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sabato 5 novembre 2016

TSIPRAS: AL PEGGIO NON C'È LIMITE... di Piemme

[ 5 novembre ]

Quando si Parla di Alexis Tsipras, primo ministro greco, vale l'adagio che al peggio non c'è limite.
Tanto abbiamo scritto dalla primavera scorsa sulla sua insipienza e, alla fine la sua capitolazione davanti alla troika con la firma di un terzo Memorandum (luglio 2015) che era peggiore in tutto e per tutto dei due precedenti (sottoscritti dal governo di destra di Nuova Democrazia).

Supino ai dettami della troika, Tsipras sta sottoponendo la Grecia ad una terapia austeritaria con dosi da cavallo, ciò nella speranza che il Paese possa tornare sul mercato spacciando propri titoli di stato (ultima emissione nel 2014) e ususfruire dei palliativi del Quantitative easing di Draghi. Ovvero: nuovo debito per rimborsare debito pregresso.

Quel che non si fa pur di restare nella gabbia dell'euro! 

La richiesta di Atene di voler rientrare sul mercato dei capitali è la conseguenza micidiale del sistema debitocratico e bancocratico vigente nell'Unione europea, in cui gli stati, non avendo moneta sovrana, sono costretti, per finanziarsi,  e dato che a Francoforte (Trattato di Maastricht e Statuto della Bce) è impedito di acquistare titoli di stato, tantomeno quelli greci, ad andare, col cappello in mano, dagli strozzini della finanza  speculativa globale.

Ma affinché Tsipras possa avere questa elemosina, egli deve fornire ulteriore prove di zelante rispetto delle regole del gioco neoliberiste. Gli squali della finanza non ti danno un soldo se non dimostri coi fatti di essere un loro servile cameriere.

Ma che deve fare Tsipras, oltre a tutto quello che ha già fatto, per dimostrare la sua obbedienza? Gli squali chiedono un gesti simbolico: emarginare il ministro dell'Energia, Panos Skourletis, che si oppone ad alcune privatizzazioni chiave richieste dai creditori, tra cui la vendita di una partecipazione nella società elettrica greca Dei.

La voce di una punizione per Skourletis era nell'aria a fine ottobre.

Detto fatto.

E' di ieri la notizia  che Tsipras ha deciso di fare un rimpasto di governo: 
«... per dare nuovo slancio a riforme e privatizzazioni e rilanciare la popolarità dell’esecutivo in pesante calo negli ultimi sondaggi, che vedono in forte vantaggio il partito conservatore Nea Dimokratia sulla formazione di governo di Syriza. Così venerdì sera il premier ha mandato un chiaro segnale ai mercati e ai creditori internazionali sulla volontà del suo governo di rispettare l’agenda concordata con la troika (l'Unione europea, Bce e il Fondo monetario internazionale)».
Mentre il Ministro Finanze, Euclide Tsakalotos, ben visto dai mercati finanziari e dalla Bce resta al suo posto Tsipras ha spostato il ministro dell'Energia, Panos Skourletis agli Interni, sostituendolo con George Stathakis, l’attuale ministro dell'economia.
Scrive Il Sole 24 ORE di ieri, senza peli sulla lingua, che Tsiprsa ha fatto questa mossa "Per placare i creditori internazionali che recentemente hanno accusato Atene di non fare abbastanza sul fronte delle privatizzazioni dei beni dello Stato".

Appunto!

NB

Ovviamente Panos Kammenos, capo del partito di destra dei Greci indipendenti, rimarrà a capo della Difesa.

lunedì 26 ottobre 2015

I RETROSCENA DELLA CAPITOLAZIONE DI TSIPRAS: PARLA L'ECONOMISTA JAMES GALBRAITH

[ 26 ottobre ]

«L’economista è rimasto ad Atene da febbraio a luglio per lavorare a fianco del governo. Racconta i dibattiti su un’eventuale uscita dall’euro. «Abbiamo esagerato le difficoltà. Per la prossima volta sapremo come fare» dice.

