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venerdì 10 maggio 2019

PENSIONI: L'ULTIMA PORCATA DEL PARLAMENTO EUROPEO

[ 10 maggio 2019 ]

In un modo che più furtivo non si può e mentre chiude bottega, il Parlamento europeo ha approvato una specie di direttiva che obbliga gli stati dell'Unione ad adottare un modello pienamente liberista del sistema pensionistico.
Di seguito la dichiarazione del Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione, dall'euro, dalla NATO e dal neoliberismo —di cui Programma 101 fa parte.


*  *  *

Dichiarazione del coordinamento europeo no-euro sul "Sistema pensionistico individuale paneuropeo" (PEPP)


Il 4 aprile scorso il fantoccio Parlamento europeo ha approvato il PEPP (Pan-European personal pension product), un nuovo regolamento che obbliga gli Stati membri ad adottare un omogeneo sistema pensionistico basato sulle privatizzazioni. Ciò è accaduto senza alcun dibattito pubblico, senza che i principali partiti nei abbiano mai parlato lo abbiano chiesto nei loro programmi elettorali, il tutto a poche settimane dalle prossime elezioni. Questa decisione stata chiaramente una manovra alle spalle dei popoli e sotto la pressione delle lobby che esercitano un vero predominio nelle istituzioni della UE. Il documento è stato sbrigativamente approvato grazie al voto favorevole dei popolari e dei liberali e con l’astensione dei socialisti.

Questo regolamento è stato avanzato dai colossi del mondo finanziario-speculativo, certo nel servile appoggio della Commissione europea e del Consiglio europeo. Il progetto è un condensato tutti i concetti liberisti che sono predominanti nelle strutture di governo dell'Unione e che ispirano la maggior parte dei governi che ne fanno parte. E questo, senza che la UE abbia specifiche competenze sui sistemi pensionistici nazionali, visto che non esiste una politica comune riguardo ai diritti sociali, ciò affinché i paesi si facciano concorrenza al ribasso tra loro. È un nuovo attacco delle forze che si oppongono alla difesa dei sistemi pensionistici pubblici, di un nuovo passo verso la privatizzazione dei sistemi pensionistici. È infatti una dichiarazione esplicita a favore dei sistemi privati e una pressione sui governi per facilitare e incoraggiare lo sviluppo di piani pensionistici privati, a scapito dei sistemi pubblici.

L'argomento centrale del legislatore è che la base della popolazione lavorativa si va riducendo rispetto all'aumento della popolazione in età pensionabile. Ma queste sono considerazioni e stime distorte e approssimative, che non tengono conto di fattori decisivi come i flussi migratori, il crescente ritardo nell'età di richiesta delle pensioni, la possibilità di sviluppare politiche mirate al tasso di natalità, né — aspetto decisivo — la promozione di politiche attive per l'occupazione. A nulla serve avere una popolazione significativa in età lavorativa, se questa non ottiene lavoro o se questo è precario; senza un pieno e dignitoso impiego non è possibile garantire la sostenibilità del sistema pensionistico.

Con l'approvazione del PEPP, la UE è fatta portavoce di due tipi di interessi. Da un lato, gli interessi delle imprese, sempre più riluttanti a contribuire per le quote sociali ai sistemi pensionistici pubblici. D'altra parte, gli interessi del predatorio settore finanziario speculativo per il quale la semplice esistenza di sistemi pensionistici pubblici costituisce una concorrenza seria, il PEPP è infatti una maligna attività senza rischi. Tutti gli argomenti della Commissione europea sono diretti alla necessità di aumentare l'età pensionabile della popolazione attiva, di ridurre l'ammontare delle pensioni in proporzione ai salari della popolazione attiva.

Su quest'ultimo punto, la Commissione Europea, in realtà, tenta di ridurre la pressione sui bilanci pubblici, punto di forza essenziale dei sistemi welfaristi con l'argomento che diventa insostenibile assicurare pensioni dignitose. Si prescinde da un fattore fondamentale: i contributi da parte di lavoratori e datori di lavoro durante l’arco della vita lavorativa. In questo contesto è ovvio che dato il "Sistema pensionistico indivuduale paneuropeo" le aziende non saranno obbligate a fornire contributi complementari di alcun tipo complementari ai loro dipendenti.

Lo stesso regolamento nella sua giustificazione esprime chiaramente quali interessi serva. Non si tratta di preservare un diritto sociale, ma piuttosto l'obiettivo del legislatore è quello di creare un mercato finanziario unico e garantire che la massa di denaro accumulata in questi prodotti pensionistici diventi patrimonio d'investimento a lungo termine. Come indicato nel Piano d'azione della Commissione per la creazione di un mercato dei capitali nel settembre 2015, «una pensione europea individuale e facoltativa, potrebbe essere concepita come modello normativo basato su un livello adeguato di protezione dei consumatori e che i fornitori di pensioni possano utilizzare, in tutta la UE, quando offrono i loro prodotti».

Il mercato pensionistico privato europeo mira a creare un mercato dei capitali a lunghissimo termine che tenderà naturalmente ad convertirsi in progetti con periodi di maturità simili di recupero incerto. Il regolamento stabilisce che «la proposta intende consentire a un'ampia gamma di promotori (banche, compagnie assicurative, gestori patrimoniali, fondi pensione per il lavoro, società di investimento) di offrire PEPP e garantire condizioni di parità. I PEPP possono essere offerti online, compresa la consulenza, e non richiederebbero una rete di filiali, facilitando l'accesso al mercato. Le normative sui passaporti aiuteranno i promotori a entrare in nuovi mercati nazionali. La standardizzazione degli elementi chiave dovrebbe anche ridurre i costi dei promotori e aiutarli a raggruppare i contributi dei diversi mercati nazionali, al fine di convogliare le attività verso investimenti a livello dell'UE».

