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sabato 24 dicembre 2016

MONTE DEI PASCHI: MA QUALE NAZIONALIZZAZIONE? di Leonardo Mazzei

[ 24 dicembre ]
I nodi di fondo della crisi bancaria stanno venendo al pettine. La vicenda del Monte dei Paschi di Siena (Mps) ha avuto il pregio di farli emergere tutti assieme: la debolezza delle banche italiane a causa di una crisi economica senza fine, la necessità dell'intervento dello Stato, l'insostenibilità delle regole europee, i catastrofici effetti dell'euro.
Su tutto ciò abbiamo scritto a più riprese nell'ultimo anno. Adesso la novità è il decreto "salvabanche" approvato stanotte dal governo Gentiloni. Un decreto pensato in primo luogo per l'ennesimo "salvataggio" di Mps, un passo di fatto annunciato dalla costituzione di un Fondo di 20 miliardi (finanziato in debito), voluto dal governo ed approvato mercoledì scorso dal parlamento.

Al momento non si conosce il testo del decreto, ma solo le anticipazioni date dal governo. Quelle che seguono sono dunque osservazioni basate soltanto sulle scarne informazioni adesso disponibili.

1. Il mercato non ha funzionato (e non poteva funzionare)

Con il decreto predisposto da Padoan, lo Stato garantirà quella ricapitalizzazione di Mps che la banca non è riuscita a concretizzare attraverso il mercato. Dunque il mitico "mercato" ha fallito: possiamo stare certi che questo aspetto non verrà messo troppo in luce dal sistema mediatico. Si tratta invece di un flop gigantesco, la prova di quanto sia illusoria l'ideologia dominante. Quante volte, in questi mesi, avete sentito dire da Renzi come da Padoan che il "mercato" avrebbe risolto tutto? Decine e decine di volte. 


Adesso che il loro piano è fallito faranno una qualche autocritica? Scordatevelo. Ora si mette in campo l'intervento statale, ma solo in via eccezionale e provvisoria, così come previsto dai tecnocrati di Bruxelles. Il fatto di aver ritardato questo intervento ha prodotto enormi danni alla banca senese, a partire da una cospicua fuga della clientela. Lo Stato si troverà così nelle mani una banca più debole, e resa tale anche dalla politica attendista di quest'ultimo anno. Pagherà qualcuno per questo autentico capolavoro di strategia finanziaria? Ovviamente no.

2. L'assurdo di una "nazionalizzazione temporanea"

Di fronte alla crisi bancaria, e non solo per Mps, noi abbiamo sempre detto che bisognava salvare le banche per nazionalizzarle. Nazionalizzarle, ma sul serio, anche per farne uno strumento di una politica economica volta alla piena occupazione. Ovviamente noi non contiamo nulla, ma di fatto alla nazionalizzazione (e non del solo Mps) si sta arrivando per necessità. Il problema è che nell'intenzione di lorsignori questa nazionalizzazione ha da essere solo temporanea. Ed è proprio sul concetto di "temporaneità", legato al far fronte a situazioni emergenziali, che si basa la normativa europea sulle banche (la cosiddetta Brrd Bank recovery and resolution directive).

Scrive ieri mattina Vittorio Nuti sul Sole 24 Ore
«Il nuovo strumento (il decreto, ndr) è finalizzato in particolare a permettere la statalizzazione di Mps... con il Tesoro destinato a diventare l'azionista di riferimento, per poi rimettere le quote sul mercato una volta risanato l'istituto».
Che dire? Nulla di nuovo sotto il sole (24 ore, in questo caso), sempre la solita logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite. Ma c'è di più: c'è un potente fattore ideologico, quello che considera l'intervento dello Stato in economia un'autentica bestemmia, pur se una bestemmia benvenuta se pronunciata nel momento e nel modo che serve ai biscazzieri del capitalismo-casinò.  

Naturalmente, quello della "temporaneità" della nazionalizzazione è al momento solo un (loro) auspicio che ben difficilmente si tradurrà in pratica. La partita del salvataggio del sistema bancario italiano è infatti solo agli inizi. E per risolverla non basterà il decreto di stanotte, né basteranno i 20 miliardi annunciati. In ogni caso resta l'assurda pretesa della "temporaneità", una pretesa che un futuro governo popolare d'emergenza, purché deciso a saldare i conti con l'oligarchia eurista, non avrebbe difficoltà alcuna a respingere.

3. Una strada lunga
Per Mps la ricapitalizzazione è solo il primo passo, poi seguirà la partita della cessione (o forse della gestione in proprio) dei crediti deteriorati (npl), fino probabilmente alla necessità di ulteriori ricapitalizzazioni. Ma, l'abbiamo detto tante volte, Mps è solo la punta dell'iceberg. Altre banche avranno bisogno dell'intervento statale. Alcune (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, Carige, più altri istituti minori) ne usufruiranno presumibilmente a breve. Viceversa non si capirebbe la previsione di un intervento fino a 20 miliardi di euro, dato che di questi Mps dovrebbe assorbirne al momento non più di 4.

La partita è dunque solo all'inizio, e venti miliardi non basteranno di certo. E' una partita che sarà parte essenziale e decisiva dell'intera politica del governo, di questo e di quelli che seguiranno. Tolta di mezzo l'ipotesi di "mercato", restano solo due possibilità: o una vera nazionalizzazione, con tutte le conseguenze del caso; od una finta nazionalizzazione mordi e fuggi come vuole il dogma eurista. La differenza è abissale. Ed è quella che passa tra una politica bancaria volta al bene comune, e dunque alla piena occupazione; ed un'altra politica tesa solo alla salvaguardia dei principi del neoliberismo ed ai relativi interessi che se ne servono, per i quali una "sana e robusta" disoccupazione è la condicio sine qua non per il funzionamento di un sistema basato sul continuo attacco al salario.

4. Gli obbligazionisti salvati (paradossalmente?) dal NO al referendum?
Veniamo ora ad un aspetto non secondario del decreto governativo: quello che riguarda il destino dei possessori delle obbligazioni subordinate di Mps. Contrariamente a quanto previsto fino a ieri, il governo ha annunciato la protezione totale per i bond posseduti dalle famiglie (si parla di 40mila soggetti). E' questa una novità assoluta, che si concretizzerebbe con un aggiramento di fatto delle norme europee. Non solo quelle più rigide del bail in, ma anche quelle più "tenere" del burden sharing, norme che prevedono in ogni caso che prima dell'intervento pubblico debba esservi la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione di queste ultime in azioni.