Due parole gli vengono spontaneamente per riassumere la situazione attuale della Grecia dopo il nuovo piano di austerità. Due parole delle quali l’economista americano James Galbraith assume la violenza, per spiegare, questo venerdì 16 ottobre, all’istituto Veblen, davanti ai suoi colleghi francesi, l’ampiezza del disastro greco: colonizzazione e liquidazione.«È a questo che assistiamo oggi. Una perdita di indipendenza totale e una liquidazione dello Stato greco. La Grecia non è più un paese indipendente. Il governo ha perso ogni margine di manovra. Gli è proibito di introdurre la minima legge senza l’accordo preventivo dei suoi creditori», dice l’economista americano.
Mentre il Parlamento greco ha appena adottato la prima raffica di riforme imposte nel quadro del nuovo piano europeo di luglio, James Galbraith spiega il retro dello scenario. «Questi 48 progetti di legge prioritari sono scritti sotto dettatura a Bruxelles e poi tradotti in greco» dice. «Non sono riforme per migliorare le condizioni economiche della Grecia. Sono riforme costruite dalle lobby», prosegue.
Secondo lui, ciascuno vuole la sua parte. Le date di freschezza del latte sono state allungate da 3 a 7 giorni affinché le imprese olandesi possano esportare il loro latte. I grandi gruppi farmaceutici si sono accordati per essere avvantaggiati rispetto all’industria locale, invocando una concorrenza, di fatto «manipolata attraverso paradisi fiscali e prezzi di trasferimento». E le privatizzazioni sono concepite per «creare dei monopoli privati per le imprese straniere» sui beni più interessanti, sull’esempio dell’aeroporto di Atene, acquistato dal gruppo tedesco BTP Hochtief.
La constatazione presentata da James Galbraith è tanto più dura in quanto egli ha lavorato per sei mesi per evitare di arrivare a questo punto, per tentare di trovare altre vie. Da febbraio a luglio, l’economista americano ha abbandonato i suoi corsi all’Università di Austin (Texas) per venire ad Atene, a fianco del «suo amico» Yanis Varoufakis, allora ministro delle finanze. Insieme, i due economisti, che sono molto vicini, hanno cercato di concepire altri schemi, immaginare soluzioni di compromesso, studiare, nel massimo segreto, un piano B di uscita dall’euro, eventualmente.
Ma alla fine, niente è andato come previsto. Non c’era molta ingenuità da parte loro nel sottovalutare il rapporto di forze europeo? «Fin dall’inizio non ci facevamo nessuna illusione. Sapevamo che se non ottenevamo un risultato nel breve termine la situazione sarebbe diventata sempre più difficile. Lo Stato greco aveva solo più 3,5 miliardi di riserve», racconta. Molto presto è stato chiaro per loro che non c’era niente da attendersi dai ministri delle finanze, dalle riunioni dell’eurogruppo. «Sono meschini, conservatori», dice. Manca poco che Galbraith pronunci la parola miserabili, talmente è stato deluso nel vedere l’incompetenza economica di questi responsabili presi, secondo lui, tra le loro elezioni (Spagna, Portogallo, Irlanda) e l’ideologia (Slovacchia, Lituania, Finlandia)
«Che si poteva fare per migliorare la situazione in Grecia? Questo non gli interessava. Erano discussioni a vuoto. Bisognava cambiare livello. Concentrarsi sulla cancelliera tedesca Angela Merkel e ottenere una decisione politica con l’appoggio degli Stati Uniti. Obama ha chiamato Angela Merkel. Ma la decisione politica sperata non è venuta», dice.

Ma perché, hanno insistito vari economisti francesi nella discussione, non aver preso, fin dall’arrivo al potere, la decisione di instaurare un controllo dei capitali, per creare un rapporto di forze, per rendere possibile un piano B, se necessario? «C’era una ragione politica per non farlo. Alexis Tsipras considerava che questo primo passo era irreversibile verso l’uscita dall’euro. E poi, si temeva la reazione popolare. Avevamo torto. La popolazione era pronta, come si è constatato al momento della chiusura delle banche e dell’instaurazione del controllo dei capitali a fine giugno. I greci avevano preso le loro precauzioni», sottolinea.
Incaricato di lavorare con quattro o cinque persone all’elaborazione di un piano B, James Galbraith racconta quanto la cosa sia stata complessa. Dovevano riunirsi nel massimo segreto, senza alcun aiuto dall’apparato dello Stato, dalla Banca centrale di Grecia, affinché niente trapelasse all’esterno. «Non si poteva discuterne pubblicamente. I rischi di destabilizzazione erano troppo grandi». Molto presto si sono trovati a valutare da soli problemi molto materiali. In caso di uscita dall’euro, la Grecia aveva abbastanza petrolio? C’era abbastanza insulina negli ospedali? Come fare con i pensionati che ritirano il totale della pensione nei primi giorni del mese?
La questione monetaria, dei mezzi per assicurare la liquidità dell’economia, era al centro delle loro preoccupazioni. Perché senza Banca centrale autonoma, senza riserve, senza moneta indipendente, tutto diventa un rompicapo. «Se ci fosse una possibilità di uscita dall’euro fatta in maniera collaborativa, se i paesi avessero diritto di effettuare una deroga con il sostegno della Banca centrale europea, si potrebbe fare», spiega.
A maggio, racconta l’economista, hanno discusso la possibilità di tentare un approccio con il ministro tedesco delle finanze, Wolfgfang Schäuble, per studiare le modalità di una transizione monetaria. «Ma Alexis Tsipras ha detto di no. Temeva che la cosa trapelasse. Nella sua cerchia, erano comunque convinti fin dall’inizio, che era impossibile», racconta.
«Abbiamo esagerato le difficoltà dell’uscita dall’euro. Oggi credo che si sarebbe potuto mantenere un sistema di pagamento senza cambiare i codici. Con il controllo dei capitali è già fatto. Per la prossima volta, ora sappiamo come fare», dice James Galbraith.
Perché ci sarà una prossima volta, James Galbraith ne è convinto, in Irlanda, in Portogallo, in Grecia o altrove. «Ero molto attaccato al progetto europeo. Ora lo sono molto meno. Un sistema che non ammette discussione, che è categoricamente opposto a ogni governo di sinistra, che è categoricamente impegnato nella destabilizzazione, non è possibile. Che significa un’Europa che ha per programma di tagliare le pensioni dei più vulnerabili, di ridurre a zero la sindacalizzazione, di liberalizzare il mercato del lavoro fino renderlo informale?», dice. Prima di predire: «La prossima volta che viene eletto un governo di sinistra, si presenterà subito con un piano B in tasca».
Ritornando sul referendum di luglio, James Galbraith conferma che Syriza si aspettava di perderlo. «Pensavano che il sì avrebbe vinto e anzi lo speravano», dice. Ha vinto il no, seguito la settimana dopo da una «capitolazione», sono parole sue, e un nuovo piano di austerità. Per James Galbraith, il fallimento di questo nuovo piano è già scritto. Anche se l’aumento delle tasse permette di aumentare le entrate dello Stato per qualche mese, le misure richieste porteranno, secondo lui, a una nuova diminuzione dell’attività, a una nuova recessione.
«Alexis Tsipras ha fatto di tutto per mantenere il potere» constata. «Dispone di un Parlamento stabile. Ha potuto scegliere i propri candidati. Ha emarginato l’opposizione di sinistra e ha un partner che non chiede niente. Può restare per quattro anni». «Ma il governo potrà ottenere i risultati richiesti dai creditori? Certo, il Parlamento accetterà tutto quello che viene richiesto. Ma i magistrati, la polizia, la popolazione faranno quanto gli si richiede?» si interroga James Galbraith. «Per il popolo greco questo contratto è illegittimo. Gli è stato imposto con la coercizione. Mi stupirebbe che non ci sia resistenza passiva, e anche attiva, della popolazione. La piazza c’è sempre».

