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mercoledì 1 gennaio 2020

RIDATECI NICOLETTA DOSIO! video di Leonardo Sinigaglia

Nicoletta Dosio
Nicoletta Dosio, storica militante No Tav, è stata arresta il 30 dicembre sera, rea di aver partecipato, nel marzo 2012, con centinaia di attivisti, militanti No Tav e cittadini, ad una manifestazione durante la quale i manifestanti aprirono un varco al casello di Avigliana sull’autostrada Torino-Bardonecchia per far passare le auto senza pagare. Per questo motivo lo scorso novembre, Nicoletta è stata condannata a

domenica 28 luglio 2019

NO TAV SOLIDARIETÀ

[ domenica 28 luglio 2019 ]

Contro la decisione del governo di portare avanti il TAV Torino-Lione, resa possibile dal vergognoso voltafaccia del M5S, ieri migliaia di persone hanno manifestato in modo combattivo in Val Susa.
Qui sotto il bilancio della giornata di mobilitazione.





LA VAL SUSA PAURA NON NE HA


Avevamo detto che avremmo portato più gente possibile al cantiere, per far vedere a tutti da vicino contro cosa lottiamo e lo abbiamo fatto, con grande impegno.

A differenza di tanti, il movimento No Tav mantiene sempre le sue promesse.

Sappiamo che tutta l’informazione si sta concentrando su “come” abbiamo raggiunto il cantiere ma il “come” che tanto fa notizia, è esattamente lo stesso modo in cui lo abbiamo fatto molte altre volte.

A noi interessa valorizzare quanti giovani e meno giovani sono partiti dal Festival per raggiungere la Val Clarea, con un tempo a dir poco incerto, e ci hanno spinto ad andare fino in fondo, sorpassando zone rosse e cancelli in metallo.

Un pacifico fiume in piena fatto di migliaia di volti di ogni età è partito da Venaus per arrivare a Giaglione e trasformarsi in un torrente in piena che si è diviso in mille rivoli tentando raggiungere il cantiere della vergogna. Il dispositivo di sicurezza tanto decantato dal ministro Salvini, con i suoi 500 agenti, faceva… acqua da tutte le parti! I jersey sono venuti giù e una marea di bandiere crociate ha violato la zona rossa.

Eravamo veramente tanti, sorridenti e determinati a ribadire che nonostante le parole di Conte e il voltafaccia delle stelle al governo, non ci saremmo fermati neanche un attimo, come avviene da tutti questi anni.

Tanti pensavano di poter chiudere il capitolo della lotta No Tav con un sospiro di sollievo, come se si trattasse di chiudere una parantesi nella storia del nostro paese. Hanno fatto male i loro conti. Qui c’è un libro appena aperto fatto di resistenza e determinazione, con tante pagine ancora da scrivere. Sono 20 anni che politici e giornali provano a scrivere patetici coccodrilli, recitando un de profundis della lotta No Tav pregando che si possa finalmente mettere la parola fine all’esercizio di coerenza e determinazione che ha preso corpo in questa valle. Tra lo stupore generale nei giorni scorsi, abbiamo reagito all’infame decisione del governo dicendo che per noi “Non è cambiato niente”. La giornata di oggi ne è la prova. 

Siamo dalla parte giusta della storia.

Avanti Notav!

venerdì 17 maggio 2019

ELEZIONI IN PIEMONTE: SAPEVATELO di Leonardo Mazzei

[ 17 maggio 2019 ]


Alcune significative indicazioni dalle presenze, dalle assenze e dagli schieramenti in campo alle elezioni regionali del Piemonte
Come noto, il 26 maggio non si voterà solo per il parlamento europeo. Mentre oltre 16 milioni di cittadini voteranno per il rinnovo dei consigli di oltre 3.800 comuni, un test decisamente politico sarà rappresentato pure dalle elezioni regionali in Piemonte. 

Al momento i sondaggi danno in testa il candidato della destra, Alberto Cirio. Ma il suo vantaggio sull'uscente Sergio Chiamparino (Pd + cespugli vari) appare davvero risicato. Più staccato, come sempre nelle regionali, il candidato di M5s Giorgio Bertola, il quale corre anche qui senza alleanza alcuna. Tra i voti di lista è prevista ovviamente l'avanzata della Lega, che sembrerebbe però al di sotto del 30%. Se verrà confermato nelle urne, un risultato non troppo buono in una regione del Nord.

Dati significativi dunque, ma che andranno verificati il 26 maggio. Già adesso è invece possibile dire qualcosa di certo sulle indicazioni che ci vengono dal quadro delle liste presenti (e da quelle assenti) in questa competizione. 

Mentre a destra la figuretta di CasaPound è stata comica assai — prima il roboante annuncio che le firme erano ormai raccolte, poi il tentativo di presentarsi grazie ad un cavillo (ma senza firme), infine la bocciatura della lista da parte della Corte d'Appello, confermata poi sia dal Tar che dal Consiglio di Stato — a sinistra le cose sono andate anche peggio. Una vera cartina al tornasole dello stato penoso dell'intera sinistra sinistrata.

Un primo clamoroso dato è che in Piemonte non vi sarà nessuna lista a sinistra della coalizione che sostiene Chiamparino. Un secondo dato è che l'unica lista No-Tav (nella regione della grande  opposizione al Tav) sarà quella dei Cinque Stelle. Un terzo dato, ma questo è tutto fuorché sorprendente, è che la sola lista della sinistra sinistrata presente correrà nello stesso schieramento del Pd. 