Come avverrebbe l'aggiramento delle regole europee? 
Nel comunicato di Palazzo Chigi, citato sempre dal Sole 24 Ore si afferma che: 
«Il decreto legge contempla la possibilità che la banca interessata da una ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato, che comporta la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni, offra obbligazioni non subordinate in cambio delle azioni frutto della conversione. Al termine della procedura di compensazione orientata a tutelare i risparmiatori, coloro che inizialmente detengono obbligazioni subordinate si troverebbero quindi a possedere obbligazioni ordinarie, non soggette dunque a perdite. Così in sintesi lo schema di compensazione: 1. La banca propone di scambiare le azioni frutto della conversione delle obbligazioni subordinate con obbligazioni non subordinate di nuova emissione. 2. Il Tesoro acquista le azioni scambiandole con obbligazioni non subordinate di nuova emissione. Il riacquisto delle azioni frutto della conversione dalle obbligazioni subordinate ha lo scopo di prevenire liti giudiziarie connesse alla commercializzazione delle obbligazioni stesse».
Insomma, un trucchetto davvero intrigante. Con la conversione delle subordinate in azioni si rispetta formalmente la burden sharing, ma solo per aggirarla subito dopo con la trasformazione delle azioni in obbligazioni ordinarie. Un aggiramento un po' marchiano, visto che burden sharing significa letteralmente «ripartizione degli oneri».



Sta di fatto che fino a ieri tutti gli addetti ai lavori davano per scontata la "potatura" del valore nominale delle subordinate, con un eventuale "ristoro" - presumibilmente nella misura dell'80% - solo per i soggetti al di sotto di un certo reddito e/o patrimonio mobiliare, o che fossero in grado di dimostrare di essere stati ingannati dalla banca all'atto dell'acquisto del titolo (da notare il riferimento alla prevenzione delle "liti giudiziarie" nel comunicato di cui sopra).

Adesso, stando a quanto scritto, questa "potatura" non c'è più. Il governo Gentiloni ha dunque deciso di sfidare così platealmente le regole europee? Di questo parleremo al punto successivo. Qui occorre invece rilevare un fatto politico: se davvero le cose stanno così, se i risparmiatori (magari incauti) se la dovessero cavare in questo modo, essi dovrebbero solo ringraziare la vittoria del NO al referendum ed il sano terrore che questo ha portato tra i dominanti.

Sul punto consiglierei una certa cautela, perché spesso il diavolo sta nei dettagli (ad esempio, agli obbligazionisti potrebbero essere offerte sì obbligazioni dello stesso valore nominale, ma con scadenze particolarmente lunghe e ad un tasso talmente basso da ottenere per questa via una "potatura" comunque consistente del valore effettivo), ma se davvero i quarantamila pagheranno alla fine un prezzo accettabilmente basso questo sarà solo per le considerazioni squisitamente politiche - in termini di consenso - dei decisori italiani come di quelli europei.
Le sofferenze di MPS

Avremmo così l'apparente paradosso di un NO, che lungi dal danneggiare i possessori dei bond Mps (come sosteneva la terroristica narrazione della vigilia referendaria), avrebbe invece finito addirittura per favorirli. Quando si dice l'eterogenesi dei fini! Partiti in tromba per terrorizzare i risparmiatori-elettori, i decisori politici hanno forse finito per spaventare più che altro se stessi? E' un'ipotesi tutta da verificare, ma decisamente assai interessante.

5. E l'Europa?
Abbiamo detto che ci sono ancora diverse incertezze su quello che sarà il reale dispositivo dell'intervento statale. Tuttavia, il punto interrogativo più grande si chiama Unione Europea. Ma davvero lo schema del decreto è stato concordato con l'UE? Difficile in effetti pensare il contrario, troppo grande il rischio di un contenzioso tra Roma e Bruxelles-Francoforte in un passaggio come questo. Troppe, però, le cose che non tornano.

In primo luogo, mai si è vista una deroga alle regole come quella ora annunciata. In secondo luogo, l'accettazione dello schema Padoan costituirebbe un precedente assai pesante sia per le altre banche italiane in attesa del soccorso statale, sia per quelle che si trovano nelle medesime condizioni negli altri paesi dell'eurozona. In terzo luogo, al di là dei trucchi contabili su debito e deficit "strutturale", è evidente come la strada dell'intervento pubblico nel settore bancario finisca per mandare definitivamente in soffitta il dogma del fiscal compact.

E' possibile che tutto ciò avvenga in un clima tranquillo e rilassato, reso ancor più ovattato dal periodo natalizio? Chi scrive ne dubita assai.

In ogni caso le spiegazioni possibili sono al momento solo tre:

1. Ue e Bce non condividono affatto tutti gli aspetti dello schema adottato (o perlomeno annunciato) dal governo italiano, e dunque si apprestano a reagire quantomeno sul dispositivo di aggiramento della burden sharing.

2. La condivisione con Bruxelles e Francoforte c'è davvero stata, ma nelle capitali europee si conoscono già quei dettagli in cui si annida il diavolo che - come già accennato - farebbero rientrare dalla finestra quella «ripartizione degli oneri» cacciata dalla porta.

3. L'accordo tra Italia ed Ue-Bce c'è e non c'è nessun «diavolo nei dettagli». Semplicemente, così come l'euro ed il fiscal compact, anche l'Unione bancaria non funziona per il banale motivo che non può funzionare. Un dato del quale alla fine tutti avrebbero preso atto.

Quale di queste tre ipotesi è quella giusta lo sapremo a breve.  Oggi le reazioni europee sono state assai controverse. La Repubblica ne cita due di segno opposto. Dalle affermazioni di una non meglio precisata fonte della Commissione sembrerebbe esserci una sostanziale copertura dell'azione del governo italiano. Questo il passaggio decisivo: 
«"Sosteniamo le autorità italiane nell'obiettivo di rafforzare ulteriormente il settore bancario italiano, nel rispetto del diritto comunitario", assicura un portavoce comunitario. Nel caso di banche al centro di vendite fraudolente, la ricapitalizzazione "può garantire che non vi siano effetti negativi sugli investitori al dettaglio", ma dalle autorità ci si aspettano "azioni concrete per combattere all'origine il problema" di queste vendite irrispettose dei profili di rischio, per evitare che accada di nuovo».
Diverso, di segno diametralmente opposto, il commento del presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che attraverso il suo portavoce ha ribadito che: 
«prima che sia possibile un intervento di aiuto dello Stato è necessario che ci sia l'intervento di 'bail-in' degli azionisti e degli obbligazionisti junior come previsto dalle regole».
Banale gioco delle parti, o reale scontro tra due posizioni diverse in seno agli stessi vertici europei? Propendiamo nettamente per la seconda ipotesi.

Ma, come già detto, capiremo meglio le cose nell'arco di qualche giorno. Per adesso limitiamoci a constatare, in questo caso come in tanti altri in questo periodo, quanto sia grande la confusione sotto il cielo. Condizione certo non sufficiente, ma di sicuro necessaria, affinché la situazione possa farsi eccellente per le forze popolari ed anti-oligarchiche. Ma questo è un discorso che va oltre i modesti scopi di questo articolo, che ha il solo obiettivo di mostrare in quali contraddizioni si dibattano oggi i vertici del potere politico come di quello economico, in Italia ed in Europa.

domenica 6 marzo 2016

ESPROPRIO (ANTI)PROLETARIO di Leonardo Mazzei

[ 6 marzo ]

«Un tempo i reazionari spaventavano chi possedeva una casa dicendo che i comunisti gliela avrebbero presa. Oggi che nessuno ci cascherebbe più, sono ben altri gli espropriatori in agguato...»

