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domenica 18 dicembre 2016

CARO BEPPE, SU ROMA AVETE SBAGLIATO di Piemme

[ 18 dicembre ]

«Se esiste l'inferno, Roma ci sta sopra»
Martin Lutero
Il prossimo futuro ci dirà se i provvedimenti che avete preso per ridurre i danni del cosiddetto "raggio magico" saranno sufficienti ad evitare il collasso della giunta comunale di Roma. Ne dubito.  

Anche facendo la dovuta tara ai resoconti giornalistici dello psicodramma, avete scelto una soluzione di compromesso: avete deciso di restare al governo di Roma "commissariando" la Raggi. Lo slogan del nuovo corso è lapidario quanto retorico: "Barra dritta e avanti tutta!". 

La giustificazione della mossa, del "contrattacco", dato il suo carattere minimalistico, inessenziale, stona con la dimensione della partita e della posta in palio: la Raggi, dite, sarebbe una brava persona, si sarebbe fatta abbindolare dai cattivi, ora che ha ammesso i suoi errori... avanti tutta! Speriamo non andrete dritti... a sbattere. 

E' il segnale che non riuscite a sbarazzarvi del dogma della "Onesta" —che a torto pensate sia il primo motivo del vostro consenso. Questo dogma è la prima vittima delle vicende romane, e lo è ad un duplice livello: esso non ha fatto da scudo all'ingresso di delinquenti nella stanza dei bottoni, e le "brave" e "immacolate" persone si sono dimostrate succubi e mezze calzette. Il combinato disposto tra l'articolo di fede e la mediocrità politica (politica prima ancora che amministrativa!) è un vulnus letale del M5S. Chi comanda gongola e assapora odore di rivincita.

Sull'infido campo di battaglia romano giace anche un altro cadavere: il meccanismo fallace con cui M5S sceglie i suoi candidati al governo delle città e del Paese. 

Non si governa Roma senza sapere non solo cosa questa metropoli è diventata nell'ultimo decennio segnato dalla più grave crisi sociale ed economica. Non la si governa senza sapere cosa essa è stata nei secoli, anzi in due millenni. La "grande meretrice", la nuova "Babilonia", una puttana che non si lascia governare, che tutto ammorba e tutto corrompe. [2]

Forse che è dal Campidoglio che si governa caput mundi? No, e da tempo immemore. Coesistono a Roma molteplici poteri notabilari, visibili e invisibili, che tirano i fili nella città eterna. Difficile farne la conta: il Vaticano, la curia, le massonerie, il baronato dei palazzinari, i banchieri, i trafficanti politici, i servizi segreti, i boiardi di stato, le mafie.... Quando tra queste ganghe c'è equilibrio, quando possono spartirsi la ricca torta (e il consenso della plebe) tutto sembra procedere tranquillo, il Campidoglio essendo il bivacco dei loro lacchè. Quando queste bande si fanno la guerra, com'è il caso da anni, il Campidoglio è la prima posta in palio, così la città tutta piomba nel caos, viene trasformata in un bordello.

La Raggi non solo ha rifiutato di dare un potente e simbolico segno di discontinuità, non solo non ha proceduto al necessario e radicale repulisti ai vertici del Comune e dei suoi organismi strumentali, ha scelto il connubio con la piovra, ha finito addirittura per lasciarsi coinvolgere nella guerra tra bande.  Voi avete gli elementi per stabilire se lo ha fatto per insipienza (non parlateci d'innocenza!), per sua manie di grandezza, o in malafede. 

Quindi mi chiederai: e cosa altro avremmo dovuto fare? 

In tutti e tre i casi dovevate toglierla di mezzo.[2] Dovevate sconfessare apertamente l'operato del Sindaco, mandare a casa la giunta comunale, suonare la tromba di una ritirata ordinata e invece si ode solo la trombetta sfiatata di un'aleatoria controffensiva che potrebbe diventare una rotta disordinata. [3] Non vi caverete così fuori dal pasticcio, né tantomeno dalla pestilenziale palude romana.

La conclusione può suonare tragica, ma è la situazione di Roma che lo è. La metastasi non si cura con le aspirine ma con una coraggiosa asportazione chirurgica. La guerra per bande chiede una decisa guerra alle bande. Non si esce dall'acquitrino con mezzi ordinari bensì con mezzi straordinari, lo dico, dittatoriali. 

Mi dirai, ma l'ordinamento democratico non consente di conferire poteri simili ad una giunta comunale. Vero solo in parte, e comunque ciò ci porta al bandolo della matassa. Serve espugnare il parlamento e conquistare il governo del Paese per adottare un provvedimento ad hoc che salvi Roma dall'autodistruzione, e che, in deroga alla procedure democratiche ordinarie, conferisca, fermo restando il mandato dei cittadini della capitale, temporanei poteri draconiani.

Il popolo romano, come ha dimostrato in altri momenti drammatici della sua storia, capirebbe e sosterrebbe che sia tagliata la testa ai poteri criminali che strangolano la città ed ai loro sodali politici. 

Diversamente Roma e i romani non collusi dovranno comunque accettare, magari sotto nuovi colpi della magistratura, che siano proprio i poteri criminali a dichiarare un de facto Stato d'emergenza, il fallimento del comune, e la consegna di pieni poteri ad un Commissario scelto dall'alto e senza alcun mandato democratico.

Avete deciso, a torto, che difender la Raggi fosse la vostra linea del Piave, se invece quel che temo avverrà, rischiate di subire una vera e propria Caporetto.


NOTE

[1] «Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: "Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione". L'angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. (...)  Le sette teste sono i sette colli sui quali la donna è seduta. Sono anche sette re. Cinque sono già caduti, uno regna ora, e il settimo non è ancora venuto. Quando verrà durerà poco. 
(Giovanni. Apocalisse, 17:1-6 e 17:9-10)».

[2] C'era un complotto per farvi vincere a Roma? Speriamo di no, perché questo farebbe sorgere l'inquietante sospetto che le cosche che complottavano sapevano già chi di M5S sarebbe entrato in Campidoglio e avrebbe fatto il sindaco.

[3] I buoni generali, com'è noto, si distinguono non solo nel saper condurre le offensive, ma pure nel guidare una ritirata ben ordinata, condizione per riprendere slancio e passare alla controffensiva






martedì 15 dicembre 2015

QUELLI CHE PISCIANO ADDOSSO ALLE VITTIME DELLA TRUFFA BANCARIA di Piemme

[ 15 dicembre ]

Ieri abbiamo denunciato gli amici di M5S che non si sono fatti vivi (nè dirigenti né attivisti) al presidio di protesta dei risparmiatori truffati davanti alla Leopolda.
Purtroppo tra coloro che fanno spallucce davanti al dramma di quanti sono stati truffati si annoverano anche persone intelligenti, nonché autorevoli esponenti anti-euro, e pure nostri amici.

