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giovedì 9 maggio 2019

COME NON SI COMBATTE IL FASCISMO di Piemme

[ 9 maggio 2019]

Due sono i fatti che oggi balzano alla cronaca. Lo smantellamento, al Salone del libro di Torino, della casa editrice neofascista Altaforte, e la dura contestazione di Virginia Raggi nel quartiere di Casal Bruciato a Roma.
Due fatti distanti e di diversissima natura e tuttavia il circo mediatico ha avuto facile gioco e connettere ad un unico filo conduttore: l'antifascismo.

Nel primo caso, quello di Torino è stato tolto lo stand ad una piccola casa editrice legata ai "fascisti del terzo millennio". Nel secondo caso ancora Casa Pound protagonista perché si è fiondata sulla protesta di alcuni abitanti di Casl Bruciato contro l'assegnazione di un alloggio ad una famiglia rom italiana (sottolineo italiana).

Per la cronaca: CP è riuscita a presentare liste alle europee saltando l'improba 

raccolta di firme grazie alla cortesia di un parlamentare ungherese, quindi, sempre per la cronaca, CP, tanto per non smentirsi, va in alleanza con la lista almirantiana e finta pro-Forconi "Destre Unite".

Sul primo caso c'è poco da dire: si tratta di una sciatta operazione di censura politica e ideologica, compiuta in nome dell'antifascismo di regime. Un antifascismo con cui la sinistra patriottica non ha nulla a che spartire, e non solo perché si è risolta in uno spettacolare spot a favore di una minuscola casa editrice di cui basta guarda i titoli per capirne il penoso livello culturale. Dalle parti della sinistra radicale (che un tempo gridava allo "antifascismo militante" per distinguerlo da quello di regime) si esulta per l'atto censorio, a dimostrazione che essa va a rimorchio del potere neoliberista ed ha perso ogni barlume di autonomia. 

Fiancheggiare l'antifascismo del regime liberal-liberista, apparire come collusi con esso, non solo è un modo sbagliato di fare antifascismo, è molto peggio, significa spianare la strada alla crescita dei neofascisti, che ogni volta che simili sodalizi si manifestano, vanno infatti in brodo di giuggiole. Andare a rimorchio dell'élite di regime significa di fatto agire da fiancheggiatori dei neofascisti.


*  *  *

Simile, pur essendo il contesto del tutto diverso, il tranello in cui gli antifascisti di sinistra sono caduti a Casal Bruciato — come del resto già avvenne nel 2014 a Tor Sapienza, a Torre Maura e sempre a Casal Bruciato un mese fa

Alcune periferie di Roma sono una vera e propria polveriera sociale. Casal Bruciato (qui il PCI, ai tempi, aveva la maggioranza assoluta, poi passata al M5S che ha ottenuto il 70%) non fa eccezione. 
«Cassonetti cappottati e stracarichi di pattume, strade crivellate di buche, giardini per bambini ridotti a grovigli di vegetazione informe, corse dei bus depennate dall'oggi al domani... i bagni del centro anziani dove si gioca a briscola chiusi e così tutto attorno è diventato un orinatoio.. ogni tanto sparatorie in strada». [IL MESSAGGERO del 9 maggio]
Aggiungete il dissesto dei condomini di proprietà pubblica. Aggiungete che tantissimi, non solo giovani, campano di lavoretti precari o sono disoccupati cronici; aggiungete il dissesto della scuola pubblica e del sistema sanitario; aggiungete la pandemia dello spaccio illegale di droga con cui in molti campano; ed avrete un'idea che si è seduto sopra un vulcano.

In questa polveriera basta una piccola miccia affinché esploda la rabbia degli abitanti. Ancora una volta questa miccia è stata l'assegnazione di un appartamento ad una famiglia italiana di etnia rom. Ancora una volta alcuni residenti hanno cercato di impedire che questa vi si installasse. Si tratta di xenofobia? Certo che sì. Se non si fosse trattato di rom è sicuro che la protesta non ci sarebbe stata. I neofascisti come al solito sono piombati sul quartiere tentando di mettere il cappello su di essa. 

La malcapitata sindaca Raggi ha fatto una figuraccia senza precedenti. Lì proprio dove solo poco tempo fa aveva fatto il pieno di voti quasi veniva linciata non fosse stato per le forze di polizia. E' andata a dire, pensate un po', che "La legge si rispetta!". Una donna le ha gridato in faccia:
«Non sei la nostra sindaca, sei una buffona, la gente che muore di fame non la guardi, vieni qua per i rom, vergogna! E noi che t'abbiamo pure votato, siamo stati dei cretini!»
E' in questo casino si sono fulmineamente infilati i neofascisti di Casa Pound con il loro presidio. E solo a questo punto è arrivata la contro manifestazione degli antifa e di parte del movimento di lotta per la casa — che in troppi casi appare come una specie di comitato di soccorso per soli immigrati. Scene già viste.

