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venerdì 24 marzo 2017

LEX MONETAE E DIRITTO EUROPEO di Jacques Sapir

[ 24 marzo ]

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s. La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…
 Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.
Lex Monetae e diritto europeo
Eppure questa “legge”, alla quale si faceva riferimento in  diritto internazionale negli anni ’20-’30 del Novecento per regolare il problema dei debiti degli stati che si sarebbero formati sui resti del decaduto Impero Austro-Ungarico, è esplicitamente menzionata dal diritto dell’Unione europea. Del resto è proprio in virtù di questo principio del diritto internazionale che il debito pubblico francese emesso in franchi fu convertito in euro nel 1999.
Il riferimento si trova nel regolamento (CE) n° 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997, relativo ad alcune disposizioni per l’introduzione dell’euro. Questo regolamento è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale [1] e può essere consultato in internet [2]. Il riferimento in particolare appare al paragrafo 8 ed è riportato qui di seguito:
“(8) considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi;”
Be’, diciamo che è abbastanza stupido pretendere di difendere un’istituzione senza conoscerne le leggi. Perché, e questo è un punto importante, è detto proprio che “la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi“. In altre parole, se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese. Ma è quantomeno strano che gli “esperti” europei ignorino le loro stesse leggi. È un po’ come se il Presidente della Repubblica [francese] dicesse che, secondo la Costituzione, il Presidente è eletto dal Parlamento…
Lex Monetae e agenzie di rating
Si può verificare inoltre come la citazione di una certa agenzia di rating, che fa da fondamento alle affermazioni catastrofiste dell’Institut Montaigne [3], venga direttamente invalidata dal sopra menzionato regolamento europeo: “Non c’è alcuna ambiguità (…) Se un emittente non adempie ai termini del contratto con i suoi creditori, ivi compresa la valuta in cui sono effettuati i pagamenti, dichiareremmo la situazione di default“, così ha detto recentemente Moritz Kraemer, direttore dei rating sovrani di Standard & Poor’s. Potremmo anche ignorare le agenzie di rating, ma resta il fatto che le loro opinioni sul rischio di credito (cioè di default) sono indispensabili per una buona gestione del rischio da parte degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e banche).
Se l’agenzia Standard & Poor’s decidesse di dichiarare il “default” della Francia, non sarebbe ovviamente seguita dalle altre agenzie e, soprattutto, non riuscirebbe a trovare nessun tribunale di livello internazionale disposto a convalidare la sua decisione. Perché i giuristi sanno bene che quanto accaduto nel 1999 si ripeterebbe, in virtù del principio giuridico del precedente. Il governo francese potrebbe anche citare in giudizio Standard & Poor’s per manipolazione del mercato del debito.
Combattere il “Progetto Paura”
La bellezza della Lex Monetae sta nel fatto che il debito pubblico emesso sotto diritto francese (che corrisponde al 97 percento del totale di questo debito) deve essere rimborsato nella moneta avente corso legale in Francia. Se la Francia decide che questa moneta è l’euro, il debito viene rimborsato in euro al tasso di conversione deciso dalla Francia. Se la Francia decide invece che la moneta avente corso legale sul suo territorio è (nuovamente) il franco, vale la stessa cosa. Detto altrimenti, i circa 1649 miliardi di euro di debito francese negoziabile [4] si trasformerebbero in 1649 miliardi di franchi.
Per quanto riguarda il debito privato delle famiglie e delle imprese francesi, se questo è stato emesso secondo il diritto francese, non cambia nulla. Il lavoro di Cédric Durand e Sébastien Villemont, pubblicato dall’OFCE (Osservatorio Francese per le Congiunture Economiche) e che uscirà tra qualche mese su una rivista internazionale, stabilisce con precisione le conseguenze dell’uscita dall’euro [5] e mostra che le imprese e le famiglie uscirebbero vincenti da questa situazione.
È quindi necessario capire che molti di coloro che parlano su questo tema, lo fanno esclusivamente per alimentare i timori e le paure dei francesi. Come nei mesi precedenti al referendum sulla Brexit, ci troviamo di fronte a un “Progetto Paura”. Progetto sconfitto col voto del giugno 2016. Bisogna sperare che anche gli elettori francesi sappiano opporvisi, con la ferma sicurezza di chi conosce i propri diritti.
NOTE
[1] Journal Officiel n° L 162, 19/06/1997 p. 0001 – 0003
[3] Chaney E., «A propos du monde imaginaire de ceux qui prônent une sortie de l’euro», Institut Montaigne, 02 marzo 2017

martedì 21 giugno 2016

IL POPULISMO E LA LOTTA CONTRO LE ÉLITE TECNO-OLIGARCHICHE di Jacques Sapir

[ 21 giugno ]

In vista della Assemblea-seminario di P101, pubblichiamo un importante recentissima intervista rilasciata da Jacques Sapir [nella foto]. Il tema è quello del "populismo". Il nostro spiega le vere cause del perché in Occidente, di contro alle élite oligarchiche, è la modalità populista quella adottata dalle diverse opposizioni.


D. La crescita dei discorsi ostili alle élite sistemiche trovano un ampio riscontro in Occidente: negli Stati Uniti con Donald Trump, in Francia con Le Pen,nel Regno Unito con coloro che sono per la Brexit. Perché abbiamo raggiunto un tale grado di opposizione tra il popolo e le élite?

R. L'ascesa del populismo è un fenomeno antico che riflette una profonda divisione tra il popolo e la "élite". Questo si manifesta con il fatto che le cosiddetti "élite" non sono più in grado di rappresentare il popolo. Questa frattura, però, ha le sue radici in vari sentimenti.

In primo luogo, c’è nella popolazione la sensazione che i dirigenti ed i politici eletti in termini generali, di fatto, costituiscono una "casta" separata dagli interessi della popolazione. Questo sentimento si nutre della pratica di "auto-segregazione", una lingua usata nei confronti di coloro che non fanno parte della "casta".

Inoltre è alimentato non solo con l'evidente connivenza della politica con il mondo degli affari, ma anche con intrattenimento e il giornalismo dei media mainstream. Pertanto, questo sostiene l'idea che si è in presenza di una "casta", con un particolare stile di vita, vite che sono separate dal resto della popolazione e finiscono ignorando la vita reale della maggior dei cittadini.
Il modello tradizionale sviluppato dal populismo passa per la rappresentazione di due mondi opposti: "loro" e "noi". Nell'immaginario politico francese, questa idea è rappresentata simbolicamente, prima del 1789, nei privilegi della nobiltà e nel terzo stato. Oggi si articola con il carattere apertamente cosmopolitico di questa "casta", piuttosto che nell'idea di una separazione totale delle persone che rimangono attaccate alla nazione.