La porcata è venuta alla luce ed il governo sta provando a rattopparla. Ma l'esproprio resta, chiariamolo subito. Dopo i ritocchi annunciati, molti si chiedono se le case degli italiani messi in difficoltà dalla crisi siano davvero sotto attacco. La risposta è sì. E gli attaccanti sono i soliti noti, un trio composto da banche, governo ed Unione Europea.

Del resto, perché stupirsi? Non è forse il medesimo trattamento imposto da Bruxelles a Spagna e Grecia? All'origine del decreto governativo c'è infatti la solita direttiva europea. Renzi avrebbe voluto recepirla senza troppo rumore, ma gli è andata male. Questa volta l'azione dei deputati M5S è stata impeccabile. La riunione della commissione Finanze è saltata, i media sono stati costretti ad un minimo di informazione, il governo ha dovuto annunciare "modifiche".

Ovvio che se il silenziamento avesse funzionato, nessuno nella maggioranza avrebbe accettato cambiamenti sostanziali al decreto. Ma non è il caso di cantare vittoria perché, quando nella prossima settimana i lavori parlamentari riprenderanno, il tentativo sarà quello di abbellire il testo per tenere fermo l'obiettivo che interessa a Lorsignori.

Quale sia questo obiettivo è presto detto: mettere le mani sulla casa delle famiglie in ritardo con i pagamenti del mutuo il prima possibile; mettercele per procedere alla vendita immediatamente, senza aspettare - come oggi - i tempi delle aste giudiziarie. Insomma, un esproprio bello e buono.

Naturalmente i piddini negano. Giurano che per i cittadini morosi nulla cambierà. Ma allora perché la direttiva Ue ed il conseguente decreto? Il bello è che lo giuravano anche prima di essere stati costretti a promettere miglioramenti al testo, e questo la dice lunga sull'onestà intellettuale di costoro.

Flebili i loro argomenti. Il primo è che anche oggi le banche possono far scattare le procedure esecutive dopo il mancato pagamento di 7 rate. Vero, ma oggi i tempi giudiziari allungano la pratica mediamente fino a 7 anni, mentre il decreto (anche ammesso che il governo mantenga le sue ultime promesse) consentirà l'esproprio e la vendita dell'immobile dopo soli 18 mesi.

Il secondo argomento piddino è che l'esproprio sarà possibile solo per il futuro e soltanto su base volontaria. Che sarà valido solo per il futuro è da vedere. Quel che sappiamo è che il testo originario conteneva una parolina messa lì appositamente per consentire di applicare la norma retroattivamente anche ai mutui già in essere. In quanto alla volontarietà è fin troppo facile osservare come il rapporto tra la banca e colui che va a chiedere un mutuo sia tutt'altro che paritario. Non è difficile prevedere, quindi, che chi vorrà un mutuo dovrà sottostare alle nuove clausole.

Le modifiche di cui tanto parlano gli esponenti del governo in questi ultimi giorni, se da un lato sono la prova della loro malafede (perché non ci avevano "pensato" prima?), dall'altro non spostano di molto i termini del problema. Dalle iniziali sette rate non pagate, sembra che adesso si arriverà a 18 prima che la banca possa impossessarsi dell'immobile. Ma diciotto mesi sono brevi, maledettamente brevi per le famiglie messe in croce dalla crisi, specie per chi si ritroverà senza lavoro.

Si dice anche che il decreto impedirà la svendita del bene posseduto. Questo perché il mutuatario potrà nominare un esperto che ne tuteli gli interessi in fase di valutazione... E ci mancherebbe altro! Ma, anche in questo caso, non è difficile immaginare chi sarà maggiormente tutelato tra il mutuatario e la banca. Tanto più in una fase di grande depressione del mercato immobiliare come questa. Non dimentichiamoci che alla banca sarà sufficiente ottenere un prezzo che le consenta di recuperare il credito residuo, dato che la parte eccedente spetterebbe comunque al mutuatario, che rischia così di ritrovarsi becco e bastonato.

Mai come in questo caso le rassicurazioni dei cosiddetti "esperti" gridano semplicemente vendetta. Ancora di più quelle dei diretti interessati. Prendiamo il caso del sig. Patuelli, presidente di quell'Associazione bancaria (Abi) tanto interessata al decreto. Ancora prima che si parlasse di modifiche al testo proposto, questa faccia di bronzo ha avuto il coraggio di dichiarare che: «Non c'è il rischio di avere la casa pignorata... Ho studiato il documento del governo che recepisce la direttiva e non riguarda fatti passati, ma eventualità, possibilità per il futuro, è una cosa lasciata alla libera contrattazione tra le famiglie e gli istituti bancari» (Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2016). Libera contrattazione! Capito quale vantaggio per le famiglie!

Da notare che per le banche la quota dei mutui sulla casa in percentuale sul totale dei crediti in sofferenza è piuttosto modesta, ma colpire le famiglie è assai più facile che rifarsela con i bancarottieri professionali.

Secondo il Bollettino statistico di Bankitalia (qui citato dalla Confartigianato) il 70,3% delle sofferenze riguarda affidi superiori ai 500mila euro, che nel 2015 hanno rappresentato addirittura il 91,8% dell'incremento delle sofferenze registrate nell'anno. Ovvio che non si sta parlando di mutui per la casa. Dati confermati da quanto pubblicato dal Corriere della Sera del 24 gennaio scorso, secondo cui la quota di sofferenze relativa alla fascia di prestito tra 125 e 250mila euro (quella in cui si concentrano i mutui casa, anche se ne comprende altri di diverso tipo) è pari ad un misero 10,08%.

Con le regole attuali spesso le banche non hanno interesse ad arrivare al pignoramento e preferiscono procedere con una trattativa con il mutuatario. Ciò nonostante le abitazioni finite all'asta nel secondo semestre 2015 sono state ben 28.672. Andando a spanne è perciò realistico stimare un totale annuo tra le 55mila e le 60mila case messe all'asta nel 2015. Un dato decisamente rilevante, in un anno in cui il totale delle case vendute in Italia si è fermato a quota 444mila.

Ovvio che con il decreto governativo la vendita delle case pignorate non potrà che aumentare di brutto. E' vero che la crisi del mercato immobiliare rappresenta un indubbio ostacolo a questa operazione, ma proprio per questo la soluzione potrà essere quella della svendita, pur sempre vantaggiosa per la banca, del tutto rovinosa per il suo cliente.

Per tutti questi motivi è ben chiara la posta in gioco. Di certo è chiaro il disegno del trio banche-governo-Unione Europea, come sempre uniti nella lotta per depredare il popolo lavoratore. Quello messo in ginocchio dalla crisi e dalle politiche austeritarie degli ultimi anni.

Abbiamo visto, però, la difficoltà politica degli uomini di Renzi una volta che il tema è divenuto di pubblico dominio. Vedremo adesso come ricalibreranno questo ennesimo imbroglio. Di certo il trio non mollerà la presa, ma sul piano del consenso un altro fronte si è aperto per il fiorentino.