Un caso esemplare è quello di Alberto Bagnai che, mentre scrive (al netto dei consueti dispettucci contro i Marxisti dell'Illinois) cose impeccabili dal punto di vista scientifico sulle cause che hanno mandato in default le quattro banche e fanno vacillare l'intero sistema bancario italiano, in uno dei suoi (ahimè frequenti) momenti di luciferina follia si scaglia con la proverbiale spocchia elitaria contro le vittime della truffa bancaria e quelli che Gramsci chiamava "i semplici". Sentiamo:
«... i risparmiatori che hanno perso in questo modo iniquo il loro patrimonio sono nostri nemici. Hanno voluto l'euro? Se lo godano! Ci sono stati a sentire mentre cercavamo di spiegar loro i rischi? Crepino! Hanno sostenuto il blocco di potere politico che sta svendendo l'Italia al capitale estero? Ed è giusto che questo capitale estero li stermini e ne sperda il seme per settantasette volte sette generazioni!»
Ora, che tra i corpi sociali pro-euro ci fossero proprio quelli che avevano un gruzzoletto in banca, lo avevamo segnalato in largo anticipo e con forza (LA DIAGONALE DEL DEBITO: quali sono oggi le forze antagoniste). 

Detto questo, compiuta l'analisi, c'è poi la politica, che consiste essenzialmente nel conquistare egemonia togliendo consensi a chi comanda ed organizzare chi sta in basso contro quelli che stanno in alto. Se chi comanda, per tenere in piedi il sistema, si vede costretto a colpire la sua stessa base sociale che facciamo? Pisciamo addosso ai disgraziati rimproverandoli che se la sono voluta? O cogliamo l'occasione offertaci per portarli dalla nostra parte? Quale sia la risposta lo capisce anche un cretino.
Che la politica non è facesse per Bagnai lo sapevamo. Pace.

Il fatto è che il disprezzo squisitamente borghese per i "semplici" è contagioso e affetta anche chi borghese non è. In rete non sono pochi quelli che davanti al dramma dei poveri cristi truffati dicono" se la sono voluta, peggio per loro!".

Ci sono infine coloro che pur non giungendo a tale disprezzo dei "semplici", sono tuttavia contaminati dal bagnai-pensiero, portatori sani del micidiale bacillo. Un esempio ce lo fornisce l'amico Fiorenzo Fraioli nel suo: Io sto col padre della Boschi (un post al veleno).

Definisce "imbecilli" e "scemi" quelli che chiedono le dimissioni della Boschi poiché, dice il Fraioli, il padre della Boschi non c'entra niente con le cause del fallimento della sua banca. 

Ma che c'azzecca? Qui c'è di mezzo il conflitto d'interessi, visto che i politicanti che stanno portando il Paese allo sfascio non sono solo fantocci dei clan economici e bancari dominanti ma, violando la Costituzione, leggi ed etica politica, sono essi stessi membri di quei clan, soci in affari dei criminali, e quindi non dovrebbero svolgere la funzione di legislatori, tantomeno fare i ministri.

E' molto grave che addirittura tra le file "sovraniste" si neghi, facendo eco al mainstream, l'enorme dimensione politica e simbolica di questa faccenda. 

Al fondo di questo sragionare c'è un vizio di fondo, quello di snobbare la questione della corruzione politica ed economica, che è invece un fattore portante e devastante del modus essendi et operandi neoliberista; e quindi la cosiddetta questione della "casta". Come se non fosse vero che chi comanda (in economia come nella sfera politica) sono non solo compagni di merende ma una vera e propria casta. 

Giusto polemizzare con chi, come i cinque stelle, si fermi solo a questo livello del dramma che viviamo. Completamente sballato lasciare a loro la bandiera della lotta contro la casta dei corrotti—sentitissima da chi sta in basso— col pretesto che le cause del marasma sono macroeconomiche. 

Se non ci si libera di questa insipienza politica non si andrà da nessuna parte. 
Non si andrà da nessuna parte se non si capisce che primum occorre farsi capire dai cittadini e che per farlo bisogna partire dal semplice per arrivare al complesso (crisi sistemica, neoliberismo, Unione europea, Euro, ecc.). Se non si capisce che il nemico va combattuto iniziando a colpire i suoi punti deboli (e quello del Ministro Boschi è adesso un vero vulnus del renzismo, anche per tanti piddini), faremo la fine di Donchisciotte che se la prendeva coi mulini a vento.



martedì 1 settembre 2015

CORRUZIONE TEDESCA di Yannick Pasquet

[ 1 settembre ]

Corruzione, mazzette, tangenti...
Le classi dominanti tedesche giustificano ideologicamente la loro politica spietata verso i "porci" mediterranei, ed anzitutto verso la Grecia con l'argomento che il marcio non starebbe nel sistema liberista, ma nello stesso spirito dei popoli, ergendosi così a impassibili censori morali. Le cose non stanno proprio così....

