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domenica 30 aprile 2017

SIAMO AL TRAMONTO DEL SOCIALISMO BOLIVARIANO? di Moreno Pasquinelli

[ 30 aprile 2017]

La situazione in Venezuela è gravissima e sta lentamente scivolando verso un'aperta guerra civile. Nel nostro piccolo non abbiamo mai fatto mancare il nostro sostegno alla rivoluzione bolivariana, segnalando però al tempo stesso i limiti e le contraddizioni del cosiddetto "socialismo bolivariano".

Ripubblichiamo di seguito un articolo di Moreno Pasquinelli su questi temi - articolo di 7 anni fa ma estremamente attuale alla luce degli avvenimenti in corso.



Forza e limiti della rivoluzione bolivariana
di Moreno Pasquinelli 
(28 settembre 2010)

Mentre celebra il dodicesimo anniversario dell’avvento al potere, Chavez festeggia il suo ennesimo, seppure zoppo, successo elettorale. Le elezioni parlamentari svoltesi domenica scorsa (la percentuale dei votanti è stata del 66,45%, la più alta mai registrata) hanno assegnato al PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela95 dei 165 seggi, ovvero la maggioranza relativa, mentre le opposizioni del MUD (Mesa de Unidad Democratica, un’accozzaglia che va dalla sinistra all’estrema destra) ne hanno conquistati 64 (ben più di quanto sperava). Non fosse stato per il sistema elettorale (che assegna il 60% degli scranni con meccanismo uninominale e il restante 40% col proporzionale) il MUD avrebbe vinto, avendo conquistato, in termini assoluti, il 52% dei voti. Per questo le opposizioni hanno festeggiato con gran baccano la loro “vittoria”.

Il PSUV ha sì vinto, ma la sua è una vittoria a metà. Dopo la sconfitta nel Referendum costituzionale del dicembre 2007, Chavez aveva bisogno di almeno due terzi dei seggi per introdurre nuove pillole di socialismo. Non lo potrà fare, e si deve preparare alla più lunga e decisiva delle campagne elettorali, le presidenziali del 2012.

I media occidentali da dodici anni ci assillano sul carattere populista e autoritario dello chavismo. L’accusa è che il Venezuela bolivariano non sarebbe un regime democratico. Occorre una bella faccia tosta per affermare una simile stupidaggine. Se si dovesse usare un parametro marxista classico infatti, il chavismo dovrebbe essere bollato come un vero movimento social-democratico, visto che da dodici anni si sottopone al vaglio del consenso elettorale, affermando che il passaggio al socialismo dovrà avvenire, non con un atto di forza rivoluzionario, ma appunto nel quadro del sistema democratico-costituzionale e nel rispetto di regole che non possono essere definite altrimenti che liberali.

La determinazione con la quale l’Occidente imperialistico sostiene l’opposizione antichavista, la dice lunga sulla protervia della borghesia venezuelana, sul suo carattere sordidamente reazionario e classista. Non è alla democrazia, o ai principi liberali in quanto tali (e che sempre, fino all’arrivo di Chavez, esse hanno sistematicamente calpestato) che le vecchie e oligarchiche classi dominanti sono affezionate, ma ai loro interessi, ovvero al loro predominio sociale. Ça va sans dire.
Nicolas Maduro, il successore di Chavez

Altre volte abbiamo avuto modo di esprimere, parallelamente alla solidarietà alla rivoluzione di velluto chavista, tutti i dubbi sulla plausibilità di un passaggio al socialismo per via costituzionale e parlamentare, ovvero evitando ogni “traumatica” rottura rivoluzionaria. Sarebbe in effetti la prima volta nella storia che ciò accadrebbe. Saranno gli avvenimenti futuri ad emettere la sentenza, ovvero se il Venezuela invaliderà o confermerà la tesi marxista per cui solo attraverso un atto di forza, ovvero distruggendo il vecchio apparato statale e costruendone uno a loro misura, le classi subalterne potranno effettivamente emanciparsi e fuoriuscire dal capitalismo. Che ci auguriamo? Che il tentativo venezuelano abbia successo. La fretta dissolvitrice, o «furia del dileguare» come l’avrebbe chiamata Hegel, non è che nel novecento abbia dato prova di grande successo.

Tuttavia non si possono nascondere tutti i limiti e le palesi contraddizioni del cosiddetto “socialismo bolivariano”, addirittura pomposamente chiamato “del XXI secolo”. Se Chavez è ancora in sella lo si deve infatti, non tanto grazie ad un’autentica democrazia rappresentativa, quanto piuttosto alla democrazia plebiscitaria, ovvero ad un sistema presidenzialistico importato bell’e fatto dagli Stati Uniti. Solo i ciechi possono non vedere la stridente antinomia tra l’appello al potere popolare dal basso e la “democrazia partecipativa” di cui il PSUV si fa vanto, e il carattere verticale e bonapartistico del sistema istituzionale preso in eredità e grazie al quale Chavez resta presidente. E non può non destare perplessità (usiamo un eufemismo) che Chavez, per restare Presidente, abbia dovuto ricorrere, nel febbraio del 2009, ad un referendum costituzionale affinché fosse abolito il limite di due mandati.