Che dire in conclusione? Un tempo i reazionari spaventavano chi possedeva una casa dicendo che i comunisti gliela avrebbero presa. Oggi che nessuno ci cascherebbe più, sono ben altri gli espropriatori in agguato...

domenica 28 febbraio 2016

GOVERNO RENZI: UN REGALO A BANCHE E SPECULATORI (strada spianata all' esproprio rapido delle case) di Paolo Fior

[ 28 febbraio ]

Il pretesto è il recepimento della direttiva europea per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. L’esito è però opposto: il provvedimento dell'esecutivo punta ad agevolare in ogni modo le vendite forzose degli immobili da parte degli istituti nel caso in cui il cliente sia in ritardo con 7 rate del mutuo e si muove in parallelo alle norme introdotte a proposito delle garanzie di Stato sulle sofferenze bancarie.


Un regalo a banche e speculatori, l’ennesima mazzata ai danni di cittadini e consumatori. Ci pensa il governo nella persona del ministro Maria Elena Boschi con un decreto legislativo sui finanziamenti ipotecari. E’ il suo ministero, infatti, ad aver trasmesso alla Camera l’atto del governo n. 256 che modifica alcuni punti salienti del testo unico della Finanza. Il pretesto è il recepimento della direttiva europea 2014/17 volta ad aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. L’esito è però opposto: in realtà il provvedimento del governo italiano punta ad agevolare in ogni modo le vendite forzose degli immobili da parte delle banche e si muove in parallelo alle norme che il governo ha introdotto a proposito delle garanzie di Stato sulle sofferenze bancarie.
Per accelerare al massimo il recupero dei crediti inesigibili da parte degli istituti di credito, il governo ha infatti cancellato l’articolo 2744 del codice civile, che vieta il cosiddetto “patto commissorio” e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”.  Il superamento di questo divieto permette quindi alle banche di entrare direttamente in possesso dell’immobile e metterlo in vendita per soddisfare il proprio credito qualora il mutuatario sia in ritardo con il pagamento di 7 rate, anche non consecutive. Lo prevede esplicitamente l’art. 120 quinquiesdecies che al comma 3 recita: “Le parti del contratto possono convenire espressamente (come se il consumatore e la banca fossero sullo stesso piano nel negoziare un contratto di mutuo, ndr) al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimento del consumatore (il ritardo nel pagamento di 7 rate anche non consecutive, così come definito dall’art. 40 del Testo unico della finanza, ndr) la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Nella pressoché totale indifferenza del Parlamento, fatta eccezione per il gruppo Alternativa Libera [clicca QUI per firmare la petizione contro la legge pro-banche, Ndr] alla Camera che ha presentato un parere per evitare il passaggio di proprietà della case alla banche, il governo si accinge dunque a togliere ai consumatori e alle famiglie le poche tutele che ad oggi esistono, incentivando lamodifica unilaterale delle condizioni anche ai mutui già erogati, perché appunto la pattuizione sul trasferimento della proprietà dell’immobile a soddisfacimento del debito può essere introdotta anche in un momento successivo alla stipula del contratto di finanziamento. Il decreto però non si limita a cancellare il divieto di “patto commissorio”, ma dà anche la possibilità alle banche di vendere gli immobili a qualsiasi prezzo pur di recuperare i propri crediti. Non è infatti prevista alcuna garanzia a favore del debitore, eccetto un generico riferimento (sempre nell’articolo 120- quinquiesdecies) alla stima effettuata “da un perito scelto dalle parti di comune accordo con una perizia successiva all’inadempimento” e al diritto del consumatore ad avere l’eccedenza (se positiva) tra il prezzo di vendita dell’immobile e il rimborso del debito. Se invece la differenza dovesse risultare negativa (cioè il prezzo di vendita non è sufficiente a estinguere il debito), “il relativo obbligo di pagamento decorre dopo sei mesi dalla conclusione della procedura esecutiva”. Ed è proprio quest’ultimo passaggio a chiarire nella pratica come le banche potranno svendere gli immobili avuti in garanzia a prescindere dal loro effettivo valore.
Spianata la strada alle banche, il governo prescrive che i creditori adottino procedure per gestire il rapporto con “i consumatori in difficoltà nei pagamenti”. Di cosa si tratti di preciso non si sa, eccetto che i contenuti di tali procedure potranno essere dettati dalla Banca d’Italia – organismo indipendente che ha notoriamente a cuore la tutela dei consumatori come dimostrano i suoi reiterati tentativi di reintrodurre l’anatocismo, cioè il pagamento degli interessi sugli interessi, pratica vietata dalla legge – “con particolare riguardo agli obblighi di informativa e di correttezza del finanziatore”.
E’ evidente che il risultato di simili norme rischia di essere drammatico per migliaia di famiglie che da un giorno all’altro si ritroverebbero sul marciapiede, con le loro case vendute “al meglio”. Ma al danno – come sempre – si aggiunge pure la beffa, perché alle banche e agli speculatori è assicurata anche ladefiscalizzazione pressoché totale degli importi incassati dalle vendite forzose degli immobili. Lo stabilisce l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo e la garanzia sulle cartolarizzazioni delle sofferenze: chi acquisisce gli immobili nell’ambito di vendite giudiziarie per poi rivenderli a un’acquirente finale paga un’imposta sostitutiva di appena 200 euro, contro la tassazione ordinaria del 9%. “La norma – si legge negli atti parlamentari – ha la finalità di agevolare il collocamento degli immobili in sede di vendita giudiziaria, così come in caso di assegnazione degli immobili stessi ai creditori”.  La dimostrazione palmare di quali interessi difenda in ogni circostanza e sopra ogni cosa il governo Renzi.

mercoledì 6 gennaio 2016

BANCHE: SEGUIAMO PER UNA VOLTA L'ESEMPIO TEDESCO!

[ 6 gennaio 2015 ]

Molto abbiamo scritto, negli anni, sul sistema bancocratico ed in particolare sulle enormi falde del sistema bancario italiano, esplose prima col caso Monte Paschi e poi con i recenti quattro (voluti e pilotati) fallimenti. 
In particolare segnaliamo quello di Leonardo Mazzei
Vale ribadire, come fatto da Guido Salerno che il decreto legge 183/2015 —quello col quale il governo Renzi ha legittimato se non proprio causato la rapina ai danni di tanti ignari risparmiatori— è illegale in quanto, recependo (in anticipo!) la direttiva europea sul bail-in, contrasta palesemente con l’articolo 47 della Costituzione.[1]
Il governo ha giustificato infatti il suo decreto con la normativa Ue che impedisce ogni "aiuto di stato". In Germania tuttavia, come ben spiega l'articolo qui sotto di Pavesi e con numeri alla mano, il governo di Berlino, in barba alle direttive neoliberiste che impone agli altri paesi, è ricorso, e come!, agli "aiuti di stato" per salvare le sue banche, che restano in gran parte in mano pubblica.
Stendiamo un pietoso velo sul fatto che Pavesi, invece di sostenere come giusto che uno Stato sovrano tenga sotto controllo il suo sistema bancario, critichi Berlino per essere troppo poco liberista.
Anche le vicende bancarie ci dimostrano che la Germania è il solo Stato che non svende a gratis la sua sovranità nazionale in nome dell'europeismo.

