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sabato 9 novembre 2019

IL RISORGIMENTO? UN GOLPE DI BANCHIERI di Francesco Amodeo

[ sabato 9 novembre 2019 ]


L'articolo di Piemme L'ULTIMA FESSERIA DI FRANCESCO AMODEO ha suscitato diverse polemiche, nonché l'irritazione di Amodeo medesimo, che ha replicato nella sua pagina facebook.
Più sotto, com'è nello stile di questa redazione, pubblichiamo la sua risposta.
Amodeo dice di essere stato "diffamato". A noi non pare che considerarlo un "principiante che ha scritto una fesseria sul piano storiografico" sia una diffamazione.  Ci saremmo aspettati una risposta seria, di contenuto, invece Amodeo la butta in caciara e, ciò che non gli si addice, facendo leva sul vittimismo morale.
Posto che non curiamo questo blog — che per la cronaca è il più letto nella cosiddetta "area sovranista" e non ha certo bisogno di criticare Amodeo per avere "un po' di traffico" — in ossequio al buonismo di veltroniana memoria ed al  politicamente corretto, veniamo al punto: è accettabile ridurre quel complesso e controverso processo storico che condusse all'Unità d'Italia a "colpo di stato finanziario al pari dell'Unione europea"?
No, non è accettabile. Non lo è per almeno quattro ragioni fondamentali: 
- la prima perché si tratta di grossolano falso storico; 
- la seconda perché nasconde un'implicita nostalgia per il Regno borbonico quindi la considerazione che l'Unità nazionale fu una sciagura; 
- la terza perché il disprezzo conclamato per il Risorgimento è funzionale al tentativo dell'élite cosmopolitica di sradicare in seno al popolo radici storiche, coscienza di sé e identità nazionale rimpiazzandole con la transgenica europeistica;
- ne consegue che viene minata alle fondamenta la legittimità politica della liberazione e della sovranità nazionale.
Ci auguriamo che questo dibattito prosegua, speriamo stando ai contenuti.



*  *  *

IL RISORGIMENTO? UN GOLPE DI BANCHIERI 

di Franceco Amodeo


Solitamente non rispondo mai agli attacchi pretestuosi che ricevo sul web: Mi rendo conto che una qualsiasi risposta farebbe il gioco di chi mi attacca: cercare visibilità a qualsiasi costo. Questa volta però, gli autori dell’attacco nella fretta di vomitare odio, si sono dimenticati di mettere sul viso la maschera che sono soliti indossare in pubblico quando celano i propri attacchi e le proprie finalità, dietro post intrisi di moralismo, ipocrisia e finto buonismo.

Chiedo a chi mi segue la cortesia di leggere l’articolo in allegato, senza entrare nel merito delle due visioni storiche non concilianti. La “mia”, che riconosce le responsabilità di oligarchie finanziarie come i Rothschild anche dietro il processo di Unità d’Italia, da me considerato un golpe finanziario al pari dell’Unione Europea, con i medesimi finanziatori e per i medesimi scopi: trasferire ricchezza dal Sud al Nord, drenare soldi dai cittadini per riempire i caveau dei banchieri centrali. Una invasione spacciata per Unione. Ieri Sud Italia. Oggi Sud Europa.

Visione che a quanto pare non concilia con la versione degli autori di questo articolo, che invece tentano l’impresa di deresponsabilizzare i Rothschild, facendoli passare come semplici banchieri dediti al proprio lavoro ma senza secondi fini e quindi totalmente estranei alle logiche speculative celate dietro l’Unità d’Italia, che a loro avviso è stata favorita dall’encomiabile sforzo di quelli che considerano grandi uomini: garibaldi e mazzini (volutamente in minuscolo).


Due versioni agli antipodi. A dire il vero entrambe con solide basi e quindi di difficile valutazione oggettiva. Visioni non concordanti, come è giusto che accada nella logica democratica del pluralismo di idee e della legittima libertà di esprimerle.

Per questo non proverò ad imporre la mia visione come verità assoluta. Non l’ho mai fatto. E non proverò neanche a smentire l’altra. Ma chiedo a voi una valutazione di questo articolo scevra da quelle che sono le vostre idee ed il vostro giudizio sui fatti narrati. Leggetelo da esseri umani. E ditemi se nel leggerlo avete l’impressione che qualcuno vi stia presentando la propria versione dei fatti (giusta o sbagliata che sia) o se cogliete tra le righe parole di odio, voglia di diffamare l’altro, voglia di far prevalere le proprie idee come verità assolute anche al costo di denigrare l’altro. Ditemi se non avete avvertito mancanza di rispetto, competizione, ossia quelli che sono i tratti che contraddistinguono il modus operandi dei neoliberisti. Proprio quella mentalità e quel modo di fare predatori da sempre usati da quelli che gli autori di questo articolo fingono pubblicamente di voler contrastare.

Ma allora Liberiamo l’Italia da chi? da chi semina odio per la volontà di imporre la propria idea, da chi diffama l’altro secondo la logica della competizione ad ogni costo, per finire poi nelle mani di qualcuno capace di esprimere in un articolo tale disprezzo per le idee altrui e la volontà di imporre la propria secondo la logica neoliberista della diffamazione e del tentativo di annichilire la dignità dell’altro non allineato. NO GRAZIE.

È proprio questo il motivo per cui decisi di non presentarmi alla manifestazione di Roma del 12 Ottobre. Lo stimato Fabiuccio Maggiore mi aveva messo in guardia sul fatto che proprio i toni ribaditi in questo articolo, fossero quelli usati dagli organizzatori nelle proprie chat private. Con tale odio facevano riferimento alla mia persona definendomi  “da sfruttare solo ai fini della manifestazione per poi attaccarmi”. Rimasi basito nel leggere quelle frasi. Senza parole. Anche perché gli stessi che le scrivevano in privato, pubblicamente mi sorridevano, mi stringevano la mano e mi pubblicizzavano come promotore del loro evento.


Proprio come fanno i peggiori ordoliberisti. Stesse tecniche: sfruttare, attaccare, fingere. Hanno anche provato ad attribuirmi parole che non ho mai detto: mai parlato in vita mia di “finanza ebraica” come scrivono ingannevolmente in questo articolo. Io non ne ho mai fatto una questione di razza. Mai. Anche perché si tratta di dinastie che considero di  apolidi. Ma mi rendo conto che anche questa è una tecnica per delegittimare l’avversario. Diciamo che in questo articolo non si sono atti mancare nulla. Dai neoliberisti hanno attinto persino per le strategie più subdole.

Fino ad oggi queste cose non le ho mai volute raccontare, a differenza di quanto fatto dall'amico Fabiuccio Maggiore che le ha denunciate con alcuni post pubblici. Io ho preferito semplicemente annunciare la mia estraneità alla manifestazione, senza spiegarne la motivazione, anche al costo di deludere le persone che non riuscivano a trovare una spiegazione plausibile alla mia scelta di non presenziare più ad un evento che pubblicamente veniva proposto con i più nobili intenti. Conoscerete tutti la frase: “Potete ingannare tutti per qualche tempo. Potete ingannare qualcuno per sempre. Ma non potete ingannare tutti per sempre.”