La stessa vicenda dell’altro referendum costituzionale, quello del dicembre 2007, è esemplare. Il fronte chavista subì una cocente sconfitta, proprio grazie al fatto che le opposizioni poterono apparire come campioni di democrazia. Chavez chiamò i cittadini ad approvare ben 69 dei 359 articoli della Carta Costituzionale (la stessa che egli fece adottare nel 1999). Accanto a regole sinceramente democratiche che implicavano la devoluzione dei poteri verso il basso, ve ne erano altre che rafforzavano i poteri unilaterali e verticali del Presidente, tra cui, ad esempio, quello di rimuovere i governatori provinciali. Una contraddizione lampante, una contraddizione nella quale il chavismo continua a dimenarsi e continuerà a dimenarsi fino a quando il perno del processo di cambiamento sarà appeso alla sua figura carismatica.

In questo senso non sono solo plausibili ma veritiere le critiche velenose al caudillismo e/o al peronismo impliciti nei meccanismi di costruzione del consenso e di amministrazione del potere da parte di Chavez. E’ dunque da condividere la spocchia di certa sinistra-occidentale-con-la-puzza-sotto-il-naso? Per niente! Il caudillismo è certo un fardello, ma non un orpello delle società e delle tradizioni latino-americane. Si tratta al contrario di una forma, per quanto deplorevole, profondamente radicata in America Latina, una forma che ha permeato a fondo la società civile e la stessa sinistra. Se non la si può spazzare via per decreto, occorre farci i conti. Di qui l’ibridazione tra il presidenzialismo istituzionale di marca nord-americana e il populismo anticapitalista di Chavez.

Sarà la storia, dicevamo, ad emettere l’ardua sentenza, ovvero se il passaggio al socialismo potrà avvenire nel quadro della democrazia liberale (possiamo immaginare quanto entusiasta sarebbe uno come il nostro Gobetti davanti alla sfida chavista).

Fidel Castro, in un commento dei risultati delle elezioni di domenica, ha parlato di “grande vittoria”, una vittoria tanto meno incerta a causa “… della fedeltà al Presidente delle Forze Armate venezuelane, che sostengono la rivoluzione”. Castro, che di rivoluzioni se ne intende, ha messo il dito nella piaga. Tra un’elezione e l’altra, tra un referendum e l’altro, l’ago vero della bilancia è stato e resta la forza armata, l’esercito. Fino a quando Chavez conserverà la fedeltà dei militari, il processo democratico sarà salvo, appunto grazie a questa sentinella. Ove Chavez perdesse il controllo delle forze armate, è fin troppo facile pronosticare un colpo di stato — di cui quello fallito nell’aprile 2002 e sostenuto dagli USA fu solo una prova generale.

A quel punto una guerra civile sarà pressoché inevitabile, e tutto sarà deciso dai rapporti di forza, dall’uso della forza. Il punto non è tanto che Marx e Lenin si saranno presi la loro rivincita di dottrina, il punto è se le forze socialiste venezuelane saranno pronte, ovvero se si stanno già preparando all’evenienza, o se si dimostreranno prigioniere delle speranze di un passaggio al socialismo a dosi omeopatiche, ovvero di quella che la storia ha invalidato come una pia illusione.


venerdì 2 settembre 2016

VENEZUELA: UNA CRISI CATASTROFICA

[ 2 settembre ]

Dopo la caduta della Kirchner in Argentina e la defenestrazione della Roussef in Brasile, gli occhi sono puntati sul Venezuela. 
Quanto potrà resistere il presidente Maduro? Le opposizioni, spalleggiate dagli Stati Uniti, sono certe della imminente vittoria. Vendono la pelle dell'orso prima di averlo catturato. Tuttavia l'orso è messo davvero male. La situazione economica e sociale è drammatica, e lo scontro istituzionale ne è solo un riflesso.

A titolo di cronaca pubblichiamo un articolo del quotidiano inglese The Guardian, che ci da un'idea della brutta aria che tira in Venezuela. Se cadesse anche il governo del Partito Socialista Unido de Venezuela (PSUV), se davvero salisse al potere la coalizione reazionaria Mesa de la Unidad Democratica (MUD), cadrebbe il tentativo più avanzato di procedere verso il socialismo democraticamente, cambiando dall'interno il vecchio apparato statale capitalista.
In difesa del tentativo bolivariano del Venezuela si manifesta domani, 3 settembre a Roma. Ore 17 ai Fori Imperiali.


Venezuela: la crisi peggiore della sua storia

«Il Venezuela sta soffrendo la peggiore crisi economica della sua storia. La gente comune in questo paese ricco di petrolio tira avanti senza cibo. Tre quarti dei supermercati vuoti vengono saccheggiati folle arrabbiate e affamate. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, il cibo viene ora trasportati sotto scorta armata, e i beni di prima necessità sono razionati. La gente deve fare la fila per ore e, a volte tutta la notte nei giorni loro assegnati per ottenere alimentai basilari come il riso e l’olio da cucina.

