martedì 18 dicembre 2018

GLOBAL COMPACT

[ 18 dicembre 2018 ]

Sulla vicenda del Global compact, a causa del ritiro dei ministri da parte dell'Alleanza neo-fiamminga, è caduto il governo belga di Charles Michel.

Difficile che accada anche a quello giallo-verde, malgrado sulla questione leghisti e grillini siano formalmente divisi. Alla fine si vocifera che Di Maio e Salvini troveranno la quadra. Ma c'è un ma...


Il "ma" si chiama Roberto Fico, il grillino presidente della Camera non ha fatto misero che per lui il Global compact andrebbe firmato. Fico potrebbe imporre il voto sulle due mozioni che sono agli atti: la prima di Fratelli d'Italia (contro) e l'altra, a favore, presentata dal Pd.

Vedremo nelle prossime ore come andrà a finire, se prevarrà la mediazione tra Di Maio e Salvini o se, invece, la spunterà Fico mettendo ai voti le due mozioni, la qual cosa potrebbe segnare il voto contrapposto tra i gruppi parlamentari pentastellati e leghisti. Sarebbe il colmo se dopo tutto lo psicodramma della trattativa con Bruxelles sulla Legge di bilancio, il governo giallo-verde dovesse saltare proprio su questa... buccia di banana.

Ma cos’è il Global Compact sull’immigrazione adottato a Marrakech il 10-11 dicembre e sottoscritto da oltre 190 Paesi? — Non lo hanno firmato gli Stati Uniti, i Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblia Ceca, Slovacchia, Ungheria), l'Austria, la Bulgaria, e la Svizzera.

Chiariamo, anzitutto, che non si tratta di un documento prescrittivo, non obbliga gli Stati al suo rispetto pena sanzioni. Il problema è che oltre alle buone intenzioni (contrasto alla xenofobia e al razzismo) esso si dichiara apertamente in favore alla globalizzazione e contiene esplicita l'esortazione che al di sopra degli stati nazionali debba esserci un potere sovrano a carattere mondiale. 

Quando poi tratta delle cause delle migrazioni, non contiene la minima condanna all'imperialismo ed al suo carattere predatorio e neocolonialista. Di qui l'affermazione che "le genti hanno il diritto di muoversi e di emigrare", quindi obbligando i paesi ospitanti e di transito a fornire ogni tipo di sostegno affinché tale diritto venga rispettato. Da segnalare che questa obbligazione riguarda tutti i migranti, quindi non solo i  rifugiati e/o gli esuli politici.

Un "patto" quindi in classico stile ONU: le pie intenzioni, in quanto tali condivisibili, servono a camuffare l'avallo alle politiche neoliberiste del grande capitalismo globale, a cui serve non solo abbattere ogni barriera alle scorrerie (libero scambio) dei capitali, serve per abolire ogni barriera alla "libera" deportazione della forza-lavoro umana per spostarla dove è più conveniente al capitalismo.

LA FRANCIA CHIAMA, L'ITALIA RISPONDE


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DEBITO PUBBLICO E PROPAGANDA

[ 18 dicembre 2018 ]

Il debito pubblico italiano? Tra i più sostenibili dell’Eurozona. Parola della Banca d’Italia

di Giuseppe Liturri

Lo scorso 23 novembre, Banca d’Italia ha pubblicato il Rapporto sulla stabilità finanziaria n. 2 del 2018. 69 pagine fitte di dati e tabelle, spesse ostiche anche per gli addetti ai lavori, che fanno il punto sulla situazione di famiglie ed imprese, mercati finanziari e monetari, banche, assicurazioni e fondi di investimento.
Tra le tante informazioni contenute, il circo mediatico si è scatenato con titoloni sul seguente passaggio introduttivo ‘La situazione finanziaria delle famiglie rimane solida, benché il calo delle quotazioni dei titoli abbia già determinato una contrazione del valore della loro ricchezza’,  poi confermato dal passaggio a pagina 19:
Il giorno successivo, i titoli hanno abbondantemente cavalcato il suddetto passaggio, con le solite relazioni causali di dubbia consistenza. Naturalmente, la causa primaria di tutto, manco a dirlo, è sempre lo “spread”. Giammai fare notare che l’intero 2018 è stato un anno particolarmente difficile per tutti i mercati azionari ed obbligazionari in tutte le principali piazze finanziarie del mondo. Men che meno è stato fatto notare che l’orizzonte di investimento delle famiglie è non è quello del trader che compulsa ossessivamente il valore del suo portafoglio titoli. Normalmente tengono i titoli fino a scadenza e si limitano ad incassare le cedole. Per non parlare del fatto che la famosa “fuga” è vecchia ormai di 5 mesi (risale a maggio e giugno) e si spiega anche con il fatto che gli investitori esteri erano arrivati ad aprile piuttosto carichi di Btp che preferirono alleggerire in coincidenza con le incertezze politiche. Non dimentichiamo che la giornata peggiore fu quel martedì 29 maggio quando salì al Colle un Carlo Cottarelli privo di qualsiasi maggioranza politica e non si intravedeva alcuna prospettiva concreta di soluzione della crisi.
Ma, si sa, 69 pagine sono tante ed arrivare alla fine costa fatica, soprattutto quando, già con le prime pagine, sono state soddisfatte tutte le necessità di propaganda.
Chi si fosse premurato di giungere fino a pagina 61, avrebbe trovato la seguente tabella che torna molto utile in giorni in cui il paragone tra Francia (che fa il deficit che le pare) ed Italia (che fa il deficit che vuole la UE) è diventato di grande attualità.
E cosa si scopre, con (relativa, molto relativa) grande sorpresa?
Che Italia ha un indicatore di sostenibilità del debito pubblico tra i migliori dell’Eurozona e migliore di quello francese. Infatti, oltre ad avere un avanzo primario di bilancio tra i più elevati, dovrebbe aumentarlo solo di 0,6 per soddisfare la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. In sostanza impedire che il rapporto aumenti senza controllo, dato l’avanzo primario, il tasso reale di crescita del PIL ed il tasso reale di interesse.
Si scopre anche la quota di debito pubblico detenuta da non residenti, quella in genere più soggetta a repentine variazioni e che provoca la maggiore volatilità dei prezzi, è del 37%. La Francia è attestata al 61%.
Il viaggio prosegue scoprendo che i debiti finanziari del settore privato italiano, la cui abnorme entità, non dimentichiamolo, fu la causa della crisi del 2008/2009, mostrano valori di gran lunga inferiori a quelli di tutti gli altri Paesi. Il dato della Francia è fra i peggiori, le imprese francesi siedono su una pila di debiti. Fino a quando dura, dura…
Le scoperte non finiscono. Infatti il dato del conto corrente della bilancia dei pagamenti, che rileva l’interscambio di beni e servizi (ed altre voci minori) con l’estero, mostra un saldo positivo pari a circa il 3% del PIL, mentre la Francia è in deficit. In Eurozona siamo esportatori netti, secondi solo alla Germania ed ai Paesi Bassi.
Infine, la perla. Come fa la Francia a finanziare i suoi deficit gemelli (bilancia dei pagamenti e conti pubblici)? Con un bel debito verso i finanziatori esteri, da cui dipende per il 20% circa del PIL. L’Italia è pressoché in pareggio (-3% circa).
Tutto questo significa che, quando la musica dei tassi bassi e del credito facile all’improvviso si interromperà, come accadde nel 2008/2009, la Francia avrà molte più difficoltà rispetto a noi.
In quel caso, non so se basterà dire che ‘La Francia è la Francia”.
* Fonte: startmag

