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giovedì 27 luglio 2017

DEVO CONFESSARVI UNA COSA di Marco V. Passarella

[ 27 luglio 2017 ]

Marco, compagno e amico che stimiamo tanto, non ce ne vorrà se "rubiamo" dalla sua pagina facebook questa sua amara riflessione. 

Contiene una dichiarazione che sa di resa che deve far riflettere e  che pur comprendendo non condividiamo. Che la sinistra politicamente corretta, compresa quella radicale, sia sia prigioniera di una visione globalista e cosmo-liberale, è fatto evidente. Ma che la situazione si oramai pregiudicata, al punto da ritenere che ogni discorso razionale sull'immigrazione diventi una pezza d'appoggio alle forze razziste e xenofobe, questo, almeno noi, non lo crediamo. E non abbiamo nessuna intenzione di farci spaventare dagli anatemi di una sinistra che ha divorziato dal suo stesso popolo.


«Devo confessarvi una cosa. 
Chi mi conosce un po', sa che ho sempre detestato la retorica multiculturalista della sinistra bene e che ho sempre aborrito (e criticato) quella sulla necessità economica dell'immigrazione. Questo non da ieri, ma da una quindicina d'anni almeno, quando molti futuri cripto-nazionalitari si facevano i dreadlocks e si ingozzavano di piadine al ragù al locale ristorante etiope. 

Avevo persino discusso, con un collega, la possibilità di dedicare uno scritto all'impatto dei flussi migratori sulle condizioni di lavoro e di vita delle fasce più svantaggiate della classe lavoratrice italiana. 

Avevo, appunto, perché qui viene la confessione: ho cambiato idea. 
Non sull'impatto dell'immigrazione, in realtà, ma sulla opportunità di spendermi su quel tema in quei termini. Ogni cosa detta al riguardo, devo infine prenderne atto, nella migliore delle ipotesi non serve a nulla e nella peggiore fa danni irreparabili, sdoganando i peggiori istinti xenofobi. 
Marco V. Passarella

C'è stato un tempo in cui ho pensato che la sinistra radicale in Italia si potesse salvare se solo si fosse recuperato il legame storico con il movimento operaio. Se, insomma, si fosse ripartiti da un'analisi delle condizioni materiali dei lavoratori salariati, dei precari e dei disoccupati, e dunque anche da un'analisi disincantata dell'immigrazione. 

Prendo atto che quel tentativo è fallito e che la polarizzazione del dibattito politico corrente (e dell'opinione pubblica) su dicotomie fasulle (euro sì o euro no, immigrazione sì o immigrazione no, diritti civili o diritti sociali, stato-nazione o Europa) lascia poco spazio, per il momento, all'elaborazione di un punto di vista autonomo del lavoro salariato. 

Perciò, torno ai miei modelli scalcinati e vi auguro buona fortuna, companeros, sperando di poter ancora chiamarvi così. Tanto ci rivediamo sulle barricate prima o poi. Di fianco o di fronte».

domenica 4 giugno 2017

IL PECCATO E LA DISGRAZIA: IL CONVEGNO DI PERUGIA "FUTURO AL LAVORO"

[ 4 giugno 2017 ]

Ieri si è svolto a Perugia, promosso dal locale circolo di Programma 101, l'annunciato convegno "Futuro al lavoro" [Nella foto accanto, da sinistra: Marco Veronese Passarella, Carlo Romagnoli, Marcello Teti, Dario Guarascio, Tiziana Ciprini].

In attesa che la video-registrazione dei lavori sia disponibile sul nostro canale You Tube una sintesi degli interventi.

Un bel convegno, quello moderato da Marcello Teti. 

Volevamo capire, dalla voce di studiosi e legislatori, come cambiano il lavoro e la vita al tempo della informatizzazione dispiegata. Volevamo quindi comprendere il futuro che ci aspetta. Che società avremo ove nuovi potenti mezzi tecnologici ed i suoi saperi specialistici resteranno monopolio di ristretti gruppi monopolistici globali? Saremo più liberi o più schiavi? Davvero, come sostengono gli apologeti dell'informatizzazione dell'economia, questa non provocherà una disoccupazione di massa permanente? Che fine faranno i diritti sindacali e umani dei lavoratori nelle aziende ad alta automazione? Infine la domanda: siamo sicuri che tutte queste nuove tecnologie, una volta superato l'attuale assetto capitalistico, sono funzionali all'emancipazione dei lavoratori e ad una migliore qualità della vita?

Di straordinaria efficacia è stata la prolusione di Dario Guarascio, il quale, slides, dati ed evidenze empiriche alla mano ha mostrato il "lato oscuro" delle tecnologie digitali, che non sono per niente "neutrali", poiché concepite, ab origine, come dispositivi per accentuare il comando totalitario del capitale sul lavoro. Il taylorismo digitale (così infatti l'ha chiamato) accresce non diminuisce lo sfruttamento e l'alienazione dentro i luoghi produttivi. Guarascio ha quindi sottolineato la consustanzialità tra i processi sistemici di finanziarizzazione e quelli di automatizzazione dispiegata guidata dai quattro giganti della Silicon Valley (G.A.F.A.: Google, Amazon, Facebook e Apple), quanto quindi scienza e saperi siano eterodiretti se non pilotati dagli interessi di chi oggi comanda nel mondo, perciò orientati a perpetuarne il dominio. 

Di contro, o se si vuole di lato, alla posizione critica di Guarascio, gli onorevoli Criprini e Gallinella, del Movimento 5 Stelle, hanno invece presentato una visione più ottimistica dei mutamenti tecnologici in atto ("sono solo strumenti, dipende tutto da come li si utilizza"), sostenendo che essi non solo sono irreversibili, ma forieri di potenzialità sviluppiste ed emancipatrici. Sia la Ciprini che Gallinella, portando numerosi esempi di utilizzo di automazione e robotica nei diversi settori produttivi e dei servizi (ad Esempio Amazon), hanno infatti sostenuto che ottenere un "equilibrio sostenibile" è non solo auspicabile ma del tutto possibile. La Ciprini infine, si è soffermata sul Reddito di cittadinanza, precisando che dovrebbe andare assieme alla riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario.

Marco Veronese Passarella, da macro-economista qual'è, ha ripercorso la storia del pensiero economico sul problema della disoccupazione e delle sue cause, con particolare riferimento alla questione se il macchinismo è destinato o meno a cronicizzare la disoccupazione di massa. Passarella ha contestato, anche rifacendosi a Keynes, la teoria neoclassica (marginalista), quindi neoliberista, secondo cui il mercato del lavoro è come quello delle merci. Per i neoclassici la quantità domandata aumenta se diminuiscono i prezzi, mentre la quantità offerta aumenta se aumentano i prezzi. Per cui i lavoratori offriranno più lavoro se i salari salgono, mentre le imprese domanderanno più lavoro se i salari reali scendono. Ergo: facile debellare la disoccupazione, basta abbassare i salari e togliere diritti ai lavoratori. Passarella dopo aver ricordato le critiche dell'economista polacco Michał Kalecki — per cui, in condizioni capitalistiche, nemmeno le terapie keynesiane possono davvero portare ad una stabile "piena occupazione"— ha difeso la tesi di Marx (e dell'ultimo Ricardo) secondo cui, in ambiente capitalistico il capitale, tende a sostituire progressivamente "lavoro vivo" con "lavoro morto", operai con macchine, quindi a produrre disoccupazione crescente. Solo in un'economia di tipo socialista avremo piena occupazione: "basta guardarsi attorno per vedere quanti posti di lavoro ad alta utilità sociale potrebbero essere creati rimpiazzando quelli che automazione e robotica fanno sparire".
Passarella ha infine risposto agli amici Cinque Stelle: «Il reddito di cittadinanza può essere uno strumento accettabile e utile a tre condizioni: (1) Se almeno all'inizio non viene concepito come sostitutivo di altri elementi dello stato sociale; (2) se viene pensato e applicato assieme ad un Piano per il pieno impiego; (3) se una parte consistente di esso viene erogata non in termini monetari ma di servizi sociali».