Secondo le cifre del FMI, il Venezuela ha il tasso negativo di crescita peggiore del mondo (-8%), e il peggior tasso di inflazione (482%). Il tasso di disoccupazione è del 17%, ma si prevede salga fino a quasi il 30% negli anni a venire.

L'ombra della fame, la disperazione delle folle e la diffusione di disordini e criminalità minacciano il governo di Nicolás Maduro, tre anni dopo aver preso in eredità il potere dopo la morte del rivoluzionario Hugo Chávez. L'opposizione ha lanciato una raccolta di firme per le sue dimissioni. Questo sarà un compito difficile di fronte ad un sistema istituzionale ed elettorale concepito per evitarle, ma lo Stato può implodere anche se il referendum revocatorio fallisse.

Come ha fatto uno stato ricco di petrolio a collassare in modo tanto catastrofico?
Il governo Maduro ha accusato della crisi gli Stati Uniti e gli imprenditori di destra, accusati di tagliare la produzione per sabotare l'economia, ma Maduro ha ereditato da Chavez un sistema statale già sfasciato ma gli economisti dicono che ha aggiunto alcuni errori di suo. Chávez costruì la sua popolarità coi soldi del petrolio e col debito estero, utilizzando entrambi per finanziare i consumi, quindi nazionalizzando più di 1.200 aziende private accusate di non funzionare nel pubblico interesse. Ma nel 2015 il prezzo del petrolio è crollato della metà e le disastrate finanze pubbliche del Venezuela hanno contribuito a renderlo un debitore ad alto rischio, tagliando l'accesso del paese al capitale internazionale.

Il governo Maduro ha risposto alla conseguente buco nelle finanze pubbliche stampando moneta, alimentando così l'inflazione. Si stima che il costo dei generi alimentari di base per mantenere una famiglia per una settimana è aumentato di oltre il 25% tra marzo e aprile, e ora costa 22 volte il salario minimo vitale.

Lo Stato ha cercato di razionare i prodotti alimentari di base fissando i loro prezzi, ma la conseguenza è che i prodotti sono semplicemente scomparsi dai negozi per essere venduti nel mercato nero. L'opposizione dice che la distribuzione diretta di prodotti alimentari è stata politicizzata per essere incanalata attraverso i comitati locali gestiti da Partito Socialista Unito del del Venezuela di Maduro.

Secondo Transparency International, il Venezuela è il nono paese più corrotto del mondo. I membri della famiglia Maduro ed il suo immediato entourage sono stati implicati nel traffico di droga e si ritiene che centinaia di miliardi di dollari circolino in nero, nell'economia illegale.

La crisi rischia di peggiorare nel prossimo futuro.

Il governo è dovuto ricorrere alle riserve auree del paese per pagare il suo servizio al debito internazionale e finanziare almeno alcune importazioni di base, ma tali riserve stanno ora diminuendo, e Maduro, o farà default o dovrà interrompere l'importazione di cibo. Entrambe le opzioni sono potenzialmente catastrofiche.

Maduro potrà essere buttato giù dal referendum?
L'opposizione ripone grandi speranze in un referendum, e ha lanciato in aprile una campagna di raccolta firme in aprile, ma il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela (CNE) ha imposto una serie di sbarramenti precauzionali per impedire che la petizione sia presentata alla popolazione. Circa 1,3 milioni di persone hanno firmato una petizione che renda possibile un voto referendario per costringere Maduro alle dimissioni –molte di più che le 200.000 richieste dalla legge, ma 600.000 di queste firme sono già state respinte dal CNE, e le persone sono state in coda per ore per convalidare il resto delle firme facendosi scansionare le impronte digitali. Ciò nonostante sia stata superata la soglia richiesta del 1% degli elettori, ciò che permetterebbe di andare avanti per una seconda petizione, in cui gli oppositori dovrebbero accumulare quasi 4 milioni di voti per attivare il referendum.

Il fronte di Maduro sostiene che l'opposizione ha lanciato la petizione troppo tardi per un referendum da svolgere quest'anno, una pretesa che le opposizioni contestano con veemenza. La questione della tempistica è fondamentale. Se Maduro fosse defenestrato dopo il gennaio 2017, il suo posto passerebbe al suo vice-presidente, lasciando dunque il potere nelle mani del Partito socialista».

* Fonte: The Guardian del 22 giugno 2016
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE



giovedì 17 dicembre 2015

VENEZUELA: LE RAGIONI DI UNA SCONFITTA di Giampaolo Martinotti

[17 dicembre ]

Venezuela, tra crisi politica ed economica. Ecco perché Maduro ha perso le elezioni. Intervista con Francesco Bogliacino che insegna economia politica all’Universidad Nacional de Colombia

