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mercoledì 19 febbraio 2020

RUSSIA: VERSO IL DOPO-PUTIN di Maurizio Vezzosi

Riceviamo e pubblichiamo
In occasione del tradizionale discorso che ad inizio anno il presidente della Federazione Russa rivolge all’Assemblea federale, Vladimir Putin ha annunciato la volontà di apportare alcune modifiche alla costituzione federale. All’annuncio hanno fatto seguito le dimissioni del capo del governo e presidente del partito Edinaja Rossija (Russia Unita) Dmitrij Medvedev: all’impopolare Medvedev è subentrata la figura non particolarmente nota di Michail Mišustin, ex capo del servizio tributario federale (il corrispettivo dell’Agenzia delle entrate in Italia).

martedì 7 gennaio 2020

PUTIN, L'EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.

venerdì 20 dicembre 2019

L'INTERVENTO RUSSO IN SIRIA di Maurizio Vezzosi


[ venerdì 20 dicembre 2019 ]
 



Tratti e obiettivi dell’intervento russo in Siria
di Maurizio Vezzosi


Intervista a Maria Chodinskaja-Golenisheva


Maria Chodinskaja-Golenisheva è un’arabista e diplomatica russa. Dopo sette anni trascorsi alla rappresentanza permanente della Federazione Russa presso la sede ONU di Ginevra, segue ora le questioni del Vicino Oriente a Mosca presso il ministero degli Affari esteri della Federazione Russa. Attualmente è in visita in Italia per presentare l’edizione italiana del suo Siria. Il tormentato cammino verso la pace (Sandro Teti Editore). Era già stato pubblicato in italiano lo scorso anno Aleppo. Guerra e diplomazia.




D. Ambasciatrice Chodinskaja-Golenisheva, come sintetizzerebbe le ragioni dell’intervento militare in Siria della Federazione Russa?

R. Nel 2015, quando è stata assunta la decisione di intervenire in Siria, sul campo si trovavano già alcune migliaia di jihadisti in armi arrivati dalla Federazione Russa e dalle altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica: questo fatto costituiva e costituisce tuttora una minaccia reale e concreta alla sicurezza nazionale russa. È molto importante comprendere questo. Con le guerre del Caucaso, a partire dagli anni Novanta, il nostro Paese ha conosciuto a proprie spese le conseguenze del terrorismo con gli attacchi agli edifici residenziali, alla metropolitana di Mosca, al teatro della Dubrovka, alla scuola di Beslan ed altri. Per queste ragioni la nostra società non accetta alcuna forma di tolleranza o di debolezza nei confronti del terrorismo. Intervenire militarmente in Siria, dunque, ha avuto tra i suoi obiettivi quello di impedire alle migliaia di jihadisti provenienti dal mondo ex sovietico di nuocere alla Federazione Russa.

Oltre a questo, non potevamo permettere che la distruzione avvenuta in Libia ed in Iraq finisse per verificarsi anche in un Paese come la Siria: nel 2015, anno in cui l’intervento è stato deciso, erano già stati compiuti crimini mostruosi contro le minoranze etniche e religiose ‒ inclusi i cristiani ‒ e Damasco stava rischiando di cadere sotto il controllo delle milizie jihadiste. L’intervento militare della Federazione Russa ha avuto ‒ ed ha ‒ tra i suoi obiettivi il sostegno alle forze armate siriane e la difesa dell’integrità territoriale del Paese, non quello di intromettersi nella sua politica.

D. A suo avviso come si svilupperà il rapporto tra Damasco e la comunità curda nella Siria postbellica? Crede che la presenza militare della Federazione Russa sul confine settentrionale siriano debba essere permanente?

La questione curda è oggi molto complessa, così come lo è stata nel passato, e credo vada affrontata come quella delle altre minoranze che vivono in Siria. Una parte della comunità curda è stata illusa dalle promesse degli Stati Uniti: senza la piena integrazione della comunità curda nel processo politico in corso nel Paese è assai difficile risolvere la crisi siriana. In questo senso la Federazione Russa ha sempre sostenuto la necessità di far partecipare le rappresentanze curde alle discussioni che si sono svolte a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Non è un segreto che rispetto a questo le maggiori difficoltà siano state quelle prodotte dalla posizione della Turchia.




 R. Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.
Credo che la problematica vada risolta con il dialogo tra la comunità curda e Damasco: un’opzione alternativa non esiste, ma capisco che non sia semplice. Damasco crede che una parte della comunità curda abbia ambizioni separatiste: una parte della comunità curda crede di essere stata l’unica a combattere contro l’Isis, e che Damasco non abbia fatto abbastanza in questo senso.

Penso sia necessario uscire da questa narrazione e insistere sul dialogo politico, soprattutto nella consapevolezza che presto o tardi il controllo sul territorio siriano verrà ripristinato nella sua interezza.

D. Negli ultimi anni la cronaca del Vicino Oriente ha evidenziato una crisi della politica estera degli Stati Uniti. Nonostante l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi da parte del presidente Trump, gli Stati Uniti stanno mantenendo il loro controllo militare in alcune zone della Siria dove si trovano pozzi petroliferi. Quali sviluppi attendono a suo avviso la questione del petrolio siriano?

R. Il fatto in sé costituisce una violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così come degli impegni assunti dagli Stati Uniti rispetto alla tutela dell’integrità territoriale della Siria. L’atteggiamento americano verso le risorse siriane mal si confà ad una grande potenza, soprattutto laddove queste mosse andassero a sostengo del progetto di creare un quasi-Stato nella parte orientale della Siria.

D. Qual è a suo avviso il nesso tra i conflitti del Vicino Oriente e la crisi migratoria a cui molti Paesi europei si trovano a dover far fronte?

R. Su questo piano, e non solo, l’atteggiamento di molti Paesi europei nelle aree di crisi del Vicino Oriente è stato un atteggiamento suicida. Nessun profugo ritornerà in Libia fino a che non esisteranno delle istituzioni sufficientemente solide, così come nessun profugo ritornerà in Iraq fino a che non verrà risolta la crisi politica del Paese. Credo che le posizioni che muovono da presupposti diversi siano assai miopi e finiscano per risultare dannose anche per i Paesi che le sostengono.

D. La messa a regime dell’area di libero scambio tra Israele e l’Unione economica euroasiatica è imminente: quali conseguenze è destinata a produrre nel rapporto della Federazione Russa con l’Iran e con la Siria?


R.Le nostre relazioni non cambieranno: il risvolto politico di questo accordo non ha alcuna funzione contro questo o quel Paese. Le intese che sosteniamo puntano allo sviluppo e all’integrazione economica. Ad esempio, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai ‒ di cui la Federazione Russa è fondatrice ‒ sono membri sia il Pakistan che l’India: personalmente ritengo che questo sia un grande successo che può favorire le relazioni tra i due Paesi. Qualunque Paese cooperi con l’Unione economica euroasiatica deve avere chiaro che non è possibile utilizzare questa organizzazione in funzione delle proprie controversie politiche.


- Fonte: Treccani magazine

* L’intervista è stata realizzata in lingua russa: l’autore, che ne ha curato la traduzione e l’adattamento, ringrazia l’editore Sandro Teti per la disponibilità.


** Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, L’Espresso, Limes, l'Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”

domenica 8 settembre 2019

LE ELEZIONI DI IERI IN RUSSIA di Maurizio Vezzosi

[ lunedì 9 settembre 2019 ]

RUSSIA perché sono importanti amministrative dell’8 settembre?




Le elezioni amministrative di domenica 8 settembre si preannunciano come un passaggio importante per il futuro politico della Federazione Russa: ad essere eletti saranno i governatori di ben diciotto regioni (oblast′), come ad esempio la regione di San Pietroburgo, oltre ai deputati di tredici Parlamenti regionali, nonché vari consigli municipali, come quello di Mosca.

La tornata elettorale vedrà per la prima volta sperimentare il voto digitale nella Federazione Russa. Gli aventi diritto potranno infatti votare tramite un apposito sistema digitale con il proprio computer o cellulare: il sistema di voto viene è considerato assolutamente sicuro dalle autorità, benché il giudizio di alcuni esperti di crittografia sia di segno opposto.