«Siemens, Daimler, Rheinmetall — la crema dell’industria tedesca — sono impantanati in casi di corruzione in Grecia, il paese che proprio Berlino ha ripetutamente ammonito per le precarie condizioni economiche.
Non è ancora stata stabilita una data per l’apparizione in un tribunale greco dei 19 ex dirigenti del gruppo ingegneristico tedesco Siemens, ma ciò che si profila è uno dei più grossi processi per cause finanziarie dell’ultimo decennio in Grecia.
Più di 60 persone sono attualmente sotto indagine per corruzione in un caso che lo statunitense CorpWatch ha definito “il più grande scandalo aziendale della storia greca dal dopoguerra”.
La Siemens, il colosso bavarese, i cui legami con la Grecia risalgono al 19esimo secolo, è sospettato di aver “oliato” diversi funzionari per aggiudicarsi uno dei contratti più remunerativi del paese — la grande opera di aggiornamento della rete telefonica greca alla fine degli anni ’90.
Si presume che la Siemens abbia speso in totale 70 milioni di euro per tangenti in Grecia, secondo una fonte giudiziaria ellenica.
L’investigazione dura già da nove anni, e il relativo fascicolo ha oltre 2300 pagine.
Contattato da AFP, un portavoce della sede centrale della Siemens presso Monaco ha detto: “Non commentiamo il caso”.
Tra i sospetti di corruzione c’è l’ex uomo di punta della Siemens in Grecia, Michalis Christoforakos.
Ma il 62enne, che ha la doppia cittadinanza greca e tedesca, e che all’apice della sua carriera ha tirato per la giacca un po’ tutta l’élite politica greca, probabilmente non andrà mai a processo.
Christoforakos fuggì dalla Grecia nel 2009 per rifugiarsi in Germania, e il sistema giudiziario tedesco ha rifiutato l’estradizione sostenendo che, considerato il periodo delle sue presunte attività, il caso era in prescrizione.
Le relazioni tra Atene e Berlino — già provate dalla crisi economica greca e dall’insistenza della Germania nell’applicare dolorose misure di austerità in cambio del salvataggio dell’indebitato paese ellenico — non sono certo state aiutate dal caso Siemens.
All’inizio di quest’anno, il combattivo parlamentare greco Zoe Constantopoulou ha detto che tutta la faccenda aveva il sapore del doppiopesismo da parte di Berlino.
Questo è un fatto di giustizia che dimostra il doppiopesismo che si usa in Germania“, ha detto in una recente intervista al giornale francese Liberation.
È noto che le aziende tedesche sono coinvolte in pratiche di corruzione in Grecia, e si tratta di casi che vengono investigati solo occasionalmente“, ha affermato il gruppo d’esperti tedesco Foreign Policy in una recente relazione.
Secondo Transparency International e il suo indice di corruzione percepita riferito al 2014, il settore pubblico greco sarebbe considerato tra i più corrotti dell’Unione Europea.
Nel 2011, all’apice della crisi economica greca, un’inchiesta parlamentare ha stimato in due miliardi di euro il costo dei contratti gonfiati per le casse pubbliche; costo che alla fine viene sostenuto dal contribuente.
Gli appalti per le armi sono un altro settore di lucro per le aziende tedesche, dato che la Grecia ha speso per anni la maggior quota di denaro, in proporzione e in confronto agli altri paesi europei, per la difesa — il 2,2 percento del PIL nel 2014 — come ha affermato Sahra Wangenknecht, deputato per il partito tedesco di sinistra Die Linke.
Le aziende tedesche hanno raccolto consistenti profitti grazie ai colossali acquisti di armi da parte della Grecia“, ha detto la Wangenknecht.
Per la casa automobilistica Daimler, la giustizia greca ha aperto un’indagine all’inizio dell’anno per tangenti sulla concessione di un appalto da 100 milioni di euro per veicoli militari.
Krauss Maffei Wegmann, produttore del carro armato tedesco Leopard, è stato anch’esso messo sotto indagine a Monaco.
Nel frattempo alla Rheinmetall, azienda appaltatrice per la difesa, una corte di giustizia di Brema (Germania) ha dato una multa da 37 milioni di euro per un caso di tangenti sulla vendita dei sistemi di difesa antiaerei per 150 milioni di euro.
Anche due ex dirigenti di Ferrostaal, fornitore di servizi industriali, sono stati condannati a Monaco per pagamenti sottobanco per aggiudicarsi un ordine di sottomarini dalla Grecia, e all’azienda è stata data una multa di 140 milioni di euro.
Ma gli osservatori notano che le multe inflitte nella maggior parte dei casi non si avvicinano nemmeno al valore dei contratti in questione, rendendole di fatto inutili come deterrente».

sabato 28 marzo 2015

COS'È DAVVERO LA CORRUZIONE? di Norberto Fragiacomo

[ 28 marzo ]

«Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia».

Dopo averne ascoltate tante, per giorni e giorni, anche il cuore più arido può farsi vincere dal desiderio (dal capriccio?) di narrare una storia.
Magari una favola nera, tutt’altro che a lieto fine: quella della corruzione in Italia. 

Capiamoci: il fenomeno esiste, è anzi diffusissimo e allarmante – ma il fatto che tutti ne parlino complica le cose, lo rende vago, indistinto, impalpabile. Manca una definizione che si imponga alla babele di voci dissonanti, non di rado prezzolate.

Quando frequentavo l’università, nel secolo scorso, per corruzione si intendeva un delitto —anzi, una coppia di delitti— contro la pubblica amministrazione: corruzione propria, se il patto delittuoso tra funzionario e privato aveva ad oggetto la violazione di un dovere d’ufficio, impropria se l’indebito compenso remunerava il compimento di atti dovuti (es. del dipendente che accetta del denaro per velocizzare una pratica).

Troppo semplice, ci fu confidato in seguito: la corruzione è ormai assurta a costume, a pratica dai contorni sfumati —è “fenomeno politico-amministrativo-sistemico”, scandì all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il Presidente della Corte dei conti Giampaolino. Potremmo descriverla come un’alterazione fraudolenta delle regole del gioco, un intralcio alla concorrenza che, per i tecnocrati della UE, rappresenta il primo comandamento, e anche l’ultimo.

Il legislatore della 190/2012, denominata per l’appunto “legge anticorruzione”, fece propria questa nozione allargata, atecnica, e si propose ambiziosamente di prevenirla, anziché limitarsi a reprimerla penalmente. Come? Moltiplicando responsabilità, adempimenti e carte. C’è un’Autorità nazionale, che adotta un piano (il PNA), recepito e “personalizzato” da ogni singola amministrazione del variegato universo pubblico, società incluse. I contenuti sono legislativamente delineati: quattro aree di massimo rischio (autorizzazioni e concessioni, procedure concorsuali, evidenza pubblica, concessione di sovvenzioni e pubblici denari a privati), valutazioni di impatto, misure standard da adottare e, se del caso, potenziare (come la famigerata rotazione del personale).

Si punta ad assicurare la piena (anzi: “totale”) accessibilità ai siti internet delle amministrazioni, ad escludere in radice la possibilità di conflitti di interesse (con il nuovo articolo 6-bis della 241, monco ma imperioso), ad inasprire i divieti in materia di incompatibilità, ad imporre ai lavoratori, a pena di licenziamento (per condotte gravi o reiterate), il rispetto di una pletora di minuziosissimi obblighi. Si prevede, in ogni singolo ente, la figura di un cerbero – il responsabile anticorruzione – che scriva, monitori, insegni e poi scriva ancora, ricevendo nei ritagli di tempo i rapporti dei suoi referenti d’area. Guai a chi sgarra: le sanzioni fioccano, si assommano, incutono terrore.

Attenzione! —ci ammonisce l’autorevole esperto da talk show— il responsabile farebbe bene ad affidare il patrimonio ad un blind trust, se qualcosa va storto c’è pericolo che resti in mutande! In verità, la legge ci parla di responsabilità diffusa, e di un controllore principe che rischia meno di altri (va esente da conseguenze se redige il piano e veglia sulla sua attuazione), ma cos’è mai la banalità di una norma al cospetto di un aziendalista onnisciente? E poi le disposizioni si rincorrono, mutano di giorno in giorno, appaiono spariscono e ricompaiono come se a dettarle fosse uno schizofrenico —o il puro caso.