I piani pensionistici privati significano anche un reddito fisso per i loro gestori, come percentuale sulla massa del denaro gestito, un giro d'affari per tutti i promotori coinvolti. Non assumono rischi per l'esecuzione dei piani e fanno pagare per avere al loro servizio un'immensa massa di denaro che la Commissione Europea si aspetta si sommi al mercato unico dei capitali europeo, per stabilizzare la sua valuta sempre meno solvibile.

Di fronte alle speculazioni distorte dell'Unione europea, la realtà è molto chiara. La recente storia dei piani pensionistici privati non è soddisfacente in condizioni di crisi economica e finanziaria. In questo senso, gli esempi di Argentina e Cile sono clamorosi. Il modello a cui la UE intende adottare è quello di ridurre le pensioni pubbliche, con una minore pressione sui bilanci pubblici degli Stati membri e una riduzione degli oneri sociali per le aziende con l'argomento che i sistemi pensionistici pubblici non sono sostenibili. La vera domanda è se un sistema economico è sostenibile visto che per la sua sopravvivenza deve ridurre le pensioni pubbliche.

In verità, ciò che crea difficoltà ai sistemi pensionistici sono la riduzione delle quote sociali delle imprese e le sovvenzioni pubbliche alle aziene da un lato, dall’altro i bassi salari dei lavoratori sottoposti ad una feroce svalutazione interna che ha ridotto i loro contributi e gli alti tassi di disoccupazione o sottoccupazione. Tutto ciò è reversibile solo mettendo fine alle politiche di austerità imposte dalla UE e dalla BCE.

Ma il progetto della Commissione europea va ben al di là di questa seria incoerenza, già grave per sé stessa. Il regolamento PEPP apre anche le porte a una progressiva privatizzazione dei sistemi pensionistici pubblici, che hanno una causa ben diversa da quella descritta dalla retorica del legislatore. Dato il sopraggiungere di un nuovo ciclo recessivo, il potere finanziario teme che il debito pubblico causato dai salvataggi delle banche derivanti dalla crisi del 2008 non consenta nuovi salvataggi e quindi il settore finanziario stia annusando un nuovo deposito di solvibilità degli stati, che sono in rovina e hanno perso gran parte delle loro aziende pubbliche. La cessione parziale o totale delle pensioni pubbliche potrebbe consentire una nuova boccata di ossigeno ai settori finanziari in perenne agonia, essendo questo regolamento una finestra aperta alla privatizzazione delle pensioni alle porte di una nuova crisi.

Il Coordinamento denuncia questa nuova imposizione delle istituzioni dell'Unione europea, condannando la sua approvazione alle spalle dei cittadini (ad eccezione della Spagna dove il movimento dei pensionati è forte) che ignorano assolutamente questa nuova erosione dei propri diritti. Ricordiamo infine con forza alla finanza predatoria ed alle oligarchie, che non riconosceremo alcun debito, né alcun diritto che in futuro possa derivare da questo quadro legislativo illegittimo, anti-popolare ed estremamente ingiusto.

Roma 14 aprile 2019 

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mercoledì 21 novembre 2018

LA PARTITA STRATEGICA DELLA TIM di Leonardo Mazzei

[ 21 novembre 2018 ]

La possibilità di rinazionalizzare la rete telefonica e l'insopportabile Sabino Cassese


Le privatizzazioni, non solo quelle italiane, sono state un disastro. Idem per le liberalizzazioni, le loro sorelle gemelle che dovevano garantire "il mercato", "le regole", "l'efficienza", "la concorrenza" e financo "i diritti dei consumatori". 
Ci sarebbe da ridere se non fosse che c'è già abbastanza per piangere.

Questo in generale, ma il caso della telefonia non fa eccezione. Era il lontano 1997 (governo Prodi, con l'appoggio esterno del Prc), quando Telecom Italia (dal 2016 Tim) viene privatizzata. Era l'epoca delle grandi svendite di Stato, utili per entrare nell'euro - sai che guadagno! -, per consentire lucrosi affari ai soliti noti, per quello spruzzo di "modernità" che rendeva tanto lieta la "sinistra" di allora.

In vent'anni, buona parte del capitalismo italiano è transitata nelle stanze del potere di Telecom. Tra questi Colaninno, Gnutti, i Benetton, Pirelli, Banca Intesa, solo per dare un'idea. Ma gli italiani non bastavano. Dopo la spagnola Telefonica, arriverà nel 2014 la francese Vivendi del finanziere Vincent Bolloré. Solo allora ci si accorgerà di dove hanno portato la privatizzazione e la liberalizzazione della telefonia. Prima si "scoprirà" che Telecom Italia era diventata francese, poi si prenderà atto degli evidenti problemi per la stessa sicurezza nazionale. Difatti, essendo rimasta proprietaria della rete, la privatizzazione di Telecom mise in mani private l'intera trasmissione dati nazionale. Ma solo quando queste mani diventarono quelle francesi di Vivendi il problema venne a galla nella sua gravità.

Adesso il governo gialloverde si pone finalmente l'obiettivo di rinazionalizzare, in qualche forma, la rete di telefonia fissa, internet e trasmissione dati. Per farlo non può che scorporare la rete da Tim, trasferendola ad una società in cui far confluire Open Fiber, la nuova società controllata dallo Stato (50% Enel e 50% Cassa Depositi e Prestiti) che sta posando la fibra ottica in molte zone del Paese. In questo modo lo Stato riassumerebbe il controllo della rete, garantendo inoltre Internet veloce anche nelle aree svantaggiate, quelle cosiddette "a fallimento di mercato", dove ai privati mai converrebbe investire.