Sapevo quindi che presto o tardi le maschere sarebbero cadute. E mi sono seduto sul fiume fino ad oggi, che questo articolo ha svelato a tutti la vera natura dei liberatori della patria, quelli a cui non sia mai racconti che “ i Rothschild furono i burattinai del Risorgimento” ti si scagliano contro come iene.

Mi dispiace tanto per lo stimatissimo prof Mauro Scardovelli, che insieme a queste persone si è mostrato pubblicamente. So bene che le parole e i toni usati in questo articolo non rientrano neanche lontanamente nella sua concezione di rispetto dell’essere umano, di  libertà di pensiero e sono lontane anni luce dalla sua concezione di rapporto tra individui.

Questo articolo, infatti, non può essere opera di qualcuno che ha a cuore altri esseri umani e che può infondere speranza, voglia di rivalsa, resistenza ai soprusi e al pensiero neoliberista. Quando dentro porti questo rancore, questo disprezzo, non puoi che proiettarlo nel mondo esterno che altro non è che la materializzazione dei nostri stati  interiori. Come l’acqua che prende la forma del proprio contenitore.


Voglio concludere rispondendo alla domanda dell’autore su come si comporterà VOX nei miei confronti per le tesi da me esposte. Non lo so come si comporterà VOX nei miei confronti però so per certo come si comporterà Vox nei vostri confronti finché ci sarò io nel Direttivo: a personaggi del genere non sarà mai permesso di avvicinarsi al partito. I dirigenti di Vox potranno smentirmi domani mattina e mettermi alla porta, lasciandovi salire nuovamente sui loro palchi, ma finché ci sarò io dentro, i neoliberisti travesti da liberatori della patria rimarranno sempre alla porta.

Spero intanto di aver portato un po' di traffico sul vostro blog. Questa volta l’avete meritato. Ma non vi abituate a questi numeri, la vostra replica non riceverà ulteriore attenzione.


Con affetto,
Francesco Amodeo
6 novembre 2019

mercoledì 26 settembre 2018

I CATTOLICI E L'IMMIGRAZIONE

[ 26 settembre 2018 ]

Che malgrado le dure accuse contro le crescenti ingiustizie causate dall'economia liberista ci sia una sostanziale convergenza tra il cosmpolitismo dell'élite e l'universalismo teologico della Chiesa romana, santa e apostolica, è fin troppo evidente. Lo si vede su due questioni, apparentemente non correlate fra loro: avanti con l'Unione europea e sostegno all'immigrazione di massa. Su entrambi le questioni, ma sull'immigrazione anzitutto, dentro la Chiesa avviene lo stesso divorzio che nella società civile c'è tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra cittadini ed élite. Lo dimostra l'inchiesta di cui ci parla il sociologo Preiti. E si capisce dunque l'astuzia di Salvini, ovvero il nesso tra una certa xenofobia e l'ostentazione del rosario, quindi la fede cattolica come elemento di identità nazionale.

*  *  *
LE RADICI CATTOLICHE DEL POPULISMO
di Antonio Preiti


Chi vuole vincere sui populisti deve (ri)conquistare il popolo cattolico, sia in Europa che, soprattutto, in Italia. Perché quest'affermazione che sembra quasi apodittica? Tutta la vicenda gira attorno alla questione immigrazione: il tema che fa vincere Salvini e, seppure in maniera meno diretta e con qualche contraccolpo, il Movimento 5 Stelle.

Perché è proprio il popolo cattolico ad essere cruciale per l'orientamento generale del paese? Qui per popolo cattolico (lo vedremo meglio) non s'intende la gerarchia ecclesiastica, o l'intellighenzia cattolica, o quel 3-4 % che concepisce la politica come terreno di affermazione della visione cattolica della vita. S'intende, piuttosto, la gente che si auto-definisce cattolica, senza andare per forza in Chiesa tutte le domeniche o essere praticante. La questione dell'immigrazione si condensa nel mondo cattolico "tradizionale", come prima inteso, e fa esplodere il tema dell'identità e, in vario modo, la contestazione delle élite.

Ma andiamo con ordine. Se si scava nell'infinità dei dati dell'indagine condotta da Pew Research (autorevolissima fondazione americana molto attiva sui temi sociali) dedicata al peso della religione nei paesi europei (Being Christian in Western Europe) si scoprono molte cose decisive sul nostro paese. Vediamone alcune.

Alla domanda se sia necessario ridurre i livelli di immigrazione in Europa, il 38% degli europei risponde: "Sì, è necessario". E fin qui nulla di sconvolgente. La storia comincia a farsi interessante quando si scopre che lo stesso parere viene espresso dal 52% degli italiani, addirittura il 14% in più rispetto alla media europea. Ma scaviamo ancora un po', e scopriamo che tra quanti si definiscono cattolici praticanti, in Italia, la percentuale sale ancora: siamo al 63%.

Ricapitoliamo. In Italia, a pensare che sia necessario ridurre l'immigrazione è il 63% dei cattolici praticanti, il 51% dei cattolici non praticanti, e il 36% di quanti non seguono una religione.

Andiamo avanti ed arriviamo alla questione identità religiosa, che si traduce in questione d'identità nazionale. Vediamo ancora, allora. Alla domanda se l'Islam sia incompatibile con la cultura e i valori del proprio Paese, il 42% degli europei è convinto dell'incompatibilità. I più persuasi sono i finlandesi, ma subito ci sono gli italiani con il 53%. Ma non basta: tra i praticanti cattolici la quota sale al 63%, mentre scende al 29% tra quanti non professano alcuna religione. Per i cattolici non praticanti si risale al 51%. Si tratta di un risultato, a suo modo, clamoroso.

Passiamo allora alla questione identità, dove il nodo si stringe. Sul fatto che sia molto importante, per mantenere una identità nazionale, avere origini della stessa nazione (family background), è d'accordo la maggioranza degli europei, con il 53%. In Italia, coloro convinti del fatto che avere origini italiane sia necessario per la salvaguardia dell'identità italiana tocca la cifra record del 75 %. In questo, l'Italia è superata solo dal Portogallo. Se tre quarti sembrano pochi, si tocca l'81% fra i cattolici praticanti.

Vediamo l'ultimo (o quasi) insieme di dati, che riguarda ancora l'identità, valutata nell'ambito della sfera quotidiana: nel linguaggio delle ricerche sociali, la si definisce domanda-verità ed è mirata a verificare le risposte precedenti. "Vorreste un musulmano in famiglia?", si chiede senza mezzi termini nel questionario. Qui la distinzione tra cattolici e protestanti europei diventa notevole: fra i cattolici un musulmano in casa non sarebbe voluto dal 34%, mentre tra i protestanti si scende al 19%. Ma, ecco la sorpresa, fra i cattolici italiani (sommati praticanti e non), si arriva alla cifra record del 48%.

