martedì 23 ottobre 2018

UNA SCIAGURA CHIAMATA EURO di Ilaria Bifarini

[ 23 ottobre 2018 ]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo l'articolo di una... "bocconiana redenta".

A volte affermare l’ovvio per confutare l’assurdo non basta, così occorre farsi scudo di personaggi illustri, la cui autorevolezza viene universalmente riconosciuta. E’ quello che farò in questo sintetico pezzo, citando l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz. In verità egli non amerebbe prestare il fianco alla “causa sovranista”: il suo credo democratico e progressista è così radicato che, di fronte alle assurdità delle politiche di austerity sposate dalle UE -da lui denunciate più volte e senza mezzi termini- preferisce pensare che si tratti di un metodo congegnato per decretare il fallimento delle sinistre e l’ascesa dei partiti nazionalisti di destra nel Vecchio Continente.
Dunque mi limiterò a riportare alcune citazioni della sua opera massima sul tema della moneta unica e del fallimento delle attuali politiche europee, “L’EURO, Come una moneta unica minaccia il futuro dell’Europa” (Einaudi, 2017).

La sua posizione è già chiara dalla prefazione:
“L’euro è una costruzione dell’uomo. I suoi contorni non sono il risultato di leggi di natura ineluttabile. Gli accordi monetari europei si possono rimodulare; se necessario, si potrà addirittura lasciar perdere l’euro. In Europa come altrove, possiamo resettare la bussola, riscrivere le regole dell’economia del governo, arrivare a una prosperità maggiormente condivisa, con una democrazia più forte e una maggiore coesione sociale.”
E ancora:

L’agenda economica neoliberista non è riuscita a migliorare i tassi di crescita, ma una cosa è certa: è riuscita a far aumentare la disuguaglianza. L’euro ci fornisce un case study dettagliato di come si è arrivati a questo.”
Infatti:
Mentre numerosi sono i fattori che contribuiscono alle traversie dell’Europa, l’errore alla base di tutto è uno solo: la creazione dell’euro come moneta unica”.
Come se non bastasse:
Ma a volte la realtà ci trasmette messaggi dolorosi: il sistema dell’euro non funziona e il prezzo da pagare, se non vi si porrà rimedio, sarà altissimo
Sul tema delle politiche neoliberiste messe in atto in Europa e sulle sciagurate misure di austerity che hanno devastato la Grecia, Stiglitz afferma categorico:
Il mondo ha pagato a caro prezzo la devozione a questa sorta di religione neoliberista, e ora tocca all’Europa.”
“Sempre e dovunque nel mondo, il rigore ha avuto gli effetti controproducenti osservati in Europa: quanto più severa è l’austerità tanto maggiore è la contrazione economica. Resta un mistero capire perché la Troika abbia potuto pensare che questa volta, in Europa, le cose sarebbero andate diversamente.”

Postfazione

L’economista illustra tutte le aporie della costruzione della moneta unica europea e come essa sia stata la causa del divario crescente tra Paesi “forti” e “deboli” al suo interno, nonché dell’impossibilità di questi ultimi di uscire dalla crisi del 2008, tanto da affermare che “la crisi dell’euro l’ha creata l’euro”.

La costituzione dell’Eurozona è basata infatti sul credo neoliberista, una visione eccessivamente semplicistica di come funziona l’economia, che non prevede la flessibilità necessaria per rispondere al modificarsi delle contingenze e non recepisce alcuna nuova acquisizione della scienza economica. La fallimentarietà di tale teoria è comprovata: si tratta dello stesso modello applicato dal Fondo monetario internazionale nel Terzo mondo che, imponendo la riduzione dei deficit nazionali, ha trasformato la crisi in recessione e in depressione. Stiglitz definisce “feticismo del deficit” questa ossessione per l’austerità.

A seguito di una parte “destruens” che farebbe collassare in un colpo solo i vari Monti, Fazio, Cottarelli e compagnia cantante, l’economista propone le sue soluzioni. E qui forse storceranno un po’ il naso coloro che erano rimasti finora incantati dalla sua lucida e perentoria bocciatura di una zona monetaria unica che manca di tutti i requisiti per essere non solo ottimale, ma anche sostenibile.

Dopo aver suggerito un programma per far funzionare l’Eurozona, Stiglitz prende atto di come probabilmente non verrà attuato e, in alternativa, prospetta due soluzioni: un divorzio consensuale o la creazione di un “euro flessibile”. La prima strada sembra alquanto irrealistica in una UE di cui si è dimostrata tutta la rigida ostilità; la seconda appare un po’ troppo possibilista e non in linea con tutta la disamina precedente. Insomma, il premio Nobel ed ex consulente di Clinton rientra un po’ nei ranghi istituzionali, e si mostra (o si finge in cuor suo) fiducioso che una soluzione possa essere trovata.

Rimane un’analisi di gran pregio, ancor più se paragonata alla pochezza scientifica e alla scarsa originalità delle nostre voci mainstream, incapaci di andare oltre teorie superate e appurate come disastrose.

* Fonte: Ilaria Bifarini

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CE L'AVETE IL "PIANO B"? di Piemme

[ 23 ottobre 2018 ]

La Commissione europea (per nome e per conto del grosso dei paesi della Unione) confermata la sua severa bocciatura della Legge di bilancio italiana  — "deviazione senza precedenti del Patto di stabilità e crescita" — ha lanciato l'ultimatum a Roma: "avete tre settimane di tempo per cambiarla, altrimenti vi sanzioniamo". 

Di Maio e Salvini, forti della maggioranza parlamentare e dell'ampio consenso che godono nel Paese, anzitutto tra le classi subalterne, hanno risposto picche. 

Altre volte era accaduto che Bruxelles tirasse le orecchie a qualche governo "spendaccione", sempre ottenendo la resa. Mai era successo che una capitale confermasse la propria posizione avversa. In questo gesto di disobbedienza e di sfida c'è tutta la cifra del governo "populista" di Roma, che apre una crisi inedita dell'Unione europea. Non si tratta del 2,4%, la partita è tutta politica, la posta in palio essendo chi davvero sotto le Alpi sia titolare della sovranità.

Se le cose stanno così il governo giallo-verde merita di essere sostenuto. Guai a chi non vuole riconoscerlo o fa finta di non riconoscerlo. Ma guai anche a chi non veda i rischi enormi di questa sfida. Molte testate già parlano di "guerra". E in effetti guerra sarà.  E allora ci si deve chiedere se i generali Di Maio e Salvini saranno all'altezza? Se essi si stanno attrezzando a vincerla, se quindi hanno un piano di battaglia.

Di Maio, preoccupato di "tranquillizzare i mercati" ha ripetuto ieri che lui non vuole uscire dall'euro, anzi che finché M5s sarà forza di governo non lo permetterò mai. Lo sapevamo, grazie. Ma che farai se il nemico ti metterà con le spalle al muro, se ti troverai davanti all'alternativa secca: o capitolare o uscire? 