Da un punto di vista più politico, l’onda lunga delle proteste che hanno interessato il Paese negli ultimi dodici mesi sembra destinata a pesare non poco sul momento elettorale, il primo ad avere luogo dopo le impopolari mosse del governo Medvedev —  innalzamento dell’età pensionabile e aumento dell’IVA soprattutto —, provvedimenti che hanno contribuito ad accrescere la già diffusa sfiducia nei confronti del sistema politico russo, in particolare riguardo agli affari interni.

A confermare il malcontento sono i risultati dei sondaggi condotti dall’autorevole centro studi Levada, secondo i quali la popolarità di Vladimir Putin avrebbe subito una flessione notevole a causa del varo della riforma del sistema pensionistico.

La tornata elettorale dell’8 settembre si prospetta come un momento assai complicato soprattutto per il partito Edinaja Rossija (Russia unita), l’ormai quasi ex partito di Vladimir Putin, inviso a larghi settori della società russa: la possibilità che le elezioni segnino per il partito un indebolimento significativo, se non addirittura un crollo, è concreta. Secondo un nuovo sondaggio effettuato alcune settimane fa da Levada, pur registrando un netto calo, Russia unita si confermerebbe il primo partito con circa il 44% delle preferenze, seguito dal KPRF (Partito comunista della Federazione Russa), al 17% in coalizione con il Levij Front (Fronte di sinistra). È dunque molto probabile che le elezioni dell’8 settembre, pur non producendo alcuno stravolgimento, registrino un indebolimento rilevante dell’attuale partito di governo.

Anche per Vladimir Putin, vista la sua crescente impopolarità, Russia unita sembra rappresentare un problema non meno di quanto possa rappresentare una risorsa. Non a caso, conscio della scarsa fiducia di cui gode il sistema partitico russo, Vladimir Putin aveva scelto di presentarsi alle scorse elezioni presidenziali come candidato indipendente, cercando di slegare quanto più possibile la sua figura da Russia unita. Allo stesso modo, varie personalità politiche legate all’attuale governo hanno adottato lo stesso espediente per candidarsi alle amministrative di domenica prossima.

Le proteste legate al caso Golunov – il giornalista fatto arrestare lo scorso giugno sulla base di prove false e poi rilasciato – hanno offerto una visibilità importante a due delle principali figure dell’opposizione, ossia il liberale Aleksej Navalnj – attualmente condannato a scontare alcune settimane di detenzione e non candidabile per una precedente condanna – e il comunista Sergej Udaltsov, del Fronte di sinistra. Durante le proteste degli ultimi giorni a Mosca è emersa la figura di Lyubov Sobol, giovane alleata dello stesso Navalnj, anch’essa esclusa dalla competizione elettorale, ufficialmente per inadempienze burocratiche. Il clamore e la visibilità offertagli in Europa occidentale varranno a Navalnj dunque ben poco, almeno per il momento.

Navalnj sembra infatti avere un seguito ben più consistente in una certa stampa occidentale che non Federazione Russa, dove è assai risibile al di fuori di Mosca e San Pietroburgo. Nella Federazione Russa è inoltre ben nota la vicinanza dell’oppositore Aleksej Navalnj a Mikhail Khodorkovskij, oligarca russo attualmente in esilio a Londra dopo lunghi anni di carcere scontati in Siberia per evasione fiscale: una vicinanza che, dati i trascorsi degli anni Novanta e dei primi Duemila, difficilmente può giovare alla popolarità di Navalnj.

Il Cremlino, dal canto suo, con l’uso disinvolto della forza in varie manifestazioni di piazza, indubbiamente ha voluto mandare un messaggio chiaro alla società russa, soprattutto alla luce del periodo difficile che si prospetta all’orizzonte per la Federazione Russa. L’atteggiamento repressivo adottato nelle ultime settimane sembra però, malgrado l’intento contrario, destinato a fare gioco a Navalnj e soci più di quanto non lo stia ostacolando nell’immediato.

Per il Cremlino, soprattutto nel lungo periodo, gli unici antidoti concreti alla crescita dell’opposizione restano la lotta alla povertà, la tassazione dei frutti della speculazione e dei patrimoni improduttivi e una più equa distribuzione della ricchezza in seno al Paese: gli unici antidoti in grado di garantire alla Russia la stabilità di cui ha bisogno.

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venerdì 12 luglio 2019

SALVINI, OVVERO IL “FILORUSSO” PIU’ “ATLANTISTA” DEL MONDO di F.M. Toscano

[ venerdì 12 luglio 2019 ]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo


La vicenda dei “rubli di Salvini” sta diventando ridicola, trattandosi chiaramente di una manovra ricattatoria che serve in via preventiva per far addivenire il Capitano in versione “capitone” a più miti consigli su tante questioni che stanno a cuore ai padroni del vapore. La vicenda, da qualunque punto di vista la si guardi, non regge. I nuovi protagonisti di questa macchiettistica “Santa Inquisizione”, con i russi che occupano il posto che nel Medioevo fu delle “streghe”, non hanno il senso del ridicolo né della misura. Se ne avessero, infatti, dovrebbero preliminarmente spiegare perché mai gli uomini di Putin morirebbero dalla voglia di foraggiare un partito come quello di Salvini che fa di continuo il “controcanto” al Cremlino. 


Qualche esempio? Eccovi serviti. 


Putin riconosce Maduro quale legittimo presidente del Venezuela, Salvini si schiera invece con i neocon americani e sponsorizza il fantoccio Guaidò; Putin apre alla Via della Seta lanciata dai cinesi, Salvini frena; Putin difende le ragioni dell’Iran mentre Salvini tratta la Persia alla stregua di uno “stato canaglia”; i Paesi di “Visegrad” odiano la Russia ma Salvini, tanto per cambiare, spalleggia Orban e soci. Dulcis in fundo, giusto per non sembrare troppo “accomodante”, Salvini in compagnia del restante gregge europeo ha da poco avallato l’ennesimo insensato rinnovo delle sanzioni economiche applicate proprio in danno dell’ “amico” Putin. 

Ora, non so voi, ma se io fossi il Presidente di tutte le Russie un “amico” come Matteo Salvini non ce lo vorrei proprio. Ma i segugi di Repubblica e l’Espresso non sembrano sfiorati da nessun socratico dubbio, per loro gli oligarchi russi inondano nascostamente di monete e petrolio il “truce leghista”, forse vittime ingenue di una probabile sindrome autolesionista che li spinge ad arricchire proprio il partito più “atlantista” della storia italiana degli ultimi trent’anni. Ma, dicono quelli che si sentono furbi, Salvini vuole “rompere l’euro”, sostenendo in tal modo più meno consapevolmente proprio i piani di quel “perfido” Putin che non vedrebbe l’ora di alzare una nuova cortina di ferro sulle macerie della moneta unica. 

Gli “scienziati” che dicono simili corbellerie dovrebbero sapere che se l’Unione Europea è un progetto fallito la colpa è delle miopi e ciniche classi dirigenti francesi e tedesche, non certo dei “russi”. Non è stato Putin a ridurre la Grecia in una condizione pietosa, né a spremere fino all’inverosimile tutti i popoli d’Europa in ossequio al mito dell’austerità a tutti i costi. Se poi volessimo dirla tutta, dovremmo al contrario notare che è molto strana la piroetta che sia Salvini che Di Maio hanno impresso recentemente ai rispettivi partiti per accantonare la sacrosanta, doverosa e legittima battaglia per l’uscita dall’euro, prima entusiasticamente e convintamente abbracciata. 

Chi o “cosa” ha convinto i “gialloverdi” a riscoprirsi improvvisamente “europeisti” nonostante i continui schiaffi ricevuti — oggi come ieri — dagli uomini di Bruxelles e Francoforte? Questo sarebbe un quesito logico che i giornalisti liberi di un Paese libero dovrebbero approfondire con scrupolo, senza perdere tempo ad inseguire i “puffi”, “birba” e “Gargamella”. 

Non so se i “gialloverdi” siano ricattati da qualcuno, ma se lo sono di sicuro i ricattatori non vengono dal Cremlino. Intanto, mentre la squadra di De Benedetti continua a braccare “Masha e Orso”, il governo del “cambiamento” non sta cambiando una “beata minchia” come direbbe il buon Cetto La Qualunque. Il ministro dell’Economia Tria si appresta a varare l’ennesima finanziaria in “avanzo primario” mentre il premier Conte passa le sue giornate a “rassicurare l’Europa” per la gioia di Mattarella e di tutto il circo mediatico addestrato. Ma questi argomenti il “mainstream” prudentemente non li affronta. Meglio tacere, non si sa mai i russi ci ascoltino…

* Fonte: il moralista

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venerdì 5 luglio 2019

LA SFIDA DI PUTIN E L'ITALIA di F.S.

