in merito al diritto di famiglia [ 2 ].

Aggiungiamo – e questo non lo ha scritto nessuno – che il DDL 735 è solo uno dei quattro DDL tutti normanti l’affido condiviso presentati dall’inizio di questa XVII Legislatura; in nota i link ai testi integrali, pubblicati sul sito del Senato [ 3 ].
I 4 DDL sono in fase di analisi, studio e discussione alla 2° Commissione permanente (Giustizia).
Il DDL 45 e il 768 sono del gruppo parlamentare Forza Italia-Berlusconi Presidente. Il 735, come detto, è del M5S-Lega. So che è stato presentato un DDL n. 782, ma ad oggi non è stato ancora pubblicato sul sito del senato.
Contestualmente al DDL 735 in Commissione verranno discussi anche dei disegni di legge che si occupano della mediazione familiare, ovvero il 118 e il 282.
Quello che un domani sarà legge, molto verosimilmente, non sarà il “DDL Pillon” così com’è, ma un testo che verrà elaborato a seguito della discussione e del confronto comparato fra tutti questi DDL che nella sostanza sono molto simili.

Voglio aggiungere ancora un punto.
L’Unione europea ha condannato diverse volte l’Italia per la violazione dell’art. 8 Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) e del diritto ad un sano rapporto parentale della prole con entrambi i genitori. Inoltre, nel 2015 è arrivata laRisoluzione 2079 del Consiglio d’Europa, recepita molto bene dal DDL 735, così come da altri [ 4 ].
Ferma restando la nostra opposizione al criterio che il diritto europeo possa sovraordinare quello nazionale, viene spontaneo da chiedere a certa élite liberale europeista (Repubblica & Co.) che si accanisce contro il DDL 735: ma qui non vale il “ce lo chiede l’Europa”?

Il DDL 735

E vediamo finalmente queste «Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità».
La visione che sta dietro alle norme, scritta nell’introduzione, è quella della progressiva de-giurisdizionalizzazione nel tentativo di rimettere al centro la famiglia.
A me il presupposto non sembra sbagliato.
In tempi di globalizzazione dispiegata, di liberismo sfrenato, di crisi, di “società liquida” sotto l’egemonia di una cultura iperindividualista e consumista, è di fronte ai nostri occhi l’indebolimento sino alla distruzione della famiglia tradizionale, come di ogni forma associata stabile.
I mutamenti intercorsi negli anni sono parecchi, anche l’istituto familiare è cambiato e non è più quello “dei tempi di mia nonna”.
Non si tratta quindi oggi di difendere la famiglia patriarcale qual era, ma proteggere, cercando di ricomporlo, quel nucleo fondante comunitario, base di vincoli solidaristici, affettivi e relazionali, luogo dove non operano le leggi mercantili fondate sul valore di scambio.
Ovviamente qui si potrebbe innescare una diatriba riguardo alla legge sulle unioni civili e la realtà delle famiglie arcobaleno.
Questo DDL fa valere gli stessi diritti anche per i figli delle famiglie arcobaleno? E’ un primo punto oscuro.

Vediamo ora i criteri introdotti da questo “vituperato” DDL:

-       mediazione familiare nelle separazioni in cui sono coinvolti figli minorenni;
-       tempi di partecipazione;
-       mantenimento diretto;
-       contrasto all’alienazione genitoriale.

Mediazione familiare

Come si sa, il diritto codifica sempre a posteriori i fatti sociali, sempre più veloci della giurisprudenza. La mediazione familiare (nata in America negli anni ’70), esiste in Italia dagli anni 80, ed è quindi un istituto in uso da 3 decenni. Abbiamo oggi corsi di alta formazione, master, corsi regionali per diventare mediatori, molti istituti pubblici e privati prestano il servizio.
Ma non esiste un albo professionale, né un ordine dei mediatori, per cui già da tempo si sono poste delle esigenze normative.
Il DDL 735 istituisce e regolamenta la funzione pubblica e sociale della professione del mediatore familiare, stabilendo il percorso di studi da compiere, con obbligo di riservatezza per segreto professionale, e i cui compensi, secondo quanto scrittovi, dovranno essere decisi con decreto dal Ministro della Giustizia.

Su questo punto, i critici del DDL 735 si sono scatenati perché la mediazione in questione è resa obbligatoria e a pagamento, quindi siccome aumenterebbero i costi a detrimento delle fasce deboli, il DDL 735 sarebbe classista.
Sull’obbligatorietà faccio notare che essa è condizione di procedibilità solo in presenza di minori, e che all’art. 3 comma 3, il DDL recita: «La partecipazione al procedimento di mediazione familiare è volontariamente scelta dalle parti e può essere interrotta in qualsiasi momento», ovvero si lascia anche la possibilità di interromperla e quindi rimettere tutto nelle mani del giudice, come è stato finora. Si legga a conferma anche quanto scritto nelle parti finali degli articoli 11 e 13.
Come detto sopra, sulla mediazione familiare interviene anche il DDL 282, di iniziativa della senatrice del Pd Vanna Iori, che introduce disposizioni in materia [ 5 ].
Cosa ci dice il DDL 282?