Servono queste pratiche a costruire un blocco popolare rivoluzionario? No, non servono, anzitutto perché esse fanno il verso, con il loro accoglientismo incondizionato, alle élite dominanti e alla chiesa cattolica, col che aiutano proprio i neofascisti a spacciarsi come campioni degli italiani in fondo alla scala sociale e dunque abbandonati a se stessi. 

Una sinistra seria e rivoluzionaria dovrebbe rimettere piede in queste periferie e riconnettersi con le classi popolari. Ma questo non sarà mai praticamente possibile se non ci si sbarazza di una politica che considera più importanti i diritti individuali rispetto a quelli sociali e di classe; di idee cosmpolitiche e borghesi riassunte in slogan fricchettoni come "Italia meticcia"; della vera e propria idiosincrasia verso la sovranità nazionale; della attenzione esclusiva alle minoranze d'ogni tipo (sessuali, etniche ecc.); dell'apologia dell'immigrazione irregolare; della parallela sordità assoluta verso il comune sentire popolare che l'immigrazione fuori controllo è inaccettabile; della condanna senza appello di questo comune sentire come razzismo.

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venerdì 9 novembre 2018

ROMA: VOTARE NO AL REFERENDUM ATAC di Stefano Fassina

[ 9 novembre 2018 ] 

Domenica prossima, 11 novembre, si svolgerà a Roma il Referendum promosso dai radicali per la "liberalizzazzione" (leggi privatizzazione) dell'Atac.
Fassina, nell'intervista, spiega perché occorre votare NO.



*  *  *

Stefano Fassina domenica 11 novembre, voterà No ai quesiti referendari proposti dai Radicali. Guai a parlare di liberalizzare il servizio. Il trasporto pubblico, per il capogruppo di Sinistra per Roma in Campidoglio, deve restare tale. Magari con qualche aiuto da parte dello Stato. Perché, tra le cause del disservizio, c'è anche la conformazione urbanistica della Capitale. Troppo dispersiva per garantire un trasporto in pareggio.

D. Fassina, i guasti alle stazioni metropolitane, come i bus che prendono fuoco, sono immagini con cui i romani hanno drammaticamente familiarizzato. Il servizio di trasporto pubblico non funziona e sembra paradossale in un'azienda che ha accumulato 1,3 miliardi di debiti. Ma come si è arrivati a questa situazione in Atac?

R. Ci si è arrivati per diverse ragioni che nulla hanno a che vedere con la natura del gestione del servizio di trasporto pubblico locale. Vi si è giunti per i drammatici tagli ai trasferimenti per il trasporto pubblico locale e che in alcuni anni si è tradotto in un vero e proprio azzeramento. E già questo spiega il 90 % del debito accumulato da Atac . Ovviamente poi il debito è stata all'origine della paralisi di investimenti nella manutenzione sia dei mezzi che della rete. Questa è la prima grande causa della situazione disastrosa del trasporto pubblico a Roma. Poi c'è da dire che, a differenza delle altre grandi città metropolitane, ha una densità abitativa molto bassa e questo comporta enormi extra costi nella gestione del servizio per servire numeri ristretti di cittadini. Basta vedere com'è distribuito l'insediamento nella fascia intorno al raccordo. C'è anche un'altra cosa da sottolineare: Roma ha un problema di traffico congestionato che non è dovuto principalmente alle carenze del trasporto pubblico, ma deriva dal fatto che il trasporto sul ferro è assolutamente carente, in particolare per quanto riguarda gli spostamenti quotidiani dalla città all'area metropolitana. Ci sono cause strutturali che prescindono dalla natura del gestore. Poi c'è il problema della gestione che è rilevante, ma che non può essere risolto con la privatizzazione e con la liberalizzazione.

D. I radicali puntano sulla liberalizzazione del Servizio, perché secondo lei è un'ipotesi da scongiurare?

R. Innanzitutto è una liberalizzazione che serve per poi affidare ai privati la gestione del servizio. C'è una reticenza da parte dei Radicali a chiamare le cose con il loro nome, perché i cittadini sanno bene quali sono le conseguenze delle privatizzazioni.