[ venerdì 5 luglio 2019 ]


Riceviamo e volentieri pubblichiamo











Vladimir Putin: il Politico contro il caos globale del capitalismo casinò rimette in gioco l’Italia


«Con l’Italia abbiamo veramente rapporti particolari…»
Vladimir Putin, Corriere della Sera 4 luglio 2019



Chi scriveva, o diceva, che il viaggio italiano del presidente della Federazione russa sarebbe stato tutto finalizzato all’incontro con il pontefice romano probabilmente non ha colto il significato di questa visita lampo. Dopo la storica intervista al FT in cui per la prima volta dopo Breznev la Russia si presenta al mondo come superpotenza ideologica globale (qui parlavo non a caso del putinismo come d’un breznevismo in salsa neo-bizantina), il presidente usa due storiche testate italiane, “Il Corriere della Sera” e “La Stampa”, per rafforzare la sua concezione di prassi politica e geopolitica in cui il destino politico italiano sembra effettivamente appartenere al grande spazio imperiale russo più di quanto taluni superficiali analisti hanno creduto.

Putin specifica che la Russia non ha mai interferito nei processi elettorali dei singoli Paesi Ue, né intende farlo, ma ricorda con forza il particolare legame storico e geopolitico con l’Italia guidata da Silvio Berlusconi (“un politico di statura mondiale”) e non nega affatto la sua predilezione per il “populismo” leghista salviniano:

«La Lega italiana e la nostra Russia Unita collaborano nell'ambito di un accordo di cooperazione. La Lega e il suo leader Salvini sono attivi sostenitori di un ripristino della piena cooperazione tra Italia e Russia; si pronunciano per una più rapida abolizione delle sanzioni anti-russe introdotte dagli Usa e dall'Ue. Qui i nostri punti di vista coincidono. Salvini ha un atteggiamento caloroso verso il nostro Paese, conosce bene la realtà russa»,
intervenendo così da una posizione di forza sul nodo strategico occidentale, rappresentato proprio dal governo gialloverde insediato da un anno a Roma.

Due scenari


Questa posizione è dovuta alla consapevolezza, come precisa il presidente della Federazione nel corso del suo intervento a “La Stampa” che il futuro potrà realizzarsi con due scenari. Il primo è rappresentato dalla rinascita del modello della globalizzazione incarnato dal dominio dei mercati e del capitalismo casinò attraverso i quali i Paesi imperialisti, finanziariamente più potenti, con un egoismo economico illimitato (“il dominio ad ogni costo”), quindi vorticoso ed insaziabile, porteranno definitivamente l’umanità a “battaglie senza regole”, alla “guerra di tutti contro tutti” ed infine a pratiche distruttive verso l’organica millenaria armonia tra uomo e regno naturale, oltre che a nuovi genocidi di popoli ed etnie, come del resto hanno già fatto.

Il secondo, viceversa, sarà rappresentato da un universalismo policentrico e multipolare caratterizzato da “pari condizioni di sviluppo” grazie alle quali il nuovo ordinamento economico mondiale riporterà al centro concetti quali sovranità politica, diritto incondizionato di ogni Nazione o polo di civiltà allo specifico percorso di sviluppo ed, aggiunta fondamentale, non solo al singolo progresso ma anche allo sviluppo sostenibile universale. La guida storica della Federazione russa lancia però un messaggio di chiaro significato ideologico, di aperta sfida al capitalismo globale, come nemmeno Xi Jinping ha osato mai fare. Il multipolarismo della Cina socialconfuciana è sì revisionista verso l’ordine globale ma non nel senso ideologico, esclusivamente sul piano del rapporto di forza geoeconomico: il conflitto che la vede contrapporsi agli Usa è tatticamente di natura assolutamente commerciale.



La Russia di Putin, viceversa, avverte l’intera umanità che il capitalismo finanziario ed il liberalismo che hanno dominato su tutta la linea negli ultimi decenni stanno purtroppo conducendo il genere umano alla catastrofe morale, economica, ecologica. 

Il passaggio successivo sarà perciò riportare la diplomazia e la prassi politica al centro, espropriando, a livello globale, la casta dei mercanti del pluspotere politico di cui illegittimamente si sono appropriati, con il seguito di caos, miseria, disgregazione sociale, indotta sostituzione di popoli che sono purtroppo sotto gli occhi di tutti. Insistere sulla linea del liberalismo e del capitalismo di mercato quando ciò significa, come è evidente, catastrofe, significa o essere oltre modo avidi o essere utopisti (come è nel caso delle varie anime idealiste che popolano il variegato universo delle sinistre arcobaleno o delle ONG). 

Il mercato è stato parzialmente “libero” sino a quando non si è giunti alla grande e pacifica ascesa della Cina alla sua naturale dimensione globale ed al ritorno attivo della Russia sulla scena internazionale. Da quel momento il “libero mercato”

«ha adottato la lingua della guerra e delle sanzioni commerciali, del raid economico manifesto, strozzando, intimidendo ed eliminando i concorrenti con metodi, diciamo pure, non di mercato”»(V. Putin: L’Occidente ha perso potere e lancia guerre economiche, “La Stampa”).
Chiaro il riferimento, seppur non esplicito, alla guerra ucraina e a quanto ne è scaturito sul piano dei rapporti di forza globali. Secondo Eugenio Dacrema su il manifesto il primato mediterraneo e nel Vicino Oriente della Russia si reggerebbe su un dominio dai piedi d’argilla in quanto non sarebbe economicamente ben supportato e dunque destinato al fallimento. 

Putin viceversa specifica che il disegno imperiale neo-bizantino del Cremlino sarebbe accettabile e più gradito proprio perché antitetico al neocolonialismo concreto tipico dei Paesi occidentali a trazione capitalista, finanziariamente più forti e per questo ben predisposti allo sfruttamento di risorse, materie prime e lavoro dei popoli e dei territori del Medio Oriente. Come Bisanzio caso unico nella storia: mille anni di dominio incontrastato su un impero vastissimo e multietnico, oggi la Russia è l’unico stato pronto al dialogo con tutti (Israele, Palestina, Qatar, Iran, Arabia Saudita, Cina, Giappone, Usa); uno stato che tende strategicamente al rifiuto della guerra, privilegiando la via della diplomazia politica, sino a quando ciò è possibile e facendo tutti gli sforzi del caso affinché ciò sia possibile. Significativo assai è, in conclusione, il fatto che il presidente della Federazione abbia deciso di agitare a livello globale questo profondo e rivoluzionario messaggio, finalizzato all’affermazione della cultura della solidarietà sociale internazionale e della prassi del Politico sull’anarchia primitivistica ed imperialista del “libero mercato” e dello “scambio ineguale”, proprio in coincidenza del suo viaggio lampo in Italia.  



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martedì 2 luglio 2019

LA STRATEGIA DI PUTIN di F.S.

[ martedì 2 luglio 2019 ]

“Vivremo finché vivrà la nostra causa, finché vivranno i nostri ideali…”.

Vladimir Putin, Financial Times


Secondo Francesco Maria Toscano Putin decreta la fine del mondo liberale; l’intervista rilasciata al Financial Times avrebbe perciò "carattere epocale". Per Toscano l’analisi di Putin, basata sulla strategia antiliberale, ricalcherebbe la via tracciata da Dughin, teorico della “Quarta teoria politica”. Per Leonid Bershidsky, viceversa, l’antiliberalismo putiniano affonderebbe il suo gene originario nella storica tradizione conservatrice dell’arte di governo russa. Lo stesso Dragosei, sul Corriere della Sera del 29 giugno 2019, sostiene che la Russia avrebbe conosciuto solo parvenze di vero e proprio liberalismo nella sua storia: ai tempi della rivoluzione del 1905 e negli anni del governo Elstin dopo lo scioglimento dell’Urss. Per Putin, come per la stragrande maggioranza dei russi, quest’ultimo periodo è indissolubilmente legato allo sfacelo del paese, con la diaspora russa e la rapina oligarchica liberista dei tesori di stato — “Una delle più grandi tragedie del secolo” secondo lo stesso Putin. Che il liberalismo sia stato, nel conflitto interimperialista che va da fine '800 ai nostri giorni, e nella logica geoeconomica stessa dello scambio ineguale, lo strumento ideologico e la storytelling con cui la frazione liberal dell’Occidente si è imposta a livello planetario pare ormai fuori discussione. E ciò con il portato di razzismo soft e imperialismo che ha caratterizzato e caratterizza la superpotenza statunitense.