Dopo aver citato la normativa europea e aver sostenuto l’importanza dell’istituto della mediazione familiare per sostenere la genitorialità, all’art. 4 comma 1, abbiamo che «le parti congiuntamente hanno l’obbligo (…) di adire ad un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare».
Dunque, se di obbligo parlano i 5 Stelle –Lega, è uno scandalo; se lo dice una senatrice del Pd, va bene?
Voglio anche far notare che l’Ordine degli Psicologi, nel 2011, nel fornire un proprio parere sul DDL 957 (del 2008, simile nei contenuti al DDL 735), diede parere favorevole proprio per l’obbligo della mediazione e non per la scelta volontaria.
Tornando ai costi, il DDL 735, come il 282 e il 118, prevede l’istituzione del servizio di mediazione familiare tanto nel ramo pubblico quanto in quello privato, si veda il comma f) dell’art. 1.
Gridare allo scandalo di una mediazione a pagamento, a detrimento delle fasce deboli, perciò classista, è veramente risibile.
Si è obiettato che il settore pubblico non funziona. Chiedo: deve essere una legge sull’affido condiviso a farlo funzionare?

Sul presunto aumento dei costi di separazione, pongo un’ulteriore riflessione: annose questioni portate davanti al giudice per alta conflittualità, con o senzamediazione familiare, che prezzo/costo hanno ed hanno avuto negli anni? E chi lo ha dovuto pagare?
Probabilmente sono maturi i tempi per una gestione del contenzioso diversa da come è stato fatto fino ad oggi e contro una visione tribunalcentrica secondo la quale i magistrati sono gli unici deputati a dispensare giustizia.
Ad ogni modo, il DDL 735 prevede l’istituzione del Piano Genitoriale, un documento scritto con l’aiuto del mediatore, in cui viene illustrata la situazione del minore al momento della separazione e le proposte in ordine al suo mantenimento, istruzione, educazione e assistenza morale a divorzio attuato.
In casi di separazioni consensuali, non sarebbe necessaria la mediazione e i genitori potrebbero benissimo redigere il piano genitoriale da soli.
In caso di non consensualità e di fallimento della mediazione, viene introdotta un’altra figura, quella del Coordinatore genitoriale, che si caratterizzerà per una modalità fortemente direttiva nell’elaborazione del piano genitoriale.
Penso che il DDL 735 non sia sufficientemente chiaro nel distinguere le due figure di Mediatore e di Coordinatore e nel determinare rispettivi ruoli e compiti.

Tempi di partecipazione

Il DDL 735 introducendo il concetto della “bigenitorialità perfetta”, stabilisce che il minore passerà, salvo che non sia contrario al suo interesse, periodi di permanenza pressoché paritetici con ciascuno dei genitori, col venir meno quindi della figura del “genitore collocatario” (quello con cui i figli stanno per la maggior parte del tempo e presso il quale viene fissata la residenza anagrafica).


Specifichiamo subito che l’articolo 337-ter del codice civile, come sostituito dal DDL 735, prevede tempi paritetici o equipollenti «salvi i casi di impossibilità materiale, (…) salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di: 1) violenza; 2) abuso sessuale; 3) trascuratezza; 4) indisponibilità di un genitore; 5) inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore».
Per cui si evince che i casi dell’abuso sessuale e della violenza sono tenuti in considerazione e visti come ovviamente ostativi. Altra è la legge che deve trattare e punire violenze e abusi, per un disegno di legge che normi l’affido condiviso, mi sembra sufficiente che la questione sia presa in considerazione e vista contraria al “superiore interesse del minore”.
Fra l’altro, il DDL 735, nel “superiore interesse del minore” non esclude l’affido esclusivo deciso da parte del giudice, cosa che è facile desumere, varrà in caso di violenza e abusi sessuali.
Nell’esprimere ferma condanna verso la violenza contro le donne, specifico che non posso annoverarmi fra coloro che considerano la violenza come un dato costitutivo del rapporto relazionale uomo-donna, non appartengo dunque a quella categoria di femministe che considerano il maschio in quanto tale unmonstrum.

Avanzo quindi un’altra riflessione.
Sappiamo che da sempre il lavoro di cura e di assistenza verso i figli ha gravato sulle spalle della donna. Le femministe più accanite, lo hanno sempre denunciato.
Quindi, una equa ripartizione nella gestione dei figli fra entrambi i genitori, non sarà un ulteriore passo verso l’emancipazione femminile, sgravando la donna dal pesante e solitario fardello?

Tornando alla questione dei tempi paritetici, l’accusa lanciata in questo caso contro il DDL 735 è quella di esprimere una visione “adultocentrica” e di guardare ai minori come a “pacchi postali”.
Personalmente, non vedo nel DDL 735 automatismi di sorta, anzi mi sembra che si lasci la possibilità agli ex coniugi di adattare i tempi in base alle esigenze del minore.
Poi non bisogna confondere il domicilio con la residenza.
Il doppio domicilio presso ciascun genitore all’art. 11 è stabilito ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute, così che entrambi i genitori siano informati sul minore.

Il caso di impossibilità materiale di vivere nelle due case dei genitori è previsto, e lo si supera con meccanismo di recupero durante i periodi di vacanza.
Dove possibile l’equa alternanza, credo che a giovarne sia proprio il minore.
E segnalo che i tribunali di Perugia e Brindisi hanno preceduto il DDL 735, con la promulgazione di protocolli e linee guida ispirate alla custodia paritetica con ottimi risultati, partendo dagli studi che testimoniano del superiore benessere del bambino quando beneficiario di un affidamento concretamente condiviso, che quindi solo una certa stampa faziosa continua a definire “pacco postale” [ 6 ].
Ciò che mi lascia perplessa riguarda le fasce d’età dei figli. Non si può paragonare un bambino in fasce, che auspicabilmente dovrebbe essere allattato dalla madre, ad un adolescente. Quindi una maggiore chiarezza del DDL 735 sul punto, ci sta.

