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lunedì 12 ottobre 2015

IGNAZIO MARINO: VERREBBE DA RIDERE SE NON CI FOSSE DA PIANGERE di Leonardo mazzei

[ 12 ottobre]

«Facciamola breve. Marino ha dimostrato un'incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l'inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l'indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare...»

Una classe dirigente alla frutta, altro che complotti!

Essendo politicamente uno zero, potremmo anche evitare di occuparci del signor Marino Ignazio Roberto Maria, chirurgo, senatore piddino, sindaco di Roma, trasvolatore seriale dell'Atlantico e candidato al guinness dei primati come re degli scontrini.

Ci tocca invece occuparci della cosa per almeno due motivi. Il primo è che, non più tardi di ieri, ci è capitato di vedere una discreta folla di scapestrati inneggiare al sindaco dimissionario in Piazza del Campidoglio. Il secondo è che il caso Marino non è frutto del caso, ma neppure di un complotto, essendo piuttosto una pittoresca ma significativa manifestazione del degrado complessivo della classe dirigente del paese.

Se il primo punto è semplice da inquadrare, è il secondo quello su cui focalizzare l'attenzione.

Partiamo dunque dal più semplice. La folla inneggiante ieri a Marino ci ricorda un po' quella che il 12 novembre 2011 festeggiava per il cambio della guardia a Palazzo Chigi tra l'uscente Berlusconi e l'entrante Monti. «Dal pagliaccio con la bandana al killer dei "mercati"», titolammo allora. In quel caso si brindava ad una cacciata senza affatto riflettere su quel che sarebbe venuto dopo. Oggi si manifesta invece per il timore del futuro, senza però fermarsi per un attimo a ragionare sui fatti che hanno portato Marino alle dimissioni.

Due situazioni apparentemente opposte, ma invece tenute assieme dallo stesso atteggiamento fideistico. Allora chi manifestava pensava che i mali dell'Italia, ed addirittura la stessa crisi economica, dipendessero da un solo uomo: il Buffone d'Arcore. Ora, probabilmente, alla luce di quel che è venuto dopo, molti avranno forse cambiato idea. Non lo sappiamo. Di certo lo stesso atteggiamento fideistico lo si è visto ieri. Se 4 anni fa vi era la certezza del «male», anzi dell'«unico male», ieri si è vista in piazza la certezza del «bene», anzi dell'«unico bene possibile», curiosamente incarnato dal volto di Ignazio Roberto Maria Marino.

Su che cosa si fonda un simile atteggiamento? E' presto detto. Venuto meno il legame con la realtà, esso si fonda su un unico principio, quello delle «tre scimmiette»: non vedo, non sento, non parlo.

Facciamola breve. Marino ha dimostrato un'incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l'inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l'indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare...

Fatti incontestabili, ai quali i difensori di Marino ribattono dicendo che egli è «inadeguato ma onesto». Ora, «inadeguato», specie se riferito a quel ruolo non è poco. Ma perché onesto? Perché, si dice, cosa volete che siano i doppi rimborsi, rispetto a «Mafia capitale», alle tangenti, alle grandi ruberie? O che modo di ragionare è questo? I doppi rimborsi - un antico vizietto già contestato a Marino (con tanto di licenziamento) dall'Università di Pittsburgh nel 2002 - ci sono stati oppure no? A questo bisogna rispondere. Ma siccome sul punto il Nostro è in affanno, ecco che si pretende un'onestà a prescindere: Marino è onesto, come Berlusconi è un maiale, stop.

Dicono costoro che si tratta comunque di piccole cifre. Vero, ma così ragionando anche altri intrallazzi romani potrebbero essere derubricati a piccola cosa, tutto dipende dal termine di paragone. Ma poi, cosa giustificherebbe Marino da queste pratiche? E' forse egli un sottoproletario che ha bisogno di cogliere tutte le occasioni per tirare a campare? Paragone per paragone, è proprio il rapporto tra le cifre in questione ed il reddito dell'ormai ex-sindaco quel che fa veramente vomitare. O no?

Marino dovrebbe provare a difendersi dalle accuse, non dire che sono quisquilie. Il fatto è che non lo fa. O, se prova a farlo, sa solo accennare ad un imprecisato «complotto». Troppo facile, troppo scontato, troppo generico.

Cosa abbiano da manifestare i suoi sostenitori è davvero difficile da comprendere. Tuttavia la questione riguarda un ristretto gruppo di persone, che se Marino fosse sceso in piazza tra la gente comune avrebbe forse avuto bisogno della protezione di adeguati reparti speciali antisommossa. Resta però lo sconcerto per aver sentito cantare in quella piazza «Bella ciao», con sullo sfondo pure una bandiera del Prc. Sapevamo come da quelle parti la confusione regni sovrana, ma il fondo non riescono proprio a toccarlo mai?

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Ma veniamo al secondo punto. Perché la vicenda Marino ci parla del più complessivo degrado della classe dirigente del paese? Per alcune evidenti ragioni: perché si tratta del sindaco della capitale, di un importante esponente del Pd, di un rappresentante del «nuovo», figlio del fantasmagorico strumento di rinnovamento chiamato primarie.

Si può mettere in dubbio seriamente l'attuale degrado di Roma? Certo, si può discutere delle cause, non del fatto in sé. Ma per tutto il periodo della Seconda Repubblica (dunque dal 1993) la capitale è stata governata da politici di primissimo piano come Rutelli, Veltroni, Alemanno, fino ad arrivare a Marino. I primi due, che hanno governato per ben 15 anni (quindici), sono poi stati i candidati del centrosinistra alla presidenza del consiglio. Anche a causa dei disastri compiuti, Alemanno ha avuto meno fortuna, ma non si può dire che si trattasse di un personaggio di secondo piano. In quanto a Marino, è vero che non ha una lunga esperienza politica (e si nota!), ma è pur sempre stato senatore (dal 2006) e candidato alle primarie per la segreteria del Pd nel 2009, dove ottenne il 12,5% dei voti.