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lunedì 17 dicembre 2018

SEDUTI SULLA BOMBA TEDESCA

[ 17 dicembre 2018 ]



Un grafico si aggira per l'Europa: sovrappone l'andamento delle azioni della Deutsche Bank all'andamento delle azioni della Lehman Brothers, prima del fallimento. I due grafici sono identici.





*  *  *
Deutsche Bank come Lehman Brothers. Identico andamento azioni. Grafico crack
Seduti su una bomba. L’economia rischia per colpa di Deutsche Bank. Giornalista finanziario tedesco, premio 2017, mostra perché con un grafico. E Bagnai...

di Antonio Amorosi


Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, non era nulla se paragonata alle dimensioni di Deutsche Bank. E il quadro, in termini bancari ed economici (la miccia di Lehman nel 2008 portò poi all'emersione dello scandalo dei mutui subprime e alla crisi che abbiamo conosciuto), potrebbe avere effetti devastanti sul fronte economico, dell'euro ma anche sulla politica in Europa.

E' quanto accenna con un intervento al Senato l'11 dicembre scorso l'economista e presidente della Commissione Finanze Alberto Bagnai che fa capire quanto sia necessaria una politica anticiclica: “Non mi riferisco semplicemente alla manifestazione più variopinta e più sgargiante, quella dei gilet gialli, che già hanno piegato il Governo di Macron, la grande speranza degli schieramenti progressisti europei, ma mi riferisco anche a un grafico che qualcuno di voi avrà visto, quello che sovrappone l'andamento delle azioni di Deutsche Bank all'andamento delle azioni di Lehman Brothers prima dei noti fatti che la colpirono. L'andamento è assolutamente speculare e sovrapponibile, il che non lascia presagire nulla di buono sul fronte occidentale, quello francese, in termini sociali e nulla di buono sul fronte orientale, quello tedesco, in termini bancari.”

Il grafico è stato twittato il 10 dicembre dal giornalista finanziario Holger Zschäpitz del quotidiano Die Welt, premio miglior giornalista tedesco del 2017. In Germania l'apprensione sul rischio default di Deutsche Bank regna sovrano da tempo. Deutsche Bank è una delle più grandi banche europee e la cassa principale del prestito di denaro per gli 82 milioni di tedeschi. Ma non è l'intera banca a rischiare il default; lo è la sua componente di banca d'affari che la trascina a fondo.

In pochi anni le azioni di Deutsche Bank hanno perso valore in modo spropositato. Nel 2016, dopo gli abbassamenti del rating dei vari istituti e non aver superato gli stress test della Federal reserve americana, il Fondo monetario internazionale la definì “fonte dei maggior rischi sistemici tra le banche al mondo”.

A poco sembra servita la riduzione di personale operata dai manager: circa 10.000 dipendenti in meno.

La ragione è stata accennata molti mesi or sono da David Folkerts-Landau, economista a capo della banca: dagli anni '90 il management ha, di fatto, trasformato la banca da istituto che prestava denaro ai grandi progetti industriali ad una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone, favorendo il rischio e la speculazione rispetto all'economia reale.

Grazie al clima di deregulation, nel 1999 il presidente degli Stati Uniti, il democratico Bill Clinton,diede vita all'ultimo atto ufficiale della sua presidenza: l'abrogazione della legge sulla separazione bancaria, la Glass-Steagall Act, voluta da Roosevelt nel 1933 per uscire dalla grande crisi che aveva trasformato la prima economia del mondo, gli Usa, in una landa con il 25% di disoccupati.

La Glass-Steagall Act imponeva una netta separazione tra attività bancarie tradizionali e attività bancarie di investimento. Le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario. In questo modo i fallimenti dell’intermediario finanziario, che per forza di cose opera con interventi più volatili e speculativi, non comporta anche il fallimento della banca tradizionale che presta denaro alla gente. Cioè l’economia reale non doveva più essere esposta al pericolo di eventi speculativi di massa. Dal 1999, sullo scenario mondiale, invece si sono succedute bolle speculative e crisi sempre più gravi.

Dagli anni '90 anche Deutsche Bank abbandona i grandi investimenti industriali e inizia la corsa ai derivati.

Per il Belpaese già nel 2017, perché la crisi dell'istituto tedesco è in piedi da diversi anni, la rivista Italia Oggi spiegò ai profani il rapporto annuale di Deutsche Bank: “perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i 'famigerati derivati over the counter (otc)', quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati”. Una montagna di derivati pari a 16 volte il Pil tedesco. Un po' come essere seduti su una bomba. E nel 2018 la banca ha addirittura avuto un'involuzione sull'andamento.

Deutsche Bank è sistemica per la Germania. E allora tra i teutonici si riparla di una ricapitalizzazione nel 2019 o di una fusione con la seconda banca tedesca, Commerzbank, o di socializzazione europea delle perdite.

Nella sostanza delle cose economiche, come fa capire Bagnai al Senato, non sono certo i gilet gialli di Francia, per quanto diano un segnale profondo, a preoccupare l'Europa ma la Germania della Deutsche Bank.

Angela Merkel è disposta a tutto pur di evitarne il fallimento. Avrebbe effetti devastanti, con un'esplosione di una possibile nuova crisi, la messa davvero in discussione dell'euro e lo sgretolamento del pensiero che sta dietro all'attuale sistema di sviluppo europeo.

Ed è questo il fantasma più oscuro che si aggira per il vecchio continente. Non altri.

Se si uscirà dall'euro non sarà per colpa o merito dei sovranisti italiani e europei, ma per Deutsche Bank. Con effetti imprevedibili.


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LOTTARE CONTRO LE TASSE È DI DESTRA?

[ 17 dicembre 2018 ]

«Alcuni pensano [a sinistra quasi tutti, Ndr] che quando sorge un movimento contro una tassa (uno strumento che dovrebbe essere redistributivo, almeno in teoria) piuttosto che per l'aumento dei salari (in senso lato, inclusa la sicurezza sociale), ci troviamo davanti ad un movimento di destra. La realtà è molto diversa: molti movimenti rivoluzionari sono scoppiati perché il peso delle tasse considerate ingiuste era diventato insopportabile per la maggioranza delle persone.