Le due forze al governo immaginano di dare una botta al cerchio e una alla botte, confidando che la loro "manovra" susciterà una "crescita" tale che potrà permettere sia di andare incontro alle istanze del popolo che le ha votate, sia di rispettare gli stringenti vincoli di bilancio dell'Unione europea. Domanda: che accadrà ove questa "crescita" sarà molto più modesta, o se addirittura non ci fosse?

Nella sua lettera di risposta a Bruxelles Tria ha scritto:
«Qualora il rapporto debito/pil e deficit/pil non dovessero evolvere in linea con quanto programmato il governo si impegna ad adottare tutte le misure necessarie perché questi obiettivi (riduzione di deficit e debito) vengano rigorosamente rispettati». 
Concetto ripetuto da Giuseppe Conte nella conferenza stampa di ieri: 
«Ove non la nostra "manovra" non sortisse gli effetti sperati, correremo ai ripari, chiedendo agli italiani i sacrifici necessari per tenere i conti a posto».
Che detto in parole povere significa che si tornerebbe a politiche austeritarie. La qual cosa fa il paio con quanto affermato da Paolo Savona l'8 ottobre:
“Se ci sfugge lo spread, se va a quota 400 la manovrà dovrà deve cambiare... I numeri messi nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Def verranno modificati nel caso in cui i mercati continuino a prendere di mira i titoli di Stato italiani».
C'è di che essere molto, ma molto preoccupati. Dichiarazioni simili sono un assurdo sul piano della dottrina. Savona, Tria e Conte sanno bene che a maggior ragione in caso di recessione ci sarebbe bisogno, di contro alla visione ordo-liberista, di politiche economiche pubbliche anti-cicliche, ovvero di forte spesa pubblica per rilanciare investimenti e domanda interna. Parliamoci chiaro, ove queste affermazioni fossero sincere esse equivalgono ad una preventiva dichiarazione di resa a Bruxelles. La qual cosa incoraggerà gli eurocrati ad attestarsi sulla linea dura contro l'Italia. 

Col che avremmo già la risposta alla domanda di cui sopra: no, questo governo populista non sembra all'altezza dello scontro in atto, non si sta attrezzando per vincere la guerra, non ha un piano di battaglia. 

Amici che stimiamo ci dicono invece di stare tranquilli, che certe dichiarazioni sono solo tattica per lasciare in mano a Bruxelles il cerino acceso della responsabilità della rottura, che nel governo c'è chi ha un "Piano B" per l'uscita. Noi ne dubitiamo. A noi pare che un "Piano B" di uscita unilaterale non ci sia e non venga contemplato. A noi pare che a Roma non soltanto si illudano che la partita appena cominciata possa durare a lungo, ma che credano che l'Unione e l'eurozona vengano giù per decisione condivisa e consensuale. Noi tendiamo ad escludere entrami queste ipotesi.

Resta che ove in primavera la situazione economica volgerà al peggio il governo sarà sottoposto a pressioni e ad attacchi che faranno impallidire quello portato nel 2011 a Berlusconi. Sostenuti dai collaborazionisti interni, a Bruxelles punteranno allo sfaldamento dell'alleanza populista, alla spaccatura in entrambe le forze tra radicali e moderati, quindi alla caduta, in un clima di altissima tensione, alla caduta del governo giallo-verde.

Nessun dorma!









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lunedì 22 ottobre 2018

PIÙ EMIGRANTI CHE IMMIGRATI di Rodolfo Ricci

[ 22 ottobre 2018 ]

Il numero di emigrati dall’Italia ha superato il numero di immigrati. 
Va ripensato radicalmente il mondo in cui ragioniamo sui fenomi migratori.
Sono ormai diversi anni che la questione immigrazione monopolizza l’attenzione degli italiani, e ancor più, della politica e dei media.

Nel Rapporto Immigrazione recentemente presentato da Migrantes, vi è un’interessante grafico (pag. 135), che rappresenta la frequenza con cui ricorrono le parole “migrare”, “immmigrato”, “straniero”, “immigrazione”, “negro”, “paura”, “razza”, e altri termini contigui, nei titoli dei giornali quotidiani durante lo scorso mese di febbraio 2018. Al primo posto della classifica non vi è una parola, ma un nome, quello di “Salvini”.

Se ciò abbia qualcosa a che fare con la questione del rapporto tra realtà e percezione dell’immigrazione, lo lasciamo alla libera valutazione. E’ però un fatto che dentro questa classifica non compare il temine “emigrazione”, che come è noto, descrive sempre il fenomeno migratorio, ma in uscita, piuttosto che in entrata.

Quelli che se ne vanno è il titolo dell’ultimo libro di Enrico Pugliese, sociologo che forse più di altri si è occupato delle migrazioni negli ultimi 40 anni (Il Mulino 2018).

Quelli che se ne vanno sono quelli che scompaiono alla nostra vista, per cui sono fuori del raggio di visibilità di telecamere e media: praticamente invisibili.

Ce ne si accorge solo quando a partire è qualche familiare, o il figlio o la figlia di un amico, oppure, quando sono in molti a partire dallo stesso quartiere o paese, perché il territorio pian piano si svuota.

Grazia Moffa e Carmine Nardone (Cedom – Università di Salerno), hanno svolto lo scorso anno un’indagine nei paesi della collina beneventana, dove hanno scoperto che tra il 2011 e il 2016, i comuni tra 5 e 10 mila abitanti hanno perso, in soli 5 anni, circa il 30-35% di popolazione, in gran parte giovanile. Questo destino, punto più o punto meno percentuale, accomuna tutta l’area appenninica e le aree interne in generale, ivi incluse quelle del centro-nord.

Nel 2016 lo Svimez ci ha edotto sul fatto che dal 2000 al 2016, ben 1.882.872 meridionali hanno lasciato le regioni del sud trasferendosi nel centro-nord o all’estero. Di questi, 345.123 erano laureati.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Si potrebbe sostenere che il fenomeno è conosciuto e ripercorre le antiche strade del declino del sud Italia. Allora vale la pena fornire altri dati che rimangono stranamente nell’ombra dell’attenzione mediatica, politica e istituzionale.

Dall’inizio della crisi economica (2008), i flussi migratori in uscita dall’Italia hanno ricominciato a crescere in modo esponenziale, stabilizzandosi tra il 2013 e il 2017, sulla dimensione, ampiamente condivisa da centri di studio e ricercatori, di circa 250-300mila persone all’anno. Essi si sono diretti prevalentemente verso le mete nord europee, ma anche verso nuove destinazioni asiatiche, del nord e sud America e dell’Australia. Si tratta di numeri analoghi a quelli della grande emigrazione di massa degli anni ‘50-‘60 del ‘900. Tutte le regioni ne sono coinvolte, a partire da quelle del nord: ai primi posti Lombardia e Veneto.