Carlo Romagnoli è stato più vicino alla lettura ottimistica di Ciprini e Gallinella sull'uso delle nuove tecnologie digitali. Ha compiuto infatti una difesa delle tesi post-operaiste, quindi in dissenso con Guarascio, per cui, la conservazione dei rapporti sociali capitalistici è messa in discussione dal poderoso sviluppo tecnico-scientifico, il quale, conterrebbe in sé formidabili potenzialità emancipatrici. L'avanzata tecnologica a cui assistiamo, ha sostenuto Romagnoli, non sarebbe il frutto di istanze capitalistiche, bensì al contrario, l'ultima manifestazione del "general intellect", della potenza della cooperazione sociale. E software ed algoritmi sarebbero promettenti "espansioni macchinistiche dei nostri corpi". Questo processo sarebbe la piena conferma del paradigma scoperto da Karl Marx, secondo cui l'incessante sviluppo delle forze produttive tende ad abbattere ogni ostacolo, compresi i rapporti di proprietà capitalistici.

Di taglio più filosofico l'intervento di Moreno Pasquinelli. 
Egli ha revocato in dubbio l'assunto marxiano secondo cui la madre di tutte le contraddizioni, quindi foriera del salto verso il socialismo, sarebbe quella tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione borghesi. Anche la storia presente ci mostra come invece il capitalismo sia condannato, per sua stessa natura, a promuovere uno sviluppo senza limiti delle forze produttive. Marx si sbagliava sostenendo che ad un certo punto la borghesia sarebbe diventata un freno allo sviluppo di queste forze. Mai come oggi il macchinismo e le potenze tecnologiche hanno assunto tali dimensioni. Tuttavia lo stesso Marx aveva intuito che nelle mani del capitale le potenze tecnologiche potevano diventare potenze distruttive, e che il capitalismo non porta in grembo solo la possibilità del socialismo ma pure la barbarie.
E' così, infatti. Le scienze, per l'esattezza la tecno-scienza, da strumenti per migliorare la vita dell'uomo sul nostro pianeta, stanno diventando mezzi per stravolgere la natura (dopo averla totalmente soggiogata), e per disumanizzare l'umanità. Il rischio implicito nelle nuove tecnologie è che non solo l'uomo diventi protesi della macchina ma esso stesso oggetto di manipolazione. Occorre porre un limite alla "volontà di potenza" dell'homo capitalisticus, che con la tecnica alimenta l'illusione autodistruttiva di farsi Dio. 
Pasquinelli ha quindi concluso che una delle ragioni per cui le sinistre sono in gravissime difficoltà è proprio per questo loro apparire come subalterne alle élite dominanti, perché, in fondo, hanno accettato dopo il mito della modernità, quello della post-modernità, ovvero la religione laica del progresso senza limiti, che ogni manipolazione del mondo sia giustificata. Senza una rivoluzione che sia allo stesso tempo sociale, spirituale ed epistemica, l'orizzonte ineluttabile è quello di un dominio totalitario neo-feduale di una élite tecnocratica che concentrerà e monopolizzerà i nuovi saperi, dominando su una moltitudine di sudditi che di questi saperi saranno del tutto privati. Che alcune di queste intuizioni siano state argomentate da pensatori "reazionari" come Heiddegger o Carl Schmitt non giustifica la scomunica nei loro confronti.

Qui abbiamo tratteggiato i principali contributi esposti al convegno. Sono seguiti gli interventi di alcuni dei presenti.

Che ad ascoltare ci siano state poche decine di persone è un peccato, ma prima ancora che essere un peccato è una disgrazia, la maledizione dei tempi che viviamo, la condanna all'ostracismo che pur senza essere formalmente comminata dal potere, colpisce il pensiero critico in ogni sua forma. Ed una delle ragioni è forse proprio questa dittatura tecno-scientifica, che nei cosiddetti "social media" raggiunge la sua massima pervasiva potenza. L'overdose informativa di fesserie paralizza le capacità critico-riflessive, inibisce la possibilità di porre domande radicali, e ciò conduce l'uomo sempre più lontano da sé stesso. Quando l'uomo non si pone un fine — non solo come meta, ma anche, come per i latini, come fīnis, come limite—, se la sola dimensione che concepisce e subisce è il presente, esso è già, solo per questo, un oltre-uomo, ma nel senso che è diventato simile ad un animale.


venerdì 2 giugno 2017

IL LAVORO, L'AUTOMAZIONE, IL FUTURO. Domani 3 giugno Convegno a Perugia

[ 2 giugno 2017 ]


Digitalizzazione dell’economia, Industria 4.0, robotica, Big data, intelligenza artificiale, Rete ...

L’insistenza con cui le élite dominanti tentano di convincerci che le nuove tecnologie ci offriranno un futuro radioso diventa ogni giorno più martellante.

La cosiddetta “rivoluzione tecnologica”, applicata al mondo del lavoro, ci viene presentata come una “grande opportunità”, per altri è addirittura la panacea che risolverà tutti i mali.

Secondo studi recenti (McKinsey) le nuove tecnologie digitali faranno perdere nel mondo 1,1 miliardi di posti di lavoro e stipendi per 15.800 miliardi di dollari annui.
Per gli apologeti della “innovazione” non c’è alcun dramma sociale:  nuove professioni e nuovi lavori rimpiazzeranno quelli spazzati via.
Una tesi, quest’ultima, che i dati in arrivo dagli Stati Uniti, smentiscono.

Secondo una recentissima ricerca i posti di lavoro andati perduti sono molti di più di quelli creati. Per di più i nuovi posti di lavoro sono in gran parte precari, mal pagati, di bassa qualità. Sempre secondo queste ricerche la prossima ondata di tecnologie ancora più “avanzate” —machine learning, droni e automobili senza conducente— allargherà questa forbice. [Evidence that robots are inning the race for american jobs, NewYork Times del 28 marzo]

Che questa cosiddetta “rivoluzione tecnologica” sia nell’interesse dei giganti della produzione, della distribuzione e dei servizi, non c’è dubbio.
Il macchinismo è stata sempre un’arma del capitale, sia per massificare la produzione allo scopo di aumentare i profitti, che per trasformare i lavoratori stessi in automi, docili e mansueti.

Il nostro convegno proverà a rispondere a tre domande.
La prima: è possibile, in questa economia neoliberista, dove tutto sarebbe deciso dalla “mano invisibile” del mercato, che la “rivoluzione tecnologica” sia utilizzata per il bene comune della collettività?
La seconda: è ancora giusto rivendicare la piena occupazione oppure la soluzione è il reddito universale di cittadinanza?
La terza infine: siamo sicuri che le tecnologie siano neutrali? Che le innovazioni tecniche siano un valore positivo in sé? O non è forse vero che esse possono essere distruttive perché conducono ad una disumanizzazione del mondo del lavoro e delle relazioni sociali?