D. Il passaggio ad una gestione privata non è quindi auspicabile. Però perchè non funziona?

R. E' una scorciatoia che aggraverebbe le condizioni del trasporto pubblico locale. E' il risultato dell'applicazione di quel modello che è utilizzato ad esempio per la gestione delle autostrade. Il trasporto pubblico locale è un monopolio naturale, come lo sono la gestione delle autostrade e dell'acqua. I risultati dell'affidamento di questi monopoli sono sotto gli occhi di tutti. Autostrade, come anche Aeroporti di Roma, sono stati gestiti secondo il modello che i Radicali propongono per Roma. Il risultato è che si generano extra profitti, rendite enormi di cui beneficiano i concessionari. Lo stesso vale per l'acqua che viene gestita da Acea. Il risultato è equivalente: si arriva tariffe elevate con scarsissimi investimenti e pessima qualità del servizio. Nel Regno Unito che è stata la patria di queste misure di liberalizzazioni, ci sono due terzi dei cittadini che chiedono di ri-nazionalizzare. Questo modello non funziona perché, ripeto, porta sistematicamente carenze d'investimenti, aumenti delle tariffe, peggioramento del servizio e peggioramento delle condizioni del lavoro.

D. Atac ha una concessione fino al 2021, l'Unione Europea dice che il servizio di trasporto pubblico debba essere messo a gara. Se passa il No al referendum Atac quindi, l'azienda dovrà affrontare due nodi: quello del risanamento e quello dell'inevitabile messa a gara del servizio di trasporto cittadino. Come se ne esce?
R. Atac dovrà comunque rilanciarsi, questo è certo. Ma la gara non è necessaria, si può evitare e ci sono condizioni per farlo. Atac ha un concordato preventivo in corso per alleggerire quel peso paralizzante del debito. E' chiaro poi che servono innovazioni per quanto riguarda le procedure di nomina dei vertici aziendali. Abbiamo fatto proposte precise che vanno dalla certificazione di short list di professionisti da parte dell'autorità nazionale di regolazione dei trasporti, a procedure partecipate dai cittadini a maggioranza qualificata in consiglio comunale per la nomina degli amministratori, inoltre serve potenziare l'agenzia di Roma per la Mobilità che ha il compito di pianificare il trasporto pubblico nella Capitale. Poi è chiaro che occorrono più risorse. Perché ripeto: date le caratteristiche sciagurate dello sviluppo urbanistico della nostra città, ci sono extra costi che è necessario coprire se si vuole rendere un servizio decente.

mercoledì 24 ottobre 2018

I ROMANI? SUDDITI NON CITTADINI di Marina Minicuci

[ 24 ottobre 2018 ]

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

L'apocalisse è alle porte, inizierà da Roma?
Roma, scala mobile impazzita: accelera e cede VIDEO

Faccio bene io ad avere una certa diffidenza ad andare in metro a Roma, non mi fido dei romani!


Alle scale mobili non ci avevo mai pensato, ma a incidenti sottoterra dovuti all'incuria e all'incoscienza degli operatori ci penso spesso e se posso sto lontana dalla metro.
E l'oca del campidoglio (Raggi) dice che i russi saltavano sulla scala mobile! Faccia da sberle.

Gli autobus, quando raramente passano o non sono in sciopero (quasi ogni venerdì) qualche volta bruciano e spesso fanno inquietanti rumori di ferraglia arrugginita.

Se, potendo, usi la bici o le gambe non devi distrarti un attimo, nemmeno un istante sennò ti ammazzano anche se sei sulle strisce e attraversi col verde. I motociclisti sono talmente avventati che sbucano all'improvviso da dietro un autobus, superando a destra.
E dunque tutti in macchina ad ucciderci, e uccidere il pianeta. con le emissioni di gas nocivi.

In giro non vedi che cumuli di spazzatura putrescente e una puzza da latrina ovunque, topi lunghi mezzo metro, gabbiani che assalgono le persone. Davanti a me l'altro ieri a un turista ai fori un gabbiano famelico ha rubato il panino (ma con tutta la spazzatura che c'è in giro, come mai assalgono le persone?). Non avete idea la fifa. Niccolò anni fa ci voleva fare un film, tipo gli uccelli di Hitchcok. Per non dire dei cinghiali.

E poi le buche, altro che buche, trafori, alberi marci sul punto di abbattersi su qualche malcapitato, cornicioni pericolanti, idioti impuniti che mettono vasi sui balconi senza protezione, esposti a una raffica di vento più forte delle altre.

La maggior parte dei romani è priva di senso civico, arroganti, cinici, rozzi, menefreghisti e impuniti. Irridono il potere ma poi son sempre pronti a genuflettersi per avere prebende, intrallazzarsi con i "potenti". Manca la dignità, la schiena dritta.