Affondiamo, ancora, al cuore della percezione identitaria e della sua (quasi) coincidenza con l'identità religiosa. Alla domanda se a causa della presenza musulmana le persone si sentano a disagio (feel like a stranger in my own country), in Europa risponde "sì" il 20% dei protestanti e il 27% dei cattolici, mentre in Italia si arriva al 35% dei cattolici.

Questa paura di perdita dell'identità sul piano religioso si sposa con un'altra asimmetria, ugualmente importante, tra identità nazionale ed identità europea. In media, l'85 % della popolazione europea è fiera della sua identità nazionale (national pride). Rispetto a questo dato, l'Italia non si discosta di molto dal dato europeo: l'84 % degli italiani è fiero della propria identità. In sostanza, non siamo ideologicamente più nazionalisti degli altri.

Quando si parla di identità europea, le cose però cambiano. Gli europei fieri dell'identità europea (dato distinto dal giudizio che, invece, si può avere delle istituzioni UE) rappresentano il 77%; in Italia, la fierezza di essere europei (European pride) si ferma al 64%, perciò 13 punti in meno rispetto alla media. Guardando agli altri paesi, chi è leggermente meno fiero dell'Europa sono inglesi e gli svizzeri (entrambi al 62%) e poi nessun altro: siamo fanalino di coda.


Si dirà che, in generale, l'appartenenza religiosa è in caduta libera, ma questo è vero solo in parte. Ci sono solo tre paesi che hanno visto crollare il dato: Olanda, Norvegia e Belgio. In quest'ultimo paese, l'83% è nato cristiano (ossia, in una famiglia di orientamento cristiano, con educazione e riferimenti religiosi cristiani) e, tra questi, si definisce ancora tale il 55%, con una perdita netta pari a 28 punti. Ma quali sono i paesi dove la perdita è stata minima? Austria (-5%) e Italia (-7%). E in Italia, come in Austria, l'80% della popolazione si definisce cristiano. E il 47% si dice praticante o non praticante, ma nettamente orientato dalla religione. Non parliamo perciò di una minoranza.

La questione diventa affascinante, almeno nello stabilire il verso del nesso causale: è il cattolicesimo "popolare", cioè come cultura diffusa, ad alimentare il sentimento anti-immigrazione? Oppure questi movimenti sono innescati, accesi, provocati dalla politica, che ne solletica i sentimenti più arcani? Difficile stabilirlo, almeno in termini scientifici. Poi ognuno ha la sua opinione. Altrettanto difficile è stabilire se l'immigrazione, al di là della sua importanza specifica, non rappresenti il "pretesto" per una difesa identitaria generale, che coinvolge stili di vita, decisioni dei governi. Si contesta, dunque, una visione del mondo che mette i valori tradizionali e "popolari" fra le cose inutili e insignificanti. Imparate a riconoscere i vostri santi, sembrerebbero dire.

Un punto è certo: il sentimento populista ha radici forti all'interno della società italiana. La chiave di volta sta forse nel comprendere quanto questo sentimento sia frutto della libertà di poter affermare la propria visione della vita, e quanto invece sia negazione imposta agli altri di poter affermare i propri valori. Linea di confine difficile da tracciare, ma unica perseguibile con successo.


* Fonte: Huffington Post

lunedì 12 marzo 2018

LE RADICI GIACOBINE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO di Nello De Bellis

[ 12 marzo 2018 ]
Si è conclusa ieri la II. Assemblea nazionale di MPL-Programma 101.
Iniziamo la pubblicazione dei documenti discussi con il contributo di Nello De Bellis, membro del Consiglio nazionale.










RADICI STORICHE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO

2) Interrompere la vecchia narrazione. Il patriottismo ed il nazionalismo sono stati tra il 1815 (anno di diffusione del Romanticismo in Europa) e il 1870, i principi ispiratori dei movimenti di liberazione che combattevano contro l'ordine della Restaurazione rifacendosi all'idea di sovranità popolare e collegandosi al liberalismo e alla democrazia. Il quadro inizia a mutare dopo l'unità tedesca realizzata da Bismarck "col ferro e col sangue " e col viraggio del nazionalismo in base politica ed ideologica dell'incipiente colonialismo imperialista, che univa la conseguita grandezza nazionale alle guerre di conquista di altri popoli ritenuti inferiori. La battaglia per i valori nazionali o per gli interessi del proprio paese finì spesso per legarsi alla lotta contro il Socialismo pacifista ed internazionalista, alla difesa dell'ordine esistente o addirittura al sogno di restaurazione di un ordine passato.

In tal modo il nazionalismo si sposta a destra, allontanandosi dalle sue matrici illuministe e democratiche per quelle tradizionaliste e razzisteggianti allora in voga come quelle di de Gobineau (Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane,1855) che sono all'origine tanto del nazionalismo tradizionalistico francese della "Action française" di Barrès e Maurras, quanto del mito germanico del Volk. Va segnalato però che la formulazione più organica delle teorie della razza si devono H.S. Chamberlain con il testo "I fondamenti del XIX secolo" del 1899 con i concetti di arianesimo, superiorità del popolo tedesco, etc.).

Per ricostruire la trama di un pensiero politico che coniughi invece principio di sovranità con democrazia radicale e giustizia sociale, occorre contestualizzare brevemente alcuni momenti e figure che vanno grosso modo dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano ai fini di una lettura attualizzante e non di archeologia politica.

Babeuf (1760-1797), il capo della Congiura degli Eguali, è stato il primo rivoluzionario sociale moderno. Fece propria la causa del popolo lavoratore che allora non era costituito solo da operai ma da anche da piccoli produttori, commercianti, artigiani e contadini. Egli fuse le aspirazioni di tutti questi gruppi ben poco omogenei nell'idea dell'uguaglianza universale. Babeuf, di modesta estrazione sociale, in quanto funzionario del catasto, conosceva bene l'ordinamento fondiario della Francia feudale, maturando le proprie idee ancor prima della Rivoluzione. Dopo l'abolizione della feudalità nelle campagne da parte dell'Assemblea nazionale costituente del 4 agosto 1789, Babeuf si batte per la nazionalizzazione del suolo. Contro la pena capitale introdotta dalla Convenzione nel 1793 contro chiunque richiedesse la distribuzione delle terre, il nostro fece valere l'inalienabile diritto dei non abbienti alla sussistenza e agli alimenti. La guerra e le sue restrizioni provocarono un acceso dibattito tra i difensori dell'inviolabilità della proprietà privata e il diritto elementare ad una proprietà sufficiente al proprio sostentamento. Ma ciò poteva esser garantito solo dal potere statale. Babeuf si accostò quindi ai giacobini che come lui consideravano l'uguaglianza politica una premessa di quella sociale. E in senso decisamente giacobino Babeuf distingueva i due fondamentali partiti della Rivoluzione, quello che voleva la Repubblica borghese ed aristocratica e quello che la voleva "toute populaire et democratique". I giacobini si appoggiavano ai club popolari che Marat voleva trasformare in organi di stato. Qui emerge per la prima volta l'idea di un dominio diretto del popolo: nel Comitato di salute pubblica giacobino Marx riconobbe le caratteristiche di un "governo rivoluzionario di nuovo stampo" e da qui, attraverso La Comune e fino ai soviet del 1905 e del 1917 si svolge tutta una linea storica. Dopo il Termidoro Babeuf fu costretto a prendere la via della cospirazione, ma egli non intendeva agire come "golpista" bensì in rappresentanza del popolo oppresso per cui lottava e del cui favore era certo.