Salvare le banche tedesche è costato il 7% del Pil
di Fabio Pavesi*

È uno dei paradossi più eclatanti della Germania Uber Alles
All’economia strutturalmente più forte dell’eurozona corrisponde uno dei sistemi bancari tra i più fragili, puntellato costantemente dalla mano pubblica che ha sorretto le proprie banche, dall’avvio della crisi nel 2008, con la bellezza di 197 miliardi di denaro pubblico, tra aumenti di capitale e titoli tossici rilevati dallo Stato federale o dai vari Land. Una cifra che (sono dati della Commissione Ue) vale oltre il 7% del Pil tedesco. Se poi alle iniezioni di denaro pubblico si aggiungono le garanzie statali e le linee di liquidità offerte la cifra balza addirittura a 465 miliardi il 17% della ricchezza annua prodotta. Un’enormità che disvela la particolare struttura del sistema creditizio teutonico.

Si pensi solo all’ultimo salvataggio in ordine di tempo. Quello che ha riguardato pochi mesi fa la Hsh Nordbank. L’istituto controllato dal Land dello Schleswig-Holstein e dal Comune di Amburgo ha avuto l’ennesimo aiutino pubblico sotto forma di 3 miliardi di nuove garanzie statali . Tra la moltitudine frammentata delle centinaia di piccole, piccolissime Sparkasse, le casse di risparmio municipali e le grandi Landesbank, oltre un terzo del sistema del credito della più grande economia dell'Eurozona è di fatto in mano pubblica. E per buona parte è sottratto alla Vigilanza di Francoforte. Questo ha permesso una gestione della crisi bancaria, che in Germania è stata più acuta di quanto ci si poteva aspettare, sotto il segno della massima discrezionalità e spesso con tratti di grande opacità.


Hsh non è un nome nuovo nel panorama delle banche pericolanti di Germania. L’istituto di Amburgo che è piombato in crisi già nel 2008 e ha avuto a disposizione linee di credito garantite per decine di miliardi, ha accumulato lo stesso, dall’inizio della crisi, 1,9 miliardi di perdite, pur avendo quasi dimezzato l’attivo. Il dimagrimento non è bastato a uscite dal baratro e ora il nuovo salvagente propedeutico a una vendita o una liquidazione. Una banca zombie tenuta in vita artificialmente. Hsh non è affatto un caso isolato. È l’epifenomeno, neanche il più macroscopico, della pesante gracilità del sistema del credito. Buona parte delle grandi Landesbank tedesche vive sorretto costantemente dalle casse regionali. Come evidenzia con dovizia di particolari l’ultimo rapporto di R&S Mediobanca, le sei principali banche dei Land tedeschi hanno ricevuto dai soci (pubblici) nei lunghi anni post-crisi 25,3 miliardi tra aumenti di capitale e altre contribuzioni, una somma che vale il 65% dei patrimoni che le banche avevano all’inizio della Grande crisi. Non solo. Ma per fronteggiare la crisi di liquidità hanno beneficiato di garanzie sia statali che dei Land per 98 miliardi di euro. Un vero cordone sanitario steso attorno alle grandi banche regionali che non ha (altro paradosso) risolto definitivamente il nodo della solidità patrimoniale.

Nonostante le ricapitalizzazioni, infatti, il sistema delle Landesbank resta tuttora poco capitalizzato. Il capitale netto aggregato nel 2013, spiega ancora R&S Mediobanca, rappresentava il 4,5% dell'attivo di bilancio, rispetto al 5,4% medio delle principali banche europee, con una “leva” di 23, superiore di un' unità al moltiplicatore europeo, già di per sé il più elevato nel confronto internazionale. C’è stato, è vero, un miglioramento rispetto al 2007 quando il capitale era solo il 2,7% dei bilanci, ma ottenuto più con la riduzione degli attivi, scesi di oltre 400 miliardi che con le ricapitalizzazioni. Iniezioni di denaro (pubblico) necessarie a fronteggiare le perdite che solo nel biennio 2008-2009 sono ammontate a 14 miliardi di euro per le banche regionali. Se per le grandi Landesbank il panorama mostra tuttora gli antichi vizi pre-crisi, con bassi livelli di capitale nonostante le iniezioni pubbliche, crediti a rischio non contrastati e livelli di titoli tossici in portafoglio ancora ingenti, il quadro è ancora più preoccupante e sfuggente per le piccole Sparkasse. La competenza della vigilanza sulle Sparkasse è in mano alla Bafin, la Consob tedesca, ed è sottratta completamente allo sguardo più occhiuto e meno compiacente della Bce. Non c'è di fatto un obbligo di contabilizzazione ufficiale dei crediti dubbi. Stando ad alcune stime le Sparkasse erogano prestiti per circa 1.700 miliardi di euro, quanto di fatto l'intero sistema bancario italiano. Se solo le Sparkasse avessero in pancia il livello medio di sofferenze dell'intero sistema bancario teutonico saremmo a circa 85 miliardi di euro di crediti malati. Ma gli osservatori internazionali dall’Fmi (che chiede trasparenza nella contabilità delle banche municipali di Berlino) ad altri, temono che siano molti di più. Il fatto che non siano sottoposti alla Vigilanza bancaria europea permette classificazione dei prestiti malati a maglie assai larghe. Un sistema dove la trasparenza non è certo di casa. Ma se il sistema creditizio pubblico non brilla per solidità, che dire dei due colossi di Germania? Deutsche Bank è reduce da una perdita di 6 miliardi nel terzo trimestre: pesano oneri per i contenziosi giudiziari e avviamenti svalutati. Sta di fatto che il gigante bancario è da tempo in forte frenata sul piano della redditività, ha sì aumentato il capitale ma ha tuttora in pancia titoli illiquidi valutati dalla stessa banca in 31miliardi, poco meno della metà dell'intero capitale. Un fardello che è stato limato dall’avvio della crisi ben poco e che resta un vulnus possibile per il futuro. Per non dire di Commerzbank. La banca si prepara solo ora al ritorno al dividendo, per la prima volta dal 2007, e dopo che, a partire dal 2008, ha avuto bisogno di due salvataggi con soldi pubblici per circa 18 miliardi e ha visto l’ingresso salvifico nel capitale del Governo tedesco. Verrebbe da dire: Che fortuna per le banche tedesche, essere tedesche.

NOTE

[1] 

Articolo 47

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.


* Fonte: Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2015

mercoledì 30 dicembre 2015

2016: UN ANNO DI FUOCO PER LE BANCHE ITALIANE di Leonardo Mazzei

I crediti deteriorati in pancia alla banche italiane
[ 30 dicembre ]
Da anni questo blog segue le dinamiche di crisi del sistema bancario italiano. Nel luglio 2013, di contro a chi si ostinava a non vedere il problema, indicavamo il rischio del CROLLO DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO.
Mazzei torna sull'argomento con un'analisi impeccabile dei diversi aspetti della bomba bancaria e conclude con una proposta.