Tutti i problemi attuali dipendono da Alemanno? Lui ci ha messo abbondantemente del suo, ma è difficile sostenere una tesi del genere. Scrivevamo in proposito nel dicembre scorso:
«Certo, tra i sindaci che si sono succeduti le responsabilità maggiori vanno sicuramente ad Alemanno, colui che ha messo tante leve del potere in mano agli amici della cupola nera di Carminati e soci. Ma le cronache, e le stesse carte dell'inchiesta, parlano di un meccanismo perfettamente bipartisan. Si dice che Marino fosse all'oscuro di tutto. Ma se così fosse meglio per lui cambiare rapidamente mestiere. In ogni caso non pare proprio che i traffici della cupola nera abbiano trovato qualche intralcio nel consiglio comunale eletto nel 2013, come vorrebbe invece sostenere il patetico "commissario" Pd, Orfini».
Ma torniamo a bomba. Cosa intendiamo per degrado della classe politica? Intendiamo tre cose: che la politica è sempre più antidemocratica, corrotta e spesso in mano a bande di incapaci. Le tre cose stanno spesso insieme.

Così scrivevamo nell'articolo già citato:
«Si può anche discutere di quanto questa degenerazione sia figlia dell'impronta lasciata dal berlusconismo, ma sarebbe del tutto fuorviante limitarsi a ciò. C'è infatti una verità ben più profonda che va colta, ed essa consiste nel rapporto tra "politica" e "politici", questi ultimi intesi come "uomini delle istituzioni". Se la politica si fa sempre più oligarchica, e dunque a-democratica, è naturale che gli corrisponda un tipo di "politico" e di amministratore espresso direttamente dai vari gruppi di potere, dalle varie lobby in cui si struttura il blocco dominante».
Che una simile politica sia strutturalmente corrotta è cosa fin troppo ovvia, ma che da questo stato di cose derivi anche un elevato grado di inefficienza non è poi così difficile da capire.

Sul tipo di classe politica emergente così argomentavamo lo scorso anno:
«C'è da stupirsi se da una politica finita su questo binario morto, dominata dall'economia e, peggio, dalle oligarchie che la governano, vengono fuori i Carminati, i Buzzi od i Di Stefano? I politici del tipo di quelli coinvolti nell'inchiesta romana hanno parecchi vizi, ma un paio di virtù fondamentali: non disturbano il manovratore e sono sempre ricattabili. Loro chiedono solo di far cassa. Che poi, facendola grazie all'ormai famoso «mondo di mezzo» - quello dove potere politico, imprenditoria e delinquenza allo stato puro si incontrano - una parte ritorna anche a chi sta più in alto. Il che non guasta».
Bene, si dirà, ma che c'entra tutto ciò con Marino? C'entra, c'entra.
Perché i mille faccendieri dediti ai lavori sporchi sono solo l'altra faccia di un «rinnovamento» che serve solo a coprire quel marciume. Per arrivare a questa particolare configurazione del potere politico - un obiettivo che i centri economici nazionali e sovranazionali perseguono a partire dagli anni '80 - sono state necessarie due mosse: promuovere la fine dei partiti di tipo novecentesco, modificare sostanzialmente le procedure di selezione del personale politico.

Mi scuso per l'ulteriore (ed ultima) auto-citazione:
«Il lungo processo che ha preso le mosse agli inizi degli anni '90 del secolo scorso ha portato alla fine dei partiti come luogo della partecipazione alla politica. Un luogo dove, naturalmente con mille difetti, si selezionava la classe politica. Non che allora i gruppi di potere, in alcuni casi di natura sostanzialmente mafiosa, non contassero. Contavano eccome, ma erano una parte del tutto, non il tutto come nella politica senza (veri) partiti di oggi. Per capire che i partiti intesi nel senso tradizionale non esistono più, basta pensare a quanto affermato dal segretario del Pd. Davanti ai dati del tracollo verticale degli iscritti, Renzi ha detto che queste sono cose del passato, che oggi l'importante è guardare ai voti».
Il simbolo più compiuto di questa degenerazione sono le primarie. E senza dubbio il Pd, che è il promotore in Italia di questo metodo di scelta dei candidati, aperto ad ogni infiltrazione lobbystica, è il partito che ha spinto maggiormente in avanti il processo di americanizzazione della politica.


Si dirà che Marino non è stato eletto come espressione di una particolare lobby. Vero, verissimo, ma si dimentica che proprio nel modello americano il marcio del sistema politico viene spesso coperto da uomini-immagine, sempre incensati come buoni, puri, magari intelligenti, ma che nulla sanno - ci mancherebbe! - del mondo che gli sta sotto, accanto e pure sopra.

Volevate la fotografia di Marino? Questa mi sembra abbastanza precisa.

Una fotografia che dovrebbe far riflettere anche una particolare categoria, quella che spiega ogni evento del giorno e della notte con la teoria del complotto. Ma quale complotto? Ma vi pare che per mandare a terra uno come Marino sia stato necessario un complotto? E poi, di chi? Ieri la piazza dei sui ultras gridava «Renzi, Renzi, vaffanculo».

Uno slogan che va sempre bene, ci mancherebbe, ma davvero si pensa che sia stato Renzi il killer di Marino? Difficile crederlo, perché Marino aveva (e per quanto ne sappiamo, ha tuttora) la tessera di un partito che si chiama Pd. E per quel partito sarà dura riprendersi il Campidoglio. Non solo, Marino - pur non essendo un renziano - poteva comunque essere venduto come uno dei tanti prodotti del "rinnovamento" promosso dal fiorentino. Mentre, invece, proprio il fragoroso fallimento dell'ex sindaco mette in luce quanto sia fragile e tutta d'immagine l'idea renziana della rottamazione.

Complotto dei soliti occulti poteri? E se dalle urne uscisse un sindaco M5S? Certo, non è detto che vada così, ma la possibilità esiste eccome. Dunque non si vede il perché qualcuno di questi poteri avrebbe desiderato il passaggio dalla certezza di un Re Travicello, che per loro non è poi tanto male, all'incertezza di un futuro tutto da disegnare.

Ma i complottisti, si sa, sono fatti così: a forza di credere che tutto è un complotto, descrivono i dominanti come invincibili, mentre le loro debolezze e contraddizioni sono per fortuna sempre più manifeste. Ed il caso Marino di questo ci parla.  

venerdì 24 aprile 2015

SADOMASOCHISMO di Rino Genovese*

[ 24 aprile ]

Ci segnalano e pubblichiamo

«Lo psicodramma che si recita a soggetto nel Pd a proposito della legge elettorale – con l’ultima mossa di Renzi, che ha sostituito d’imperio dieci esponenti della minoranza in commissione affari costituzionali – assomiglia sempre di più alla storiella del masochista che dice al sadico “fammi male…”, e questi con coerenza gli risponde “no!”. Nessuno sa esattamente chi sia il sadico e chi il masochista, ma certo una perversione deve esserci nei rapporti tra il segretario-presidente del consiglio e quelli della minoranza del suo partito. Una delle due parti insiste a rimanere, alcuni dissidenti sono pronti a votare finanche la fiducia se la questione sarà posta in aula sulla legge elettorale, mentre l’altra parte insiste a spingerla fuori dal partito: “Andatevene”, è il messaggio neanche tanto subliminale, “date solo fastidio…”.