Ma questo tipo di rappresentazione non riguarda solo l'immaginario politico francese. Si trova in molti paesi. E’ l'opposizione tra il popolo lavoratore, la “gente” e una "elite" corrotta, che troviamo ad esempio negli Stati Uniti con l'opposizione tra Washington e "Capitol Hill", assimilati alla nobiltà inglese e l'americano medio che rappresenta se stesso come il legittimo discendente degli "insorti". Si deve sapere che il populismo è stato parte della cultura politica degli Stati Uniti per un lungo periodo di tempo.

Ciò che sembra nuovo, nel caso di Donald Trump e Bernie Sanders è che le grandi correnti dello "establishement" politico, sia tra i repubblicani che tra i democratici, non è più in grado di incanalare questa dimensione populista.

Ma se torniamo in Europa, anche qui, l'ascesa del populismo non è nuova. Alla tradizionale rappresentazione populista, “il piccolo contro il grande", è venuta a sovrapporsi un’altra, più moderna e più formidabile nel suo effetto: quella di una élite tecnocratica che priva gli elettori del loro potere, e porta un paese gradualmente verso la tirannia.

Questa nuova immagine sta diventando sempre più comune in Europa nel corso degli ultimi quindici anni. Alla sua base ci sono ragioni molto reali. Di fatto, alla base di questo fenomeno rappresentanza c’è la confisca politica dei voti dei francesi e degli olandesi nei referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo. Più in generale, il populismo si è rafforzato, con l'idea che la voce del popolo si sente sempre meno. Questo spiega la radicalizzazione diìelle opinioni populiste in Europa oggi.

E’ ormai chiaro che il risentimento contro le "élite" si concentra in gran parte contro la UE. I partiti populisti sono situati principalmente in un'opposizione critica e radicale contro l'Unione europea. Ma l'aumento si spiega anche con gli eccessi antidemocratici che osserviamo in questi paesi. Negli ultimi quindici anni —in Europa— gli eccessi antidemocratici dell'integrazione europea sono il brodo di coltura per lo sviluppo del populismo. In un certo senso, è inevitabile.

D. C'è un denominatore comune delle "élite" in Occidente, sia in termini di metodi utilizzati che per l'ideologia che trasmettono?

R. L'ascesa di un potere tecnocratico che pretende di sostituire le opzioni politiche con decisioni "tecniche", e oligarchiche (lo vediamo nella crisi delle classi medie e il divario tra i più ricchi e il resto della popolazione) è il denominatore comune delle élite moderne. Esse sono fondamentalmente oligarchiche nei loro interessi, ma lo nascondono con un discorso basato su pretese tecniche, e questo discorso è essenzialmente una questione economica. Ho identificato questa evoluzione nel mio libro del 2002, "Gli economisti contro la democrazia".

L’abuso di tecniche della cosiddetta "comunicazione" ha sostituito nei partiti i grandi discorsi (come ad esempio la definizione del bene comune), la collusione tra politica e giornalisti del regime dominante conduce ad una relazione intima che fa parte dei metodi di questa élite oligarchica-tecnocratica.

Qui torniamo alla critica del liberalismo sviluppata da Carl Schmitt [nella foto sotto]. Ciò che è in gioco è la spersonalizzazione di azione politica. Questa spersonalizzazione porta alla depoliticizzazione delle società, un processo che porta i semi della sua scomparsa.
Nei sistemi attuali noti come "democrazia parlamentare", il potere, a quanto pare, non è più degli uomini, ma delle leggi. Tuttavia, queste leggi che sono vincolanti come regole generali, non le fanno gli individui perché sono leggi "tecniche".

In un sistema come questo, non c'è spazio per la polemica e lotta per il potere e l'azione politica [1]. C'è spazio solo per la posizione tecnica.

Così abbiamo una spoliticizzazione della politica, perché la maggior parte delle persone sentono che hanno perso la loro capacità di decidere, cioè la loro sovranità. Questa è la parte che gli analisti politici non capiscono, non capiscono il luogo fondante della sovranità nella democrazia. E’ l'argomento del mio recente libro Sovranità, democrazia, laicismo [2]. Un fattore aggravante per questa spoliticizzazione si chiama, "posizione morale", che caratterizza gran parte della politica dalla fine degli anni ‘80.

In realtà, questa "posizione morale" è solo un’apparenza, una ideologia nel senso marxista. Esiste solo per mascherare il potere di quella che ho chiamato l'élite oligarchico-tecnica. Il processo che ho descritto è sempre più chiaro per la maggior parte delle persone. Questo è ciò che spiega il crescente successo dei movimenti populisti. La sensazione di essere privati ​​del potere democratico è combinata con una sensazione ancor più reale; è la rabbia che deriva dal fatto che questa politica è venuta avanti spossessando la maggioranza, con un pretesto "morale".

E’ difficile immaginare una situazione peggiore di quella per cui un piccolo gruppo che agisce contro la morale, usa la "morale" come pretesto. E’ il collasso politico e morale di quella che è stata chiamata la "generazione morale" in Francia. Questa generazione che maturò politicamente con Mitterand (Hollande è uno dei rappresentanti) si lascia dietro solo macerie e delusione.

D. Cosa dovrebbero fare le élite cambiare per riconquistare la fiducia della gente?
R. Queste elite dovrebbero comprendere la natura profonda del processo che li vede coinvolti e contestarlo. Ma per fare ciò le élite dovrebbero essere disposte a mettere in discussione l'ideologia che legittima il loro potere. E’ molto improbabile che ciò accada. Sarebbe il suicidio politico della classe politica, sia di "sinistra" che di destra.

Quindi, dobbiamo capire che questa espropriazione di potere legittimo ha anche prodotto un accumulo di ricchezza sorprendente, e che le élite. L'ideologia che legittima il progetto europeo è la religione che ha formato queste élite.

Ci sono personaggi sono diventati archetipi di questa nuova religione. Vedi la Commissione europea; Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici, o Dijsselbloem. Tutti combinano l'arroganza di queste élite (in procinto di diventare casta), con il potere di imporre il "dogma" di una religione laica associata con il potere di decidere può, finalmente, produrre una grande appropriazione di benefici materiali e li qualifica pienamente come membri dell'oligarchia.

Ma questa trasformazione di integrazione europea in una nuova religione è stata accompagnata da misure che stanno uccidendo l'Unione europea. A questo proposito, il ruolo dell'Euro è importante. Questo fatto è ora riconosciuto dalle autorità nell'economia globale. Così dice Lord Mervyn King, ex governatore della Banca d'Inghilterra e della Banca centrale del Regno Unito (dal 2003 al 2013), che ha appena pubblicato un libro. [3] Questo è stato riconosciuto anche da Joseph Stiglitz, premio Nobel, nel suo ultimo libro, dedicato al rischio che l'euro rappresenta per l'economia dell’Unione europea. [5]

La pubblicazione di questi due libri è sintomatica. Quello che si dimentica di dire, però, è che c'è una dimensione politica, quella della sovranità a cui ho dedicato il mio nuovo libro [6], e quindi vi è la dimensione economica, di cui parlano Lord King e Stiglitz.