Se andiamo poi a valutarne la deterrenza scopriamo, con un sospiro di sollievo, che i pubblici dipendenti si sono fatti restii ad accettare prosciutti e bottiglie di spumante sotto Natale, che i segretari comunali anticorruzione, prossimi ad estinguersi, sgobbano come mai prima; che qualche gola profonda (poche, lamentano: ci vorrebbero le taglie!) manda dettagliate relazioni sui comportamenti “sospetti” del vicino di scrivania.

Tutto bene allora? Purtroppo no, perché —prosciutti a parte— le ruberie non cessano, gli appalti sono più inquinati di un tempo e il protagonismo criminoso di politici e supermanager a chiamata non fa rimpiangere gli anni di Tangentopoli, ridotta oggi a serbatoio di soggetti per serie televisive.

Gli scandali dell’EXPO e del Mose si aggiungono alle denunce di Transparency International che —come già scritto in un’altra occasione— tanto trasparente non è, ma ci schiaffa dietro al Ghana nella classifica della corruzione “percepita” (da chi? dagli uomini d’affari e dagli esperti di economia, ovvio), e allora tocca correre ai ripari, inventandosi o riciclando norme e addossando ulteriori obblighi a chi sta in basso. La novità del giorno è che le norme anticorruzione saranno estese in toto —con atto amministrativo, parrebbe— alle società partecipate, con l’esclusione di quelle quotate in borsa e di quelle che emettono strumenti finanziari… ottimo, ma non era già previsto? Risulta di sì (in caso contrario, ci vorrebbe un ritocco legislativo), ma poco importa: l’effetto annuncio è assicurato, il Governo Renzi può bearsi del suo “fare” e promettere agli italiani che prima o dopo il DASPO salterà fuori, e saremo tutti virtuosi e contenti —incorrotti, come certe mummie.

E a chi prova a ribattere che, anche a tacer del fatto che l’aumento a dismisura di adempimenti formali “senza maggiori aggravi per le finanze pubbliche” intralcia l’azione amministrativa, la 190 è nata zoppa di suo, perché non sanziona i comportamenti dei politici e soprattutto perché appare pensata per combattere esclusivamente la corruzione “minima” (quella del salame all’impiegato, appunto), azzimati professoroni intimeranno virtuosamente il silenzio: siamo o non siamo un popolo di cialtroni, guastati nell’intimo dalla morale cattolica? 

Forse sì, lo riconosco… ma chi profitta maggiormente della situazione, il travet che s’inventa un secondo lavoro o il signore degli incarichi dinanzi al quale ogni porta si spalanca? Il concorsista sfigato che perde un lustro sui libri o il direttore generale che, di fronte a una platea di neoassunti a 1.300 euro al mese, sminuisce il suo stipendio da 220 mila annui sentenziando: “badate che io, a differenza vostra, sono un precario”? Chi si ficca in tasca un po’ di briciole o chi pretende per sé, il figlio e il nipote la garanzia di cariche e sinecure vita natural durante, considerando il proprio privilegio un diritto, e affievolendo il diritto del cittadino comune a impudente pretesa? Sul serio possiamo mettere sullo stesso piano il modello e i suoi imitatori in sedicesimo, fingendo che le colpe degli ultimi lavino quelle del primo?

Cos’è davvero la corruzione? 
Provo a rispondermi: è un ascensore irrimediabilmente fermo al piano terra, un cancello di cui il merito non fornisce la chiave; un premier laureato in legge che, secondo recente giurisprudenza, non è tenuto a conoscere il diritto e può distribuire prebende a piacimento; un legislatore che, in dispregio di ogni decenza, regala a se stesso l’impunità amministrativa; aggiungiamo pure un gran signore che, tra una comparsata tv e la successiva, pontifica con patriarcale spocchia su (presunte) corruttele concorsuali. Corruzione è proporre di donare un mese di vacanze scolastiche alle aziende, perché gli studenti si avvezzino alla schiavitù; corruzione è sostenere che “il figlio di un operaio non può mica avere le stesse opportunità del figlio di un professionista”, ci mancherebbe; corruzione è l’inclusione di pochissimi e l’esclusione dei molti, dileggiati e costretti a contendersi un osso rinsecchito.

Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia. Ce la presentano come incompatibile con la legalità, niente di più falso: anche la legge può essere corrotta, e purtroppo per noi lo è.

Batteranno magari la piccola corruzione con l’intimidazione e la minaccia; quella grande dormirà invece sonni tranquilli, perché chi dovrebbe debellarla è il primo a trarne profitto, non di rado con la benedizione del diritto (e di chi officia i suoi stanchi riti).

* Fonte: Bandiera Rossa in Movimento

giovedì 19 marzo 2015

LA CLOACA DELLE GRANDI OPERE di Coordinamento Umbro No E45 Autostrada

[ 19 marzo ]

Pubblichiamo il Comunicato stampa del portavoce del "Coordinamento Umbro - No E45 Autostrada", in seguito agli arresti dell'operazione "Sistema", che ha portato a 100 perquisizioni e 4 arresti fra i 51 indagati per corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti, ed altri reati.
«Segnaliamo che fra gli indagati figura anche l'umbro (di Gubbio) Rocco Girlanda, passato da Fi-Pdl al Ncd, sottosegretario alle Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Letta, nonchè segretario del CIPE, ovvero Comitato Interministeriale Programmazione Economica, ora consigliere del minsistro Maurizio Lupi.

Le perquisizioni si sono concentrate negli uffici della Struttura di missione presso ilministero delle Infrastrutture e Trasporti, della Rete ferroviaria italiana Spa, dell’Anas International Enterprises spa, delle Ferrovie del Sud-Est Srl, del Consorzio Autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre, dell’Autostrada regionale Cispadana Spa e dell’Autorità portuale Nord Sardegna.
Potete leggere qui l'Ordinanza applicativa delle misure cautelari.
 

«L'ennesima prova del malaffare che c’è sempre dietro le grandi opere, arriva ora con l’arresto per corruzione, induzione indebita, turbativa d'asta dell'ex super-dirigente del ministero dei Lavori pubblici Ercole Incalza, funzionario chiave per l'approvazione di tutte le grandi opere inserite nella Legge Obiettivo, compresa la nuova autostrada Orte-Mestre (rimessa in pista dal Governo Renzi grazie ad un articolo introdotto nelloSblocca Italia).E’ chiaro che anche quest’ultima è un'opera totalmente inutile e distruttiva, ma che potrebbe garantire una “torta” molto ghiotta per le cricche affaristiche che stanno dietro l’affare, almeno 10 miliardi di euro già in fase preliminare. 
Marcello Teti


In linea con quanto abbiamo sempre detto e denunciato, questo nuovo mostro che vorrebbe trasformare la E45 in una nuova autostrada, non serve, non assicurerà alcun sviluppo alla nostra regione, non ha alcuna utilità se non per i pochi che non vedono l’ora di metterci sopra le mani e arricchire le loro tasche a danno dell’ambiente e dei cittadini che dovranno pagare gli esosi pedaggi previsti.