D. Proviamo a capire cosa sta succedendo in Venezuela con Francesco Bogliacino, che insegna economia politica a Bogotà, nell’Universidad Nacional de Colombia occupandosi prevalentemente di mercato del lavoro, di crescita e sviluppo e di economia comportamentale. Il netto risultato delle elezioni legislative del 6 dicembre segna la prima grande sconfitta del Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv) negli ultimi vent’anni. Quali sono essenzialmente i motivi della débâcle del partito del presidente Maduro?
R. Intanto direi che era ampiamente attesa, forse non dalla maggior parte dei latinoamericanisti italiani che quando parlano della regione sentono suonare i violini, ma sicuramente da chiunque avesse un minimo di senso della realtà. La sconfitta è il combinato di vari fattori. Su tutti direi tre: (a) un problema gravissimo di sicurezza, a sua volta il prodotto di varie concause, dalla guerra sporca dell’ala dura dell’opposizione fino al frutto malato di avere legittimato gruppi opachi dentro il chavismo, dalla penetrazione del narcotraffico alla crisi economica; (b) un problema di scarsità di alimenti di base e di un’inflazione elevatissima, parte dei problemi economici; (c) la scarsa popolarità di Maduro, determinata dall’inevitabile usura del chavismo al potere, dai problemi e dalla scarsa leadership. Maduro non è Chávez, se ci fossero stati dei dubbi… murales del presidente Chavez e Simon Bolivar
Qual è la gravità della crisi economica che affligge da tempo il Venezuela? È davvero possibile costruire un’alter­na­tiva al sistema capitalista in una economia (fortemente basata sulla ren­dita petro­li­fera) come quella venezuelana?
La crisi è sicuramente grave. C’è questo slogan trito e fastidioso a sinistra, secondo cui la “questione è politica”. Il Venezuela lo svela perfettamente, la questione non è politica perchè il cambio si dà sul terreno delle mediazioni reali. E qui veniamo alla seconda risposta: è possibile pensare a un superamento, ma non alle condizioni di struttura economica esistenti (e questo per definizione). L’errore di tutta la sinistra latinoamericana è stato pensare di ottenere il cambiamento sociale senza stravolgere la “matrice produttiva” come si era soliti chiamarla nello strutturalismo sudamericano. Si è commesso l’errore di pensare che il contesto di boom esterno e boom delle materie prime fosse una garanzia di lungo periodo. Intendiamoci, chi pensa che la sinistra potesse andare al potere in Paesi come il Venezuela e la Bolivia senza essere populista vive su Marte, ma il processo richiedeva di accompagnare la redistribuzione con una vera agenda sul lavoro, pensando a cosa e come produrre. Invece no, ci si è concentrati sull’aspetto redistributivo, con il risultato che al crollo del prezzo del petrolio l’economia è arrivata con squilibri interni e esterni insostenibili.
Mi dilungo ma qui ci sono almeno tre paradossi: l’agenda redistributiva va benissimo anche alla destra purchè non metta in discussione i vincoli di sistema, la prova è che se confrontiamo Mercosur e Alianza del Pacifico (rispettivamente la nuova sinistra e la destra neoliberale nella vulgata) vediamo che le riduzioni nella disuguaglianza (uso il Gini come indicatore) sono state assolutamente comparabili. Volete la prova? Tutta la politica sociale in Colombia l’ha fatta Uribe (il peggio del peggio per intenderci) e la destra l’ha usata per vincere le elezioni. Se guardiamo ai programmi sociali non c’è differenza tra Brasile, Colombia, eccetera, sono i programmi di interventi mirati (targeted) figli della Banca Mondiale.
Secondo paradosso: l’agenda “redistribuzione-più-energia” ha riarmato il braccio nordamericano, che infatti sovvenzionando la sua industria e con le innovazioni tipo fracking ha invaso il mercato facendo crollare i prezzi e colpendo tutti i suoi nemici strategici.
Terzo paradosso: alla fine l’indigenismo e le questioni ambientali che erano buone per accusare Washington sfociano nell’ipocrisia perchè per esempio in Venezuela sul tema ambientale ci sarebbe da sviluppare una critica profonda.
La Mesa de Unidad Democrática (MUD) ha ottenuto ben 112 seggi su 167 all’assemblea nazionale. La coalizione giudata da Jesus “Chuo” Torrealba è contraddistinta da un forte orientamento liberale, democristiano e antichavista. In questo contesto sarà possibile preservare le conquiste sociali ottenute da Chávez?
La MUD è un coacervo che scoppierà nelle sue contraddizioni, è un carrozzone che include ex golpisti, destra neoliberale, sinistra non chavista, eccetera. C’è un elemento che molti non hanno sottolineato: l’assemblea in questi anni è stata una specie di “ente inutile” visto che con la ley habilitante prima Chávez poi Maduro governavano per decreto, quindi il primo cambio sarà ripristinare il potere legislativo, ma dubito che la MUD sappia gestire la situazione (nè mi aspetto nulla di buono). Ovviamente ci saranno dei cambiamenti radicali: a breve termine ciò che sicuramente cambierà sarà Petrocaribe, il sistema di allenze con cui Chávez contribuiva a controllare il centroamerica a cambio di petrolio sussidiato. Naturalmente una parte delle politiche sociali sarà smantellata perchè al momento il Venezuela sopravvive con prestiti dalla Cina.
L’affermazione di Mauricio Macri in Argentina prima, la sconfitta del Psuv poi: possiamo parlare della “fine di un’era” per le sinistre sudamericane? Qual è il futuro dei governi dell’America Latina che si ispirano al chavismo?copertina maduro chavez
Credo sia sbagliato fare ragionamenti unitari a livello regionale. Sicuramente c’è una tendenza in atto che è quella del consolidamento dell’area pacifica (attuale Alianza del pacifico) che sta adottando una serie di accordi sui movimenti di capitale che danno prospettive fosche a medio lungo termine. Poi ci sono le storie nazionali: l’Ecuador per colpa della dollarizzazione vivrà una crisi finanziaria e credo che la mossa di Correa sia quella di fare andare al potere la destra perchè si bruci per poi ritornare da eroe. La Bolivia sembra il paese più stabile, in Colombia dipenderà dall’esito del punto finale del negoziato. Il Brasile vira a destra ma tuttavia si ridimensionerà a livello geopolitico. In ogni caso il modello va ripensato, la redistribuzione pura va bene quando il bilancio è ricco ma il contesto è cambiato, ripeto che le sole politiche sociali non bastano più
È plausibile pensare che la stagione di egemonia della “revolución bolivariana y chavista” in Venezuela stia volgendo al termine. Le parole di Nicolás Maduro, «Il Paese è vittima di una guerra non convenzionale, economica, finanziaria, criminale e psicologica», potrebbero dare adito ad una svolta militare nella strategia del Psuv?
Il Venezuela  ha comunque dato prova di maturità, i risultati sono stati accettati e vedremo ciò che succederà. È bene ricordare alle destre di tutto il mondo che i golpe in questo secolo ci sono stati contro Chávez e contro Zelaya (Honduras), non certo da parte delle sinistre. Maduro semplicemente mostra tutti i suoi limiti e in parte cerca di sottolineare le minacce esterne (USA, il conflitto frontaliero con la Colombia, eccetera) per ottenere consenso interno. Il modello, ripeto, va ripensato. Ma non sarà certo Maduro il protagonista di questa eventuale fase.