L’élite europea invece di ammettere il disastro va avanti con conseguenze e saranno catastrofiche. Chiaramente non è più in grado di mettere in discussione le propri credenze religiose. Pertanto essa va rimossa.

Poiché l'unico modo per uscire da questa situazione per i leader politici sarebbe rimettersi a fare della politica: ripensare il nostro rapporto con l'Unione europea; il modello economico e sociale che vogliamo per prossimi trenta anni; la questione delle alleanze nella nostra politica estera e la questione delle istituzioni e la reintroduzione di autentici meccanismi democratici.

Notiamo che in Francia ci sono tre persone che fanno un discorso politico differente: Marine Le Pen, Nicolas Dupont-Aignan [leader di Debout la République. Ndt] e Jean-Luc Mélenchon [leader del Parti de gauche, Ndt]. Tuttavia, sarà istruttivo vedere cosa diranno la notte del primo turno nelle elezioni presidenziali del 2017. Poiché questi tre candidati, nonostante le loro differenze, sembrano essere collegati in alcune questioni politiche.

D. Quanto tempo durerà questa situazione? Quale potrebbe essere la soluzione in Francia?
R. E’ chiaro che il divario tra l'élite, quello che Chevènement ha chiamato "establishment" e la maggior parte della popolazione è un importante fatto politico. La vittoria del "NO" nel referendum del 2005 è stata una prima sollevazione democratica, ma una sollevazione, per emergere vittoriosa, può richiedere atteggiamento populista.
In determinate condizioni, la legittimità carismatica, che è il cuore del populismo, aiuta la democrazia. Il nemico principale dello Stato democratico e dei principi dell’ordine democratico, non è solo lo stato reazionario, è anche lo stato di collusione, uno Stato dominato da caste oligarchico-tecnocratiche, quelle che non si sono staccate mai dal potere in Europa nel corso degli ultimi trent'anni anni. Uno Stato che unisce la legittimità democratica alla legittimità burocratica e che è attraversato dalla contraddizione fondamentale tra queste due forme di legittimità.

Per evitare che lo "Stato democratico" si converta in "Stato di collusione" è necessario re-introdurre una dimensione carismatica, modellando in tal modo lo Stato populista. E questo solleva la questione della politica.

La politica è definita dalla contrapposizione tra amici e nemici. Nell'arena politica, ci sono scontri irriducibili che coinvolgono, all'interno di ogni campo, le alleanze per definire chi vince. In questo ambito le differenti sensibilità possono riacquistare i loro diritti e la presenza di disaccordi diventa legittima.

Questa è la sfida del conflitto politico attuale. Sappiamo che in Spagna esiste Podemos, con una dimensione carismatica ovvia. Pertanto, non sembra opportuno identificare il concetto di populismo con il suo aspetto negativo. Il populismo non diventa demagogico dal momento che centrale è la sua dimensione carismatica. Molte volte decisioni eccezionali richiedono giustamente azioni eccezionali.

Adesso, tra la casta oligarchico-tecnocrática e gli avversari, la frattura è profonda e irrimediabile. In Francia, a questo, si aggiunge il fatto che l'attuale potere —Hollande e Valls— è profondamente screditato e delegittimato.


Questo potere può essere mantenuto attraverso una combinazione di forza repressiva e artificio. Esso si baserà su meccanismi istituzionali, ad esempio, la 49-3, [L’articolo 49, comma 3 della Costituzione francese consenta al governo di far passare una legge senza passare per il voto favorevole del Parlamento. E’ quel ch sta facendo l’attuale primo Ministro Manuel Valls. Ndt]), cercheranno anche di corrompere alcuni segmenti della società in una logica clientelare che è la contropartita della sua natura oligarchica. Ma saranno costantemente di fronte a rivolte locali. Vivremo mesi molto problematici, le elezioni presidenziali avranno la natura di un referendum. E vedremo se arriveremo tanto lontano.


*Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE
** Fonte: salir de l’euro



NOTE

[1] Bellamy R., (1994). ‘Destronar política “: liberalismo, constitucionalismo y democracia en el pensamiento de FA Hayek British Journal of Political Science, 24, pp 419-441 ..

[2] Sapir J., Soberanía, democracia, laicismo, París, Michalon de 2016.

[3] King, Mervyn A., El Fin de la alquimia: Dinero, Banca y el futuro de la economía mundial, Londres, Little, Brown.

[4] http://www.telegraph.co.uk/business/2016/02/28/lord-mervyn-king-forgive-them-their-debts-is-not-the-answer/

[5] Stiglitz Joseph E., El Euro: y TIC amenaza para el futuro de Europa, Nueva Yok, Allen Lane, 2016.

[6] Sapir J., Soberanía, democracia, laicismo, Michalon, París, enero de 2016.

mercoledì 8 giugno 2016

SCIOPERI IN FRANCIA: QUANDO LA VIOLENZA È LEGITTIMA DIFESA di Jacques Sapir

[ 8 giugno ]

Il Primo Ministro, il governo e la stampa subalterna si scatenano contro la CGT e qualificano gli scioperi che coinvolgono le raffinerie di “terrorismo sociale”. Il discorso tenuto da Manuel Valls è in totale contraddizione con quello che egli tenne nel 2010. Verità nell’opposizione, errore nella maggioranza…

Ma ciò che preoccupa è che, con la sua pratica, come una gestione esclusivamente poliziesca del movimento o per l’uso eccessivo dell’articolo 49.3 per far passare la legge “El Khomri”, (Un Consiglio dei ministri del 10 maggio 2016, ha autorizzato il Primo ministro ad impegnare la responsabilità del governo di fronte all’Assemblea Nazionale per il voto in prima lettura del progetto di legge che mira ad istituire nuove libertà e tutele per le imprese e gli attivi societari - “legge Lavoro” o “legge El Khomri” - . L’art. 49.3 della Costituzione francese del 1958 dà la possibilità al capo dell’esecutivo di adottare immediatamente un progetto di legge senza essere sottoposto al voto del Parlamento. N.d.T.), o per il suo linguaggio, egli instaura un clima di guerra civile in Francia.

Egli lo attua mentre viviamo, almeno in teoria, in uno stato di emergenza. Questo comportamento completamente irresponsabile costituisce oggi una minaccia per la pace civile.

Il ricatto dell’UE e dell’euro

La verità, negata dal governo ma ampiamente rivelata dalle molteplici dichiarazioni di dirigenti dell’UE, è che questa legge “El Khomri” è il ricatto che dobbiamo pagare a Bruxelles, all’Unione Europea e all’euro per far ammettere un deficit che supera le norme.[2] E’ per questo che il governo vi tiene tanto e che non vuole, e non può, ritornare sulla sua decisione.