L'inizio della rivoluzione francese fu segnato dal rifiuto della politica fiscale della monarchia ingiusta. La maggior parte della popolazione era soggetta ad un enorme carico fiscale totalmente ingiusta poiché la nobiltà e il clero non pagavano le tasse. Perché la monarchia aumentò le tasse? Per ripagare il debito pubblico preso in prestito dalla borghesia, debito pubblico che serviva gli interessi del regime senza tenere conto dei bisogni della popolazione.


Uno dei fattori scatenanti della rivoluzione di Liegi del 1789 fu la tassa sulla birra, che fu la goccia che fece traboccare il vaso. Anche lì, la gente non accettava più che il clero e la nobiltà fossero esentati dal pagamento della tassa e denunciò il fatto che il 25% del bilancio del principato di Liegi andava al rimborso di un debito pubblico illegittimo.


La prima rivoluzione russa del 1905 fu in particolare causata dalle tasse ingiuste utilizzate per finanziare il rimborso del debito pubblico, che era aumentato a seguito delle guerre in cui era ficcato il potere zarista. Prima degli arresti da parte della polizia dello Zar, la guida del movimento rivoluzionario, i consigli degli operai, dei contadini e dei soldati nella capitale di San Pietroburgo annunciarono che era necessario smettere di rimborsare il debito contratto dal regime.


L'imposizione della Poll-Tax imposta da Margaret Thatcher nel 1989 in Gran Bretagna  provocò un movimento di resistenza popolare molto ampio perché quella tassa sulle abitazioni colpiva ingiustamente la popolazione. Ciò causò rivolte in diverse parti del paese e portò alla caduta della Signora di ferro.
"La force est avec nous!"


Nel 2018 il movimento dei Gilet gialli 
che si sta sviluppando, tra l'altro, in Francia, nella sua colonia nell'isola di Reunion e in Belgio (principalmente Vallonia e Bruxelles) è l'espressione di un profondo odio contro la palese ingiustizia delle politiche dei governanti: gran parte della popolazione ha visto diminuire il suo reddito, è vittima del declino della qualità dei servizi pubblici e sta avendo sempre più difficoltà a far fronte al costo di vita. La maggioranza di coloro che sono coinvolti in questo movimento non sono organizzati in partiti e sindacati. I Gilet gialli denunciano tasse, stipendi e pensioni di povertà ingiuste, richiedono un aumento del salario minimo e del potere d'acquisto. Molto spesso appare la rivendicazione del restauro in Francia della patrimoniale.


L'élite macroniana spiega che dobbiamo accettare l'aumento del costo dei carburanti per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico e rimborsare il debito. Questo discorso non passa, non convince. Perché? Perché la stragrande maggioranza dei cittadini è pienamente consapevole che il governo non combatte efficacemente contro il cambiamento climatico: nessuna tassa sul cherosene, nessuna tassa sui profitti delle compagnie petrolifere multinazionali, nessuna alternativa all'auto ma al contrario meno treni e un aumento dei prezzi dei biglietti, ecc. Inoltre, mentre il governo riduce il potere d'acquisto di quelli che stanno in basso, moltiplica i doni per le società più ricche e grandi.

Sempre più cittadini si stanno rendendo conto che il governo sta perseguendo una politica totalmente ingiusta e quindi illegittima. Escono per le strade per esprimere ad alta voce le loro richieste.


Come nel processo rivoluzionario del 1789, vediamo emergere una dinamica di elaborazione collettiva e spontanea di cahiers de doléances, questo significa che le affermazioni e le proposte che irrompono attraverso le "reti sociali" e che sono oggetto di discussione tra persone che ieri non si conoscevano e che ora si ritrovano a picchettare per bloccare o filtrare il traffico su strade e davanti a porti, depositi industriali, "torri di finanza". Vogliono essere ascoltati e ne discutono. Per molti, questa è la prima volta nella loro vita in cui hanno iniziato a praticare la politica "sul campo", per imparare come auto-organizzarsi, per affrontare la repressione, capendo che i principali media e le élite di regime praticano sistematica disinformazione.


Alcune manifestazioni prendono forme violente, proprio come nelle grandi esplosioni sociali che segnano la storia dell'umanità».


LA FRANCIA CHIAMA, L'ITALIA RISPONDE



* Questa che avete letto qui sopra è la prima parte dell'articolo di Eric Toussaint apparso sull'edizione del 5 dicembre di CADTM: «Gilets jaunes : apprendre de l’histoire et agir dans le présent. Des propositions à ceux et celles qui luttent». 
Leggi il resto dell'articolo

** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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domenica 16 dicembre 2018

MA VOI L'AVETE CAPITA LA LEZIONE? di Sandokan

[ 16 dicembre 2018 ]

Debbo dare a Cesare quel che è di Cesare.
Rimasi alquanto perplesso, anni addietro, sentendo dire a dirigenti di MPL-P101 (ripeto a memoria) che "la prossima rivoluzione non sarà come quella russa del 1917 ma sarà invece simile a quella francese del 1789.
Debbo riconoscere che l'ondata di mobilitazione dei Gilet Gialli, per modus essendi e operandi conferma alla grande quella previsione.

Se è così, questa sollevazione popolare non sarà una fugace fiammata, malgrado i media di regime, all'unisono, esultino perché il V. Atto di ieri ha avuto meno adesioni. So bene che per una generale sollevazione popolare ci vogliono ben altri numeri di quelli mobilitati dai Gilet Gialli. Intanto, con una botta sola hanno ottenuto non solo la retromarcia di Macron, ma pure quella della Commissione europea, la stessa che davanti al governo italiano di marce indietro non ne vuole sentir parlare.

Questa "cosetta" (com'è che si vince o quantomeno com'è che si piega il nemico) dovrebbe far riflettere ognuno, anzitutto i sovranisti, sia quelli che sperano che il governo, incartatosi nella trattativa in corso, non finisca per tirarsi giù le mutande, sia quelli "senza sé e senza ma" che ancor prima che nascesse avevano sentenziato che... "Di Maio e Salvini sono come Tsipras".
Giavazzi e Alesina

Questa "cosetta" fa comunque riflettere due delle principali teste d'uovo del liberismo italiano, Alesina e Giavazzi. 

Mi pare utile riportare quanto affermano sul CORRIERE DELLA SERA di oggi. Dopo essersi lamentati per l'atteggiamento doppiopesista della Commissione europea (durezza con Roma e indulgenza verso Parigi) essi scrivono:
«I gilet gialli hanno imposto all’Eliseo una modifica costosa della legge di Bilancio francese con la violenza della piazza alla quale Macron ha prontamente ceduto, perdendo gran parte della sua credibilità. Ecco un altro pericolosissimo precedente: con la violenza si piegano le regole non solo di un governo nazionale ma anche della Commissione».
In poche parole i liberisti Alesina e Giavazzi hanno capito la lezione impartita dai Gilet Gialli, il "pericolosissimo precedente" per cui con la lotta diretta, anzi con "violenza di piazza", un popolo ottiene risultati, mentre un governo che pure ha un amplissimo consenso (passivo), s'incarta in una pasticciata e sconclusionata trattativa...