Il punto è che la minoranza Pd non ha veramente capito Renzi. Pensa che si tratti di un giovinotto un po’ arrogante, ubriacato dal potere che gli è stato consegnato in primis dai gravi errori della passata gestione bersaniana della ditta. Ma è una lettura troppo semplice. Renzi è, in Italia, quello che mutatis mutandis fu De Gaulle per la quinta repubblica francese. Il tipo, di per sé, sarebbe l’opposto dell’eroe: non ha pronunciato alcuno storico “no” ed è anche il contrario di una figura carismatica: semmai ha qualcosa di Chance il giardiniere. Ma 1) è di scuola democristiana e la politica la sa fare (quella democristiana, s’intende, che consiste nel crearsi una cerchia di “amici”); 2) è la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Per questo il progetto di distruzione della repubblica parlamentare, quella sancita dalla Costituzione, ha gambe più lunghe di quelle dello scout di Pontassieve. Risponde a una richiesta che un pezzo di società italiana sostiene da tempo: taluni la chiamano “democrazia decidente”, e consiste nel concentrare il potere nelle mani di uno solo (nel nostro caso in quelle del presidente del consiglio e segretario del Partito della Nazione), nella convinzione che così poi si possano fare quelle riforme o controriforme che siano (come il Jobs Act) capaci di ridare vigore all’azienda Italia.

In realtà il modello decisionista è in grave difficoltà dappertutto. In Francia molti osservatori si stanno accorgendo – specialmente dopo il totale fiasco di Hollande – che un ritorno alla repubblica parlamentare, con il suo noioso trantran, sarebbe meglio dell’ultimo Chance giardiniere messo alla testa della Nazione come una specie di re elettivo. La Germania, che ha un sistema partitico basato sul proporzionale con uno sbarramento al 5%, va a gonfie vele più di qualsiasi presidenzialismo, e ha perfino trovato, nella signora Merkel, il leader politico forte che non fa rimpiangere il generale De Gaulle. In Italia, invece, i poveri mentecatti di un partito in scissione virtuale si accingono a votare una riforma della legge elettorale, e successivamente una riforma costituzionale del Senato, che consegnerà tutti i poteri a un grullo sostanzialmente senza contrappesi».

giovedì 26 febbraio 2015

C'ERA UNA VOLTA LA DEMOCRAZIA di Piemme

[ 26 febbraio ]

Non siamo i soli, né i primi, a segnalare che la democrazia parlamentare è da tempo defunta. Potremmo discettare a lungo su cosa la democrazia sia. Di contro alle teorie feticistiche e mitizzanti, Norberto Bobbio avanzava la sua "definzione minima" della democrazia, per cui essa è una procedura per prendere decisioni collettive. Stabilito che il popolo è sovrano esso si autogoverna attraverso una discussione pubblica, quindi decidendo a maggioranza. Il Parlamento, eletto dal basso, è l'organo per mezzo del quale il popolo legifera e quindi esprime la sua sovranità.

Bobbio segnalava poi che una delle promesse non mantenute della democrazia sta nel fatto che la democrazia politica non si è trasformata in democrazia sociale. Marx avrebbe detto che questa "promessa", scritta sulle insegne della Rivoluzione francese, non poteva essere mantenuta fino a quando la società fosse restata capitalistica, ovvero fondata sul predominio di una classe sociale detentrice dei mezzi di produzione e di scambio.

Ebbene, oggi è venuta meno questa stessa e decisiva "funzione minima". Il sistema democratico è stato rimpiazzato da uno oligarchico, in cui il potere decisionale è nelle mani di pochi e questi "pochi" lo esercitano per nome e per conto di ristrette cerchie delle classi dominanti. Marx avrebbe forse detto che siamo in un sistema bonapartistico.

Il sito openpolis ha recentemente pubblicato un dossier il quale svela, dati alla mano, che siamo oramai in un regime non solo post bensì anti-democratico. Leggiamo.
«Rapporto Governo-Parlamento. Prova della centralità del Governo nel sistema politico italiano è la sua enorme capacità di determinare il processo di formazione delle leggi. Trattandosi di uno spostamento di potere, ovviamente, vi è chi ha subito la diminuzione delle proprie capacità, ed è il Parlamento.
Processo Legislativo. Lo si evince da diverse analisi: Iniziativa (80% delle leggi di iniziativa del Governo – 20% di iniziativa del Parlamento), % successo (il 30% delle proposte del Governo diventa legge mentre neanche l’1% del Parlamento), tempi (mediamente una proposta del Governo diviene legge in 112 giorni mentre una del Parlamento in 337).
Voto di fiducia. A tal fine è stato sempre maggiore il ricorso al voto di fiducia. Non solo sui provvedimenti particolarmente dibattuti ma anche come metodo consolidato per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula. Il rapporto fra leggi approvate e fiducie richieste ha raggiunto nuove vette con gli esecutivi Monti e Renzi, entrambi intorno al 45%». [Con Renzi siamo arrivati in un anno al 34esimo voto di fiducia!]
Una conferma che, in aperta violazione della Costituzione, non è il Parlamento bensì il Governo che detiene lo scettro del comando, che è quindi sovrano.

Un processo che era iniziato in sordina già durante gli ultimi tempi della "prima Repubblica" e che è diventato il segno distintivo della "Seconda", che ebbe i natali con quello che è stato definito "golpe giudiziario di Mani Pulite".

Non ci sfugge che, al fondo, due sono le cause principali di questa metamorfosi: da una parte la "globalizzazione neoliberista" e, dall'altra la fondazione dell'Unione europea. Questi giganteschi mutamenti, fondati sullo strapotere dell'aristocrazia finanziaria capitalistica e sulla velocizzazione dei processi economici, chiedevano due cose: (1) la totale sussunzione della sfera politica a quella economica e (2) l'abbattimento progressivo o quantomeno lo sfondamento delle barriere rappresentate dagli stati nazionali, entro i quali i regimi di democrazia parlamentare erano cresciuti e si erano consolidati.