Andrà il governo Conte fino in fondo? Le ambiguità come al solito non mancano, e la parola "nazionalizzazione" resta un tabù sia per Salvini che per Di Maio. Sta di fatto che non avrebbe alcun senso creare una nuova società dedicata alla rete per lasciarla poi ai privati. Le dichiarazioni dei due vicepremier non sciolgono però tutti i nodi.
«La nostra ambizione è creare un player unico che consenta di fare arrivare la connessione a tutti gli italiani», ma se a maggioranza pubblica o privata «lo vedremo nei prossimi giorni», ha detto Di Maio riportato dall'Ansa. Più esplicito Salvini che ha indicato l'obiettivo di «non cedere più infrastrutture strategiche per l'Italia a potenze o compratori stranieri», aggiungendo di «preferire che ci sia controllo pubblico dove passano dati sensibili degli italiani».
Come si vede il quadro non è ancora chiaro. Tuttavia, queste semplici intenzioni di buon senso sono bastate a mandare in bestia i guardiani dell'ideologia liberista. Costoro sentono che il vento è ormai cambiato. L'attuale governo non è certo di ispirazione socialista, ma non può fare a meno di fare i conti con la realtà. Quella stessa realtà che gli ha portato consensi, ma che potrebbe pure toglierglieli qualora si rivelasse assai simile ai suoi predecessori. Ecco allora il dossier Autostrade, per ora congelato dai pruriti liberisti della Lega, ma tutt'altro che chiuso. Ecco la vicenda Alitalia, anch'essa oscura nei suoi esiti finali, comunque prevedibilmente assai diversi da quelli prefigurati dalla linea Calenda. Ed ecco, infine, la partita di Tim, che rimette parzialmente in discussione le conseguenze di una delle più grandi privatizzazioni italiane.

Certo, da un governo che mentre deve far fronte al decisivo scontro con l'UE, va a incarognirsi sulla linea sicuritaria del "Decreto sicurezza", ad impelagarsi sull'assurdità del congelamento della prescrizione, a dividersi sugli inceneritori come sui preservativi, non bisogna pretendere troppo. Di sicuro non possiamo aspettarci una vera uscita dai dogmi del neoliberismo. Nondimeno qualcosa sta accadendo, qualcosa che apre comunque a nuove prospettive, nuovi varchi nei quali una forza socialista potrà forse in futuro inserirsi.

Torniamo allora ai già ricordati guardiani dell'ideologia liberista. Che su Tim essi siano in forte agitazione ce lo dimostra il Corriere della sera del 19 novembre. Alle due paginate che il giornale dedica alla vicenda, si aggiungono le prime tre dell'inserto economico del lunedì [del 19 novembre , Ndr]. Due delle quali affidate alla penna del solito Ferruccio De Bortoli, tutto teso a dimostrare che nulla si può fare, che i tempi sarebbero comunque troppo lunghi, che alla fine pagherà l'utenza, eccetera, eccetera. La terza compilata invece da quella specie di "Cottarelli del diritto" che corrisponde al nome di Sabino Cassese.

Costui, che pure è stato membro della Corte Costituzionale, ci dice in sostanza che applicare l'art. 43 della Costituzione è semplicemente impossibile. E questo perché? Semplice, perché «per Tim il disegno del governo è un esproprio o un regalo». Sprezzante del senso del ridicolo egli ci dice che il governo violerà in ogni caso la Carta del '48, o espropriando senza indennizzo, o — all'opposto — sopravvalutando quest'ultimo per fare un regalo agli azionisti di Tim. 

Ma che logica stringente! Se il Cassese ritiene di sapere quale sia la malefica intenzione del governo, ci dica almeno quale delle due dobbiamo temere. Ma il professore non s'abbassa a tali rivelazioni, s'abbassa invece al metodo dell'insinuazione. E siccome, egli rileva, Giorgetti ha dichiarato che il governo non intende fare espropri, ecco che si tratterà sicuramente di un regalo.

Facile sparare bischerate quando si dispone di tanti metri quadri al dì sulla stampa di lorsignori! Ora, noi non giuriamo affatto sulla bontà delle intenzioni governative, tantomeno su quelle del Giorgetti, che pure al Cassese piacerà certo assai più del "duo barbarico" Di Maio-Salvini. Ma qui la disonestà intellettuale è davvero debordante. 

Cassese ha l'età giusta per ricordarsi le vergognose regalie del primo centrosinistra ai signori dell'energia elettrica ai tempi della nazionalizzazione del 1962, eppure in pochi oggi metterebbero in discussione la bontà di quella nazionalizzazione ai fini dello sviluppo del Paese. Ma Cassese, che è stato ministro negli anni in cui si impostavano le massicce privatizzazioni degli anni '90, dovrebbe ricordarsi anche che regalie ben più corpose avvennero proprio con quel processo di svendita del patrimonio pubblico che tanto piacque ai liberisti di ieri come a quelli di adesso.

Ma la malafede del Cassese è ben testimoniata da questa affermazione: 
«Il governo, infine, dall'operazione (sulla rete telefonica, Nda) avrebbe il consueto vantaggio. Avendo le mani in pasta, avrà la possibilità di nominare amministratori e di godere di posti di sottogoverno per propri clienti». 
Certo che ce l'avrà, questa possibilità. Ma, a parte l'inaccettabilità di un processo alle intenzioni dal pulpito non proprio illibato delle pagine del Corsera, che forse sarebbe meglio avere amministratori nominati da privati unicamente interessati ai loro profitti?