Mantenimento diretto

Qui le critiche al DDL sono piovute a raffica, per via di una presunta abolizione dell’assegno di mantenimento, e a causa dell’assegnazione della casa familiare.
Dalla stampa è stata deliberatamente fatta molta confusione. L’assegno di mantenimento verso il coniuge da cui ci si separa, che in termini giuridici si chiama assegno divorzile, non è minimamente toccato da questo disegno di legge, quindi per esso vigono le attuali normative che se ne occupano.
Ricordando che il mantenimento diretto è già previsto dalla legge 54/2006, bisogna vedere come lo modifica il DDL 735.
Anche qui sono state scritte e dette delle scorrettezze.

Il mantenimento diretto, come previsto dal DDL 735 non sarà realizzato dividendo in due parti uguali le spese, ovvero al 50%, ma i capitoli di spesa saranno divisi su base proporzionale e chi guadagna di più, spenderà di più per il figlio.
Verrà tutto scritto e stabilito nel piano genitoriale di cui sopra.
Nel suddetto piano devono essere indicate le misure e modalità con cui ciascun genitore provvede al mantenimento diretto dei figli, considerando sia le spese ordinarie che le straordinarie, attribuendo a ciascun genitore capitoli di spesa in misura proporzionale al proprio reddito, guardando anche alla valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
Si legga l’art. 11 in proposito, che fra l’altro specifica che: «Il giudice stabilisce, ove strettamente necessario e solo in via residuale, la corresponsione a carico di uno dei genitori, di un assegno periodico per un determinato periodo di tempo in favore dell’altro a titolo di contributo al mantenimento del figlio minore».
E’ chiaro ora che l’assegno divorzile non è toccato, e che se un genitore si trova al momento della separazione in difficoltà, e quindi non in grado di provvedere al mantenimento diretto dei figli, è previsto l’assegno di contributo dall’altro genitore? Spero di si.

Passiamo alla questione casa.
La legge 54/2006 stabilisce che nell’assegnazione della casa il giudice deve tenere conto del titolo di proprietà.
Il DDL 735 non cambia di molto la cosa.
Supera la questione in considerazione dei previsti tempi paritetici, quindi slegando la questione casa dalla collocazione del minore, prevede che l’assegnazione segua le regole del diritto civile in materia di proprietà e comunione dei beni.
Chi resta nella casa, se non ne è il proprietario, pagherà un canone d’affitto all’ex coniuge proprietario.

Ad ogni modo non si avrà il temuto sfratto di tutte le donne, perché c’è sempre la possibilità della supervisione del giudice.

Alienazione genitoriale

Sono infine piovute moltissime critiche al DDL 735 in merito allasindrome di alienazione genitoriale, la cui sigla in lingua inglese è PAS, e che è stata elaborata dal discusso medico statunitense R. A. Gardner [ 7 ].
Ho una buona notizia per i terrorizzati della PAS. Il DDL 735 non ne parla, non prende in considerazione nessuna sindrome né patologie varie.
Ciò di cui si occupa il DDL 735 - rinunciando completamente ad entrare nell’asperrimo dibattito circa l’esistenza e la validità scientifica di suddettaPAS - è l’alienazione genitoriale intesa come il processo secondo cui un genitore utilizza il figlio per negargli “il diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo” con l’altro genitore, oppure come il semplice rifiuto senza concorso diretto dell’adulto, messo in atto dal minore stesso per esautorazione del conflitto vissuto.
Non mi si dica che è un astuto stratagemma e che il DDL 735 allude in verità alla PAS di Gardner.
Forse vale la pena di dare un’occhiata alla vasta letteratura e ai dati statistici sulle condotte di certi genitori indirizzate all’allontanamento fisico e morale del figlio minorenne dall’altro genitore.
E si tengano in considerazione anche le sentenze di primo, secondo e terzo grado che la riconoscono già.
Faccio comunque notare che a parlare espressamente di PAS e a citare R. A. Gardner è il DDL 45. Le critiche sulla questione attribuite al DDL 735 vanno quindi indirizzate al DDL 45.


Spero di aver contribuito ad una corretta comprensione del DDL 735 e quindi chiarito perché tante delle critiche che ha ricevuto sono inconsistenti se non prive di fondamento.

Daniela Di Marco è membro di Programma 101

NOTE

[ 1 ] Il DDL 735 porta le firme di Pillon (Lega), Ostellari (Lega), Candura (Lega), Pellegrini (Lega), Piarulli (M5S), D’Angelo (M5S), Evangelista (M5S), Giarrusso (M5S), Riccardi (M5S)
[ 2 ] Legislatura XV:
DDL 957, 29 luglio 2008 (i DDL successivi sono molto simili a questo); DDL 43, 29 aprile 2008; DDL 2454, 16 novembre 2010;DDL 2800, 29 giugno 2011; DDL 3289, 8 maggio 2012
Questi DDL vennero congiunti nel giugno 2012 adottando il testo base n. 957, ma il progetto non seguì l’iter parlamentare, restando fermo in Commissione.
Legislatura XVI:
DDL 409, 10 aprile 2013; DDL 1163, 4 novembre 2013; DDL 1187, 27 novembre 2013; DDL 1141, 9 aprile 2014; DDL 1756, 2 febbraio 2015, DDL 2421, 25 maggio 2016
Questi sono stati congiunti nel luglio 2015, rimasti anch’essi fermi in Commissione Giustizia.

[ 3 ] Le legislature XV e XVI hanno fallito l’obiettivo di riformare la Legge 54/2006. Il compito passa alla XVII Legislatura in corso. Questi i DDL presentati fino al momento:
DDL 45, 23 marzo 2018; DDL 735, 1 agosto 2018; DDL 768, 7 agosto 2018.
Alla data odierna, il DDL 782 non è stato pubblicato.