Il "renzismo" è solo l'ultima tappa di questo processo di consunzione della democrazia parlamentare e rappresentativa. Vuole riuscire dove il berlusconismo aveva fallito.

sabato 14 febbraio 2015

L'ULTIMA CHIAMATA

[ 14 febbraio ]

GLI AVENTINIANI, IL ROTTAMATORE (DELLA COSTITUZIONE) E LA TERZA REPUBBLICA CHE PRENDE FORMA

Mentre i barbari capeggiati da Metto Renzi sferrano un nuovo e decisivo assalto alla Costituzione e all'ordinamento parlamentare e repubblicano, colui che dovrebbe esserne il difensore, Matterella-Ponzio-Pilato, tace inerme, fa anzi da palo agli scassinatori. L'avevamo detto, non siamo stupiti. 

Mattarella ha trovato il tempo di esprimere il suo sdegno per la neonata morta in Sicilia, neanche una parola invece contro la procedura vergognosa ("seduta fiume") con cui gli scagnozzi di Renzi, la Boldrini in primis, hanno imposto al Parlamento di approvare in fretta e furia, come fosse un decreto qualsiasi, un vero e proprio nuovo ordinamento statuale. 

Con questa "riforma costituzionale" si passa infatti da un sistema parlamentare ad uno presidenzialistico, con l'assoluto predominio dell'esecutivo su quello legislativo. Nemmeno il piduista Licio Gelli —andatevi a vedere cos'era il Piano di rinascita democratica della P2— si era spinto tanto avanti come il piddino Renzi.

Fottendosene del voto di una Camera dimezzata Renzi ha detto: "alla fine la riforma sarà sottoposta a referendum e lì si vedrà".  Il "rottamatore" farà quindi ricorso al popolino per averla vinta: dopo il golpe, il plebiscito. Marx avrebbe chiamato questo modus operandi bonapartismo.

Ci vorrebbe una mobilitazione popolare generale per fermare Renzi. Dal basso non sorge invece alcun sussulto. I cittadini sembrano ormai assuefatti a tutto, e tutto sembrano sopportare. Nè dalle opposizioni viene un appello alla mobilitazione. L'hanno chiamato "Aventino". Siamo in effetti davanti ad una sua versione grottesca. Come gli aventiniani di ieri anche quelli di oggi faranno una brutta fine. Chiusi nella loro gabbia istituzionale, incapaci di osare, resteranno schiacciati sotto gli stivali di Renzi. 

Lasciamo stare Forza Italia e Lega Nord. M5S, Sinistra Pd, Sel: per costoro che si dicono democratici e che oggi mettono in mostra tutta la loro impotenza, questa è l'ultima chiamata. Non si risolleveranno da questa sconfitta. Nuove forze necessariamente dovranno sorgere sulle loro ceneri.


domenica 21 dicembre 2014

QUANDO SE NE ANDRÀ SARÀ TROPPO TARDI di Emmezeta

21 dicembre

Il peggior presidente di una Repubblica che pure ne ha avuti...

Non abbiamo prove di quel che molti dicono. Che cioè Napolitano sia figlio naturale di Umberto II, noto anche come il "Re di maggio". Quel che possiamo invece dire è il suo costante atteggiarsi a monarca, di cui vuol dar prova fino all'ultimo.

In questo la sua sfrontatezza non ha limiti. Ed il suo intervento di ieri ne è la prova lampante.  Ma prima del commiato ne sparerà altre ancora. E giù tutti i giornaloni ad applaudire: ma che presidente, che saggezza, che lucidità, che perditaaa!

Noi invece non lo rimpiangeremo. Anzi, quando egli ci farà il piacere di alzare i tacchi sarà sempre troppo tardi. E' stato il regista per niente occulto del golpe bianco che portò all'insediamento del Quisling Monti a Palazzo Chigi. Ma prima ancora (marzo 2011) il fautore più acceso dell'attacco criminale alla Libia. Poi - nelle monarchie le successioni sono a volte più complicate che nelle repubbliche - è succeduto a se stesso, per fungere da protettore del governo di larghe intese. Infine, nell'ultimo anno, è stato il custode istituzionale di quel patto extra-istituzionale (il "Nazareno") che ancora governa l'Italia.

In questi anni di crisi è stato il vero referente delle oligarchie europee. Berlusconi? Inaffidabile. Monti? Un fedele servitore, ma troppo rozzo. Letta? Meno rozzo, ma poco efficace. Renzi? Più furbo, ma forse troppo. In questo tourbillon di primi ministri a Bruxelles cercavano un punto fermo. Fermo ed inamovibile come solo le monarchie lo possono offrire. Chi meglio allora di Napolitano?

Il quale - che lo faccia per nascita, per scelta, per vezzo o per virtù - con le oligarchie ha sempre amato stare. Anche quando giocava a fare il "comunista". Perché sempre egli era il "comunista buono", quello con stile british, sempre lontano dalla disprezzata plebe. Insomma: il "mio comunista preferito", come ebbe a dire Henry Kissinger.

E come si conviene ad ogni membro della nobiltà egli vuol lasciarci così come ha vissuto,  quasi i danni compiuti non fossero ancora sufficienti.    

Ieri, parlando nel salone delle feste del Quirinale, ha iniziato a sparare i suoi botti finali. "Non si attenti in qualsiasi modo alla continuità di questo nuovo corso", queste le sue parole minacciose a difesa del processo di stravolgimento di quella Costituzione sulla quale a suo tempo ha pure giurato.

"Non si attenti"? E noi poveri ingenui che ancora pensavamo che quantomeno il parlamento certi temi avesse ancora il potere (e il dovere) di discuterli. No, nessuna discussione, che di attentato si tratta. Così parlò il monarca.
Ma non basta, che ha da esser chiaro chi sono gli attentatori. E allora dai, in pieno spirito costituzionale, nel pieno esercizio del ruolo super partes, ecco indicati i pericolosi eversori nei: "venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa". 

Dicono le cronache del palazzo (del non dal, tanto sono servili), che i renziani presenti si davano di gomito, persino loro increduli di questa copertura a 360 gradi ad ogni malefatta del boss che se li è tirati dietro al governo.

Avete capito: i parlamentari non devono discutere, tantomeno obiettare, devono solo (non si sa ancora per quanto) votare. E, ça va sans dire, dovranno farlo nel modo giusto. E chi non è d'accordo - questa non si era ancora sentita - non può neppure scindersi da quel partito che gli impone una scelta contro i propri principi e le proprie convinzioni. Sei messa bene Repubblica Italiana...