Vi è in questo il concetto di dittatura rivoluzionaria che deve procedere al riordino della vita sociale mediante un rigido comunismo economico. Secondo Babeuf il governo rivoluzionario deve riunire agricoltura e industria in comunità di produzione, con proprietà collettiva con distribuzione del fabbisogno secondo la necessità che si presenta. La vita economica deve essere regolata da un'amministrazione centrale. Questa nuova forma di collaborazione richiede una nuova morale sociale che deve essere garantita da una nuova istruzione pubblica, uguale per tutti, che abbia come ideale l'operosità e il patriottismo. Con tale modello di Stato, ricavato dai filosofi illuministi Morelly e Mably, Babeuf ha proseguito coerentemente nella direzione indicata da Rousseau, da Marat e dai giacobini: dalla loro rivendicazione di un'eguaglianza politica e approssimativamente economica e sociale, è giunto a rivendicare un'uguaglianza integrale.

Di Babeuf non furono tanto le idee socio-economiche ad aver maggiore incidenza, ma quelle politiche. La sua congiura fu scoperta ed egli fu ghigliottinato nel 1797, ma il suo discepolo Buonarroti, pubblicò un resoconto su di essa nel 1828 ed il "babuvismo" degli anni Trenta sfociò nel comunismo politico di Blanqui.

3) Dalla Francia rivoluzionaria, dopo Termidoro, le idealità rivoluzionarie si radicarono in Italia dando vita a quelle che furono definite storicamente Repubbliche "giacobine". Le Repubbliche sorte in Italia sotto l'impulso delle prime campagne napoleoniche non ebbero in realtà mai caratteristiche di radicalismo rivoluzionario. Le rispettive Costituzioni (Repubblica Cispadana, Cisalpina, Ligure e poi Romana) furono tutte modellate sulla Costituzione francese del 1795. Alcune furono imposte dai Francesi, altre come quella della Repubblica partenopea, elaborata da una commissione presieduta da Mario Pagano, che fu, per il suo contenuto democratico, quella che più si allontanò dal modello francese. Il giacobinismo italiano ha, secondo gli storici, caratteri distinti dalla matrice originaria, più moderata rispetto alla connotazione robespierrista, ma anche per le diverse condizioni politiche in cui dovette operare. Con la Rivoluzione francese si affermarono le idee moderne di "nazione" e di patria" ed anche in Italia il patriottismo assume un carattere centrale nel dibattito politico.

Esponenti di questa tendenza sono i giacobini italiani, ossia i "patrioti" desiderosi di suscitare un rinnovamento sociale basato anche sulla consapevolezza di appartenere ad una stessa "patria". Se l'idea di patria esprime in genere una connessione sentimentale, e quella di nazione una impostazione costituzionale, i giacobini italiani sembrano optare per la prima alternativa, e i francesi per la seconda. Nonostante non si tratti di pensiero politico originale, quello dei giacobini italiani rimane secondo il parere di autorevoli storici, un contributo di estrema importanza sul piano del pensiero politico. Nell'ambiente dei giacobini italiani sono state formulate le prime aspirazioni unitarie italiane in senso moderno e storicamente definibile. La letteratura politica fiorita in quel periodo rappresenta la prima manifestazione del moto ideale del Risorgimento italiano e del "babuvismo".

Dopo la controversa stagione del dispotismo illuminato, alla notizia della Rivoluzione, i vari gruppi e nuclei cominciano ad agire nelle rispettive realtà, venendo appellati dai nemici spregiativamente "giacobini", anche se essi preferiscono per sé la denominazione di patrioti. Anche se storicamente l'azione politica di questi gruppi, in contatto e in contrasto con le autorità militari francesi, avviene quasi tutta dopo Termidoro, la loro ispirazione e formazione è precedente, il che spiega il tentativo di svolger e un'azione politica autonoma e a volte avversa ai proconsoli e generali francesi. Pur nel quadro problematico e contraddittorio del tempo, agendo su più fronti contemporaneamente, a livello amministrativo, burocratico, politico e costituzionale, i "giacobini" italiani avvertirono e posero l'esigenza unitaria in senso proprio, politico, nazionale e statale e, sotto l'influenza dell'instancabile Filippo Buonarroti, organizzatore di ulteriori sette e cospirazioni democratiche che ispirarono anche il giovane Mazzini, avvertirono anche l'esigenza economica e sociale.

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sabato 29 luglio 2017

PRIMO: BATTERE IL PD di Alberto Bagnai

[29 luglio 2017]

«Questa roba deve scomparire per consentire l'affermazione in Italia di una vera sinistra patriottica e popolare, e quindi di una vera destra patriottica e borghese. Ho detto patriottico? Sì, e non me ne vergogno, perché, sorprendentemente, ha cominciato lui...»


Guest post di Charlie Brown:

Non vi è nulla di particolarmente francese nella STX , una multinazionale delle costruzioni navali di matrice norvegese. Ciò nonostante il Re Sole repubblicano ne ha nazionalizzato l'unità francese adducendo a motivazione interessi strategici nazionali.

In Italia, due banche fondamentali per la salute della seconda area industriale del Paese sono state cedute nummo uno ad una banca privata più grande, la quale ha pure preteso ed ottenuto una cospicua dote pubblica . Una colossale distorsione della concorrenza avvenuta sul filo di lana e dopo un lunghissimo, dannosissimo stallo tra le autorità regolamentari de Leuropa . Il tutto per evitare in Italia il tabù della nazionalizzazione, che invece sarebbe stata la soluzione più logica e meno distorsiva della concorrenza (né si dica che nazionalizzare sarebbe stato come stappare il vaso di Pandora: governo ed analisti dicono in coro che l'operazione veneta è stato"l’happy end per le banche italiane").

Un siparietto, quello di STX, che ha irritato l'orgoglio fascistoide degli italici euristi, ma che a mio avviso ha implicazioni ben più profonde.