Tornando alla questione dell’antiliberalismo putiniano, in realtà la realpolitik putinista è quanto mai distante dalla declinazione ideologica della visione di Heidegger e della rivoluzione conservatrice tedesca proposta da Dughin, essendo un tentativo di sintesi tra una cultura di governo imperiale di sostanza tardo sovietica e una concezione del mondo appartenente ad un filone ben preciso della destra nazionale russa, che è quella di Berdjaev e Solzenicyn. 


Quest’ultimo in più casi è stato definito da Putin il suo “padre spirituale” e tale milieu culturale, che si può considerare basato sul principio di una cultura cristiano-ortodossa fortemente politicizzata e modernizzata, è oggi ben rappresentato in Russia dalla
Tikhon, vescovo di Egor’evsk, vicario del patriarca Kirill e Putin
carismatica figura del metropolita di Pskov Tikhon per il quale la rivoluzione bolscevica sarebbe stata, almeno agli inizi, una sovversione russofoba guidata da una élite ebraica occidentalizzante e per il quale il primo avversario strategico della Russia putiniana non è affatto l’Islam ma l’ecumenismo di Roma e dell’ebraismo che mirerebbero a conquistare l’ecumene politico spirituale ortodossa, come i recenti fatti concernenti l’autocefalo scissionista Patriarcato di Kiev peraltro attesterebbero. 

Putin lancia, nell’intervista al “Financial Times”, un profondo messaggio all’Occidente che è sfuggito agli analisti; lo statista russo definisce infatti Pietro il Grande il suo modello di governatore. Apparentemente sembra prendere così le distanze dalla destra imperial-bizantina ed antioccidentale tikhonita, che ha sempre visto il petrismo “prebolscevico” come fumo negli occhi. Ma Putin, da politico pragmatico, rivolgendosi all’Occidente afferma a chiare lettere di essere il continuatore di Pietro, il modernizzatore rivoluzionario e conservatore al passo con lo “spirito del tempo” e non della tarda élite sovietica, ingabbiata in un immobilismo conservativistico fondato sulla mera stabilità giuridica e poliziesca. Putin ribadisce che la Russia parteciperà su tutta la linea alle sfide strategiche del futuro prossimo, dall’IA alle nuove tecnologie militari. Non è pero in discussione la linea neo-bizantina basata sul concetto di Stato potenza imperiale

Non a caso tutto incentrato sulla Lezione di Bisanzio è il grande insegnamento politico del “metropolita di Putin”. Alla fine di gennaio 2008 il canale di stato russo mandò in onda per la Federazione tutta, per volontà diretta di Putin, il documentario dell’allora archimandrita Tikhon: 
«La caduta di un impero. La lezione di Bisanzio». Il messaggio politico del consigliere spirituale del presidente russo, traendo spunto dalla fine dell’Impero romano d’Oriente, era assai chiaro: il nemico politico della santa Russia o Terza Roma non è ad Oriente ma si trova ad Occidente. La terza Roma non avrebbe perciò dovuto ripetere l'errore strategico della seconda Roma, ossia volgersi con volontà imitativa ed infantile alle mode politiche e sociali occidentali. Tali mode politiche sarebbero rappresentate dal liberalismo, dal capitalismo casinò privatistico ed anticomunitario, dalla dittatura culturale e amorale Lgtb — che Putin ha anche di recente definito satanocratica e quintessenza dell'europeismo arcobaleno — e così di seguito. Da Occidente sarebbe arrivato il definitivo tentativo della sovversione globale russofoba o della nuova Rivoluzione colorata contro il Cremlino, avvertiva Tikhon più di dieci anni fa. Il metropolita di Pskov, che ha fortemente criticato nel settembre 2017 l’indifferenza del Patriarca Kirill nel corso delle proiezioni del film “Matilda” che avrebbero messo in cattiva luce “San Nicola lo Zar” (1868-1918), vide nel 2016 nell’incontro tra Papa Francesco e Kirill un esempio di linea “nikodimica”. 

Nikodim Rotov
Il nikodimismo prende il nome dal metropolita Nikodim Rotov, che misteriosamente passò a miglior vita proprio nel corso di un’udienza con Giovanni Paolo I nel 1978. Nikodim avviò una politica di collaborazione con Roma e con il Gran Rabbinato israeliano in epoca krusheviana sovietica.

Nikodimismo, nel lessico politico della destra imperialista neo-bizantina, significa perciò non ortodossia o vera e propria eresia in quanto l’essenza della teologia patristica sarebbe appunto anti-ecumenista ed antigiudaica. Gli antinikodimisti evocano lo spirito dell’Anticristo, che avanzerebbe mediante sionismo, ecumenismo, europeismo occidentale per il quale laicismo non significa legittima separazione tra sfera religiosa e politica, che lo stesso tikhonismo rivendica per la Russia, ma soppressione di ogni anelito spirituale e sacrale. 

Circa un mese dopo l’incontro cubano tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill del 12 febbraio 2016, la frazione maggioritaria del Patriarcato di Mosca emanò un «Messaggio dei cittadini ortodossi russi agli organi di potere statale e alla gerarchia ecclesiastica con la richiesta di ripristinare legge e ordine». Il messaggio, di evidente ispirazione tikhonita, attaccò frontalmente la dichiarazione congiunta siglata dal Patriarca di Mosca e dal Papa durante l’incontro a L’Avana, in quanto non avrebbe rispettato il vero insegnamento ortodosso e sarebbe stata una apologia dell’eresia ecumenista, progettata per legittimare il movimento ecumenico al Sinodo pan-ortodosso che si sarebbe tenuto mesi dopo a Creta. L’attacco fu poi apertamente diretto contro Kirill, colpevole di aver firmato a nome di tutta la Chiesa ortodossa, di cui si sarebbe illegittimamente appropriato, una dichiarazione con il capo del Vaticano, riconoscendo di fatto una sorta di uguaglianza canonica con il Pontefice e delegittimando perciò stesso la definizione, di origine patristica, del “papismo” come eresia. 

Va comunque precisato che ogni paragone di presunta affinità ideologica tra la prassi politica reazionaria e antimodernista di un K.P. Pobedonoscev (1827-1907) e il tikhonismo sarebbe fuori luogo. Il metropolita Tikhon non è infatti un reazionario né uno zarista stricto sensu. Per quanto anti-bolscevico che rivendica la storia di martirio e sofferenza dell’Ortodossia panrussa nel corso del XX secolo, egli, da buon realista, coglie nelle sue analisi i limiti strategici e politici del monarchismo zarista. Tikhon è infatti un bizantino moderno, che comprende la necessità di una dottrina strategica e di una prassi politica basata sulla tutela di un grande blocco imperiale di radice panrussista. 

Putin si è sempre mosso, con saggia circospezione e prudenza, ricalcando questa visione politica e geopolitica di natura modernistico-bizantina tikhonita, non quella tutto sommato occidentalistica e germanofila, oltre che profondamente impolitica, di Dughin. 

La democrazia sovrana tikhonita ha un ispiratore nell’imperatore bizantino Basilio II (958-1025), colui che realizzò il potere verticale e organico colpendo ribelli sovversivi e oligarchi accumulatori. Tikhon ama ripetere la frase di Alessandro II (1818-1881) che recita che «governare la Russia è molto facile, ma inutile»: ciò sottintende che il destino della Russia sarebbe nelle mani della “santa Vergine” e poco possono fare gli uomini al riguardo. 