I pericoli per il sistema bancario, i rischi dei risparmiatori e quelli del governo Renzi 
«Almeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri. Che il sistema bancario italiano abbia dei seri problemi, questo ormai l'hanno capito tutti. Le stesse ripetute rassicurazioni sulla sua "solidità" non fanno altro che confermare la gravità della situazione. In poche settimane abbiamo avuto il "decreto salvabanche", le perdite dei risparmiatori coinvolti, lo scontro di Renzi con la Germania, il caso delle dimissioni rientrate del governatore Visco, la corsa di fine anno alla sistemazione di alcuni istituti di credito (Banca Veneto e non solo), mentre dal primo gennaio saranno legge le norme del bail-in voluto dall'Europa.
Insomma, una situazione in forte movimento, con sullo sfondo la questione delle questioni: il via libera oppure no, e se sì in quale forma, alla bad bank, il nuovo istituto che dovrebbe assorbire i crediti in "sofferenza" delle banche italiane, consentendo alle stesse una consistente ripulitura dei bilanci.

Tante le questioni in gioco: politiche, economiche e finanziarie. Tanti i soggetti a rischio, potenzialmente diversi milioni di italiani. Proviamo allora ad inquadrare i vari aspetti del problema.


Passività finanziarie (liabilities) delle banche Ue
1. Lo scontro con Angela Merkel non è solo propaganda

Partiamo da un fatto politico: lo scontro inscenato da Renzi nei confronti di Angela Merkel all'ultimo Consiglio europeo non è solo propaganda. Chi lo pensa sbaglia. La propaganda è sempre una componente dell'azione politica, ed il caso in oggetto non fa eccezione. Tuttavia, questa volta la sostanza prevale sul solito teatrino d'immagine. Il fatto è che sulla partita bancaria sono in gioco enormi interessi di quello stesso blocco di potere che ha portato al governo, e che tuttora sostiene Matteo Renzi.


Ma non c'è solo questo. C'è che la messa a rischio dei risparmi di milioni di persone, molte delle quali facenti parte della base di consenso del Pd, ed ancor di più del suo segretario, è un problema grande come un macigno sulla strada che il fiorentino ha disegnato per se stesso: quella della costruzione di un regime in grado di reggere la concorrenza per un bel po' di anni. 

Renzi, dunque, cammina sui carboni ardenti. Già la vicenda delle quattro banche "salvate" azzerando il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate è stato un colpo di non poco conto. Alcuni ironizzano sull'ingenuità di una parte dei detentori di quelle obbligazioni, ma è un fatto che dalla Legge Bancaria del 1936 in avanti i risparmiatori italiani «non hanno perso una lira o un euro in relazione a crisi, anche gravi, di singoli intermediari». Ce lo ha ricordato così il capo della vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, parlando alla Commissione Finanze della Camera agli inizi del mese, ed opportunamente citato da Alberto Bagnai sul Fatto Quotidiano del 18 dicembre.  

La riflessione deve dunque incentrarsi sulla novità della situazione attuale. Una novità che potrebbe avere conseguenze politiche devastanti, qualora il ricorso al bail-in si facesse frequente, e ancora di più se dovesse interessare almeno una banca di grandi dimensioni. Non solo sarebbe la fine del Renzi ottimista, quello della crescita e del freno all'austerità. Sarebbe la fine politica sua e del gruppo di potere che gli si raccoglie attorno. 
I crediti deteriorati in Italia al 2011

Se sommiamo questi aspetti politici agli interessi economici in gioco non è difficile capire che lo scontro con la Commissione UE, e con la Germania in particolare, è tutt'altro che una finzione. Questa volta Renzi non può indietreggiare più di tanto, ma neppure la Germania sembra intenzionata a farlo. Un compromesso è dunque impossibile? Le vicende europee ci insegnano come le vie del compromesso possano essere tante. Ma quale compromesso al momento non si sa.

Ad oggi i segnali che vengono da Bruxelles sono tutti negativi. Per non parlare di quelli inviati da Berlino. In una intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre, Lars Feld, consigliere economico della Merkel e stretto collaboratore di Schaeuble, ha usato toni tra lo sprezzante e l'irridente nei confronti dell'Italia.  

Leggere per credere.
Domanda di Federico Fubini: 
«Lei prevede che in Italia ci sarà bail-in dei conti correnti, quindi contagio e poi una richiesta di aiuto al fondo salvataggi, con l’arrivo della Troika?».
Risposta di Lars Feld:
«Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi. Ma non credo che l’attuale situazione porterà necessariamente a una richiesta di aiuto al fondo salvataggi Esm. Non prevedo un contagio. In ogni caso, staremo a vedere» (ride).
Ecco, l'uomo della Merkel se la ride mentre annuncia la Caporetto delle banche italiane e perdite enormi per tante famiglie. Difficile per Renzi ottenere le due cose che più gli premono: l'istituzione del fondo di garanzia europeo, rigettato al momento dai tedeschi, ed una bad bankin grado di ammortizzare le perdite delle banche sui crediti in sofferenza anche attraverso una consistente garanzia pubblica.


2. L'Europa tedesca

Su questi temi l'Europa appare ancor più asimmetrica del solito. E più che asimmetrica appare proprio per quella che è: una costruzione ormai largamente in mano all'oligarchia tedesca.

L'accusa che viene fatta all'Italia è quella di voler salvare il proprio sistema bancario con soldi pubblici. Ma cosa hanno fatto finora gli altri paesi dell'UE, Germania in testa?

Nell'Unione Europea gli interventi a sostegno del sistema bancario hanno raggiunto, nel corso di questi anni di crisi, l'astronomica cifra di 2.700 miliardi di euro. Di questi 389 miliardi in capitale, 2.100 miliardi in garanzie, 142 in prestiti. Limitandoci alla sola prima voce, la Germania guida di gran lunga la graduatoria con 247 miliardi di euro, contro un immacolato zero dell'Italia.

Dunque, la Germania ha potuto mettere in sicurezza le proprie banche con le "vecchie regole", mentre adesso con le nuove regole si vuole impedire che l'Italia faccia altrettanto. E poi qualcuno ancora ci chiede del perché insistiamo tanto sulla sovranità nazionale...

Ma non basta. I tedeschi battono sempre sul tasto del rigore nei conti pubblici, ma negli anni scorsi l'Italia ha contribuito con 59,8 miliardi ai salvataggi di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Salvataggi che hanno consentito alle banche tedesche di mettere in salvo i loro investimenti a rischio in quei paesi, pari alla modica cifra di 334 miliardi. Allora i soldi pubblici italiani potevano, anzi dovevano, fluire verso i fondi europei pensati all'uopo. Adesso non più, perché l'Italia va messa in croce onde poterla meglio saccheggiare. 

Ieri l'altro, con un'intervista al Quotidiano Nazionale, perfino il presidente dell'Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, ha alzato la voce contro «l'egemonia della Germania», affermando fra l'altro che: 
«La Germania sembra aver adottato il motto di Giolitti: ‘Le leggi si interpretano per gli amici e si applicano per gli avversari’. Ma un’Europa così ingiusta e sbilanciata sui soli interessi tedeschi non solo non cresce, ma è destinata a sbriciolarsi».
Del resto le cose che dimostrano lo strapotere tedesco sono tante. Limitandoci alla cosiddetta "Unione bancaria" non c'è solo il bail-in ed il rifiuto germanico del fondo di garanzia, che in qualche modo avrebbe dovuto compensarlo. C'è anche il diverso trattamento riservato alle banche tedesche. Una delle "tre gambe" dell'Unione bancaria consiste nei poteri di vigilanza affidati alla Bce su "tutte" le banche dell'eurozona. Tutte? Non esattamente. Con un escamotage, facendo rientrare nella norma solo le banche che superano i 30 miliardi di attivo, il governo tedesco è riuscito a sottrarre al controllo della Bce tutte le sue Sparkassen (casse di risparmio municipali) ed il grosso delle Landesbanken (di proprietà dei Land). 