* Fonte: Mediapart

giovedì 24 settembre 2015

«GRECIA: FRA UN ANNO FAREMO I CONTI» di Emiliano Brancaccio

[ 24 settembre ]

L'intervista è stata condotta da Luca Sappino, de L'Espresso*

«Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco – svuotato di ogni potere – è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.
Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
«Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».
Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
«Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».
Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
«Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo – e non mi sembra – per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».
Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco…
«Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».
Forse – soprattutto – è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali…
Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale. [1]
Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
«Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».
La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
«No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».
Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
«Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».

NOTE
[1] Nota della Redazione: 
«La cosiddetta “clausola della valuta scarsa” – originariamente avanzata da Keynes e in seguito immessa, sia pure depotenziata, nello statuto del Fondo Monetario Internazionale17 – e le cosiddette clausole sul “labour standard” – che da tempo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (oil) suggerisce di inserire negli accordi internazionali sul commercio18. Della clausola della valuta scarsa viene recepita la fondamentale lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata, e la pace tra le nazioni può esser garantita, solo se il peso dei riequilibri commerciali viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso una espansione della domanda da parte di questi ultimi anziché una contrazione da parte dei primi». 

sabato 29 agosto 2015

SYRIZA, LA QUESTIONE DEL DENARO E LA SOVRANITÀ POPOLARE di Kostas Lapavitsas

[ 29 agosto ]

Una capitolazione disastrosa

Il governo Syriza ha appena firmato un nuovo accordo di salvataggio. È un pessimo accordo, per ragioni evidenti che esporrò.

In primo luogo questo accordo è recessivo. Farà cadere l’economia greca in recessione. Poiché i soli aumenti di imposta arrivano al 2% del PIL. Riguardano soprattutto l’IVA, imposta indiretta prelevata su prodotti consumati principalmente dai lavoratori. Ma riguardano anche le imprese, e colpiranno in primo luogo le piccole e medie imprese, che restano la spina dorsale dell’economia greca. L’agricoltura è senza dubbio il settore più duramente colpito da questo aumento: l’imposta sul reddito versata dagli agricoltori raddoppierà, ed essi saranno sottoposti a nuovi obblighi. Queste misure sono incontestabilmente recessive. Arrivano in un momento in cui l’economia greca vacilla al bordo del precipizio. Non c’è dubbio che la faranno precipitare nella recessione.

In secondo luogo, l’accordo impone misure chiaramente inegualitarie. Queste inaspriranno le disuguaglianze nel paese. Nessuno venga a dirvi il contrario: il grosso delle entrate fiscali verrà dalle imposte indirette, delle quali si sa che sono fattore di disuguaglianza. Le disuguaglianze aumenteranno perché le misure impongono di prendere 800 milioni all’anno dalle pensioni. Questo farà pesare un carico ulteriore sui pensionati, che in generale sono già tra gli strati più poveri della popolazione. E certamente le disuguaglianze cresceranno anche perché la disoccupazione aumenterà quest’anno e l’anno prossimo.