   FUTURO AL LAVORO   
Come saranno la vita e il lavoro nel tempo dell'automazione?
Davvero la "nuova economia" renderà superfluo il lavoro?
Il dominio della tecnica è una minaccia o una speranza per l'umanità?

CONVEGNO
sabato 3 giugno, ore 15:00
Hotel Mater Gratiae - PERUGIA

Con:
Marco Veronese Passarella e Dario Guarascio

Porteranno i loro contributi:

Tiziana Ciprini (M5S), Carlo Romagnoli (PCI) Filippo Gallinella (M5S) Mario Bravi (SI), Moreno Pasquinelli (P101)


Presiede: Marcello Teti


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martedì 16 maggio 2017

REDDITO O LAVORO? di Marco V. Passarella

[ 16 maggio 2017 ]
"Contro il neoliberismo".
E' questo il bel saggio di Marco Veronese Passarella [nella foto] da cui estrapoliamo il capitolo quarto dal titolo "Reddito o Lavoro?".
Un tema che sarà discusso di sicuro al convegno "FUTURO AL LAVORO" che si svolgerà a Perugia il prossimo 3 giugno.

Nell’ultimo decennio il dibattito italiano sulle necessità di revisione del sistema di previdenza sociale è ruotato attorno alla proposta di introduzione di un reddito minimo garantito ovvero di un reddito di base incondizionato. [1] 
A destra dello schieramento politico, tale proposta è stata declinata prevalentemente in termini di sostituzione della molteplicità di sussidi elargiti dallo Stato (in forma di sussidi di disoccupazione, cassa integrazione guadagni, e così via) con un unico sussidio universale che consenta di superare le disparità di trattamento legate alla miriade di forme contrattuali introdotte a seguito dei provvedimenti di flessibilizzazione del mercato della forza-lavoro. Intesa come contropartita alla riduzione del grado di protezione contrattuale dei lavoratori, la proposta di reddito minimo incontra oggi – almeno sulla carta – un consenso piuttosto ampio, anche (e forse soprattutto) negli ambienti della sinistra di governo. Essa costituisce il principale pilastro della cosiddetta flexicurity. 
Tale idea riecheggia, del resto, una vecchia suggestione di Milton Friedman, la celebre negative income tax (imposta negativa sul reddito o NIT), ossia un sussidio pari all’eventuale differenza tra una soglia minima di reddito imponibile stabilita per legge e il reddito effettivamente percepito in un certo nucleo familiare. [2] 

A sinistra, soprattutto negli ambienti della sinistra radicale, la proposta di introduzione di un reddito di base incondizionato è, per contro, solitamente legata alla sua presunta natura di «salario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta», quella dell’«intellettualità diffusa e [de] la dimensione cognitiva del lavoro» (Fumagalli e Vercellone 2013; cfr. anche Fumagalli 2013). Essa muoverebbe, insomma, dalla presa d’atto che il regime di regolazione post-fordista è caratterizzato da una quota crescente di «tempo di lavoro necessario» – per utilizzare una categoria cara al pensiero marxista – che non viene contrattualmente sanzionata. Tale flusso di «lavoro» cognitivo sarebbe erogato al di fuori dei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione di merci, nell’ambito, cioè, di forme molteplici di interazione sociale che si vorrebbero immediatamente produttive di valore e di plusvalore. L’erogazione di un reddito di base incondizionato varrebbe, perciò, a ristabilire una corrispondenza tra contributo produttivo dei fattori della produzione e quota di prodotto sociale loro spettante. [3]

Lasciando da parte le ragioni che lo motivano, e concentrandosi sui suoi effetti potenziali, l’introduzione di un reddito di base incondizionato in un contesto di elevata flessibilità del mercato della forza-lavoro, di estrema debolezza delle organizzazioni dei lavoratori e di fragilità finanziaria degli Stati, solleva tre ordini di perplessità: due di natura economico-politica, e una di natura filosofico-sociale. Il primo ordine di perplessità concerne le possibilità di copertura finanziaria di tale provvedimento, dati anche i vincoli derivanti dall’adozione della valuta unica e dai trattati internazionali sottoscritti dallo Stato italiano. Da un calcolo preliminare dei costi ad esso associati sembrerebbe di poter concludere che l’estensione di un reddito di base incondizionato, ove tale reddito fosse rilevante, sarebbe incompatibile con un livello di pressione fiscale socialmente accettabile. [4]

In tal senso, più che fungere da elemento di ricomposizione della forza-lavoro, tale misura rischierebbe di produrre un’ulteriore frattura tra lavoratori stabili (e per questo contribuenti netti), da un lato, e lavoratori precari, inattivi ed altri sussidiati (ossia i beneficiari netti del provvedimento), dall’altro. Si potrebbe, forse, argomentare che la sostenibilità finanziaria (e sociale) del reddito di base potrebbe, almeno in linea teorica, essere sempre conseguita all’interno di un paese dotato di piena sovranità valutaria, mediante politiche di monetizzazione della spesa pubblica contratta a tal fine. Tuttavia, la prospettiva di un’uscita dall’Euro non viene mai evocata dai promotori di tale provvedimento. Un secondo ordine di perplessità rimanda al cosiddetto «effetto Speenhamland». [5]

Come segnalato da numerosi studiosi, sulla scorta del contributo di Karl Polanyi (1944), il rischio è che si crei una «dinamica per cui l’erogazione benintenzionata di un ‘sussidio’ che consente alle imprese di pagare retribuzioni più basse, nel tempo si trascina dietro al ribasso l’intera struttura dei salari, e finisce così col ritrasformare i lavoratori in mendicanti – tanto più quanto più la crisi morde» (Bellofiore 2012b). Lungi dal fungere da elemento di sostegno del potere contrattuale dei lavoratori, il reddito garantito o di base consentirebbe alle imprese di appropriarsi di quote crescenti di prodotto sociale netto, grazie ad una forza-lavoro atomizzata (per via dell’intermittenza lavorativa) e scarsamente incentivata alla rivendicazione salariale (per via della certezza di un minimo vitale). 

Proprio il caso tedesco é emblematico in tal senso. Vi è, infine, una terza ragione di perplessità di ordine filosofico, peraltro gravida di conseguenze sociali. Lo scambio intermittenza lavorativa versus certezza dei flussi di reddito non fa i conti con la natura duale del lavoro salariato, che è sì «lavoro astratto», ossia attività produttrice di «valore (di scambio)» – e in quanto tale veicolo di alienazione e di sfruttamento – ma anche, al contempo, «lavoro concreto», ossia attività produttrice di «valori d’uso» – e in quanto tale elemento di definizione della propria identità individuale e sociale. Nel tempo, il combinato disposto di reddito garantito e precarietà lavorativa cristallizza i rapporti di produzione dati, elimina ogni residuo di «potere operaio» nella produzione, e dunque rafforza la divisione in classi della società capitalistica. [6] 

In altre parole, in assenza di un salario minimo e, ancor più, di un piano per la piena occupazione, la semplice erogazione di un sussidio monetario rischia di tradursi in degrado ed emarginazione sociale. Dai ghetti dei nativi australiani alle periferie berlinesi, gli esempi di come politiche di elargizioni monetarie possano produrre effetti socialmente regressivi non mancano. Di certo, tali politiche non paiono in grado, da sole, di prefigurare alcun rovesciamento nei rapporti sociali scaturiti dai processi di finanziarizzazione e globalizzazione che hanno investito le principali economie capitalistiche nell’ultimo trentennio, rischiando anzi di fungere da foglia di fico (o addirittura da amplificatori) di tali processi. 