Siamo dunque ricattati, cosa logica poiché non siamo più sovrani. Ma, questa legge non costituisce più precisamente una parte del ricatto. Già Emmanuel Macron, ministro dell’economia, annuncia una politica di moderazione salariale, cioè la dieta per i salariati, nel momento stesso in cui si oppone ad una misura simile per il padronato. Bel ragionamento di un uomo che confonde un governo con un consiglio d’amministrazione. Perché, nello spirito del Signor ministro, è ben presente il fatto che la Francia non potendo più svalutare, non può ristabilire la propria competitività che con la corsa al minor costo salariale. La volontà di condurre ogni negoziato nello stretto quadro degli “accordi di impresa” a discapito degli accordi di categoria o degli accordi nazionali, indebolisce in modo drammatico il rapporto di forza dei salariati nei confronti dei padroni.

Rapporto di forza e legittima difesa

Rapporto di forza, ecco la parola che irrita ma che comunque si impone. Non vi è buon negoziato se non con un rapporto di forza costruito e, spesso, affinché sia così occorre fare intervenire agenti esterni al negoziato. Cosa che ci conduce direttamente alla questione degli scioperi e dei blocchi attuali. C’è conflitto, e questo è evidente per tutti. Questo conflitto oppone il governo, e gran parte della “classe politica” di “sinistra” come di destra, ad una larga maggioranza della popolazione che i sondaggi danno tra il 70% e il 74% in opposizione a questa legge.[4] Da questo punto di vista, il ricorso a forme di lotta più violente costituisce una forma di legittima difesa. Una legittima difesa sociale, sicuramente, contro misure contenute in una legge che sono state imposte dall’estero in disprezzo delle regole democratiche, ma tale legittima difesa sociale non è meno legittima.

E’ chiaro che queste forme di lotta creano disordine, e coinvolgono persone che non sono direttamente implicate. Ma, questo disordine non fa che rispondere ad un disordine iniziale, che risulta dall’utilizzo dell’articolo 49-3. Pretendere allora di urtarsi per le conseguenze e non per la causa, rivela la più pura ipocrisia. Non si possono condannare i blocchi se, in origine, non si condanna l’uso del 49-3, e più in generale la tattica del governo che non apporta che risposte poliziesche ad un movimento sociale. Di fatto Manuel Valls si rivela un emulo di Jules Moch (uomo politico francese. Entrò in Parlamento nel 1928 per la SFIO. Nel 1938 fece parte del secondo governo di Leon Blum; dal 1940 entrò a far parte della Resistenza, rifugiandosi poi in Gran Bretagna. Rientrato poi in Francia dopo la liberazione, fu ministro dei Lavori Pubblici dal 1945 al 1947 e successivamente degli Interni dal 1947 al 1950. Si segnalò per la repressione dei grandi scioperi a guida CGT del 1947-1948, N.d.T.).

Ipocrisie e coerenza

Eppure, queste non sono le uniche ipocrisie suscitate da questo movimento di protesta. Come qualificare diversamente l’atteggiamento dei dirigenti di un partito che proclama a parole la sua opposizione alle pratiche e alle politiche promulgate dall’UE, ma che non ha che “l’ordine” in bocca quando si tratta dei blocchi delle raffinerie e dei depositi di carburanti. Tuttavia, si sappia, essi non condannano la legittima difesa in modo sistematico. Che riflettano dunque sull’origine dei disordini che pretendono di condannare e vedranno tutta l’incoerenza delle proprie posizioni.

C’è anche molta ipocrisia nelle condanne dei blocchi da parte di quei deputati di opposizione che sono i primi ad indignarsi contro le misure europee e contro la perdita di sovranità che queste comportano, ma che hanno la nausea quando i lavoratori passano concretamente all’azione contro queste misure.

C’è infine un’immensa ipocrisia nel comportamento di quei membri del P “S” che condannano senza condannare la legge El Khomri, e che rifiutano di dire le cose come effettivamente sono perché capiscono bene che l’origine di tali questioni sono l’Unione europea e l’euro.

Ciò che minaccia oggi la Francia, è la combinazione di due fenomeni. Da un lato, la testardaggine di questo governo che non è altro che il procuratore di una potenza straniera e che, per non dispiacere ai suoi veri padroni, è pronto a far piombare il paese nella guerra civile. Dall’altro, l’ipocrisia generalizzata di molti, e la mancanza di coerenza che rivela questa ipocrisia. Poiché, i nostri avversari, quelli di Bruxelles e di Francoforte, quelli che cercano di imporre alla Francia ciò che hanno già imposto in Grecia, in Spagna e in Italia, loro, sono coerenti.

Note
[1] Si veda http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2016/05/17/31001-20160517ARTFIG00137-ce-que-la-loi-el-khomri-doit-a-l-union-europeenne.php
[2] Si veda il “Rapporto per la Francia” redatto nel febbraio 2016 dai servizi della commissione europea, pp. 82 e ssq. http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/cr2016_france_fr.pdf
[3] http://leplus.nouvelobs.com/contribution/1512903-les-francais-hostiles-a-la-loi-el-khomri-le-peuple-a-ete-et-reste-tres-mal-informe.html
[4] Si veda Sapir J., “Nous y voilà (49-3)” nota pubblicata sul giornale RussEurope l’11 maggio 2016,https://russeurope.hypotheses.org/4941


Fonte communcommune.com
Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

mercoledì 25 maggio 2016

TEMPO DI CONFESSIONI ( E CHE CONFESSIONI!) di Jacques Sapir

[ 25 maggio ]


L'amico J.Sapir segnala le importanti affermazioni svolte recentemente, proprio a Roma, da due dei più potenti eurocrati. Affermazioni che la stampa e le Tv italiane hanno fatto passare, guarda un po',  sotto silenzio.

È il momento delle confessioni. Oh, non quello delle dolci confessioni che si fanno gli innamorati, né quello delle confessioni estorte con la forza e la sofferenza. NO, semplicemente le confessioni di persone che si sono sbagliate e che hanno ingannato il pubblico e ciò davanti all'evidenza. Parliamo delle vergognose confessioni di politici con le spalle al muro e le cui costruzioni stanno crollando.

Confessioni europee

Alcune di queste confessioni riguardano l’Europa. Cominciamo dunque dalla più bella ; quella dell’onorevole Martin Schulz, presidente socialdemocratico (SPD) del Parlamento europeo, che è stata fatta in occasione di una conferenza sull’Europa che si è tenuta a Roma [1]. Cosa dice allora il signor Schulz ? Che l’Europa “era una promessa fatta ogni giorno per più posti di lavoro, servizi, crescita” ma che conduce a “un senso di ingiustizia, questa non è l’Europa che volevano vedere”. Riconosce che i sacrifici richiesti agli europei dovevano salvare le banche. Ne prendiamo atto onorevole Schulz. Aggiungiamo che non c’era bisogno di Lei per capirlo.