Partiamo da quest'ultimo fatterello. Il nome della lista è geniale, una roba da marketing dei deficienti: Liberi Uguali Verdi. Lo so, ogni persona normale stenterà a crederci, ma il nome è proprio quello. L'acronimo è LUV, un pezzo di un certo interesse per i collezionisti delle continue boiate di questa "sinistra". Dentro questa accozzaglia ci sono ovviamente gli eredi di Vendola, rappresentati da quella Sinistra Italiana che alle europee ha fatto invece blocco con Rifondazione Comunista. Al di là del significato più generale — chi scrive non ha dubbio alcuno sul fatto che costoro finiranno di nuovo in coalizione col Pd se vi saranno elezioni politiche anticipate — il bello è che Sinistra Italiana si professa No-Tav, ma sta in coalizione non solo con il filo-Tav Pd, ma pure con una lista che già nel nome gli obbrobri ha deciso di unirli tutti: +Europa Sì Tav. Insomma, viva la coerenza! 

Detto dei presenti, diamo ora uno sguardo agli assenti. Rifondazione Comunista, Potere al popolo, Pc di Rizzo: nessuna di queste forze sarà sulla scheda piemontese. Certo, le firme da raccogliere (circa 10mila) non erano poche, e questo ha messo subito fuori combattimento Rizzo. Ma le altre due realtà (Prc e Pap) con quale credibilità pensano ancora di potersi presentare come forze nazionali se, dopo aver "bucato" la presenza in quasi tutte le elezioni regionali dell'ultimo anno, saranno assenti pure nel ben più importante Piemonte? 

Diecimila firme sono tante, ma per raccoglierle c'erano comunque 6 mesi, dunque ne sarebbero bastate 1.700 al mese, non proprio un'impresa titanica. Il fatto è che in questi sei mesi sia Prc che Pap erano in tutt'altre faccende affaccendati. Presi prima dalle loro fratture, poi dal fallimento del caravanserraglio che doveva essere guidato da Giggino, Prc e Pap hanno mancato in pieno l'occasione piemontese.

Di tutto ciò si lamenta Sinistra Anticapitalista
«Abbiamo dovuto constatare che non è stato possibile andare avanti in maniera determinata anche perché gli interlocutori incontrati avevano interessi tattici diversi, condizionati da equilibri sia locali che nazionali. Ha pesato anche l’orientamento del PRC di legare il percorso piemontese a quello della costruzione della lista per le elezioni europee, volendo mutuare in Piemonte il simbolo che si sarebbe scelto nazionalmente». 
Insomma, le solite cose della sinistra sinistrata, un campo del quale peraltro anche Sinistra Anticapitalista fa parte a pieno titolo.

Se Pap tace, ed il suo sito piemontese è semplicemente muto sul tema, segno anche di una notevole debolezza in quella regione, che si dice su questa débâcle dalle parti di Rifondazione? L'annuncio della disfatta è in questo dimesso comunicato del comitato regionale del Prc, il cui senso è così riassumibile: non ce l'abbiamo fatta perché non ce l'abbiamo fatta. In realtà, in Piemonte, il Prc ha un duplice problema, visto che alla sua assenza si contrappone invece la presenza a fianco del Pd della lista che include anche Sinistra Italiana, cioè l'alleato con il quale si vanno a chiedere voti "per cambiare l'Europa".

Ma non preoccupiamoci: quella lista per le europee — "la Sinistra" — non ha lo scopo di contrastare il Pd, bensì proprio quello di lavorare alle nuove future alleanze con il partito di Zingaretti. Dunque, alla fine, tutto torna. Ed il caso piemontese è proprio la giusta cartina al tornasole dello stato di comatosa subalternità dell'intera sinistra sinistrata.


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sabato 23 marzo 2019

È DIVENTATA UN'ALTRA COSA di Piemme

[ 23 marzo 2019 ]

Oggi si svolgerà a Roma la MARCIA PER IL CLIMA, CONTRO LE GRANDI OPERE INUTILI.

Doveva essere una grande manifestazione nazionale contro la TAV, a sostegno della resistenza dei cittadini della Val Susa.

E’ diventata purtroppo un’altra cosa.

Ce lo dice l’appello che promuove la manifestazione, approvato dall’assemblea svoltasi a Roma il 26 gennaio all’Università La Sapienza.

Doveva essere un appuntamento unitario e inclusivo, per portare in piazza le tante voci che in questi anni hanno detto no alla TAV ed al modello sociale globalista, fondato sulla centralità assoluta del capitale e del mercato sregolato e selvaggio, di qui le grandi reti di trasporto funzionali al disegno di rafforzare l’Unione europea, sul cui altare gli stati

nazionali vengono trasformati in zone amministrative prive di sovranità politica.


Dietro alla Tav


Nell’appello si rifiutano le grandi opere, ma non si nomina mai l’Unione europea ed il suo mercato unico. Si nomina il peccato, nessuna messa in stato d’accusa del peccatore. Si invoca la sovranità delle piccole comunità locali ma si respinge la sovranità degli stati nazionali. Col che, sia detto per inciso, si resta dentro alla visione globalista. Un globalismo dal basso (il famigerato glocal), ma pur sempre globalismo.


No border



Così nell’appello si tira in ballo la questione dell’immigrazione (non quella dell’emigrazione, si badi) per ribadire l’errato concetto che l’emigrazione sarebbe un “diritto” e non invece una condanna a spostarsi per andare incontro all’esigenza del capitale di disporre di forza lavoro a basso costo; quindi il principio non border per cui s’invoca come magnifica la violazione delle frontiere statuali. Anche qui, sotto le mentite spoglie dell’internazionalismo, trasuda il principale concetto dell’élite globalista, quello per cui Stato e Nazione sono organismi da abbattere.



Il clima



Lo stato di servitù ideologica rispetto all’élite globalista è confermato dallo scopo stesso della manifestazione, fatta diventare anzitutto, in sintonia con il Friday for Future, una marcia per il clima. Il come minimo controverso cambiamento climatico è infatti il protagonista assoluto dell’Appello della manifestazione.