LA FRANCIA CHIAMA, L'ITALIA RISPONDE


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MAI CON LA NATO E ISRAELE - Comunicato n. 16 di P101

[ 16 dicembre 2018]

Comunicato n. 16 del Comitato centrale di P101


Atlantici e filosionisti? No, grazie!

Il 14 dicembre il Consiglio europeo ha deciso di rinnovare ancora una volta le sanzioni alla Russia. Il voto è stato unanime e, anche stavolta, l'Italia non ha fatto mancare il suo sì. Dopo tante parole contro le sanzioni, dopo le attestazioni di formale amicizia con Putin da parte di Salvini, il governo Conte si è comportato esattamente come i suoi predecessori targati Pd. La cosa è ancor più grave tenuto conto che da Roma, come dalle altre capitali europee, non si registra alcuna presa di posizione contro il governo di Kiev e la sua  volontà di innescare una nuova escalation militare nei confronti delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

Due giorni prima, il leader della Lega se ne era andato in Israele ad appoggiare Netanyahu nella sua propaganda di guerra contro la Resistenza libanese, rappresentata in primo luogo da Hezbollah. Scarponi militari ai piedi e cellulare in mano per i soliti tweet, Salvini ha dato il peggio di sé, allineandosi a tutta la tipica retorica della prepotenza sionista, islamofoba e antiaraba, e lasciando perfino intendere una futura disponibilità a riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Di fronte all'annuncio di un ministro dell'interno che pretende di cambiare in profondità, e soprattutto in peggio, la tradizionale politica italiana in Medio Oriente, il resto del governo ha reagito assai blandamente. Solo il ministro Trenta, evidentemente sollecitata anche dai militari preoccupati per il contingente italiano in Libano, non ha potuto fare a meno di esprimere una timida presa di distanza. Per il resto un silenzio assoluto, che denuncia lo sbandamento in corso nella compagine governativa.

La politica estera di un governo non è un fattore secondario. Esso, al contrario, è elemento essenziale ed imprescindibile della sua prospettiva strategica.

Programma 101 denuncia quindi con forza le recenti mosse del governo. Mosse che indicano subalternità totale alla Nato, al sionismo come alla stessa Unione europea. Mosse pericolose che spingono all'allineamento con due governi guerrafondai, come quelli di Kiev e Tel Aviv. Mosse che oltre che ad essere politicamente odiose, contraddicono non solo i tradizionali sentimenti del popolo italiano ma gli stessi interessi nazionali sia verso la Russia che nell'intero Medio Oriente.
- Abolire le sanzioni contro la Russia
- No al colonialismo sionista ed alla politica aggressiva di Israele
- Sosteniamo le legittime resistenze palestinese e libanese
- Per la sovranità nazionale del nostro Paese, pieno sostegno internazionalista a tutti i popoli in lotta contro l'oppressione. 


Comitato centrale di P101
Roma, 15 dicembre 2018

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sabato 15 dicembre 2018

I NO TAV COME I GILET GIALLI di Carlo Formenti

[ 15 dicembre 2018 ]

Il clima di terrore che politici e media francesi hanno tentato di alimentare in previsione della manifestazione dei gilet gialli di sabato 8 dicembre ha raggiunto punte di vera e propria isteria, come la dichiarazione del ministro dell’Interno Castaner che ha evocato le “migliaia di violenti pronti a riversarsi a Parigi per uccidere”, come gli accostamenti fra i sanculotti assetati di sangue e questi loro emuli postmoderni pronti a chiedere la testa di Macron, o come il vecchio ritornello (chi ha vissuto gli anni Settanta in Italia se lo ricorda bene) degli “opposti estremismi”, alleati per creare il caos e distruggere l’ordine sociale.

Una repressione preventiva simile a quella che fu messa in atto a Genova nel 2001, con la differenza che, da noi, ciò non impedì di portare centinaia di migliaia di manifestanti nel capoluogo ligure, per cui si rese necessario passare dalle minacce ai fatti, cioè ai crimini commessi dalle “forze dell’ordine” alla caserma Diaz e altrove (che l’immagine dei giovani studenti francesi inginocchiati contro un muro ci ha richiamato alla memoria ), viceversa in Francia ha funzionato, con grande sollievo della stampa di regime: il deterrente di ottomila poliziotti ha fatto sì che i manifestanti convenuti nella capitale fossero più o meno altrettanti (assai di più quelli nel resto del Paese, ma comunque meno che nelle precedenti mobilitazioni).

Del resto le grandi sollevazioni spontanee difficilmente superano certi limiti di durata, né vanno oltre la jacquerie, se non interviene una forza politica in grado di offrire loro sbocchi politici concreti (se a guidare i sanculotti non intervengono cioè i giacobini). E’ per questo che i commentatori, nel prendere atto che questi gruppi non hanno guide né capi, mescolano slogan di destra e di sinistra, vogliono tutto e il contrario di tutto (Frexit, controllo dei prezzi dei servizi pubblici e riduzione delle tasse, riduzione del costo della vita e aumento dei salari, ecc.) si dichiarano, da un lato, spaventati dalla mancanza di un preciso interlocutore con cui trattare, dall’altro sollevati dall’assenza di una leadership capace di trasformare il coacervo delle richieste in un’alternativa di sistema.

Ad ogni buon conto, le élite tentano di screditare sul piano socio culturale il movimento prima ancora che possa precipitare in forme politiche strutturate, mobilitando il coro degli intellettuali “progressisti” e “politicamente corretti”: economisti che spiegano che la Frexit sarebbe una catastrofe per l’economia francese, femministe come la regista Caroline Fourest che, intervistata dal Corriere, denuncia le dichiarazioni omofobe, razziste e violente degli esponenti di un’ala (palesemente minoritaria) del movimento, psicoanalisti che indicano nell’“invidia” della mediocrità provinciale nei confronti della superiore civiltà parigina (mettendo ovviamente fra parentesi il tema delle disuguaglianze economico sociali) la vera motivazione della rabbia popolare.