Prima di Roma, io ho avuto la fortuna (adesso mi rendo conto) di vivere sempre in città popolate da cittadini: i romani non lo sono, sono sudditi. Penso gli derivi dallo Stato Vaticano. Leggetevi Fanon sugli schiavi e vedete un po' se non ce li ritrovate. Questo comporta che non ci sia controllo sociale, quasi nessuno che ti appoggi quando pretendi vengano rispettate le regole di civile convivenza. Stanno zitti. Ma il silenzio è complice.

Hanno il classico atteggiamento dei sudditi che è il cinismo, lo scherno e il dileggio del potere e contemporaneamente non fare nulla personalmente per cambiare le cose: inutile differenziare la spazzatura intanto poi mettono tutto insieme, perché dovrei rispettare gli orari per gettarla nei cassonetti se pago l'ama, non spetta a me pulire il marciapiede davanti al mio negozio pago la bolletta dell'ama...

Ho detto, un giorno, a una consigliera dei 5stelle al Comune parlando del quartiere di Trastevere: perché non suggerite ai negozianti di spazzare il metro quadro davanti al loro negozio. Mi ha risposto " eh sì brava, così poi pretendono di farci quel che vogliono con quello spazio, ti dicono che è loro e non più del comune!" Conosce i suoi polli, evidentemente.

Una mia amica, Stefania, da mesi, la domenica mattina spazza la sua via. Qualcuno si ferma, qualcuno promette di darle una mano la domenica successiva ma ad oggi nessuno, è sempre lì da sola a spazzare. Quelli che non se ne fregano e non pensano "staranno a girà' un firm", si vergognano a prendere in mano una scopa e occuparsi dello spazio comune abbandonato all'incuria. E non si vergognano di vedere la loro città ridotta a una cloaca come questa!? Tiri a lucido la casa e lo spazio comune lo imbratti senza riguardo.
Siccome è di tutti, non è di nessuno. La città è tua, tu sei la tua città.

La bellezza di questa città non basta, non basta più, è una città mortifera per il degrado ma anche per l'umore su cui ciò influisce moltissimo. Influisce sull'umore, sulla salute, sull'economia. Non vedo un futuro decente qui. L'amministrazione sembra pessima, ma gli indigeni non accennano a un moto di dignità, ad alzare la testa.

Scusate lo sfogo e mi scusino i romani, quei pochi che conosco e naturalmente non sono così.

E' una questione di proporzioni. La questione è tutta lì. Se la maggior parte delle persone si sente "cittadina" di un luogo opera un controllo sociale che impedisce anche a buona parte dei maleducati di esprimersi. Al contrario, se la maggior parte degli abitanti sono della
tipologia "sudditi", sovrastano e prevaricano gli altri.

Se volete far girare, credo che farebbe bene ai romani leggere queste righe e darse na' mossa perché così il futuro che li aspetta è davvero tragico. E' già un incubo vivere qua. Non vi sto ad enumerare cosa può accadere qui nei prossimi anni e decenni, lascio alla vostra fantasia.

lunedì 6 novembre 2017

ELEZIONI AD OSTIA: CICLONE CASA POUND?

Il candidato di Casa Pound Luca Marsella
[ 6 novembre 2017 ]

Astensionismo in massa. 
Questo è il dato più eclatante che emerge dalle elezioni per il "sindaco" di Ostia, popoloso sobborgo sul litorale romano. Ricordiamo che la giunta piddina venne sciolta e quindi commissariata per inflitrazioni mafiose.

L'affluenza finale è stata del 36,15%, ben 20 punti percentuali in meno del primo turno delle comunali del 2016 quando la partecipazione era stata del 56,11%.
 
Hanno votato 67.125 persone su 185.661 aventi diritto, a fronte di 231 mila residenti nel territorio: in pratica quasi 2 elettori su tre sono rimasti a casa. La partecipazione è più alta sul lungomare, con punte di affluenza superiori al 40% mentre nell'entroterra più popolare ci sarebbero delle sezioni attorno al 30%!
Monica Picca (FdI) e Giuliana Di Pillo (M5S)

Nel vuoto surreale segnato dall'astensione  in massa 
( e dagli allagamenti davanti ai seggi) la candidata pentastellata Giuliana Di Pillo risulta la più votata con il 30,21% delle preferenze, davanti a Monica Picca, responsabile locale di FdI (in coalizione con Lega e Forza Italia) al 26,68%. Il Partito democratico con Athos De Luca, raggiunge il misero 13,61%.

Da segnalare il previsto tonfo (forse meno grande del previsto) dei Cinque Stelle: meno 19 mila voti — alle passate comunali la Raggi ottenne ad Ostia il 46% e addirittura il 74% al ballottaggio.