Il governo della nostra regione deve rivedere le sue decisioni.

Non ci sono più alibi per nessuno».

Marcello Teti
Portavoce Coordinamento Umbro – No E45 Autostrada 


* Fonte: Marcia della Dignità

giovedì 12 febbraio 2015

I FURBETTI DEL QUARTIERINO RELOADED Piemme

[ 12 febbraio ]

"Terza Repubblica": il buongiorno si vede dal mattino...

Si rivela profetico l'articolo dell'altro ieri di Piemme: ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE. Il caso delle banche popolari.

Apprendiamo oggi che la Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) ha avviato un'inchiesta per «operazioni anomale da parte di investitori che sapevano il come e il quando della riforma del governo sulle banche popolari e hanno speculato sui titoli delle banche popolari, lucrando circa dieci milioni di euro».
Piemme segnalava che il fondo Algebris di proprietà dell'amico e consulente di Renzi Davide Serra era uno di quelli che aveva inopinatamente investito acquistando in anticipo azioni delle Banche popolari:
«C'è il più che fondato sospetto è che il Serra ed il Renzi abbiano agito in combutta, che anzi, il primo abbia suggerito al secondo la "riforma" delle popolari, e che il secondo abbia favorito il suo sodale e amico, informandolo in anticipo dell'imminente decisione governativa affinché facesse un mucchio di quattrini».
In parallelo un'altra notiziola.

BancaEtruria, che ha come vicepresidente il padre del ministro Maria Elena Boschi, è stata commissariata da Bankitalia a causa «gravi perdite del patrimonio».Il sospetto, anche in questo caso, è di illeciti molto gravi. 

Guarda caso l'istituto di credito aretino era finito nelle cronache nazionali nei giorni scorsi per gli "strani" movimenti di azioni a ridosso della riforma delle popolari varata dal governo. Vuoi vedere che anche in questo caso Renzi e la Boschi avevano avvisato in anticipo i loro amichetti della "riforma" delle Banche popolari per fargli fare un mucchio di soldi? Ma certo che è così, e ciò da un'idea della natura predatoria della cricca renziana.

Ci viene da ridere sentendo le invettive del Brunetta, che parla di uno scandalo come quello della Banca Romana (1892). Verrà fuori che anche il senatore Denis Verdini, braccio destro di Berlusconi nonché sodale di Renzi, è coinvolto in questa vicenda. Verdini che, ricordiamo, è stato rinviato a giudizio truffa ai danni dello Stato, per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino.

Ultima chicca.

Nella "Lista Falciani", quella dei conti occulti presso la filiale svizzera della HSBC, spunta fuori anche il nome di... Davide Serra. Proprio lui, sempre quello, il consigliere liberista di Matteo Renzi.

"Terza Repubblica": il buongiorno si vede dal mattino...

domenica 7 dicembre 2014

ROMA: DAL "SACCO" ALLE ELEZIONI

7 dicembre.

«A Proposito del "Sacco di Roma"

Nei giorni scorsi Roma ha “scoperto” l’esistenza della mafia tra le sue mura, a seguito della maxi operazione della magistratura che ha portato a 37 arresti e sequestri di beni per 200 milioni di euro. Una maxi operazione che ha messo in evidenza un vasto sistema corruttivo fondato sulle assegnazioni di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate con interessi, in particolare, anche nella gestione dei rifiuti, dei centri di accoglienza per gli stranieri e i campi Rom e nella manutenzione del verde pubblico.

Naturalmente, quest’ennesimo caso di corruzione ha prestato il fianco alla strumentalizzazione mediatica e dell’informazione contro i costi della politica, i partiti, il “partito della spesa pubblica”.

Il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro rifiuta questa lettura data dagli organi di informazione ritenendo, al contrario, che la sistematica corruzione (politica prima ancora che economica) dopo Tangentopoli, non sia altro che la conseguenza di un sistema politico ormai distorto dal bipolarismo liberista e della fine della forma partito verso veri e propri comitati d’affari.

Il coinvolgimento di tutto il ceto politico, dal Pd fino a Fratelli d’Italia (senza dimenticare vecchi arnesi dell’estrema destra italiana neofascista ed eversiva), in questa deriva affaristica dimostra come tale sistema sia completamente trasversale e agevolato dalla completa subalternità dello Stato ai grandi attori dei mercati finanziari, i quali mirano incessantemente a colpire l’interesse pubblico e collettivo in nome del proprio profitto.

Il Coordinamento della Sinistra contro l’euro chiede, dunque, l’immediato scioglimento del consiglio comunale di Roma, le dimissioni del sindaco Ignazio Marino e la convocazione di immediate elezioni. Solo in questo modo si potrà dare inizio a una vera “Liberazione Nazionale” dall’attuale ceto politico e, insieme, dal ruolo di subordinazione nei confronti del sistema eurista e della dittatura del mercato».

Roma 5 dicembre 2014


venerdì 5 dicembre 2014

8 TESI SULLA CORRUZIONE di Leonardo Mazzei

5 dicembre

TUTTI A CASA PRIMA POSSIBILE!

La maxi-inchiesta sulla cupola affaristica romana impone alcune riflessioni.

1. Un simbolo della politica oligarchica

C'è in primo luogo un errore da evitare: quello di considerare questa inchiesta come una delle tante. Non è così. Siccome la quantità modifica anche la qualità delle cose, è evidente come questa vicenda sia destinata a diventare uno dei simboli più rappresentativi di cosa sia diventata la politica in un paese come l'Italia. Si può anche discutere di quanto questa degenerazione sia figlia dell'impronta lasciata dal berlusconismo, ma sarebbe del tutto fuorviante limitarsi a ciò. 

C'è infatti una verità ben più profonda che va colta, ed essa consiste nel rapporto tra «politica» e «politici», questi ultimi intesi come «uomini delle istituzioni». Se la politica si fa sempre più oligarchica, e dunque a-democratica, è naturale che gli corrisponda un tipo di «politico» e di amministratore espresso direttamente dai vari gruppi di potere, dalle varie lobby in cui si struttura il blocco dominante.