NOTE

[1] Non é questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito é che il primo, a differenza del secondo, é universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi é temporaneamente disoccupato, é vincolato all’accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e può essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.

[2] Cfr. Friedman 1962. Tale proposta è stata successivamente rielaborata da Lampman 1969, e da Tobin et al. 1967.

[3] Così come il salario remunera il fattore «forza-lavoro» e l’interesse (o profitto) remunera il fattore «capitale», il reddito di base remunererebbe il fattore «cooperazione sociale» (incluso il «lavoro cognitivo»). Un corollario nascosto è che viene con ciò implicitamente accantonata l’idea classicomarxiana che il lavoro sia l’unica fonte del (valore del) prodotto sociale netto, e dunque del sovrappiù, giacché diversamente la richiesta di un salario sociale tornerebbe ad assumere unicamente la valenza di intervento redistributivo, cosa che viene esplicitamente negata dai suoi promotori. Si noti, in secondo luogo, che l’idea di fissare l’entità del reddito di base come quota di qualche altra variabile distributiva oggettivamente misurabile (si vedano, ad esempio, Fumagalli e Vercellone 2013, che parlano di 60% del reddito minimo), di nuovo sembrerebbe ricondurre le ragioni della sua rivendicazione nell’alveo dei provvedimenti di welfare tradizionalmente intesi. Analoghe considerazioni valgono nel caso in cui tale misura sia ricardianamente invocata in risposta alla «disoccupazione tecnologica» generata dalla modificazione della struttura produttiva delle economie avanzate (cfr. Gattei 2013).

[4] Un tentativo di quantificazione è stato fatto, tra gli altri, da uno dei maggiori promotori del reddito di base, Fumagalli (2012). In particolare, il costo complessivo per lo Stato italiano andrebbe dai 20 miliardi di euro necessari per garantire un reddito annuale di 7.200 euro (pari ai 600 euro mensili che definiscono la cosiddetta «soglia di povertà») ai circa 45 miliardi per un reddito annuale di 10.000 euro (in forma di sussidi e integrazione al reddito per circa il 21% della popolazione). Il costo al netto dei sussidi di disoccupazione e della cassa integrazione si aggirerebbe, invece, attorno a 5 miliardi e 26 miliardi di euro, rispettivamente. Si tratta di cifre ragguardevoli, ma teoricamente sostenibili mediante un programma di spesa in deficit. Sennonché, nell’ambito dei vincoli sul disavanzo pubblico imposti dai Trattati europei, il finanziamento di tale misura finirebbe per pesare sulla fiscalità generale fino a tre punti percentuali di PIL in termini lordi (o, comunque, oltre un punto e mezzo al netto delle voci di spesa eventualmente ridefinite in termini di reddito di base). Dato l’elevato livello di pressione fiscale italiana sui redditi da lavoro e d’impresa, non appare una strada facilmente percorribile.

[5] Dal nome del distretto inglese in cui, il 6 maggio 1795, venne adottato un sistema di sussidi a favore dei lavoratori poveri delle campagne. Tali sussidi comportavano l’integrazione del salario fino al raggiungimento di un livello prefissato, dipendente dal nucleo familiare e dal prezzo del pane.

[6] Una critica non dissimile al reddito di base è stata avanzata da Lunghini (1995), nonché, più di recente, da Bellanca e Baron (2013). La riduzione del lavoro a «disutilità» è, del resto, uno dei pilastri del pensiero economico dominante. Per una critica di tale prospettiva, si veda, tra gli altri, Spencer (2013).

LAVORO E AUTOMAZIONE - Convegno a Perugia

[ 16 maggio 2017 ]

Come saranno la vita e il lavoro nel tempo dell'automazione?
Davvero la "nuova economia" renderà superfluo lavorare?
Il dominio della tecnica è una minaccia o una speranza per l'umanità?

ne discutiamo a

PERUGIA
Sabato 3 giugno, ore 15:00
presso Hotel Mater Gratiae - Strada S. Galigano

con 
Marco Veronese Passarella* 
e
Dario Guarascio *

INTERVENGONO

Tiziana Ciprini (M5S) 
Carlo Romagnoli (PCI)
Filippo Gallinella (M5S) 
Mario Bravi (SI)

Presiede

Marcello Teti (P101)


*  Marco Veronese Passarella è ricercatore presso l’Università di Leeds (UK). Si occupa di teorie della crescita, del valore e della distribuzione.

* * Dario Guarascio è ricercatore in politica economica ed economia dell'innovazione. Si occupa degli effetti del cambiamento tecnologico sul lavoro.

lunedì 21 novembre 2016

«Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture» di Marco V. Passarella

Marco Veronese Passarella
[ 21 novembre ]

«Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture. La Storia si è rimessa in moto. Ma non chiedetemi di fare previsioni sulla destinazione».

Intervista a cura di Marco Palazzotto 

D. Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’affermazione di quell'indirizzo politico ed economico, tipico del capitalismo contemporaneo, chiamato “neoliberismo”. Secondo il sentire comune questa fase ha influenzato in senso liberista le politiche economiche dei maggiori produttori al mondo. In realtà si può rilevare, soprattutto in ambito accademico, che la scuola di pensiero che ha influito di più sulle decisioni politiche non è proprio quella liberale: anzi se di pensiero dominante si può parlare, soprattutto nelle scienze economiche, quella che emerge di più è la cosiddetta scuola neo-keynesiana (di cui fanno parte, ad esempio, Blanchard, Krugman, Stiglitz, Mankiew, ecc.). In alcuni tuoi recenti lavori ti sei occupato del “New Consensus” ed in particolare dei modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium). Ci potresti descrivere per sommi capi di cosa si tratta?
     

R. È una domanda che tocca molti aspetti critici. Provo ad elencarli e commentarli brevemente. Anzitutto, non darei per scontato che ciò che abbiamo osservato negli ultimi decenni sia interamente ascrivibile al “neoliberismo”. Al fronte neoliberista si è per anni contrapposto un fronte social-liberista, in certe fasi maggioritario, che accarezzava l’illusione di poter gestire la globalizzazione capitalistica ed i connessi processi di finanziarizzazione attraverso la lotta ai monopoli, l’estensione dei diritti civili ed alcune timide politiche redistributive, dato il doppio vincolo posto dal bilancio pubblico e dai conti esteri. Quel fronte ha conosciuto proprio la settimana scorsa l’ultima delle proprie sconfitte recenti, nelle elezioni americane. Sulla distinzione neoliberismo, social-liberismo e liberismo sans phrase hanno scritto estesamente Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi, per cui mi fermo qui. Passo così al secondo punto. Pressoché tutti gli economisti di rilievo che si sono succeduti da William Petty a Joseph Stiglitz sono definibili come “liberali”, nel senso che afferiscono al liberalismo inteso come filosofia o dottrina politica che mette al centro le libertà e i diritti naturali dell’individuo. Le eccezioni non sono mancate naturalmente (Piero Sraffa e Richard Goodwin erano socialisti, e lo stesso vale per “l’ultima” Joan Robinson), ma si sono spesso declinate a “destra” (si pensi a Milton Friedman e soprattutto a Friedrich Hayek e alla Scuola Austriaca che, certo, erano liberisti, ma hanno dato vita ad una corrente oggi minoritaria e comunque estrema e controversa del liberalismo in economia). 