Lo stesso Solzenicyn stupì l’Occidente nel corso di una pubblica conferenza americana affermando: «Signori, la madre di Dio ha nel cuore la santa Russia» e concludendo così una sessione universitaria, che doveva durare almeno due ore… A differenza di Solzenicyn, lo starec solitario premiato da Putin con la croce di S. Andrea, il metropolita di Pskov è stato però capace di tradurre in realismo politico la visione del mondo basata sulla centralità assoluta della ”idea Russa”. L’organicismo antiliberale e democratico-ortodosso di Tikhon, piaccia o meno, si è inverato come mito politico del putinismo di governo. Nella concezione tikhonita, la riconquista ortodossa di Gerusalemme è un programma politico-strategico, da sviluppare diplomaticamente, come è ovvio, non militarmente, ma tale simbolicamente rimane. La visione del metropolita, tenuta in buona considerazione dal presidente, chiama alla battaglia per la sopravvivenza strategica panrussa con l’Occidente, anche cattolico, ed Israele, molto più che con l’Islam, che è ormai una componente fondamentale della Federazione. E' un mito politico, potenzialmente universalistico, assai più adeguato dunque alla nuova fase strategica e al conflitto imperialistico globale del tradizionalismo metafisico ed impolitico di Dughin. La chiave di volta per la comprensione della geopolitica e della storia contemporanea risiede soprattutto sul fatto che — quelle che seguono sono sue parole — 
«l'odio vendicativo dell'Occidente nei confronti di Bisanzio e dei suoi eredi... continua tuttora. Senza capire questo stupefacente ma indubbio fatto politico, rischiamo di non capire molte cose della storia passata e contemporanea».


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sabato 29 giugno 2019

PUTINISMO AL TRAMONTO ? di F.S.

[ sabato 29 giugno 2019 ]

«L’era liberale, con il dominio globale occidentale, appartengono a una vecchia, superata epoca storica…..La Russia attuale, al passo con i tempi, è un esempio di democrazia e patriottismo…L’ideologia liberale è arretrata…». 

Vladimir Putin 28 Giugno 2019

L’ultimo articolo di Orietta Moscatelli in Limesonline è dedicato alla crisi del putinismo. La Moscatelli, riprendendo taluni topoi che da circa un mese compaiono nelle riviste geopolitiche specializzate occidentali, parla di un “autunno caldissimo” del presidente Putin che sarebbe già iniziato. Nell’ottica degli analisti vicini al Cremlino, si tratterebbe invece di una pianificazione tattica e strategica basata sulla realizzazione di una “Rivoluzione colorata” a Mosca nell’autunno 2019. 

Il progetto delle sanzioni si concretizzerebbe con la fine del modello putiniano di “Democrazia sovrana” e la vittoria politica di quell’oligarchia liberale e liberista interna con cui il presidente russo non ha potuto regolare definitivamente e in profondità i conti. La Stampa, lo scorso 31 maggio, in un articolo firmato da Giuseppe Agliastro forniva un quadro assai pessimistico della situazione politica putiniana, parlando di un malcontento abbastanza diffuso, a causa di una linea sociale che colpirebbe soprattutto studenti e pensionati e che avrebbe arrestato quell’ascesa dei ceti medi che aveva caratterizzato i precedenti esecutivi Putin. 

L’imperialismo occidentale sta già prefigurando lo scenario ideale: il crollo del modello putiniano significherebbe di conseguenza l’assalto da tutti i lati alla Cina socialconfuciana di Xi Jinping, il dilagare del sionismo nel Vicino Oriente, con il semaforo verde globale alla definitiva macellazione della Siria baathista e la possibile realizzazione su vasta scala della dottrina Schauble, ovverosia della dottrina di fedeltà transatlantica con l’integrazione del mondo eurasiatico confinante con la Cina nel grande Lebensraum occidentale. Si può realizzare effettivamente tale scenario?

E’ passato circa un anno dal decreto attuato come Progetto Nazionale con il quale Putin annunciava che la Russia sarebbe tornata, nel giro di pochissimi anni, tra le prime cinque economie mondiali. Si progettò lo stanziamento di circa 400 miliardi in 6 anni: l’intervento statale, guidato dal ministro delle finanze Siluanov, dovrebbe assicurare la crescita del Pil procapite (previsto oltre i 15 mila dollari nel 2024), la riduzione del tasso di povertà al 5.5% dall’odierno 13%, la diversificazione politico-economica rispetto al modello incentrato nei soli servizi energetici, il contrasto al declino demografico. 

Risultati, nel primo anno, sembrerebbero esservi stati: prescindendo dal Pil, che potrà essere con precisione calcolato preferibilmente dal 2020, va rilevato il significativo e stabile stanziamento dei fondi alle coppie con figli oltre all’apertura di asili nido, scuole e centri pedagogico culturali nelle aree rurali per futuri insegnanti. I punti critici paiono però in particolare due; il primo è rappresentato dal fatto che un investimento di 400 miliardi di dollari è forse non abbastanza cospicuo se si pensa che la Cina, ad esempio, in un anno investe qualche cosa in più, di 400 miliardi di dollari, sul solo piano della infrastruttura interna, il secondo dal fatto che la Russia dal 2014 perde annualmente 150 miliardi di dollari per effetto delle sanzioni e potrebbe così esser necessaria una allocazione delle risorse a trazione fiscale o fondata sull’aumento della quota pensionabile.

Questo quadro chiama di conseguenza in causa il significato politico del putinismo. A talune iniziative effettivamente brillanti e coraggiose, la più significativa ed importante delle quali è la nuova strategia mediterranea di una Russia tornata anche grazie a ciò, di nuovo, potenza globale (come peraltro scrivevo mesi fa Putin avrebbe rivisto il suo atteggiamento libico, schierandosi a fianco di Turchia Qatar Iran) , ma senza trascurare una alleanza che sembra ormai quasi strategica con la Cina, non sempre ha corrisposto una politica interna da grande statista il quale Putin potrebbe essere pure considerato.

Il putinismo poteva inverarsi, nella storia russa, come l’eéite politica del blocco sociale egemonico della piccola proprietà urbana ed anche, o forse soprattutto rurale; la necessaria e strategica alleanza con il capitalismo energetico di stato ha reso effettivamente problematica una tale correlazione e sicuramente senza una tale alleanza la Russia non sarebbe rientrata, con la realpolitik putiniana figlia della scuola machiavellica sovietica e russa (Evgenij Primakov), a giocarsi un ruolo di peso e di primissimo piano nel conflitto inter-imperialista globale che contrassegna la nuova fase strategica. Putin ha subito passivamente dal subimperialismo franco-tedesco più del dovuto; dalla serie di rivoluzioni colorate ucraine e georgiane alla politica sanzionatoria contro la Federazione russa, anche in questo caso la necessità di proteggere e incentivare il capitalismo energetico di stato, base economica e sociale della nuova Russia, ha avuto il sopravvento. Senza dimenticare che nel corso della crisi del 2015 Putin avrebbe potuto forzare a proprio vantaggio la situazione greca, anche alla luce della tradizionale ortodossia del popolo ellenico, colpendo in profondità, in modo irreversibile, il fronte trans-atlantico europeistico di Clinton-Obama ma non lo ha fatto. L’Unione europea lo avrebbe ripagato poco dopo con sanzioni su tutta la linea. Infine, pur avendo inferto un significativo vulnus al liberismo elstiniano, i residui di quest’ultimo sopravvivono tuttora nello stesso indirizzo sociale putiniano.

Nonostante questo, il proposito strategico della fazione Clinton — e dunque degli stessi apparati profondi della Unione europea ancora subalterni alla stessa — fondato sulla “Rivoluzione colorata” a Mosca non ha, almeno secondo il nostro modesto punto di vista, possibilità di successo. 

Il popolo russo, per quanto malcontento possa serpeggiare, è tuttora quasi generalmente grato a Vladimir Putin. Il nome di Putin nella storia di questo grande popolo ha significato politicamente e concretamente che la Russia non si fa più mettere i piedi in testa dall’occidente o dall’imperialismo Usa, come è avvenuto sino a pochi anni fa. Ha significato effettivamente che la bandiera neo-imperiale russa possa sventolare ora con stabilità non solo in Crimea, ma nella base stessa di Humaymim e in quella marittima mediterranea di Tartus. Ha significato che russi e cinesi alleati possano riconfigurare la geopolitica globale ben oltre l’Occidente. 

Tutto questo nella psicologia profonda di milioni e milioni di uomini e donne della Federazione russa è ben piů importante di tutto il resto.

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martedì 11 giugno 2019

PUTIN, PRIMAKOV LA RUSSIA E IL MEDITERRANEO di F.S.