L’ultimo punto è in effetti cruciale, come sottolineano i cronisti meno ottusi che hanno colto il parallelismo fra i gilet gialli e le decine di migliaia di NoTav confluiti a Torino nello stesso giorno delle manifestazioni francesi. Da un lato delle Alpi, proletari e ceti medi impoveriti delle province e delle banlieux francesi contro la grande borghesia e i “ceti medi riflessivi” della capitale, dall’altro lo stesso blocco sociale rinforzato dal popolo della Val Susa (vittima designata dell’immane quanto inutile progetto di linea ferroviaria superveloce Torino-Lione), contro la borghesia chiamata qualche giorno prima da sette “madamine” a marciare a favore della Tav. “Meglio montagnine che madamine” scandivano le donne della Val Susa, esplicitando senza equivoci il significato dell’evento: trattasi – in Francia come a Torino – di lotta di classe. Che poi la si voglia etichettare come “invidia” non cambia la sostanza di un fenomeno che ha radici antiche, anche se si presenta in forme storiche nuove: ieri lotta operaia contro i padroni, oggi lotta neo giacobina dei cittadini contro le élite.


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PORTOGALLO: IL GOVERNO È DI SINISTRA, LA RIVOLTA È POPOLARE

[ 15 dicembre 2018 ]

Com'è noto in Portogallo c'è un governo..."di sinistra" presieduto dal socialista Antonio Costa. Il governo è sostenuto dall'esterno anche dal Partito comunista portoghese e dalla "sinistra radicale" raggruppata nel Bloco de Esquerda.

Ebbene il governo portoghese viene considerato dalle sinistre radicali europee come un bell'esempio di come si possa restare nell'Unione europea senza applicare l'austerità. Al contempo il governo portoghese ha raccolto l'encomio di Bruxelles e degli euro-liberisti d'ogni risma. Un esempio? L'Espresso che mesi addietro titolava "Portogallo, così governa una buona sinistra. Cinque anni fa era quasi al default. Oggi cresce a ritmi record. Con un esecutivo socialista e comunista. Liberale 
in economia, ma con una politica sociale". 
Un miracolo o una bufala?
La seconda che hai detto!
Non si spiegherebbe altrimenti come mai, malgrado il governo in sella dal 2015 abbia beneficiato della generale ripresa economica, da mesi il paese è attraversato da forti movimenti di sciopero dei lavoratori e da numerose proteste popolari. 
Insegnanti, ferrovieri, infermieri, giudici, vigili del fuoco o guardie carcerarie chiedono aumenti salariali, diritti, la fine di quella che potremmo chiamare "austerità a bassa intensità". Gli infermieri, ad esempio, sono in sciopero intermittente da nove mesi e han fatto dodici giorni di stop completo dall'inizio del 2018.
In pratica i lavoratori non si accontentano delle poche briciole del governo, mentre la "crescita" ha favorito, oltre alle multinazionali straniere, una piccola minoranza di già ricchi.

In questo clima sta nascendo in questi giorni in Portogallo un movimento simile a quello dei Gilet Gialli francesi: VAMOS PARAR PORTUGAL EM FORMA DE PROTESTO, anch'esso nato su Facebook da un gruppo di cittadini.



Anche in questo caso si chiede lo stop all'aumento dei combustibili, delle tasse (IVA compresa), della fine dei privilegi per le grandi imprese e la difesa delle più piccole. [vedi immagine a destra]

Vedremo nei prossimi giorni se questa protesta, che da voce anzitutto alla piccola e media borghesia, prenderà il largo e se si unirà al movimento di scioperi dei lavoratori salariati.

Ad ogni modo una cosa si può dire con certezza: il cosiddetto "miracolo portoghese" della "buona sinistra" si va sgonfiando velocemente.









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venerdì 14 dicembre 2018

LA FRANCIA CHIAMA, L'ITALIA RISPONDE

15 dicembre 2018


Siamo dunque all'atto V.
Né la parziale marcia indietro di Macron, né la strumentalizzazione del terrorismo, né l'accusa premeditata di essere un "movimento retrogrado" sono riusciti a fermare il movimento dei Gilet Gialli.
Un movimento che è diventato, strada facendo, una vera e propria SOLLEVAZIONE di popolo, che quindi fa letteralmente tremare, assieme al banchiere Macron il regime della Quinta Repubblica, colonna portante dell'Unione europea. 


Una SOLLEVAZIONE, un fiume in piena in cui necessariamente confluiscono, oltre ai mille rivoli di una società devastata, spappolata da decenni di politiche neoliberiste, i tanti volti dei declassati, degli esclusi, degli invisibili che non han più vergogna di mostrarsi al mondo. 
Mille rivoli, mille volti, mille voci che hanno disseppellito l'ascia di guerra e trovato non solo un simbolo che li fa sentire comunità, ma pure un punto di incontro e di sintesi tutto politico: Macron Demission! 


Dalla Francia arriva non solo una domanda di solidarietà, che va raccolta, giunge una lezione. 

Con la rivolta elettorale del 4 marzo gli italiani hanno detto basta, hanno chiesto una svolta. Cinque Stelle e Lega hanno raccolto il testimone ma si dimostrano incapaci di attuare le loro stesse promesse. Manca loro non solo il coraggio di spezzare le catene eurocratiche, manca loro la volontà di scegliere se fare gli interessi del popolo lavoratore o quelli dell'aristocrazia capitalistica. 

Porre fine all'austerità e all'ingiustizia sociale, riconquistare la sovranità, è una grande impresa, che necessita uno sforzo gigantesco e l'unico gigante è il popolo. 
Fino a quando resterà in ginocchio?

Ci vediamo a Roma il 12 gennaio, sperando di essere in tanti.

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ROMPETE LA TRATTATIVA! di Piemme

[ 14 dicembre 2018 ]

Per una volta si potrebbe dar ragione a Carlo Cottarelli. Riguardo all'esito della grottesca "trattativa ad oltranza" in corso a Bruxelles egli scrive su LA STAMPA di oggi:
«Meglio non scommettere ma, se dovessi farlo, punterei sul rinvio del giudizio: la Commissione non proporrà l'inizio di una procedura di penalizzazione per l'Italia, rinviando a primavera la valutazione finale».
Non credo tuttavia, fosse giusta l'analogia della partita di scacchi che stabilivo ieri riguardo al braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, che questa si possa concludere in uno stallo, in un pari. Certo, dopo questa partita ne comincerà un'altra, ma per come si stanno mettendo le cose essa rischia di concludersi con una cocente sconfitta di Di Maio e Salvini.

Sotto l'attacco di Bruxelles i due ragazzi, dopo avere detto che il 2,4% era una soglia invalicabile, hanno fatto retromarcia accettando il 2,04%, contestualmente dicendo ai quattro venti che malgrado ciò le loro misure bandiera sarebbero state applicate come promesso. Invece, dopo che la Commissione ha detto che quella parziale retromarcia non era abbastanza, il negoziato continua. La possibilità che il deficit venga portato, come esige la Commissione, sotto il 2%, sembra a questo punto l'esito più probabile. 

