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martedì 7 gennaio 2020

SPAGNA: IL GOVERNO PSOE-PODEMOS UN MALE MINORE? di Manolo Monereo


La crisi politica e istituzionale spagnola (si è votato ben due volte nel 2019) pare giunta alla sua conclusione. 
Oggi, dopo diversi tentativi andati a vuoto ci sarà il voto parlamentare definitivo, così che il governo tra i "socialisti" del PSOE e Podemos dovrebbe ottenere — anche se solo per un voto in più delle opposizioni e grazie alla astensione della sinistra catalanista dell'ERC e della sinistra basca (Bildu) —
l'investitura.

martedì 12 novembre 2019

SPAGNA: PERCHÉ AVANZA LA DESTRA POPULISTA di Manolo Monereo

[ martedì 12 novembre 2019 ]

Avevamo appena concluso di tradurre questo importante articolo di Monereo a commento delle elezioni spagnole che le agenzie battono la notizia che nella notte Pedro Sanchez (POSE) e Pablo Iglesias (Podemos) avrebbero raggiunto un accordo per formare un governo congiunto con Sanchez primo ministro e Iglesias Vice. 
LEGGI IL TESTO DELL'ACCORDO
Vedremo come andrà a finire questa sceneggiata. La sensazione è che sia un presagio di sventura. Di sicuro un'esito opposto a quello augurato da Manolo Monereo.


*  *  *

SCENE DOPO LA BATTAGLIA


La storia conta e molto. Quando i cambiamenti democratici diventano frustrati, le società reagiscono in vari modi e forme. Viene alla ribalta quello un grande italiano ha chiamato "aspetti morbosi della politica". Per far sì che l'ordine regnasse, hanno dovuto piegare le volontà, forzare gli abbandoni e propiziare ogni tipo di opportunismo. Sì, lo ripeto, la frustrazione di un cambiamento tanto atteso e auspicato è all'origine di ciò che ci accade. VOX non è una casualità. Molti di noi sapevano che si venivano creando in Spagna le condizioni per un populismo di destra duro e puro. Forse siamo rimasti sorpresi dalla sua velocità e dalla forma che oggi come oggi ha preso, neofranquista e neoliberista.

Non tornerò sull'irresponsabilità di Pedro Sánchez e del PSOE. Ha fatto parte di una strategia che aveva due obiettivi fondamentali: riportare il PSOE ad essere l'asse della ricomposizione del regime e limitare, quindi rimpiccolire e rompere Unidas Podemos. Questa è stata la politica di Pedro Sánchez sin dall'inizio, apparire come garante di un sistema politico in crisi e assicurarne l'egemonia sulle vecchie rotaie del bipartitismo politico. L'operazione non ha avuto il successo previsto; ciò di cui non si può dubitare è che questa strategia, in un modo o nell'altro, continuerà a costituire il fondamento del PSOE nei prossimi anni.
La prima pagina di EL PAIS on line, ore 15:00 di oggi 12 novembre

È la mappa politica spagnola che è cambiata di nuovo. In molti modi rassomigliamo all'Europa. Va detto fin dall'inizio di non farsi ingannare: il tutti contro VOX favorirà il partito di Santiago Abascal. Come altre esperienze europee hanno mostrano in più di una occasione, i fronti antifascisti aggiungono solo più confusione, adottano una tattica sbagliata e finiscono per rafforzarlo. Si tratta di diagnosticare con precisione perché un partito come VOX raddoppia i suoi risultati e diventa la terza forza politica nel paese. A mio avviso, ha a che fare con tre elementi correlati: la crisi della globalizzazione e le crescenti richieste di protezione, sicurezza e ordine; la cosiddetta "questione territoriale" [ci si riferisce al secessionismo catalano, NdR] e la violenze utilizzata che ha scandalizzato gran parte della popolazione ritenendo che il loro Stato, la loro identità e il loro futuro come popolo siano in pericolo; in terzo luogo, la rabbia e l'indignazione crescente di una parte sostanziale della popolazione nei confronti di una classe politica separata, dipendente dalle grandi potenze e senza un vero progetto in grado di risolvere i grandi problemi che le persone normali e ordinarie incontrano, sempre più, con la paura di un futuro peggiore del presente.

Lo scenario sta diventando sempre più simile a quello di alcuni paesi europei. Destre sempre più dure, estreme destre populiste e sinistre senza alcuna spina dorsale politica, organicamente deboli e senza capacità propositiva. Unidas Podemos non ha fatto molto per invertire la tendenza che l’ha ficcato sempre più nel vecchio spazio della Izquierda Unida. Grave non è solo la diminuzione dei voti e dei seggi, ma la perdita di reale influenza nella società, la mancanza di forti legami sociali e la progressiva dissoluzione del poco che restava della militanza attiva incarnata nei circoli. Ora come in aprile, si pretende di correggere questa debolezza con campagne fantasiose sulle reti sociali e l'appello, ancora e ancora, della necessità di governare con il PSOE.

C'è una contraddizione che vale la pena spiegare. Mi riferisco a un mantra che si ripete mille volte: se siamo forti, non rimarrà altro a Pedro Sánchez che governare con Unidas Podemos. Intendiamoci: si dice che non c’è da fidarsi del PSOE e che la sua tendenza naturale è o la grande coalizione [col Partito Popolare, NdR] o il grande patto con le destre; si dice che ciò è possibile perché Pedro Sánchez è debole di fronte alle pressioni dei poteri forti economici; si dice che l'unico modo per superare tutto ciò sia rafforzare Unidas Podemos. Il paradosso di così tante ipotesi è che ogni campagna elettorale focalizzata sul governo con il PSOE ci rende più deboli e con una correlazione di forze (nella società, nell'opinione pubblica o nelle istituzioni) sempre più sfavorevole.
I seggi nel nuovo Parlamento spagnolo

Questa campagna elettorale è stata una grande opportunità. Pedro Sánchez e il suo governo hanno lasciato un’autostrada alla sinistra e l’hanno lasciata tutta allo Unidas Podemos. Mas Pais [la neonata formazione politica guidata da Iñigo Errejon sorta dalla recente scissione di destra di Unidas Podemos, NdR] non vi è entrata mai e ha perso vigore man mano che la campagna elettorale procedeva. Era giunto il momento dell'alternativa, di disputare al PSOE l'egemonia a sinistra e sollevare una bandiera del Paese, dei diritti sociali e delle libertà pubbliche, di una proposta socio-economica radicale, delle critiche alle politiche austericide dell'UE e della difesa della sovranità popolare e del patriottismo repubblicano. Alla fine, la routine e la mancanza di immaginazione si sono nuovamente imposte: governare con un Partito socialista al quale non si riconosce né qualità né un progetto proprio, del quale pubblicamente (giustamente) non ci si fida e al quale viene chiesto di far parte di un governo in evidenti condizioni di minoranza.

Ciò che è accaduto ora lo abbiamo vissuto molte volte: un Partito socialista che vuole governare da solo cercando sostegni parlamentari e Unidas Podemos che chiede di governare in coalizione. Nel mezzo, i partiti nazionalisti e indipendentisti che, logicamente, richiederanno concessioni in tutti i settori che li riguardano dopo una campagna — non dimentichiamolo — in cui Pedro Sánchez li ha affrontati apertamente.

La domanda deve essere posta: non sarebbe meglio per Unidas Podemos lasciare, per ora, le poltrone ministeriali e concordare un programma strutturato gestito da un'opposizione efficace, dedicando tempo e lavoro per ricostruire un progetto dal basso che affronti i poteri forti economici?