Ammettiamo per ipotesi l'esistenza di un interesse strategico gallico per quei cantieri, tale da legittimarne la nazionalizzazione. È evidente che nel caso delle banche italiane vi era un interesse strategico di entità quanto meno pari. Non parliamo poi di Telecom (ex) Italia.

Ne conseguono almeno un paio di dilemmi per gli euristi (italici e non):

Primo dilemma (in fatto):

I) o il PD non è in grado di tutelare gli interessi nazionali (se lo fosse stato, avrebbe nazionalizzato le banche venete)

II) o Leuropa non è in grado di tutelare i propri fondamentali presupposti (il rispetto delle "regole" sovranazionali, e in particolare il divieto di aiuti di stato) e quindi è inutile per piddini invocare "più Europa"

Secondo dilemma (in diritto):

I bis) o gli interessi nazionali strategici superano le regole europee, nel qual caso:
a) si delegittima tutta la filosofia politica del "vincolo esterno" sulla quale si basa il potere delle attuali élite politiche italiane (Cazzaro incluso);
b) il PD è stato di una imperizia criminale nella gestione delle crisi bancaria italiana ed è quindi indegno di gestire tecnicamente l'economia italiana.

II bis) o gli interessi nazionali fondamentali cedono di fronte alle regole europee, nel qual caso il PD si dimostra incapace di garantire – in nome di quelle regole - una parità di trattamento all'Italia all'interno del consesso europeo. E quindi si rivela indegno di esercitare leadership in una Italia parte integrante de Leuropa.

Ancora una volta si dimostra che l'impianto federalista "rules based" de Leuropa è una colossale balla, in quanto Leuropa si regge su una regola sola: la legge del più forte.

La risposta degli euristi italici è sempre e solo una : serve il superstato europeo dove i cavalli di razza italiana possano galoppare gloriosi.

Alzi la mano chi ci crede davvero.


(...nell'attesa fiduciosa del primo incauto che "professore, complimenti per il suo post", desidero svolgere una breve considerazione. Certo, in Europa vige la legge del più forte, come ovunque nel mondo. La dabbenaggine piddina, esemplificata da personaggi à la Furfaro, è quella di aver creduto, in base a non si sa quale ragionamento, che il progetto europeo avrebbe fatto di questo lembo di terra emersa una felice eccezione a quelle dinamiche di classe che ovunque nel mondo governano i corpi sociali. Se una simile dimensione irenica e palingenetica fosse stata proposta, che so, da uno scrittore cristiano del quinto secolo, la si sarebbe anche potuta trovare accettabile. Ma che venga proposta da pretesi, o meglio, supposti, eredi di Marx, ecco, questa è cosa che sinceramente fa onco.

Ciò detto, non vorrei che l'ovvia considerazione che nel mondo i ricchi e potenti comandano e i poveri e deboli obbediscono venisse interpretata in termini di una fatalistica accettazione di un nostro destino, più o meno rispondente a un disegno provvidenziale che ci farebbe scontare nostre ipotetiche colpe ataviche. Noi non siamo deboli perché tarati geneticamente o socialmente. Siamo deboli perché siamo stati traditi da una classe politica che ha fatto la scelta ben precisa di adottare il vincolo esterno come strumento di risoluzione dei suoi porci problemi interni. Se Leuropa fosse stata moralizzatrice, Craxi, Andreotti e Forlani le si sarebbero messi di traverso seriamente - cioè prima di essere defenestrati. Non sono gli italiani a essere tarati: è il PD a esserlo, e lo sono tutte quelle parti politiche che accettano l'idea che il popolo italiano non possa e non debba autodeterminarsi. Il primo segno e il primo strumento di questa subalternità è l'euro. Semplicemente svincolandoci da quella gabbia noi potremmo riprendere un percorso di crescita più ordinato, e quindi trattare senza difficoltà da pari a pari coi nostri fratelli europei, avendo recuperato la dimensione corretta per la tutela degli interessi nazionali: quella nazionale. Dimensione che è preclusa se i governi nazionali vengono svuotati dei loro margini di manovra in ambito economico.

Quindi: legge del più forte sia, ma ricordando che i più forti saremmo noi, se la nostra classe dirigente ci mettesse in condizione di esprimere il nostro potenziale: cosa che non sta facendo, nelle grandi come nelle piccole cose, proponendoci ovunque - nella scuola, nelle libere professioni, nella gestione macroeconomica, nei diritti civili - modelli di importazione, alieni alla nostra cultura e quindi ostacolo alle nostre capacità. Il punto è solo e sempre uno: PD DELENDVM EST, e questo non perché ciò sia risolutivo, ma perché sia di esempio. Colpirne - e spazzarne via - uno per educarne uno. Secondo me, poi, bisognerà spazzarne via almeno altri due prima che gli italiani possano essere decentemente rappresentati. Ma aprire troppi fronti è un errore che è sempre costato caro a chi lo ha fatto: oggi il nemico politico è costituito dal monopolio PD con le sue simpatiche segmentazioni del mercato: articolo uno, campo progressista, sinistra italiana, ecc. Questa roba deve scomparire per consentire l'affermazione in Italia di una vera sinistra patriottica e popolare, e quindi di una vera destra patriottica e borghese. Ho detto patriottico? Sì, e non me ne vergogno, perché, sorprendentemente, ha cominciato lui:



Sintesi: #facciamocome l'Angola: cacciamo i colonizzatori e i loro ascari - inclusi i presenti!...)

* Fonte: Goofynomics

martedì 8 novembre 2016

IL RITORNO DELLE SS di Alberto Bagnai

[ 8 novembre ]

Al netto della veemenza e dello stile "politicamente scorretto", questo attacco alla "sinistra" di governo ed alla "sinistra critica", getta sul tavolo le questioni cruciali. Difficile perdonare a Bagnai l'omertà sul fatto che, per quanto confinata in un ghetto, una sinistra no euro c'è. Non ci facciamo tuttavia ingannare dal fumo, ci interessa l'arrosto.

La situazione del nostro paese non è semplice, e questo lo vediamo tutti. I motivi sono tanti, e qui ce n'è una lista esauriente. Volendo però "prioritizzare", credo che una chiave di lettura efficace ce la fornisca niente meno che la quarta carica dello Stato, Bruno Vespa, che nel suo ultimo libro pare si chieda: "Siamo italiani, siamo bravi. Perché non reagire?". Consiglio di leggere attentamente, e a seguire fornisco la mia risposta: non riusciamo a reagire perché siamo stati occupati dalle SS.

No, aspettate, non vorrei ci fosse un equivoco! Non sto parlando di quei buontemponi dalle divise impeccabili che arrivavano cavalcando rombanti moto con sidecar per commettere con la proverbiale efficienza germanica le efferatezze figlie (oggi ci dicono) del nazionalismobrutto. Le Schutz-staffeln non ci sono più, e, se ci fossero, sarebbero per noi meno distruttive delle nuove SS: le Sinistre Subalterne.