Dal 2013 ad oggi, questa entità è diventata più alta degli arrivi di profughi, asilanti e migranti economici, cioè dell’immigrazione nel suo complesso.

Se prendiamo a riferimento i dati delle anagrafi consolari, la presenza italiana all’estero ha ormai superato nettamente lo stock di immigrazione (che è di circa 5,2 milioni di immigrati), raggiungendo i 5,7 milioni di emigrati, con un aumento del 100% negli ultimi 15 anni e di oltre un milione e centomila solo negli ultimi 5 anni.

A questo dato bisogna aggiungere un altro milione e forse più di giovani e meno giovani che, per ragioni note, non si iscrivono all’Aire (Anagrafe dei residenti all’estero, costruita sulla base delle cancellazioni di residenza), né vengono censiti dai consolati. Stiamo dunque parlando, con buona approssimazione, di circa 7 milioni di italiani tra vecchia e nuova emigrazione; cioè di oltre l’11,5% della popolazione italiana. Si tratta, per entità, della seconda “regione” italiana (in questo caso transnazionale), dopo la Lombardia.

La somma di immigrati ed emigrati (oltre 12 milioni) equivale invece a circa il 20% dell’intera popolazione del paese, a conferma che l’Italia è un crocevia migratorio con caratteristiche abbastanza uniche nel panorama europeo. Secondo il 42° Rapporto dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – (OECD – “Continuous Reporting System on Migration”), nel 2016 l’Italia si situa all’8° posto tra i paesi OECD per entità di flussi di emigrazione in uscita.

(International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI.

Di fronte a queste dimensioni è sorprendente e per certi versi incomprensibile che la discussione pubblica sui movimenti migratori si sviluppi a senso unico, ignorando la nuova emigrazione italiana che, invece, costituisce una grande questione nazionale, di cui però il paese non si occupa: “quelli che se ne vanno”, una volta fuori dai confini nazionali, sono semplicemente dimenticati. I tassi di incremento di questi nuovi flussi sono stati infatti, secondo l’Istat, di circa il 22% all’anno dal 2011 al 2016. Ma l’Istat registra, come detto, sono le cancellazioni di residenza, mentre chi se ne va, in gran parte non si cancella dai propri comuni prima di aver acquisito una soddisfacente stabilità nei paesi di arrivo. Cosa non semplice perché i mercati del lavoro sono ovunque precarizzati. Quindi abbiamo una situazione abbastanza paradossale: ciò che leggiamo dai dati ufficiali è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio.

La Filef si è occupata di andare a vedere i dati di ingresso registrati da alcuni importanti paesi di arrivo (in particolare Germania e Gran Bretagna) e confrontandoli con quelli delle cancellazioni di residenza registrati dall’Istat, ha fatto emergere già nel 2013 l’evidente scarto che c’era: i dati di ingresso di italiani registrati dalle autorità tedesche ed inglesi erano da 4 a 5 volte superiori a quelli dell’Istat.

Dai rilevamenti sul campione Istat (ridotto, ma significativo), confermati da una serie di ricerche sul campo, emerge che il 65% dei nuovi emigrati dispone di livelli medio-alti di scolarizzazione: 30% circa, laureati, 35% diplomati. Oltre la metà dei nuovi emigrati italiani ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre circa il 20% fra 0 e 17 anni. Quindi, come peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, indica che a spostarsi sono anche intere famiglie.

Vale la pena suggerire un semplice calcolo del patrimonio umano perduto dal paese in termini di investimento pubblico e delle famiglie quando una persona va a stabilirsi e a lavorare all’estero: secondo l’OCSE, il costo di formazione di un giovane, dalla scuola maternal all’università di aggira sui 160-170 mila Euro. Un dottore di ricerca può “costare” 220-250 mila Euro. A questi possiamo aggiungere le spese sostenute dalle famiglie; ognuno le ha presenti. Se dunque se ne vanno 300mila persone all’anno, supponendo che essi si stabilizzino definitivamente all’estero, la perdita (di un anno) in termini di patrimonio umano si avvicina a 50 miliardi Euro. Se il milione e mezzo di giovani italiani emigrati negli anni della crisi non dovesse più rietrare in Italia, la perdita sarebbe di 250 miliardi di Euro. Lasciamo agli economisti valutare gli ulteriori effetti di questo esodo sul PIL nostrano e su quello dei paesi di insediamento. Alla faccia delle politiche di attrazione di capitali esteri che dovevano avvenire con jobs act e consimili !

Alla fine degli anni ’60 Carlo Levi e Paolo Cinanni, ragionando sulle sorti del Meridione italiano dall’unità in poi, accennavano al fatto che l’emigrazione costituiva la causa maggiore del suo depauperamento. E che la causa dell’emigrazione era da rintracciare nelle modalità con cui si era perseguita l’unificazione dell’Italia: una sorta di Anschluss ante litteram. Cinanni, nel 1971, si arrischiò a prevedere l’insorgere di una questione meridionale a livello continentale, qualora fossero continuati i flussi emigratori che si registravano fino a quell’epoca da tutti i paesi mediterranei: Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Jugoslavia; si trattava dei PIJGS…

Poi dalla seconda metà degli anni ’70 fino al 2000, abbiamo pensato che quel rischio fosse definitivamente superato, anche perché l’esssere diventato paese di immigrazione ci ha fatto sentire arrivati nel club di quelli più bravi. Ma stando ai dati di cui sopra, quella stagione sembra essere rapidamente sfumata.

Questo destino cinico e baro di essere tornati ad essere paese di emigrazione più che di immigrazione (o quantomeno crocevia migratorio), lo condividiamo con molti altri; si tratta di una compagnia ben nutrita.

Lo scorso giugno è stato pubblicato su Le Monde Diplomatique nelle varie edizioni nazionali europee, un dossier sull’evoluzione demografica e sui movimenti migratori in Europa. Si tratta di uno studio realizzato da ricercatori francesi particolarmente significativo e per molti aspetti inquietante. (“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique,15 Giugno 2018 – )

Dallo questo studio emerge che negli ultimi trenta anni, cioè dopo la caduta del muro, a causa del combinato disposto di decremento demografico e di nuova emigrazione, (la flessione demografica è la grande novità che accompagna gli attuali movimenti migratori inter europei, a differenza delle precedenti stagioni), la popolazione di quasi tutti i paesi dell’est europeo e dell’Europa mediterranea si è ridotta, in molti casi, drasticamente: l’Ucraina, ad esempio, ha perso circa il 20% della sua popolazione (9 milioni di abitanti), la Romania, il 14% (3,2 milioni), la Moldavia circa il 17%, la Bosnia il 20%, la Bulgaria e la Lituania circa il 21%, la Lettonia oltre il 25%. I paesi dei Balcani, pur avendo un incremento demografico positivo, hanno registrato tassi di emigrazione enormi, fino al 37% dell’Albania. I tassi di emigrazione censiti nell’ultimo trentennio in questi paesi risultano superiori a quelli africani e si situano mediamente tra il 10 e il 18% delle rispettive popolazioni.