Terzo, in ambito accademico la corrente di pensiero oggi dominante è quella dei New Keynesians (da non confondere con i vecchi esponenti della Sintesi Keynesiano-Neoclassica, di cui i primi sono semmai, e solo per alcuni versi, gli eredi). I New Keynesians accettano tutte le premesse del paradigma che ha dominato la scienza economica a partire dalla controrivoluzione monetarista (cominciata alla fine degli anni Cinquanta e portata a compimento alla fine degli anni Settanta) e che ha dato origine ai modelli denominati appunto DSGE: la necessità di ricondurre la dinamica delle variabili macroeconomiche al comportamento massimizzante di un agente rappresentativo; le aspettative razionali degli agenti; l’equilibrio naturale del sistema (in termini di prodotto nazionale ed occupazione, determinati in ultima istanza da tecnologia, disponibilità di risorse e sistema di preferenze degli agenti) inteso come attrattore di lungo periodo; infine, la riconduzione dell’origine delle fluttuazioni del sistema a shock stocastici. A differenza dei loro predecessori, però, i New Keynesians non accettano la conclusione secondo cui la crisi e i cicli economici che si osservano nel mondo “là fuori” nascerebbero unicamente da politiche monetarie inattese (come sostenuto dagli esponenti della Nuova Macroeconomia Classica) ovvero da salti tecnologici (come sostenuto dagli esponenti della scuola del Ciclo Economico Reale). Questo perché, a differenza di quanto ipotizzato dai loro colleghi “monetaristi”, per i New Keynesians il mondo reale sarebbe caratterizzato da asimmetrie informative, rigidità salariali, vischiosità dei prezzi, imperfezioni dei mercati dei capitali e posizioni di oligopolio nei mercati di beni e servizi che interferiscono con le forze spontanee della concorrenza. Sennonché, una volta che il modello base viene emendato per tener conto di tali “frizioni”, la politica monetaria conquista il centro della scena: in un mondo di prezzi vischiosi, il livello del tasso di interesse monetario di riferimento influenza direttamente il tasso di interesse reale e dunque le decisioni degli agenti economici (i quali, proprio sulla base di quel tasso, decidono come allocare inter-temporalmente consumi, lavoro e tempo libero, determinando così il prodotto nazionale). Non solo, ma se esiste un equilibrio naturale del sistema, allora esiste anche un tasso di interesse reale naturale che consente il raggiungimento ed il mantenimento di tale equilibrio. Compito della banca centrale è allora quello di fissare il tasso di interesse monetario che, sulla base del tasso di inflazione corrente e atteso, consente di stabilizzare il sistema in un intorno del suo equilibrio naturale, in cui il prodotto nazionale corrisponde a quello potenziale, il tasso di disoccupazione si assesta al suo livello naturale e l’inflazione rimane stabile. Ecco perché le banche centrali devono essere sottratte al controllo politico dei governi e financo alla sorveglianza democratica dei parlamenti. Così come la misura della costante gravitazionale non è, e non deve essere, oggetto di dibattito democratico, ma va invece determinata in piena autonomia dalla comunità dei fisici, allo stesso modo il tasso di interesse naturale deve essere determinato “scientificamente” dagli uffici studio delle banche centrali. Diversamente, ragioni di mera convenienza elettorale finirebbero per interferire con la stabilizzazione del sistema nel breve periodo, lasciando in eredità inflazione (o deflazione) eccessiva nel lungo periodo. Inoltre, se è vero che nel lungo periodo il sistema si riporta sempre sul sentiero di equilibrio, è altrettanto vero – riconoscono tra le righe i New Keynesians – che il breve periodo può essere assai meno breve di quanto ipotizzato dai colleghi “monetaristi”. Per questo la politica monetaria non viene mai realmente accantonata. Per contro, l’unico effetto di lungo medio-periodo della politica fiscale è quello di turbare le aspettative degli agenti economici con esiti destabilizzanti sull’intero sistema. Ad esempio, l’unico effetto permanente di una politica fiscale espansiva (diciamo, di maggiore spesa pubblica) è un livello di inflazione più elevato ed uno spiazzamento dell’iniziativa privata. Naturalmente, quanto detto regge soltanto nella misura in cui si accettino le premesse su cui il modello base è costruito, in particolare quella di un equilibrio naturale esogenamente dato che funge da attrattore di lungo periodo del sistema. Se così non fosse, se cioè, per esempio, i livelli correnti di produzione e di occupazione influissero su quelli futuri (fenomeno che nel gergo scientifico viene chiamato “isteresi”), allora la politica fiscale non soltanto tornerebbe ad essere efficace ma sarebbe persino auspicabile per stabilizzare il sistema. Questo perché, in tale scenario, la produttività di domani dipende dagli investimenti di oggi e questi, a loro volta, dipendono dal livello di domanda fronteggiato oggi (o atteso) dalle imprese – e questo tanto più in periodi caratterizzati da un rapido mutamento tecnologico. Lo stesso vale per la capacità del sistema di formare e attrarre manodopera adeguata alla struttura produttiva. Che è poi quello che alcuni New Keynesians iniziano oggi a (ri)scoprire nelle loro pubblicazioni, a seguito delle crisi recenti e dei ripetuti errori di previsione circa l’andamento delle principali variabili macroeconomiche dei paesi più duramente colpiti dalle crisi. Alcuni studiosi si sono spinti fino ad abiurare la modellistica dominante e in molti invocano oggi maggiore pluralismo nella ricerca. La crisi del social-liberismo sembrerebbe insomma aver intaccato anche la sua sovrastruttura scientifico-ideologica, o almeno alcuni dei suoi capisaldi. È, tuttavia, ancora troppo presto per capire se siamo alle soglie di una nuova rivoluzione in macroeconomia. I segnali incoraggianti non mancano, ma la storia ci consiglia di essere molto cauti. Le rivoluzioni di solito si fanno prima “là fuori”. 
 
D. Il tuo sito internet (www.marcopassarella.it/it/) è intitolato: MARXIANOMICS. Sembra che il pensiero di Karl Marx abbia influito in maniera potente sulla tua formazione. Ci spieghi perché secondo te oggi, per uno studioso di scienze sociali, è importante ancora studiare il pensiero di un intellettuale che è vissuto nel XIX secolo, da molti ormai considerato superato?
    

R. Il nome del mio sito gioca sull’associazione con blog ben più noti del mio gestiti da economisti ben più noti di me – oltre che, naturalmente, sulla rivendicazione di una radice marxista nel mio lavoro e in generale nella mia formazione di militante politico prima ancora che di macroeconomista. Venendo a Marx, la sua grandezza sta paradossalmente proprio nella sua “inattualità”. L’analisi di Marx, come quella di altri grandi pensatori del passato, è strutturata su più livelli. A grandi linee, possiamo individuare, al livello più basso, l’analisi concreta della situazione concreta del proprio tempo, spesso legata alle necessità politiche contingenti, e, a quello più alto, l’analisi astratta delle leggi di movimento (o della fisiologia) del sistema di produzione capitalistico. Il primo livello, per definizione, ha una precisa connotazione storico-geografica e, con alcune eccezioni, può essere abbandonato senza troppi rimpianti alla critica roditrice dei topi. Per contro il secondo livello, proprio perché astratto e apparentemente sempre inattuale, è in realtà attualissimo. Perché? Perché è Marx che ci mostra come lo scambio individuale tra eguali sul mercato dissimuli sempre uno scambio sociale ineguale nella produzione. È Marx che svela l’origine del profitto per la classe dei capitalisti e dunque dell’accumulazione di capitale, che è da ricondurre allo sfruttamento dei lavoratori impiegati nella manifattura e in altri “prolungamenti della produzione nella circolazione”, come il settore dei trasporti. È ancora Marx che mette in luce il nesso fondamentale tra moneta, valore e lavoro, e che riflette per primo sul ruolo della finanza come “acceleratore” dei processi di realizzazione del valore, ma anche, al contempo, di intensificazione dello sfruttamento nella produzione. Infine, è Marx che dà un contributo decisivo all’analisi Classico-Ricardiana della natura conflittuale dei rapporti di classe – tra salariati e capitalisti e, all’interno della classe dominante, tra capitali a differente base nazionale o tra capitalisti industriali e rentier. Su questi e su altri aspetti il contributo di Marx rimane insuperato. Nel mio caso le sue opere hanno cambiato in modo permanente il modo in cui guardo alla realtà. Non relazioni tra cose, ma relazioni tra classi sociali. Non questo o quell’oggetto specifico, ma gelatina di lavoro passato. Un’enorme matrice di cristallizzazioni di lavoro morto continuamente alimentata da un vettore di lavoro vivo: questo è il mondo là fuori filtrato attraverso le lenti marxiane. Un mondo affascinante e terrificante al tempo stesso. Un mondo che spero prima o poi di contribuire a sovvertire.       
 