Per Cassese è evidentemente così. Questa la sua illuminante conclusione:
«Il governo, invece di cercare di combinare matrimoni, con il pericolo di rimanere invischiato nelle lotte di mercato, per il controllo di Tim, farebbe bene a dettare poche regole e ad astenersi dall'intervenire, facendo rispettare i tempi di costruzione della rete agli affidatari, che hanno ottenuto i finanziamenti pubblici, secondo le direttive dell'Unione europea». 
Amen!

Lasciar fare al mercato, astenersi dall'intervenire, limitarsi alle regole, affidarsi alle direttive di Bruxelles: altro non si può fare, ci mancherebbe! E ci mancherebbe che qualcuno avesse a ricordarsi del già citato art. 43! Che proprio per questo vogliamo rammentare al costituzionalista Cassese:
«Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».
Nazionalizzare si può, dice la Costituzione repubblicana. Nazionalizzare si deve, aggiungiamo noi nel nostro piccolo. E nel caso della rete telefonica, Cassese o non Cassese, proprio non dovrebbe esserci dubbio alcuno.

venerdì 16 novembre 2018

SE MATTARELLA SI METTESSE DI TRAVERSO

[ 16 novembre 2018 ]

SUL SOLE 24 ORE di oggi Lina Palmierini ci informa [vedi più sotto quanto scrive] che Mattarella potrebbe non firmare la legge di bilancio che sarà approvata dal Parlamento dato che essa violerebbe "gli accordi europei" —leggi le prescrizioni della Commissione.

Col che è evidente che il Presidente della Repubblica, più che garante del rispetto della Costituzione e della sovranità nazionale, è anzitutto guardiano dell'Unione europea. Niente di nuovo sotto il sole...

Come la Palmierini sottolinea diverse sono le controindicazioni ad una scelta che sarebbe gravissima, ma resta che al Quirinale ci stan pensando, visto che lo scontro tra Unione europea e Governo giallo-verde sta diventando un muro contro muro.

Apprendiamo che Salvini avrebbe dichiarato che ove la Commissione decidesse davvero di procedere al sanzionamento "tutto il popolo italiano si ribellerebbe". E' l'annuncio del ricordo alla mobilitazione popolare? Sarebbe ora che ci si preparasse davvero a scendere in piazza. 

In verità il governo sembra procedere in direzione opposta, quella di edulcorare la già timida Legge di bilancio per cercare un "accomodamento" o compromesso con la Commissione.

Si viene infatti a sapere che nella sua lettera di risposta alla Commissione il governo ha preventivato di inserire nella "manovra" dismissioni (leggi privatizzazioni) per circa 18 miliardi di euro. Perché? E' scritto nella lettera:
«Per accelerare la riduzione del rapporto debito/pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici, il governo ha deciso di innalzare all'1% del Pil per il 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza» e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-pil «più marcata e pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2%del 2017 al 126,0 del 2021».
Forse è solo una promessa ballerina, un assegno postdatato che si sa già che non sarà coperto. Probabilmente ciò fa parte del gioco del cerino per lasciare alla Ue la responsabilità della rottura. Fatto sta che così si indica di voler star dentro ai parametri ordoliberisti che tanto male han fatto al Paese.

Viene da sé la domanda: non c'è il rischio che questi segnali contrastanti (andiamo dritti, andiamo storti) danno l'impressione di incertezza e confusione così da favorire, invece che la mobilitazione popolare, il suo contrario?

*  *  *

LO STRAPPO CON L’UE

Il dissenso di Mattarella: il sì alla legge di bilancio non è scontato

di 


Niente è scontato sulla legge di bilancio. Al Quirinale evitano commenti ufficiali ma non negano il nervosismo e l'amarezza. E soprattutto il netto dissenso di Sergio Mattarella per la strada che ha voluto intraprendere il Governo andando allo scontro con Bruxelles. E dunque quando a Stoccolma – dove il presidente è stato fino a ieri in visita – i cronisti chiedono se la firma per promulgare la legge di bilancio sia sicura, i consiglieri che lo accompagnano rispondono che nulla è stato deciso e che il sì non è scontato.


Forse la firma si renderà alla fine necessaria per evitare il peggio ma tanti aspetti sono ancora da chiarire. Innanzitutto perché la manovra è agli inizi del suo cammino parlamentare e poi perché le prossime settimane saranno decisive per capire come verrà configurata la bocciatura all’Italia dalla Commissione. E come questa possa influire sul controllo costituzionale che compete al Colle. Il passaggio per il Quirinale è molto stretto. Da una parte infatti vi è piena consapevolezza delle conseguenze di non firmare e rinviare alla Camere perché si rischierebbe l’esercizio provvisorio accentuando i rischi per la stabilità finanziaria. Ma si produrrebbe pure una ferita istituzionale con uno strappo senza precedenti con Governo e Parlamento. Dall’altra parte, però, il capo dello Stato non potrà fare finta di niente di fronte a palesi o “deliberate” violazioni degli accordi europei. Questo è il dilemma di cui Mattarella sin dall’inizio è stato ben consapevole. Non a caso tre settimane fa ha voluto accompagnare il via libera iniziale alla manovra con una lettera di poche righe al premier Conte in cui chiedeva di perseguire un «dialogo costruttivo con l’Europa». E ora che questo dialogo non c’è stato e che quelle che potevano essere le sue sponde politiche – dal premier a Tria e Moavero – non hanno avuto voce in capitolo, si dissolvono anche quei margini di mediazione per convincere i due vicepremier sui pericoli delle scelte appena assunte.

giovedì 16 agosto 2018

Nazionalizzare le autostrade! di Leonardo Mazzei

[ 17 agosto 2018 ]
Le penali sono una tigre di carta: le convenzioni dei "Signori del casello" una vergogna targata Prodi, ma si possono cancellare nazionalizzando la gestione della rete autostradale
L'aria finalmente è cambiata. Di fronte alla tragedia di Genova, il governo ha annunciato la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. Questa decisione, non solo va incontro ad un sano desiderio di giustizia, ma pone all'ordine del giorno la questione dello stop alle privatizzazioni ed alle liberalizzazioni dell'ultimo quarto di secolo.