Dicono sempre le cronache, che il monarca - certo guardando anche alla sua successione - abbia scelto con cura la collocazione degli ospiti nelle varie file. Una chicca per i giornalettai chiamati a riferirne. Essi ci informano infatti della presenza nelle prime file dei ministri attuali, mentre Bersani e D'Alema sono stati relegati nelle ultime. Una scelta normale? Forse, però non ci spiegano cosa ci facesse Giuliano Amato, tra i ministri, in seconda fila...

Ma lasciamo perdere. Tanto nelle prossime settimane ne farà anche di peggio. Il suo tentativo di blindare Renzi è fin troppo palese. Spudorato, vergognoso, oltre ogni limite della decenza. C'è però un particolare: non è detto che riesca.

Napolitano cercò di blindare Monti portandolo poi al Quirinale, e sappiamo com'è finita. Poi ha blindato Letta, per piegarsi successivamente all'entrata in scena del suo attuale protetto. Ora le proverà tutte per portare sulla sua poltrona un altro uomo delle oligarchie, con Padoan ed Amato in pole position

Ma l'elezione del presidente è cosa spinosa. Il voto, ahimè, è segreto (a quando la prossima riforma costituzionale?). I principali partiti, anche se non scissi (che non si può per regio decreto), appaiono leggermente divisi al proprio interno. 

Naturalmente, nell'attuale verminaio della politica italiana tutto è possibile. Anche la momentanea ammucchiata per eleggere un nuovo "salvatore della patria", o magari, invece, un "Re Travicello" buono per tutti gli usi. Che è poi quello che vorrebbe, senza poterlo dire, Matteo Renzi. Il quale, se potesse, lo tirerebbe a sorte tra i suoi (fidati) conoscenti di Pontassieve. 

domenica 7 dicembre 2014

ROMA: DAL "SACCO" ALLE ELEZIONI

7 dicembre.

«A Proposito del "Sacco di Roma"

Nei giorni scorsi Roma ha “scoperto” l’esistenza della mafia tra le sue mura, a seguito della maxi operazione della magistratura che ha portato a 37 arresti e sequestri di beni per 200 milioni di euro. Una maxi operazione che ha messo in evidenza un vasto sistema corruttivo fondato sulle assegnazioni di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate con interessi, in particolare, anche nella gestione dei rifiuti, dei centri di accoglienza per gli stranieri e i campi Rom e nella manutenzione del verde pubblico.

Naturalmente, quest’ennesimo caso di corruzione ha prestato il fianco alla strumentalizzazione mediatica e dell’informazione contro i costi della politica, i partiti, il “partito della spesa pubblica”.

Il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro rifiuta questa lettura data dagli organi di informazione ritenendo, al contrario, che la sistematica corruzione (politica prima ancora che economica) dopo Tangentopoli, non sia altro che la conseguenza di un sistema politico ormai distorto dal bipolarismo liberista e della fine della forma partito verso veri e propri comitati d’affari.

Il coinvolgimento di tutto il ceto politico, dal Pd fino a Fratelli d’Italia (senza dimenticare vecchi arnesi dell’estrema destra italiana neofascista ed eversiva), in questa deriva affaristica dimostra come tale sistema sia completamente trasversale e agevolato dalla completa subalternità dello Stato ai grandi attori dei mercati finanziari, i quali mirano incessantemente a colpire l’interesse pubblico e collettivo in nome del proprio profitto.

Il Coordinamento della Sinistra contro l’euro chiede, dunque, l’immediato scioglimento del consiglio comunale di Roma, le dimissioni del sindaco Ignazio Marino e la convocazione di immediate elezioni. Solo in questo modo si potrà dare inizio a una vera “Liberazione Nazionale” dall’attuale ceto politico e, insieme, dal ruolo di subordinazione nei confronti del sistema eurista e della dittatura del mercato».

Roma 5 dicembre 2014


venerdì 5 dicembre 2014

8 TESI SULLA CORRUZIONE di Leonardo Mazzei

5 dicembre

TUTTI A CASA PRIMA POSSIBILE!

La maxi-inchiesta sulla cupola affaristica romana impone alcune riflessioni.

1. Un simbolo della politica oligarchica

C'è in primo luogo un errore da evitare: quello di considerare questa inchiesta come una delle tante. Non è così. Siccome la quantità modifica anche la qualità delle cose, è evidente come questa vicenda sia destinata a diventare uno dei simboli più rappresentativi di cosa sia diventata la politica in un paese come l'Italia. Si può anche discutere di quanto questa degenerazione sia figlia dell'impronta lasciata dal berlusconismo, ma sarebbe del tutto fuorviante limitarsi a ciò. 

C'è infatti una verità ben più profonda che va colta, ed essa consiste nel rapporto tra «politica» e «politici», questi ultimi intesi come «uomini delle istituzioni». Se la politica si fa sempre più oligarchica, e dunque a-democratica, è naturale che gli corrisponda un tipo di «politico» e di amministratore espresso direttamente dai vari gruppi di potere, dalle varie lobby in cui si struttura il blocco dominante.


2. Le differenze tra la corruzione della prima repubblica e quella attuale

Siamo ormai a ventidue anni da Tangentopoli, a ventuno dal referendum che portò alla cancellazione del sistema proporzionale, a venti dall'introduzione di quello maggioritario. A nessuno sfugge il nesso causale tra questi eventi. La corruzione di allora, o meglio la sua emersione pilotata, servì ad aprire la strada al lungo processo controriformatore che oggi Renzi si propone di portare a degna conclusione. Ma la corruzione della prima repubblica era diversa da quella attuale.

Ovviamente anche allora si registravano innumerevoli casi di corruzione individuale, ma il grosso del fenomeno si collocava nella cornice di un sistema imperniato sui partiti e sulle correnti interne ad essi. La tangente, al netto del lucro personale, anche all'epoca previsto, serviva spesso a finanziare partiti e correnti che avevano ancora un discreto radicamento sociale. Non che questo le rendesse eticamente accettabili, ma sta qui la differenza fondamentale con quanto avviene oggi. Se allora la tangente era (anche) uno strumento per finanziare il partito, oggi è quello che del tutto impropriamente viene ancora chiamato «partito» che serve ad ottenere la tangente.