Così in Grecia, su tutti gli aiuti stanziati, solo 9,7 miliardi di euro sono andati al governo greco, ossia esattamente il 4,9 per cento [2]. Ora, la Doxa europea, ma anche francese, era che avevamo già aiutato molto la Grecia. La verità è che i contribuenti dei diversi Paesi hanno salvato degli investitori privati [3], delle banche, principalmente tedesche e francesi. Ma, quando si è socialisti, si dovrebbe lottare contro questo stato di cose. Ora, la verità è che, come i socialisti francesi, belgi, spagnoli e altri (e non dei migliori), Lei è stato connivente con questa politica. È singolare piangere sul disastro che si è causato. Ricordiamo che Guglielmo II, imperatore della Germania, davanti al carnaio della prima guerra mondiale pronunciò un famoso “non avevo voluto questo”… Però, ciò che caratterizza l’uomo (o la donna) politico e, intendiamoci bene, parlo del vero uomo politico, non è versare lacrime, ma agire, e in questo caso agire per riparare il disastro commesso.

Ma il signor Tusk, il presidente (polacco) del Consiglio europeo non è stato da meno. Nella stessa conferenza, ha dichiarato : “il sogno di un singolo Stato europeo, di una sola nazione europea è un’illusione. Dobbiamo accettare di vivere in un’Europa con diverse valute, con diverse forze politiche, e la cosa peggiore è far finta di non saperlo”. 
È come riconoscere che la strategia del “federalismo furtivo” che è quella adottata dall’Unione europea, si è rivelata un fallimento. Un fallimento perché lo scopo che ci si era prefissi era un’illusione, e lo dice il Presidente del Consiglio europeo, poi anche perché il desiderio di raggiungere questa illusione (e questo è stato il ruolo politico dell’Euro) ha distrutto il progetto europeo. Ma allora ci si può porre una domanda : se il signor Tusk fosse onesto dovrebbe, o convocare una riunione al più alto livello affinché i Paesi dell’Unione Economica e Monetaria (nome tecnico dell’Eurozona) si mettano d’accordo sulle condizioni della dissoluzione di questa zona, oppure dimettersi.

Confessioni francesi

Ma queste confessioni non sono le uniche. In Francia, il Presidente e il governo riconoscono, molto tardivamente, il che il Ttip non è ratificabile nelle condizioni in cui siamo. Come se non lo sapessimo! Significa tenere in poco conto parecchi anni di dibattiti che hanno mostrato gli effetti nocivi di questo futuro trattato. Ma c’è anche molta ipocrisia. Poiché ciò che il governo e il Presidente rimproverano al Ttip, è semplicemente che questo trattato non stabilisce l’uguaglianza nell’accesso ai mercati pubblici. È importante, naturalmente, ma è poca cosa rispetto alle potenziali conseguenze di questo trattato in materia di norme alimentari o ambientali, o anche in materia di spossessamento di sovranità degli Stati e, di conseguenza, dei cittadini. Sì, anche qui c’è molta ipocrisia.

Un’ipocrisia che non è la prerogativa dei “socialisti”. Così, Natacha Polony può giustamente [4] denunciare la risposta inadeguata e tutto sommato miserabile che Alain Juppé ha dato al Generale Soubelet e che gli è valsa un articolo vendicativo del Generale Desportes [5]. Il caso del generale Soubelet è esemplare. Costretto dal governo a dare le dimissioni per aver denunciato, nel corso di un’audizione parlamentare, lo stato deplorevole della gendarmeria e aver messo in discussione il funzionamento della giustizia. Non possiamo condividere tutte le constatazioni fatte dal Generale Soubelet. Ma, davanti a dei parlamentari, doveva dire cosa pensava, prendendo il rischio che questi parlamentari interrogassero altri responsabili e non tenessero conto di queste osservazioni. La sanzione che subisce è inaccettabile e costituisce un errore imperdonabile da parte del governo. Ma che il signor Juppé prenda partito per questi lupi è una confessione dal pesante significato. Così, questo ex ministro degli esteri preferisce il silenzio complice alla verità che fa male. Ecco che cosa dobbiamo dire a tutti quando egli, forse, verrà ad elemosinare i nostri voti.

Queste confessioni sono diverse, ma hanno tutte una cosa in comune. La verità, sia quella sulla situazione che  quella sulla natura degli uomini non può essere nascosta eternamente. Quando le illusioni si spezzano, gli uomini (e le donne) politici sono messi davanti alla realtà. 
E’ dunque venuto il momento di confessare e questo ci fa capire quanto valgono questi politici.

NOTE

[1] http://www.lapresse.ca/international/europe/201605/05/01-4978551-LEurope-est-une-promesse-trahie-selon-le-president-du-parlement.php
[2] https://global.handelsblatt.com/edition/423/ressort/politics/article/study-finds-greek-bailouts-saved-banks-not-people
[3] http://www.macropolis.gr/?i=portal.en.the-agora.2080
[4] http://www.lefigaro.fr/vox/societe/2016/05/06/31003-20160506ARTFIG00185-natacha-polony-le-cri-des-muets-exasperes.php

[5] http://www.lemonde.fr/idees/article/2016/05/04/le-general-vincent-desportes-vous-avez-tort-monsieur-juppe_4913212_3232.html


* Fonte: RusseEurope, maggio
** Traduzione a cura della redazione







martedì 17 maggio 2016

GLOBALIZZAZIONE, SOVRANITÀ, CONFINI E FALSO INTERNAZIONALISMO di Jacques Sapir

[ 17 maggio]

Un breve ma denso saggio sulla incompatibilità tra globalizzazione e democrazia, tra Unione europea e sovranità popolare, tra gli interessi del capitale multinazionale ed il bene comune.