Di questo hanno parlato diversi esponenti del governo, a partire dal vice-premier Di Maio. Bene, anzi benissimo. Se son rose fioriranno, ma intanto prendiamo atto di un tempismo e di una rapidità di decisione senza precedenti.

E' ora di iniziare ad invertire il disastroso percorso che ha portato a privatizzare i settori strategici dell'economia: dall'energia alle telecomunicazioni, dalle banche ai trasporti. Ed è proprio da quest'ultimo comparto che si può partire, cominciando con Alitalia e con la rete autostradale.

Limitiamoci qui a quest'ultima questione di estrema attualità.
Chiunque abbia utilizzato con una certa continuità, negli ultimi anni, le autostrade italiane sa perfettamente due cose: che il livello delle manutenzioni è costantemente peggiorato, che i pedaggi sono cresciuti da un anno all'altro ben al di là del tasso d'inflazione.

Insomma, i "Signori del casello" - con i Benetton in prima fila - han trovato la gallina dalle uova d'oro. Tanti profitti e nessun rischio, il tutto garantito da convenzioni scandalose, frutto del Decreto Legge 3 ottobre 2006 n° 262, primo ministro Romano Prodi, ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa (viva l'Europa!), ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi (indipendente in quota Pdci!). Come dire, il centrosinistra al gran completo! E Rifondazione Comunista che oggi chiede di "fare un bilancio delle privatizzazioni", forse farebbe bene a fare anche un bilancio della propria storia politica.

Del resto la vecchia Società Autostrade (gruppo IRI) fu privatizzata nel 1999 dal governo D'Alema, mentre la stessa convenzione con Autostrade per l'Italia dei Benetton è del 2007, cioè avvenne sempre ad opera del governo Prodi II.

Sui frutti avvelenati di queste scelte consigliamo la lettura di quanto pubblicato dall'insospettabile Business Insider il 7 febbraio scorso, cioè 6 mesi prima del dramma genovese. Questo l'incipit di un articolo ben documentato e ricco di dati:

«Una concessione autostradale è per sempre e l’aumento dei pedaggi arriva puntuale il 1° gennaio di ogni anno. Sono le due regole ferree che governano il cosmo delle autostrade. Un universo popolato da pochissimi eletti – la “Compagnia del Casello”, 25 società dove la parte del leone la fanno Benetton, Gavio e alcuni enti locali – che fanno affari d’oro a fronte di rischi d’impresa praticamente nulli.
Una rendita di posizione assicurata da intese segretate, da gare quasi mai fatte; da investimenti promessi e realizzati solo in parte; da rivalutazioni finanziarie che assicurano rendimenti oltre l’8% annuo; da lavori decisi per “migliorare il servizio”, dove i maggiori introiti vanno ai concessionari, mentre le spese ricadono sugli utenti.
Insomma, se non sapete cosa fare nella vita, accettate un consiglio: accaparratevi una concessione autostradale, vi renderà ricchi
».

Ma pure il Corriere della Sera online è adesso costretto a fare alcune ammissioni. Nel 2017 Autostrade per l'Italia (controllata al 100% da Atlantia), che gestisce 2964 km sui 6668 dell'intera rete autostradale, ha avuto ricavi per 3,9 miliardi di euro, con un margine operativo di 2,4 miliardi ed un utile di ben 968 milioni di euro. Da notare che il costo della concessione, che la società versa allo Stato, è pari ad un modestissimo 2,4% dei ricavi al netto dell'Iva, cioè alla miseria di 73 milioni annui!

In compenso, mentre gli utili arricchiscono Atlantia, controllata dai Benetton attraverso un sistema di scatole cinesi che conduce alla finanziaria lussemburghese Sintonia (sempre pronti a pagare le tasse nel loro Paese, i capitalisti!), posseduta al 100% dalla holding di famiglia Edizione Srl (che detiene anche il 50,1% di Autogrill), gli investimenti operativi sulle infrastrutture in concessione sono ridicoli: 197 milioni nel primo semestre 2018, peraltro in calo rispetto ai 232 dello stesso periodo del 2017.

Se in generale è giusto non arrivare a conclusioni definitive partendo da un singolo episodio, è altrettanto vero che queste cifre gridano vendetta, mentre quello di Genova non è un "episodio" bensì una strage. Una strage annunciata, in questo caso possiamo proprio dirlo, perché le problematiche del "Ponte Morandi" erano note da tempo. E se i controlli sono stati fatti, ci sono solo due possibilità: o sono stati fatti male, o non si è tenuto volutamente conto del loro esito. In un caso come nell'altro la responsabilità di Autostrade per l'Italia è fuori discussione.

Adesso, dopo l'annuncio del governo di voler togliere la concessione ai Benetton, la stampa mainstream insorge. «Processo sommario», protesta l'ineffabile Huffington Post: e che si condanna così una povera famiglia di capitalisti? Neanche fossero dei ladri di polli!

Ma siccome il richiamo allo Stato di diritto è in questo caso davvero stonato, ed il 90% degli italiani è di sicuro d'accordo con Conte quando dice che «non si possono aspettare i tempi della giustizia», ecco allora l'altro argomento: quello delle penali miliardarie da pagare.