Salto l'ovvia premessa, che, oltre a non essere originale, credo sia familiare e condivisa dai lettori di questo blog e di Orizzonte48: il maggioritario, come mi pare avessero chiaritoex ante tanti politologi (ma io non sono un politologo, quindi non vi saprei dare un riferimento), è un modo per costringere gli elettori a scegliere fra due destre. Qui ci occupiamo della destra che fa finta di essere una sinistra, e che quindi, come ho chiarito fin dal mio primo intervento nel dibattito, e come è del resto piuttosto scontato, è quella che viene regolarmente incaricata di fare il lavoro sporco per il capitale. Ma attenzione: se il problema fosse che il maggioritario serve al capitale per canalizzare il dissenso verso una falsa alternativa, prevenendo la formazione di spazi politici alternativi, forse la soluzione sarebbe relativamente facile. Alla fine, la gente vota anche un po' col portafogli!

Solo che, vedete, se è il male che vince, e il bene che perde, è anche perché il male è piuttosto scaltro. In particolare, qui da noi questa scaltrezza si manifesta col fatto che di sinistre ce ne sono due: non c'è solo quella dei macellai dal grembiule rosa (impersonata dal compagno Renzi del jobs act, che poi è il compagno - di merende - del compagno Hollande della loi travail e del compagno Schroeder delle riforme Hartz). Alla sinistra di governo (che è una destra) si associa una sinistra "critica" (che non è una sinistra), accomunate entrambe da una caratteristica che non dovrebbe essere "di sinistra": la subalternità (al capitale).


Il motivo per il quale non reagiamo, come Vespa (giustamente) chiederebbe che facessimo, è perché siamo stati occupati dalle SS, le Sinistre Subalterne. Per dirla in modo più aulico: quella parte dello spettro politico che non si identifica con partiti conservatori (i quali, per definizione, non vogliono "reagire": vogliono lasciare le cose come stanno, conservarle), è occupata da partiti che obbediscono, in modo diverso ma ugualmente distruttivo, alle logiche più miopi del grande capitale.

Lo ripeto: sinistra "di governo" e sinistra "critica" sono entrambe subalterne, ma in modi diversi e con conseguenze diverse. In particolare, se la subalternità della sinistra di governo è più facile da smascherare e da combattere (quindi, potenzialmente, meno esiziale per quanto riguarda la possibilità di articolare un discorso di opposizione al sistema), la subalternità della sinistra critica è quella che effettivamente paralizza in questo momento qualsiasi capacità di reazione del paese.

Vediamo allora come si manifestano, queste due subalternità.

Quella della sinistra di governo, credo lo abbiate constatato tutti, si manifesta nell'idea che occorre piegarsi ai voleri di entità sovranazionali, in modo da acquisire la reputazione di paese disciplinato nell'osservare le regole, perché questo consentirà, in un indefinito futuro, di sedersi a un ipotetico tavolo di un fantomatico negoziato avendo una evanescente credibilità che consentirà di difendere con una improbabile risolutezza delle imprecise rivendicazioni.

Insomma, sarebbe il calendismo, dal nome del figlio d'arte: quello che vuole rispettare le regole per cambiarle. In realtà, chi vuole rispettare le regole lo fa perché vuole rispettarle, e vuole rispettarle perché, come sappiamo benissimo qui, avendo letto Featherstone, la medicina amara che le regole impongono va bene a lui per primo, dato che il risultato di queste regole è sempre e comunque una ridistribuzione del reddito dal basso verso l'alto, cioè verso gli strati sociali dove, comme par hasard, si trova chi queste regole vuole imporci. Faccio notare che il simpatico Calenda, pur avendo dato una veste piacevolmente dadaista a questa filosofia politica, non se l'è certo inventata: in fondo, l'idea di soggiacere a regole esterne, deprecandole, non è altro che il "paradosso della debolezza", teorizzato a metà anni '90 da Edgar Grande:

Insomma: nel balletto fra Padoan e Moscovici, tanto per capirci, si percepisce immediatamente che i due stanno dalla stessa parte, e che quella parte non è la nostra, ma (legittimamente) la loro!

Ora, questa subalternità è relativamente facile da smascherare. La letteratura scientifica l'ha teorizzata 20 anni or sono, come pezzo importante della strategia complessiva di espropriazione della democrazia, quella strategia che consisteva nell'attribuire ad organismi "al riparo del processo elettorale" la responsabilità di decisioni classiste e contrarie agli interessi della maggioranza. Inoltre, si dovrebbe capire (se si fosse di sinistra) che esistono i rapporti di forza, e che il piegarsi a chi ci vuole sottomettere non è il modo migliore di gestirli. Non lo è in generale, e non lo è riguardo alla Germania,dominus di queste regole, con la quale, come ci ha chiarito tanto bene Flassbeck(economista tedesco) semplicemente non si tratta. Si va lì, e si dice: "noi faremo così, e ti suggeriamo di cooperare". Non è possibile che un paese come il nostro, che ha una configurazione di fondamentali tutto sommato favorevole (surplus primario di bilancio statale, surplus di partite correnti, rischio da redominazione basso o addirittura, secondo stime recenti, inesistente), e che al contempo, se uscisse, farebbe saltare il banco, non usi questo potere negoziale.

O meglio: non sarebbe possibile, se chi ci governa non fosse convinto della bontà dell'agenda che ci viene imposta, perché da questa agenda trae vantaggi in termini di classe (spostamento della distribuzione del reddito a favore del capitale) e personali (Padoan che vuole andare a Bruxelles e Calenda che vuole tornarci, ad esempio).

Insomma: la sinistra di governo è subalterna perché persegue una politica di destra volendolo fare, e naturalmente facendo finta di non farlo, salvo attribuire all'"Europa" la responsabilità della marachella, quando viene scoperta!

Ma anche la sinistra critica è subalterna, perché si lascia dettare l'agenda politica dalla destra.


Il meccanismo, in questo caso, è diverso, ma il risultato è analogo. Il fatto è che, come D'Attorre ha onestamente ed efficacemente riconosciuto sul Fatto Quotidiano, la cosiddetta "sinistra" ha sostenuto per anni un progetto che di sinistra non era: l'euro. Lui la butta sul costituzionale, e fa benissimo: sono argomenti fondati. Ma qualsiasi economista "critico" dovrebbe porsi la domanda che ho posto ieri ai miei colleghi qui a Manchester: come avete potuto credere che fosse "di sinistra" un progetto che affida le proprie speranze di salvezza alle virtù riequilibratrici della mobilità dei fattori di produzione, cioè del capitale (Maastricht) e del lavoro (Schengen)? Credere che facilitando il gioco delle forze di mercato tutto vada a posto vi sembra di sinistra?