Questo accordo poi è cattivo perché non rimedierà per niente al problema del debito del paese. Non prevede una ristrutturazione del debito. Sostituirà una categoria particolare del debito con un’altra. Potrebbe comportare un miglioramento marginale – marginale – sul piano dei tassi d’interesse e sulla scadenza del debito. E questo aumenterà senza dubbio di 20-25 miliardi per ricapitalizzare le banche. Secondo l’FMI il rapporto del debito sul PIL dovrebbe passare al 200% l’anno prossimo. Molto probabilmente è quanto avverrà.

In quarto luogo, l’accordo non prevede assolutamente niente per lo sviluppo del paese. Il «pacchetto» di 35 miliardi di euro semplicemente non esiste. Queste somme sono già state assegnate alla Grecia nei diversi fondi. Non sappiamo né quando né come il paese riceverà denaro fresco. Dunque, niente in materia di sviluppo.

Infine, questo accordo è chiaramente di tipo neocoloniale. Il governo di sinistra ha firmato un accordo neocoloniale. È tale per diverse ragioni. Ne faccio presenti tre: la prima è che l’accordo prevede l’istituzione di un fondo di privatizzazione di 50 miliardi di euro, sotto controllo straniero, che avrà permissione di vendere i beni pubblici. I primi 25 miliardi saranno destinati alle banche. Se resta qualche cosa– e non resterà niente perché non si raggiungeranno mai 50 miliardi– le somme serviranno al rimborso del debito e, forse, agli investimenti. Di conseguenza, questo fondo venderà tutto quello che è possibile vendere per ricapitalizzare le banche. Abbiamo accettato di vendere i nostri gioielli di famiglia per ricapitalizzare le banche greche in fallimento.

Abbiamo anche accettato di condurre riforme dell’amministrazione pubblica sotto la bacchetta dell’UE. Abbiamo accettato di sottometterci a un controllo che non solo sarà severissimo, ma che durerà assai più a lungo dei tre anni di durata dell’accordo.

Ai miei occhi, questo accordo rappresenta una capitolazione disastrosa. Non è Brest-Litovsk. Quanti tra voi lo credono, sbagliano. Non si tratta di guadagnare tempo per consolidare il potere bolscevico a Mosca e Leningrado. Non si tratta di guadagnare tempo, perché non c’è tempo da guadagnare. Il tempo, caso mai, gioca a favore del nemico. Non è una manovra tattica.

Questo accordo pone il paese su una via che ha una sola uscita. Un’uscita che non serve gli interessi del popolo. Quanto a sapere chi è il vero vincitore dell’accordo, è l’evidenza stessa. Il vincitore vi sta davanti. È l’oligarchia che si esprime nei media di massa. Per questo i media esultano e celebrano la vittoria. A volte la realtà è esattamente quella che sembra. È inutile grattare la superficie. Se leggete i grandi giornali e ascoltate i media, sapete chi ha vinto.

Il prodotto di un errore strategico

 
Allora perché? Perché questa capitolazione? Perché ci si è arrivati dopo il grande entusiasmo di sei mesi fa, dopo il forte sostegno che ci hanno dato lemobilitazioni della base in questo paese e in Europa? Perché? Per me la risposta è chiara. Si tratta di una cattiva strategia, strategia che è stata molto buona per vincere le elezioni, ma che si è rivelata disastrosa quando Syriza è arrivata al potere. Questa cattiva strategia ha fatto cilecca. Che strategia è? È molto semplice, ed è stata formulata esplicitamente molte volte. Realizzeremo un cambiamento radicale in Grecia, un cambiamento radicale in Europa, e lofaremo dall’interno della zona euro. Questa era la strategia. Ebbene, non è possibile. Punto e basta. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che semplicemente non era possibile.

Non è una questione di ideologia – neoliberista o di altro tipo. Non è una questione di riequilibrio dei rapporti di forza politici. Quante volte ho sentito parlare di riequilibrio? Ed ecco che questo dibattito torna sul tavolo, che si ripropone questo argomento: «Aspettiamo che i rapporti di forza politici cambino in Europa, se Podemos viene eletto le cose saranno diverse». Potrete aspettare a lungo. Molto a lungo. Non è così che la situazione cambierà.

Perché? Perché l’unione monetaria, della quale la Grecia fa parte, non è di natura ideologica. Alla fine lo è anche, ma non si tratta solo di ideologia. Né di riequilibrio di rapporto di forze. È un meccanismo istituzionale. Prima i greci lo capiranno, meglio sarà per tutti noi. Abbiamo a che fare con un meccanismo istituzionale, con un’unione monetaria, un insieme gerarchico che agisce nell’interesse delle grandi imprese e di un piccolo numero di paesi membri. Questa è la natura dell’unione economica e monetaria.