E' sempre la stessa storia. Secondo la narrazione di lorsignori nulla si può fare, tutto deve restare com'è. Volete la Brexit? Pagherete caro, pagherete tutto. Volete farla finita con l'assurda telenovela del Tav? Scordatevelo, che vi attendono penali miliardarie. Volete togliere la concessione ai Benetton? Non si può, ci sono 20 miliardi da pagare! E' questo ora il grande argomento della stampa di regime.

Da dove venga fuori la cifra di 20 miliardi è presto detto. Siccome l'art. 9 della concessione ad Autostrade per l'Italia prevede, i
n caso di decadenza della stessa, un pagamento dello Stato (tramite l'Anas) al concessionario decaduto «corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione... sino alla scadenza della concessione», e considerato che l'utile dell'ultimo anno è stato di poco inferiore al miliardo, ecco che - calcolato il periodo residuo di 24 anni fino al 2042 - si arriva ad una cifra attorno ai 20 miliardi.

Venti miliardi, ma siamo impazziti? Venti miliardi di premio per aver fatto una strage, ma davvero i grandi commentatori nulla hanno da dire su questo? Non solo ha ragione Di Maio ad affermare che «Con 40 morti non ci saranno penali da pagare», ma qui bisogna mettere sotto processo chi quelle convenzioni ha firmato e coperto politicamente, perché le garanzie ottenute allora da questi furbetti del casello sono una vergogna. Una vergogna. Una vergogna.
Una vergogna targata Prodi e centrosinistra.

Vedremo se la solerte magistratura italiana vorrà aprire un fascicolo su questo sconcio. Di certo i Benetton non hanno il minimo senso del pudore. Stamattina, mentre ancora si scava tra le macerie, hanno subito chiesto, in caso di revoca «il riconoscimento del valore residuo della concessione». Insomma, vogliono 20 miliardi, questi benefattori con sede in Lussemburgo.

Non ho la minima competenza per entrare nel guazzabuglio delle interpretazioni giuridiche. La convenzione ha molti allegati e parti ancora secretate - ecco un'altra vergogna che abbiamo scoperto in queste ore! -, né ho troppa fiducia nella giustizia e nei suoi tempi.

Vedremo cosa diranno in proposito gli esperti del governo. C'è però un modo semplice e rapido per venirne fuori: nazionalizzare Autostrade per l'Italia, meglio ancora nazionalizzarla insieme a tutte le altre società che gestiscono l'intera rete autostradale. In questo modo la diatriba giuridica si chiuderebbe subito; le convenzioni potrebbero anche restare, dato che a quel punto entrambi i contraenti sarebbero pubblici. Con tanti saluti agli inqualificabili Benetton ed alla "penale" che senza ritegno reclamano.

Si creerebbero così le premesse per un grande piano di interventi di manutenzione straordinaria sulle infrastrutture del Paese, dando finalmente quella sicurezza che di certo i privati (siano essi Benetton od altri) mai metteranno al primo posto.

martedì 19 giugno 2018

LA SANITÀ PUBBLICA MUORE, QUELLA PRIVATA GONGOLA....

[ 19 giugno 2018 ]
Parlano i numeri...

Di solito, quando pubblichiamo notizie di rilievo o contributi esterni, li facciamo precedere da una premessa redazionale.

In questo caso non ce n'è bisogno, si resta senza parole.
 A denunciare lo sfascio del sistema sanitario nazionale non sono i cobas ma il sindacato dei camici bianchi.

Ecco le cause della sfascio della sanità italiana, ovvero, come l'hanno sfasciata i governi di centro-sinistra e di centro-destra. Anche da come affronterà la questione della salute pubblica andrà giudicato il governo giallo-verde...

*  *  *

Tagliati 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni: la Sanità pubblica italiana scomparirà a breve

di Simone Gussoni

I continui tagli alla Sanità pubblica hanno provocato una perdita di oltre 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni.

L’attuale rapporto di 3,7 posti per mille abitanti è nettamente inferiore ai 6 posti letto francesi o agli 8 della Germania.

La denuncia è arrivata dal Smi, il sindacato dei medici italiani, riunitosi a Napoli per il congresso nazionale.

“Tra le ragioni di questo declino, i tagli selvaggi, l’aziendalizzazione, il decentramento, le privatizzazioni” — dice il segretario Pina Onotri. E aggiunge: “Le scelte politiche e amministrative in questo campo dovrebbero essere orientate non solo all’economia, ma soprattutto alla inviolabilità della dignità umana“.


I numeri parlano da soli, spiega lo Smi: “La riduzione dei posti letto con la crisi dei pronto soccorso e le scene da trincea sono solo la punta dell’iceberg. La realtà è che il lavoro in sanità è sempre più incerto.

Nel Ssn il ricorso al precariato è cresciuto tra il 2014 e il 2015 di circa 3.500 unità per complessivi 43.763 lavoratori, tra cui 9.500 medici, 1500 solo in Sicilia“.


E ancora: “Il blocco del turnover dura da 10 anni, regalandoci una gamma fantasiosa di contratti che vanno dalle partite iva, cococo, cocopro e bruciando un’intera generazione di professionisti: il pubblico impiego in generale, ha perso qualcosa come 10 miliardi di massa salariale l’anno“.

Durante il convegno inoltre è stato ricordato come in un futuro molto vicino, il pensionamento del personale sanitario, e il mancato rimpiazzo, (19.000 medici generalisti e 55.000 specialisti), porterà “alla scomparsa dei servizi sanitari per i cittadini“.