[ 4 ] La Risoluzione 2079 del Consiglio d’Europa invita gli Stati membri ad adottare normative che assicurano l’effettiva parità dei genitori nei confronti dei figli, consiglia l’introduzione del principio della doppia residenza o del doppio domicilio dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni ai casi di violenza domestica, abuso sessuale, trascuratezza e indisponibilità di un genitore oppure per inadeguatezza degli spazi; incoraggia, in ogni caso, la mediazione all’interno delle procedure giudiziarie in materia familiare relativamente ai minori.

[ 5 ] Dopo aver presentatoil suo DDL il 16 aprile 2018, cosa alquanto singolare, la senatrice Iori lo ha ritirato il 26 settembre 2018. Pur ritirato, il testo è in discussione alla Commissione. Curiosità del tutto personale è capire perchéla Iori ha ritirato il testo, forse è segno di un conflitto molto forte in seno al Pd, se la collega della Iori, la senatrice Valeria Valente ha dichiarato: «la mediazione famigliare introdotta in modo obbligatorio, appesantisce e rende più gravoso per tutti il già lungo e difficile percorso della separazione».


[ 7 ] Secondo R. A. Gardner, la PAS sarebbe una controversa dinamica psicologica disfunzionale che si attiverebbe sui figli minori coinvolti tanto in contesti di separazione e divorzio dei genitori, definiti conflittuali, quanto in contesti di presunta violenza intradomestica.

giovedì 12 luglio 2018

LA LINEA SCHLAGETER di Daniela Di Marco


[ 13 luglio 2018 ]

LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE 
E LOTTA ANTIFASCISTA

Essen (Ruhr) gennaio 1923, un soldato francese minaccia un cittadino tedesco

Il terremoto elettorale del 4 marzo, la nascita il 1 giugno del governo "populista" M5s-Lega, i sondaggi che danno la Lega di Salvini in costante ascesa  hanno spinto l'élite dominante a scatenare una aggressiva campagna di terrorizzazione dell'opinione pubblica. Il mantra è presto detto: il populisti, leghisti anzitutto, sarebbero il "nuovo fascismo avanzante",  la "democrazia" e lo Stato di diritto sarebbero dunque a rischio. A sinistra si va dietro come beoti a questa narrazione.
La gran parte della sinistra rosè ha infatti già deciso di rispondere alla chiamata alle armi arruolandosi nella santa alleanza guidata dalla grande borghesia globalista. L'estrema sinistra non lo farà ma ha deciso che il "governo fascio-leghista" è il nemico principale e va rovesciato. Due linee diverse che producono il medesimo risultato: il suicidio. E chi non condivide questa pulsione di morte è condannato come "rossobruno". 
Ammesso ma non concesso che sia vero che il fascismo stia avanzando in Italia sorge il problema di quale sia la politica giusta da seguire per fermarlo. 
Per rispondere a questa domanda  presentiamo questo breve saggio. 
Esso parla della esplosiva situazione creatasi in Germania dopo la Grande Guerra, in particolare, siamo nel 1923, con l' occupazione militare franco-belga della Ruhr, la regione forse più ricca e industriosa della Germania. Il pretesto dell'invasione era che i tedeschi non pagavano come dovuto i loro enormi debiti di guerra.  Contro questa invasione ci fu un moto di rivolta del popolo tedesco. L'estrema destra nazionalista si gettò nella mischia tentando di occupare la prima linea del movimento di indignazione nazionale e popolare. Nel movimento comunista si confrontarono due linee: la prima, quella estremistica, non voleva partecipare al movimento nazionale per liberare la Ruhr occupata, la seconda riteneva al contrario che i comunisti sarebbero dovuti diventare i campioni della battaglia, ciò anche per non lasciare quel movimento popolare in mano al nascente fascismo tedesco.
La Di Marco ci suggerisce che esiste, a parti invertite (con la Germania che ha vinto la guerra dell'Unione europea) evidenti analogie tra la Repubblica di Weimare del 1923 e la nostra situazione attuale — la garrota del debito e dell'austerità imposta, la perdita di sovranità politica e statuale pongono all'ordine del giorno, in Italia, la questione nazionale. Analogia, si badi, con la Germania del 1923, non del 1933, quando il fascismo  era in fasce, non quando aveva già dilagato.
Una vicenda, quella della Repubblica di Weimar, che ci offre dunque preziose lezioni su quel che si dovrebbe fare, e gli errori che non devono essere commessi di nuovo.
 

* * * 

LA LINEA SCHLAGETER  
di Daniela Di Marco
Düsseldorf: gennaio 1923, truppe francesi contro operai in "resistenza passiva"

Contesto storico

Facciamo quindi un salto indietro di un secolo. Nel 1918 la guerra era finita, a livello europeo avanzava impetuosamente il movimento rivoluzionario (’18-’20 biennio rosso), anche la Germania è attraversata dall’avanzata proletaria. La nazione è prostrata, si contano un milione e ottocentomila morti e più di quattro milioni di feriti, oltre le devastazioni.
La rivolta è spontanea, sul modello sovietico si erano costituiti i Consigli di operai e soldati, gli scioperi si susseguivano, ma non ci sarà nessuno in grado di guidare e unificare i tanti focolai rivoluzionari nati un po’ dappertutto.

La socialdemocrazia aveva paura e non sapeva da che parte stare, finirà col tradire gli interessi popolari con un’insolita alleanza con le forze militari, monarchiche e dell’alta borghesia, sancendo una frattura insanabile con i comunisti rivoluzionari (già sancita peraltro, nel ’19 con la nascita dell’Internazionale Comunista e dei nuovi partiti ispirati al modello bolscevico).
I rivoluzionari subiranno la sconfitta dell’insurrezione spartachista (gennaio 1919), l’uccisione dei leader del movimento Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht, mentre la neonata Repubblica di Weimar (nata nel novembre 1918 sulle ceneri dell’impero), era costretta, con la pistola puntata alla tempia da parte delle potenze vincitrici, a sottoscrivere l’umiliante Trattato di Versailles.