Per quanto concerne il centro-destra è significativo che Fratelli d'Italia pur tenendo in termini percentuali, passa dal 9,99% al 9,68, perde qualcosa in termini assoluti scendendo da 8.809 voti a 6.118. Noi con Salvini cresce dal 2,89 al 4,16% passando da 2.546 voti a 2.632.

Non c'è stato —malgrado il sostegno conclamato della malavita locale ed i tanti pacchi viveri distribuiti "al popolo" in stile democristiano—, il da tutti previsto "ciclone Casa Pound". Luca Marsella conquista il 9,08, ma grazie anche alle altre due liste collegate —nel 2016 con Simone di Stefano prese ad Ostia 1.750 voti, pari all'1,99%, mentre oggi sale a 4.862, Il 7,69%.

Facciamo i conti della serva. 
Quanto fa in percentuale 4.862 voti presi dai neofascisti rispetto agli ostiensi aventi diritto (185.661)? Fa il 2,61%.

Un po' pochino per parlare di ciclone.

venerdì 26 maggio 2017

ALITALIA: DOMANI IN PIAZZA A ROMA

[ 26 maggio ]

GIÙ LE MANI DA ALITALIA 
GIÙ LE MANI DALL'ITALIA

MANIFESTAZIONE 27 MAGGIO

 ORE 16 AL COLOSSEO
SARANNO TANTE LE REALTÀ DI LAVORATORI IN LOTTA 
UNITI SI VINCE!

No a svendita, licenziamenti e riduzione dei salari
Si alla NAZIONALIZZAZIONE




martedì 14 marzo 2017

ROMA: SEI PERSONAGGI IN CERCA DI UNO STADIO di Alberto Benzoni

[ 14 marzo ]

La storia che si racconta qui è, insieme, una storia esemplare e infinita.
Esemplare perchè tutti, dico tutti, i suoi personaggi- nell’ordine il costruttore, la banca, il presidente di una società sportiva, il comune, la stampa, il partito e/o movimento politico- sono clamorosamente venuti meno al loro ruolo istituzionale.
E, infinita perchè il compromesso raggiunto, oggettivamente salomonico ( uno stadio, molte opere, molte cubature a compensazione inaccettabile; uno stadio niente opere niente cubature impossibile; e allora facciamo uno stadio mezze opere mezze cubature), si regge sulla sabbia anzi, nel caso specifico, sull’acqua. Bastando, a ritardarne se non ad impedirne la realizzazione, le impuntature di questo o di quello, le liti tra le varie istituzioni oppure il riemergere del cosiddetto Vincolo ignoto, magari  sotto la forma dello scheletro insepolto di qualche imperatore romano.
Vedremo. Ma, per l’intanto, quello che abbiamo già visto è più che sufficiente allo scopo: che è quello di rievocare, a edificazione non dei posteri ma dei contemporanei, i personaggi, tutti brutti, di una brutta storia. Ma perchè non si ripeta.
Insomma: “nunca mas“. O, per non allargarsi, come dicono a Roma, “quando è troppo è troppo“.

Parleremo, molto brevemente, di personaggi. Non di specifiche persone: perchè molti sono personaggi collettivi e degli altri non  conosciamo le vicende concrete così come non sappiamo come, dove e per (de)merito di chi sia nata la Grande idea poi materializzatisi sotto i nostri occhi.
Unicredit finanzia lo stadio della Roma
Primo, in ordine di importanza, la BancaUna Banca piena di sofferenze; ma per sua colpa. Perchè, almeno qui a Roma, presta soldi alla gente sbagliata e con criteri sbagliati. Premiando non le buone idee o le capacità imprenditoriali e, nel nostro caso, la riqualificazione del mattone esistente ma piuttosto il mattone che verrà o, più esattamente, la disponibilità del terreno su cui (molto) eventualmente realizzarlo.
Inutile dire che tutto ciò alimenta un sistema perverso: fatto di appartamenti invenduti ( perchè non rispondenti alle necessità abitative delle persone), di supermercati inutili e di uffici vuoti; e, corrispondentemento, di un forte consumo di suolo a fronte di opere di urbanizzazione rimaste nel cassetto. E, ancora, inutile aggiungere che si tratta di un circolo vizioso destinato ad autoperpetuarsi.
E qui emerge il nostro secondo Personaggio. Un imprenditore del ramo ? Un esperto di impianti sportivi ? Un finanziere dall’occhio acuto e con denti affilati ? Un antico proprietario terriero in una zona diventata improvvisamente appetibile ? Niente di tutto questo: siamo piuttosto all'”uno nessuno centomila“che si materializza nella veste di Debitore; il che, naturalmente, consacra la sua forza e, direi la sua Necessità. Almeno per la banca che non lo vuole morto ma anzi più vivace di pria: e quale miglior garanzia di un radioso futuro che la disponibilità di un vasto terreno allo sprofondo meglio ancora se acquisito magari in modo fraudolento e senza averlo ancora pagato ?
Siamo, insomma, nel campo della matematica dove meno moltiplicato meno fa più.