2. Le differenze tra la corruzione della prima repubblica e quella attuale

Siamo ormai a ventidue anni da Tangentopoli, a ventuno dal referendum che portò alla cancellazione del sistema proporzionale, a venti dall'introduzione di quello maggioritario. A nessuno sfugge il nesso causale tra questi eventi. La corruzione di allora, o meglio la sua emersione pilotata, servì ad aprire la strada al lungo processo controriformatore che oggi Renzi si propone di portare a degna conclusione. Ma la corruzione della prima repubblica era diversa da quella attuale.

Ovviamente anche allora si registravano innumerevoli casi di corruzione individuale, ma il grosso del fenomeno si collocava nella cornice di un sistema imperniato sui partiti e sulle correnti interne ad essi. La tangente, al netto del lucro personale, anche all'epoca previsto, serviva spesso a finanziare partiti e correnti che avevano ancora un discreto radicamento sociale. Non che questo le rendesse eticamente accettabili, ma sta qui la differenza fondamentale con quanto avviene oggi. Se allora la tangente era (anche) uno strumento per finanziare il partito, oggi è quello che del tutto impropriamente viene ancora chiamato «partito» che serve ad ottenere la tangente.

3. La fine dei partiti e la selezione del personale politico

Il lungo processo che ha preso le mosse agli inizi degli anni '90 del secolo scorso ha portato alla fine dei partiti come luogo della partecipazione alla politica. Un luogo dove, naturalmente con mille difetti, si selezionava la classe politica. Non che allora i gruppi di potere, in alcuni casi di natura sostanzialmente mafiosa, non contassero. Contavano eccome, ma erano una parte del tutto, non il tutto come nella politica senza (veri) partiti di oggi. Per capire che i partiti intesi nel senso tradizionale non esistono più, basta pensare a quanto affermato dal segretario del Pd. Davanti ai dati del tracollo verticale degli iscritti, Renzi ha detto che queste sono cose del passato, che oggi l'importante è guardare ai voti. Ed a questi ultimi, come ha twittato sfacciatamente dopo le regionali emiliane, non in termini assoluti ma percentuali, perché l'unica cosa che conta è vincere.

Un'idea della democrazia alla «Ruota della fortuna», il quiz televisivo di Mike Bongiorno che portò per la prima volta l'attuale premier in tv. Ma un'idea tipicamente americana ed oligarchica il cui succo è che la politica è una cosa per specialisti, tutti comunque chiamati a perseguire gli stessi obiettivi, tutti rispondenti agli stessi interessi, in cui i cittadini possono mettere becco - se proprio lo vogliono, ma se non lo fanno è pure meglio - solo ed esclusivamente in occasione delle elezioni. E' chiaro che in un sistema del genere i partiti sono solo macchine elettorali, peraltro strettamente controllate da gruppi di potere assolutamente inattaccabili. Ed è proprio in questa direzione, quella della sua americanizzazione, che il sistema politico italiano si sta dirigendo da oltre vent'anni.

4. Lobbisti delle multinazionali e delinquenza alla romana

Giunti a questo punto del ragionamento, mi aspetto l'obiezione: se negli Usa comandano i lobbisti, qui siamo al dominio della delinquenza allo stato puro. Obiezione non accolta. E' vero, se nel Campidoglio di Washington (sede del parlamento americano) si muovono solo farabutti in giacca e cravatta, in quello romano nuotano come pesci nell'acqua affaristi di bassa lega e delinquenti di lungo corso, a volte vestiti male ed in almeno un caso pure senza un occhio.

Capisco che la differenza estetica possa avere la sua importanza, specie per chi ama le apparenze e non vuole andare al succo del problema. In realtà i lobbisti ben vestiti all'americana pullulano nei palazzi romani, per non parlare di quelli europei, ma poi esistono i livelli più bassi (ma non necessariamente meno lucrosi) di un malaffare che è comunque funzionale al sistema.

5. La politica (e la democrazia) nel tempo della globalizzazione capitalistica

Il fatto è che nel tempo della globalizzazione capitalistica, nel regno del capitalismo assoluto, ogni forma di democrazia deve essere in qualche modo sterilizzata. Da qui i sistemi elettorali ed istituzionali che tendono a cancellare il principio della rappresentanza per assolutizzare quello della governabilità, mentre agli amministratori locali si chiede solo l'esercizio della cosiddetta governance, cioè della mera amministrazione di politiche sempre uguali a se stesse. Tutto quanto dovesse andar oltre a questo compito verrebbe visto come pericoloso e disdicevole.

C'è da stupirsi se da una politica finita su questo binario morto, dominata dall'economia e, peggio, dalle oligarchie che la governano, vengono fuori i Carminati, i Buzzi od i Di Stefano (leggi QUI)? I politici del tipo di quelli coinvolti nell'inchiesta romana hanno parecchi vizi, ma un paio di virtù fondamentali: non disturbano il manovratore e sono sempre ricattabili. Loro chiedono solo di far cassa. Che poi, facendola grazie all'ormai famoso «mondo di mezzo» - quello dove potere politico, imprenditoria e delinquenza allo stato puro si incontrano - una parte ritorna anche a chi sta più in alto. Il che non guasta.

6. La politica (e la democrazia) in uno Stato senza sovranità

Ma non c'è solo il generale processo di globalizzazione capitalistica. Al suo interno, nel caso specifico dell'Italia, c'è anche il peso della progressiva perdita di sovranità. Ora qualcuno storcerà il naso pensando che siamo un po' fissati. Ma è così? Penso proprio di no.

Una politica che delega le scelte fondamentali ai centri del potere europeo, che mette nei posti decisivi i tecnocrati della peggior specie, che vincola in maniera rigida anche le scelte degli enti locali, non è forse destinata a veder prevalere i lestofanti della peggior specie? Può sembrare una semplificazione, ma è un fatto che i due processi - di perdita della sovranità e di progressivo degrado del ceto politico - sono andati avanti di pari passo.

7. Né moralismo né indifferenza: analisi concreta dei palazzi della politica

L'enorme questione della corruzione non può essere affrontata con il moralismo, ma neppure può essere sottovalutata, considerandola un mero fenomeno fisiologico. Trattandosi invece, in buona parte, di un sottoprodotto dell'attuale strutturazione a-democratica del capitalismo iper-finanziarizzato, altrimenti detto capitalismo-casinò, è da lì che si deve partire. Il modo corretto di affrontare questo tema è dunque quello dell'analisi concreta delle odierne modalità di funzionamento della politica e dei suoi palazzi.