mercoledì 9 dicembre 2015

VENEZUELA: LE RAGIONI DI UNA SCONFITTA di Leonardo Mazzei

[ 9 dicembre ]
Le difficili prospettive della rivoluzione bolivariana

Due errori da evitare per cercare di capire quanto è successo

Il risultato non era inatteso, ma non per questo lo choc è stato minore. Il variegato fronte degli amici della rivoluzione bolivariana appare frastornato. E' naturale che sia così. Tuttavia, pur comprendendo la delusione, due errori interpretativi vanno assolutamente evitati: quello di chi minimizza la portata della sconfitta, quello di chi la attribuisce unicamente all'offensiva delle forze contro-rivoluzionarie.

Il primo errore lo compie chi si limita a certificare che «ha vinto la democrazia», che Maduro non ha pensato per un attimo ad una soluzione di forza. Sia chiaro, è bene che sia così, ma se la «democrazia» assegna il 68% dei voti all'opposizione qualche problema dovrà pur esserci. 

Sulla contestazione della natura effettivamente democratica del voto si basa invece il secondo errore. Siccome le elezioni si sono tenute in un contesto d'emergenza economica, voluta dalle forze contro-rivoluzionarie interne ed esterne al Venezuela, il voto non sarebbe da considerarsi davvero libero. Dunque il problema non sarebbe tanto la sconfitta elettorale, quanto l'accettazione di regole del gioco decisamente truccate.

In entrambe queste due letture, per quanto tra di loro sostanzialmente opposte, ci sono evidentemente delle verità. E' vero che tutto il periodo chavista (1999-2013) è stato caratterizzato da un consenso popolare costantemente verificato nelle urne, e non pare proprio che Maduro intenda discostarsi da questa impostazione. E' altrettanto vero, però, che non può esservi un'autentica democrazia in una situazione in cui il potere economico resta largamente in mano a potenti oligarchie.

Così ha scritto, ad esempio, il commentatore Fidel Diaz Castro (da non confondersi con il leader cubano Fidel Castro Ruz):
«Il Venezuela ha dimostrato ieri - contrariamente a quanto si è canonizzato - che la democrazia con l'economia e i media in mani private non esiste. E' un peccato, ma non può avanzare una rivoluzione sociale con il potere reale nelle mani dell'oligarchia».

C'è qualcosa di sbagliato in questa affermazione? Sostanzialmente no, anche se bisognerebbe rilevare che il processo rivoluzionario procede per avanzamenti, tappe ed arretramenti. E che non possiamo aspettare il socialismo realizzato per praticare la democrazia. L'importante è avere chiaro che anche la democrazia - nella sua forma autentica di «potere del popolo» - è anch'essa un processo che va messo in pratica anche nelle fasi in cui di necessità essa si presenta in una forma parziale ed imperfetta. 

Ma non è questo il punto principale. Quel che qui ci interessa è mettere in luce l'errore a cui conduce questa affermazione. Il fatto è che adottando questo ragionamento come principale spiegazione della sconfitta, si finisce inevitabilmente per assumere un atteggiamento giustificazionista, per oscurare gli errori del movimento e del governo bolivariano. Che, invece, è importante esaminare.