«La questione della libertà dei popoli nel contesto di un’economia globalizzata si pone in molte occasioni. Le questioni che bisogna cercare di risolvere, dalle contrattazioni commerciali ai problemi di inquinamento, passando per le conseguenze delle catastrofi naturali superano, almeno in apparenza, i confini e la giurisdizione delle nazioni. Di qui nasce la domanda: le nazioni sono uno strumento o un ostacolo per risolvere questi problemi? La loro soluzione sarebbe più veloce ed efficace con l’emergere di un potere sovranazionale? Questa è la logica dei negoziati internazionali sui cosiddetti trattati di libero commercio, l’ultima incarnazione dei quali è il TAFTA (TTIP, ndt) [1] . Da questi trattati è sorta una “ideologia” del libero commercio moderno, che non regge a una seria analisi [2] . Tuttavia, questo rende obbligatorio definire che cosa sia una soluzione “efficace”. A meno che non si pretenda che queste soluzioni possano essere valutate solo in senso tecnico, che non sollevino conflitti, bisogna ammettere che il concetto di efficacia è in realtà politico. Tuttavia, il concetto di efficacia politica comporta implicare il concetto di legittimità, e quindi della libertà degli attori. E qui dobbiamo tornare alla creazione di quei contesti di espressione e organizzazione della democrazia che sono gli Stati.
Globalizzazione e democrazia
Una recente decisione della corte di Karlsruhe indica, per esempio, che la democrazia in Europa si esprime solo nel contesto degli Stati, e che non vi è alcun “popolo europeo”. La sentenza del 30 giugno 2009 stabilisce infatti che, a causa dei limiti del processo democratico in Europa, solo gli Stati nazionali sono depositari della legittimità democratica [3] . Il punto è importante perché erano in questione le regole fiscali che avrebbero dovuto essere adottato nel contesto dell’ euro. Siamo dunque in presenza dello stesso tipo di istituzione per definizione sovranazionale i cui metodi di gestione sembrano implicare una cessione di sovranità da parte degli Stati. Eppure la decisione della Corte costituzionale tedesca, in questa sentenza del 2009, è stata di stabilire che solo una decisione presa nel contesto di una Nazione era legittima, e quindi efficace.
Ora, non è senza significato, né senza conseguenze, che la Nazione e lo Stato si siano storicamente costruiti in Francia, ma anche altrove in Europa, sia nella lotta contro il feudalesimo locale sia contro le pretese sovranazionali (già allora…) del papato [4] . Ciò ci impone di pensare all’esistenza di queste due forme contemporaneamente. Ma la questione della nazione solleva anche quella del popolo. La formazione dello Stato come principio indipendente dalla proprietà del Principe si è formata attraverso un doppio movimento di formazione della Nazione, come entità politica, separata dalla proprietà del Principe [5] , e del Popolo come un attore collettivo [6]. La sovranità nazionale è, in ultima analisi, quella del popolo. Ma non possiamo pensare al “Popolo” senza pensare nello stesso movimento alla “Nazione”. E la sovranità si definisce correttamente la libertà del “Popolo”, nella cornice della “Nazione”. Questo è il motivo per cui la sovranità è essenziale all’esistenza della democrazia. La sovranità è una e non si può dividere, sia detto senza offesa per nessuno, anche se le sue applicazioni sono con ogni evidenza molteplici.

Ma se una comunità politica non è più padrona del suo destino, e questo è il caso quando si è di fronte a poteri sovranazionali, al suo interno non può più esserci democrazia. E quindi non può nemmeno essere determinato un “bene comune” [7] . Allora  ​​inevitabilmente si è costretti a cercare un altro cemento per questa comunità, ed è qui che troviamo la religione. Oggi si può constatare che l’attuale sviluppo del fondamentalismo religioso è in realtà la traduzione degli effetti di ciò che viene chiamato globalizzazione. Ma notare un fenomeno non significa affatto accettarlo, né tanto meno rallegrarsene. Tutti coloro che cantano le lodi delle presunte bellezze della globalizzazione, secondo loro dispensatrice di felicità, dovrebbero essere consapevoli che è proprio quest’ultima che produce, in modo naturale e permanente, l’aumento dei fondamentalismi religiosi.
Certo, ci sono nazioni sovrane che non sono democratiche, ma non ha potuto instaurarsi alcuna democrazia là dove si è privi di sovranità. Qualsiasi tentativo di creare uno spazio democratico crea in realtà uno spazio di sovranità. I due concetti sono indissolubilmente legati.
La fase attuale della globalizzazione
La confisca della libertà e della democrazia ormai è nei fatti. Prende la forma dei vari trattati che ci legano all’Unione europea e che sottomettono la rappresentanza democratica a un’autorità non eletta. Questi trattati sono stati “giustificati” con argomenti economici, che in gran parte sono stati smentiti dal tempo. Durante la preparazione del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a Cancun nel 2003, si potevano leggere e ascoltare le stime dei guadagni che sarebbero dovuti derivare dalla liberalizzazione del commercio mondiale, pari a diverse centinaia di miliardi di dollari. I due principali modelli utilizzati per stimare questi “guadagni” erano Linkage, sviluppato all’interno della Banca Mondiale, e GTAP (Global Trade Analysis Project) della Purdue University [8] . In entrambi i modelli, era applicato ai dati reali il quadro teorico del modello di equilibrio generale [9] . Modelli di questo tipo sono ampiamente utilizzati dai ricercatori che vogliono stimare gli effetti della liberalizzazione del commercio internazionale. Tuttavia, i limiti e le carenze di questi modelli sono ben noti [10] . Il modello Linkage, utilizzato dalla Banca mondiale, aveva stimato un guadagno totale di 832 miliardi di dollari, di cui 539 solo per i paesi in via di sviluppo. Queste cifre giustificavano le politiche di liberalizzazione del commercio mondiale, rafforzavano la credibilità del WTO nel suo ruolo di “garante” della governance internazionale della globalizzazione e hanno accreditato l’idea che il libero scambio fosse una necessità per lo sviluppo di questi paesi. Ma l’euforia generata da queste statistiche e questi modelli non è durata molto. Nel caso di Linkage, i guadagni derivanti dalla liberalizzazione del commercio sono crollati da più di 800 miliardi di dollari a circa 290, di cui solo 90 per i paesi in via di sviluppo. E in effetti, se togliamo la Cina da questo gruppo di paesi, il guadagno diventa nullo. Una simile variazione nelle previsioni, in così poco tempo, lascia storditi  [11] .
Questa confisca è anche opera delle multinazionali, che impongono norme che consentono loro di dettare legge. Questo, infatti, è il vero argomento in gioco nell’accordo di libero scambio proposto tra il Nord America e l’Unione europea, TAFTA o TTIP [12] .
Una disgregazione mortale della sovranità
Questa disintegrazione della sovranità nazionale, questa dissoluzione cui assistiamo potrebbe anche avere come scopo quello di far nascere un’altra nazione. Se così fosse, si potrebbe capire, ma non necessariamente approvare un progetto che ignora la profondità storica necessaria a costruire le istituzioni e la loro legittimità [13] . Ma nemmeno questo è il caso.
Affermando perentoriamente che l’Unione europea è un progetto “sui generis” [14] , i leader europei si rendono esenti da qualsiasi controllo democratico, in particolare nel campo della negoziazione di nuovi trattati, come il TAFTA e prima di lui il CETA (Accordo economico commerciale globale tra UE e Canada, ndt) e vogliono cancellare la possibilità che questi accordi siano contestati in modo legittimo. In questo modo seppelliscono il principio di sovranità nazionale, ma senza sostituirlo con un altro principio.
Questa volontà feroce di eliminare dal campo della politica il principio di sovranità conduce alla volontà di far scomparire anche il principio della democrazia. Ma in questo modo si distrugge anche un legame sociale della più grande importanza. Non si deve quindi essere sorpresi che la società scivoli verso l’anomia e la guerra di “tutti contro tutti”. Non è quindi sorprendente che ci si svegli, come è successo nell’estate del 2014, con frammenti della nostra società che non si pensano più in primo luogo francesi, ma musulmani o ebrei,  “neri” o “bianchi”: in breve, è l’ascesa del comunitarismo che oggi corrode la nostra “convivenza”. Ma c’è in particolare una dimensione profondamente francese che è un misto di odio per la Nazione, ritorno del senso di colpa, e di quel passato rancido che ci arriva dal 1940. Lasciamo perdere la Francia, dicono queste grandi menti, e andiamo a perderci nella massa amorfa che è oggi l’Unione europea, anche a costo di abbandonare la democrazia e la sovranità.