Manolo Monereo Pérez

Madrid, 11 novembre 2019

* Traduzione a cura della Redazione

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sabato 2 novembre 2019

SPAGNA E CATALOGNA di Giovine Italia

[ domenica 2 novembre 2019]

Le immagini che si susseguono dalla Catalogna dovrebbero far molto riflettere su quanto il governo spagnolo sia antipopolare e antidemocratico, impregnato tutt’ora dell’eredità franchista che non è stato possibile spazzar via con un semplice passaggio dinastico. Le forze dell’ordine ricalcano il ruolo dei militari golpisti, reprimendo e massacrando una popolazione che dovrebbero invece difendere. Tutto ciò non è un fatto isolato bastino le prese di posizione del governo spagnolo, a partire da quello che pensa riguardo all’attacco fatto a danno dei Curdi, e per cui l’UE è rimasta indifferente, al supporto del governo liberista di Moreno e l’appoggio ai terroristi in Venezuela.
Giovine Italia si schiera al fianco di tutti gli iberici che sognano un altro modello di stato e di società, un modello che sia sì fondato sull’unità, ma da liberi uomini e popoli, in seno ad una repubblica democratica, popolare e federale. La Spagna può e deve andare avanti unita, con un popolo raccolto sotto un’unica bandiera, che crede nell’unità del proprio Paese e nel suo riscatto, ma tutto questo non può partire da questo governo e soprattutto da una monarchia. Giovine supporta il modello repubblicano, dove per esso non si intende solamente una forma politica, ma una dimensione morale, economica e sociale diametralmente opposta a quella vigente tanto in Spagna quanto nel resto dell’Occidente. Dunque il popolo spagnolo deve lasciarsi alle spalle la monarchia e i Borboni e guardare a questa nuova forma di governo. La strada non sarà facile, ma il primo passo da fare, ed è quello che ogni popolo europeo dovrebbe fare se crede nella libertà e nella gloria della propria Patria, è quello di distruggere l’UE che non unisce ma anzi divide.
La battaglia, giusta e sacrosanta, per la sovranità popolare e democratica non sia presa come paravento da forze reazionarie per nascondere dietro belle parole d’ordine la propria semina di zizzania fra e dentro ai popoli. Il nemico del barcellonese non è il madrileno, pensare questo è o sintomo di ignoranza o indizio di manifesta malizia. Ad ogni popolo la sua sovranità, ma che nessuno si frapponga all’unità di questi in seno all’Umanità.
Abbasso tutti i padroni, viva popoli europei che lottano per la loro libertà!

+ Fonte: Giovine Italia

mercoledì 16 ottobre 2019

CATALOGNA: AUTODETERMINAZIONE SENZA SECESSIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

Il prossimo 10 novembre gli spagnoli tornano al voto. 
I sondaggi danno il PSOE di Sanchez e Ciudadanos in grande difficoltà, mentre le destre del Partito Popolare e Vox in grande sarebbero in grande spolvero. Difficilmente prevedibile l'esito per Podemos dopo la scissione di Íñigo Errejón che ha fondato Mas Pais.
Risultato che sarà fortemente condizionato dalla vicenda catalana. Continuano infatti le proteste in Catalogna dopo le dure condanne di alcuni esponenti indipendentisti da parte della Corte suprema spagnola.
Quale sarà l'esito dello scontro in atto tra lo Stato spagnolo e gli indipendentisti catalani? Pubblichiamo l'ultima parte dell'intervista rilasciata a Cuarto Poder da Manolo Monereo — compagno di lotta di Julio Anguita, intellettuale di punta della sinistra sovranista spagnola, ex parlamentare di Podemos.

* Traduzione a cura della redazione


*  *  *

D.Più Spagna. Sovranità del popolo spagnolo. Hai fatto molti riferimenti alla Spagna. Al momento, ritieni ancora che lo stato spagnolo sia uno stato plurinazionale? Ritieni che il rapporto tra i diversi territori debba essere regolato dal loro diritto all’autodeterminazione?

R. Ciò che sta arrivando non è la fine degli stati-nazione, ma il loro rafforzamento. Penso che li si debba rafforzare. È vero che i globalisti hanno inimicizia verso gli stati-nazione, che vogliono disaggregarli come strumento di dominio. Credo profondamente nell'unità del Paese, ma il Paese, però, deve essere un altro. Di contro alla destra e all'estrema destra, secondo me la Spagna va considerata un progetto in costruzione e deve essere costruito dal basso, come Repubblica federale e solidale. Le regioni più ricche devono essere solidali con le più povere. Dobbiamo vivere in uno spazio comune di libertà, diritti sociali e democrazia economica. Rinunciare a questo equivale lasciare la Spagna all'estrema destra.

Questa Spagna dev’essere di tutti, come si vede ogni giorno in Andalusia, Estremadura o nei Paesi Baschi. C'è una grande maggioranza di spagnoli che si sentono spagnoli e per molti essere spagnolo è un modo di essere basco, spagnolo, catalano, valenciano o andaluso. La situazione in Estremadura e in Andalusia è dovuta ai trasferimenti di reddito tra le regioni, in particolare quella che riceve di più è Madrid. Uno Stato è un progetto comune in cui diverse federazioni si strutturano entro una convivenza e federale.

Se si segue questa strada non andremo verso la segregazione, andremo piuttosto verso una nuova guerra civile o, peggio ancora, ad un altro colpo di stato. Sul diritto all’autodeterminazione, parto dall'idea di ciò che è il demos spagnolo. Mettere in discussione che la Spagna è un demos ci porta a una guerra civile. Dopo la Jugoslavia non può esserci ingenuità con l'autodeterminazione, non può esserci ingenuità. La mia visione è cambiata dopo la Jugoslavia. Disarmare uno stato-nazione avrebbe conseguenze anzitutto in Catalogna, si rompe la convivenza, ma poi, per una parte della Catalogna, è una crisi esistenziale.

Manolo Monereo

Se vieni da Jaén e vivi a Sabadell [città della Catalogna, Ndr], ed io questo l'ho vissuto, dopo che hai combattuto per i diritti sociali, linguistici e nazionali della Catalogna, ti dicono che devi scegliere tra essere andaluso o catalano. Si crea una crisi esistenziale, queste persone [ si riferisce ai tanti emigranti andalusi che vivono in Catalogna, Ndr] diventano una minoranza nazionale. Il giorno in cui ci fosse una repubblica catalana, avremmo una minoranza nazionale spagnola che dovrebbe essere difesa, questo gli indipendentisti si rifiutano di ammetterlo. Ficcarsi in questo pasticcio porta al crollo della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. La Spagna è più di destra dopo il Procés [il Procés è l’ondata indipendentista catalana, Ndr]. Uno stato non si suicida. Se non siamo in grado di capirlo, non troveremo una soluzione.

D. La sentenza della Corte Suprema ai leader dell'indipendenza sta per arrivare è prevista. Viene anticipata dall'arresto di attivisti CDR [ Comitati di Difesa della Repubblica:gli organismi che nel 2017 animarono la mobilitazione indipendentista in Catalogna, Ndr] qualche giorno fa. Pensi che ci sia un'operazione statale che si sta dirigendo verso un'umiliazione della Catalogna, come indicato da alcuni settori catalani?

R. Che ci sia un'azione statale contro l'insurrezione in Catalogna è fuori discussione.

D. Che ruolo dovrebbe avere la sinistra spagnola in questo?
R. Penso che ci sia molto dilettantismo nell'indipendentismo catalano. Quando vedo la borghesia catalana della CIU [Convergenza e Unione, la forza della destra indipendentista capeggiata da Jordi Pujol, Ndr], i miei tanti amici di ERC [Sinistra Repubblicana di Catalogna, Ndr] e la CUP [candidatura di Unità Popolare, movimento indipendentista catalano di estrema sinistra. Ndr] tutti insieme, sono pieno di tenerezza, sto per iniziare a levitare. Ma soprattutto credono che con la forza che hanno, essi sono metà della Catalogna, spezzeranno lo Stato spagnolo. Questo per giocare la rivoluzione. Che gli eredi del (borghese e corrotto) Jordi Pujol faranno una rottura con lo Stato spagnolo verso una repubblica socialista catalana, quest'idea mi riempie di tenerezza. Non sanno cos'è la Spagna e non sanno cos'è l'Unione europea. Essere al contempo sostenitori della UE e del diritto all'autodeterminazione significa non comprendere in che mondo ci troviamo.

Penso che devi trovare una base che combini due cose, l'unità dello Stato e dare la voce al popolo della Catalogna. Ciò significa uno stato federale. Il problema politico della Catalogna non ha come alternativa l'indipendenza della Catalogna. Proporre l'indipendenza della Catalogna implica non comprendere cos’è la UE, che è terribile, né la Spagna, che in parte lo è anche.