Nello stesso periodo, i paesi centro europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna) hanno visto crescere o stabilizzarsi la loro popolazione grazie essenzialmente a questi movimenti inter-europei, i quali costituiscono circa i due terzi del complesso dei movimenti migratori (solo un terzo proviene infatti da paesi extraeuropei): negli stessi ultimi 30 anni, la Francia è cresciuta di 9 milioni di abitanti (la stessa quantità persa dall’Ucraina, che trenta anni or sono aveva più o meno la stessa popolazione), mentre la Germania ha avuto un saldo immigratorio positivo colossale: 10 milioni di persone, in gran parte di lavoratori immigrati provenienti, per due terzi, da altri paesi europei. Per mantenere stabile la sua popolazione sugli attuali livelli, la Germania prevede di far entrare nei prossimi 30 anni, altri 20 milioni di lavoratori, in modo da ottenere un saldo positivo di ulteriori 10 milioni di persone.

I paesi mediterranei, tra cui l’Italia e la Spagna, hanno contenuto parzialmente la perdita di popolazione solo grazie all’arrivo di immigrazione prevalentemente dall’Africa, dall’America Latina e dal Medio Oriente, mentre hanno ceduto consistenti flussi di emigrazione agli stessi paesi del centro-nord Europa. L’Italia, è dunque diventata un crocevia migratorio, con preavalenti arrivi dalla costa sud del Mediterraneo (e dall’Est Europa) e partenze verso il centro-nord Europa che, dal 2013 in poi, risultano, come detto, superiori agli arrivi.

In queste cifre sono evidenti la profondità degli squilibri economici, sociali e territoriali a livello continentale che, in mancanza di interventi, sono destinati ad aumentare. Squilibri che stanno disegnando un nuova geografia e che mettono in discussione, se ce ne fosse bisogno, la sostenibilità dell’attuale quadro comunitario, se si pensa che negli scenari che vengono presentati, paesi e territori già aggrediti da forte decremento demografico ed emigrazione, sono destinati a perdere, già nel prossimo decennio ulteriori quote di popolazione attiva: nel 2030, secondo il Dossier di Le Monde Diplomatique, “un quarto della popolazione della Croazia potrebbe scomparire”.

Anche nel paese guida d’Europa, la Germania, i Länder della ex Germania Orientale si vedrebbero ulteriormente svuotati di popolazione a vantaggio delle regioni dell’ovest del paese che hanno già aspirato circa il 20% della sua popolazione dopo la riunificazione.

(“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018).

Il calo demografico fa intravvedere per l’Italia scenari ancora più drammatici: sempre lo Svimez, fin dal 2015 ha previsto la perdita di 5,5 milioni di persone nel sud del nostro paese al 2060-65. Recentemente l’Istat ha addirittura aggravato questa previsione portandola a circa 7 milioni di persone per l’intero paese, alla stessa data.

L’emigrazione interna da sud verso nord si aggiunge a quella verso l’estero; il meridione ne pagherà quindi le maggiori conseguenze.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Gli effetti di questa evoluzione migratoria e demografica sono estremamente preoccupanti per i territori e le società coinvolte dai nuovi esodi, ma problematiche saranno anche le dinamiche sociali che coinvolgeranno i paesi accettori dei nuovi flussi, come sta a dimostrare il Brexit e l’evoluzione politica che si registra in tutta Europa. A questo proposito è significativo verificare che la velocità di ri-emersione dei fenomeni di xenofobia e razzismo è molto più alta nei paesi e territori afflitti da esodi di popolazione autoctona, piuttosto che nei paesi o nelle aree di immmigrazione: i paesi del Patto di Visegrad sono tra quelli più afflitti da emigrazione più che mete di immigrazione; la AfD (Alternative fuer Deutschland), il nuovo partito di estrema destra, raggiunge nei Laender dell’est (ex DDR), il doppio delle percentuali che raccoglie all’ovest.

Si potrebbe dire che sono proprio il declino sociale e la percezione dell’improbabile e sempre più incerto futuro a scatenare le varie sindromi antistranieri, una sorta di “spostamento” in termini psico-sociali, che è alimentato ad hoc. In questo, la terapia mediatico/politica desunta nella tabella citata all’inizio appare decisiva. E da questo punto di vista, l’approccio bipartisan dei precedenti e degli attuali governi segue un filo rosso di puntuale continuità. Che oggi sfocia nell’aggressione simbolica all’esperimento di Riace, di Mimmo Lucano.

Allo stesso tempo, l’approccio umanitario e no-border senza se e senza ma, pur condividibile sul piano del diritto individuale all’emigrazione, appare del tutto subalterno alla logica dell’allocazione internazionale delle risorsa umana secondo i fabbisogni del libero movimento dei capitali e della loro concentrazione in alcuni paesi.

L’altro diritto che viene dimenticato in quella prospettiva ecumenica è che le persone avrebbero anche un altro diritto: quello di poter vivere e lavorare, se lo vogliono, nei loro paesi di origine; se l’emigrazione è forzata, non è libera. Questo semplice assunto, può tenere insieme gli auspici di sud europei, di est europei, di africani e di medio orientali e asiatici che subiscono l’emigrazione forzata, sia quella economica che quella causata dalle guerre dell’Occidente e dalle sue politiche di dominio o di sfruttamento aggressivo in tempo di pace.

Quanto ai destini dell’Europa, per concludere, vi è da tener presente che 2/3 dei flussi migratori dentro i suoi confini sono intra-comunitari, mentre gli extra-comunitari sono circa un terzo. Tra i migranti in Europa (e anche in Italia), il colore nero è meno diffuso del bianco. Questo dato dovrebbe consentire di discutere della materia migratoria in Italie e in Europa in modo del tutto diverso da quanto oggi accade.

Nelle condizioni vigenti, caratterizzate da un sovranismo mercantilista affamato – da sempre – di lavoro straniero, la “libera circolazione” è poco più di un eufemismo; che le espulsioni di cittadini comunitari da paesi come il Belgio e la Germania, che si stanno intensificando da alcuni anni, riportano alla sua effettiva consistenza, strumentale e legata ai cicli economici.

La sovranità democratica e popolare dovrebbe invece recuperare le ragioni di chi subisce, in maniera maggiore e minore, le pressioni dei paesi guida della globalizzazione neoliberista; vale a dire l’autoderminazione dei popoli e l’approccio internazionalista finalizzato alla cooperazione tra i paesi/aree periferiche.