In effetti, non lo è, e il problema della sinistra critica è che sa di aver propugnato politiche neoliberiste, e se ne vergogna (forse anche perché ci ha guadagnato di meno di quanto ci abbiano guadagnato, a livello di classe e personale, gli esponenti della sinistra di governo): di conseguenza, vive una fase adolescenziale nella quale, come ogni adolescente (er Palla docet), deve costruirsi un'identità attraverso la negazione. Insomma: questa sinistra che per decenni è stata ottusamente, meschinamente e autolesionisticamente fascista oggi deve affermare non tanto il proprio essere "sinistra" (quindi patria di proposte critiche e consapevoli a difesa delle classi lavoratrici - da definire in modo coerente con la realtà attuale), quando, in modo disperato, grottesco, caricaturale, il proprio non essere "destra".

Invece di intraprendere una strada di riflessione seria, che oggi tanti testi potrebbero favorire, questa "sinistra" prende una strada più semplice, ma di più sicura presa su un elettorato che, pur percependo il tradimento ed essendo schiacciato dai suoi risultati, non riesce a spogliarsi dalla logica dell'appartenenza: semplicemente, negare che i problemi sollevati dal nemico di turno siano rilevanti.

Salvini dice che l'euro è un problema? E allora l'euro non è un problema. Salvini dice che l'immigrazione è un problema? E allora l'immigrazione (e la migrazione interna, da non dimenticare mai) non sono problemi.

E via così, con tutti i simpatici corollari: Bagnai ha parlato con Salvini? Allora non è di sinistra. Bagnai è amico di Borghi? Allora io non ci parlo.

Ora, partendo dalla fine: a me di non parlare con quattro coglioni scappati di casa potrebbe anche non interessarmi molto. Qui parlo con Marc Lavoie, con Malcolm Sawyer, con Tony Thirlwall, ecc. Non ho certo bisogno di trarre legittimazione né stimoli intellettuali dal dialogo con dei cretini. Il punto quindi non è questo e non è mai, per quanto mi riguarda, personale. Tutti i punti che sollevo sono sempre e solo politici, e se sembrano personali è solo perché, per motivi che non capisco, in Italia questo blog e la mia persona sono stati finora il dibattito sull'euro. Dato, questo, paradossale, perché, come vi ho sempre detto, le idee che ho portato in questo dibattito per lo più non sono mie, e tante persone, incluse quelle che oggi ragliano oscene imprecisioni dalle colonne di giornali eccessivamente compiacenti, avevano capito prima e meglio di me dove andasse a parare il progetto.

Il problema politico è evidente: se tu ti rifiuti di considerare come problematici dei temi che sono portati nel dibattito politico dal personaggio che hai eletto come nemico di riferimento per ricostruirti una identità, di fatto lasci che sia questo personaggio a definire (se pure in negativo) il tuo programma politico.

Ora, bisognerebbe capire una cosa, che, mi rendo conto, è difficile da capire per chi ha operato per tanti decenni nel perimetro ristretto della logica dell'appartenenza. Esattamente come gli elettori non sono "i nostri elettori", i problemi non sono "i nostri problemi". I problemi (la deflazione salariale imposta dall'euro, la gestione della migrazione funzionale a questo progetto di deflazione) sono di chi ne soffre, e chi ne soffre sono gli strati sociali più bassi (inclusi commercianti, professionisti, piccoli imprenditori manifatturieri e dei servizi non finanziari, coltivatori diretti, ecc.). Se vuoi essere di sinistra, devi risolvere i problemi di queste persone, che non sono risolvibili se non attraverso una ridefinizione complessiva del rapporto dell'Italia con l'agenda neoliberista europea (euro compreso, per i motivi spiegati sopra, ovvero perché l'integrazione finanziaria attribuisce al capitale un devisivo vantaggio sul lavoro, come ho spiegato con dovizia di dettagli il primo maggio scorso). Questa sinistra che non capisce che facendo favori al capitale non si fanno favori al lavoro dà un pessimo spettacolo di sé, e induce ai peggiori sospetti.

Associata all'idea che "non bisogna parlare di euro o di migrazione perché questi sono i temi di Salvini" (e non dei poveracci che ne soffrono) è anche l'idea che "noi dobbiamo ricominciare a parlare al nostro popolo" (espressa larvatamente da D'Attorre). Un'ottima idea, che incontra però due ostacoli: il primo è che è difficile rivolgersi a persone la cui vita è devastata da un problema, partendo dalla negazione della rilevanza di quel problema "perché è un tema di Salvini" (o "delle destre nazionaliste populiste xenofobe che fanno piangere la madonnina di Berlaymont"). Il secondo è che se i tuoi numeri sono il 5%, non fosse che per un fatto di aritmetica, devi attrezzarti per parlare anche agli elettori degli altri, e possibilmente per toglierglieli.

Non entro qui in un discorso più ampio, che ovviamente non sarebbe compreso: la patria è in pericolo (sì, lo dico apposta in un modo tale che i coglioni non possano capirlo: ma io non sono un politico...), e quindi occorrerebbe rivolgersi agli italiani, anziché al "nostro popolo" (fra l'altro, presupponendolo in tal modo etnicamente superiore agli altri popoli della penisola, e questo nel momento stesso in cui ci si scaglia contro il razzismo xenofobo!). Se ci fate caso, Bruno Vespa lo fa (da persona intelligente): si rivolge atli italiani, e questo è solo uno degli innumerevoli esempi di come la sinistra adolescenzialmente subalterna si lasci sorpassare a sinistra dalla destra (Vespa non credo possa essere visto come un pericoloso rivoluzionario: ma è, lo ripeto, una persona intelligente).

Supponiamo di non voler entrare quindi in un discorso di interesse nazionale (ma perché poi non farlo?). In ogni caso, il problema è che se dal 5% vuoi passare al 10%, e poi al 20%, e non hai dietro i capitali di qualche potenza politica o economica estera, come minimo devi cercare di allargare lo spettro del tuo consenso evitando di rivolgerti al tuo feudo. Ecco: proviamo a fare uno sforzo di immaginazione, proviamo a immaginare che in una democrazia rappresentativa gli elettori non siano i "tuoi" elettori (come nei romanzi russi le "anime" sono del proprietario terriero), ma siano una risorsa contendibile. A questo punto la domanda è: cerco di appropriarmene negando rilevanza ai loro problemi (perché sono "problemi della destra", in senso soggettivo), o cerco di capire che questi problemi sono oggettivamente frutto di una strategia capitalistica facilmente individuabile, e quindi elaboro una critica di questa strategia?

La sinistra critica subalterna non riesce a fare gli interessi della classi subalterne molto di più di quanto ci riesca la sinistra di governo subalterna, dalla quale però, almeno, non ci aspettiamo che voglia farlo.