Ci si doveva rendere conto che aver infranto la legalità dello stato della Catalogna avrebbe avuto conseguenze legali. Nel processo di risoluzione e negoziazione politica di questo conflitto, si deve anche giungere a una soluzione che comprenda il destino di coloro che sono in prigione. Se tutto ciò non viene preso in considerazione, se andiamo a uno scontro diretto tra metà della Catalogna e lo Stato spagnolo, andiamo in una situazione di guerra civile o verso un colpo di stato e la destrizzazione della Spagna.

Ciò che è stato negativo del nazionalismo catalano è la rinascita con tale forza del nazionalismo spagnolo. Oggi, le tre forze di destra rappresentano oltre il 40% della mappa politica spagnola. Sono riuscite a far risorgere un nazionalismo spagnolo che era molto diffuso ed ora, un nazionalismo che fa della Catalogna e dell'unità della Spagna il proprio elemento centrale. E questo è molto trasversale.

D. Ribellione, sedizione… Condividi queste accuse?
R. La qualificazione giuridico-legale è stata eccessiva. Lo stato spagnolo si è scontrato con dei dilettanti, credevano di poter fare tutto ciò che gli piaceva perché avevano una sorta di salvaguardia globale. Pensavano che la UE e la Germania avrebbero accettato l'indipendenza della Catalogna. Non è successo.

Dobbiamo ristabilire le leggi della realtà. Oggi, in Spagna e in Europa, la possibilità di indipendenza non è praticabile. Insistere su quella strada ci porta solo alla rottura della comunità catalana e alla destrizzazione della Spagna. Gli stati non si suicidano.

La risposta dello Stato sarà molto dura [l’intervista è stata rilasciata prima della sentenza del 14 ottobre con cui la Corte suprema spagnola ha condannato Oriol Junqueras e gli altri indipendentisti catalani, Ndr].

Come sinistra dobbiamo perorare il negoziato politico, ma anche essere chiari su quale progetto di Paese abbiamo.

Siamo indipendentisti? Giochiamo con l’indipendentismo? [in vista delle prossime elezioni politiche i capilista sia di Podemos che di Mas Pais sono due noti indipendentisti, Ndr]

Dobbiamo definire la nostra proposta di stato in modo molto preciso, per quanto ne so, siamo federalisti. Abbiamo optato per una federazione plurinazionale e crediamo di dover articolare un processo e un progetto in cui le peculiarità nazionali abbiano il riconoscimento costituzionale per dare soluzione alla crisi statale. È tempo che Unidas Podemos definisca un progetto di Stato che riguardi tutto il territorio. 


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martedì 6 agosto 2019

12 OTTOBRE: DALLA SPAGNA CON AMORE di Manolo Monereo

[ martedì 6 agosto 2019 ]

La notizia della manifestazione del 12 ottobre, grazie a Manolo Monereo, è giunta fino in Spagna. 
Come un sasso nello stagno. 
E' subito scattato il tentativo di satanizzazione: "C'è anche Fusaro? Allora è una manifestazione fascista". 
I teorici del politicamente corretto, agiscono come gli inquisitori della Santa Inquisizione (e la Spagna ne sa qualcosa) i quali, in base a istruttorie truccate, condannavano al rogo, non solo presunte streghe, ma liberi cittadini ed avversari politici. E' molto probabile che anche in Italia tenteranno di sabotare la manifestazione del 12 ottobre lanciando una campagna di intossicazione dell'opinione pubblica. Non debbono riuscirci. Non ci riusciranno se ogni patriota farà la sua parte, intanto firmando l'Appello e facendolo firmare.


*  *  *

La dittatura del politicamente corretto e i suoi scagnozzi

di Manolo Monereo

»Liberiamo l'Italia è un manifesto che difende la sovranità popolare, 
la Costituzione italiana del 1948 e si oppone all'UE e alle sue politiche"
"Diffamano come fascisti coloro che criticano l'UE, 
l'oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l'egemonia tedesca"
"Il vero obiettivo non è altro che prevenire l'emergere di una 
sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna»

Tutto è iniziato ieri mattina [ 5 agosto, Ndr]. Ero a conoscenza di un tweet del mio amico
Il tweet di Manolo Monereo del 5 agosto
Victor Lenore che diceva che Fusaro stava organizzando una manifestazione a Roma il 12 ottobre con il motto "Liberiamo Italia" e che io ci sarai andato.

Ho subito pensato che mi avrebbero sputato addosso. Infatti non c'è voluto molto affinché agissero comesempre, direttamente alla gola e all'onore personale. Sono gli stessi che hanno massacrato Hector Illueca, Julio Anguita e il sottoscritto. È un discorso disciplinare basato sulla manipolazione, in un inganno che nasconde le loro vere intenzioni. Alcuni di noi si sentono sotto sorveglianza. Il vero obiettivo non è altro che prevenire l'emergere di una sinistra patriottica, sovranista e socialista in Spagna.


Ho immediatamente ritwittato la pagina web in cui è stata convocata la manifestazione del 12 ottobre. Riproduco la traduzione del manifesto e l'Appello:

«LIBERIAMO L’ITALIA 

Usciamo dalla gabbia della UE! Riprendiamoci la sovranità monetaria! Riconquistiamo la democrazia! Applichiamo la Costituzione del 1948! 

Lavoro e dignità per tutti! 

L’Italia è a una svolta. O le pretese europee verranno respinte una volta per tutte, o il declino del Paese sarà inarrestabile.
Povertà, disoccupazione e precariato possono e devono finire, ma le regole europee ci impediscono di farlo. Esse, mentre garantiscono ogni diritto alla finanza privata e speculativa, impediscono agli Stati la possibilità di perseguire il bene comune.
Al popolo italiano si vuol negare ogni diritto, perfino quello di uscire dalla crisi. Per la UE l’unica politica consentita resta quella dei sacrifici, mentre la stessa Costituzione del 1948 viene calpestata dai moderni carri armati giuridici e finanziari euro-tedeschi.
E’ ora di uscire da questa gabbia. L’Italia ha le risorse ed i mezzi per venire fuori dalla situazione in cui è stata cacciata, quasi trent’anni fa, da una classe politica irresponsabile e corrotta.

L’Italia può e deve farcela. Le idee e le proposte per venire fuori dalla crisi ci sono. E’ ora di unire tutte le forze disponibili per un grande disegno di rinascita. E’ ora di battere la paura diffusa dalle èlite dominanti (ad esempio quella dello spread) affinché nulla cambi.
La liberazione è possibile, ma bisogna crederci.
Essa diventerà realtà solo con la mobilitazione popolare.
Invitiamo tutti coloro che si riconoscono nei valori del patriottismo democratico e costituzionale a partecipare alla manifestazione del 12 ottobre. Una manifestazione aperta ed inclusiva, per dire intanto due cose: lottare è necessario, vincere è possibile! 

Liberiamo l’Italia! 

Alla manifestazione non saranno ammessi simboli di partito ma solo il tricolore della Repubblica»

Come si può vedere, è un Appello che difende la sovranità popolare, a partire dalla  Costituzione italiana del 1948 e si oppone all'Unione europea e alle sue politiche, il tutto basandosi su un patriottismo democratico. Si può essere d'accordo o meno, si può qualificare l'Appello in modi diversi, ma esso difende lo stato nazionale, la democrazia repubblicana e si oppone risolutamente all'euro. 

Cosa fa Fusaro? Si unisce a questo Appello, sottoscrive un manifesto proposto da persone appartenenti al sovranismo di sinistra contro il populismo di destra rappresentato da Salvini.


La manipolazione è spudorata ma efficace. Innanzitutto, una persona viene demonizzata: Fusaro è fascista. In secondo luogo, ciò che Fusaro sostiene è il fascismo; siccome Monereo lo sostiene anch'egli è un fascista. 

È chiaro che lorsignori non conoscevano l'Appello il contenuto del manifesto; ma gli insulti erano stati lanciati ed è stato difficile rettificarli. 