* Fonte: Patria e Costituzione

** Riferimenti:

Enrico Pugliese – “Quelli che se ne vanno” – Ed. Il Mulino 2018

International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI: https://doi.org/10.1787/migr_outlook-2018-4-en

J.A.Dérens, L.Geslin. C.Léotard, L.L.Kutasi, R.Knabel-C.Aubert – “Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018

SVIMEZ – Testo web – Anticipazioni rapporto Rapporto Svimez 2018 su: http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

Francesco Calvanese – ”Le nuove generazioni nei nuovi spazi e tempi delle migrazioni” – a cura di Francesco Calvanese – FILEF -Ediesse (2014)

Rodolfo Ricci (a cura di) – Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni (Filef-2016)

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FALSO IDEOLOGICO SU "QUOTA 100" di Leonardo Mazzei

[ 22 ottobre 2018 ]

I conti fasulli sulle pensioni del sig. Boeri Tito


Le uscite di Tito Boeri non si contano. "Uscite" nel senso più ampio del termine, dato che la sua principale attività non consiste nella gestione dell'Inps, come dovrebbe essere, ma nel mettere becco su ogni questione politica di pertinenza del parlamento. Essendo un uomo delle èlite per nascita, studi e collocazione ideologica, Boeri si permette da anni esternazioni di ogni tipo. Figuriamoci adesso, con il governo gialloverde che gli mette in pericolo il sacro dogma della Legge Fornero!
Nessuno stupore, dunque. Tanto più che lo strabordamento dal ruolo istituzionale di presidente dell'Inps è stato già consentito in passato al suo predecessore, l'indecente Antonio Mastrapasqua (2008-2014). Nessuno stupore, perché ci stiamo occupando dello stesso Boeri che il 19 luglio scorso è andato a sostenere alla Camera che il cosiddetto "Decreto Dignità" avrebbe provocato la perdita di 8mila posti di lavoro all'anno... Nessuno stupore, perché è evidente che il Boeri non è certo un tecnico super partes, bensì uno dei leader di fatto dell'opposizione sistemica al governo Conte. Nessuno stupore, ma davvero non se ne può più di esternazioni fondate su una presunta "autorità", certificata da media servili che mai vanno a scavare sull'attendibilità delle sparate di questo signore.

Dobbiamo dunque occuparcene, anche perché tante sono le bufale diffuse ad arte sul tema, tante le sciocchezze che circolano sia sulla stampa che sul web. E quasi tutte queste autentiche fake news hanno proprio come fonte primaria le apodittiche affermazioni del Boeri. Per farla breve, mettiamo a fuoco tre aspetti di quanto va dicendo il presidente dell'Inps: le sue contraddizioni, i suoi calcoli, le sue insinuazioni.

1. Le non lievi contraddizioni del prof. Boeri

Sembra che pochi se ne siano accorti, ma sulle modifiche della Fornero (la cosiddetta "quota 100") Boeri ha la faccia tosta di dire tutto ed il contrario di tutto. Ed il bello è che, stavolta con faccia tosta al cubo, ha avuto il coraggio di farlo nell'ambito della stessa audizione alla Camera lo scorso 17 ottobre.


In quella sede, stando a quanto riportato da La Stampa, egli ha parlato dei maggiori costi che: «gli interventi del Governo potrebbero causare al sistema previdenziale: 140 miliardi solo nei primi dieci anni». Boom! Boom! Triplo boom! Il governo (vedi il Dpb - Documento programmatico di bilancio) stima il costo di "quota 100" in 6,7 miliardi per il 2019, 6,9 miliardi per il 2020, 7,0 miliardi per il 2021. Da dove vengano fuori i 14 miliardi all'anno del Boeri proprio non si sa.

Il bello è che, nello stesso discorso, il presidente dell'Inps si è preoccupato di quanto perderebbero i lavoratori con "quota 100", andando in pensione prima delle scadenze dettate dalle regole della sacra Fornero. In maniera davvero commovente egli si è preoccupato di un tema solitamente ignorato dall'èlite, quello del valore delle pensioni. Lo ha fatto naturalmente pensando ai titoli dei giornali, metodo consueto degli "scienziati" della Bocconi. Ne è così venuta fuori l'assurda cifra di 500 euro in meno al mese, numero adatto agli strilloni del potere, al pari dell'altrettanto assurda diminuzione percentuale del 21% (per altri addirittura il 25%). 

Ci occuperemo di queste cifre, che non stanno né in cielo né in terra, al punto successivo. Qui vogliamo solo mettere in luce una contraddizione perfino comica. Come si fa a sostenere da un lato che i conti dell'Inps verrebbero fatti saltare da "quota 100", e dall'altro che i lavoratori ci rimetterebbero così pesantemente? Delle due una. Se i lavoratori ci rimettessero quel che dice Boeri, i conti dell'Inps non potrebbero che giovarsene, e viceversa. Lo può capire anche un piddino.

2. I calcoli lievemente imprecisi del ragionier Boeri

Vediamo allora il calcolo che porterebbe agli ormai famosi (ed inesistenti) 500 euro. Qui la disonestà intellettuale del bocconiano è pari solo all'arroganza sociale tipica del suo ambiente. Intanto, per sua comodità, egli prende in esame il caso di chi potrà anticipare la pensione di cinque anni, che non è il caso medio, bensì il caso massimo (67-62=5). Poi assume come "medio" (anche se solo per il pubblico impiego) un reddito di 40mila euro lordi all'anno. Cifra discutibile assai, dato che il reddito medio dei lavoratori dipendenti nel 2016 è stato quantificato dal Mef (Ministero dell'Economia e delle Finanze), in base alle dichiarazioni dei redditi del 2017, in 20.680 euro. E' vero, in questo dato medio confluiscono anche i redditi di chi lavora solo saltuariamente, ma non quelli di chi è sotto alla soglia minima degli 8mila euro annui. Prendiamo allora altre stime, come quella di JP Salary Outlook 2018, ed arriviamo ad un lordo di 29.380 euro annui. D'accordo, la media di chi arriva al pensionamento sarà un po' più alta, ma di certo ben al di sotto dei 40mila euro ipotizzati dal nostro ragioniere. 

Ma lasciamo perdere queste considerazioni, e restiamo al caso del dipendente pubblico con un reddito di 40mila euro che decidesse di anticipare la pensione di cinque anni. Secondo Boeri (vedi l'articolo già citato), uscendo con "quota 100" nel 2019 egli avrebbe una pensione pari a 30mila euro lordi, mentre rimanendo fino al 2024 ne otterrebbe una pari a 36.500. Avremmo dunque una differenza di 6.500 euro, che diviso per 13 mensilità fa appunto 500 euro al mese. Eh, la bellezza delle cifre tonde! Peccato che a noi questo conto proprio non torni. E per diversi motivi.