Storicamente, questa unione monetaria è fallita. In Grecia, il suo fallimento è palese. Ha rovinato il paese. E più la Grecia si aggrappa al suo posto nell’unione, più distrugge il suo popolo e la sua società. È un fatto che la storia delle unioni monetarie ha stabilito da molto tempo. Il problema è che ogni volta la gente si rifiuta di guardare in faccia la realtà.

La questione del denaro

Permettetemi di fare una digressione sulla questione della moneta – dopotutto, mi rivolgo qui a un pubblico di universitari e sono trent’anni che studio il denaro. Il denaro è certo l’equivalente universale. La merce delle merci. Sono molto tradizionalista in proposito.

Sotto la sua forma più semplice e pura è una cosa. La maggior parte delle persone considera che l’oro è moneta. In alcuni casi è ancora vero. Quando è una cosa, funziona in modo cieco e automatico, come fanno tutte le cose. Ed è oggetto di reificazione. I rapporti sociali si incarnano in questa cosa. In modo cieco e meccanico, la società si sottomette a questa cosa. Lo sappiamo da molto tempo. Keynes parlava di schiavitù del metallo giallo.

Certo, la moneta moderna non è una cosa di questo tipo. Resta una cosa, ma non una cosa con la forma di una merce prodotta. È controllata. Resta moneta ma è controllata. Controllata da istituzioni, da comitati, da meccanismi, tutta una gerarchia di rapporti. Questa gerarchia e questo quadro producono reificazione. Una reificazione diversa da quella dell’oro. Quello che le istituzioni reificano è la pratica. L’ideologia e gli interessi di classe si reificano nella pratica, nella stessa istituzione.

È quello che la sinistra, in Europa e in Grecia, si è dimostrata incapace di comprendere: i meccanismi dell’Unione europea e monetaria sono una pratica di classe reificata. Punto e basta. Non potete trasformarli perché avete vinto le elezioni in Grecia. È impossibile. Né potrete cambiarli perché domani Podemos sarà al potere in Spagna. Non è possibile. Dunque, delle due cose l’una: o distruggete questo edificio, o lo accettate così com’è. Ormai ne abbiamo la prova irrefutabile.

Un programma radicale presuppone un piano di uscita dall’euro.

 
Ma la vera domanda è la seguente: che fare ora? Ve lo dico io, e su questo punto la mia pratica ha valore di prova. La sola posizione coerente al parlamento in questi ultimi giorni – coerente su due punti: il mandato elettorale ricevuto da Syriza il 25 gennaio, e il referendum dove il popolo ha detto molto chiaramente no ai piani di salvataggio – la sola posizione coerente era dire no. Non sì.

Non è una questione di coscienza morale. Io rispetto la coscienza di ciascuno, capisco la difficoltà morale provata da ciascun deputato, ciascun membro di Syriza, ciascun cittadino greco. Ma non è una questione morale. Non suggerisco assolutamente che il «no» sia moralmente superiore al «sì». Tengo a dirlo molto chiaramente. Qui non si tratta di morale, ma di giudizio politico.

Qui è la politica che conta, e il giusto orientamento politico da prendere era dire no. È la sola opzione che permette di restare coerenti con la volontà popolare, con le promesse che abbiamo fatto al popolo, e con le misure che potremo prendere in futuro.

Se questo orientamento è mantenuto, il «sì» ci piomberà verosimilmente in immense difficoltà. Immense difficoltà per le ragioni che vi ho detto e che riguardano il contenuto dell’accordo. Non è possibile accettare questo accordo e trasformare la Grecia. Non sarà possibile perché l’accordo contiene meccanismi di controllo durissimi. Questi tipi dell’estero non sono idioti. Sanno esattamente di che cosa si tratta. E imporranno delle condizioni, delle regole, dei meccanismi di controllo che impediranno a Syriza di prendere misure che vadano nel senso di ciò a cui molti aspirano.

La prova del pudding è nel mangiarlo. Questi esigono già il ritiro della maggior parte delle leggi che abbiamo adottato nel corso dei cinque mesi scorsi nell’interesse dei lavoratori. E noi le ritireremo. Ci costringono a farlo. E voi immaginate che a partire da adesso potrete adottare altre misure legislative radicali? Ma su quale pianeta vivete? È impossibile. E non sarà possibile.

Ritornare sull’accordo appoggiandosi sul No al referendum

 
Allora, che fare? Dobbiamo ritornare sull’accettazione di questo accordo. E concepire un programma radicale compatibile con i nostri valori, i nostri obiettivi e i discorsi che abbiamo tenuto al popolo greco in tutto questo tempo, in tutti questi anni. E questo programma radicale è impossibile senza un’uscita dall’euro. La sola cosa sulla quale dobbiamo veramente lavorare, è lo sviluppo di un piano di uscita dall’euro che ci permetta di mettere in atto il nostro programma. È talmente evidente che sono stupefatto che non lo si sia ancora capito dopo cinque mesi di fallimento dei negoziati.