D. Spesso mi capita di leggere in alcuni tuoi post la necessità di rimarcare la tua origine di immigrato in Inghilterra. Considerato che ti trovi da diversi anni a Leeds come hai vissuto da immigrato, e come vedi da economista, il voto su BREXIT?
    

R. In realtà quel voto non mi ha colto impreparato, almeno non totalmente. Sebbene ritenessi erroneamente che l’omicidio della deputata laburista avvenuto proprio a Leeds nell’imminenza del voto avesse deciso le sorti del referendum in senso favorevole al “remain”, ero stato avvertito da alcuni compagni che il fronte dell’uscita poteva contare sul consenso di ampi strati della popolazione. E del resto ogni volta che gli elettori europei sono stati chiamati ad esprimersi su questioni analoghe, l’esito è sempre stato lo stesso: un voto di sfiducia e di protesta contro le istituzioni europee. E, sì, certo qui in Inghilterra hanno pesato molto le paure della popolazione nativa circa l’impatto di “noi” immigrati sulle loro condizioni materiali di vita e di lavoro. D’altra parte, se quelle paure non sono totalmente infondate (almeno per quella parte della forza lavoro inglese meno qualificata e dunque più esposta alla pressione dei lavoratori immigrati sui salari e soprattutto su trasporti, abitazioni ed altri servizi essenziali), sono state però artificialmente alimentate dalla propaganda irresponsabile del Partito Conservatore, finalizzata a sottrarre consensi allo UKIP. Ciò detto, qui a Leeds non è cambiato molto, almeno per me. Non ho colto alcun segnale di quella recrudescenza di sentimenti di intolleranza verso gli immigrati avvertiti da altri non-britannici (e segnalata più volte dal Guardian ed altre testate progressiste), ed anzi ho notato piuttosto una sorta di senso di vergogna diffuso presso gli strati più istruiti della popolazione inglese. Venendo agli aspetti squisitamente macroeconomici, è ancora troppo presto per trarre delle conclusioni sugli effetti della Brexit. Di certo c’è che il Regno Unito è il paese che più aveva da perdere e meno da guadagnare dall’uscita dall’Unione Europea, visto lo status speciale di cui godeva e la natura della sua struttura produttiva. Come è noto, la sterlina si è deprezzata verticalmente rispetto alle altre principali valute mondiali dopo la divulgazione dell’esito referendario. Era probabilmente sopravvalutata prima del referendum, ma la caduta è stata nondimeno impressionante. Questo peraltro non ha innescato, almeno per ora, fughe massicce di capitali. Né, sul fronte opposto, c’è da farsi troppe illusioni sull’effetto positivo che il deprezzamento della sterlina potrà avere sulla bilancia commerciale inglese, visto il ridimensionamento della struttura produttiva inglese e considerate le sue interdipendenze con altri paesi europei. In ogni caso, consumi e investimenti hanno retto sorprendentemente bene il colpo, almeno per ora. Anche i segnali provenienti dagli indici borsistici sono, tutto sommato, positivi o almeno non allarmanti. Certo proprio la debolezza della sterlina potrebbe portare ad una crescita dell’inflazione nei prossimi mesi, con possibile ulteriore compressione di salari già stagnanti in termini reali. Tuttavia, la disoccupazione rimane molto bassa, specie tra i lavoratori qualificati, e chi fugge da Italia, Spagna o Grecia trova qui condizioni di lavoro comunque non paragonabili con quelle del proprio paese di origine. Purtroppo. Resta da capire quali effetti avranno la vittoria di Trump negli Stati Uniti, il referendum costituzionale italiano di dicembre e la “rivincita” delle presidenziali in Austria. Insomma, se il voto inglese vi era piaciuto, gli appuntamenti elettorali prossimi venturi vi entusiasmeranno. Procuratevi una copia del Capitale e allacciate le cinture. La Storia si è rimessa in moto. Ma non chiedetemi di fare previsioni sulla destinazione.

* Fonte: Palermo Grad

giovedì 28 aprile 2016

MARXISTI E NEO-KEYNESIANI A CONFRONTO SU CAUSE E SOLUZIONI DELLA CRISI

[ 28 aprile ]

L'Unione europea epicentro della crisi economica globale
MARXISTI E NEOKEYNESIANI A CONFRONTO SU CAUSE E SOLUZIONI
INCONTRO SEMINARIALE
con i professori 
Marco Veronese Passarella 
e Amedeo Argentiero 


Lunedì 9 maggio, ore 18:00

Marco Veronese Passarella
Facoltà di Economia dell'Università di Perugia (Via G. Pascoli) Aula n.II

Per la teoria economica “neo-classica”, meglio conosciuta come neoliberista, stiamo non solo vivendo nel migliore dei mondi possibili, ma nell’unico possibile. 

Recessione, deflazione, bassi salari, disoccupazione di massa, squilibri commerciali tra i diversi paesi: sono “effetti collaterali”, shock economici salutari per consentire alle forze di mercato di agire liberamente, solo così facendo si potrà rilanciare il ciclo economico e assicurare prosperità.
C’è un problema: le cose non stanno andando affatto così. 


Le politiche austeritarie hanno aggravato la recessione mentre la strategia mercantilistica della Germania ha gettato nel marasma l’Unione europea.


Di contro a quella neoclassica esistono tuttavia altre scuole di pensiero che offrono spiegazioni diverse sulle origini e le cause della crisi economica e che offrono soluzioni alternative per 


Amedeo Argentiero
uscirne.

Programma 101 invita studenti e cittadini all’incontro seminariale con Marco Veronese Passarella e Amedeo Argentiero che vuole essere un’occasione preziosa per comprendere come funzioni l’economia oggi e come dovrebbe funzionare domani avendo a cuore il bene comune, non quello di una ristretta minoranza.

domenica 1 novembre 2015

NON ERO UN PACIFISTA di Marco V. Passarella

[ 1 novembre ]

No, per una volta non parlo di economia, almeno non in senso stretto. Ecco qui, invece, la versione integrale di alcune mie note (scritte per un quotidiano locale) sulle dichiarazioni recenti di Tony Blair in merito alla Seconda Guerra del Golfo e sul movimento di protesta contro quella guerra. Correva l’anno 2003, raggranellavo qualche euro con lavori saltuari (volantinaggio, ripetizioni, montaggio strutture per i concerti) e mai avrei pensato di diventare un economista. Rincasavo tardi la notte, mi alzavo a stento la mattina, e nella mia testa, oltre a Lei, c’era solo la voglia di spaccare tutto. In breve, ero una persona migliore.
Leeds, 27 ottobre 2015

Non ero un pacifista. Non lo sono mai stato. Ai tempi della Prima Guerra del Golfo, poco più che adolescente, avevo vissuto con distacco l’evento che avrebbe inaugurato l’era dei conflitti mediali. Certo, ben altro era stato il mio coinvolgimento emotivo nella Guerra del Kosovo e nei bombardamento di Belgrado, nella primavera del 1999. Iniziavo allora a comprendere che, dietro le ragioni ufficiali, i conflitti armati combattuti dalle grandi potenze occidentali celano sempre mire espansionistiche o necessità di contenimento di vecchie e nuove potenze regionali. 