Sono stato squalificato, insultato e minacciato. Mi fa arrabbiare doverlo dire: sono un antifascista cosciente, almeno da quando avevo 18 anni. Milito nel movimento comunista da 46 anni e il mio patrimonio morale e intellettuale si basa su Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.

La dittatura del politicamente corretto esiste e ha i suoi scagnozzi. Stabiliscono ciò che è corretto e ciò che è incorretto, e schiacciano letteralmente coloro che si oppongono a queato discorso dominante. Non sopportano una sinistra scorretta e rivoluzionaria. Diffamano coloro che criticano l'UE, l'oligarchia finanziaria e industriale che la dirige e l'egemonia tedesca con l'etichetta di fascismo. Confondono e manipolano perché non accettano che, ancora una volta, la storia non vada dove essi desiderano. 

È la stessa sinistra che ha distrutto il Partito Comunista Italiano, che ha reso possibile Salvini e favorito il Movimento a 5 stelle.

* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder

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lunedì 22 luglio 2019

SPAGNA: DOVE VA PODEMOS? di Manolo Monereo

[ lunedì 22 luglio 2019]

Riceviamo dal compagno Monereo e volentieri pubblichiamo quanto da egli scritto sul quadro politico spagnolo.
In altri tempi avremmo detto che la situazione, nell'Unione europea, procede seguendo la regola dello "sviluppo ineguale e combinato".
Osservando quanto accade in Spagna (e non solo) pare che la regola debba essere riformulata: lo sviluppo procede in modo diseguale e scombinato. L'Unione è al tramonto, ma le dinamiche interne ai singoli paesi sono differenti e asimmetriche. Dal nostro punto di osservazione la vicenda di cui ci parla Monereo, quella del tentativo di Podemos di cercare un accordo tattico col Pd spagnolo (il PSOE) può sembrare inconcepibile, un precipitato di politicismo senza principi. Mutatis mutandis, fa pensare alle torbide prove di inciucio tra M5s e Pd. Monereo ci spiega che così non è.  E forse così non è. Non è per la semplice ragione che in Spagna non esiste un campo populista di massa anti-euro, detto altrimenti: la contesa tra le forze politiche si svolge tutta entro il campo europeistico, entro il perimetro ingannevole del politicamente corretto. Segno che l'egemonia dell'élite neoliberista, sotto le mentite spoglie del "progressismo", resta fortissima. In poche parole: non appartiene al senso comune spagnolo la connessione strettissima tra crisi d'identità dello Stato spagnolo e il marasma della Ue. Abbiamo così lo spettacolo di una crisi istituzionale e politica tanto profonda, quanto surreale. Monereo afferma che «la posta in gioco — nel gioco tattico tra Podemos e il PSOE di Sanchez —è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra».
E' l'ammissione, almeno così a noi pare, che in Spagna la comparsa di Podemos sulla scena politica spagnola, considerata — anche da noi, al tempo— come il segno di una rottura antisistemica, non è che una postmoderna metamorfosi della sinistra socialdemocratica che fu. Dove qui si seppelliscono i morti, altrove questi ultimi riescono ancora ad allungare le mani sui vivi.

*  *  *



IL COMPROMESSO TRA UNIDAS PODEMOS E IL PSOEUNA TREGUA CATASTROFICA?


di Manolo Monereo


«Possono esserci soluzioni cesariste senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica" e rappresentativa»«Ogni governo di coalizione è un grado iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gradi più significativi»Antonio Gramsci

È stata una battaglia dura, molto dura, nel quadro di una guerra che viene da lontano e continuerà. Gli attori principali si sono preparati a questo scontro per molto tempo e ora, finalmente, le carte sono scoperte e la retorica adempie già al ruolo di accompagnatrice nella contesa. Pedro Sánchez fa la sua parte, va a sinistra per ottenere il centeeo della scacchiera. Nel caso a qualcuno non fosse chiaro, ha mostrato senza sottigliezze che la l'egemonia del PSOE, ancora una volta, passa inevitabilmente per la menomazione del  peso elettorale e sociale di Unidas Podemos (UP). Tutto il resto è secondario. Pablo Iglesias ce l'ha chiaro da tempo: affinché Podemos possa avere un futuro, in queste condizioni, deve toccare il potere; il resto è pura illusione, sinistrismo e mancanza di coraggio. Coerentemente, ha fatto un grande sforzo per omologarsi all'esistente, essere una sinistra complementare per poter governare con il PSOE. Iglesias mostra, ancora una volta, un'enorme capacità di reinventarsi e trasformare l'accessorio nella cosa principale.

È importante non trascurare le cose che sono successe e che hanno profondamente segnato il nostro presente. Non confondetevi: siamo, come direbbe Pasolini, in una tipica manovra di "palazzo" in cui il pubblico guarda la scena e deve, in un modo o nell'altro, posizionarsi in quello che finisce per essere — la definizione è di Gentile —una "democrazia recitativa". Il gioco di strategia è sempre stato fatto pensando al presente e al futuro, usando il passato come catalizzatore di una discussione che avrebbe potuto prevedere elezioni future come una minaccia. È la gestione del tempo e del potere. Sebbene possa sembrare il contrario, il PSOE non ha mai cambiato la sua strategia. Alcuni parlavano di "abbraccio dell'orso", altri di neutralizzazione politica. Le elezioni generali del mese di aprile sono state pensate, tra le altre cose, per rafforzare elettoralmente il partito socialista e trasformare UP in un partito "cerniera". La catastrofe era molto vicina ed è stata evitata da una potente campagna del candidato Pablo Iglesias. Convertire l'idea di governare con il PSOE in una rivendicazione plebea è stata geniale, ma non poteva evitare un cattivo risultato elettorale con una significativa perdita di voti e deputati. La cosa più grave era che PSOE e UP non hanno ottenuto la maggioranza per governare. Il PSOE ha utilizzato questo argomento per ottenere la cosa fondamentale: impedire un governo di coalizione con UP. Fin dall'inizio sapevamo che Pablo Iglesias era il problema. Le elezioni europee, municipali e regionali sono state molto vicine alla catastrofe e hanno notevolmente indebolito la capacità negoziale di UP.

Pablo Iglesias non mancano capacità di iniziativa, decisione e una strategia chiara. Ciò che gli è mancato, alla fine, sono stati i voti. Si è mosso con abilità e intelligenza e ha dimostrato ciò che già sapevamo, che il territorio della comunicazione gli appartiene. Rimane l'incognita di sapere quando si è convinto che la chiave fosse governare comunque, con lui alla testa. La richiesta di scuse a Pedro Sánchez durante la mozione di censura ha mostrato che la decisione era già stata presa. Logica che sottostava a quell'atto era evidente: l'impulso del cambiamento si era esaurito; l'organizzazione di Podemos stava entrando in un processo di disintegrazione e perdita di legami sociali; la direzione politica non si è mai consolidata e la lotta tra le frazioni ha finito per minare la pluralità interna. In altre parole stavamo passando da una guerra di movimento ad una guerra di posizione; vale a dire, stavamo entrando in un periodo di accumulazione di forze, di consolidamento e di espansione delle alleanze, di ricerca di un programma alternativo di Paese che ha dato identità, significato e orientamento a una formazione politica che mostra segni allarmanti di debolezza organica e politica. Pablo Iglesias, alla fine, si è reso conto dei problemi reali e ha fatto qualcosa a lui peculiare: ha cercato una scorciatoia, "schiacciando" la situazione, impedendo così in ogni modo la cristallizzazione di una correlazione di forze che poteva condurre al duro ed estremamente difficile mondo di ricostruire, dal basso, organizzazione, programma e strategia. Esprimere la realtà significa questo, ottenere un vantaggio prima che la finestra delle opportunità si chiuda definitivamente. Governare con il PSOE era tattica, strategia e politica; ciò implicava dunque concentrarsi su questo punto e scommettere su di esso. L'obbiettivo sostanziale era una direzione omogenea, un gruppo parlamentare coeso e una relazione privilegiata con i media.