[ martedì 11 giugno 2019 ]

7 maggio 2019, Ivanovo. La parata militare che celebra il 74. anniversario della vittoria sul nazismo



Russia mediterranea e non sionista


Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirci sino a questo punto, comprenderà che la geopolitica eurasiatica pura, come molti “filorussi” la propongono, non solo non rientra nei piani strategici del Cremlino ma è una trappola delle élite occidentali e imperialiste per imporre l’arrocco della Russia.


Viceversa Putin ha dichiarato in diversi contesti, anche di recente, che la Russia è un leader globale “ortodosso” alternativo all’Occidente euroatlantico. Condivido il giudizio complessivo espresso da Sollevazione in base a cui il presidente russo non sia un rivoluzionario, ma un conservatore verticale, una sorta di Breznev di destra conservatrice, come condivido il pensiero, sottinteso, che quando Putin dice leader globale tutto intende tranne che sovversione dell’equilibrio globale o di quel poco che resta di questo.

Attualmente l’unica potenza "revisionistica" è infatti la Cina di Xi, non certo la Russia. Sia l’Occidente, sia tutto sommato la Russia putiniana, risorta dopo la catastrofe degli anni ’90, avrebbero voluto conservare quel presunto ordine globale ormai classificato quale “disordine globale”. L’irruzione sulla scena globale della Cina di Xi, ormai esplicitamente lanciata verso il primato globale e di una potenza che per quanto frammentata e multiforme va considerata decisamente sovversivistica quale l’Islam, non ha reso possibile il proseguimento tale progetto. Fu, infatti, la Rivoluzione iraniana del 1979, come più volte abbiamo specificato, a mettere geopoliticamente sul banco degli imputati l’ordine di Yalta: “Né Oriente, Né Occidente” scrivevano nei loro stendardi, nazionalisti persiani e militanti sciiti, riprendendo un significativo pensiero che Imam Khomeini dai primi anni ’60 aveva lanciato all’intero mondo musulmano. 

Emergeva così, con l’intervento diretto in Siria (2015), la Realpolitik russa a base mediterranea. Secondo Camille Grand, viceversa, direttore della Fondazione della ricerca strategica di Parigi, la strategia mediterraneista della Russia “ortodossa” di Vladimir Putin è coerentemente iscritta in una profonda dimensione “neo-primakoviana”.
Di seguito, vari analisti anglosassoni e americani hanno fatto di Evghen Primakov il padrino dell’attuale interventismo mediterraneista del Cremlino. Putin stesso, durante le esequie funebri del grande statista russo (giugno 2015), secondo taluni testimoni avrebbe sostenuto che la Russia mediterranea, alternativa concreta al globalismo occidentalista, era il “sogno di Primakov”.

Yevgeny Primakov e Putin
Primakov, che lavorò nel corso degli anni ’60 e ‘70 in Medio Oriente sia come inviato della “Pravda” che come uomo di punta del KGB (nome in codice Maksim), fu l’intendente principale della relazione strategica tra Mosca sovietica e il Ba’as di governo in Siria ed in Irak. In base alla visione pragmatica e neo-machiavellica di Primakov, che criticò a più riprese nel corso della sua carriera sia l’indirizzo geopolitico staliniano sia quello originario di Lenin, le chiavi del potere politico globale si sarebbero trovate in Mediterraneo, non in Eurasia. Il Nostro considera l’ascesa e lo sviluppo di una pluralità di centri globali una realtà oggettiva e tra questi egli avrebbe immaginato al centro un polo mediterraneo con una forte presenza russa e russofila. Molto più che nei suoi scritti di memorie, tale strategia avrebbe preso corpo proprio dall’azione sul campo del “Grande Medio Oriente”.

Severe critiche furono riservate dal Nostro anche alla teoria stessa di Nikita Krouchtev, una sorta di socialsociovinismo “neo-zarista” applicato ai paesi del Corno d’Africa e del Mediterraneo. Il Nostro assegna infatti una centralità strategica, non compresa dalla conservatrice burocrazia sovietica, alla Guerra dell’Ogaden (1977-1978); le sbagliate scelte sovietiche, di acritico sostegno all’etiope DERG (che sembra vedesse la presenza ai vertici di sionisti russofobi), avrebbero prodotto, con i suoi effetti letali a catena, il definitivo crollo dell’URSS. La mancanza di una politica di Stato realista e machiavellica era anche dovuto, secondo Primakov, al pesante dogmatismo unilaterale di scuola

hegelomarxista, che il bolscevismo avrebbe portato impresso nel suo dna stesso.

Viceversa, con la teoria Primakov nasceva in Russia una scuola di geopolitica fondata sul realismo politico italiano del Machiavelli. Da Primakov in avanti la Russia si concepisce come una perfetta potenza realistica: viene elaborata una netta distinzione tra politica interna e politica internazionale, all’esterno del “vicino estero”, in quanto gli altri Stati occidentali avrebbero l’obiettivo strategico di massimizzare la loro potenza sfruttando le tradizionali debolezze geopolitiche russe. La cultura strategica primakoviana, che non dà eccessivo valore alla partnership, alla distensione, persino all’alleanza militare, ha assorbito il principio fondamentale dell’arte operativa forse ancora prima che lo si trascrivesse nei manuali militari dell’URSS. La vittoria non è ottenuta con la tecnologia militare ma tramite l’uso politico e tattico che se ne fa ben coordinando le forze a disposizione sul campo. Primakov non ha paura della sconfitta e della catastrofe perché la storia russa è in tal senso maestra; da una sconfitta nascono sistematicamente germi di autentica rinascita. Primakov, memore della tragedia sovietica, ha politicamente paura del conservatorismo e del burocraticismo immobilistico. Questo potrebbe forse il punto di maggior distinzione tra l’ideologia universalistica mediterranea di Primakov e il putinismo di stato.

Primakov è comunque un realista e un tattico, convinto che la strategia abbia in un mondo multipolare, in continua innovazione, il fiato corto. Primakov fu il primo teorico della guerra ibrida o asimettrica, con ogni probabilità ben prima di L. Qiao–Wang. La sua impronta sulla trazione mediterranea della Nuova Russia sarebbe così, secondo l’analisi di Gran, fuori discussione: fonti occidentali e israeliane, più volte citate dal Financial Times, già dal 2007 segnalavano la presenza fissa di uomini ben addestrati e disciplinati del GRU in terra siriana e libanese. Gli ultimi due capi del GRU sarebbero entrambi giunti al trapasso, ufficialmente per cause naturali, proprio in Libano: Igor Sergun, eroe di stato della Federazione russa ed Igor Korobov deceduto pochi mesi fa. Particolarmente significativa appare allora, alla luce del “neo-primakovismo” putiniano, l’opposizione del Cremlino al “piano di pace” Sionista per il Medio Oriente degli ebrei ortodossi Kushner-Greenblatt, che scavalca anche il Dipartimento di stato USA. 

Mascherato come piano di pace, è il classico progetto razzista e arabofobo della Grande Israele messo in campo, con il Sionismo imperiale unico padrone incontrastato del Mediterraneo. Questo alla faccia della totalità di analisti e geopolitici che ci propongono a iosa una nuova centralità strategica del centro globale che sarebbe rappresentato dalla regione dell’Indo-Pacifico. Nel recente incontro (6 giugno) Putin e Xi Jinping hanno espresso in prima istanza sostegno totale al Venezuela bolivariano di Maduro, di seguito Xi ha sostenuto l’obiettivo strategico della creazione di uno stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 con Al-Quds (Gerusalemme) capitale del mondo arabo. L’ambasciatore cinese Guo ha annunciato, quindi, che Russia Cina e Siria hanno concordato congiuntamente il boicottaggio del piano Kushner. 

Preoccupante, d’altro canto, il chiaro flirt commerciale del blocco russo-cinese con i sauditi, che potrebbe avere effetti letali, irreversibili, nelle relazioni con Iran e Turchia, che Russia e Cina sembravano aver privilegiato dal 2016 a oggi.

Tre superpotenze, Cina, Russia, Israele han comunque posto al centro dei loro progetti strategici il polo globale Mediterraneo. Non esiste oggettivamente altro centro globale ove la competizione politica tra superpotenze sia così pesante. Le analisi geopolitiche a taglio esclusivamente economicistico sono però portate a trascurare tali elementi più politici, che non sarebbero compresi, almeno in prima istanza, nella mera dimensione economicistica.