Ecco perché, allo scoppio della Seconda Guerra del Golfo, nel marzo 2003, non ho avuto alcuna esitazione. Il grande movimento pacifista, che partito dalle capitali d’occidente si diffondeva rapidamente anche nelle sue periferie, aveva ragioni da vendere: si trattava di una guerra pretestuosa e pericolosa. Pretestuosa, perché nessuna delle ragioni addotte dall’amministrazione Bush e dai suoi alleati a giustificazione dell’intervento militare teneva alla prova dei fatti. Che l’Iraq non disponesse di armi distruzione di massa avrebbe dovuto essere chiaro anche a chi non avesse letto le relazioni degli ispettori ONU o i resoconti dei veterani del primo conflitto. 

Le bugie confezionate dai servizi segreti di Sua Maestà per conto del governo di Tony Blair suonavano già allora risibili e beffarde. Anche la difesa delle popolazioni curde, in virtù di genocidi avvenuti ad anni di distanza, e favoriti dal voltafaccia del “primo” Bush, appariva del tutto pretestuosa. D’altra parte, a nessuno poteva sfuggire che quel conflitto fosse combattuto anzitutto per il controllo delle risorse energetiche dell’area. Era inoltre una guerra pericolosa, perché il dittatore Saddam Hussein, ex alleato occidentale nella guerra contro l’Iran di Khomeini, garantiva la stabilità dell’area e fungeva da argine contro la diffusione dell’integralismo islamista. Venuto meno il regime laico di Saddam, l’Iraq si sarebbe trovato in preda ad uno scontro fratricida tra la maggioranza della popolazione, sciita e sostenuta da Iran ed Hezbollah, e la minoranza sunnita fino ad allora al potere. Con un rischio di saldatura tra quest’ultima e le cellule del radicalismo wahabita finanziato ed armato da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar (sovente per conto delle potenze occidentali). Era questo ciò che tentavamo di argomentare con conoscenti e passanti in quei giorni concitati di marzo in cui anche Adria veniva attraversata da cortei studenteschi e manifestazioni di protesta delle principali forze democratiche della città. 

Ricordo con un misto di nostalgia e di rabbia quel periodo. Di nostalgia, per l’aria di speranza che allora si respirava. Non a caso quel movimento era stato definito la “seconda potenza mondiale”. Di rabbia, per l’enorme occasione perduta e per il senso di impotenza che l’esaurimento di quell’esperienza avrebbe lasciato nel decennio successivo. Né la recente ammissione di responsabilità di Tony Blair vale oggi a sopire quella rabbia. Non solo perché tale ammissione è tardiva, ipocrita e soltanto parziale, ma perché il tentativo recente di destabilizzazione del regime siriano risponde esattamente alle stesse logiche che ispirarono le due guerre in Iraq. Oggi, come allora, la vita di centinaia di migliaia di uomini e donne è segnata dalla volontà di potenza delle classi dominanti occidentali e dalle mire egemoniche delle monarchie del petrolio. Oggi, a differenza di allora, un grande movimento di massa contro la guerra e per un’alternativa di società stenta a manifestarsi. Blair e i suoi epigoni possono, dunque, continuare a dormire sonni tranquilli. 

Almeno fino a che la Storia non tornerà ad irrompere nelle vite di milioni di studenti e lavoratori occidentali. Nonostante tutto, non ho ancora perso ogni speranza. I mutamenti sociali si manifestano talvolta in modo repentino ed inatteso. Bisogna saperli attendere e farsi trovare pronti. Anche questo ho imparato in quei giorni di marzo.

* Fonte: MARXIANOMICS

mercoledì 16 ottobre 2013

NOBEL PER L'ECONOMIA 2013: VIVA IL CAPITALISMO-CASINÒ! di Emiliano Brancaccio e Marco V. Passarella

16 ottobre. Il Nobel per l’Economia 2013 a Fama, Hansen e Shiller per le loro analisi sulla previsione degli andamenti dei mercati finanziari. Sebbene confutata sul piano scientifico, la tesi dei mercati finanziari efficienti continua a dominare la scena politica





Gli americani Eugene Fama (Università di Chicago), Lars Peter Hansen (Università di Chicago) e Robert Shiller (Università di Yale) sono i vincitori del premio Nobel 2013 per l’Economia, in virtù delle loro analisi sulla previsione degli andamenti dei mercati delle attività finanziarie e immobiliari. Nel motivare la scelta di quest’anno, l’Accademia svedese delle scienze ha molto insistito sugli elementi di continuità tra le ricerche degli studiosi premiati. In realtà, come vedremo, il loro successo è derivato soprattutto dagli elementi di rottura tra le loro analisi e dall’ampia letteratura che si è sviluppata in questi anni intorno ad essi.

Appartenente a una famiglia di origine siciliana emigrata a Boston ai primi del secolo scorso, Eugene Fama è annoverato tra i più intransigenti difensori della libertà dei mercati finanziari e della loro completa deregolamentazione. Questa posizione politica viene solitamente giustificata dai suoi epigoni in base alla tesi secondo cui il mercato utilizza al meglio tutte le informazioni disponibili utili alla determinazione del prezzo delle attività, e ogni eventuale nuova informazione viene istantaneamente incorporata nei prezzi delle attività. Nel caso della borsa valori, per esempio, il prezzo corrente delle azioni riflette le informazioni disponibili circa il valore attuale dei dividendi futuri attesi. Se dunque i prezzi che scaturiscono dalle contrattazioni sono determinati in base a un impiego ottimale di tutte le informazioni disponibili, nessuno potrà sperare di utilizzare quelle stesse informazioni per speculare, cioè per “battere il mercato”.

Da questa tesi i seguaci di Fama hanno tratto la conclusione secondo cui il mercato azionario è il miglior giudice di sé stesso: ogni intervento di regolazione della borsa, come di tutti gli altri mercati, finirebbe per turbare un processo di determinazione dei prezzi che utilizza nel modo migliore le informazioni disponibili, e che dunque può esser considerato il più efficiente criterio di allocazione delle risorse disponibili. Benché apertamente tratta dalle analisi di Fama, in realtà questa volgarizzazione non riflette il loro grado di sofisticatezza. 


Basti notare, ad esempio, che sebbene abbia fornito importanti contributi a sostegno dell’idea che il mercato determina i prezzi utilizzando tutte le informazioni disponibili, l’economista di Chicago ha anche fatto notare che i prezzi dipendono pure dalla teoria in base alla quale le informazioni vengono elaborate. Dopo la crisi esplosa nel 2007 Fama ha riconosciuto che c’è oggi grande incertezza intorno alla scelta della giusta teoria, vale a dire della corretta interpretazione del funzionamento del sistema economico. Tale incertezza, tuttavia, non sembra costituire a suo avviso un motivo per zittire i volgarizzatori del suo pensiero: anzi, in un contesto in cui non vi è consenso circa la scelta del giusto modello interpretativo del mondo che ci circonda, egli sembra far valere ancor di più la tesi secondo cui il libero mercato resta il criterio allocativo migliore, e quindi non dovrebbe mai essere imbrigliato dai tentativi di regolazione politica.