E' lo stesso esito al quale conduce l'altro errore. Quello minimizzatore e decubertiniano, secondo cui stavolta abbiamo perso, ma la prossima vinceremo, l'importante è la democrazia. Interessante la contraddizione in cui è incorso lo stesso Maduro. Il presidente venezuelano, dopo aver garantito il rispetto delle regole democratiche, ha detto che «ha vinto la contro-rivoluzione e la guerra economica». Ma se solo di questo si trattasse, perché definire democratico un sistema in cui vince chi è in grado di scatenare la guerra economica dei ricchi contro i poveri?   

Come Chavez nel 1992, dopo essere stato arrestato a seguito della fallita rivolta civile-militare,  Maduro ha parlato di sconfitta «por ahora». Ma allora si trattava del primo tentativo di rovesciamento del regime oligarchico, mentre quello di domenica è stato invece un forte pronunciamento della maggioranza dei venezuelani contro il suo governo. Due situazioni assolutamente diverse che richiedono ragionamenti del tutto differenti.

Chiarito che non bisogna essere indulgenti con le spiegazioni auto-consolatorie, veniamo al dunque. La sconfitta del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) non è di quelle dalle quali ci si riprende tanto facilmente. E' vero che il fronte delle opposizioni è unito solo nella furia anti-chavista, ma è ben difficile immaginare una prossima riscossa delle forze bolivariane. Ben più probabile è un'offensiva delle forze reazionarie mirante alla caduta anticipata di Nicolas Maduro, con la possibilità di uno scenario di guerra civile.

Facciamo adesso un passo indietro.
Siamo stati tra quelli che da subito guardarono con simpatia a Chavez ed al nascente movimento bolivariano. Altri storcevano il naso. Per molti, a sinistra, Chavez era soltanto un militare, che per giunta aveva tentato un golpe nel 1992; spesso egli era visto come un caudillofra i tanti generati dall'America Latina. Viceversa, per noi fu importante la sua netta posizione antimperialista ed anti-USA, la sua scelta di campo a favore dei poveri, la volontà di costruire un Venezuela per tutti i venezuelani. 

Dunque non abbiamo mai condiviso la critica rivolta a Chavez ed al bolivarismo da ampi settori della sinistra europea: né quella portata dalla sinistra «politicamente corretta» di cui abbiamo appena parlato, né quella di una sinistra estrema incapace di vedere le tante forme che può assumere un processo rivoluzionario.

Proprio per questo ci siamo sempre sentiti liberi di poter criticare fraternamente quel che non ci convinceva della politica chavista. Curiosamente, ma neppure poi tanto, coloro che in un primo momento guardavano a Chavez come minimo con la tipica aria di sufficienza made in Europe, si ritrovano oggi ad assumere un atteggiamento giustificazionista, a non voler comprendere le ragioni interne della sconfitta di domenica.

Sia chiaro: noi non ci stancheremo mai di sottolineare l'importanza del movimento bolivariano, il suo impatto continentale; né mai andrà dimenticata la portata delle conquiste sociali che ha consentito. Il fatto che grazie ad esso milioni di persone siano uscite dalla povertà, abbiano finalmente acquisito alcuni diritti fondamentali, basta ed avanza per ribadire il sostegno all'esperienza rivoluzionaria avviata da Chavez.

Ma questo non significa chiudere gli occhi di fronte ai problemi non risolti che hanno spianato la strada al successo delle forze reazionarie due giorni fa.

Quali sono questi problemi? 

Se ne possono individuare almeno tre, di natura diversa tra loro.
Il primo problema è di difficile soluzione. Piaccia o non piaccia le rivoluzioni hanno bisogno di leader. E quando i leader vengono a mancare, la loro sostituzione diventa un problema terribilmente serio. Questo è vero in generale, ma ancor di più nello specifico contesto venezuelano proprio per le caratteristiche di un leader come Chavez. Con lui le elezioni diventavano spesso un referendum sulla sua persona. La qual cosa gli ha garantito a lungo la vittoria, ma al prezzo di dover lasciare in piedi un sistema presidenziale che del socialismo è in tutta evidenza una contraddizione in termini. Cosa accadrà se la destra - anche grazie alla debolezza di Maduro - sarà in grado di conquistare anche la presidenza dopo essersi impadronita del parlamento? La risposta è semplice. Un simile scenario aprirebbe la strada ad una piena restaurazione, sancendo la definitiva sconfitta del movimento bolivariano in Venezuela.

Secondo problema, l'incapacità di spostare davvero i rapporti di forza tra le classi nel paese. Se dopo 16 anni ci si lamenta del potere delle oligarchie economiche, vuol dire che non si è stati capaci di ridurle all'impotenza, o quantomeno di tagliargli le unghie in modo da renderle meno pericolose. Per una rivoluzione che si vuole socialista il fallimento su questo terreno è la madre di tutte le sconfitte. Delle iniziative contro-rivoluzionarie delle forze della reazione non ci si deve lamentare. Cosa mai dovrebbero fare di diverso i reazionari? Certo, i rapporti di forza tra le classi non si ribaltano con la semplice presa del potere politico. Ma di questo rovesciamento il potere governativo è la base fondamentale, e sedici anni davvero non sono pochi.