3. La fine dei partiti e la selezione del personale politico

Il lungo processo che ha preso le mosse agli inizi degli anni '90 del secolo scorso ha portato alla fine dei partiti come luogo della partecipazione alla politica. Un luogo dove, naturalmente con mille difetti, si selezionava la classe politica. Non che allora i gruppi di potere, in alcuni casi di natura sostanzialmente mafiosa, non contassero. Contavano eccome, ma erano una parte del tutto, non il tutto come nella politica senza (veri) partiti di oggi. Per capire che i partiti intesi nel senso tradizionale non esistono più, basta pensare a quanto affermato dal segretario del Pd. Davanti ai dati del tracollo verticale degli iscritti, Renzi ha detto che queste sono cose del passato, che oggi l'importante è guardare ai voti. Ed a questi ultimi, come ha twittato sfacciatamente dopo le regionali emiliane, non in termini assoluti ma percentuali, perché l'unica cosa che conta è vincere.

Un'idea della democrazia alla «Ruota della fortuna», il quiz televisivo di Mike Bongiorno che portò per la prima volta l'attuale premier in tv. Ma un'idea tipicamente americana ed oligarchica il cui succo è che la politica è una cosa per specialisti, tutti comunque chiamati a perseguire gli stessi obiettivi, tutti rispondenti agli stessi interessi, in cui i cittadini possono mettere becco - se proprio lo vogliono, ma se non lo fanno è pure meglio - solo ed esclusivamente in occasione delle elezioni. E' chiaro che in un sistema del genere i partiti sono solo macchine elettorali, peraltro strettamente controllate da gruppi di potere assolutamente inattaccabili. Ed è proprio in questa direzione, quella della sua americanizzazione, che il sistema politico italiano si sta dirigendo da oltre vent'anni.

4. Lobbisti delle multinazionali e delinquenza alla romana

Giunti a questo punto del ragionamento, mi aspetto l'obiezione: se negli Usa comandano i lobbisti, qui siamo al dominio della delinquenza allo stato puro. Obiezione non accolta. E' vero, se nel Campidoglio di Washington (sede del parlamento americano) si muovono solo farabutti in giacca e cravatta, in quello romano nuotano come pesci nell'acqua affaristi di bassa lega e delinquenti di lungo corso, a volte vestiti male ed in almeno un caso pure senza un occhio.

Capisco che la differenza estetica possa avere la sua importanza, specie per chi ama le apparenze e non vuole andare al succo del problema. In realtà i lobbisti ben vestiti all'americana pullulano nei palazzi romani, per non parlare di quelli europei, ma poi esistono i livelli più bassi (ma non necessariamente meno lucrosi) di un malaffare che è comunque funzionale al sistema.

5. La politica (e la democrazia) nel tempo della globalizzazione capitalistica

Il fatto è che nel tempo della globalizzazione capitalistica, nel regno del capitalismo assoluto, ogni forma di democrazia deve essere in qualche modo sterilizzata. Da qui i sistemi elettorali ed istituzionali che tendono a cancellare il principio della rappresentanza per assolutizzare quello della governabilità, mentre agli amministratori locali si chiede solo l'esercizio della cosiddetta governance, cioè della mera amministrazione di politiche sempre uguali a se stesse. Tutto quanto dovesse andar oltre a questo compito verrebbe visto come pericoloso e disdicevole.

C'è da stupirsi se da una politica finita su questo binario morto, dominata dall'economia e, peggio, dalle oligarchie che la governano, vengono fuori i Carminati, i Buzzi od i Di Stefano (leggi QUI)? I politici del tipo di quelli coinvolti nell'inchiesta romana hanno parecchi vizi, ma un paio di virtù fondamentali: non disturbano il manovratore e sono sempre ricattabili. Loro chiedono solo di far cassa. Che poi, facendola grazie all'ormai famoso «mondo di mezzo» - quello dove potere politico, imprenditoria e delinquenza allo stato puro si incontrano - una parte ritorna anche a chi sta più in alto. Il che non guasta.

6. La politica (e la democrazia) in uno Stato senza sovranità

Ma non c'è solo il generale processo di globalizzazione capitalistica. Al suo interno, nel caso specifico dell'Italia, c'è anche il peso della progressiva perdita di sovranità. Ora qualcuno storcerà il naso pensando che siamo un po' fissati. Ma è così? Penso proprio di no.

Una politica che delega le scelte fondamentali ai centri del potere europeo, che mette nei posti decisivi i tecnocrati della peggior specie, che vincola in maniera rigida anche le scelte degli enti locali, non è forse destinata a veder prevalere i lestofanti della peggior specie? Può sembrare una semplificazione, ma è un fatto che i due processi - di perdita della sovranità e di progressivo degrado del ceto politico - sono andati avanti di pari passo.

7. Né moralismo né indifferenza: analisi concreta dei palazzi della politica

L'enorme questione della corruzione non può essere affrontata con il moralismo, ma neppure può essere sottovalutata, considerandola un mero fenomeno fisiologico. Trattandosi invece, in buona parte, di un sottoprodotto dell'attuale strutturazione a-democratica del capitalismo iper-finanziarizzato, altrimenti detto capitalismo-casinò, è da lì che si deve partire. Il modo corretto di affrontare questo tema è dunque quello dell'analisi concreta delle odierne modalità di funzionamento della politica e dei suoi palazzi.

L'approccio moralista, quello che fu dominante ai tempi di Tangentopoli, conduce (almeno in teoria) alla condanna dei singoli, ma sempre con la volontà di preservare il sistema. Per costoro, anzi, alcune condanne sono indispensabili proprio per salvare il sistema. Il tentativo è quello di separare le cosiddette «mele marce» da un sistema che ci si ostina a voler giudicare sano. Quanta buona fede vi sia in questo atteggiamento lo giudichino i lettori.

Altrettanto sbagliato, e da respingere, è un atteggiamento assai simile all'indifferenza, che da un lato viene motivato con la presunta «inevitabilità» della corruzione, dall'altro con la sua scarsa incidenza economica. Ora, a parte il fatto che in molti casi, come quello romano, tanto scarsa questa incidenza non è, su questo punto non si può davvero scadere nell'economicismo di bassa lega. Certo, a chi vorrebbe far credere che il debito pubblico sia principalmente figlio della corruzione, occorre dire che così non è, che ben altri sono stati i guasti provocati dai santerelli che decisero di darlo in pasto alla speculazione, affidandolo di fatto ai notoriamente purissimi mercati finanziari. Ma detto questo, come non vedere nella crescente corruzione un mezzo per sottomettere la politica a quegli stessi potentati economici?

8. Che fare allora?

Per chi vuole opporsi allo stato di cose presente ci sono da fare soltanto due cose. La prima consiste nel lavoro di analisi, nella denuncia continua di quanto il malaffare sia sistemico. Non una deviazione dei singoli, ma un aspetto non secondario dell'insieme che ci opprime.