I conti della serva sono infatti presto fatti: nelle condizioni di uno Stato che per finanziare la spesa pubblica deve fare la questua sui mercati, rispettando quindi una soglia del 2%, mancheranno i quattrini sia per "smontare" la Fornero sia per un "reddito di cittadinanza" alla larga platea delle famiglie che stanno sotto la soglia di povertà. Morale: avremmo una Legge di bilancio del tutto snaturata o, detto altrimenti, che non invertirà la spirale austeritaria. Tutto il contrario di quello che ci sarebbe bisogno, a maggior ragione se si entrasse in recessione nel corso del 2019. 

A meno che....

A meno che Di Maio e Salvini non impongano a Tria (e Conte) di tornarsene subito a casa ponendo fine a questa pantomima chiamata "trattativa a oltranza". Non solo disobbedendo a Bruxelles, ma facendo saltare i piani del Partito dello spread (alias: del vincolo esterno) che ha come sommo regista Mattarella coi suoi agenti sotto copertura Tria, Moavero e probabilmente lo stesso Conte. Quello che abbiamo definito già a giugno come il Cavallo di Troia nel governo.

Se non lo faranno, e sono in tempo per farlo, i due ragazzi ne usciranno con le ossa rotte poiché avrà vinto la Commissione europea che avrà così dimostrato che la Legge di bilancio italiana non la si fa a Roma, bensì a Bruxelles. Di qui l'esultanza dell'opposizione zombi di piddini e berluscones. Se non lo faranno adesso, cogliendo al volo l'eccezionale assist offerto dal popolo francese in rivolta, dovremo considerarli non solo pusillanimi ma dilettanti politici (allo sbaraglio).

Le prossime ore ci diranno dunque se Di Maio e Salvini avranno il coraggio di compiere il solo gesto che potrà evitargli l'umiliazione. Non è tanto la reputazione dei due ragazzi che a noi sta a cuore, quanto piuttosto che non vengano umiliati i tanti cittadini che, votandoli, hanno espresso, assieme alla speranza di porre fine allo stato di sudditanza del Paese davanti  all'eurocrazia, quella di farla finita con austerità e sacrifici che mentre impoveriscono il popolo lavoratore, arricchiscono i già ricchi.

Di Maio e Salvini, malgrado siano vittime della compulsione internettara, tacciono. Che questo loro improvviso mutismo sia segno di tranquillità non lo pensiamo. Esattamente il contrario. Non sono solo gli eurocrati che essi hanno contro, non solo il Cavallo di Troia. Essi hanno contro potenti frazioni politiche nei loro stessi partiti, frazioni che ubbidiscono al grande capitalismo e non vogliono rompere con l'eurocrazia. In questo quadro è evidente che rompere subito la trattativa implicherà la rottura con queste frazioni. Una rottura inevitabile se i due ragazzi non vorranno essere addomesticati.

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giovedì 13 dicembre 2018

PROFETI DA QUATTRO SOLDI di Piemme

[ 13 dicembre ]

Giorni addietro scrivevo che la pantomima del "dialogo" con Bruxelles era all'ultimo atto e che eravamo al momento della verità per il governo giallo-verde.

Ieri Conte era a colloquio con i commissari europei e se ne è uscito facendo credere che si era raggiunto un compromesso con la riduzione del deficit al 2,04%.

Ed ecco che questa mattina tutta la carta stampata, a nome e per conto del Partito dello spread (alias Partito del Pil) esulta gridando ai quattro venti che — "come ci si aspettava" — il governo giallo-verde si sarebbe inginocchiato accettando le condizioni della Commissione europea.

E' bastata la dichiarazione di prima mattina dettata da Moscovici alle agenzie [vedi sopra la home del Corrierone] per smentire la loro esultanza. La fretta, sommata al desiderio che la profezia si autoavveri, gioca brutti scherzi.


E' quindi esilarante confrontare loro edizioni web on line dopo la dichiarazione di Moscovici coi titoli dei giornali in edicola e ancora freschi di stampa. Campione mondiale delle cantonate è il manifesto [vedi grafica a destra]: "il governo si arrende".

"Qualcosina" non torna, non vi pare? Com'è che malgrado il governo giallo-verde si sia "arreso" Moscovici risponde picche, con ciò tenendo in piedi la minaccia della procedura d'infrazione?

La vicenda conferma quel che andiamo ripetendo da settimane: il punto vero non sta sui decimali di deficit (e lo dimostra il diverso atteggiamento verso Macron), il punto è tutto politico: l'Unione europea vuole umiliare i populisti italiani, rendergli la vita impossibile. Insomma: o vera ed inequivocabile dietro-front o scontro frontale per addomesticarlo, se no, creare le condizioni per rovesciarlo. La procedura d'infrazione a questo serve. E come se nella partita a scacchi con Roma Bruxelles portasse lo scacco al re.

Non sarebbe tuttavia, come il Partito dello spread si augura,* scacco matto. Il governo, se davvero non vuole arrendersi, ha infatti diverse mosse a disposizione per continuare la partita. Una partita che andrà avanti, anche dopo l'eventuale avvio della procedura d'infrazione.


* Nell'augurarsi la "resa" il Partito dello spread non è solo. E' affiancato non solo da tutta la cosiddetta "sinistra radicale" ma, ahinoi, dalle frattaglie dei "sovranisti senza sé e senza ma". Essi sperano che grillini e salviniani si sputtanino nella convinzione che ciò gli spalanchi le porte del successo. Infantile illusione! la stessa che coltivavano amici greci a sinistra di Tsipras. Come in Grecia l'effetto dell'eventuale "resa" sarebbe devastante. La sconfitta si ripercuoterebbe infatti non solo su M5s e Lega bensì su tutto il campo sovranista.




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mercoledì 12 dicembre 2018

FIRMA L'APPELLO CONTRO LA REPRESSIONE IN GRECIA

[ 13 dicembre 2018 ]

Il 19 ottobre scorso davamo conto della repressione con cui il governo di Tsipras sta colpendo attivisti sociali che si oppongono ai pignoramenti ed alla vendita all'asta della case di cittadini che non riescono a pagare i loro debiti con le banche. In particolare bersaglio dell'attacco repressivo è il compagno Panagiotis Lafazanis [nella foto], segretario nazionale di Unità Popolare (Laikí Enótita).