Lo Stato e le grandi imprese
Ma lo Stato non è forse oggi contestato anche dalle grandi imprese, quelle che gli anglosassoni chiamano “corporation”? Se anche si potesse arrivare a un accordo sull’argomento dello Stato, non sarebbe comunque messo in discussione dallo sviluppo delle società multinazionali e dal loro potere materiale e finanziario, che spesso è della stessa dimensione di quello di numerosi Stati?
William Dugger [15] critica la definizione classica dello stato di Max Weber, una comunità che ha il monopolio legittimo della violenza, come troppo limitata [16]. Se le funzioni dello Stato sono definire i diritti, regolare i conflitti e monitorare le prestazioni, queste funzioni sono anche quelle delle grandi aziende. E vediamo che in molti accordi internazionali, già firmati o da firmare, come il TTIP, il diritto privato rischia di avere la meglio sul diritto pubblico.
La posizione di Dugger è interessante, ma costituisce allo stesso tempo un progresso e un regresso. Il progresso è che la definizione delle funzioni istituzionali dello Stato aiuta a comprendere come il suo campo d’azione possa essere eroso, soggetto alla concorrenza di altre organizzazioni di grandi dimensioni. Allo stesso tempo, eliminando il concetto di monopolio della violenza, Dugger rimuove l’aspetto normativo di questa concorrenza. Fino a che un’organizzazione detiene il monopolio dell’uso della forza, e può quindi utilizzarla contro altre organizzazioni, anche se queste hanno obiettivi della medesima natura, è chiaro che si stabilisce una gerarchia, e che si mettono in atto legami di subordinazione. Se però questo monopolio è eroso, questa gerarchia entra in crisi. La domanda allora è se questo monopolio è eroso su tutto il territorio che lo Stato afferma di controllare, o solo su una parte di esso.
In effetti, il ragionamento è limitato perché è organizzato attorno a un confronto tra lo Stato e un’impresa. Tuttavia, l’argomento ha valore descrittivo innegabile. Bisogna anche aggiungere che non è nuovo, e anche l’assimilazione dello Stato a un’impresa, anche se si tratta di un’impresa il cui scopo è quello di mantenere il suo potere[17] . Le condizioni di relativa debolezza dello Stato di fronte a un’azienda sono ben descritte. Esse contengono implicitamente un argomento a favore di un settore di produzione statale, anche limitato: per offrire allo Stato un’alternativa di fronte alle pretese dell’impresa giocando sul suo stesso terreno.
Sovranità e diritto internazionale
Il Diritto internazionale coordina il Diritto di ciascuno Stato, si tratta di un Diritto di coordinamento [18] . Questa è la logica sviluppato da Simone Goyard-Fabre [19] . Ma questa logica oggi è messa in discussione con il pretesto che oggi saremmo in misura sempre maggiore di fronte a problemi globali, come il riscaldamento del clima.
Si ipotizza dunque spesso che i trattati internazionali oggi limitino la sovranità degli Stati. I trattati sono infatti percepiti come obblighi assoluti in base al principio pacta sunt servanda [20] . Ma questo principio può dar luogo a due interpretazioni. Una è che questi trattati non sono altro che una implementazione di un altro principio, quello della razionalità strumentale. Questo implica di supporre una ragione immanente e una completezza dei contratti che costituiscono i trattati, due ipotesi delle quali è facile dimostrare la falsità. La seconda è che si può anche considerare che questo principio significa che la capacità materiale dei governi di prendere decisioni presupponga che tutte le decisioni precedenti non sono tutte le volte e contemporaneamente rimesse in discussione. Questo argomento utilizza una visione realistica delle capacità cognitive degli agenti. Ma dire che è auspicabile che un trattato non sia immediatamente contestato, non significa che non possa mai essere contestato. In certi momenti è opportuno poter contare sulla stabilità dei contesti entro cui si organizzano i trattati, ma questo non stabilisce per nulla un loro potere decisionale superiore a quello delle parti firmatarie, né quindi sulla loro sovranità. Per questo, d’altra parte, il diritto internazionale è necessariamente un diritto di coordinamento, e non un diritto di subordinazione [21] . L’unanimità, e non la maggioranza, ne è la regola. La comunità politica è quella degli Stati partecipanti. Un trattato è vincolante solo per i suoi firmatari, e ogni firmatario gode di un uguale diritto quando si impegna con la firma, indipendentemente dalle sue dimensioni, dalla ricchezza, o dal numero dei suoi abitanti [22] . Voler sostituire il diritto di subordinazione al diritto di coordinamento ha un solo significato: la creazione di un diritto che sarebbe separato dal principio di sovranità e non avrebbe alcuna altra base per la sua esistenza che se stesso.
Infine, l’approccio che pretende di basare sulla dimensione globale di alcuni problemi la messa in discussione della sovranità degli Stati è stato criticato a suo tempo da Simone Goyard-Fabre: ”  Che l’esercizio della sovranità non possa essere effettuato se non attraverso organismi differenziati, dotati di competenze specifiche e che operano indipendentemente gli uni dagli altri, non implica nulla sulla natura del potere sovrano dello Stato. Il pluralismo organico (…) non divide l’essenza o la forma dello Stato; la sovranità è una e indivisibile ”  [23] . L’argomento che vuole basarsi sui limiti pratici della sovranità per limitarla anche come principio è, nella sostanza, di una grande debolezza. Gli Stati non hanno mai avuto la pretesa di controllare materialmente tutto, neanche nel loro territorio. Il despota più potente e più assoluto è impotente di fronte a un uragano o una siccità. Non dobbiamo confondere i limiti legati al campo della natura con la questione dei limiti della competenza del Sovrano.