La seconda cosa da fare si chiama politica, ed essa impone intanto un chiaro obiettivo: lo scioglimento immediato del consiglio comunale di Roma. Per molto meno si sono rapidamente sciolti consigli comunali del sud del Paese. Sarebbe intollerabile se qualcuno - dal sindaco Marino in giù - resistesse a questa esigenza minimale di pulizia.



Certo, tra i sindaci che si sono succeduti le responsabilità maggiori vanno sicuramente ad Alemanno, colui che ha messo tante leve del potere in mano agli amici della cupola nera di Carminati e soci. Ma le cronache, e le stesse carte dell'inchiesta, parlano di un meccanismo perfettamente bipartisan. Si dice che Marino fosse all'oscuro di tutto. Ma se così fosse meglio per lui cambiare rapidamente mestiere. In ogni caso non pare proprio che i traffici della cupola nera abbiano trovato qualche intralcio nel consiglio comunale eletto nel 2013, come vorrebbe invece sostenere il patetico «commissario» Pd, Orfini.

Dunque, tutti a casa ed il prima possibile. Un atto certo non sufficiente ad estirpare la corruzione, ma di sicuro un passaggio assolutamente necessario.

lunedì 10 novembre 2014

IL PREGIUDICATO E LO SPREGIUDICATO (l'indecente trattativa sulla legge elettorale) di Emmezeta

10 novembre.
Una cosa è certa: la nuova legge elettorale sarà fortemente antidemocratica, probabilmente assai peggiore dello stesso Porcellum
Restano invece incerti i tempi, i modi, e la maggioranza che darà vita al nuovo mostro. Ma il bello è che questa incertezza verrà sciolta solo attraverso un intricato gioco di ricatti, a tutto campo, tra due personaggi davvero degni dell'orribile stagione politica che vive il Paese: il pregiudicato e lo spregiudicato, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Soffermiamoci su questo aspetto. Secondo la Repubblica di oggi, ormai organo ufficiale dei poteri che contano, Renzi avrebbe dato un ultimatum a Berlusconi: o un sì entro le 21 di stasera al nuovo Italicum con premio di maggioranza solo alle liste e non più alle coalizioni, oppure rottura del "Patto del Nazareno", secondo uno schema che prevederebbe l'approvazione della legge elettorale con l'attuale maggioranza di governo, magari allargata a Fratelli d'Italia, a Sel e alle frattaglie fuoriuscite dal M5S, in virtù dell'abbassamento della soglia di sbarramento dal 5 al 3%.

L'operazione si completerebbe con la ricerca di un accordo con il partito di Grillo sul nome del nuovo presidente della repubblica. Un presidente che a quel punto avrebbe come primo compito quello di sciogliere le camere per convocare nuove elezioni politiche anticipate. Lì Renzi, grazie ad un premio di maggioranza che in Europa esiste in una forma assai simile solo in Grecia, otterrebbe quella maggioranza assoluta sognata, ma mai ottenuta, da tutti i premier da De Gasperi in poi.  

Lo schema dello spregiudicato è dunque chiaro. Esso è perfino "troppo perfetto" per potersi davvero realizzare. Ma quale sarà la risposta del pregiudicato? Mentre il suo partito fibrilla, egli è asserragliato ad Arcore con i figli, la fidanzata, i suoi avvocati e soprattutto i vertici delle aziende di famiglia.

Una scenetta irreale eppur vera, degna della strutturazione politica consegnataci dalla seconda repubblica. Per anni abbiamo contestato, con mille ragioni, la macchiettistica foto del potere berlusconiano che veniva diffusa dagli antiberlusconiani di professione. Non che quella foto fosse irrealistica, semplicemente essa mostrava solo una parte della realtà, volendo invece occultare la sostanza di politiche quasi sempre condivise nella loro essenza dal centrosinistra antiberlusconiano. 

Ora, però, nel momento in cui la politica è tutta in mano al Pd, o meglio al PdR (Partito di Renzi), della vecchia destra berlusconiana resta solo il patetico declino di un capo esclusivamente proteso alla tutela dei propri interessi. Interessi che passano dalla gestione, e dunque dal controllo, dei voti parlamentari di cui ancora dispone.

In breve: Berlusconi può spianare la strada a Renzi (e finora l'ha fatto), ma vuole in cambio due garanzie, entrambe di carattere strettamente personale. La prima garanzia riguarda le sue vicende giudiziarie, tutte messesi non casualmente al "bello" dopo aver stretto il "Patto del Nazareno".  La seconda riguarda invece il futuro delle sue aziende, che passa anche, per non dire soprattutto, dalla volontà politica di continuare a consentire un così consistente monopolio privato nel campo televisivo.

Da chi possono arrivare queste garanzie? Secondo l'interessato, ma ancor più secondo i consigliori più ascoltati (Letta e Verdini) queste possono venire solo da un nuovo Presidente della repubblica eletto con i voti decisivi di Forza Italia.

Le annunciate dimissioni di Napolitano sono dunque sembrate arrivare al momento giusto per tentare un non facile gioco di incastri. Ma ci sono due complicazioni. La prima di carattere personale, la seconda squisitamente politica. 

In primo luogo, mettetevi nei panni del pregiudicato, vi fidereste voi della parola dello spregiudicato? In altri termini, non è troppo rischioso dare a Renzi quel che gli interessa (la legge elettorale) per poi mettersi nelle mani di un parlamento poco controllabile per avere al Colle un nome ben accetto?

In secondo luogo, non esiste solo il soggetto fisico Silvio Berlusconi, esiste anche, almeno in teoria, un soggetto politico chiamato Forza Italia. Ora è vero che questo soggetto politico esiste solo in virtù del soggetto fisico, ma resta il fatto che il ceto politico di Forza Italia deve pur cominciare a badare a se stesso, anche fosse solo guardando al mero risultato di una non facile rielezione.

Ecco la fotografia di queste ore. Il fatto è che questa non è solo l'immagine di un vecchio boss in decadenza, essa è invece la fedele rappresentazione dell'odierna politica italiana. Una politica nella quale lo spregiudicato si gioca a carte la democrazia, dove le soglie di sbarramento si spostano non in nome di una minore o maggiore democraticità della legge elettorale, dove le preferenze potranno esservi oppure no, ma non alla luce della sentenza della Consulta, ma solo per le immediate convenienze del signor Matteo Renzi. Al quale interessa solo una cosa: trasformare il suo partito di maggioranza relativa in maggioranza assoluta, con un gruppo parlamentare di peones asserviti ed obbedienti.