Su iniziativa di Stathis KouvelakisCostas Lapavitsas è stato lanciato un appello internazionale. Invitiamo i lettori di SOLLEVAZIONE (diversi di noi l'han già fatto) a firmarlo, inviando un mail a:



Solidarietà internazionale contro la repressione 
dei movimenti sociali in Grecia

La crisi greca non è più la notizia principale, ma il popolo greco continua a soffrire per l'implacabile austerità imposta da oltre otto anni. Coloro che si oppongono alle "politiche di salvataggio" stanno affrontando un'escalation della repressione. 
Le azioni che si oppongono all'esecuzione dei pignoramenti sono il bersaglio principale. Durante gli ultimi due anni, il governo SYRIZA, rispettando i dettami dei creditori della Grecia, ha intensificato enormemente la pressione sui proprietari di case per aiutare le banche private a riscuotere i prestiti. Nel dicembre 2017 è stata adottata una legislazione speciale che potenzialmente impone sanzioni per un periodo fino a sei mesi di reclusione per coloro che si oppongono ai pignoramenti. Inoltre, il governo ha spostato le procedure di asta dalle aule giudiziarie a una piattaforma elettronica attivata dagli avvocati all'interno delle porte chiuse dei loro uffici.
Dall'inizio dell'anno decine di attivisti in tutto il paese hanno dovuto affrontare accuse e diversi processi sono già in corso. Tra questi, Panagiotis Lafazanis, ex ministro dell'Energia nel primo governo SYRIZA e ora segretario del partito politico Unità popolare, così come Elias e Leonidas Papadopoulos, entrambi fondatori della campagna "I Will not Pay" e Elias Smilios, consigliere comunale nella regione di Salonicco. È la prima volta dalla caduta della dittatura che il leader di un partito politico democratico subisce la persecuzione per la sua attività politica. Inoltre, le accuse contro questi attivisti sono state avviate da un ramo speciale dei servizi di sicurezza, il "Dipartimento per la Protezione dello Stato e della Polizia Democratica", di cui non si ricorda alcuna azione contro i fascisti di Alba Dorata o altri attivisti di estrema destra. Questi attivisti di sinistra sono condannati a pene detentive fino a otto anni e mezzo.
Questo è un momento critico per la democrazia e le libertà civili in Grecia. Chiediamo che le accuse contro tutti gli attivisti del movimento contro le vendite all'asta ed i pignoramenti vadano cancellate. Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti coloro che in Grecia affrontano la repressione per la loro azione in difesa dei diritti sociali.

Primi firmatari:

Gilbert Achcar, SOAS, University of London

Tariq Ali, writer, London

Cinzia Arruzza, New School, New York

Robert Brenner, Professor, UCLA

Alain Badiou, philosopher, Paris

Ludivine Bantigny, University of Caen

Diego Borja, former economy and finance minister of Ecuador

Noam Chomsky, professor emeritus, MIT

Jorge Costa, MP, Left Bloc, Portugal

Sevim Dagdelen, MP, Die Linke, Germany

Jodi Dean, Hobart and William Smith Colleges, Geneva, New York

Fabio De Masi, MP, Die Linke, Germany

Zillah Eisenstein, professor emeritus, Ithaca New York

Irene Escorihuela, president of Observatori DESC, Spain

Stefano Fassina, MP Liberi e Uguali, former vice-minister of finance, Italy

Sònia Farré Fidalgo, MP for En Comú Podem, Spain

Teresa Forcades, Procés Constituent, Catalonia

Heike Hänsel, MP, Die Linke

Pierre Khalfa, Fondation Copernic, France

Stathis Kouvelakis, King’s College London

Costas Lapavitsas, SOAS University of London

Frédéric Lordon, CNRS research director, France

Francisco Louça, professor, University of Lisbon, Portugal

Michaël Löwy, CNRS emeritus research director, France

Jean-Luc Mélenchon, president of the parliamentary group of France Insoumise

Manolo Monereo, MP, Podemos, Spain

Eric Toussaint, CADTM, Belgium

Miguel Urban, MEP Podemos, Spain

Eleni Varikas, professor emeritus, University of Paris
Organizzazioni, sindacati e associazioni
CUP (Popular Unity Candidacy), Catalonia

Co.Bas Trade Union, Spain

The parliamentary group of France Insoumise

Habita Association for the Right to Housing and to the City, Portugal

Observatory on Debt in Globalization, Spain

Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH); Procés Constituent, Catalonia

Sindicat de Llogaters i Llogateres (Union for the Defense of Tenants), Spain

Witten Tenants Association, Germany

Altri firmatari
Alejandro Andreassi, Autonomous University of Barcelona

Clémentine Autain, MP, France Insoumise

Trond Andresen, Norwegian University of Science and Technology

Josep Maria Antentas, Autonomous University of Barcelona

Emmanuel Barot, Université of Toulouse

Tithi Bhattacharya, Purdue University

Josep Bel, Co.Bas and Procés Constituent, Spain

Ugo Bernalicis, MP, France Insoumise

Hugo Blanco, former MP FOCEP, Peru

Laura Camargo, Podemos MP in the Autonomous Community of Balearic Islands

Raúl Camargo, Podemos MP in the Autonomous Community of Madrid

Rosa Cañadell, Podemos, Spain

Josep Manel Busqueta, economist, Catalonia

Séverine Chauvel, University of Paris-Créteil

Alexis Corbieres, MP, France Insoumise

Pablo Cotarelo, economist, EReNSEP, Barcelona

Sergi Cutillas, economist, Podemos, Barcelona

Alexis Cukier, University of Poitiers

Laura Díaz, MP in the Autonomous Community of Madrid for Podemos

Klaus Draeger, former staff coordinator of GUE/NGL group in European Parliament on Employment and Social Affairs, Germany

Cédric Durand, University Paris 13

Steve Edwards, Prof. Birkbeck, University of London

David Faroult, Ecole Nationale Supérieure Louis Lumière, Paris

Caroline Fiat, MP, France Insoumise

Carme Font, Podemos, Catalonia

Iolanda Fresnillo, Ekona, Catalonia

Isabelle Garo, philosopher, Paris

Franck Gaudichaud, University of Grenoble

Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory

Peter Hallward, professor, Kingston University


Eric Hazan, writer and publisher, Paris

Michel Husson, economist, France

Scott Ferguson, University of South Florida, USA

Claudio Katz, UBA-Conicet, Argentina

Razmig Keucheyan, Prof. University of Bordeaux 3

Thierry Labica, University of Paris Nanterre

Wilhelm Langthaler, author and activist, Committee Euroexit, Vienna, Austria

Olivier Lecour-Grandmaison, Prof. University of Evry-Val d’Essone

Bastien Lachaud, MP, France Insoumise

Michel Larive, MP, France Insoumise

Isidro López, MP in the Autonomous Community of Madrid for Podemos

Ramon Luque, Secretary for International relations of EUiA (Izquierda Unida in Catalonia)