James Pallotta, "il Benefattore di Oltreoceano" della Roma
James Pallotta, “Benefattore d’oltreoceano” e patron della Roma
Manca soltanto, a questo punto, il venditore. Quello che farà passare i metri cubi in nome di una necessità comunal-popolare. E qui arriva il nostro terzo Compare: il benefattore d’oltre oceano.
Un signore che non ha nulla nè del vecchio nè del nuovo presidente di una società di calcio. Il vecchio spendeva di suo e si mescolava con i tifosi: cercando una popolarità che, forse, gli avrebbe giovato anche negli affari. Il nuovo, italiano o, molto più spesso, straniero punta invece a guadagnare con la società: e lo fa, anche costruendo nuovi stadi all’interno degli spazi urbani esistenti, là dove ci sono i suoi tifosi e soprattutto là dove, realizzando lo stadio e riempiendolo di spettatori, di memorabilia e di altre strutture funzionali al progetto si assicura una più che sufficiente copertura delle spese sostenute.

Al Nostro, invece, non gliene importa nulla dei tifosi ( insultati e abbandonati a sè stessi al punto di disertare da tempo immemorabile uno stadio in cui, tra l’altro, per capire che cosa è successo in campo, bisogna telefonare al parente rimasto davanti all tv di casa ); e al limite nemmeno della squadra; figuriamoci poi della città. Quello che gli importa è di vendere il nuovo stadio che, guarda caso, non è nemmeno di proprietà della Roma ( anche se, questo il messaggio, “necessario se si vuole battere la Juventus“) come specchietto per le allodole per realizzare (parole sue) una operazione urbanistica di dimensioni e di qualità senza precedenti.
nuovo stadio della Roma contro nuovo stadio della Juventus
Ora, i nostri tre compari, per sistemare i loro affari dovevano contare sul silenzio/assenso degli altri tre, questa volta pubblici e collettivi: nell’ordine, il Comune, la Stampa e le due Formazioni Politiche che, in linea di principio, avrebbero dovuto opporvisi. Missione, per ora, sostanzialmente, riuscita. Vediamo come e perchè.
Il Comune aveva, sin dal principio, tutte le ragioni e tutti gli strumenti per dire no. Un piano regolatore che, con tuttti i ritocchi e gli stravolgimenti successivi, manteneva intatta la sua filosofia di fondo: quella di limitare e controllare l’espansione della città verso l’ovest e verso il mare. Una cultura politica almeno retoricamente redistributiva che non avrebbe dovuto consentire di lasciare il quadrante est della città in una situazione socialmente, culturalmente ed esconomicamente deprivata. E, nel caso specifico dello stadio, la disponibilità di quattro aree, tra le quali Pietralata e Torre Spaccata, perfettamente rispondenti agli obiettivi e ai vincoli che abbiamo testè ricordato. Mentre, nel corso di lunghi anni nè queste ragioni nè queste risorse sono state mai chiamate in causa in un confrontosegnato si dall’inizio dalla totale acquiscenza/subalternità del pubblico di fronte al privato.
Il piano dello Stadio frutto di Ignazio Marino e Giovanni Caudo
Giovanni Caudo e Ignazio Marino
La Stampa, in questa come in altre vicende ha sì raccontato Roma ( nel suo mestiere, al di sotto del minimo sindacale). Ma non l’ha mai decentememente spiegata e illuminata: così da fare capire ai cittadini la sostanza dei problemi, le cose che accadevano o non accadevano e il perchè di tutto questo. Dobbiamo così alla inimicizia tra Caltagirone e Parnasi le poche notizie critiche sul progetto stadio ( e ne prendiamo atto, ma non sino al punto di essergliene grati…); rimanendo il fatto che le vicende che hanno portato alla caduta della giunta Marino e alla semicaduta di quella Raggi non sono mai state spiegate se non in termini personal-scandalistici.
Luca Parnasi e Francesco Totti per lo Stadio della Roma
Francesco Totti e Luca Parnasi
Spiegarle politicamente sarebbe stato, tra l’altro, di grande utilità. perchè ci avrebbe permesso di capire le ragioni dell’abbandono, alla prima minaccia di tempesta, dei propositi anticementizi di queste giunte. Nel caso dell’ultima giunta Pd come chiusura fatale di un ciclo apertosi all’insegna del “fare gli interessi dei lavoratori con il concorso dei. diciamo, così palazzinari” e proseguito all’insegna del “fare gli interessi dei palazzinari con il concorso dei lavoratori“.
Nel caso del M5S perchè la sua rivendicazione di verginità, oltretutto coniugata in modo meschino e autoreferenziale sarebbe stata travolta dal primo seduttore di passaggio; oltretutto in un quadro in cui la nuova versione governativa del Movimento lo rende disponibile ad ogni tipo di compromesso..