Stipulato nell’ambito della Conferenza di Pace di Parigi, nel 1919, il Trattato prevedeva per la Germania misure molto punitive in termini territoriali, economici e militari. A parte la perdita del 13% del territorio e quindi di un decimo della popolazione, l’enorme ridimensionamento dell’esercito e della marina, con l’articolo 231, conosciuto come “clausola di colpevolezza”, si obbligava la nazione tedesca ad assumersi la totale
responsabilità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, trasformandola nella responsabile di tutti i danni materiali causati dal conflitto, per risanare i quali le sarebbero state imposte enormi somme di risarcimento.

Alcuni storici, decenni più tardi, ebbero a scrivere che si trattava di «un’umiliazione senza precedenti e senza pari nella storia moderna». Erano clausole assurde anche considerate dal punto di vista capitalista, tanto che l’allora giovane economista John Maynard Keynes (e delegato del Tesoro inglese alla “Conferenza di Pace”) le criticò duramente in un libro-denuncia “Le conseguenze economiche della pace” [1] dal successo immediato. Sosteneva Keynes che quelle riparazioni di guerra per i tedeschi erano insostenibili e avrebbero causato soltanto fame e disperazione fra la popolazione, meglio avrebbero fatto ad annullare tutti i debiti di guerra.

Le truppe francesi e belghe entrano nella Ruhr
Una commissione interalleata aveva stabilito l’ammontare delle riparazioni nella cifra, mostruosa per quei tempi, di 226 miliardi di marchi-oro, cifra ridotta nella primavera del 1921 a 132 miliardi di marchi-oro, da pagare in 42 rate annuali, oltreché, nell’immediato, a pagamenti con la fornitura di merce (carbone, navi, legno, bestiame, ecc…), cioè si imponeva ai tedeschi di privarsi, per quasi mezzo secolo, di un quarto del loro prodotto nazionale.

Lenin era stato categorico in proposito, già durante il II Congresso dell’Internazionale Comunista (19 luglio – 7 agosto 1920), aveva detto:

«La guerra, mediante il trattato di Versailles, ha imposto a questi popoli progrediti condizioni che li hanno precipitati in uno stato di soggezione coloniale, di miseria, di fame, di rovina, di mancanza di diritti, perché il trattato li ha incatenati per varie generazioni e li ha ridotti a vivere in condizioni in cui non era mai vissuto in precedenza nessun popolo civile. (…) Il trattato di Versailles ha posto la Germania e numerosi altri Stati vinti in condizioni che rendono materialmente impossibile la loro esistenza economica, in uno stato di assoluta mancanza di diritti e di completa umiliazione». [2]
Mentre in tutta la Germania si levava un’ondata di proteste contro un Diktat, come veniva allora chiamato il Trattato, a cui non si riconosceva alcuna legittimità, la Reichbank, la banca centrale tedesca, iniziava a stampare fiumi di moneta che acuirono l’inflazione già galoppante dai tempi della guerra, tantoché nel 1923, l’anno dell’iperinflazione, si avrà l’annullamento totale del potere d’acquisto del marco che non varrà più neanche la carta su ci veniva stampato (5 milioni di marchi per un dollaro in luglio, 200 miliardi in settembre, 4000 miliardi in novembre; un chilo di pane giunse a costare 400 miliardi, un chilo di burro 5000).

L’11 gennaio 1923, però, la Francia e il Belgio, traendo pretesto dalla mancata corresponsione di alcune riparazioni in natura, inviarono truppe nel bacino della Ruhr, la zona più ricca e industrializzata di tutta la Germania, occupandola militarmente. L’intera nazione tedesca si indignò per l’evento scioccante dell’aggressione straniera.

E’ questo il momento che ci interessa maggiormente, per quello che avrebbe potuto essere e non fu, e da cui dobbiamo oggi trarre il maggior insegnamento.

Cosa avrebbero dovuto fare i rivoluzionari di fronte ad una invasione militare del proprio Paese?

I comunisti vennero a trovarsi di fronte ad una situazione nuova che richiedeva una analisi concreta della situazione concreta, per dirla sempre con Lenin.

Considerando che il saccheggio delle potenze imperialiste vincitrici, di cui il Trattato era frutto e strumento, trasformava la Germania quasi in una colonia, per di più con una regione nevralgica militarmente occupata, considerando che la Germania viveva una situazione prerivoluzionaria, i comunisti erano posti di fronte ad un bivio cruciale: era plausibile invocare una alleanza patriottica con forze sociali e partiti politici esterni al proletariato? Come vedremo in seguito, questo sarà il dilemma su cui si scontreranno le diverse anime del movimento comunista, tedesco ed internazionale.


Divergenze in seno al Partito Comunista Tedesco

Cosa accadde, nel frattempo?

Il governo Cuno (di centro), di fronte all’occupazione manu militari della Ruhr, aveva chiamato nella regione alla "resistenza passiva", i lavoratori si rifiutavano di collaborare con il nemico, gli scioperi si moltiplicavano. La KPD (Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania) lacerata da controversie interne, non seppe risolversi a dare appoggio alla resistenza passiva, tanto che i suoi deputati il 13 gennaio del 1923 votarono contro la fiducia a Cuno sulla resistenza passiva.


Berlino, 14 gennaio 1923, la protesta contro l'occupazione della Ruhr

Dobbiamo purtroppo sottolineare che l’atteggiamento della KPD, quanto quello dell’Internazionale Comunista rimase molto incerto durante i primi mesi dell’occupazione e sostanzialmente attendista.