Il governo giallo-verde

Così si spiega l’aperto carattere antigovernativo che i promotori hanno voluto dare alla marcia di oggi:
«Il cosiddetto “governo del cambiamento“ si è rivelato essere in continuità con tutti i precedenti, non volendo cambiare ciò che c’è di più urgente: un modello economico predatorio, fatto per riempire le tasche di pochi e condannare il resto del mondo a una fine certa. Le decisioni degli ultimi mesi parlano chiaro».
Di critiche al governo giallo-verde se ne possono fare molto, ma disconoscere che esso, malgrado l’opposizione dell’Unione europea e dei suoi vessilliferi italiani, ha, pur parzialmente, invertito le pluridecennali politiche austeritarie, è sintomo di demagogia per di più impolitica.


Minoranze sessuali



Per finire in bellezza l’appello butta dentro, per altro in modo banale e fraudolento, la questione delle minoranze sessuali:

«Il sistema delle grandi opere inutili e il capitalismo estrattivo sono altrettante espressioni del dominio patriarcale che sollecita in maniera sempre più urgente la necessità di riflessione sul legame tra donne, soggettività LGBTQIP*A, corpi e territori e sarà uno dei temi portato nelle piazze dello sciopero transfemminista globale dell’8 marzo».

Due cose in una


La manifestazione di oggi è dunque due cose in una, mentre convoglia la giusta lotta di centinaia di comitati che si battono in difesa dell’ambiente contro le grandi opere, il
dissesto idrogeologico del Paese ed un sistema economico distruttivo della natura; essa, al contempo, è una nuova puntata della saga con cui la sinistra ex-radicale, oramai diventata un’appendice dell’élite globalista, prova e tenersi a galla dimostrando di sopravvivere. 




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domenica 10 marzo 2019

CAMBIARE AGENDA (basta TAV) di Emmezeta

[ 10 marzo 2019 ]
Non se ne può più. La recessione è ormai una certezza, i dati sui costi dell'euro sono spaventosi, quelli sull'andamento dei salari pure (e la Cgil se ne è accorta solo ora...), ma in Italia si discute del Tav. 
Dall'Europa arrivano minacce a raffica, il Paese rischia di essere costretto a nuove torture austeritarie, ma governo ed opposizione discutono del Tav, quasi fosse questo lo snodo decisivo per le future sorti.
Ma vi pare normale? Vi pare normale che un progetto che è lì da trent'anni perché non ha mai corrisposto ad un'esigenza vera, diventi all'improvviso il toccasana di cui c'è bisogno? La verità è che, lo si faccia oppure no, nulla di sostanziale davvero cambierà.

La verità è che sono le èlite euriste a scegliere l'agenda del dibattito pubblico. In questo senso [momentaneamente derubricata l'immigrazione, Ndr] il Tav è un'arma di distrazione di massa, un modo per far implodere il governo, un trucco per occultare i veri problemi.

In realtà il governo non cadrà su questo. Il carteggio che potete leggere qui, tra il governo italiano e la Telt (società incaricata di gestire la realizzazione della Lione-Torino) ci dice quale sia il nuovo compromesso. Domani la Telt emetterà i cosiddetti bandi, in realtà semplici "avis dé marchés" (cioè inviti a presentare candidature) come sottolinea in francese la società dalla sua sede parigina. Ma il governo, attraverso una lettera di Conte, ha fissato sulla carta alcuni paletti, riservandosi (senza oneri e senza accettare alcun vincolo giuridico) la decisione di ultima istanza. Paletti che la Telt ha esplicitamente accettato.

Non addentriamoci ora sui particolari di questo compromesso. Di certo i Cinque Stelle diranno di aver vinto e la Lega pure, mentre i giornaloni ci spiegheranno un'altra volta che si tratta di una vittoria di Salvini. A noi non pare che sia esattamente così. Il problema è che in parlamento i Cinque Stelle sono i soli contro il Tav.
Al momento possono solo frenare il progetto, non cancellarlo.
Questi sono i rapporti di forza reali, è così difficile capirlo?
Ma lasciamo perdere.

Quel che qui ci interessa è ben altro. Basta con il Tav!
Basta col farsi imporre l'agenda dall'avversario. 

Sia Salvini che Di Maio devono stare attenti. Il primo è certamente sotto la pressione dei capibastoni del nord, del tutto interni all'elitario "Partito del Pil", il cui scopo fondamentale è quello di riportare nelle stanze del governo gli uomini di sempre.
Il secondo fa bene a difendere le posizioni di M5S, ma sbaglierebbe ad aprire la crisi sul Tav. Altri sono i punti su cui arrivare eventualmente al redde rationem con la Lega, primo tra tutti il "regionalismo differenziato".

Bene o male, ma certamente assai meglio di quanto auspicavano i detrattori di ogni risma,  Quota 100 e Reddito di cittadinanza sono partiti. Non è poco, dato che si tratta dei due provvedimenti simbolo del cambiamento promesso. Misure insufficienti certo, ma misure importanti che vanno comunque nella giusta direzione. E' anche per occultare questi successi che le èlite hanno deciso che bisognava parlare del Tav.

Adesso però lo sguardo va rivolto più a nord, al prossimo scontro con l'oligarchia eurista. Lo scorso anno un compromesso è stato raggiunto, quest'anno scordiamocelo. E soprattutto togliamo di mezzo ogni illusione sui cambiamenti legati all'elezione del nuovo parlamento europeo.
L'Unione europea non funziona come uno stato democratico: non è uno Stato, tantomeno è democratica.
L'Unione europea è teoricamente un'unione di Stati, praticamente una gabbia antidemocratica a dominanza tedesca.

Il quadro che si preannuncia è dunque nitido: o il governo va verso la Caporetto di una resa totale, o lo scontro sarà inevitabile. Ma questa partita non si giocherà solo dopo le europee, solo con la Legge di bilancio. Essa inizierà a giocarsi con il DEF, che dovrà essere presentato già ad aprile, ma dipenderà da tanti fattori: primo tra tutti il coraggio di affrontare davvero la battaglia decisiva con Bruxelles, Berlino e Francoforte.