Tornando quindi all'inizio, cioè alla domanda di Vespa: riusciremo a reagire quando la sinistra critica uscirà dalla fase adolescenziale, e invece di costruirsi un'identità "per negazione", il che la priva di qualsiasi spazio di reale proposta politica (perché i temi che affliggono le classi lavoratrici sono per troppo tempo stati lasciati alla destra, come avevo vanamente prefigurato nel 2011), si costruisca un'identità positiva, facendo proposte alternative che non siano "non ne parlo perché ne parla Salvini (ieri Berlusconi, domani chissà)", ma siano la costruzione di un modello di società più equo. Questa costruzione passa attraverso una consapevolezza che la sinistra critica non ha perché non vuole averla, e perché si è fatta scippare dalla destra i testi che la propongono. Non è stata una mossa molto intelligente, anche se forse alternative non ce ne erano. Il mea culpa di D'Attorre potrebbe essere il primo passo di un percorso diverso, di riscatto, quello che qui abbiamo chiesto fin da Eurodelitto ed eurocastigo. Alla fine, quattro anni dopo, ci siamo arrivati perché dovevamo arrivarci. Questo passo sarà efficace e indicherà un vero cambiamento di rotta solo se sarà seguito dalla scelta adulta di definire autonomamente (e non in negativo) i temi della propria proposta politica, partendo da una prassi che qui pratichiamo, ma che i partiti sembrano aver dimenticato: l'ascolto.

Solo definendo i problemi oggettivamente, strategicamente, rispetto a chi ne soffre, anziché soggettivamente, tatticamente, rispetto a chi li ha messi sul tavolo, una delle due sinistre (quella "di sinistra") riuscirà a liberarsi dalla sua subalternità. Se non lo farà, verrà fatalmente sorpassata a sinistra dalla sinistra "di destra". Il che, forse, ad alcuni potrebbe anche non sembrare un problema: non importa se il gatto è cremisi o scarlatto, basta che ci tiri fuori dalla trappola. E invece il problema credo ci sia: la mancanza di consapevolezza (che certi terroristi della sinistra "di sinistra" hanno finora attivamente fomentato) è il pericolo più grande che ci aspetta nella gestione del "dopo", come ci siamo già detti.

Speramo bene.


* Fonte: Goofynomics

giovedì 13 ottobre 2016

LA QUESTIONE NAZIONALE. Fassina risponde a Varoufakis

[ 13 ottobre ]

Sulla rottura del fidanzamento tra Stefano Fassina e Varoufakis scrivemmo il 13 luglio scorso. Il 15 settembre pubblicammo la risposta, dura, di Varoufakis a Fassina
La replica di Fassina era nell'aria, ed è giunta, seppure in ritardo. Impeccabile il ragionamento del nostro sulla centralità della dimensione nazionale, sul demos, di contro alla Unione europea.
Inevitabile quindi segnalare come, in sede di conclusione, la proposta di Fassina, sia, oltreché aleatoria, del tutto contraddittoria rispetto al suo stesso discorso: «... proviamo a introdurre i correttivi possibili a trattati vigenti al funzionamento della moneta unica». 
Un nuovo arretramento rispetto al manifesto per la rottura dell'euro (LEXIT) sottoscritto dallo stesso Fassina proprio nel luglio scorso.

Caro Direttore,

qualche giorno fa, su questo sito, Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili, tra i fondatori di "Diem 2025", hanno rievocato l'umiliante vittoria dell'"Oxi" nel referendum sul programma della Troika, svolto il 5 Luglio dello scorso anno in Grecia. Hanno, poi, rilanciato l'obiettivo chiave del loro movimento: la democratizzazione dell'Unione europea. 
A tal fine, guardano con preoccupazione a quella sinistra, riconosciuta nelle posizioni del sottoscritto, che "si ritira in posizioni nazionaliste e getta la spugna nella doppia battaglia contro la destra nazionalista e l'establishment transnazionale". La regressione nazionalista viene individuata in un passaggio di un mio scritto per la ricostruzione della sinistra nel quale ricordo che 
"Il demos dell'eurozona non esiste. Esistono invece i demos nazionali, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente. I demos nazionali hanno caratteri culturali, morali, linguistici diversi e interessi in competizione". 
Da qui, mi somministrano la scomunica culturale e politica attraverso l'accostamento a Burke e, inevitabilmente, a Le Pen e Salvini.

Purtroppo, la mia è una constatazione fattuale, coerente con una vasta letteratura progressista. A proposito del loro richiamo a Antonio Gramsci, ricordo che il nostro geniale marxista eretico inventò la categoria di "nazional-popolare" per dare radici di popolo e capacità egemonica a quel Partito Comunista Italiano che nel simbolo aveva la bandiera rossa con falce e martello poggiata sulla bandiera dell'Italia. Ricordo anche, tra i tanti riferimenti possibili, Sir Ralf Dahrendorf, un liberale. In "Dopo la democrazia" scrive: 
«La democrazia a scala sovranazionale "è improponibile nel caso della UE, perché non esiste nemmeno un 'popolo europeo', un demos europeo per una democrazia europea". ... "Tra gli idealisti e gli euro-fanatici, qualcuno pensa ancora che l'Unione europea possa trasformarsi in una specie di stato-nazione solo più grande: gli Stati Uniti d'Europa. Ma ... questa non è la corretta descrizione di ciò che l'Europa è o può diventare". 
Ricordo, infine, come solo pochi giorni fa sul Ceta (Comprehensive economic and trade agreement), tutti insieme abbiamo vinto la battaglia per la ratifica in ciascun parlamento nazionale della UE, oltre che nel Parlamento Europeo.


Riconoscere il demos nazionale vuol dire nazionalismo? Vuol dire "dare priorità solo al livello nazionale" come, in aggiunta alla scomunica, mi viene attribuito? No. Sarebbe stato sufficiente leggere l'intero passaggio per capire il senso progressivo dell'analisi. Nel testo citato, invocavo "la riaffermazione della sovranità democratica a scala nazionale, nella misura possibile in mercati globali senza regole, per rilegittimare e rilanciare la cooperazione europea" (In una versione più estesa dello stesso testo ancoro la democrazia nazionale alla democrazia municipale).

Allora, cari amici di Diem 2025, discutiamo senza fare caricature e con senso della realtà. Altrimenti, la sinistra rimane afasica e irrilevante, come è avvenuto nel referendum per la Brexit, dove Jeremy Corbyn sentiva il "suo" popolo affidarsi alla destra ma rimaneva prigioniero di un conformistico e irrealistico richiamo a "riformare l'Europa".

Piuttosto che puntare a astratte e irraggiungibili costituenti europee, proviamo a introdurre i correttivi possibili a trattati vigenti al funzionamento della moneta unica, il fattore più dirompente di divaricazione tra i popoli dell'Europa. Anche con battaglie trans-europee: per esempio, portiamo avanti insieme ai mini-jobbers Made in Germany e a tutti gli altri lavoratori europei, precari e disoccupati, una mobilitazione per aumentare i salari dei lavoratori e delle lavoratrici tedesche e così arginare il mercantilismo di Berlino che, attraverso l'euro, esporta la svalutazione del lavoro.

* Fonte: la repubblica del 11 ottobre

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