In particolare, al suo congresso di Lipsia, apertosi il 28 gennaio, la KPD non affrontò la questione dei compiti del partito nella nuova situazione, come proponeva la sua ala sinistra, ma si concentrò sulla questione del fronte unico e del governo operaio con la socialdemocrazia. In seno al partito c’erano serie divergenze sull’interpretazione del fronte unico e del governo operaio. In particolare, l’”ala destra” (ovvero la tendenza che seguiva le direttive suggerite da Mosca e dalla direzione dell’Internazionale Comunista) cercava di attuare la tattica del fronte unito tramite accordi con gli altri dirigenti dei partiti di sinistra senza escludere l’eventualità di partecipare a governi di coalizione con i socialdemocratici; l’estrema sinistra rifiutava de facto la tattica del fronte unico proletario mascherando questo rifiuto con lo slogan del “fronte unico dal basso”: alleanza solo con la base della socialdemocrazia ma non con i suoi vertici. La quale posizione esprimeva il classico estremismo di sinistra per cui ci si rifiutava di sollevare rivendicazioni democratiche e transitorie, sola via per l’egemonia tra il popolo lavoratore.

Al congresso furono quindi approvate le tesi della "ala destra" —in verità la corrente più sensibile alla politica leninista di "conquista della maggioranza" del popolo — con la specifica proposta di entrare in un governo di coalizione con i socialdemocratici in Sassonia, mentre Karl Radek, membro dell’Internazionale Comunista e rappresentante di essa in Germania, si adoperava per evitare scissioni deleterie in quel momento (ricordiamo che la KPD aveva già subito poco tempo prima una pesante scissione di estrema sinistra).

A complicare il quadro generale c’era l’apparente contiguità con i nazionalisti tedeschi, derivante dal medesimo radicale rifiuto del Trattato di Versailles, verso i quali l’ala “destra” del partito iniziava ad interrogarasi su quale fosse la tattica più adeguata per impedirne l'avanzata. Sono quindi di grande importanza le considerazioni sulla situazione post bellica e sul conflitto della Rurh, espresse da Thalheimer, dirigente di spicco e teorico della KPD, secondo il quale "i ruoli delle borghesie francese e tedesca non erano identici nonostante l’identità della loro essenza di classe".

«La borghesia tedesca è verso l’esterno (almeno temporaneamente) rivoluzionaria suo malgrado (…) La posizione della borghesia tedesca è contraddittoria: da una parte, la difesa nazionale di un popolo oppresso, disarmato, sfruttato, contro l’oppressore imperialista, che in questa misura è una difesa obiettivamente rivoluzionaria; d’altra parte e nello stesso tempo, la lotta difensiva condotta attualmente per accaparrarsi la sua quota-parte dello sfruttamento del proletariato tedesco è una lotta reazionaria». [3]
Di fatto la discussione avviata per trovare una soluzione teorica e pratica non diede risultati. L’ala “destra” si sforzava di dimostrare che in quel contesto, in quanto la nazione tedesca era sotto il giogo delle potenze vincitrici, era plausibile un blocco momentaneo con la borghesia nazionale, in ciò seguendo la tattica di difesa della Germania proposta da Marx ed Engels dopo il 1848 e fino alla prima fase della guerra franco-prussiana. Contro questa strategia politica arrivarono presto le prime accuse di “nazional bolscevismo” da parte dei comunisti di estrema sinistra, cosicché la KPD era in una condizione di stallo e continuava a non avere un piano per sfruttare al meglio la situazione nella Rurh occupata.
Berlino, manifestazione della KPD

Proprio nella Rurh, tra le file della KPD, prevaleva l’estrema sinistra che denunciava il tacito appoggio dato dal partito alla resistenza passiva, dichiarando, in una conferenza regionale che «la propaganda e i preparativi dei nazionalisti rientrano nel quadro della controrivoluzione» e proponevano «di salvare il proletariato tedesco dall’eterna grigia schiavitù combattendo per la conquista del potere politico». Così i comunisti locali, in nome del più puro astrattismo anticapitalista, non facendo alcuna differenza tra gli occupanti e gli occupati, organizzarono agitazioni continue e perfino, a metà aprile, un putsch a Mühlheim, che ovviamente fallì. [4]

Intanto in Germania e soprattutto nella Rurh occupata, i gruppi nazionalisti radicali ampliavano la loro base e il loro consenso, facendo leva sull’esasperazione del ceto medio e reclutando persino fra la classe operaia. Questi gruppi dell’estrema destra erano molto variegati: nazionalisti tradizionali, ex membri dei freikorps, formazioni militari irregolari, membri del Partito nazionalsocialista di Hitler di recente formazione. A tutti, indifferentemente, venne appiccicata l’etichetta di fascisti. Di fronte a questa ascesa, contro le tendenze estremistiche, la direzione della KPD 
«si sforzava di disgregare il movimento fascista. Conduceva nelle sue fila una campagna di agitazione allo scopo di convincere gli appartenenti allo stesso che gli interessi nazionali, per la cui difesa molti di loro erano finiti all’estrema destra, avrebbero potuto essere meglio difesi dal proletariato rivoluzionario». [5]
Fra i gruppi nazionalisti radicali operanti nella Rurh e le forze d’occupazione franco-belghe, si verificarono numerosi incidenti attraverso una feroce campagna di sabotaggi e assasinii.