L'approccio moralista, quello che fu dominante ai tempi di Tangentopoli, conduce (almeno in teoria) alla condanna dei singoli, ma sempre con la volontà di preservare il sistema. Per costoro, anzi, alcune condanne sono indispensabili proprio per salvare il sistema. Il tentativo è quello di separare le cosiddette «mele marce» da un sistema che ci si ostina a voler giudicare sano. Quanta buona fede vi sia in questo atteggiamento lo giudichino i lettori.

Altrettanto sbagliato, e da respingere, è un atteggiamento assai simile all'indifferenza, che da un lato viene motivato con la presunta «inevitabilità» della corruzione, dall'altro con la sua scarsa incidenza economica. Ora, a parte il fatto che in molti casi, come quello romano, tanto scarsa questa incidenza non è, su questo punto non si può davvero scadere nell'economicismo di bassa lega. Certo, a chi vorrebbe far credere che il debito pubblico sia principalmente figlio della corruzione, occorre dire che così non è, che ben altri sono stati i guasti provocati dai santerelli che decisero di darlo in pasto alla speculazione, affidandolo di fatto ai notoriamente purissimi mercati finanziari. Ma detto questo, come non vedere nella crescente corruzione un mezzo per sottomettere la politica a quegli stessi potentati economici?

8. Che fare allora?

Per chi vuole opporsi allo stato di cose presente ci sono da fare soltanto due cose. La prima consiste nel lavoro di analisi, nella denuncia continua di quanto il malaffare sia sistemico. Non una deviazione dei singoli, ma un aspetto non secondario dell'insieme che ci opprime.

La seconda cosa da fare si chiama politica, ed essa impone intanto un chiaro obiettivo: lo scioglimento immediato del consiglio comunale di Roma. Per molto meno si sono rapidamente sciolti consigli comunali del sud del Paese. Sarebbe intollerabile se qualcuno - dal sindaco Marino in giù - resistesse a questa esigenza minimale di pulizia.



Certo, tra i sindaci che si sono succeduti le responsabilità maggiori vanno sicuramente ad Alemanno, colui che ha messo tante leve del potere in mano agli amici della cupola nera di Carminati e soci. Ma le cronache, e le stesse carte dell'inchiesta, parlano di un meccanismo perfettamente bipartisan. Si dice che Marino fosse all'oscuro di tutto. Ma se così fosse meglio per lui cambiare rapidamente mestiere. In ogni caso non pare proprio che i traffici della cupola nera abbiano trovato qualche intralcio nel consiglio comunale eletto nel 2013, come vorrebbe invece sostenere il patetico «commissario» Pd, Orfini.

Dunque, tutti a casa ed il prima possibile. Un atto certo non sufficiente ad estirpare la corruzione, ma di sicuro un passaggio assolutamente necessario.

giovedì 4 dicembre 2014

PSEUDO-PATRIOTI, LADRI E MEZZE TACCHE

4 dicembre

Nella foto accanto i tre leader delle destre no-euro. Tre paraculi. Dopo avere assunto responsabilità di prima grandezza per aver portato allo sfascio il Paese, dopo aver accettato ogni sorta di porcate in nome dell'Europa, dopo aver fatto parte per vent'anni della corte dei miracoli di Silvio Berlusconi; hanno pensato bene, sentita l'aria, di sventolare la bandiera della sovranità monetaria.
Meglio tardi che mai, ci si dirà. E' un fatto certamente positivo che il fianco destro del fronte eurista si sia diviso. Meglio che il nemico sia diviso piuttosto che compatto, che si siano aperte in quella zona delle crepe.

Simili risposizionamenti, del resto, sono in atto anche sul fianco sinistra del fronte eurista. 

Non mettiamo in discussione che questi ripensamenti abbiano effetti salutari. E nemmeno la sincerità di questi ripensamenti. Quel che mettiamo in discussione è la credibilità di certi personaggi, la loro affidabilità politica.

I lettori converranno che non si giudica mai un esponente politico da quel che dice di se stesso. da che si giudica allora? Se il passato ha la sua importanza, ce l'ha non di meno la visione del mondo di questo o quel leader. Poi è decisivo vedere, accanto al No all'euro, quale sia la politica economica che propone. Infine, come si suol dire: "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". 

Sia la Lega Nord che Fratelli d'Italia, come si è visto nelle recenti elezioni in Emilia-Romagna, hanno ribadito il loro patto indecente con Silvio Berlusconi e Forza Italia. La qual cosa ci dice che Salvini, Alemanno e Meloni sono solo dei furbastri, che cavalcano opportunisticamente il crescente disamore degli italiani per la moneta unica e l'Unione europea, con lo scopo primario di restare a galla e di preservare... le loro ditte.

Già questa loro scelta di campo con il milionario puttaniere di Arcore spiega perché sarebbe folle affidare il destino del Paese, tanto più nel caso del terremoto economico e geopolitico conseguente alla rottura dell'eurozona, a codesti paraculi e mezze tacche.

Di che pasta siano fatti questi signori lo confermano le ultime vicende.

Il Matteo Salvini che si fa immortalare "desnudo" dal settimanale di gossip OGGI. Un'autentica e colossale buffonata. Una mossa da vero statista, un gesto che la dice lunga sul personaggio. Ve la immaginate la Le Pen che fa una simile puttanata?

Quel che è capitato a Gianni Alemanno è invece su un altro piano. Indagato per "associazione mafiosa" nel contesto di un'inchiesta che fa raccaponare la pelle e che mostra quanto putrido sia il sistema politico e marci i suoi partiti (Pd e del Pdl anzitutto).

E che certi anti-euro che alle recenti elezioni europee hanno votato per la Lega e Fratelli d'Italia non ci vengano a dire che..."corruzione e casta non sono un problema".

Lo sono e come! 

Qui non è solo questione che dall'euro si può uscire con politiche di destra o politiche di sinistra.

Coloro che ci dicono che "l'importante è uscire punto e basta", e che in nome di questo mantra hanno sostenuto e han detto che sosterranno partiti guidati da simili leader, ci devono spiegare se la pensano ancora alla stessa maniera, se cioè pensano che dobbiamo mettere il futuro del Paese nelle mani di pseudo-patrioti, che si sono mostrati anche cialtroni, mezze tacche e ladri.



giovedì 23 ottobre 2014

IN UMBRIA NE SUCCEDONO DI TUTTI I COLORI di Marcia della Dignità

23 ottobre.
[Nella foto la "Zarina" Maria Rita Lorenzetti]

Da ieri pomeriggio le maestranze della acciaierie Ast sono di nuovo in sciopero ad oltranza dopo che la direzione ha comunicato il taglio dei turni e della produzione. 
Ieri due cortei operai hanno occupato Consiglio comunale e Prefettura. Sempre ieri, nel cuore della notte la strega Morselli, che rifiuta di incontrare la RSU ha avuto la faccia tosta di scendere in strada a "dialogare" con il presidio operaio.