Il sindacato ha ribadito i dati dell’Euro Index Consumer Health, dove l’Italia è al 22mo posto su 35 Paesi: “un vero crollo di 11 posizioni in 10 anni“.

* Fonte: ANSA

martedì 29 agosto 2017

LE BANCHE ITALIANE? TUTTE IN MANO STRANIERA

Clicca per ingrandire
[ 29 agosto 2017 ]

«Il processo di privatizzazione delle imprese di proprietà pubblica, avviato in Italia nei primi anni Novanta, è diventato un caso di studio e un riferimento a livello internazionale, per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito, ma anche per l’efficace sequenza delle vendite e le procedure trasparenti L’avvio delle privatizzazioni fu imposto dal grave deterioramento dei conti delle aziende a partecipazione statale, soprattutto l’IRI e l’EFIM, in una fase in cui anche i conti dello Stato erano in condizioni non più sostenibili, dopo oltre un decennio di elevati disavanzi che avevano fatto lievitare il debito pubblico oltre il 120% del PIL».

Queste apologetiche quanto scandalose parole le troviamo non sul sito della Confindustria, bensì in quello della dalemiana fondazione ITALIANIEUROPEI. Si tratta di un articolo del febbraio 2008 di Stefano Micossi, che consigliamo di leggere tutto, perché ricostruisce il devastante processo di privatizzazione del
sistema bancario italiano dal 1993 al 2005. ne viene fuori che proprio i governi di centro-sinistra (con Rifondazione dentro e Bersani capofila) sono quelli che hanno attuato la più grande ondata di provatizzazioni d'Europa (vedi tabella).

Degno di nota quanto scrive Micossi:
«L’arresto delle privatizzazioni e il ritorno al pubblico.Con l’inizio del nuovo decennio, il processo di privatizzazione ha subito un vistoso rallentamento, che dura tuttora: ciò è stato il riflesso non tanto delle peggiorate condizioni dei mercati di Borsa dopo la fine della «bolla» sui titoli informatici, come sostengono Megginson e Scannapieco, quanto dell’attitudine contraria alle privatizzazioni della maggioranza di centrodestra, finora mantenuta anche in questa legislatura». 

Sì, avete capito bene, i dalemiani (che oggi hanno la faccia tosta di fare l'ala sinistra di Renzi) si lamentavano perché il centro-destra frenò le privatizzazioni delle banche e non solo! Col che si è detto tutto su cos'è stata e cos' è la cosiddetta "sinistra" italiana, vera testa d'ariete del neoliberismo.

Ma a che punto siamo oggi con le banche? Che i salvataggi, da MpS alle banche venete, hanno dimostrato che quella per cui privatizzare sarebbe stata la soluzione si è invece rivelata un drammatico problema. Anzi, una tragedia nazionale.

L'Ufficio relazioni esterne della banca di Piacenza sono veri i dati riportati da LIBERO il 27 agosto, ovvero che la grande parte delle banche italiane è oramai in mano straniera. 


martedì 7 marzo 2017

ALITALIA: NAZIONALIZZAZIONE UNICA SOLUZIONE di Fabio Frati*

[ 7 marzo ]

La Privatizzazione di Alitalia è fallita, ricostruiamo la nostra Compagnia di Bandiera


Oggi siamo di fronte all’ennesima, gravissima crisi di Alitalia.


Le soluzioni che vengono proposte dagli azionisti (Banche e Etihad), ricalcano in peggio quanto già fatto in passato: ulteriore riduzione dell’attività di volo e ridimensionamento del network, esuberi, tagli pesanti ai salari e ai diritti dei lavoratori, creazione di una Low Cost in cui trasferire la maggior parte del personale e dell’attività.
In pratica una vera e propria liquidazione mascherata dell’ex Compagnia di Bandiera.

Queste strategie oggi riproposte, messe già in atto per accompagnare e favorire la privatizzazione di Alitalia, non solo non hanno risolto nessun problema pregresso ma hanno addirittura peggiorato le criticità esistenti, gettando la compagnia in una spirale drammatica di fallimenti e crisi continue.

Accompagnata da un triste coro di plauso generale nel paese, la scelta di privatizzare aziende, beni e servizi pubblici, ha causato decine di migliaia di licenziamenti, la perdita del controllo di interi settori strategici, dumping salariale e normativo, aumento dei prezzi e peggioramento della qualità dei servizi offerti alla clientela.

Presidio di lotta svoltosi ieri, 6 marzo, a Fiumicino

Nello specifico, la privatizzazione di Alitalia ha determinato quello che è sotto gli occhi di tutti:
·      un’azienda praticamente “fallita” per la terza volta in otto anni che ha già scaricato miliardi di euro di perdite sulle spalle dei contribuenti.

·       La compagnia privatizzata e dimezzata, perde più di quanto facesse l’Alitalia         pubblica con il doppio del personale assunto e con un’attività globale degna di questo nome.               

·      Il costo sociale di queste scelte folli è drammatico:
        12.000 licenziamenti
        Pesantissimi tagli salariali e normativi
        Migliaia di precari ipersfruttati e senza futuro
        Ulteriori migliaia di esuberi e terziarizzazioni ipotizzati nel nuovo Piano         strategico

·      Dumping esponenziale su tutte le altre aziende del comparto e dell’indotto, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro e un peggioramento generale delle condizioni economiche e normative per tutti i lavoratori del settore.

Questo, ricordiamolo, nonostante abbiamo assistito in questi stessi anni ad un incredibile aumento del traffico passeggeri e merci e dei profitti di tutte le aziende di Gestione Aeroportuale, delle Low Cost e delle altre maggiori compagnie aeree “full carrier”, nonché ad una costante diminuzione del costo del petrolio.