C'è o non c'é nel governo questo coraggio? Se non c'è, inutile parlare di Tav, che resterebbe solo da alzare la bandiera bianca. Se c'è, come ci auguriamo, è lì che va concentrata tutta l'attenzione, tutta la comunicazione, tutta la mobilitazione.
Altro che Tav!

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giovedì 7 marzo 2019

TAV: IL MANTRA PERVERSO COSTI-BENEFICI di Piemme

[ 7 marzo 2019 ]

E’ evidente la natura strumentale dell’offensiva del circo politico-mediatico sulla vicenda della TAV. L’obbiettivo dell’élite è prendere due piccioni con una fava: sputtanare il Movimento cinque stelle, che del governo è la colonna portante, per quindi, lisciando il pelo a Salvini, azzoppare il governo in vista del suo rovesciamento.

Che i pentastellati sino il bersaglio principale dell’offensiva dei poteri forti è oramai evidente, e sarà chiaro anche ai diretti interessati.

Domanda: l’autodifesa dei Cinque stelle è adeguata? Oppure li espone al suicidio?

Io ritengo che li esponga al suicidio e provo a spiegare il perché. 

La linea difensiva su cui essi si sono attestati è nota: “La nostra non è un’opposizione ideologica alla TAV, ma risulta dall’analisi costi-benefici”. E infatti da mesi dobbiamo sopportare questo mantra dogmatico: “Costi/benefici! Costi/benefici!” Questo criterio è la quint’essenza del liberismo economico, filosoficamente parlando il contrassegno ideologico dell’utilitarismo.

Quali sono infatti le due proposizioni dogmatiche della visione utilitarista-liberista è presto detto: (1) è giusto tutto ciò che massimizza il Pil e, (2) è giusto quello che massimizza la ricchezza in sé, a prescindere dalla sua qualità e da una sua pessima distribuzione. Il tutto in base a quello che potremmo chiamare “principio del maximin”: la ricerca del massimo vantaggio a costi sempre minori.

Che il M5s sia un ircocervo, un movimento che ha tenuto assieme, principi di eguaglianza sociale e pregiudizi liberisti, non è un mistero. Nel caso della TAV i pentastellati hanno pensato di potere combattere e difendere il no, non opponendo ragioni “ideologiche” bensì utilizzando, così da rinfacciarli ai nemici, proprio i criteri liberisti.

Come ho detto una linea difensiva sbagliata, masochistica. Non si può pensare di fare del no alla TAV una questione di identità politica (ovvero alternativa a quella dell’élite oligarchica) e nello stesso momento giustificare l’opposizione utilizzando i suoi stessi dogmi liberisti-economicistici — “analisi costi/benefici. “Il buco” della TAV non è un’opera sbagliata perché “inutile” o perché “costa troppo alle casse dello Stato” — e qui emerge un altro paradigma euro-liberista —, non s’ha da fare perché è l’incarnazione di una concezione sbagliata della vita e del progresso, tutta fondata sul libero-scambismo forsennato, sul predominio del mercato globalizzato che produce esclusione e marginalità sociali, sul primato del grande capitalismo transnazionale che crea squilibri crescenti, ed infine funzionale alla sparizione delle sovranità nazionali a favore di un super-stato mercati sta europeo — col che addio alla sovranità popolare.

Fa rodere di rabbia, al netto del loro cinismo, che siano proprio i liberisti inveterati a ricordare strumentalmente ai Cinque stelle che in base al criterio costi/benefici non sarebbero state costruire (a deficit beninteso) scuole e ospedali pubblici, ferrovie, reti elettriche nazionali, l’autostrada del sole, in genere grandi infrastrutture.


“La nostra non è un’opposizione ideologica” ci dice Toninelli e a ruota gli altri portavoce.

Male, molto male! La TAV è invece, in tutti i sensi, una classica questione ideologica, visto che qui per “ideologia” s’intendono il modello sociale, la qualità dello sviluppo e della cosiddetta “crescita” economica.

La storia insegna che a cattiva ideologia occorre opporre una buona ideologia, non una promiscua “non-ideologia” che equivale ad una resa sostanziale.

Col pretesto di non condurre una battaglia ideologica i Cinque stelle rischiano di scavarsi la fossa.


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sabato 15 dicembre 2018

I NO TAV COME I GILET GIALLI di Carlo Formenti

[ 15 dicembre 2018 ]

Il clima di terrore che politici e media francesi hanno tentato di alimentare in previsione della manifestazione dei gilet gialli di sabato 8 dicembre ha raggiunto punte di vera e propria isteria, come la dichiarazione del ministro dell’Interno Castaner che ha evocato le “migliaia di violenti pronti a riversarsi a Parigi per uccidere”, come gli accostamenti fra i sanculotti assetati di sangue e questi loro emuli postmoderni pronti a chiedere la testa di Macron, o come il vecchio ritornello (chi ha vissuto gli anni Settanta in Italia se lo ricorda bene) degli “opposti estremismi”, alleati per creare il caos e distruggere l’ordine sociale.

Una repressione preventiva simile a quella che fu messa in atto a Genova nel 2001, con la differenza che, da noi, ciò non impedì di portare centinaia di migliaia di manifestanti nel capoluogo ligure, per cui si rese necessario passare dalle minacce ai fatti, cioè ai crimini commessi dalle “forze dell’ordine” alla caserma Diaz e altrove (che l’immagine dei giovani studenti francesi inginocchiati contro un muro ci ha richiamato alla memoria ), viceversa in Francia ha funzionato, con grande sollievo della stampa di regime: il deterrente di ottomila poliziotti ha fatto sì che i manifestanti convenuti nella capitale fossero più o meno altrettanti (assai di più quelli nel resto del Paese, ma comunque meno che nelle precedenti mobilitazioni).