Senza affatto cancellare la tradizionale politica “filopalestinese” russa (il cristiano capo di Hamas, Ismail Haniyeh avrebbe di recente ricevuto un invito ufficiale da parte del Cremlino), Putin, probabilmente grazie ad una personale rielaborazione della dottrina Primakov, ha però messo al centro della scena globale il dramma dei cristiani
Il simbolo della Società imperiale ortodossa russsa
mediorientali. Questi ultimi, non a caso, dall’intervento siriano a oggi, vedono nella Russia ed in Putin, ben più che nel Vaticano, l’unica barriera al genocidio avanzante. Si pensi che in Siria i cristiani rappresentavano circa il 12% della popolazione a fronte del modesto 7% di pochi mesi. Da 7 anni a Mosca, sulla via Zabelina, nel centrale quartiere di Kitay Gorod, l’edificio della IPPO (Società Imperiale Ortodossa palestinese) è diventato il simbolo della stretta collaborazione tra Stato e Chiesa sul dossier dei cristiani mediorientali. Il 12 novembre 2012, giorno dell’inaugurazione della comunità, la platea era composta da Serghei Lavrov, Serghei Sobyanin e dal presidente della comunità ortodossa, Serghei Stepashin, già primo ministro quando al Cremlino vi era Boris Elstin. L’organizzazione, messa al bando dopo la rivoluzione bolscevica, riprenderà vigore proprio grazie a Putin; ha nel frattempo organizzato viaggi spirituali in Terra Santa e nel Monte Athos, aperto una scuola a Gerusalemme ed è impegnata in prima linea proprio nella difesa dei cristiani in Medio Oriente.

Terra santa, nella accezione ortodossa russa, non significa solo Gerusalemme, o i territori sotto l’Autorità nazionale palestinese ma anche Israele, Siria, Libano. Significa perciò soprattutto presenza russa e più specificamente cristiano-ortodossa (od anche cattolica orientale) in quelle terre. La comunità, sebbene sia un ente religioso e non politico, ha espresso in molte occasioni posizioni chiaramente antisioniste ed in più casi è dovuto intervenire direttamente il Cremlino per dirimere controversie sorte in luogo con le milizie sioniste.

La politica di attivo sostegno alle minoranze cristiane in Medio Oriente da parte della Russia ha finito per sostituire la tradizionale geopolitica francese in Siria e Libano, quella anglosassone o quella stessa cattolica universalistica; di concerto con il Cremlino, opera naturalmente il Patriarcato di Mosca con una mirata politica di solidarietà ortodossa mediterranea. Centinaia di migliaia cristiani, perseguitati e torturati, non si rivolgono quindi, come detto, più a Roma ma finiscono per chiedere la cittadinanza russa. Il basso profilo libico del Cremlino potrebbe forse essere letto anche in considerazione del fatto che, se si esclude una marginale Chiesa copta-ortodossa, non vi è presenza ortodossa in Libia. 

Dal 2013 sono diventate sempre più frequenti le visite nella Federazione di guide e esponenti cristiani mediorientali; in vari casi proprio il presidente Putin ha voluto riceverli direttamente. Di recente, il presidente libanese Aoun, in vista al Cremlino, ha detto che per l’ “Occidente cattolico” non esisterebbero i fratelli cristiani del Medio Oriente e, di conseguenza, per questi ultimi, anche se cattolici, Mosca Terza Roma è divenuta la capitale mondiale della cristianità ed ha inoltre indicato non solo nell’islamismo sunnita armato ma anche nel sionismo i nemici che vogliono cancellare definitivamente la storica presenza cristiana nel Vicino Oriente.


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giovedì 23 maggio 2019

IL MITO DELL'EURASIA di Georgy Stefanov

[ giovedì 23 maggio 2019 ]


Il nuovo protagonismo della Russia putiniana sulla scena globale ha riportato in auge la questione dell'Eurasia. Molti analisti occidentali, anzitutto quelli vicini ad ambienti NATO, ritengono che dietro all'espansionismo russo vi sia il progetto eurasiatista. E' davvero così? E nel caso, di quale eurasiatismo si tratterebbe?
Segnaliamo che questo blog si era già occupato della questione storica e filosofica dell’Eurasia nell'articolo Che cos'è l'euroasiatismo. Successivamente pubblicammo un'indagine su certa estrema destra filorussa



*  *  *


Quale Eurasia?


Che cosa significa, su un piano politico, Eurasia? Possiede, la concezione del mondo fondata sull’Eurasia, una capacità di proiezione mitica ed universalistica? Proviamo ora a vedere.

Le Riforme Pietrine aprirono la Russia all’Occidente. Il confronto tra Russia e Europa venne percepito da molti strati della società civile russa come una pericolosa apertura verso l’abisso. Non va del resto dimenticato il fatto che nell’inconscio russo Oriente significava Khanato dell’Orda d’Oro, quindi dominio tataro-mongolo. Nel corso dell’800, tali questioni assunsero nella politica strategica russa un carattere dirimente, che avrebbe sostanzialmente condotto, purtroppo, ad un sostanziale complesso di inferiorità rispetto al bonapartismo francese. 


Con la sconfitta nella guerra di Crimea, prese ancora più corpo una strategia imperiale che puntava ai mari; inaccessibile il primo obiettivo immediato, l’Oceano Indiano, la politica estera fondata sulla dottrina della narodnost puntò perciò al Pacifico. Dalla
Alexander Dugin
 egli ha una sua peculiare versione dell'eurasiatismo
guerra di Crimea (1853-1855) sino alla guerra con il Giappone (1904-1905), due guerre che ridimensionarono l’ambizione “occidentale” russa, l’Impero zarista svoltò verso una inarrestabile espansione verso Oriente. Ciò, sul piano culturale, si accompagnò ad una rinascita d’un certo “profetismo” e d’un certo misticismo, intimamente basati sulla significativa ricerca della Russia profonda, la Russia occulta e metafisica. Mi riferisco tanto ad ambienti esoterici e occultistici, che vanno ad esempio dalla Blavatsky ad A. Belyj, quanto all’avanguardia artistica e poetica (Goncarova, Chlebnikov), senza trascurare il significativo esperimento sciitista (rivista Skify ecc). E’ però, con l’Ottobre rosso, ed in continuità desostanzializzante con questo, che il mito dell’Eurasia, da mitologia poetica e storico-letteraria, cerca di concretizzarsi in mito politico effettivo. Un potenziale mito politico che si manifestò tuttavia come mito incapacitante, privo come era di un respiro immanentistico rispetto alla stringente logica politica globale leniniana fondata sulla oggettivistica prassi dell’amico/nemico. Una potenziale ideocrazia politica, quella eurasiatista, che sorge negli ambienti contro-rivoluzionari ed antibolscevichi (Nikolaj Trubeckoj, Roman Jakobson, Georgij Florovskij, Dmitrij Svjatopolsk-Mirskij, Georgij Vernadskij e Pëtr Savickij), ma che nondimeno finisce per interpretare arditamente, e correttamente, almeno secondo il metro di Berdjaev, la rivoluzione leninista alla luce dell’idea russa, ossia come una rivoluzione contro il “capitale” marxista ed occidentalista, se volessimo usare la felice metafora gramsciana. 



Lenin e Stalin


La concretezza politica di Lenin statista, secondo la vulgata ormai consolidata, avrebbe cozzato contro il “reazionarismo” orientaleggiante ed eurasiatista di tali circoli metapolitici; Lenin avrebbe puntato a Berlino ed al proletariato tedesco, dunque ad Occidente, e conseguentemente non vi era alcun margine di confronto con chi considerava il modello di civilizzazione russa irriducibile al ciclo “romano-germanico”. Il Carr, viceversa, considera strategica e irriducibile rispetto al marxismo della sinistra occidentalista la “svolta antimperialista” verso Oriente, filomusulmana e filoturanica. Tale prospettiva leninista sarebbe parte integrante della politica di Stato bolscevica, persa ogni speranza sulla forza militare e politica del proletariato occidentale. Tale visione, di un “comunismo tradizionalista” e non occidentalizzante, sarebbe stato il Testamento di Lenin contro la follia occidentalocentrica della "rivoluzione permanente" e contro l’ipotesi del “socialismo in un solo paese”. Lungi dall’incarnare quella linea di lotta al panislamismo asiatico che la sinistra neoilluminista trockista astrattamente e
scioccamente rivendica, dal Congresso di Baku del 1920 il leninismo non solamente si identifica appunto con il principio della “guerra santa” contro il capitalismo occidentale e l’imperialismo, ma incentiva la crescita dell’Islam asiatico, sostiene l’espansione del numero delle madrasse, appoggia su tutta la linea il Partito Comunista del Turkestan, la cui metà dei membri era islamica, impone il diritto di portare il velo alle donne. Conquiste antimperialiste, diritti di una minoranza tradizionalmente oppressa che, naturalmente, il nazionalismo grande-russo staliniano abolirà immediatamente. 