L'argomento di Podemos era, fin dall'inizio. In primo luogo, il PSOE non è affidabile, esso  cambia a seconda che si trovi al governo o dell'opposizione; in secondo luogo, il programma ha poca importanza, dal momento che il PSOE può violarlo senza grossi problemi; in terzo luogo, è necessario un governo di coalizione con una presenza proporzionale dei ministri di Unidas Podemos. Lo ripeto, al centro di tutto, Pablo Iglesias. Se analizziamo questo ragionamento in dettaglio, vedremo che c'è un salto (senza una rete di protezione) tra i primi due passi e il terzo. La politica non è sempre logica, ma deve essere argomentata bene. Cosa si dice veramente? Che non vi siano basi oggettive e soggettive per una politica di governo congiunto tra il PSOE e UP. Il programma del PSOE, o meglio, la sua strategia — è stata mostrata più e più volte in questi due mesi e mezzo — passa per diventare, ancora una volta, l'asse della ricomposizione del sistema politico dominante in Spagna; dipendere da Unidas Podemos diventa un ostacolo che si aggrava all'infinito ove ci fosse un governo di coalizione. UP sa perfettamente che è un socio  indesiderato e che solo con la matematica elettorale andreebbe al governo. Lo dirò chiaramente: un governo di coalizione tra PSOE e UP non è altro che la continuazione del conflitto con altri mezzi e, date le condizioni del dibattito politico in Spagna, sarebbe una tregua, una "pace armata" tra contendenti che sanno che le battaglie decisive stanno arrivando e che, alla fine, la posta in gioco è puramente e semplicemente, il futuro della sinistra.


Pablo Iglesias ne è uscito rafforzato ed ha guadagnato tempo. Può ora presentarsi a una terza assemblea di Vista Alegre con i compiti svolti e con la magnanimità che deriva dal sapere come fare un passo indietro pubblicamente. Conosce abbastanza la geopolitica per sapere che il sistema mondiale sta attraversando un momento di transizione molto delicato e che una nuova crisi economica, un conflitto in Medio Oriente — con l'Iran, per esempio — sarà sufficiente per far esplodere tutto. L' accordo sulla Catalogna è difficile e Sanchez ha chiaramente segnato il territorio. La questione sociale rimane molto aperta e la posizione del PSOE è, come minimo, confusa; per non parlare delle imposizioni di Bruxelles nella sua ossessione di ridurre il deficit della Spagna. Il segretario generale di Podemos [ Iglesias, Ndt ] deve rispettare Izquierda Unida e il Partito comunista e andare oltre una semplice coalizione parlamentare, sapendo che è necessario prendere iniziative unitarie in un momento in cui Íñigo Errejón [ l'ex numero due di Podemos uscito dal movimento su una posizione moderata, NdT ] pensa seriamente alla costruzione di un nuovo partito. Deve approfittare della tregua per costruire organizzazione, inserirla nella società e creare quadri di partito, qualunque sia il costo. La questione degli intellettuali si è aperta drammaticamente e l'isolamento di Podemos può diventare endemico.

Continuazione del conflitto con altri mezzi. A maggiore cooperazione con il PSOE, maggiore autonomia e differenziazione. Il passo indietro di Pablo Iglesias può essere qualcosa di positivo per lasciare il "palazzo", tornare nelle piazze promuovendo un riarmo morale e intellettuale, ricostruendo i collegamenti perduti e facendo partito. L'alternativa è la subalternità politica, la disintegrazione e la divisione. Il tempo scorre...

* Traduzione a cura della Redazione


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mercoledì 26 giugno 2019

PODEMOS TORNI ALL'OPPOSIZIONE di Manolo Monereo

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]

I nostri lettori ben conoscono Manolo Monereo, noto intellettuale e dirigente della sinistra radicale spagnola. In questa intervista tenta di spiegare le ragioni della grande crisi che attraversa Podemos, dopo la batosta elettorale in occasione delle elezioni politiche dell'aprile scorso e quella ancora più dura delle regionali e comunali del 26 maggio. Vere le ragioni del declino indicate da Monereo, e che egli indica con chiarezza nell'intervista, tra cui tre le principali: il modello organizzativo verticistico, la litigiosità dei suoi gruppi dirigenti, la disponibilità a governare col PSOE. A noi sembra che Monereo questa volta eviti di andare a fondo. Il veloce declino di Podemos avviene in parallelo a quello Fance Insoumise, alla catastrofe di Syriza (le imminenti elezioni  Grecia la registreranno senza dubbio), al disastro in Germania di Die Linke e quindi alla crisi del Labour di Corbyn in Regno Unito e, per finire al suicidio della sinistra radicale in Italia. Il declino di Podemos è quindi parte di un fenomeno a scala continentale, che potremmo descrivere così: siamo innanzi all'ennesimo fallimento di autorigenerazione della sinistra. Un'autorigenerazione "populista" nella forma ma politicamente corretta, europeista e sostanzialmente neo-socialdemocratica nella sostanza. Temiamo che a poco servirà, oramai, il lavacro del ritorno all'opposizione che Monereo propone a Podemos. Senza un pensiero profondo, senza una visione strategica, senza una direzione temeraria non si va da nessuna parte.

*  *  *

D. Nel 2015 abbiamo assistito alla vittoria di una serie di coalizioni locali radicali in diversi municipi in tutto il paese, mentre a livello nazionale Podemos minacciava di soffiare l’egemonia a sinistra al Psoe. Dopo la perdita di consensi di Podemos nelle elezioni politiche, la sconfitta di maggio subita dalle coalizioni radicali in molti municipi è sembrata una conferma della fine del momento post-Indignados nella politica spagnola. Come spiegheresti la fase di risacca di questo movimento?

R. Per spiegarlo dobbiamo considerare gli sviluppi di due movimenti differenti. Il primo copre un ciclo più lungo, ed è legato alla reazione democratica della società spagnola alla rottura del contratto sociale dopo la crisi del 2008. Il movimento degli Indignados aveva richieste simili a quelle di Occupy Wall Street, ma [a differenza del movimento americano] riuscì a mobilitare milioni di persone, dando vita a un vero e proprio movimento di massa fondato sull’alleanza tra una gioventù precaria e una generazione più vecchia, politicizzatasi durante il passaggio alla democrazia negli anni Settanta. La generazione di mezzo fu meno attiva.

Grazie soprattutto all’intelligenza e all’audacia di Pablo Iglesias, così come a quella di Ada Colau, questa indignazione è riuscita a esprimersi in maniera politicamente organizzata. Nel 2014, l’ingresso di Podemos nella vita politica ha portato, a sua volta, all’apertura di un secondo ciclo, più piccolo, nel quale le élite hanno provato a neutralizzare la minaccia al regime esistente.


Questo contro-movimento all’inizio è stato composto di tre cose. Primo, una campagna di diffamazione contro Podemos, con tanto di azioni illegali di spionaggio politico e collusione tra politici di alto livello, polizia e media sistemici. Secondo, la comparsa di un nuovo partito di centrodestra, Ciudadanos. Originariamente piccolo partito regionale della Catalogna, è stato pesantemente finanziato dalle potenze economiche col fine di ostacolare dal centro la crescita di Podemos. Terzo, le dimissioni del re [Juan Carlos] un mese dopo l’irruzione di Podemos [dopo quasi quarant’anni di regno] e il tentativo di rinnovare le istituzioni attorno a suo figlio Felipe.

Chiaramente ci sono stati anche altri elementi che sono entrati in gioco in questa campagna di contenimento. Fra questi figurano la ripresa parziale della crescita economica e — probabilmente il più decisivo — la crisi catalana nel 2017. Questi vari elementi, messi insieme, hanno prodotto un nuovo scenario con coordinate diverse da quelle del 2014-16 — uno scenario a cui Podemos non è stato capace di adattarsi. E così il partito ha cominciato a commettere degli errori, il più importante dei quali è stato l’incapacità di gestire le divergenze politiche interne alla leadership. Il cuore del gruppo dirigente del partito non è stato capace di fare quadrato attorno alle proposte politiche, non per via di fondamentali differenze strategiche ma per una lotta di potere intestina.