Del resto le grandi sollevazioni spontanee difficilmente superano certi limiti di durata, né vanno oltre la jacquerie, se non interviene una forza politica in grado di offrire loro sbocchi politici concreti (se a guidare i sanculotti non intervengono cioè i giacobini). E’ per questo che i commentatori, nel prendere atto che questi gruppi non hanno guide né capi, mescolano slogan di destra e di sinistra, vogliono tutto e il contrario di tutto (Frexit, controllo dei prezzi dei servizi pubblici e riduzione delle tasse, riduzione del costo della vita e aumento dei salari, ecc.) si dichiarano, da un lato, spaventati dalla mancanza di un preciso interlocutore con cui trattare, dall’altro sollevati dall’assenza di una leadership capace di trasformare il coacervo delle richieste in un’alternativa di sistema.

Ad ogni buon conto, le élite tentano di screditare sul piano socio culturale il movimento prima ancora che possa precipitare in forme politiche strutturate, mobilitando il coro degli intellettuali “progressisti” e “politicamente corretti”: economisti che spiegano che la Frexit sarebbe una catastrofe per l’economia francese, femministe come la regista Caroline Fourest che, intervistata dal Corriere, denuncia le dichiarazioni omofobe, razziste e violente degli esponenti di un’ala (palesemente minoritaria) del movimento, psicoanalisti che indicano nell’“invidia” della mediocrità provinciale nei confronti della superiore civiltà parigina (mettendo ovviamente fra parentesi il tema delle disuguaglianze economico sociali) la vera motivazione della rabbia popolare.

L’ultimo punto è in effetti cruciale, come sottolineano i cronisti meno ottusi che hanno colto il parallelismo fra i gilet gialli e le decine di migliaia di NoTav confluiti a Torino nello stesso giorno delle manifestazioni francesi. Da un lato delle Alpi, proletari e ceti medi impoveriti delle province e delle banlieux francesi contro la grande borghesia e i “ceti medi riflessivi” della capitale, dall’altro lo stesso blocco sociale rinforzato dal popolo della Val Susa (vittima designata dell’immane quanto inutile progetto di linea ferroviaria superveloce Torino-Lione), contro la borghesia chiamata qualche giorno prima da sette “madamine” a marciare a favore della Tav. “Meglio montagnine che madamine” scandivano le donne della Val Susa, esplicitando senza equivoci il significato dell’evento: trattasi – in Francia come a Torino – di lotta di classe. Che poi la si voglia etichettare come “invidia” non cambia la sostanza di un fenomeno che ha radici antiche, anche se si presenta in forme storiche nuove: ieri lotta operaia contro i padroni, oggi lotta neo giacobina dei cittadini contro le élite.


mercoledì 5 dicembre 2018

ACCENDIAMO UNA LUCE SUL TAV TORINO– LIONE? (seconda parte) di Aldo Zanchetta

[ 5 dicembre 2018 ]

Segnaliamo la prima parte del contributo di Zanchetta.

Il 3 dicembre i poteri forti riuniti nella Confindustria nazionale, spalleggiati da ben precise forze politiche e da quella parte di società civile purtroppo favorevole al partito del PIL, hanno messo in campo tutti i loro argomenti a favore del TAV.

“Sarà la marcia dei centomila” (P.Griseri – La Repubblica del 30.10)

L’8 dicembre saranno i NO TAV a portare in piazza i loro. Non sbagliamoci, non è uno scontro “localistico” bensì il confronto, indiretto, di due diverse concezioni della politica, due visioni della democrazia e della vita sociale. Le due immagini che seguono sono eloquenti: la gente da un lato, i salotti ovattati del potere dall’altro (un consiglio a Fassino: cambi il suo consulente di immagine su face book). In realtà quello qui illustrato è il salotto dei feudatari del vero potere, che ama meno mostrarsi in forme così banali e che a Torino ha un nome ben preciso, la sempre più cosmopolita famiglia (fu) Agnelli.

Sui motivi per cui la tratta Torino-Lione del Corridoio europeo n.5 non è sostenibile già abbiamo detto e comunque il documento che potete vedere sul documento è esemplare per sinteticità e chiarezza. Se la Francia non riprenderà il discorso fino al 2038 (dico duemilatrentotto!), perché affrettarsi tanto per scavare un tunnel che sboccherebbe nel nulla? L’unica opera accessoria ad oggi realizzata è la galleria geognosticoa di Chiomonte[1]), e i lavori di scavo del tunnel ferroviario non sono ancora stati appaltati. Del resto, come leggerete in fondo, quello che interessa ormai è scavare il tunnel, non il TAV.

La testimonianza di un cittadino della valle, che ho letto in questi giorni sul web, mi pare apportare nuovi elementi per una narrativa più aggiornata. Forse anche voi comprate sul web oggetti che vengono consegnati in 24 o 48 ore da trafelati conduttori di furgoni.
C’è anche un’altra questione, ancora sottovalutata nei suoi effetti dirompenti sul sistema trasportistico italiano, che dimostra come la Torino Lyon sia ormai fuori tempo massimo rispetto all’evoluzione del trasporto delle merci: le due statali valsusine, così come altre direttrici di traffico, sono sempre più percorse, sette giorni su sette, da decine di camioncini con targa polacca o rumena con una capacità di carico compresa tra i 15/18 quintali che guadagnano quote di traffico a danno dei TIR ed anche del trasporto ferroviario che, in Italia, manca di una logistica efficiente.[2] E’ un modello di trasporto, su scala internazionale, che risponde alle nuove e ormai consolidate esigenze produttive delle aziende, che hanno abolito o comunque ridotto il deposito nei magazzini e che hanno quindi necessità di un continuo e flessibile rifornimento ad hoc (che il trasporto ferroviario non può garantire) dei pezzi o materiali per le necessità produttive, e anche per il rifornimento delle attività commerciali di media o grande dimensione.
E c’è un altro motivo dietro l’irreversibile affermazione di questo modello di trasporto: i bassi costi per le retribuzioni degli autisti calcolate su parametri dei Paesi dell’Est, pernottamento degli stessi sul mezzo e pasti consumati lungo la strada, la non percorrenza delle autostrade a pagamento, la possibilità di circolare nei giorni festivi quando sono invece fermi i mezzi più pesanti, il non uso del cronotaghigrafo e quindi, a discapito della sicurezza, la possibilità di guidare anche 14/18 ore giornaliere.[3]
Ed ora inoltriamoci lungo le utopistiche vie del potere: il Corridoio ferroviario europeo n.5