A tal proposito ci interessa qui ricordare il luogotenente Albert Leo Schlageter. Già membro dei corpi franchi durante la guerra, per bloccare la logistica delle truppe d’occupazione, organizzò atti di sabotaggio facendo deragliare treni ed esplodere viadotti. Egli fu arrestato, condannato a morte e fucilato da un plotone di esecuzione francese il 26 maggio 1923. Quest’esecuzione suscitò grande indignazione e commozione in tutta la Germania.
la fucilazione di Schlageter
L’occupazione della Ruhr e il potente movimento di resistenza nazionale avevano introdotto, come abbiamo visto, un nuovo elemento nella situazione politica tedesca, fino a quel momento contrassegnata dallo scontro tra proletariato e borghesia come fattore centrale. A questo punto fu inevitabile per la KPD avviare una seria discussione interna, a prendere di petto la questione nazionale tedesca e la sua connessione con la prospettiva della rivoluzione socialista. A ciò contribuì in maniera notevole Karl Radek. Radek, esprimendo le opinioni dei bolscevichi (vedi quanto affermato da Lenin tre anni prima contro il Trattato di Versailles e la situazione della Germania), considerava come l’imperialismo francese trattava in quel frangente la Germania come una colonia. Per Radek, in difesa della causa nazionale tedesca, bisognava assumere un atteggiamento diverso nei confronti delle masse piccolo-borghesi, con cui sarebbe stato necessario fare una tattica alleanza patriottica, motivo per cui bisognava anche guardare sotto un’altra luce gli stessi movimenti nazionalisti di resistenza.

Il fatto è che nella KPD, come scritto, prevalevano tendenze di estrema sinistra che rifiutavano ogni politica patriottica e continuavano a lavorare invece per quella che consideravano l’imminente insurrezione proletaria. 

Seguiamo quanto ci dice E. H. Carr, noto storico e diplomatico inglese, autore di un monumentale lavoro sulla storia della Russia Sovietica.
Il Comitato Centrale della KPD il 17 maggio approvò una risoluzione che accoglieva la linea suggerita da Radek e da lui stesso scritta. Vi era il tentativo di distinguere i fascisti in due categorie, l’una composta da coloro che erano «direttamente venduti al capitale», l’altra dai «piccolo-borghesi nazionalisti ingannati» i quali avrebbero dovuto capire che la sventura nazionale poteva essere superata soltanto se il proletariato avesse «preso nelle proprie mani il futuro del popolo tedesco». La risoluzione, così terminava:
«Dobbiamo avvicinare le masse sofferenti, ingannate, incollerite della piccola borghesia proletarizzata per dir loro tutta la verità, per dir loro che possono difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto se si alleeranno col proletariato per una lotta contro la vera borghesia. La via della vittoria su Poincaré e Loucher passa soltanto attraverso la vittoria su Stinnes e Krupp» [6]
Radek era appena giunto da Mosca, scrive Carr, è quindi implicito che avesse lì ottenuto l’approvazione per la linea proposta, ovvero una settimana prima dell’esecuzione di Leo Schlageter e un mese prima del suo discorso su Schlageter all’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista.

La «Linea Schlageter»

Giungiamo così al decisivo e controverso III esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista che si svolse a Mosca, dal 12 al 23 giugno del 1923.

La relazione d’apertura era affidata a Zinov’ev, il quale però non dedicò molta attenzione al problema tedesco, ma fece una critica alla direzione della KPD perché non aveva «posto in rilievo con sufficiente forza l’elemento cosiddetto nazionale nella sua interpretazione comunista». [7]

Il contributo decisivo, per quanto attiene alla questione nazionale tedesca dopo Versailles, arrivò pochi giorni dopo da Radek. Egli intervenne nell'ambito della discussione sul fascismo introdotta dalla comunista tedesca Clara Zetkin (lo stesso plenum approvò la nota risoluzione sul fascismo), contro la posizione settaria dei comunisti italiani che respingevano la tattica del Fronte unico proletario — Mussolini era diventato capo del governo nell’ottobre precedente, ciò che rappresentò un evento traumatico di portata europea.

Un’analisi sul fascismo, quella di Clara Zetkin, formalmente ineccepibile, ma del tutto evanescente sulla situazione specifica tedesca determinatasi con l’occupazione della Ruhr, che significa, per chi scrive, che la Zetkin sottovalutava l’importanza dell’occupazione della Ruhr e del draconiano Trattato di Versailles come carburanti dell’incipiente fascismo tedesco.

Karl Radek

E’ solo il giorno dopo che Radek interviene sul rapporto della Zetkin riferendosi stavolta più in concreto alla situazione tedesca.

Radek con il suo discorso, ponendo atto al centro dell’attenzione la questione nazionale tedesca, sorprese i presenti con giudizi e proposte fulminanti. Smascherò le parole d’ordine dei nazionalisti tramite le quali il grande capitale aggiogava ai propri interessi le masse piccolo borghesi (con ciò stesso svelando gli elementi politico-ideologici del fascismo) ma andava incontro al loro genuino sentimento nazionale.

Fu forse un po’ provocatorio, perché iniziò a parlare proprio ricordando la figura di Leo Schlageter, anzi, “il fascista tedesco, nostro nemico di classe”, e lo elogiò come «martire del nazionalismo tedesco» e «coraggioso soldato della controrivoluzione», che merita «di essere onestamente apprezzato con virilità da noi, soldati della rivoluzione» perché caduto per l’indipendenza nazionale tedesca, ma combattendo sotto insegne sbagliate.