La spinta democratica si è infine placata con la caduta del governo del Partido Popular lo scorso anno, mentre il sistema si stabilizzava attorno alla figura di Pedro Sánchez. Quando è subentrato il Psoe [con il sostegno del partito di Pablo Iglesias nel decisivo voto di fiducia] Podemos ha definitivamente perso il controllo del processo. Da questo punto di vista possiamo parlare della fine di un ciclo apertosi con le rivolte degli Indignados.

D. Ma c’era una qualche alternativa al voto favorevole alla mozione di sfiducia al governo di Mariano Rajoy che ha portato Sánchez al potere? Come avrebbe potuto Podemos impostare diversamente la propria relazione con lui e con i Socialisti?


R. No, hai ragione, non c’era nessuna alternativa reale se non sostenere Sánchez. Ma avremmo dovuto ripensare totalmente la nostra tattica, e invece non l’abbiamo fatto. Entrando in una relazione di cooperazione conflittuale con il governo del Psoe, era essenziale rafforzare l’autonomia dell’identità e del progetto politico di Podemos. Non avremmo dovuto continuare come prima, con un’organizzazione di partito debole e ignorando la necessità di costruire anche strutture extra-istituzionali.

Al contrario, quando ha assunto l’incarico la tattica di Pedro Sánchez per il Psoe è stata molto chiara. Consisteva in quello che il Partito Socialista ha sempre fatto — neutralizzare tutto ciò che c’è alla sua sinistra per poter guardare al centro in cerca di una maggioranza. Sin dall’inizio, ha voluto ridurre il più possibile il supporto elettorale di Podemos. Solo così il Psoe sarebbe stato libero di realizzare la propria agenda.

Ma quello che non avrei mai potuto immaginare è che, messa di fronte a queste contraddizioni, la leadership di Podemos avrebbe deciso di adottare come proprio slogan elettorale la promessa di governare con il Psoe. È per questo che non mi sono ricandidato — non volevo governare con i Socialisti. E non perché sono settario. Un’alleanza social-democratica come quella del Partito Laburista di Jeremy Corbyn mi sarebbe piaciuta, ma il Psoe è legato al sistema esistente ed è incapace di rompere con il regime neoliberista spagnolo.

Inoltre, come abbiamo visto dai risultati elettorali, avvicinarsi al Psoe con l’obiettivo di governare è, in ultima analisi, controproducente. Il nostro progetto perde la sua indipendenza mentre il voto utile favorisce il partito più forte della coalizione. Questa dinamica fa parte di quella che io chiamo il «prigionieri problema Iu», per esempio, la trappola in cui Izquierda Unida è sempre caduta: ogni volta che si è avvicinata ai Socialisti sperando di governare, ha finito per perdere voti e di conseguenza per perdere peso politico e dunque influenza sul governo.

Questo è il dilemma di Podemos oggi, quando ormai la possibilità che potesse rivaleggiare con il Psoe per l’egemonia è svanita. Dato l’attuale rapporto di forze, sembra difficile immaginare di poter raggiungere un accordo soddisfacente su un programma di governo. Se i Socialisti non erano disposti ad accettare una coalizione ad armi pari prima, perché dovrebbero accettarla adesso che hanno riguadagnato il vantaggio? Perché Sánchez dovrebbe accettare di entrare in coalizione con un Podemos indebolito?

D. Hai fatto cenno prima al fatto che Podemos ha faticato a risolvere il problema dell’organizzazione. Un fatto evidenziato dagli scarsi risultati nelle elezioni di maggio, notevolmente inferiori rispetto ai numeri portati a casa nelle elezioni politiche di solo un mese prima. Il voto nazionale ha reso evidente che una campagna incentrata sulla figura di Iglesias può ancora mobilitare una fetta consistente di elettorato, mentre le elezioni regionali hanno sottolineato la mancanza di un radicamento territoriale del partito. Fino a che punto ritieni che ciò sia dovuto alle scelte della leadership di Podemos? Ed è giusto collegare il suo fallimento al fallimento più generale di tutte le organizzazioni emerse dopo la crisi del 2008? Sto pensando a France Insoumise o anche a Barcelona en Comú, che pur avendo un’organizzazione interna più sana non è un partito di massa.

R. Come ha spiegato l’analista politico irlandese Peter Mair, confrontando questo fenomeno con l’epoca della democrazia dei partiti di massa — nell’Europa contemporanea c’è un vuoto tra la società e i partiti politici. Non ci sono più corpi intermedi a organizzare e mediare tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni politiche formali. Questo contesto chiaramente porta al tipo di struttura partitica che abbiamo visto con Podemos e France Insoumise, dove conta molto la relazione tra il leader carismatico e l’elettorato.

Ma per me la leadership di Podemos è riuscita a trasformare questo vizio in una virtù: partendo dal presupposto che le persone non si sarebbero mai dedicate all’attivismo di partito, si sono concentrati sul creare un piccolo gruppo di quadri dirigenti in grado di intervenire nelle istituzioni. Non sono mai stati davvero interessati al difficile lavoro di ricostruzione di un partito di massa dalla testa ai piedi. Il risultato è stato che in un paio d’anni Podemos è diventato ciò che Mair chiama un «partito cartello» — un corpo centralizzato e professionalizzato che dipende dalle risorse statali per finanziarsi ed è privo di democrazia interna in termini sostanziali.

Pablo Iglesias ha guadagnato legittimità dalla relazione diretta e non mediata con la base del partito. Periodicamente si votano le proposte che avanza Iglesias, ma senza che ci sia un vero e proprio contraddittorio o un dibattito interno agli organi del partito. La base non ha i mezzi per avanzare proposte dentro le strutture partitiche. Nel voto per i candidati alle elezioni politiche, ad esempio, Iglesias ha proposto la sua lista senza che ci fossero però alternative, e così i membri si sono limitati a votare sì o no a quella lista.

Ma al momento della verità, il maggior radicamento sul territorio dei partiti tradizionali è emerso con chiarezza. Il Psoe continua ad avere una base di attivisti organizzata che, seppur un po’ vecchia, si estende per tutta la Spagna fino all’ultimo villaggio o cittadina. Ed essendo ritornato al potere, il partito sta anche conquistando nuovi membri. È questo che conta nelle elezioni locali e regionali.

Senza l’alleanza con Izquierda Unida, sostenuta dai Comunisti, per Podemos sarebbe andata ancora peggio. La ragione per cui in Andalusia siamo andati meglio che alle politiche è che abbiamo potuto sfruttare l’organizzazione e l’attivismo del Partito Comunista nella regione. Sono stato eletto deputato a Córdoba, e in tutta la provincia Podemos ha soltanto 120 attivisti, ma i Comunisti avevano abbastanza persone sul campo da riuscire a conquistare il consiglio municipale di ben quindici città. Questa situazione non è responsabilità esclusiva di Pablo, ma anche della leadership regionale dell’Andalusia.

D. La perdita della maggior parte delle città ribelli della Spagna — conosciute come «Città senza paura» — è stato un altro duro colpo per la sinistra. Nelle città più grandi, dove la posta in gioco era più alta, le amministrazioni municipali sono state sottoposte a grosse pressioni e hanno fatto fatica a fare passi in avanti. Madrid è l’esempio più chiaro del tentativo delle élite di sabotare l’agenda del consiglio, ma è giusto dire che, alla fine, è stata la sindaca Manuela Carmena a non voler combattere contro le maggiori potenze economiche della città?

R. Certo, lo si può dire di Carmena, ma anche di Ada Colau a Barcellona — così come dell’amministrazione di Santiago de Compostela, La Coruña, Cadice, ecc. Il problema principale è che, dopo la crisi finanziaria, in Spagna la capacità di gestire efficacemente e governare le città si è fortemente ridotta. Solo nell’ultimo anno o anno e mezzo queste amministrazioni hanno avuto dei soldi da spendere. Il consiglio comunale di Madrid aveva un grosso avanzo di bilancio da poter investire ma le leggi finanziarie dello stato le impedivano di farlo. Quei soldi sono serviti a ripagare gli enormi debiti contratti dal precedente governo cittadino del Partido Popular.