Il corridoio ferroviario europeo n.5

Un progetto ambizioso di trasporto merci e persone quello dell’Unione Europea
denominato “corridoio ferroviario europeo n.5”: da Lisbona, in Portogallo, a Kiev, in Ucraina, lungo 3335 Km. Sulle ragioni di questo corridoio ferroviario, in un numero de Il Sole - 24 ore del 2007, certamente memorizzato da Fassino come vedremo, si legge:
Corridoio 5, arteria a rete multimodale, appartiene ad uno dei grandi assi ferroviari ed autostradali che l'Unione Europea si è impegnata a realizzare e collegherà Lisbona a Kiev, assegnando all'Italia un ruolo strategico rispetto al processo di integrazione verso quei Paesi che dal 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell'Unione Europea. […] Il "Corridoio 5", partendo da Venezia (ma allora Lisbona, Lione e Torino? nds) raggiunge Trieste, prosegue per Lubiana, capitale della Slovenia, avanza fino a Budapest, per poi valicare il confine dell'Ucraina attraverso L'vov; l'ultima fermata rappresentata da Kiev. Il suo sviluppo è di 1.600 km (da Venezia o da Trieste?, ma è un dettaglio insignificante) […]. Il corridoio 5 porterà alla formazione di un vasto spazio economico di 500 milioni di persone. Inoltre, coi mercati dell'Est in piena espansione, gli scambi tra est e ovest acquisteranno pari se non superiore rilevanza rispetto a quelli nord-sud. Consapevole di ciò, l'Ue ha individuato nove corridoi stradali e ferroviari che protendono verso l'Est la rete transeuropea di trasporto. […] All'urgente necessità per l'Italia di un collegamento rapido, per merci e passeggeri, coi Paesi dell'Europa centro-orientale, risponde appunto il Corridoio 5, che partendo da Trieste arriva sino a Kiev in Ucraina.
Il percorso del corridoio 5 è un ibrido: certe tratte sono progettate per trasporto ad alta intensità di merci (ad es. la Lione-Torino), altre per alta velocità passeggeri. A parte che il giornalista non ha ben chiaro se il Corridoio 5 inizia a Lisbona, Venezia o Trieste, una prima cosa è certa da tempo: il Portogallo nel 2012 ha (ragionevolmente) rinunciato alla tratta sul suo territorio per motivi economici. Quindi la linea partirebbe dalla Spagna (Algeciras). Sorvoliamo sugli scandali per corruzione che si sono verificati in questo paese nella costruzione delle linee TAV e sui problemi, non risolti, dell’attraversamento dei Pirenei. Un’altra cosa è certa: anche la Slovenia ha rinunciato alla sua tratta. Anzi, per alcuni anni, aveva sospeso addirittura ogni transito ferroviario dall’Italia. Addio sbocco nel mercato favoloso dei paesi dell’Est!

In Italia, oltre il traforo, abbiamo altri due problemi, che sul piano progettuale non sono chiariti: l’attraversamento con gallerie sotterranee di Torino e di Vicenza, zone densamente abitate. Queste gallerie fra l’altro interferirebbero necessariamente con le falde acquifere: problema assai delicato. L’attraversamento appenninico fra Firenze e Bologna ha già fatto i suoi danni alle relative falde acquifere, portando un extralavoro ai tribunali, ed altrettanti ne minaccia il futuro attraversamento in sotterranea di Firenze. L’esperienza non insegna. Ma torniamo al Corridoio 5.

“Binario morto” e “Dove sono le ragioni del sì”
Due solerti giornalisti, Andrea de Benedetti e Luca Rastello, nel marzo 2012 hanno deciso di percorrere in treno il tragitto da Lisbona a Kiev per vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Ne è uscito un libro il cui titolo è significativo: Binario Morto. Un piacevole libro di avventure di viaggio oltre che una verifica sul campo. Un’altra lettura raccomandabile (facile e veloce, ed anche economica: 96 pagg. e 10 E ben spesi), ci informa in modo chiaro quale sia lo stato di asservimento e vacuità del giornalismo italiano ed anche della classe politica italiana. Il libro ha per titolo Dove sono le ragioni del sí. La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza. E’ il sobrio resoconto di Antonio G. Calafati, docente di Analisi delle politiche pubbliche (http://calafati,univpm.it), di
un’esercitazione condotta coi suoi studenti universitari alla ricerca sui media delle “ragioni del sì”, esposte da grandi firme del giornalismo nostrano. 
Dopo due mesi di lettura in aula dei tre “giornaloni” nostrani (“Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” ,“La Stampa” ) la situazione è disarmante: sotto i titoli roboanti, introvabili le ragioni del sì!

Commenta Calafati:
«L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire. […] … cercavamo delle ragioni razionali, dei ragionamenti con un contenuto empirico, ipotesi chiare e falsificabili, qualche dato per corroborarle. Abbiamo invece trovato i primi, abbozzati elementi di una “mistica” delle infrastrutture».
La resistenza di una valle contro il TAV
E’ riassumibile in poche parole: “Due statali, un’autostrada, una ferrovia, due elettrodotti: che cosa ci vogliamo ancora mettere?” risponde un valligiano al sociologo Marco Augé (Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella Val di Susa). “Di base si vuole salvaguardare il territorio, perché la valle è ormai considerata un tubo di passaggio” ribadisce un parroco. Un tubo di passaggio in una valle che in alcuni tratti è larga appena 2 km!