Ora, è vero che il calcolo pensionistico è reso complesso da diversi fattori, primo tra tutti lo sviluppo nel tempo della progressione retributiva del pensionando, ma non è su questo che si possono fondare stime come quelle del Boeri. Stiamo dunque ai fondamentali. Come tutti sanno un'annualità contributiva pesa nel calcolo della pensione nella misura del 2%. Se con una retribuzione di 40mila euro lordi si ottiene una pensione di 30mila euro, questo vuol dire che si ha un tasso di sostituzione del 75%, grosso modo coincidente con il valore dei contributi (38 x 2% = 76%). Non conosciamo le modalità del calcolo del Boeri, ma probabilmente il suo è stato solo un arrotondamento (guarda caso sempre a favore della tesi che egli sostiene), perché il valore preciso è esattamente di 30.400 euro.

Restando a lavorare, dunque raggiungendo i 43 anni di contributi, il lavoratore in questione arriverebbe invece a 34.400 euro (40mila x 86% = 34.400), non i 36.500 sparati alla Camera. Egli guadagnerebbe dunque 4mila euro lordi in più, non 6.500. Ma notoriamente i conti si fanno sul netto, non sul lordo. E siccome l'aliquota marginale in cui ricadrebbero i 4mila euro in più è del 38%, ecco che il netto scenderebbe a 2.480 euro, cioè a 190 euro al mese per tredici mensilità. Ora 190 (centonovanta) non è esattamente 500 (cinquecento). E per gli amanti delle percentuali (non sto a riportarvi tutti i calcoli)  l'incremento al netto sarebbe esattamente dell'11%. Non c'è dunque traccia né del 21% di Boeri, né tantomeno del 25% sparato da alcuni giornali.

Naturalmente, poi, la differenza del valore della pensione tra uscita per vecchiaia e "quota 100" si riduce con il diminuire del reddito, così come essa calerà con il calare degli anni di anticipo del pensionamento. I 190 euro reali del caso portato da Boeri, diventeranno così 114 con un anticipo di tre anni, 76 con un anticipo di due, eccetera.

3. Le insinuazioni del propagandista Boeri

Finiamola adesso con i calcoli, che qualche volta sono però utili. Se non altro per mostrare il livello di disonestà intellettuale tipico di lorsignori. Quando si diffondono certe cose è ovvio che è la propaganda a comandare. E la propaganda è fatta anche di insinuazioni. E qual è l'insinuazione che si vuole introdurre nelle menti dei semplici? Ma ovvio, che "quota 100" è una fregatura, che a dispetto delle rassicurazioni essa contiene delle penalità.


Come noto la Legge di bilancio non è stata ancora formalmente varata, ma - a differenza di quelle previste nella Legge Fornero per chi esce con il canale della pensione di anzianità - stavolta penalità non sono annunciate. Tant'è che lo stesso Boeri non le cita affatto, limitandosi ad un calcolo - come abbiamo visto non casualmente impreciso - di quel che uno guadagnerebbe restando a lavorare cinque anni di più.

Ma qui, non si offenda l'esimio prof. Boeri, né la sua amata università, né il genio di Rignano sull'Arno che lo mise nel 2014 laddove si trova, siamo davvero alla scoperta dell'acqua calda! Non c'è lavoratore che non sappia che il valore della pensione è in rapporto agli anni dei contributi versati. Ma ugualmente essi sanno che si vive una volta sola, e che andare in pensione a 62 anni piuttosto che a 67 non è esattamente la stessa cosa, specie se non si "lavora" alla Bocconi. Altrimenti, con quella logica, perché fermarsi a 67 e non lavorare tutta la vita? 

Dispiacerà ai propagandisti del sistema ma, salvo sorprese che mi sentirei di escludere, non ci sarà alcuna penalità in "quota 100". Che poi, ricordiamocelo, "quota 100" è solo un terzo canale di pensionamento, che non inficia né sostituisce gli altri due già esistenti (la pensione di vecchiaia e quella di anzianità, detta anche "anticipata"). Dunque, chi preferirà restare a lavorare potrà farlo senza problema alcuno.

Noi ci auguriamo invece che "quota 100" venga utilizzata dai più. Nell'aumento della disoccupazione giovanile, l'accelerazione registrata nel 2012 (vedi grafico sotto) si spiega essenzialmente con l'entrata in vigore della Legge Fornero. Certo, non è stata questa l'unica causa, quella principale però sì. Se ora alcune centinaia di migliaia di lavoratori potranno uscire dal lavoro prima, il beneficio in termini occupazionali (anche se ovviamente non in maniera meccanica) si vedrà eccome. 

Se i calcoli sistematicamente inattendibili di Boeri configurano una sorta di "falso ideologico continuato", i conti politici con Boeri andranno fatti al più presto. Il 15 luglio scorso così si espresse Di Maio: «Non possiamo rimuovere Boeri ora: quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'Inps che non è minimamente in linea con le idee del governo». Penso che sarebbe invece stato meglio rimuoverlo subito, ma prima avverrà meglio sarà. Non si vede perché tenere a capo dell'Inps un leader dell'opposizione oligarchica. 

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domenica 21 ottobre 2018

CANI DI PAVLOV CHE CREDONO DI PENSARE di M. Micaela Bartolucci

[ 21 ottobre 2018 ]

Quando leggo alcuni interventi sui diversi mezzi di comunicazione che, queste magnifiche sorti e progressive, hanno messo a disposizione dell’umanità affinché chiunque possa dar libero sfogo all’immenso vuoto che ha dentro, mi viene da pensare ai cani di Pavlov che ubbidiscono ad uno stimolo esterno, la grande differenza è che quei vuoti individui, nonostante come i suddetti cani agiscano per riflesso condizionato, sono convinti di pensare. 

Ragionamenti sconclusionati, privi di fondamento, ripetizione ad libitum delle stesse frasi: la superficialità si lega all’ignoranza, il pensiero indipendente muore e resta l’eco della stupidità. Qualora questa parabola discendente non fosse già abbastanza drammatica, questi interpreti del nulla trovano sempre qualcuno — ancora, se possibile — più limitato di loro, che gli faccia da megafono. 

Una gran parte di quella che un tempo veniva definita Lasinistra pullula di tali esseri. La più parte di loro è talmente egocentrica, vanagloriosa ed arrogante che pensa, addirittura, di poter dare lezioni di marxismo nel momento in cui qualcuno, che continua a coltivare il pensiero critico e, di conseguenza indipendente, percorra una strada diversa da quella battuta da questi replicanti. Nell’attimo in cui mi imbatto in critiche, in post, in esternazioni di chi pretende di insegnarci cosa sia il marxismo, io rido. Ma poveri beceri ignoranti on connait la chanson, conosciamo bene la storia, la teoria… abbiamo studiato molto ed ancora ci dilettiamo nel farlo. Possiamo permetterci di dar lezioni perché conosciamo a fondo l’argomento. Si mettano l’animo in pace codesti presuntuosi insipienti, se ci fossero le olimpiadi di marxismo, avremmo già vinto, semmai ci interessasse partecipare a questa inutile tenzone.