Il terzo ed ultimo problema - quello che in definitiva ha prodotto la rovinosa sconfitta di domenica - riguarda l'economia. E qui non c'è giustificazionismo che tenga: su questo terreno la classe dirigente bolivariana si è dimostrata del tutto incapace. Non ci riferiamo tanto ad errori specifici e neppure alla diffusa corruzione, ci riferiamo al fatto di non essere riusciti a mettere in piedi una struttura industriale, di non aver saputo sviluppare il decisivo (anche ai fini della sovranità) settore agro-alimentare, di essere rimasti dipendenti al 95% dal settore petrolifero.  

Come sia potuto accadere tutto questo sfugge alla modesta capacità di comprensione di chi scrive. In sedici anni si è avuto un lungo periodo di bonanza energetica, di prezzi elevati del petrolio, una condizione straordinaria - non sappiamo quanto ripetibile - per avviare un vero processo di industrializzazione. Che è esattamente quel che non è stato fatto, quasi confidando su una dinamica costantemente crescente del prezzo del greggio.

Nel 2014 è arrivato invece il crollo di quel prezzo, e tutto ha iniziato ad andare a rotoli. Certo, la speculazione ha fatto il resto, i potentati economici hanno preso coraggio iniziando a vedere il momento della rivincita di classe, mentre da Washington la Casa Bianca ha fatto sentire - più forte che mai - il proprio sostegno alla causa contro-rivoluzionaria.

Ma niente di tutto questo è strano od imprevedibile. Quel che è certo è che l'azione di lorsignori non avrebbe avuto identico successo se il governo di Caracas fosse riuscito, negli anni, ad avviare un vero sviluppo industriale, uscendo così dalla monocoltura petrolifera. Si è trattato di un errore dovuto semplicemente all'incompetenza? E' possibile, ma se così è stato non può non tornare in mente la celebre frase di Talleyrand: «E' stato peggio di un crimine, è stato un errore».

Un errore madornale che potrebbe mettere fine ad un'esperienza estremamente positiva, ed in alcuni momenti anche entusiasmante. Speriamo che non sia cosi. Speriamo che ci sia ancora tempo per salvare la rivoluzione bolivariana.

mercoledì 6 marzo 2013

IN MORTE DI CHAVEZ di Campo Antimperialista

6 marzo. Grande combattente Hugo Chavez ha perso la sua ultima battaglia, quella per la sua propria vita. La parte migliore del popolo venezuelano, i rivoluzionari del mondo, noi compresi, sono in lutto. Tra tutti i commenti pronunciati a caldo questo è quello che ci pare il più condivisibile.

giovedì 11 ottobre 2012

VENEZUELA: UNA VITTORIA SUDATA, UNA VITTORIA MERITATA

Riflessioni sul socialismo

di Campo Antimperialista


Domenica 7 ottobre 2012 è una data che resterà nella storia del Venezuela. Con un robusto 54% dei voti (contestualmente ad una percentuale di votanti superiore all’80%!) Hugo Chavez ha battuto l’avversario Henrique Capriles, che si è fermato al 45%. In un sistema, e questo va detto, fortemente presidenzialista, Chavez si appresta così al suo quarto mandato —nel febbraio 2009 il referendum vinto per un pelo rendeva illimitati i mandati di un Presidente. Si tratta di una vittoria che ha del miracoloso e per diversi motivi.

domenica 28 novembre 2010

Il Venezuela è un'alternativa?

«Non può esserci democrazia senza 
sovranità popolare!
Non può esserci sovranità senza socialismo!»


Nell'ambito del tour europeo: Incontri con Oscar Armando Contreras, portavoce del «Fronte Contadino Ezequiel Zamora», il più forte movimento sociale venezuelano che sostiene il governo Chavez
  
INCONTRI A LECCE, PERUGIA e LUCCA

domenica 21 novembre 2010

Transizione, democrazia, socialismo

COSA PUO' INSEGNARCI IL TENTATIVO VENEZUELANO?

di Gernot Bodner*


Quella che pubblichiamo di seguito è la traccia della relazione tenuta da Gernot Bodner al seminario teorico del Campo Antimperialista, che si è svolto a Vienna il 12 e 13 giugno 2010.
Gli spunti sintetizzati in questo scritto sono riflessioni scaturite in circa tre anni di discussione. I risultati di queste discussioni devono essere intesi come punto di partenza che è ancora lontano dal rappresentare un programma di transizione definito.

martedì 28 settembre 2010

Elezioni in Venezuela

[ 28 settembre 2010]

POTEVA ANDARE PEGGIO 
può vincere il socialismo a dosi omeopatiche?