Da non dimenticare: nella roccia da scavare, come è stato appurato, ci sono asbesto (ovvero amianto: vi dice nulla la parola mesotelioma?), e uranio. Dal punto di vista tecnico nessun problema. Neppure da quello etico.

Questo un brano del dialogo telefonico registrato fra due imprenditori impegnati nello scavo del Terzo valico sulla direttrice Torino-Genova è significativo sugli effetti dell’amianto:

Imprenditore A, riferendosi agli operai che lavorano ogni giorno nelle zone più esposte: «Il primo che si ammala è un casino».

Imprenditore B: «Tanto la malattia arriva fra trent’anni...»[4].

Scavare il tunnel ha come conseguenza, almeno per la parte italiana, un traffico attraverso alcuni paesi della valle per alcuni anni di centinaia di camion al giorno trasportanti la terra di scavo, che oltre a tracce di queste sostanze lasceranno sulle strade anche una scia delle pericolose polveri M 5 e M 25.

Ma che tipo di resistenza hanno manifestato i valligiani che, non tutti certo, sono contrari al TAV? La risposta è intrigante, degna appunto di una riflessione sociologica come quella di Augé. Una resistenza che, nonostante i resoconti dei media, è stata esemplare e raramente è trascesa in violenza. Violenza in risposta ad altra violenza. In ricordo di Genova (2001), dove i micidiali gas lacrimogeni mi eccitarono al punto che se avessi avuto un bastone fra le mani lo avrei usato senza autocontrollo, ho comprato in valle una maglietta con una scritta significativa: “Isolare i violenti! … ci abbiamo provato, abbiamo anche fatto delle barricate, ma loro hanno lacrimogeni, manganelli, idranti … Non è facile”.

Un inciso: la nuova legge sulla sicurezza, ora in discussione al Parlamento, se non subirà modifiche prevede nel caso di partecipazione a blocchi stradali fino a 12 anni di carcere … Inaccettabile! Sicurezza per chi?

Nella valle la cultura della resistenza ha una lunga storia alle spalle, che risale nei secoli. Di qui passarono gli ‘eretici’ valdesi fuggendo le persecuzioni, e di qui tornarono. Una cosa mi ha colpito il 25 aprile del 2013 ad Avigliana, dove assistevo alla locale celebrazione della Resistenza: non ebbi la sensazione di un rito formale bensì di un sentire tuttora vivo, forse rinnovato dalla lotta contro il TAV. Scrive Augé: “… la memoria collettiva della Resistenza, in Val di Susa trova un parziale ricambio generazionale, che ne tiene vivo il ricordo, perché funzionale al contesto del presente”.

Ma non solo, credo. C’è altro in valle, dove mi hanno parlato ad es. di Achille Croce, un valligiano innamorato dal pensiero di Gandhi, la cui azione ha lasciato tracce perduranti. Fu dovuto alla sua influenza quanto accaduto nelle Officine Moncenisio di Condove: <>. (Augé, pag. 26).

Una valle quindi ricca di fermenti culturali che aiutarono la resistenza NO TAV a evitare la fisionomia “localistica”, del tipo Nimby (“non nel mio cortile”), ma a trasformarsi in una seria riflessione sul modello di civiltà che ha una delle sue espressioni più significanti nelle Grandi Opere. 
«Ciò che sta accadendo in Val di Susa va al di là della semplice opposizione al tunnel ferroviario. Da un lato colpisce la notevole competenza su temi ambientali, acquisita e condivisa da gran parte degli abitanti della valle e in particolare della bassa valle. Competenza dovuta appunto non solo a manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto a assemblee e conferenze tematiche e a informazioni ottenute dalla rete». (pag.208). 
Un esempio che ha trovato un riflesso in varie resistenze più recenti in altre zone d’Italia: No Tap in Salento, No Muos in Sicilia. No Triv in Basilicata e altre ancora, accompagnate tutte, in modo più o meno elaborato, da molti Sì alternativi.

Usciamo dalla Valle e scendiamo a Torino

Un oltraggio al futuro di Torino ?
«Un oltraggio al futuro di Torino, delle imprese, dei lavoratori. È un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa. È la dimostrazione della ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese. Non possiamo stare a guardare la distruzione del nostro futuro e ogni iniziativa sarà messa in campo per impedirlo».(dal blog di Piero Fassino)
La oltraggiante principale è ovviamente la sindaca Appendino, autrice di ben tre NO: alle Olimpiadi del 2024, al G 8, al TAV.

Vediamo meglio. E’ ben noto come il duo Ellkan (Agnelli)/Marchionne abbia trasferito all’estero la capitale della Fiat, oggi FCA. Riprendiamo dal puntuale documento citato sopra che ci ha informato dei camioncini con targa esteuropea in valle:
… all’oggi dove la FIAT non ha più il centro produttivo a Torino ma negli USA, le autovetture sono principalmente costruite all’estero, FCA paga le tasse in Inghilterra ed ha la sede legale in Olanda e il nuovo manager Manley concluderà, con minori problemi d’immagine di Marchionne, l’operazione di rendere sempre più periferico il comparto auto italiano a cui, malgrado i forti utili (divisi tra gli azionisti) rimangono da anni e in particolare a Mirafiori cassa integrazione (a carico dell’INPS), contratti di solidarietà e nessun concreto progetto produttivo.
E’ degli scorsi giorni la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi per 6,2 miliardi di euro e già si parla di cessione anche della COMAU, la fabbrica di robotica industriale, centrale per le catene automatizzate di produzione. Un impero in smobilitazione dunque.