Risultato non da poco, visto che le Sparkassen (431 banche con 1.132 miliardi di attivo) e le Landesbanken (9 banche con 1.075 miliardi di attivo) rappresentano un terzo del sistema creditizio tedesco. Quello che ha maggiormente goduto degli interventi statali (230 miliardi), che ha un livello di capitalizzazione particolarmente basso ed una quota di crediti in sofferenza assai incerta. "Privilegi" dovuti anche - ricordiamolo a certi liberisti che solo oggi si accorgono della prepotenza teutonica - alla proprietà pubblica di queste banche.


3. Una classe dirigente incapace ed avventurista
Che l'Europa sia quella cosa orrenda di cui anche tanti benpensanti nostrani vanno ora accorgendosi, lo diciamo da anni. Ma costoro dov'erano finora? Più esattamente: dov'era la classe dirigente italiana (politica, economica, finanziaria, culturale e mediatica) in questi anni? Faceva comodo l'Europa che chiedeva salari più bassi, pensioni da fame, tagli al welfare, privatizzazioni. Faceva comodo e bastava dire «ce lo chiede l''Europa», ecco dov'erano lorsignori.

Ma nella foga europeista, che era poi il modo per fare i propri interessi senza dar troppo nell'occhio, la classe dominante italiana ha finito per accettare entusiasta tutto ciò di cui ora si lamenta. 

I vincoli di bilancio? Chi ha accettato ed imposto come legge divina il Trattato di Maastricht e quelli successivi? Chi ha votato il Fiscal compact? Chi il pareggio di bilancio in Costituzione? 

Le regole bancarie? E perché mai il governo Renzi ha immediatamente recepito le norme sul bail-in senza neppure accertarsi del fatto che almeno il fondo di garanzia europeo sarebbe stato istituito?

Ma la politica del chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati non riguarda solo le regole di bilancio e quelle bancarie. Prendiamo le lamentele di Renzi in materia energetica: che senso ha lamentarsi del fatto che la Germania vuol mandare in porto il raddoppio del gasdotto North Stream con la Russia dopo che si è subito in silenzio l'affondamento del South Stream (nel quale l'Italia aveva enormi interessi di vario genere) da parte degli USA? Che senso ha lamentarsi della politica europea sui migranti dopo che si è accettato, senza rendersi conto delle conseguenze, il Trattato di Dublino? E che senso ha protestare blandamente sui danni delle sanzioni alla Russia senza mettere il veto al loro rinnovo?

Domande retoriche, visto il notorio servilismo euro-atlantico della classe dirigente nostrana. Oggi, però, i nodi stanno venendo al pettine. Ed il nodo più grosso sarà proprio quello della crisi bancaria. Un nodo che sta facendo emergere un gran nervosismo. Basti pensare a quel che ha scritto La Stampa lo scorso 20 dicembre sulla volontà del governatore di Bankitalia Visco di dimettersi. Dimissioni poi fermate da Mattarella, ma che evidenziano la situazione di sbando che aleggia nei palazzi del potere.

Quel che è certo è che la classe dirigente del paese, nel suo insieme, raccoglie oggi quel che ha seminato - con la sua incapacità, con il suo avventurismo europeista - ormai da un quarto di secolo. Ben gli sta. Ma una simile classe dirigente non può, non deve, rimanere al suo posto. Questa è la vera questione da risolvere, questa è la prima emergenza nazionale.  
4. Le prossime crisi bancarie e la bad bank
Abbiamo già visto le sorridenti previsioni di Lars Feld sulle future crisi delle banche italiane. Crisi da risolvere con il bail-in. Che cosa sia il bail-in dovrebbe essere ormai cosa nota, ma conviene comunque ricordarlo. D'ora in avanti, nel caso di crisi di una banca, si procederà alla sua ristrutturazione attingendo in sequenza dagli azionisti, poi dai possessori di obbligazioni subordinate, quindi dai detentori di obbligazioni ordinarie ed infine dai conti correnti e dai depositi per la parte eccedente i 100mila euro.  Ognuna di queste voci potrà essere tagliata in tutto o in parte.

In concreto, 596 miliardi è l'ammontare dei conti e dei depositi sotto i centomila euro teoricamente protetti, mentre la parte aggredibile dal bail-in è calcolata in ben 1.122 miliardi di euro. Di questi, alcune centinaia di miliardi sono in obbligazioni. Tra queste, quelle subordinate assommano ad oltre 70 miliardi.

Attenzione! Nel caso di ristrutturazione di una grande banca, neppure gli stessi conti e depositi sotto i centomila euro potrebbero risultare davvero protetti. Calcoli precisi non se ne fanno, ma se il fondo europeo non si fa perché Merkel e Schaeuble non vogliono, ben difficilmente potrà bastare il nostrano Fondo Interbancario. Anche da qui la grande agitazione di Renzi e del suo governo.  

Ecco perché abbiamo scritto che i crac bancari potrebbero investire teoricamente i risparmi di milioni di italiani, con conseguenze assolutamente devastanti sull'intera economia nazionale.

Le cronache di questi giorni hanno portato alla ribalta il particolarissimo caso delle obbligazioni subordinate, titoli spesso venduti dalle banche ad una clientela inconsapevole dei rischi, che si è scientemente voluto rimanesse tale. Su questo aspetto perfino il prudentissimo Visco ha detto che: 
«Una soluzione più equilibrata, e forse più rispettosa del quadro giuridico generale, sarebbe stata quella di applicare le nuove norme solo ai titoli di nuova emissione, dotati di apposite clausole contrattuali. Nelle sedi in cui questo è stato sostenuto la pressione per l'adozione di soluzioni drastiche è stata troppo forte». (intervista a la Repubblica del 20 dicembre scorso)
Visco ci dice dunque tre cose: che la soluzione prevista dal bail in contrasta con il quadro giuridico generale (con la Costituzione - all'uopo riscoperta - ha detto Patuelli nell'intervista citata), che i titoli subordinati sono stati venduti senza che le clausole contrattuali fossero sufficientemente chiare, che le pressioni tedesche hanno imposto le soluzioni drastiche che abbiamo già visto.


Qui, di nuovo, sorge spontanea una domanda: ma se si è trattato di un'imposizione, perché non ci si è opposti con forza? Perché tanta superficialità e tanta faciloneria? Perché, evidentemente, nonostante il conto dei costi e dei benefici si faccia ormai sempre più chiaro, non si ha il coraggio politico di tagliare il cordone ombelicale con l'UE ed ovviamente con l'euro.

Ma cosa succederà concretamente alle banche italiane nei prossimi mesi e nei prossimi anni? Sarà davvero una serie di bail-in a cascata, che Lars Feld osserverà, sorridendo, da Berlino? C'è solo una possibilità che la previsione del consigliere della Merkel non si avveri. Peccato che anch'essa - la bad bank - sia nelle mani della Commissione Europea e dunque della Germania.