Le tesi di Fama hanno goduto di un enorme successo all’interno della comunità accademica internazionale. Eppure, già prima dello scoppio della crisi, le evidenze empiriche tendevano a smentire piuttosto seccamente l’idea della efficienza dei mercati finanziari. Il caso della borsa valori in questo senso è emblematico. Se i prezzi correnti delle azioni riflettessero semplicemente le informazioni disponibili sui dividendi futuri attesi allora la variabilità dei prezzi dovrebbe risultare inferiore a quella dei dividendi; spiegato in termini intuitivi, questi ultimi dovrebbero variare maggiormente poiché si determinano in una fase successiva e quindi incorporano informazioni che al momento della fissazione dei prezzi non erano disponibili. In un celebre articolo pubblicato nel 1981, tuttavia, Shiller elaborò un test econometrico dal quale scaturì un risultato esattamente opposto: la variabilità dei prezzi di mercato dei titoli azionari eccede di gran lunga quella dei dividendi, fino a cinque volte di più e in alcuni casi persino oltre. Evidentemente, dunque, i prezzi non possono esser considerati un mero riflesso dei dividendi futuri. Altre forze incidono su di essi, e la sfida scientifica consiste nell’individuarle.

I difensori della tesi dei mercati efficienti hanno cercato di spiegare i risultati di Shiller in base all’idea che i prezzi correnti delle azioni non dipendono solo dai dividendi futuri ma anche dalle preferenze degli agenti economici tra consumo presente e consumo futuro, che nella loro ottica determinano il volume del risparmio e quindi anche la domanda di azioni. Tali preferenze tenderebbero a modificarsi durante le varie fasi del ciclo economico: per esempio, nel corso di una recessione il consumo presente si riduce, la preferenza verso di esso dunque aumenta, il che modifica la domanda di azioni e quindi anche i loro prezzi di mercato, del tutto indipendentemente dalle variazioni dei dividendi futuri. Questa spiegazione, tuttavia, è stata confutata da test econometrici successivi tra cui spiccano quelli elaborati dal terzo vincitore, Lars Hansen. I test, tra l’altro, sembrano indicare che il ciclo economico incide in misura troppo limitata sulle scelte di acquisto dei titoli, e quindi non può costituire una valida giustificazione per l’eccessiva variabilità dei prezzi rispetto ai dividendi.

I risultati di Shiller hanno trovato riscontri ulteriori anche nelle analisi di altri mercati, come ad esempio quelli delle obbligazioni e delle valute. Così come in borsa i prezzi delle azioni oscillano molto più dei dividendi futuri, così anche negli altri mercati i prezzi tendono ad allontanarsi dai valori che dovrebbero scaturire dalle informazioni “fondamentali” sul futuro. Se ne è tratta così la conclusione generale secondo cui l’alta variabilità dei prezzi è dovuta al fatto che i mercati finanziari sono dominati da fattori psicologici imponderabili, in grado di generare ondate di euforia o di panico: le cosiddette “bolle speculative”, che gonfiandosi e poi scoppiando contribuiscono alla instabilità complessiva del sistema economico, generando cicli di boom e di depressione della produzione e dell’occupazione.


Questa chiave di lettura, di cui lo stesso Shiller è stato un fautore, ha aperto la via alla cosiddetta finanza comportamentale, una branca della ricerca economica che prova a spiegare la dinamica dei mercati finanziari in base all’idea che il comportamento degli agenti economici non sempre possa esser definito razionale. 

Si tratta di una linea di indagine che può vantare illustri predecessori, tra cui Charles Kindleberger e John Kenneth Galbraith. Nella versione corrente, tuttavia, essa sembra dare adito all’idea che, se gli agenti fossero perfettamente razionali, i prezzi rifletterebbero le informazioni “fondamentali” e quindi una soluzione di libero mercato potrebbe risultare efficiente. Una conclusione, questa, che per molti versi appare insoddisfacente, e che presta il fianco alla critica di quegli indirizzi alternativi di ricerca secondo i quali la “bolla speculativa” non costituisce tanto un’anomalia determinata dall’irrazionalità dei singoli individui, ma rappresenta piuttosto una necessità vitale dell’attuale regime di accumulazione capitalistica, fondato sulla centralità del mercato finanziario.

Di fronte all’avanzata dei suoi numerosi critici Fama non sembra essersi scomposto più di tanto. Recentemente, anzi, egli sembra avere ulteriormente estremizzato la sua posizione, affermando che in fin dei conti “le bolle non esistono” e che il mercato finanziario sarebbe stato addirittura “la vittima della recessione, non la causa”. 


Un simile atteggiamento, a prima vista, potrebbe esser scambiato per l’ultimo arrocco di un sovrano della cittadella accademica, ormai prossimo alla defenestrazione. La verità, tuttavia, è che sebbene abbia perduto gran parte del suo appeal scientifico, la retorica liberista di Fama potrebbe rivelarsi più in sintonia con l’attuale tempo politico di quanto si possa immaginare. Dopotutto, il regime di accumulazione trainato dal mercato finanziario è entrato in crisi più e più volte, in questi anni, sotto i colpi dei danni che esso stesso provocava. Ma nessun movimento politico ha finora osato anche solo accennare a una sua messa in discussione. 

Potremmo dire, insomma, che sebbene la sua inefficienza risulti per molti versi conclamata, il mercato finanziario e i suoi apologeti stanno opponendo una efficace resistenza politica alle pressioni della critica. Il futuro rischia pertanto di essere ancora una volta di Fama e dei suoi epigoni, piuttosto che di Shiller. E la “repressione della finanza”, che Keynes negli anni Trenta invocava e che almeno in parte riuscì a conseguire, resta per il momento solo una chimera.

sabato 31 agosto 2013

IL PENSIERO DI KEYNES di Marco Passarella

31 agosto. Si è svolto come previsto, dal 19 al 23 agosto, in Umbria, il SEMINARIO DI STUDI POLITICI «Filo Rosso». Non eravamo in tanti, anzi eravamo in pochi. 

Chi ci aveva messo in guardia dalla estrema severità del format —cinque ore filate di lezioni su cinque materie al mattino, e tre ore circa il pomeriggio per altre materie di approfondimento— aveva forse ragione. 
 Di sicuro ciò, aggiunto ai costi per il soggiorno, ha tenuto lontano proprio i giovani, coloro per i quali il Seminario era stato pensato. E questo è evidentemente un serissimo problema, che ci obbliga a immaginare modalità e linguaggi adeguati alle nuove generazioni. 

Ci rincuora che tutti coloro che hanno partecipato al Seminario ne sono usciti più ricchi, di cultura politica ed economica, di idee. Il livello delle lezioni e del dibattito è stato altissimo. Densissime anche le discussioni politiche che si sono svolte, fino a notte fonda a volte, e che hanno coinvolto tutti i partecipanti.

Eco della Rete ha filmato e sta via via montando tutte le lezioni mattutine e le prolusioni pomeridiane. Un lavorone! E grazie ad Eco siamo intanto in grado di offrire ai nostri lettori la limpida e densa  prolusione di Marco Passarella.



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