Di questo si tace e si urlano invece i 3 NO dell’Appendino che “hanno oltraggiato Torino!”. Vediamoli da vicino:

- primo NO a Torino come sede delle olimpiadi del 2026. Molte le città che stanno rifiutando di ospitare le Olimpiadi: Amburgo, Boston, Toronto, Budapest …. Ci sarà un perché? L’immane debito che si lasciano dietro, con i consuntivi tripli, quadrupli o più rispetto ai preventivi. Torino è la città col più alto debito pro-capite (3.500 E), al quale pare abbiano contribuito le olimpiadi invernali del 2006. Debiti che sono pubblici, mentre i guadagni (hotel, ristoranti etc) sono privati.

- Secondo NO (veniale) a Torino come sede del G 8 2017 in città (dirottato a Venaria). Sabato e domenica prossimi ci sarà il G 20 a Buenos Aires: trasferiti nella capitale 20mila poliziotti … e la ministra degli interni ha raccomandato agli abitanti di passare il week-end fuori città. Ricordate Genova 2001?

- Terzo NO : al tunnel e al TAV

Termino il riferimento ai personaggi della vicenda con il tris d’assi del mazzo PD Fassino-Chiamparino-Bresso, che negli anni passati si era alternato al vertice di amministrazione comunale e regionale. Fassino aveva fatto suo il sogno dell’Oriente: 
«La comunicazione con l’est europeo è strategica e Trieste è la porta di ingresso in Oriente […] L’Europa dell’est sarà il nostro Eldorado, e un sistema di trasporti verso quell’area è indispensabile […] L’alternativa sarebbe quella di chiudere la vocazione industriale di Torino in una logica industriale senza sbocchi».
 Un malevolo sito riporta scrupolosamente tutte le previsioni sbagliate di questo che è stato anche segretario nazionale del suo partito. Non infierisco.

A cancellare la vocazione industriale della città però ci aveva già pensato Marchionne buonanima, fra una partita di scopone e l’altra con Chiamparino (riferisco soltanto) il quale, dimentico di appartenere al partito che aveva ignorato il risultato del referendum nazionale sull’acqua, ora reclama a gran voce il referendum sul TAV. Per chi vuol sapere di più sulle parole a ruota libera del tris d’assi rimando al libro già citato di Calafati.

Un’ultima nota su Paolo Foietta, commissario straordinario per la TAV, il quale sparge disinformazione a piene mani. Leggo su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre: 
«I costi di uno stop per il paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera». 
I 4 sarebbero per le penali, invece inesistenti. E i costi preventivati per l’opera, solo 2,9? Strano il silenzio della commissione anti- fakenews che si diceva operante presso la Presidenza del Consiglio?

Evidentemente Foietta sta parlando del solo scavo del tunnel. E barando sui numeri.

Per i costi dell’intera opera, le cifre sono veramente ballerine. Fra i vari conteggi, per chiarezza complessiva dell’esposizione, faccio riferimento all’intervista fatta da Chiara Carovani per Altraeconomia all’ing Alberto Poggio, <
CC - Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti e oltre 1 miliardo euro già speso?

AP - Nemmeno un metro. Dovrebbe essere lunga 270 chilometri da Torino a Lione, e costituita da tre tronconi: la sezione italiana, quella transfrontaliera e quella francese. […] Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.

CC Come sono ripartite le spese?

AP Dunque, quelle previste ammontano a 8,6 miliardi per il Tunnel di Base, più le tratte nazionali che possiamo stimare a 4,4 per l’Italia, più 2 miliardi, causati da una variazione al progetto che ha fatto ricadere sulla tratta nazionale italiana un pezzo di quella frontaliera. La Corte dei Conti francese ha stimato, nel 2012, un costo totale dell’opera pari a 26,1 miliardi di euro, quindi con una spesa per la Francia di 11 miliardi. Ma è importante dire che dei 57,5 chilometri solo 12,5 sono in Italia e il resto ricade sul territorio francese, ma le spese sono ripartite al 58% all’Italia e 42% alla Francia. Perché nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese.

CC L’Europa come partecipa?

AP La partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base, meno del 13% sull’intera Torino-Lione. […]

Un’avvertenza. Anni addietro un amico, responsabile progetti di una grande industria chimica italiana, mi disse fra il serio e il faceto: quando l’opera che mi danno da valutare è particolarmente complessa e la realizzazione è lunga nel tempo, per sicurezza io moltiplico i dati presentatimi per π (pi greco=3,14).



NOTE

[1] Il tunnel geognostico di Chiomonte, lungo 7 km, è oggi ultimato. Esso è servito per conoscere la struttura del Moncenisio nel cui ventre dovrebbe essere scavata la nuova galleria di passaggio del TAV (che, ripetiamo, TAV non è) Torino-Lione. Esso servirebbe anche come accesso al cantiere del tunnel di base e, successivamente, come condotto di ventilazione, manutenzione e via di sicurezza. L’investimento è du 173 milioni di euro. Sull’affidamento dei lavori di scavo sembra ci sia stata qualche manfrina. I lavori hanno avuto come capofila la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, di cui all’epoca era presidente Pierluigi Bersani (riferisco, non affermo).

[2] Per inciso, l’argomentazione, a prima vista razionale, che la nuova ferrovia avrebbe ridotto il traffico merci su TIR nella valle, si è dimostrata errata. Infatti sulla attuale linea viaggiano carri attrezzati per ricevere i TIR, ma come già detto, essa è largamente sotto-utilizzata anche dai TIR, per motivi che sarebbe lungo esporre qui.

[3] https://emergenzacultura.org/.../giovanni-vighetti-tav-quello-che-i-media-non-dicono

[4] Inchiesta Terzo valico, intercettazione choc: “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni - chocwww.lastampa.it/2017/.../inchiesta-terzo-valico-intercettazione-choc

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