La critica che fai — avanzata da molti settori di Podemos e da alcuni di Izquierda Unida — è sicuramente vera, secondo me. Però è davvero difficile governare una città quando i conflitti interni ai partiti politici vengono scaricati sulle spalle dell’amministrazione municipale. Credo che nel consiglio municipale di Madrid ci sia stata troppa partigianeria e non abbastanza coerenza nella gestione. Questo ha generato divisioni, portando a posizioni in cui ci si trovava di fronte a scelte binarie: o sei dalla parte di Carmena in tutto e per tutto, o sei contro di lei.

La coalizione di Carmena era molto variegata, e includeva diversi partiti e gruppi dei movimenti sociali. I vari attori coinvolti non hanno provato a trovare dei compromessi, per non parlare di sviluppare meccanismi capaci di superare queste divisioni. L’unica cosa a cui puntavano era essenzialmente la redistribuzione del potere all’interno dell’organizzazione. È stato così stupido, così miope. Per esempio, Pablo Iglesias non ha ostacolato l’inversione a U di Carmena sull’Operazione Charmartin [lo sblocco del piano di costruzione di un enorme distretto finanziario a nord di Madrid] — ma si è scontrato con lei per il controllo delle liste elettorali! Se c’è un problema politico, lo devi sollevare e discuterlo come tale. Ma quello che non puoi fare è lasciare che tutti si facciano la guerra tra di loro e arrivare cinque minuti prima delle elezioni e dire: «Comunque sia, dovete inserire in lista questi cinque candidati».

Esiste una cosa chiamata gestione del conflitto, e Pablo non è riuscito a gestire bene il conflitto interno a Podemos, dato che punta sempre a stabilire relazioni dirette con i suoi sostenitori.

D. L’ex-vice leader di Podemos Iñigo Errejón a febbraio ha scelto di dare vita a una nuova piattaforma elettorale con Carmena, Más Madrid. Mentre Carmena si ricandidava sindaca, Errejón si è candidato per la presidenza della regione, dove ha ottenuto un buon risultato. Quale sarà la sua prossima mossa?

R. Credo che abbia lasciato Podemos per sempre. La rottura è definitiva, e lui e i suoi uomini vorranno creare un partito a livello nazionale. Non ci sono elezioni all’orizzonte, e dunque si prenderanno il loro tempo e costruiranno con calma questa nuova organizzazione, più simile a una federazione, con l’obiettivo di attrarre alcuni degli altri gruppi regionali che si sono divisi da Podemos.

D. E quale dovrebbe essere il prossimo passo di Podemos?
R. C’è un sacco da fare! Per quanto riguarda la sinistra radicale spagnola, in una prospettiva storica, abbiamo più deputati che mai — quarantadue. Ma ci sono tanti problemi tra Izquierda Unita e noi, e molte persone se ne sono andate. Quello di cui abbiamo bisogno è accumulare forze. Questo significa lasciare da solo il governo del Psoe e andare all’opposizione, mentre ricostruiamo il progetto dal basso.

In questo senso ho proposto due cose: una è di indire gli stati generali della sinistra spagnola — non solo un congresso di partito di Podemos o di Izquierda Unida — così da ritornare a una politica di massa che metta le persone di nuovo al centro, e concentri il dibattito sulla necessità di un progetto nazionale alternativo. Secondo poi, dobbiamo rafforzare il progetto creando assemblee congiunte e commissioni aperte al pubblico. Durante gli ultimi anni Izquierda Unida ha perso sia membri che attivisti. Ora è più debole di quanto non fosse quando stava sola, senza Podemos, e gli attivisti rimasti stanno diventando sempre più irrequieti su quest’alleanza.

Ma non dobbiamo essere pessimisti. Il Psoe è più debole che in passato — la sua forza adesso è quasi interamente virtuale. Il partito si presenta come la nuova forza guida dell’Europa socialdemocratica e, chiaramente, rispetto al 2015-2016 ha riguadagnato forze. Ma bisogna tener presente che ha comunque ottenuto il terzo peggior risultato della sua storia! Il progetto di restaurazione portato avanti dall’establishment spagnolo è dovuto più alle nostre debolezze e miopie che alla propria forza. E per questo motivo è possibile per noi andare avanti.

D. Questo momento di stabilità non è destinato a durare — basta guardare all’Europa…

Sì, una piccola crisi economica, o un atto di aggressione internazionale nel Medio Oriente potrebbero aprire di nuovo la partita. E anche se in Spagna l’establishment ritrovasse una parvenza di stabilità, il mondo sta andando verso uno stato di caos quasi permanente. È questa per me la chiave. Pablo ha insegnato geopolitica ma non sembra comprenderla, non sembra capire cosa sta succedendo nel mondo. Il mondo sta andando verso il caos, verso una nuova grande transizione che è già cominciata. Stiamo per entrare in un periodo simile a quello che l’Europa ha vissuto tra il 1875 e il 1914 — che ha visto il fallimento della prima grande ondata di globalizzazione. Ora stiamo per entrare nel periodo di fallimento della seconda grande ondata di globalizzazione. E questo è qualcosa che Podemos ancora non capisce.

* Fonte: Jacobin

venerdì 10 maggio 2019

PODEMOS E L'OMBRA (SINISTRA) DI SYRIZA di Carlo Formenti

[ 10 maggio 2019 ]

In margine ai risultati elettorali spagnoli. Vedo che c’è chi si consola con il fatto che la secca sconfitta di Podemos è meno disastrosa di quanto prevedessero i sondaggi (perde “solo” il 5/6% invece del 10.).

Io credo invece che si tratti di una botta durissima che si misura meno in cifre che con l’euforica battuta di Cazzullo sul Corriere di oggi: “Lui (cioè Iglesias) parlava come Gesù, evocando i poveri di spirito, il sale della terra, i potenti da confondere. Ora è diventato un docile vassallo dei socialisti, anche se ha recuperato terreno grazie alla buona prestazione nei dibattiti”.

L’allegria di Cazzullo è giustificata: il Psoe di Sanchez è un partito neoliberale, europeista, che ha sempre condotto – al pari di quelli di Gonzales e Zapatero – politiche antipopolari, alternandosi alla guida del Paese con il PPE senza discostarsene granché e condividendone, spesso, le disavventure giudiziarie per il vizietto di intascare tangenti. Insomma una copia conforme, se non peggiore, del PD, quindi il soggetto ideale per proseguire le politiche care alle élite globaliste.

Podemos ha regalato a questo partito il proprio sostegno esterno senza riceverne nulla in cambio (ricordate i sostegni esterni di Bertinotti a Prodi e cosa hanno prodotto?). Ora si prosterna davanti a Sanchez nel timore che costui scarichi Podemos per imbarcare Ciudadanos (i populisti di destra che stanno progressivamente occupando il posto lasciato vacante da Rajoy – un passaggio di testimone sul tipo di quello fra Berlusconi e Salvini). Posto che l’alleanza fra Psoe e Ciudadanos (che riproporrebbe la santa alleanza fra popolari e socialdemocratici a livello europeo) sarebbe più logica di quella fra Psoe e Podemos, e posto che l’unico ruolo di Podemos, se Sanchez ne accettasse le profferte, sarebbe appunto quello di vassallo privo di qualsiasi reale influenza sulle politiche governative, resta da capire perché Podemos si sia ridotto a pallida controfigura del partito che tante speranze aveva suscitato qualche anno fa.

Il limite di Podemos (e del suo leader carismatico, Iglesias) è sempre stato quello del “comunicazionismo” (vedi sopra l’apprezzamento di Cazzullo per le “buone prestazioni” mediatiche), vale a dire l’idea che programmi e organizzazione politica contino meno delle abili strategie comunicative che consentono di aggregare velocemente consenso per approdare al governo (quando poi ci si arriva, vedi i 5 Stelle, sono guai seri…).