Il bolscevismo stalinista chiuse, del resto, ogni possibilità di abboccamento con i teorici dell’Eurasia, non essendovi altro modello in tale contesto che il triste e bieco zdanovismo. Il movimento eurasista dell’emigrazione fu ostracizzato nell’URSS e guardato con diffidenza dallo stesso milieu dell’emigrazione in quanto “filofascista”. Lo stalinismo, d’altra parte, chiuse le porte a ogni sviluppo universalistico e multilineare del processo rivoluzionario globale in corso, seppellì ogni avanzamento strategico antioccidentalista di senso leninista, ripiegando appunto su un “provincialismo” grande-russo. Il cosiddetto eurasismo classico ebbe perciò breve vita. 


Il mito del superethnos


Con la concezione di Lev Gumilev (1912-1992), però, il mito di Eurasia acquisisce finalmente una sua concreta potenza storica e politica. Gumilev, figlio di Anna Achmatova, non è un politico, semmai un teorico politico ed un metafisico della storia. Si potrebbe considerare l’Huntington russo come sostengono Zade e Titenko. Vissuto per 14 anni nei Gulag, potè poi esercitare la carriera accademica solo dopo la morte di Stalin. Con Gumilev, il concetto mitico di Eurasia finisce per entrare a pieno diritto nella storia delle civiltà e si supera così la visione illuministica ed occidentalistica, eurocentrista, secondo cui l’Eurasia non esisterebbe. La particolare struttura geologica eurasiana, in cui vivrebbe intimamente uno spirito eurasiatico profondo, è il significante, autentico, per la genesi di una Civiltà eurasiatica che possiede sue autonome caratteristiche, differenti e spesso contrapposte all’Europa. Quello eurasiatico, a differenza di quello europeo, è un “etnhos”. Quest’ultimo concetto indica, nella prospettiva del nostro, un collettivo
Lev Gumilev 
organico in movimento ed in divenire, la cui connessione con altri “etnhoi” potrebbe portare alla genesi di un “superethnos”, contraddistinto da un archetipo oggettivo che si delinea nel comportamento passionario e creatore. La “passionarietà” è appunto l’idea forza che caratterizza la etnogenesi del “superetnhos”; “passionarietà” è spirito di sopportazione e dedizione sacrificale dell’individuo integrato nel collettivo; “passionarietà” è la qualità cardine che scinde e differenzia il “superetnhos” dal “subetnhos”. Quando dilegua la forza della “passionarietà”, decade anche l’etica sacrificale comunitaria e si afferma il disgregazionismo individualistico ed atomistico. Le cinque fasi passionarie, per il nostro, si sviluppano da una fase di ascesa ad una fase omeostatica o memoriale passando attraverso le varie fasi di inerzia più o meno pronunciata. Gumilev fu un attento osservatore dei popoli che scorrazzavano nei grandi deserti turanici e da qui avrebbe mutuato la concezione che la storia sarebbe determinata soprattutto dall’azione intuiva e decisionista dei grandi leader carismatici. 


La declinazione neo-eurasiatica del pensiero gumileviano aggiorna tale prospettiva alla luce del concetto, in verità assai dostoevskiano, di uomo russo come archetipo di “uomo passionario”, intrinseco portatore di una universalità sconosciuta tra gli altri “etnhoi”. Tale concetto non compare nell’orizzonte teorico di Gumilev, per il quale la civilizzazione russa si sarebbe già trovata in una etnogenesi di rottura ed in effetti il pericoloso declino demografico odierno sembrerebbe ben mostrarlo. Il motivo concettuale della storiosofia gumileviana è però chiaramente diverso dal sostanziale slavofilismo dell’eurasismo classico: dello spirito cristiano dell’eurasismo classico non vi è traccia in Gumilev, l’Ortodossia essendo solo la forma esteriore di cui si sarebbe rivestito l’ “etnhos” russo, mentre la sostanza dello sviluppo della civilizzazione, più che da una mistica, quand’anche politica, sarebbe ben incarnata dalla teoria cosmista della passionarietà, estranea ai motivi fondamentali del classico eurasismo. Gumilev, un anticomunista di ferro che soffrì sino a morirne per il crollo dello spazio imperiale eurasiatista sovietico, attacca frontalmente la concezione della Russia “fortezza cristiana”, antemurale della cristianitas rispetto al panislamismo e al panmongolismo. “La cosa più ridicola è che questo sincero prostrarsi davanti all’Occidente è chiamato patriottismo” afferma al riguardo il nostro. 


Progetto al palo


La visione cosmista gumileviana ebbe una sua fortuna nella Russia di Elstin. Il Partito Comunista della Federazione Russa (Pcfr) di Zjuganov — che un esperto del fenomeno, M. Montanari, ha definito più vicino alla sinistra del Movimento Sociale italiano che alla filosofia marxista sovietica —, teorizzò la necessità del blocco continentale eurasiatico in contrasto con la potenza talassocratica ed oceanica americana, con cui furtivamente “flirtava” Elstin. Zjuganov, come sappiamo, non ebbe la possibilità di sviluppare tale blocco continentale eurasiatista. Sarà invece Vladimir Putin, dal Cremlino, ad annunciare la nascita dell’Unione Eurasiatica. 


Sino ad oggi, però, tale progetto strategico pare fermo al palo della mera “unione economica” tra Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan. Il putinismo infatti, a dispetto di quanto si pensa in Occidente, non è né una ideologia né un

movimento eurasista. Putin, in più casi, ha definito con sincera devozione Solzenicyn il padre spirituale ed ideologico della “Nuova Russia”. Solzenicyn non è certo un eurasista, convinto, come Dostoevskij del resto, che l’uomo russo, non eurasiatico né tanto meno occidentale ma totalmente russo, sarà unico testimone, alla fine dei tempi, della lotta definitiva contro l’anticristo, il Nemico dell’Uomo. La pesante accusa di antisemitismo, che già serpeggiava ma definitivamente gettata su Solzenicyn negli ultimi anni di vita a seguito del suo monumentale saggio sulla questione ebraica, non ha visto indietreggiare il grande scrittore russo dalla sua profetica visione. Né Putin ha sentito il dovere di giustificarsi di fronte alle accuse sioniste in merito.

Il putinismo declina tale motivazione escatologica nella pratica di un conservatorismo verticale, in cui confluiscono tradizioni politiche di una destra classica quali possono essere franchismo spagnolo o bonapartismo francese. Siamo distanti, come si può vedere, sia dall’eurasismo classico sia dalla visione di Gumilev. In conclusione, si può dire che l’azione tattica putinista verso la Cina è una opzione meramente e esclusivamente difensiva rispetto alla nuova Offensiva imperialista occidentale russofoba. Da un punto di vista politico, Eurasia oggi significherebbe blocco strategico Pechino Mosca Delhi. Non vi è altra via al riguardo. La tradizione politica russa ha lanciato un solo messaggio politico universalistico e rivoluzionario nella sua millenaria storia: quello di Vladimir Lenin. Putin, un ottimo statista che ha salvato la Russia dalla catastrofe liberale-occidentalista, non è pero né un rivoluzionario di destra (fascista), né un rivoluzionario leninista. E’ un classico statista conservatore che si è dato la importante missione di proteggere il futuro e il destino della Russia da ogni assalto esterno, sia esso occidentale o cinese o islamico. Nessuna immagine più di quella dell’orso russo che protegge il suo habitat, senza infastidire il prossimo, identifica il putinismo. Ma in una fase di radicale scontro interimperialista, quale è quella a cui ci siamo ormai avviati, sarà ancora possibile tale bonario proposito? 


Ci auguriamo di sì, per il bene del grande popolo russo, ma fossimo al Cremlino non dormiremmo sonni tranquilli. 



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