Sullo stadio della Roma l'ipocrisia dei grillini di Virginia Raggi

Ma a questo punto occorre fermarsi e riflettere. Perchè proseguire con questo tipo di argomentazione, con l’aggiunta della ricerca del tradimento di questo o di quello e della “indignazione permanente” come codice di condotta non ci porterebbe da nessuna parte o meglio ci portrebbe dove non vogliamo andare.

Leggi la costituzione di una specie di ridotto valtellinese di duri e di puri, in attesa dell’arrivo  di un nuovo ed imprecisato settimo cavalleggeri. Rischiamo di aspettare per un pezzo mentre il nostro “nunca mas” si deve accompagnare al “se non ora quando ?”.
Paolo Berdini e lo stadio della Roma
E allora, occorre uno sforzo ulteriore. Uno sforzo, intellettuale e politico che ci consenta di arrivare alle radici profonde e comuni della cultura della continuità; quella che si è consolidata, ad ogni livello e nelle più varie forme nel corso di questo secolo e che rischia di portare alla definitiva cancellazione della democrazia civica.
Alla base di tutto- questa l’unica ipotesi di lavoro che mi sentirei di formulare- c’è una specie di resa consapevole e collettiva all’insegna della cultura dell’impotenza. Per dirla in breve, il pubblico- politico o amministrativo che sia- si affida alle risorse, alle regole e alle strutture de privato, perchè è convinto di non potere fare altrimenti. Ed è convinto di non potere fare altrimenti perchè ha totalmente perso ogni fiducia nella sua capacità non solo di governare lo sviluppo della città ma persino di garantire una sua corretta amministrazione.
Una convinzione che è nata, con il volgere del secolo, dalla constatazione, del tutto corretta, dei limiti oggettivi dello “stato sociale comunale” e dell’azione politica per estenderlo e tutelarlo. Ma che poi, di ritirata in ritirata è diventata una profezia che si autoavvera.

Non serve, ora, gridare al tradimento. E nemmeno contrastare una visione ideologica riproponendone un’altra.
Serve semplicemente capire e dimostrare, non a noi stessi ma ai cittadini romani, non solo che questo approccio è sbagliato e ha condotto al disastro ma che esistono alternative; insomma che il recupero del ruolo della politica e del pubblico ci può essere e può tradursi in nuovi modelli di sviluppo e di utilizzo delle risorse vantaggiosi per la gente.

Non sarà un percorso breve. Ma il suo primo fondamentale passaggio deve essere la fine del silenzio e dell’opacità che ha, senza soluzione di continuità, caratterizzato la gestione della cosa pubblica a Roma; con quel diritto alla trasparenza non individuale collettiva che nessuno ci regalerà se non lo costruiamo noi stessi.
Non a caso la resa del pubblico si è potuta consumare, nel caso nello stadio come in molti altri, nella nebbia artificiale prodotta dai suoi protagonisti. diradarla, da subito servirà a rendere credibile il nostro “nunca mas“.

Non a caso,la catastrofe della politica e del pubblico è avvenuta in corrispondenza del silenzio della democrazia. Rompere da subito, sempre e in ogni circostanza questo silenzio sarà il primo passo del nostro “nunca mas“.