Insomma non esiste crisi del settore in Italia ma un floridissimo e ricco mercato che assicura, a parte in Alitalia su cui incombono scelte suicide, lauti profitti agli investitori privati, nostrani e stranieri, fatti unicamente sulle spalle dei lavoratori. Visti i costi fissi di queste attività identici per tutti competitori, la concorrenza tra loro viene fatta solamente svalutando e tagliando il costo del lavoro.

·      Gravissimo è stato anche il vulnus democratico causato dalla scelta di obbedire ai diktat provenienti da Bruxelles che, sulla scia di quanto concordato da Reagan e dalla Thatcher negli anni ’80 quando fu decisa la liberalizzazione mondiale del settore, prevedevano la presenza di soli tre vettori globali in Europa e cioè British Airways, Lufthansa e Air France.


Queste scelte politiche, approvate dai governi succedutisi, hanno causato l’assoluta perdita di sovranità nazionale e democratica in uno dei settori strategici più importanti del paese, totalmente abbandonato, diversamente da quanto accade in altri paesi europei, dall’investitore pubblico: pure questa una decisione che deve essere rivista nelle principali aziende del settore aereo-aeroportuale.

La “politica” italiana, ha poi fatto anche di peggio, consentendo e spianando la strada alla colonizzazione del trasporto aereo in Italia da parte delle Low Cost.
Come? Sovvenzionandole con denaro pubblico attraverso finanziamenti e deroghe da parte di tutte le istituzioni locali, regionali e nazionali, nonché, caso unico in Europa, consentendo la base d’armamento di queste compagnie nel principale Hub del paese.

Mentre da una parte lo stato deteneva, tutta o in parte, la proprietà di Alitalia dall’altra finanziava i suoi concorrenti!
Una vera follia, troppo manifesta per non far pensare ad un vero e proprio tradimento consapevole degli interessi della nazione.
Vale la pena di ricordare che siamo stati l’unico paese europeo a fare questo, infatti gli altri si sono ben guardati di svendere i propri interessi nazionali agli speculatori che operano nel mercato del Trasporto Aereo.

È ora di fare un bilancio severo di tutte queste scelte e dei risultati prodotti!
Di fronte al fallimento manifesto della Privatizzazione di Alitalia, con tutto il suo carico di devastazione aziendale, commerciale e sociale che abbiamo di fronte, occorre fermarsi e valutare bene cosa fare.
Noi riteniamo che le proposte fin qui ventilate dall’attuale dirigenza Alitalia siano, al di là dei pesantissimi costi sociali che ne deriveranno, di fatto una liquidazione definitiva, attraverso un ulteriore ridimensionamento e la sua trasformazione in una Low Cost, della nostra ex compagnia di bandiera.
Un piano non certo funzionale a favorire l’interesse del nostro paese, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.

Noi pensiamo che per andare avanti adesso occorra tornare indietro.
Sembra un gioco di parole ma secondo la CUB Trasporti è l’unica possibilità:
la Nazionalizzazione è oggi l’unica soluzione.

Asseriamo da anni che un paese come il nostro non può perdere la sovranità in un settore strategico come questo.
Averlo fatto ha significato causare danni pesantissimi:
·      per i cittadini, 4 mld di euro di perdite scaricate sui contribuenti per ripulire dai debiti l’Alitalia privatizzata
·      per il mondo del lavoro tutto, generando in un settore in forte crescita e non in crisi uno stato di sofferenza e miseria diffusa per tutti i lavoratori
·      nessun miglioramento sulla qualità e quantità dei servizi erogati alla clientela.

Di fronte al terzo “fallimento” in otto anni e l’ipotesi di un ulteriore salvataggio diretto o indiretto fatto con finanze pubbliche, riteniamo che questo intervento dovrà prevedere una sua materializzazione all’interno delle quote azionarie di Alitalia.

Serve un investimento finanziario così importante che nei fatti questo è oggi possibile solo con un intervento pubblico.

Servono ingenti finanziamenti per acquistare aeromobili, per garantire l’occupazione e per dare una prospettiva industriale al settore e una speranza di vita alle migliaia di precari senza futuro che tutti i giorni svolgono la maggior parte delle attività operative di Alitalia.
Ricordiamo che senza di loro non decollerebbe nessun volo, nessun bagaglio sarebbe caricato in stiva e nessuna carta d’imbarco sarebbe emessa…

Alitalia è stata in questi anni un simbolo negativo di privatizzazione, licenziamenti, dumping e precarizzazione. Occorre farla ritornare al suo vecchio ruolo di compagnia sana, trainante per l’economia del settore e biglietto da visita prestigioso del nostro paese nel mondo. 

Serve una compagnia di bandiera!

La “Politica” non può continuare ad abdicare al proprio ruolo. Non possiamo più sentire rappresentanti delle istituzioni asserire che in Italia la politica NON è in grado di gestire, controllare e pianificare una strategia complessiva dei trasporti  democraticamente decisa che garantisca gli interessi strategici del paese, dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.
Chi asserisce questo ha abdicato al proprio ruolo e dichiara pubblicamente la sua incapacità. Per questo dovrebbe dimettersi e andarsene.
È tempo che la politica, quella con la P maiuscola, riprenda il posto che gli compete e cacci gli speculatori, gli incapaci e i parassiti che stanno distruggendo questo come altri settori del paese.

·      Per un’Alitalia di nuovo all’Italia
·      Per riprenderci la sovranità in tutti i settori strategici del paese

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Farlo è un dovere delle forze politiche, del sindacato, dei lavoratori, dei cittadini.

* Fabio Frati, dirigente nazionale della C.U.B. Trasporti

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