Ricorderete la vicenda scandalosa dell'arresto (febbraio 2012) di Orfeo Goracci, ex-
Orfeo Goracci
sindaco comunista di Gubbio e attuale consigliere regionale. Noi prendemmo subito le sue difese, mentre lo stesso Partito della Rifondazione Comunista lo lasciò solo. Assieme ad Orfeo venne arrestata anche Antonella Stocchi, infermiera e già Presidente del Consiglio comunale. Antonella, per l'accusa era il braccio destro di Orfeo e membro della "cupola", ovvero della "associazione per delinquere". Ebbene, è notizia di oggi che Antonella è stata addirittura assolta con formula piena. 
Salta dunque un altro pezzo dell'impianto accusatorio di un'inchiesta che fece tanto scalpore.
Antonella Stocchi

Per la "zarina" Maria Rita Lorenzetti invece, si mette molto male

di Marcia della Dignità

«Certo, vale la presunzione d'innocenza, fino a sentenza di condanna che sia passata in giudicato; ma ieri, la chiusura dell’inchiesta fiorentina TAV, iniziata nel 2013 e che aveva già portato agli arresti domiciliari la ex governatrice della regione Umbria, ha confermato tutti i capi di imputazione per i 31 indagati nelle indagini sul sotto-attraversamento fiorentino della TAV, tra cui spicca per importanza proprio la “Zarina” di Foligno.

Pesanti i capi di imputazione che sono reiterati anche nella chiusura dell’indagine: associazione a delinquere, truffa, corruzione, abuso d’ufficio, traffico illecito di rifiuti.

In particolare alla Lorenzetti viene reiterata dai pm fiorentini l’accusa di aver favorito, in qualità di Presidente dell’Italferr (società partecipata incaricata della supervisione, coordinamento e realizzazione delle linee italiane dell’alta velocità) le impreseNodavia e Coopsette mettendo a disposizione i propri contatti politici, ottenendo in cambio incarichi per il marito nella ricostruzione post sisma in Emilia.
I capi d’accusa sono rimasti praticamente invariati rispetto all’ordinanza cautelare di un anno fa.
Il “castello di carte” delle imputazioni, come ebbe a dire allora la Lorenzetti, non è caduto anzi ha retto al vaglio di un anno di indagini e il rischio di un processo per l’ex governatrice si presenta più solido e minaccioso che mai. 

Se il quadro dell’inchiesta fosse confermato si tratterebbe infatti di un dei più grandi intrecci politico-affaristico-mafioso emersi negli ultimi tempi in Italia.

Gli elementi ci sono tutti: i legami con la camorra, in particolare con il clan dei Casalesi attraverso la ditta casertana incaricata dello smaltimento dei rifiuti speciali e che invece hanno trovato collocazione in alcune zone agricole e contribuito ad inquinare il suolo e le falde acquifere, il materiale ignifugo scadente utilizzato per la costruzione delle gallerie che un domani potrebbero così diventare terrificanti budelli di fuoco e di fiamme come è già accaduto in Italia in passato, guarnizioni non idonee a sostenere la pressione dello scavo della maxi-trivella con conseguenti bassissimi livelli di sicurezza per le maestranze.
Tutto ciò, che è veramente ripugnante, è stato confermato. 

Così come è confermato che Maria Rita Lorenzetti è, se non il personaggio chiave, dell’intera vicenda, l’architrave del potere politico-mafioso della cosiddetta regione “rossa” che oltre a questo vanta scandali a iosa negli anni di potere della “Zarina”.


I cittadini umbri debbono meditare bene su questi fatti e trarne le dovute conseguenze.
Debbono cioè avere chiaro come questi politicanti di mestiere hanno ridotto la politica in Umbria, come ne hanno fatto una disgustosa materia di scambio con affaristi senza scrupoli e per il loro tornaconto personale.
Né si debbono illudere che le cose siano cambiate solo perché personaggi come laLorenzetti non sono più ai vertici della regione. 

In realtà il sistema affaristico-istituzionale è ancora in piedi e continua ad operare indisturbato e pronto a procurarsi nuovi affari e nuove prebende, forse con meno avidità dimostrata dalla “Zarina”, ma pur sempre con la disponibilità a favorire tutte quelle lobby di malaffare che gli garantiscono potere e soldi.


L’affare della costruzione della autostrada Orte-Mestre ne è l’esempio più eclatante.
Anche in questo caso il potere politico locale sta facendo a gara con il governo Renzi ad inneggiare a questa “grandiosa” opera che i politicanti locali ritengono anzi indispensabile per lo sviluppo della nostra regione.
In realtà, la trasformazione dell’attuale E45 in autostrada a pedaggio è inutile e dannosa per l’ambiente e anche per l’economia della nostra regione.
Essa è solo una colossale speculazione messa in moto da autentici pescecani dell’alta finanza e dei loro affiliati (cementieri, costruttori, cavisti) che intendono mettere le mani su un gigantesco affare di oltre 10 miliardi di euro.



Ciò (grazie anche alla controinformazione di tanti cittadini riuniti nel Coordinamento Umbro - No E45 Autostrada) sta diventando sempre più chiaro agli occhi della maggioranza degli umbri, nonostante le menzogne e gli inganni dei politicanti locali che non vedono l’ora di mettere le mani su una parte della immensa torta.
Siamo certi che anche in questo caso, al pari della TAV della Lorenzetti, una fetta è destinata alle tasche di questi spregevoli arrivisti della politica che in cambio assicurano il necessario beneplacito politico-istituzionale senza il quale (il recente scandalo del MOSE docet) non sarebbe possibile mettere in piedi operazioni del genere.
Ritenere quindi che, finito il ciclo della “Zarina” sia finito anche il sistema di potere affaristico-clientelare-mafioso che lei ha indubbiamente contribuito a creare e a perfezionare oltremodo, sarebbe una pia illusione e anche un tragico sbaglio.
Tutto questo avrà fine solo quando i cittadini umbri prenderanno compiutamente coscienza della necessità di farla finita con una intera classe politica sia di sinistra che di destra e manderà a casa definitivamente tutto questo ciarpame politico che per anni, troppi, ha ammorbato l’aria e il suolo della nostra bella Umbria».

martedì 2 ottobre 2012

Er Batman ha rubato un milione e mezzo

Monti mille volte tanto

le pecore ladre e i lestofanti al governo

di Leonardo Mazzei

Ecco un tema scabroso, al quale i più si sottraggono. Eppure è proprio lì che ci vogliono inchiodare. Secondo la vulgata, questa sì populistica, la situazione sarebbe

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