Abbiamo le forze richieste? Sì. Sì, perché il referendum, dove il «no» ha trionfato in modo indiscutibile, ha dimostrato due cose. Tanto per cominciare, ha dimostrato che l’euro è un affare di classe. Non è una forma di denaro impersonale. Come vi ho detto, cristallizza e contiene rapporti di classe. E la gente l’ha capito istintivamente: i ricchi hanno votato «sì», i poveri hanno votato «no» al referendum. Punto e basta.

Seconda cosa dimostrata dal referendum, e questo rappresenta un enorme cambiamento: per la prima volta da cinque anni, i giovani greci si sono espressi. Eravamo in molti ad attendere che lo facessero. E infine lo hanno fatto. E i giovani, questi giovani così attaccati all’Europa, così colti, senza dubbio così lontani da tutti quei dinosauri di estrema sinistra che credono ancora in Marx e soci, questi giovani greci che beneficiano dei programmi Erasmus e viaggiano dappertutto, questi giovani hanno detto no all’80%. Questa è la base di un discorso radicale e di un riorientamento per Syriza oggi. Se noi diciamo sì, se manteniamo il sì, perderemo i giovani. Ne ho lacertezza assoluta.

Come organizzare un’uscita dall’euro?


Allora, come iniziare questo nuovo orientamento? È una cosa impossibile? Non immaginate che non esista un piano per uscire da questa disastrosa unione monetaria e mettere in atto una strategia radicale. Un piano esiste. Solo, non lo si è mai utilizzato. Non lo si è mai sviluppato, mai studiato in modo approfondito. Per metterlo in atto bisogna svilupparlo, e ci vuole, soprattutto, una volontà politica.

Tale piano, sotto forma di foglio di viaggio, contiene alcuni punti molto chiari.

In primo luogo, insolvenza sul debito nazionale. L’insolvenza è l’arma dei poveri. La Grecia deve essere insolvente. Non c’è alcun’altra porta di uscita. Il paese è schiacciato dal suo debito. Un’insolvenza sarebbe dunque un primo passo verso una profonda cancellazione del debito.

Secondo, nazionalizzazione delle banche. Nazionalizzazione efficace delle banche. Con questo voglio dire che si nominerà un commissario pubblico e un gruppo di funzionari e di tecnocrati che ci sappiano fare. Gli si chiederà di dirigere le banche e mandare a casa i membri delle attuali squadre dirigenti. Questo è quel che si deve fare. Senza la minima esitazione. E diconseguenza, cambieremo la struttura giuridica di questi istituti. È una cosa molto facile da fare. Le banche continueranno a funzionare sotto un regime di controllo dei capitali. A questo punto si sarà fatta metà del percorso per uscire da questa catastrofica unione monetaria. Ma bisognerà mettere in atto un controllo adeguato delle banche e dei capitali, non il pietoso controllo che abbiamo visto nelle due ultime settimane. Questo dovrà permettere ai lavoratori e alle imprese di ritrovare un’attività normale. È del tutto possibile. Lo si è visto a più riprese.

Terzo, conversione di tutti i prezzi, di tutte le obbligazioni, dell’insieme della massa monetaria nella nuova divisa. Si può convertire tutto quello che dipende dal diritto greco. I depositari perderanno una parte del loro potere d’acquisto, ma non sul valore nominale dei loro depositi. Ma ci guadagneranno, perché diminuirà anche il potere d’acquisto del loro debito.Dunque, la maggioranza ne uscirà probabilmente guadagnandoci.

Quarto, organizzazione dell’approvvigionamento dei mercati protetti: petrolio, prodotti farmaceutici, alimentari. È del tutto possibile, definendo un ordine di priorità, dunque bisogna prepararsi un po’ prima, non all’ultimo minuto. È evidente che se pensate di mettere all’opera tutto questo il lunedì mattina, e cominciate a pensarci la domenica, la cosa sarà difficile. Ne convengo.

Infine, determinare come si alleggerirà la pressione sul tasso di cambio. Il tasso di cambio, probabilmente affonderà, poi risalirà. È quanto succede in generale. Si stabilizzerà a un livello svalutato. Prevedo una svalutazione del 15–20% alla fine. Bisogna dunque sapere come si padroneggerà la situazione.

Quali saranno gli effetti di un’uscita dall’euro?

 
Che succederà dunque se prendiamo questa via? Prima di tutto, bisogna prepararsi tecnicamente e, soprattutto, bisogna preparare il popolo. Perchéuna cosa simile è impossibile senza di lui. Infine, non è del tutto vero: si può fare a meno del popolo, ma in tal caso bisogna mandare i carri armati nelle strade. Si può fare anche questo. Ma non è l’orientamento della sinistra. La sinistra vuole arrivarci con la partecipazione del popolo, perché vogliamo liberarlo in questo modo, vogliamo farlo partecipare.