Stuart Medina, economist, President of MMT Spain

Bill Mitchell, Newcastle University, Australia

Eva Nanopoulos, Queen Mary University of London

Olivier Neveux, Ecole Normale Supérieure, Lyon

Paul O’Connell, SOAS University of London

Danièle Obono, MP, France Insoumise

Arcadi Oliveres, Procés Constituent, Catalonia

Younous Omarjee, MEP, France Insoumise

Mathilde Panot, MP, France Insoumise

Moreno Pasquinelli, Spokerperson of MPL- Programma 101, Italy

Jaime Pastor, Editor of Viento Sur, Spain

Loïc Prud’homme, MP, France Insoumise

Adrien Quatennens, MP, France Insoumise

Alfredo Saad-Filho, SOAS University of London

Jean-Hugues Ratenon, MP, France Insoumise

Eulàlia Reguant, former MP for CUP, Catalonia

Muriel Ressiguier, MP, France Insoumise

Sabine Rubin, MP, France Insoumise

François Ruffin, MP France Insoumise

Lorena Ruiz-Huerta, former speaker of Podemos group in the Autonomous Community of Madrid

Carlos Sánchez Mato, coordinator of Economy in Izquierda Unida, Spain

Sol Sánchez, Izquierda Unida, Spain

Carmen San José, MP in the Autonomous Community of Madrid for Podemos

Andy Storey, University College Dublin, Ireland

G.M. Tamás, Central European University, Budapest

Bénédicte Taurine, MP, France Insoumise

Alberto Toscano, Goldsmiths University of London

Willy Pelletier, University of Picardie, Fondation Copernic

Ricard Ustrell, Journalist, Catalonia

Luc Vincenti, Prof. University of Montpellier

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UTILI IDIOTI di Carlo Formenti

[ 12 dicembre 2018 ] 


In un lungo articolo (The Left Case against Open Borders) apparso sulla rivista American Affairs, Angela Nagle (giornalista, saggista e collaboratrice di Jacobin) riflette sull’amnesia che ha colpito le sinistre radicali angloamericane (ma il discorso vale anche per le nostre) in merito alle posizioni storiche del movimento operaio sul fenomeno delle migrazioni. Qui di seguito ne traduco liberamente alcuni stralci, aggiungendo alcune considerazioni finali.
Carlo Formenti


* * * 

A proposito del Muro di Berlino Ronald Reagan affermava che qualsiasi ostacolo alla mobilità delle persone è una minaccia per l’intera umanità. Da allora le barriere alla circolazione dei capitali e della forza lavoro sono crollate in tutto il mondo, si è annunciata la fine della storia, e decenni di globalizzazione egemonizzata dagli Stati Uniti si sono susseguiti.

Reagan e i suoi eredi di destra e sinistra hanno usato la stessa retorica trionfalista per scavare la fossa ai sindacati, deregolamentare la finanza, promuovere l’outsourcing e affrancare i mercati dal peso degli interessi nazionali.

Da sinistra hanno lottato contro questa visione movimenti come i No global e Occupy Wall Street ma, non disponendo di potere contrattuale, non hanno ottenuto alcunché. Oggi i movimenti più visibili contro la globalizzazione sono quelli che assumono la retorica anti migranti, come Trump e altri populismi. La sinistra, dal canto suo, non sa fare altro che reagire a tutto ciò che Trump dice e fa.

Il discorso no border, un tempo appannaggio esclusivo di liberisti e anarcocapitalisti, è divenuto mainstream, dal momento che nessun partito di sinistra è capace di fare proposte concrete per una società senza confini, limitandosi a copiare gli argomenti liberisti, senza chiedersi quali sono le conseguenze di flussi migratori illimitati su sanità pubblica, educazione, posti di lavoro. ecc.

Durante le primarie democratiche del 2016, a un giornalista che gli chiedeva se fosse a favore della politica no border, Bernie Sanders replicò di ritenerla appannaggio della destra liberista, il che gli procurò l’accusa di avere le stesse idee di Trump (accusa che si è beccato anche Corbyn, a conferma che la madre degli idioti è sempre incinta, nota mia).

L’adozione della politica no border da parte della sinistra è una novità assoluta, dato che a sostenerla era sempre stata la destra, per le stesse ragioni per cui si oppone alla limitazione dei movimenti di capitale.


In assenza di un potente movimento operaio, la sinistra è rimasta “radicale” nella sfera della cultura e delle libertà individuali, ma non sa offrire di meglio che impotenti lagnanze in tema di diritti sociali.
Così i benpensanti di sinistra divengono utili idioti al servizio del big business.

La globalizzazione genera un circolo vizioso: le politiche liberiste distruggono l’economia di intere regioni del mondo da cui provengono le migrazioni di massa, ciò che, da un lato, impoverisce ulteriormente il potenziale dei Paesi di origine, dall’altro deprime i salari dei lavoratori dei Paesi di destinazione (…)

La prima causa delle migrazioni dal Messico agli Usa sono stati gli effetti dell’accordo NAFTA di libero scambio il quale obbligava i contadini messicani a competere con l’agricoltura americana (…) il Messico ha perso migliaia di allevamenti suini e coltivazioni di granoturco e, quando il prezzo del caffè è sceso sotto il costo di produzione, il NAFTA ha impedito interventi statali per salvare i coltivatori. Dal 2002 i salari messicani hanno perso il 22% malgrado la produttività del lavoro sia aumentata del 45%.

Oggi il Messico è uno dei maggiori esportatori di lavoratori altamente qualificati per cui la sua economia soffre anche di un persistente deficit di lavoro qualificato. Analogamente ci sono più medici etiopi che lavorano a Chicago che in tutta l’Etiopia (un Paese di 80 milioni di persone).

Per tacere del fatto che l’Occidente incassa dall’Africa molti più soldi in interessi sul debito di quelli che invia in “aiuti” in quel continente…

Gli argomenti della Nagle non abbisognano di ulteriori commenti, mi limito ad aggiungere poche parole sul perché giudico l’accusa di utili idioti che la giornalista rivolge alle sinistre fin troppo tenera. Dietro il “buonismo” (roba da Dame di San Vincenzo più che da militanti politici) su cui si fonda la visione no border, si nasconde la totale incapacità di riconoscere e combattere le cause di quell’immondo, ulteriore saccheggio che l’Occidente imperialista commette a danno dei popoli periferici e semiperiferici, espropriandoli delle migliori risorse umane.

Perché non si parla della necessità di estinguere il debito di quei Paesi e di trasferire loro (gratuitamente e non a interessi da strozzinaggio!) capitali, tecnologie e infrastrutture, piuttosto che di accoglierne indiscriminatamente le masse in fuga dalla miseria, aggravando ulteriormente le condizioni delle classi popolari occidentali colpite dalla crisi e alimentando guerre fra poveri?

Non sarà perché: 1) chi esalta il no border appartiene a strati di classe che non ne pagano il prezzo sulla propria pelle; 2) quegli stessi strati di classe non accetterebbero mai di vedersi ridurre reddito, status e privilegi come conseguenza degli effetti collaterali di massicci trasferimenti di risorse al Sud.
Insomma: non solo utili idioti, anche piccolo medio borghesi che preferiscono assistere cristianamente i singoli migranti, piuttosto che allargare i cordoni della borsa per sostenerne i Paesi di provenienza.

* Fonte: RINASCITA!

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