lunedì 23 gennaio 2017

ROMA, LA QUESTIONE ABITATIVA E VIRGINIA RAGGI

[ 23 gennaio ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

ROMA: Il re è (quasi) nudo: sui fatti di venerdì a San Basilio e non solo
La giornata di Venerdì ha segnato, una volta di più, lo spartiacque tra, da una parte, amministrazioni di ogni livello, forze dell’ordine, palazzinari, speculatori edilizi, e, dall’altra, movimenti, sindacalismo di base, comitati, quartieri popolari, persone che ogni giorno si battono per cambiare lo stato di cose presenti. In quella giornata si sono definiti, una volta di più, gli schieramenti di una battaglia iniziata ormai da diverso tempo e che trova il suo campo di scontro prediletto nelle lotte per l’abitare, per il territorio, per i migranti, per un’esistenza degna.
Quella mattina era previsto un nuovo sgombero a San Basilio, stavolta ai danni della signora Eleana, gravemente malata di tumore, che occupa da 5 anni una casa popolare. Dagli uffici dell’amministrazione pentastellata e dal Patrimonio si continua a parlare di ripristino della legalità a qualunque costo, anche quello di sbattere in mezzo alla strada chi non può sostenere un affitto a prezzo di mercato. Anche in questo caso, come abbiamo denunciato poco tempo fa in occasione dell’episodio della famiglia marocchina cacciata dal quartiere, si procede con l’infame meccanismo, a fronte di centinaia di case vuote, di sgomberare le case occupate per far spazio agli assegnatari legittimi. Unico obiettivo dividere il fronte degli sfruttati, fomentare la guerra tra poveri e indirizzare verso il basso, e non verso l’alto, la giusta rabbia di coloro che vivono una quotidianità fatta di mancanza di servizi, di casa, di lavoro e di spazi sociali.
In centinaia, dal quartiere e non solo, hanno risposto con forza che Eleana non deve essere sfrattata e che al giochetto della guerra tra poveri non ci si casca più: il re è nudo, la colpa è di chi specula, governa e amministra le periferie e i territori credendo di poterne estrarre il maggior valore possibile, elettorale o economico che sia. Lo sgombero viene impedito e il picchetto si trasforma in un corteo per le strade del quartiere.
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Nel frattempo, da Colle Monfortani arrivano notizie di uno sgombero violento dell’occupazione abitativa nei locali di proprietà dei Padri Monfortani che, dopo numerose segnalazioni alla Questura e alla Prefettura, sono riusciti ad ottenere il loro scopo decisamente poco missionario e caritatevole. Il corteo di San Basilio solidarizza con chi sta resistendo a via Prenestina 1391, blocca via Tiburtina e grida con forza che gli sfratti e gli sgomberi devono finire ad ogni costo.
Le forze dell’ordine, impiegate con ingente schieramento, mal sopportano questa solidarietà concreta e iniziano un carosello di cariche con tanto di idrante lungo via Tiburtina e via del Casale di San Basilio. Viene fermato un giovane, poi rilasciato nelle ore successive. A Monfortani verranno invece arrestate 15 persone, processate per direttissima il giorno successivo ed anch’essi rilasciati a piede libero, nonostante le pesanti accuse. A tutti loro và la nostra completa complicità e solidarietà. Già dai minuti successivi in quartiere non si parla d’altro. Da queste parti si ha ben presente quali siano gli schieramenti in campo, chi sia dalla parte del torto e chi della ragione, chi si fà vedere solo quando si deve reprimere e chi invece prova a dare una risposta dal basso alle esigenze degli abitanti e ai numerosi problemi delle periferie romane. La signora Eleana non deve essere sgomberata, così come nessun’altro a San Basilio.
Sono passati più di cinquant’anni dalle prime lotte per la casa in quartiere, la situazione non è cambiata, perciò si resisteva prima e si resiste ora. Non senza ostacoli e contraddizioni, come negli episodi in cui si sono ritenuti colpevoli i competitori nei bisogni primari, ad esempio i legittimi assegnatari di casa popolare, siano essi italiani o migranti. Reazioni che sono avvenute e che, probabilmente, si ripeteranno, non solo a San Basilio. Ma in tutti i processi conflittuali, specialmente in contesti così complessi, è impensabile una totale linearità. E, alla lunga, dovrà emergere chiara la traiettoria nelle responsabilità di questa situazione, che conduce direttamente ai palazzi del potere e a chi, manu militari, difende le loro gabbie dorate nelle strade. Venerdì costoro hanno dovuto fare i conti con centinaia di persone che non ci stanno a vedersi sottratto ciò che gli spetta e sanno bene a chi attribuire le colpe. 
L’attacco ai quartieri popolari e a quei piccoli pezzi di città in cui realizza un’altra realtà da quella del capitalismo imperante è frontale e senza compromessi: lo dicono chiaro il Piano Casa di Lupi, la Delibera 140dell’ex sindaco Marino, l’ordinanza di sgomberi dell’ex commissario Tronca, l’ignavia della sindaca Raggi, il discorso sulle periferie del capo della polizia Gabrielli. Saranno solo la determinazione e il coraggio di chi vive quotidianamente quei territori a poter fermare questo processo, che altrimenti avanzerà inarrestabile tra false promesse e “ordine” pubblico.
STOP SFRATTI E SGOMBERI, DIFENDIAMO LE CASE POPOLARI, LE OCCUPAZIONI E GLI SPAZI SOCIALI!
Nodo Territoriale Tiburtina
Progetto “San Basilio, storie de Roma”
23 gennaio 2017

* Fonte: Nodo Territoriale Tiburtina

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