E' lui, lo spregiudicato, il vero simbolo del degrado in cui il Paese sta precipitando. Certo non è il solo responsabile. Ma non è neppure un caso che egli sia alla fine sgorgato, come il suo più naturale prodotto, dal marciume di un intero ventennio. 

domenica 9 novembre 2014

M5S FA LA FRITTATA: SILVANA SCIARRA IN CORTE COSTITUZIONALE.

9 novembre. «Dopo 21 scrutini e oltre due mesi il Parlamento ha eletto il primo giudice della Corte costituzionale: si tratta di Silvana Sciarra, candidata dal Partito democratico e sostenuta anche dal M5S. La docente dell'università di Firenze ha ottenuto 630 voti, incassando sessanta voti in più dei 570 richiesti. In mattinata era arrivato l'esito del referendum online organizzato dal blog di Beppe Grillo che aveva visto un plebiscito per la professoressa, con oltre l'88% dei voti favorevoli da parte dei militanti pentastellati». (la repubblica del 6 novembre).

Per capire quali siano le idee di Silvana Sciarra consigliamo di leggere l'articolo qui sotto. Si tratta di un'eurista convinta, favorevole ad ulteriori cessioni di sovranità, e per questo il Pd renziano l'ha candidata. La composizione della Corte costituzionale, quella che alcuni considerano "l'ultima barriera che si poteva opporre" allo sventramento della Costituzione", viene quindi ulteriormente alterata a favore del partito eurista.

E' dunque gravissimo che il Movimento Cinque Stelle l'abbia votata, addirittura a larghissima maggioranza. Plausibile che tanti attivisti "grillini" non sappiano cosa hanno votato. Di certo ben lo sapevano ai vertici e nei gruppi parlamentari.

Non solo questo insulso appoggio al partito eurista da ragione a coloro che non credono affatto alla linea anti-euro del M5S. Viene il sospetto di un inciucio con Renzi in vista dell'approvazione della nuova legge elettorale truffa.

Paura d'Europa. Come vincerla?
di Sergio Fabbrini [Il Sole 24 Ore del 7 luglio 2013]

L'ultimo volume di Silvana Sciarra, una delle più importanti giuslavoriste italiane, è quanto mai attuale: cosa si può fare per contrastare la paura dell'Europa che si è diffusa in particolare nel mondo del lavoro dipendente, oltre che tra settori sindacali che quel mondo rappresentano sul piano sociale? Se si impone la narrativa secondo la quale l'integrazione europea concerne i mercati e le banche, ma non il lavoro e la società, allora sarà inevitabile la resistenza a quel processo. Se l'integrazione europea verrà percepita come un processo finalizzato a smantellare i sistemi giuridici nazionali, il cui scopo è quello di proteggere il lavoro e le relazioni sindacali, allora sarà inevitabile che larghi settori sociali finiscano per interpretare quell'integrazione come una minaccia ai sistemi di welfare e di contrattazione collettiva. Fu questa percezione, dopo tutto, che portò buona parte delle organizzazioni sindacali francesi a mobilitarsi contro il Trattato Costituzionale, nel referendum che lo bocciò clamorosamente nel maggio del 2005. Silvana Sciarra ricostruisce con sapienza giuridica e sensibilità culturale le ragioni della paura dell'Europa, ma anche le possibilità di sperimentazione di strategie istituzionali e di policy per superare quella paura.
Sulle ragioni della paura dell'Europa, Sciarra riconosce che le politiche comunitarie del lavoro hanno dovuto scontarsi con il dramma di una crisi economica senza precedenti, ma anche con le difficoltà provenienti dalla loro natura intergovernativa. Gli impegni assunti dall'Unione Europea con progetti a favore del lavoro quali "Lisbona 2000" o più recentemente "Europa 2020" si sono tradotti, dice Sciarra, in esercizi declamatori più che in azioni effettive. Probabilmente, ciò è dovuto a quel approccio intergovernativo, noto come "Metodo aperto di coordinamento", finalizzato a produrre cambiamenti nelle politiche attraverso la cooperazione volontaria dei governi nazionali. Anche se la Commissione europea si è molto impegnata a fornire informazioni sulle pratiche migliori nel campo delle politiche del lavoro, a registrare i punti di debolezza dei mercati del lavoro domestici, a proporre politiche (come la flexsecurity) che avrebbero potuto favorire esiti virtuosi per l'occupazione, tale sforzo non ha prodotto gli esiti sperati proprio perché i governi nazionali sono stati liberi di accogliere o meno le proposte avanzate. Tali proposte, non sostenute da un ragionevole sistema sanzionatorio, non hanno potuto tradursi in una maggiore integrazione dei mercati del lavoro e dei loro sistemi di governance.
Sulle possibilità per superare la paura dell'Europa, l'analisi di Sciarra è di una precisione e profondità rimarchevoli. La formazione di un mercato europeo è un'opportunità, non una minaccia, per il mondo del lavoro. E, comunque, è del tutto fallace pensare di potere difendere posizioni acquisite di welfare e di contrattazione rinchiudendosi nei sistemi giuridici nazionali. Occorre aprire i mercati del lavoro nazionali e contemporaneamente elaborare sistemi regolativi del loro funzionamento adeguati rispetto ai valori fondativi della civiltà europea del lavoro.
Per aprire i mercati del lavoro, consentendo trasferimenti da Paesi in crisi ad altri in crescita, molto può essere fatto per proteggere i diritti sociali di chi si trasferisce, per vedere riconosciute esperienze e acquisizioni precedenti, per garantire rientri che riconoscano il lavoro svolto in altri Stati membri nella fase successiva di stabilizzazione del ciclo. È indubbio, infatti, che la rigidità dei mercati del lavoro europei, impedendo la mobilità tra Stati membri in cui c'è carenza di lavoratori ed altri in cui c'è carenza di lavoro, abbia costituito un fattore di esacerbazione della disoccupazione generata dall'attuale crisi finanziaria. Per elaborare nuovi sistemi regolativi, Sciarra offre molte indicazioni, basandosi su proposte comunitarie, su iniziative delle parti sociali, su documenti di organizzazioni del lavoro e dell'impresa transnazionali.

Silvana Sciarra, L'Europa e il lavoro, Solidarietà e conflitto in tempi di crisi, Roma-Bari, Laterza, pagg. 116, € 15,00

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