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Ho visto delle simulazioni e delle modellizzazioni econometriche dell’effetto che questo potrà avere sul PIL, sui prezzi, ecc. Questo genere di cose, a volte è molto utile e interessante da leggere. Ma in questo caso le simulazioni non hanno il minimo valore. Perché? Perché, essenzialmente, la simulazione e l’econometrica si basano sulla conservazione delle caratteristiche strutturali del modello. Se no qualsiasi simulazione è impossibile. Qui, come progetto noi trasformiamo la struttura. È un cambiamento di regime. Ora, in altri termini, se qualcuno decide di rimettere a cultura il suo vigneto, come prevederne gli effetti? È quello che succederà. Ci sarà un cambiamento strutturale. Dunque, tutte le previsioni con i numeri, non valgono molto. Non credete a quelli che vi dicono che ci sarà una recessione del 25% , una contrazione del PIL del 50%. La verità è che non ne sanno niente. Tirano fuori queste cifre dal loro cappello.

Il meglio che si può fare in queste condizioni è concepire delle anticipazioni ragionate, basate sulle esperienze precedenti e sulla struttura dell’economia greca. Immagino che se prendiamo questa via e siamo preparati, entreremo in recessione. Sarà difficile. Durerà probabilmente parecchi mesi, almeno la caduta durerà parecchi mesi. Ma se mi baso sull’esperienza monetaria, non credo che questa situazione durerà più di sei mesi. In Argentina è durata tre mesi. Poi l’economia è ripartita.

La contrazione durerà dunque parecchi mesi, poi l’economia ripartirà. Viceversa, è probabile che occorrerà attendere più a lungo per riprendere tassi di crescita positivi, perché il consumo, la fiducia, e le piccole e medie imprese subiranno senza dubbio un duro colpo. Suppongo che si tornerà a tassi di crescita positivi in capo a 12 – 18 mesi.

Dopo che il paese sarà uscito da questo periodo di aggiustamento, penso che l’economia tornerà a tassi di crescita rapidi e sostenuti. Per due ragioni. Prima, la riconquista del mercato interno. Il cambio di divisa permetterà al settore produttivo di riconquistare il mercato interno, di ricreare opportunità e attività, tutte cose che si sono viste ogni volta che si sono prodotti avvenimenti monetari di questa ampiezza. E un governo di sinistra favorirà la ripresa in modo che sia più rapida e solida. In parte perché le esportazioni molto probabilmente ripartiranno; in parte perché si metterà in atto un programma sostenuto di investimenti pubblici che favorirà anche gli investimenti privati e produrrà crescita per parecchi anni. Queste le mie previsioni, che non ho il tempo di sviluppare qui.

La via della saggezza…

Vorrei aggiungere due cose. Non si tratta di un’uscita dall’Europa. Nessuno sostiene quest’idea. L’euro, l’Unione europea e monetaria, non si confonde con l’Europa – questo valore disincarnato, che ci tormenta da così tanto tempo. Qui parliamo di uscita dall’Unione monetaria. La Grecia resterà membro dell’Europa e delle strutture europee finché il popolo greco lo vorrà. Questa strategia mira al contrario a liberare la Grecia dalla trappola costituita dall’unione monetaria, a permetterle di recuperare una crescita sostenuta e la giustizia sociale, a rovesciare il rapporto di forza a favore dei lavoratori del paese. Mi dispiace ma non c’è un’altra strategia. Immaginarsi il contrario è inseguire delle chimere.

Non so se la Grecia sceglierà questa strategia. Mi sono imbattuto di recente in una frase molto interessante, attribuita a un primo ministro israeliano. Diceva che le nazioni prendono la via della saggezza, ma solo dopo avere provato tutte le altre. Nel caso della Grecia, temo che non sia quello che ci attende. La via della saggezza è quella dell’uscita dall’euro e del cambiamento sociale. Spero che Syriza lo capisca e dica no. Che non firmi questo accordo. Che ritorni ai suoi principi radicali e ai suoi valori radicali. Che faccia una nuova proposta alla società greca e si avvii sulla via della saggezza.



* Fonte:  Europe Solidaire Sans Frontières– N° 35473
« La voie de la sagesse, c’est celle de la sortie de l’euro et du changement social ».
Contretemps. 19/07/2015

** Traduzione di Gigi Viglino

*** Costas Lapavitsas è deputato eletto al Parlamento greco, membro della Piattaforma di sinistra di Syriza, e professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).

lunedì 24 agosto 2015

PERCHÉ LASCIAMO SYRIZA

[ 24 agosto ]

Quale sia la situazione tra i militanti e gli attivisti di SYRIZA dopo la capitolazione di Tsipras è ben indicato nel documento di dimissioni qui sotto. Si tratta della dichiarazione della sezione degli emigranti greci a Parigi. Particolarmente importante la denuncia che tutte le decisioni politiche sono state adottate da una ristretta cerchia di persone attorno a Tsipras ed alla spalle degli organismo democraticamente eletti.