Non ci può essere alcun diritto di subordinazione, a meno che gli Stati firmatari non si fondano in una sola comunità sociale e politica. Questo è il caso delle federazioni. Al di fuori di questo processo, voler sostituire il diritto di subordinazione al coordinamento del diritto ha, ancora, un solo significato: la creazione di una legge che sarebbe separato dal principio di sovranità e non avrebbe alcuna base per la sua stessa esistenza che se stessa.
Stati, confini e ordine democratico
Bisogna dunque pensare all’esistenza di un ordine democratico nell’era della globalizzazione. L’ordine democratico richiede confini, per essere in grado di definire chi è responsabile di che cosa, ma anche un concetto di appartenenza che sia territoriale (jus soli). L’assenza di confini, l’indeterminatezza della comunità di riferimento, separano l’esercizio della responsabilità dal suo controllo.
Cancellare i confini è una prospettiva allettante, che ha l’apparenza della generosità. Vi si ritrovano bene sia i più accaniti difensori della globalizzazione dei mercati sia i loro detrattori più feroci, che interpretano in modo radicale, e secondo noi improprio, il concetto di internazionalismo. L’idea dei confini per loro è un concetto a priori aberrante. I confini significano la separazione di esseri che la loro natura intrinseca dovrebbe unire.
Per i primi, l’esistenza di confini, e quindi di leggi diverse, tariffe doganali e altri divieti è un attacco intollerabile alla “libertà di commercio”. Ma questa affermazione, sia pensando al commercio sia in una visione deviata dell’internazionalismo non significa altro che sostenere che la natura dell’uomo esiste a prescindere da qualsiasi rapporto con una organizzazione sociale. Ora, abbiamo visto che una tale posizione è in realtà insostenibile, a meno di non proiettarci nuovamente nella metafisica e in ragionamenti non realistici.
Quindi accettare che la dimensione sociale è la più importante aiuta a comprendere che negare i confini significa negare ciò che rende possibile la democrazia, ovvero l’esistenza di uno spazio politico in cui siamo in grado di vigilare sia sul controllo sia sulla responsabilità. Quest’ultima, infatti, non può accontentarsi, come sostiene Jurgen Habermas, di essere semplicemente deliberativa [24] . Ci sono certamente molti punti positivi in questa visione. Tuttavia, essa contiene anche dimensioni ideali e irrealistiche, che rendono questa visione della democrazia vulnerabile alle critiche [25] . Ricordiamo che il potere di decidere deve essere governato da norme di uguaglianza e di simmetria, che ciascuno ha il diritto di mettere in discussione il programma, e che non ci sono regole che limitano il programma né l’identità dei partecipanti, purché ogni persona esclusa possa dimostrare in modo giustificato che è coinvolta dalle norme che sono in discussione. L’esistenza di queste norme implica la realizzazione di uno Stato e definisce uno spazio. È solo a queste condizioni che può esistere la democrazia.
Note
[1] Cherenti R. e B. Poncelet Le Grand marché transatlantique : Les multinationales contre la démocratie, Editore Bruno Leprince, maggio 2011.
[2] Bairoch P., R. Kozul-Wright, « Globalization Myths: Some Historical Reflections on Integration, Industrialization and Growth in the World Economy », Discussion Paper, n° 113, Ginevra, UNCTAD-OSG, marzo 1996
[3] Vedi H. Haenel, « Rapport d’information », n° 119, Sénat, session ordinaire 2009-2010, Parigi, 2009.
[4] Carré de Malberg R., Contribution à la Théorie Générale de l’État, Éditions du CNRS, Parigi, 1962 (prima edizione, Parigi, 1920-1922), 2 volumi. T. 1, pp. 75-76
[5] Vedi, Flori J., Philippe Auguste – La naissance de l’État monarchique, éditions Taillandier, Paris, 2002 ; Baldwin J.W., (trad. Béatrice Bonne, pref. Jacques Le Goff), e Favier J., Les légistes et le gouvernement de Philippe le Bel », inJournal des savants, no 2, 1969, p. 92-108. Idem, Un Conseiller de Philippe le Bel : Enguerran de Marigny, Parigi, Presses universitaires de France, (Mémoires et documents publiés par la Société de l’École des chartes), 1963
[6] Bensaïd D., Jeanne de guerre lasse, Parigi, Gallimard, « Au vif du sujet », 1991.
[7] Bodin J., Les Six Livres de la République, (1575), Librairie générale française, Paris, Le livre de poche, LP17, n° 4619. Classiques de la philosophie, 1993.
[8] Vedi Hertel T., D. Hummels, M. Ivanic, R. Keeney, « How Confident Can We Be in CGE-Based Assessments of Free-Trade Agreements? », GTAP Working Paper, n° 26, West Lafayette (Ind.), Purdue University, 2004.
[9] Taylor L. e R. von Arnim, « Modelling the Impact of Trade Liberalisation: A Critique of Computable General Equilibrium Models », Oxfam, Oxford, Oxford University Press, 2006.
[10] Vedi F. Ackerman, K. Gallagher, « Computable Abstraction: General Equilibrium Models of Trade and Environment » in F. Ackerman, A. Nadal (dir.),The Flawed Foundations of General Equilibrium: Critical Essays on Economic Theory, New York/Londra, Routledge, 2004, p. 168-180. Per una analisi critica più generale della teoria dell’equilibrio generale, vedi J. Sapir, Les Trous noirs de la science économique, Parigi, Albin Michel, 2000.
[11] Vedi F. Ackerman, « An Offer You Can’t Refuse: Free Trade, Globalization and the Search for Alternatives » in F. Ackerman, A. Nadal (dir.), The Flawed Foundations of General Equilibrium, op. cit., p. 149-167.
[12] Cherenti R. e B. Poncelet Le Grand marché transatlantique : Les multinationales contre la démocratie,. Op.cit..
[13] Bentley A., The Process of Government (1908), Evanston, Principia Press,1949.
[14] Comme Manuel Barroso, Barroso J-M., Speech by President Barroso: « Global Europe, from the Atlantic to the Pacific », Speech 14/352, discorso tenuto all’Università di Stanford, 1° maggio 2014
[15] Dugger, W.M., “An evolutionary theory of the state and the market”, in W.M. Dugger e W.T. Waller Jr., (eds), The Stratified state , M.E. Sharpe, New York, 1992
[16] Dugger W.M., “Transaction cost Economics and the State”, in C. Pitelis, (ed.), Transaction Costs, Markets and Hierarchies, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 188-216. Vedi anche, W.M. Dugger, “An evolutionary theory of the state and the market”, op.cit..
[17] Vedi su questo argomento Hintze, O., Féodalité, Capitalisme et État moderne, ed. H. Bruhns, trad. F. Laroche, Paris, MSH, 1991 e soprattutto Weber, M., Économie et société, 2 vol., Paris, Pocket (1992 per l’edizione francese, 1922 per l’edizione originale).
[18] Dupuy R.J., Le Droit International, PUF, Paris, 1963
[19] Goyard-Fabre S., « Y-a-t-il une crise de la souveraineté? », in Revue Internationale de Philosophie, Vol. 45, n°4/1991, pp. 459-498.
[20] Idem, p. 485.
[21] Dupuy R.J., Le Droit International, PUF, Paris, 1963.
[22] Punto sottolineato dal XVIII secolo da De Vattel, E., Le droit des gens, Londra, s.n., 1758, ed. del 1835. Bisogna sottolineare qui che l’espressione « droit des gens » sottolinea in realtà l’organizzazione delle relazioni tra Nazioni.
[23] S. Goyard-Fabre, « Y-a-t-il une crise de la souveraineté? », op.cit., p. 480-1.
[24] Habermas, J., Theory of Communicative Action Volume One: Reason and the Rationalization of Society (Book). Boston, Mass.: Beacon Press, 1984.
[25] Per una esposizione delle posizioni di Habermas, S. Benhabib, « Deliberative Rationality and Models of Democratic Legitimacy », in Constellations, vol.I, n°1/avril 1994.

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