Radek ricordò che Schlageter aveva combattuto contro i bolscevichi nel Baltico e contro gli operai nella Rurh, ora che era morto i suoi commilitoni dovevano ancora rispondere alla domanda più importante:
«Contro chi vogliono combattere i nazionalisti tedeschi: contro il capitale dell’Intesa, o contro il popolo russo? Con chi vogliono allearsi? Con gli operai e i contadini russi per scuotere insieme il giogo del capitale dell’Intesa, oppure con il capitale dell’Intesa per rendere schiavi i popoli tedesco e russo?»
Aggiunse inoltre:
«Se la Germania vuole essere in grado di lottare si deve costituire un fronte unico dei lavoratori e gli intellettuali devono formare con i lavoratori una falange ferrea (…) Crediamo che la grande maggioranza delle masse sensibili al problema nazionale non appartenga al campo del capitale bensì a quello del lavoro. Noi vogliamo cercare e trovare la via che porta a queste masse, e ci riusciremo. Faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a morire per una causa comune, diventino, anziché vagabondi del nulla, viandanti verso un futuro migliore dell’intera umanità (…). Il Partito comunista dirà questa verità alle più ampie masse popolari della Germania, poiché esso è il partito dei proletari combattenti, in lotta per la propria liberazione, per una liberazione che si identifica con la liberazione dell’intero popolo, con la liberazione di tutti coloro che in Germania lavorano e soffrono. Schlageter non può più sentire questa verità. Noi siamo sicuri che centinaia di Schlageter la intenderanno e comprenderanno». [8]
Il suo discorso inaugurava ufficialmente la cosiddetta «Linea Schlageter». Essa prevedeva non di certo, come è stato detto e scritto, un’alleanza con i fascisti, né un compromesso con la politica fascista, ma era il sacrosanto tentativo di dividerne le fila, non lasciando le masse, non solo proletarie, ma anche il ceto medio polverizzato e impoverito, ad abboccare alla propaganda fascista, nella comune lotta contro il Trattato e l’occupante straniero. Stare nello stesso campo, combattere contro lo stesso nemico principale non implica necessariamente fare fronte, o stabilire accordi politici.

La cosiddetta “Linea Schlageter” non era, lo ripetiamo, una trovata estemporanea di Radek. Essa era in verità l’applicazione in circostanze determinate di quella che potremmo chiamare la “linea leninista” la cui essenza è la “conquista delle masse” o come dirà Gramsci, dell’egemonia. Di contro alle idee astratte sulla rivoluzione, così diffuse oggi come ieri, tra le fila dei comunisti, Lenin si era già espresso:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [9] [NdR: i corsivi sono nostri]
Il discorso di Radek lasciò interdetti numerosi delegati di estrema sinistra. Nessuno intervenne sulla proposta di Radek e la risoluzione sul fascismo, redatta prima che Radek prendesse la parola, non venne minimamente modificata.

La KPD pur facendo propria la linea di Radek, non seppe attuarla. Seguì solo un vivacissimo dibattito pubblico attraverso articoli di confronto con i nazionalisti pubblicati sulla Rote Fahne.

Tuttavia la «linea Schlageter» diede motivo alla grande stampa capitalista tedesca di scatenare una aggressiva campagna contro il cosiddetto “nazional bolscevismo”. Numerosi giornali capitalisti tedeschi denunciarono infatti la pretesa “collusione dei capi comunisti e fascisti”.

Quell’esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, che si concluse il 23 giugno del 1923, si risolse con la convinzione che in Germania non erano ancora maturi i tempi per uno sbocco rivoluzionario.

I dirigenti della KPD e dell’Internazionale Comunista avrebbero presto cambiato idea, visto che in agosto una potentissima ondata di scioperi operai contro il caro vita sconvolgerà tutta la Germania e porterà alla caduta del governo Cuno con la nascita del governo Stresemann un governo di grande coalizione con la socialdemocrazia.

Sarà questo governo a porre fine alla “resistenza passiva” e ad accettare il “Piano Dawes” con il quale i francesi porranno fine in settembre all’occupazione della Ruhr.


NOTE

[ 1 ] John Maynard Keynes, The Economic Consequences of the Peace, 1919


[ 2 ] V.I. Lenin, Rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti fondamentali dell’Internazionale Comunista, in Opere Complete, volume XXXI, Editori Riuniti, 1967, Roma, pag. 205 e seguenti. Discorso pronunciato il 19 luglio 1920

[ 3 ] Pierre Frank, Histoire de l’Internationale Communiste, vol. I, La Brèche, Parigi, 1979, pag. 287-288

[ 4 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965.pag. 155

[ 5 ] Milos Hayek, Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935; Editori Riuniti, 1975, pag. 69

[ 6 ] Edward H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Giulio Einaudi editore, Torino, 1965pag. 169

[ 7 ] Ibidem, pag. 179

[ 8 ] Victor Serge, Germania 1923: la mancata rivoluzione, 
 2003, Graphos; a cura di Corrado Basile

[ 9 ] V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354



BIBLIOGRAFIA

- Histoire de l’Internationale Communiste (1919 - 1943), Pierre Frank, 1979, Éditions La Brèche

- Germania 1923: la mancata rivoluzione, tomo I, Victor Serge, 2003, Graphos; a cura di Corrado Basile

- La Terza Internazionale, Storia documentaria, tomo I, Aldo Agosti, 1974, Editori Riuniti

- La morte di Lenin. L’interregno 1923-1924, Edward H. Carr, Giulio Einaudi editore, Torino

- Storia dell’Internazionale Comunista, 1921-1935, Milos Hayek, Editori Riuniti, 1975


- Rivoluzione in Germania 1917-1923, Pierre Broué; Einaudi, 1997

Storia del Terzo Reich, volume I, William L. Shirer; Einaudi 1974

- La Repubblica di Weimar. Un'instabile democrazia fra Lenin e Hitler, Ernst Nolte, Marrinotti 2006

- La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Hagen Schulze; Il Mulino 1993

La Repubblica di Weimar, Gunther Mai; Il Mulino 2011


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