Si aggiunga 1) l’assenza di un forte radicamento sui territori, nei luoghi di lavoro, nei quartieri dovuta alla scelta di costruire un partito “leggero” fondato sul rapporto diretto fra leader carismatico e opinione pubblica; 2) l’affastellamento fra correnti ideologiche della nuova e vecchia sinistra sul modello di Syriza (trotzkisti, vetero comunisti, negriani, movimenti studenteschi, ecologisti, femministe, ecc.) al posto della costruzione di un blocco sociale; 3) il riferimento alle teorie populiste di Laclau nella versione “debole” di Chantal Mouffe (stretta sodale del numero due – nonché leader dell’ala moderata – del partito, Inigo Errejon) che prevede l’abbandono di una prospettiva antisistemica e l’accettazione totale delle regole del gioco liberal-democratico, 4) l’adozione di canoni linguistici politicamente corretti (fino alla ridicola femminilizzazione del nome del partito, che suona ora Unidas Podemos) tipici degli strati intellettuali e piccolo borghesi illuminati nonché del tutto alieni al linguaggio delle masse popolari.

L’elenco potrebbe continuare ma penso sia sufficiente per una prima, scoraggiante analisi. Vedremo se nel partito esistono gli anticorpi per evitare una replica dell’ingloriosa fine di Syriza.


* Fonte: Rinascita!

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giovedì 2 maggio 2019

AL GOVERNO COL PSOE di Pablo Iglesias

[ 2 maggio 2019]

Per spirito di servizio consegnamo ai lettori quanto scritto da Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, subito dopo le elezioni spagnole.
Serve non solo per farsi un'idea di cos'è e dove va Podemos, ma per capire quel che bolle in pentola in un Paese destinato a non uscire dalla instabilità politica e istituzionale. 
Difficile che Sanchez, il segretario del PSOE, partito europeista quant'altri mai, accetti di imbarcare nel governo Podemos. Ove questo accadesse è facile prevedere, dato il vincolo esterno a cui la Spagna è sottoposta — che non concede margini per riforme strutturali a favore del popolo lavoratore —, quale sarebbe l'esito: un disastro enorme che spianerebbe la strada ad una brutale svolta a destra. Disastro che in Italia abbiamo già vissuto e di cui paghiamo le conseguenze. 
Se l'autocritica  di Iglesias sulle cause della sconfitta elettorale di Podemos è del tutto insufficiente, imperdonabili sono la reticenza di Iglesias sull'Unione europea e il silenzio sulla necessità di romperla per consegnare al popolo spagnolo l'arma della sovranità nazionale sottratta senza la quale nulla è possibile se non restare in ginocchio.




*  *  *


GOVERNO STABILE E DI SINISTRA
di Pablo Inglesias

«Le elezioni ci consegnano uno scenario nel quale gli accordi saranno fondamentali per affrontare, da sinistra, le grandi sfide della Spagna; giustizia sociale, il nostro modello di sviluppo nell'Unione europea e la plurinazionalità.

Sebbene in percentuale quello del PSOE sia il terzo peggior risultato dalle elezioni del 1977, ci troviamo in un contesto molto diverso dall'era del bipartitismo in cui le maggioranze assolute o quasi assolute e i governi monopartitici erano la normalità. Con una campagna basata sul pericolo (assolutamente reale) di un governo sostenuto dall'estrema destra, il PSOE ha ottenuto 7,5 milioni di voti e il 28,7%. Il nostro 14,3% colloca le formazioni progressiste a livello statale al 43% dei voti, quasi alla pari con i voti relativi alle destre, ma con più peso parlamentare (165 contro 149) grazie a un sistema elettorale che, in questa occasione, ha favorito il PSOE.

I partiti baschi e catalani hanno ottenuto un'ampio consenso. ERC ha raccolto un risultato storico e la vecchia Convergència ha tenuto. In Euskadi, sia il PNV che la sinistra abertzale hanno ritrovato un sostegno importante. I risultati in Euskadi e Catalogna attestano la realtà plurinazionale visto che molti partiti autonomi hanno riguadagnato la rappresentanza.


Questi risultati ci parlano di una Spagna molto diversa nell'ideologia, nell'identità, nella relazione rurale-urbana e nella relazione centro-periferia.

Per quanto riguarda i nostri risultati, dobbiamo fare autocritica. La gestione delle nostre crisi interne ha sicuramente fatto sì che molti cittadini che ci hanno sostenuto in passato non l'abbiano fatto questa volta. Dall'altra parte, il paziente continuo lavoro che le fogne le loro braccia mediatiche hanno svolto dopo il 2015,  ha avuto il loro peso. Infine, l'eccezionalismo catalano e l'emergere di Vox sembrano aver spinto gli elettori che in passato ci hanno sostenuto di optare in Catalogna e in altre parti della Spagna, per un voto di identità e per un voto al PSOE come freno a Vox . Tuttavia, grazie a una grande campagna e ad uno zoccolo duro di elettori, abbiamo sconfitto i sondaggi che hanno predetto la nostra debacle e abbiamo quindi abbastanza forza per raggiungere gli obiettivi con cui ci siamo presentati alle elezioni: fermare la destra e far parte del prossimo governo che garantendo che sia stabile e di sinistra.

Perché la presenza di Unidas Podemos è essenziale perché il governo sia stabile e di sinistra?

Un governo sostenuto solo dai 123 seggi del PSOE avrebbe dovrebbe affrontare, come minimo, i 149 seggi della destra dello stato. Ciò non solo genererebbe instabilità, ma spingerebbe l'eventuale governo Sanchez ad appoggiarsi a destra in molte questioni come la legislazione sul lavoro o gli aggiornamenti delle pensioni e figuriamoci nella gestione dei problemi derivanti dalla plurinazionalità e in particolare dal conflitto catalano.

Il Banco Santander (azionista di diversi media) e la CEOE [Confindustria spagnola] si sono affrettati a fare pressione su Sánchez per raggiungere un accordo con Ciudadanos. Questa possibilità, dopo le elezioni regionali e municipali, non può essere esclusa (Sanchez ha già raggiunto un accordo legislativo con loro nel 2016) ma potrebbe essere frustrato se Rivera optasse definitivamente per guidare una destra parlamentare dura o se la base militante del PSOE, che è a sinistra, farà valere il suo peso ("Con Rivera, no").

In questo contesto, come alcuni leader socialisti hanno già proposto, Pedro Sánchez vorrà un governo a partito unico [di minoranza] che consenta ai poteri economici e alla CEOE  che gli assicurerebbero così un ampio sostegno media, compreso quello di alcuni media presumibilmente progressisti. Il problema è che non ha né abbastanza seggi per raggiungere quel governo né  argomenti per difenderlo a sinistra, poiché in pratica sarebbe anche un governo che sosterrebbe molte misure sulla destra.

Detto questo, il nostro impegno nei confronti dei nostri elettori e la maggioranza sociale progressista ci offre solo un'opzione: essere una garanzia di stabilità e di politiche che difendono la giustizia sociale e il dialogo, facendo parte del governo. Con la forza dei  nostri seggi e delle nostre proposte programmatiche, lavoreremo per convincere il PSOE e Pedro Sanchez a guidare un governo di coalizione, stabile, di sinistra e di dialogo, seguendo il modello di Valencia e quello di altre comunità; un governo che diventi un referente progressista nell'Unione europea dove, tra l'altro, i governi di coalizione sono frequenti. Nelle prossime settimane dovremo parlare al PSOE della giustizia fiscale, delle politiche economiche femministe, delle pensioni garantite, dei servizi pubblici, della transizione energetica, dei limiti della temporalità, degli alloggi, dei diritti e delle libertà, del dialogo in Catalogna e , infine, delle persone e delle equipe necessarie per garantire queste politiche. La nostra esperienza dopo l'accordo sulla Legge di bilancio 2019 ci ha insegnato che un buon accordo programmatico non ha garanzie di essere portato avanti con un governo a partito unico.

Ci saranno grandi pressioni da parte dei poteri economici e dei loro apparati mediatici fermarci ma, di fronte a loro, incontreremo i sindacati, le organizzazioni femministe e ambientaliste, le piattaforme ed i gruppi che difendono la sanità e l'istruzione pubblica e con i movimenti sociali . Questa spinta sarà fondamentale alla Spagna per avere un governo stabile e di sinistra, che è quello che una larga maggioranza di elettori progressisti vuole.

Quel elettorato progressista, desideroso di un governo che garantisca giustizia sociale, dovrebbe sapere che il nostro impegno e la nostra coerenza, quali che saranno le pressioni avverse, saranno come una roccia».


* Fonte: EL PAIS del 1 maggio

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