La realtà attuale di questo paese richiede qualcosa in più, richiede, per essere letta, una seria capacità critica ed interpretativa, occorre il pensiero critico. La maggior parte degli interventi su diversi argomenti è compilativa, un elenco di opinioni di altri, di luoghi comuni rivenduti come eclatanti, financo geniali ma tutto questo affannarsi a ripetere pensieri altrui risulta ridicolo, ai limiti dell’idiozia. Anzi direi che solo partendo dal respingere il luogo comune si possa giungere ad un ragionamento che abbia un minimo di serietà, un minimo di dignità ontologica.

Al momento sembra che l’Italia sia patria di 60 milioni di premi Nobel: politologhi, economisti, legislatori, medici (ogni specializzazione più una!), sociologhi… un esercito di esperti, basta Google che ce vo’… rimpiango i tempi in cui erano tutti allenatori! Eppure, a ben leggere, ci si accorge che la maggior parte di costoro, in realtà, molto banalmente, non sa un cazzo ed anzi, mi spingo a dire, non capisce un cazzo. Ha perso completamente di vista la realtà, vive in un universo parallelo in cui gioca a far finta di… senza rendersene perfettamente conto, diventano da inutili idioti, idioti utili a chi non si fa scrupoli a cavalcare qualsiasi tigre. E’ possibile che non si avvedano di obbedire alla volontà di Elysium, di portare acqua al mulino dozzinale del neo-liberalismo? Possibile non percepiscano questo loro belare come funzionale? Come è possibile appiattirsi tanto su posizioni così ferocemente assurde? Allora il dubbio sorge, forse non usano il pensiero critico perché non hanno pensiero, perché sono talmente adusi a ripetere che non sono più in grado di pensare autonomamente. Vanno d’inerzia, ma mentre alcuni hanno studiato e campano di rendita, altri profondamente ignoranti, si limitano ad andare a rimorchio di anonimi numi tutelari trovati su quella bibbia delle cazzate che è la rete.

Se negli anni ottanta e novanta abbiamo vissuto il così detto riflusso culturale e politico, ora siamo allo scarico, alle fogne a cielo aperto di Calcutta. Grandi calderoni pieni di liquami purulenti, aborti ideologici di seconda, terza mano, il segno indelebile di rimasugli di pensiero già pensato ed ormai in putrefazione. Tutto questo dovrebbe essere spazzato via, le macerie lasciate dal terremoto che ha sgretolato totalmente Lasinistra, travolgendola, vanno definitivamente sgombrate. Ormai non è più narrazione, sono orpelli meta-narrativi. Chi non riesce ad uscire dal pantano, sarebbe bene si spostasse, si mettesse da una parte, chi non ha pensiero, chi non conosce, chi non sa come e cosa occorre fare, chi non sa leggere la realtà, chi non sa interpretarla è bene che non si metta in primo piano. Chi crede di esprimere un punto di vista perché compila un elenco di cose dette da…, con è il punto di vista di…, così si esprime…, così scrive…, si metta l’animo in pace. Non sta usando il ben dell’intelletto, sta solamente ripetendo, come il corvo di Juvenal Urbino, lezioni apprese per imitazione. Non conosce i segni, il significante, per costoro, non rappresenta alcun significato.

Tutto questo è paradigmatico di quel che sta succedendo ora in Italia. Basta andare contro. L’opposizione a questo governo si pasce di codesta retorica semplice, ai limiti dell’infantile. A volte, a leggere certe esternazioni, sono sopraffatta dallo sconforto, esse sono la prova tangibile della morte del pensiero critico. Un arco di ologrammi afasici che va da una certa destra liberista alla sinistra anticapitalista, tutte comparse, nessun protagonista. Udibili quanto una corale di afoni, geniali quanto una forchetta da brodo, chihuahua che pensano di essere dobermann, animali che reagiscono ad uno stimolo indotto, cani di Pavlov, topi incantati dal pifferaio magico.

Pleonasticamente direi che la morte celebrale, che ha colpito cotanta opposizione, rende impossibile qualsiasi dialogo. Continuare a cercarne uno diventa accanimento terapeutico.


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sabato 20 ottobre 2018

P101: VI SPIEGHIAMO IN SOLDONI CHI SIAMO

[ 20 ottobre 2018 ]



Il Movimento Popolare di Liberazione - Programma 101, venne fondato nel novembre 2011. Fummo, tra le altre cose, la prima e la sola organizzazione della sinistra italiana che non solo si pronunciò per l’uscita dall’eurozona e dall’Unione europea, ma affermò che la la rottura doveva essere considerata una priorità politica per il popolo lavoratore.

Confluirono in P101 militanti, lavoratori e intellettuali, provenienti da diverse esperienze della sinistra marxista italiana.

All’atto della fondazione furono gettate le fondamenta programmatiche dell’organizzazione, che possono essere ricapitolate in questi quattro punti:

(1) la crisi economica esplosa nel 2008-2009 non era una recessione come le altre bensì l'inizio di una crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale che indicava il tramonto del lungo ciclo della globalizzazione segnato dalla supremazia dell’aristocrazia finanziaria. Questa crisi organica, prima o poi, avrebbe causato l’implosione dell’Unione europea e della moneta unica, processo che avrebbe rivitalizzato gli stati-nazione e generato gravi tensioni sociali e geopolitiche;

(2) l’Italia, anello debole della catena europea, se voleva evitare un catastrofico declino, sarebbe stata costretta ad uscire dall’eurozona e dalla Ue. Il Paese sarebbe prima o poi stato posto davanti al bivio: sprofondare in uno stato semi-coloniale o riconquistare piena indipendenza. Questa rottura sarebbe stata sostenuta dal popolo lavoratore mentre la grande borghesia italiana l’avrebbe contrastata con ogni mezzo. Occorreva fare di questa rottura l’innesco di una vera e propria rivoluzione democratica.

(3) andava costruita, sull’esempio del Comitato di Liberazione Nazionale che guidò la guerra di liberazione dal nazi-fascismo, un’alleanza democratica, patriottica e costituzionale per la sovranità nazionale e popolare formata da tutte le classi sociali colpite dalla globalizzazione e dalla crisi, incluse forze della destra costituzionale. Un’alleanza pronta a dare vita ad un “governo popolare d’emergenza”.

(4) parallelamente occorreva iniziare a strutturare un partito che, ferma restando la stella polare del socialismo, diventasse il campione della battaglia per la sovranità nazionale, capace di occupare il fianco sinistro dell’alleanza patriottica. Era chiaro allora che non sarebbe stato facile, perché occorreva tagliare il cordone ombelicale non solo con la sinistra mondialista ed europeista di regime, ma anche con quella cosiddetta “radicale” e le sue patologie antinazionali, massimaliste, e anarco-sindacaliste. 