di Moreno Pasquinelli

Mentre celebra il dodicesimo anniversario dell’avvento al potere, Chavez festeggia il suo ennesimo, seppure zoppo, successo elettorale. Le elezioni parlamentari svoltesi domenica scorsa (la percentuale dei votanti è stata del 66,45%, la più alta mai registrata) hanno assegnato al PSUV 95 dei 165 seggi, ovvero la maggioranza relativa, mentre le opposizioni del MUD (Mesa de Unidad Democratica, un’accozzaglia che va dalla sinistra all’estrema destra) ne hanno conquistati 64 (ben più di quanto sperava). Non fosse stato per il sistema elettorale (che assegna il 60% degli scranni  con meccanismo uninominale e il restante 40% col proporzionale) il MUD avrebbe vinto, avendo conquistato, in termini assoluti, il 52% dei voti. Per questo le opposizioni hanno festeggiato con gran baccano la loro “vittoria”.

martedì 20 luglio 2010

Che pensa Bersani di Chavez? Cose demenziali

[ 20 luglio 2010 ]

PAROLE IN LIBERTÁ? 
CALURA ESTIVA?  
O TRAGICA IRRESPONSABILITÁ?

riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Aldo Zanchetta 

Il segretario del PD Bersani a volte ha battute simpatiche, da caffe
paesano. Mi immagino un contadino padano con camicia a scacchi, viso rubicondo, naso leggermente avvinato, seduto al caffè del paese a scambiare due chiacchiere e a improvvisare battute sul Berlusca. Il fatto è che il suddetto è anche segretario del partito di opposizione più forte (in numeri, non fraintendetemi). E quando la mattina al giornale radio sento le sue risposte alle quotidiane sparate di quello là, mi si accappona la pelle. Ma può essere un fatto allergico. Ogni tanto, ricordandosi di essere un politico di responsabilità nazionale, tenta di alzare però il livello delle sue battute, con qualche gaffe. Così pochi giorni fa si è avventurato nel mare periglioso della politica mondiale e ha sentenziato: "Non vorrei che dopo Berlusconi venisse fuori Chávez. O il Parlamento riprende il suo ruolo o non c'è libertà per nessuno".

sabato 6 febbraio 2010

LE BANCHE SGARRANO? “VI NAZIONALIZZO TUTTE, NON M’IMPORTA NIENTE”

[ 06 febbraio 2010 ]

Chavez e la lezione  venezuelana

di Marco Ferrante

C’è uno stato del mondo in cui tutto ciò che viene prodotto viene amministrato per il popolo e per conto del popolo. E c’è uno stato del mondo in cui se una banca si macchia di comportamenti fraudolenti e lesivi dell’interesse nazionale viene sanzionata in maniera non solo repentina ma anche esemplare. Che piacciano o no, i modi ruvidi di Ugo Chavez di amministrare il Venezuela come fosse cosa propria, rispondono perfettamente alla causa socialista. Senza fronzoli, in maniera efficace ed efficiente. Il popolo prima di tutto: questo sembra dire il socialismo venezuelano è sempre più un modello

mercoledì 3 febbraio 2010

UNA QUINTA INTERNAZIONALE SOCIALISTA? DISCUTIAMONE

[ 03 febbraio 2010 ]

L'APPELLO DI CHAVEZ

Il 21 novembre scorso il PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela) dava inizio ai lavori del suo primo Congresso Straordinario. Chavez ha aperto i lavori indicando quelle che ritiene le priorità del partito e del governo venezuelani, alle prese in effetti non solo con la tenace opposizione delle vecchie classi dominanti ma pure con le conseguenze della crisi finanziaria internazionale e le crescenti pressioni militari nordamericane.

Egli ha insistito sull'orizzonte del PSUV: la socializzazione dei mezzi di produzione da una parte, e dall'altra, la coscientizzazione del popolo, il carattere umanista della rivoluzione in atto.

Nel suo discorso ha poi lanciato come necessità storica la fondazione di una Quinta Internazionale Socialista, aperta a tutte le forze anticapitaliste e antimperialiste del mondo, oltre i vecchi steccati ideologici.

domenica 20 dicembre 2009

CAMBIARE IL SISTEMA PER SALVARE LA TERRA!



[ 20 dicembre 2009 ]

L'intervento di Hugo Chavez al vertice di Copenaghen sul clima 



Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.


Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!
E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.
Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.
Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.
È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è “Non cambiate il clima, cambiate il sistema”.
E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei banchieri e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l'avrebbero già salvato.
E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l'avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato (il discorso di Chavez è stato pronunciato il 16 dicembre – ndr), ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.
Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.
Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro –, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l'ha detto Cristo nostro Signore.
....... Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l'impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L'attività umana d'oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.
Voglio ricordarlo: i 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, questi cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.
Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti. La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.
Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.
Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d'acqua dolce, del sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.
Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell'umanità. Malgrado l'urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest'appuntamento senza un accordo reale e significativo.
E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l'ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.
E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L'obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest'ora, sembra aver fallito. Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l'atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...
Il conservatorismo politico e l'egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali. Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.
I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.
.... Le entrate totali delle 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate dei 416 milioni di persone più povere, i 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...
Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.
E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all'argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.
Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l'accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.
Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.
..... Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidali.
.... Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica...

Tratto da Pachanama = Madre Terra
Traduzione di Marina Gerenzani

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