Ripetiamolo: qualora lo scenario più fosco si avverasse ad essere colpiti non sarebbero solo i risparmiatori con in tasca titoli, conti e depositi delle banche in dissesto. Ad essere colpita sarebbe l'intera economia italiana, il credito verrebbe paralizzato, mentre le banche così indebolite diventerebbero facili bocconi per le politiche predatorie dei grandi gruppi bancari del nord Europa e degli USA. 

Ma è così grave la situazione delle banche italiane? Gli esperti ci spiegano che la salute degli istituti di credito dipende grosso modo da quattro fattori: a) il livello di patrimonializzazione, b) la quota di crediti deteriorati, c) la quantità e qualità delle attività finanziarie, d) l'andamento generale dell'economia.

Il livello di patrimonializzazione delle maggiori banche del paese, espresso attraverso l'acronimo Cet1 (Common equity tier 1) è complessivamente discreto, eccetto i noti casi della Banca Popolare di Vicenza e di Banca Veneto. Le attività finanziarie sono invece assai meno note, ma la Germania insiste sull'eccessiva quota di titoli del debito pubblico detenuto dagli istituti italiani, come a dire che il rischio default è tutt'altro che scongiurato. Sull'andamento dell'economia abbonda invece un ingiustificato ottimismo, ma nelle stanze dei bottoni sanno bene che la stagnazione economica (seguita alla profondissima recessione che sappiamo) è destinata a durare. Resta dunque un solo fattore, sul quale bisognerebbe agire con estrema urgenza: i crediti deteriorati (circa 360 miliardi), ed in particolare, all'interno di questi, i 200 miliardi classificati come "sofferenze".

Da cosa derivi questa situazione è facile da comprendersi. Sette anni pieni di crisi economica hanno messo tanti debitori (famiglie ed aziende) nell'impossibilità di restituire i finanziamenti ricevuti dagli istituti di credito. La quota dei crediti deteriorati —npl nell'acronimo inglese (non performing loans)— è dunque esplosa verso l'alto e non accenna a calare. Una parziale riduzione potrebbe avvenire solo nel caso di una forte ripresa economica, ma se c'è una cosa che possiamo escludere —almeno fino a quando resteremo nella gabbia europea— è proprio questa. Si pone dunque il problema di far fronte a perdite estremamente pesanti. Da qui il maggior rischio per le banche italiane, da qui la discussione sulla bad bank.

Che cos'è una bad bank? Alla lettera è una "banca cattiva", in realtà è una società che acquisisce gli npl di una o più banche, per poi tentare di recuperarli al più alto livello possibile. In questo modo le banche che cedono i crediti ripuliscono i propri bilanci, mentre i gestori della bad bank scommettono su un recupero ben superiore al prezzo pagato per acquisirli dalla banca che li deteneva in precedenza. 

Un gioco win win dove tutti vincono? Non esattamente, perché tutto dipende dal prezzo dato al pacchetto di crediti ceduti. Ed è su questo punto che sorgono i problemi nel caso della bad bank pensata dal governo Renzi.

Abbiamo già detto che le sofferenze del sistema bancario ammontano a circa 200 miliardi. A fronte di questa montagna di soldi le banche dispongono di accantonamenti propri pari a 112 miliardi. Ne restano da coprire 88. Per ottenere questo risultato i crediti in sofferenza dovrebbero essere venduti al 44% del loro valore nominale. Il problema è che il loro valore di mercato - che risente ovviamente dalle manovre dei pescecani che si apprestano a realizzare enormi speculazioni - è invece del 20%. Dunque degli 88 miliardi di cui sopra ne vengono a mancare 48. Una cifra che fa la differenza tra il salvataggio (almeno temporaneo) del sistema bancario italiano ed il suo naufragio chiamato bail-in.

Ammesso e non concesso che il tracollo venga evitato, da dove cacciar fuori i 48 miliardi mancanti? Questo problema si pone sia nel caso - che oggi sta perdendo vistosamente quota - di un'unica bad bank, sia in quello, che ora sembra più probabile, di tante bad bank quanti sono gli istituti che hanno necessità di disfarsi delle proprie sofferenze. In quest'ultimo caso le singole banche provvederebbero a dotarsi in proprio di una "banca cattiva", da gestire magari insieme a qualche fondo speculativo interessato a massimizzare i ricavi.

Ovviamente i 48 miliardi mancanti per ottenere la quadratura del cerchio possono venire solo da garanzie pubbliche, cioè da quell'aiuto di Stato che i tedeschi, dopo averlo praticato ad abundantiam a casa loro, non intendono permettere all'Italia. Una situazione di stallo, che secondo Federico Fubini (Corriere della Sera, 14 dicembre 2015) potrebbe durare ancora. Leggiamo: «probabilmente non succederà granché: non ci sarà pulizia dei bilanci, né rapida ripresa del credito, e potrebbero tornare crisi localizzate di banche di provincia affossate dalle perdite sui crediti che si svaluteranno sempre di più».

La partita è dunque aperta, ed alcune banche stanno provvedendo in proprio (vedi ad esempio QUI), ma senza un intervento pubblico la prospettiva dei bail-in a cascata è assai più che una semplice ipotesi .
I risparmi degli italiani: obiettivo della rapina della finanza speculativa

5. Che fare? Nazionalizzare il sistema bancario ed uscire dall'euro

Fin qui la fotografia della crisi bancaria, così come ci viene consegnata dalle cronache nazionali ed europee. Ma, al di là dei mille tecnicismi che avvolgono la questione, quali sono le conclusioni di fondo da trarre da quanto detto sin qui?

Esse sono essenzialmente due: la necessità di nazionalizzare l'intero sistema bancario, l'urgenza di uscire quanto prima dall'euro. 

Su quest'ultima questione abbiamo scritto fin troppo in questi anni e non ci torniamo su in questa sede. Che l'euro sia stata una trappola per l'economia italiana ormai lo capiscono in tanti. Che se ne debba uscire al più presto non è un'opinione, è un dato di fatto. Ma questa trappola - come si è visto in precedenza - ha un carnefice (la Germania ed i paesi che fanno parte del suo blocco) e delle vittime, non solo l'Italia ma i paesi periferici dell'area mediterranea in genere.

Il problema non sono dunque soltanto i meccanismi intrinseci ed automatici della moneta unica. Il problema è quello più generale di liberarsi dal dominio politico delle oligarchie euriste che hanno nella Germania il proprio fondamentale centro decisore.

Ma la vicenda di cui ci siamo occupati in questo articolo mostra anche un'altra necessità: quella di nazionalizzare il sistema bancario. Se c'è una cosa che la crisi ha dimostrato, ammesso ce ne fosse bisogno, è proprio l'odierna centralità della finanza. Certo, noi ci battiamo per una società che si sganci e si liberi dal dominio della finanza, ma proprio per raggiungere questo obiettivo - evitando nel contempo una catastrofica crisi sociale - non c'è altra strada che la nazionalizzazione delle banche.

Del resto, se queste non possono essere fatte fallire pena disastrose conseguenze economiche, per quale motivo il costo (pubblico) del loro salvataggio dovrebbe andare a beneficio di ricchi privati? Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo».

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