*  *  *

La vicenda di P101 è un esempio che non basta compiere analisi e proposte che si rivelano giuste, occorre, affinché esse si facciano strada, forza numerica e ben organizzata. Ci siamo rafforzati ma non nella misura che sarebbe stata necessaria. Si è dimostrata vana la speranza che la crisi terminale della sinistra ci avrebbe consegnato presto energie nuove. Lo spazio politico potenziale che era davanti a noi è stato occupato da altre forze, anzitutto dal Movimento 5 Stelle. Abbiamo infine commesso alcuni errori che ci han fatto perdere tempo prezioso, tra cui stringere accordi che sono saltati alla prima prova seria.

Invece di avanzare ci siamo trovati nella condizione di resistere con le unghie e coi denti. Ma non abbiamo perso la testa e abbiamo tenuto la posizione, dando un contributo importante alla nascita dell’area della sinistra patriottica. Abbiamo colto per tempo l’insorgenza del fenomeno populista, prevedendo la grande svolta avvenuta con le elezioni del 4 marzo 2018. Malgrado la campagna di fango riversataci addosso e certo fuoco amico, abbiamo salutato la nascita, il 1 giugno, del governo giallo-verde come una prima vittoria politica del popolo italiano. Abbiamo poi dichiarato, prevedendo che il nuovo governo “populista-sovranista” sarebbe entrato in conflitto con l’eurocrazia, che esso doveva essere, pur criticamente difeso. Abbiamo quindi spiegato che una sinistra patriottica deve posizionarsi nel campo populista, diventando la sua “terza gamba”, così da lanciare la sfida dell’egemonia al suo interno, onde evitare pericolose derive reazionarie.

L’Italia entra in un nuovo e decisivo periodo di turbolenze e di accelerazioni. La storia ricomincia a procedere a passi da gigante. Saremo nella mischia, e proveremo, nel fuoco della battaglia, a recuperare il tempo perduto.






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SUL CONDONO E LA VERA BATTAGLIA di Leonardo Mazzei

[ 20 ottobre 2018 ]

Cinque noterelle sulla cosiddetta "pace fiscale"

Ieri, come ha scritto Piemme, l'Unione Europea ha dichiarato formalmente guerra all'Italia. E' come minimo bizzarro che nello stesso preciso istante in cui veniva consegnato l'ultimatum dall'ambasciatore Moscovici, a Roma si discutesse di tutt'altre faccende. Cioè delle modalità del condono fiscale.

Poiché la situazione è realmente di pre-emergenza, limitiamoci qui a quattro considerazioni su questo tema più una conclusione di carattere generale.

1. Di per sé un condono non è uno scandalo. Dipende da cosa si condona, da chi ne beneficierà, dagli scopi che ci si prefigge. Tutti possono capire che andare incontro ai milioni di famiglie impossibilitate a pagare a causa della crisi è un fatto positivo; favorire i soliti furbi - o peggio chi ha commesso reati anche gravi - è invece tutt'altra cosa. Il concetto è così chiaro che insistervi sarebbe solo un insulto ai lettori. Va dunque cancellata - se davvero nel testo c'è - la non punibilità dei reati extra-tributari e per chi ha esportato i capitali all'estero. Cioè - detto per inciso - per quei signori già beneficiati dalla Voluntary disclosure del governo Renzi (e oggi il Pd ha pure la faccia tosta di gridare allo scandalo...)

2. Generalmente un condono ha senso (non solo in materia fiscale) se è contestuale all'adozione di nuove regole. Si sana il pregresso e si riparte con un sistema nuovo che si spera migliore, più giusto, più efficiente, eccetera. Ma qui (lasciando da parte il giudizio nel merito dell'ipotesi di flat tax, per noi negativo) non siamo in presenza di questo cambiamento. Dunque sarebbe stato meglio rinviare il condono, oppure limitarlo rigidamente alle cosiddette "vittime della crisi", ed è sperabile che nelle prossime ore si vada proprio in questa direzione.

3. Fermi restando i concetti dei due punti precedenti, un condono ha senso se serve a far cassa in maniera davvero significativa. Improvvidamente, qualcuno a maggio parlava di 50 miliardi. Se questa cifra fosse stata realistica certo avrebbe fatto comodo, ad esempio per attuare più incisivamente una politica di rilancio degli investimenti pubblici. Ma così non è, ed anzi le cifre ufficiali lasciano basiti. Mi riferisco ai numeri del Dpb, cioè il Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles e già rispedito arrogantemente al mittente dalle canaglie della Commissione Europea. Secondo queste cifre la "pace fiscale" porterà in cassa la miseria di 182 milioni nel 2019, un miliardo e duecento milioni nel 2020, un miliardo e mezzo nel 2021. Queste le cifre ufficialmente disponibili, mentre altre stime parlano di circa due miliardi annui per cinque anni. Anche fosse vera quest'ultima valutazione, saremmo di fronte a cifre irrisorie: lo 0,1% del Pil. Ma come, nel momento che l'UE scatena la bagarre ci si fa infilzare per (al massimo) lo 0,1% del Pil?...

4. Già che parliamo del Dpb vogliamo dire però qualcosa a difesa del governo. Dopo tanto berciare su un presunto regalo fiscale ai ricchi che avrebbe dissestato i conti pubblici, cosa scopriamo in questo documento? Scopriamo essenzialmente tre cose: 
a) che le misure messe in cantiere lasceranno inalterato il gettito fiscale, mentre la spesa pubblica è prevista in aumento dal 48% al 48,3% del Pil nel 2019;
b) che l'alleggerimento fiscale per le partite IVA a reddito più basso sarà più che compensato da maggiori aggravi per le aziende più grandi;
c) che degli 8 miliardi di nuove entrate, circa l'80% (6,4 miliardi) arriverà da banche, assicurazioni e imprese.
5. Dopo queste brevi noterelle, una conclusione si impone. Il Dpb, al pari della Nadef (Nota di aggiornamento del Def), va nella giusta direzione. A nostro avviso in maniera troppo prudente, ma la direzione è quella giusta, tant'è che a Bruxelles l'hanno notato senza indugio. Bene, se così stanno le cose la baruffa sul condono è oltremodo insensata e pericolosa. Insensata, perché porta l'attenzione su un aspetto tutto sommato marginale (ma facilmente attaccabile) della manovra economica. Pericolosa, perché di fronte alla dichiarazione di guerra del blocco eurista, occorre unità, coesione e mobilitazione. 

E' quella con l'oligarchia eurista la vera battaglia. Tanti già lo sanno, ma bisogna farlo capire ad altri milioni di italiani. Solo concentrando le forze nella giusta direzione sarà possibile vincere. Personalmente resto ottimista, anche perché sarà la stessa durezza dell'attacco eurista a spingere al ricompattamento. Ma certi errori devono finire.

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