«L'accelerazione subita in queste ultime settimane dal quadro politico ci obbliga a presentare le nostre dimissioni dal partito SYRIZA poiché il partito ha subito un cambiamento irreversibile e senza precedenti, trasformatosi in partito di appoggio al memorandum; questo per responsabilità esclusiva del gruppo dirigente.

I fatti che ci hanno portato a tale decisione sono essenzialmente due:

(1) La deviazione dai documenti programmatici fondamentali del partito —le decisioni politiche adottate dal 1 Congresso fondativo e l' Agenda di Salonicco), nonché dalle dichiarazioni programmatiche di governo che confermarono quegli orientamenti. Syriza è stato il partito che, fin dall'inizio, ha lottato contro delle scelte politiche imposte come obbligatorie: i memorandum, il neoliberismo, la negazione della democrazia. Le decisioni delle ultime settimane annullano gli orientamenti principali di SYRIZA e portano inevitabilmente il partito alla presentazione alla sottomissione alle oligarchie esterne ed interne internazionale di cui Syriza ora diventa il servo indispensabile.

(2) Il partito non funziona più. Le decisioni sulla gestione del paese e degli affari sociali, vincolanti per i prossimi decenni sono state prese, non solo senza consultare gli organismi ufficiali del partito (segreteria politica, Comitato Centrale, il Congresso), ma a loro completa insaputa.

Anche la recente decisione sulle elezioni anticipate (che prevedibilmente avrebbe portato alla scissione del partito), è stata presa da un circolo ristretto, senza informare gli organi di partito.

Riteniamo che non ci sia più posto posto per noi all'interno di un partito che è soggetto ai diktat delle oligarchie locali e internazionali,  tanto più perché ai suoi suoi organi è impedito esercitare il loro mandato politico ed hanno solo un ruolo decorativo in un partito che che oramai devia verso bonapartismo e la gestione dei memoramdum.

Tuttavia, nonostante la grande delusione, noi crediamo che la smobilitazione è un'opzione sbagliata.

Come cittadini greci della diaspora consideriamo che il "Terzo memorandum" sarà devastante; riteniamo quindi indispensabile gettare tutte le nostre forze nella  battaglia per cancellare anche i memorandum precedenti.

La lotta contro i memorandum anti-sociali, contro la dipendenza e l'imperialismo, è una necessità.

Porteremo questa battaglia a livello sociale e politico, attraverso un nuovo grande polo di lotta con i memorandum, per costruire l'unità del popolo necessaria per combattere per battere le politiche antipopolari.

Ci attendiamo il sostegno da parte dei movimenti popolari e sindacali europei. L'appoggio alla nostra lotta per la ricostruzione di un tessuto produttivo progressivo, per l'emancipazione dalle istiruzioni reazionarie europee.

Perciò noi comunicheremo la nostra decisione a tutte le forze che da anni sono al nostro fianco, in Francia, nelle lotte comuni contro l'austerità, contro il neoliberismo, contro la negazione della sovranità nazionale.

Apostolodou Eleni - membro SYRIZA Parigi
Goulas Vangelis - coordinatore SYRIZA Parigi
Grigoriadou Lena - membro SYRIZA Parigi
Kosadinos Emmanuel - membro SYRIZA Parigi
Kiriakidis PARIGI - membro segreteria della SYRIZA Parigi
Nestor Nestoridis - Vice Coordinatore SYRIZA Parigi
Papageorgiou Chryssa - membro segreteria della SYRIZA Parigi
Papadomihelaki Alice - membro SYRIZA Parigi»

venerdì 21 agosto 2015

L'AUDACIA DELLA CAPITOLAZIONE di Leonardo Mazzei

[ 21 agosto]
Vuol turlupinare i greci, e rapidamente? 
Applausi scroscianti della stampa eurista a Tsipras
Intanto è nata "Unità Popolare"
La stampa eurista —nazionale e non— ha un nuovo idolo: Alexis Tsipras. Le oligarchie sanno accogliere come si deve i collaborazionisti. Che, per definizione, vengono sempre dalle fila del nemico, siano essi di primo o secondo pelo. E che, al momento giusto, sono l'arma migliore per tutelare gli interessi dei dominanti. Del resto, quale miglior prova dell'«inesistenza di alternative», dell'adesione al dogma imperante di colui che è stato in precedenza un simbolo della lotta contro quel dogma?  

In fondo, è proprio questo triplo salto mortale che piace agli euristi. Leggiamo come lo descrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: 
«La prima volta l'attuale premier di Atene aveva forzato le elezioni con l'obiettivo di far saltare le intese in vigore con i governi creditori. La seconda, meno di due mesi fa, aveva chiesto ai greci un "grande No" all'accordo che lui stesso aveva negoziato per cinque mesi. La terza volta invece, dimettendosi ieri, Tsipras induce un voto anticipato che equivale a un referendum per dire "Sì" a un compromesso più duro di quello che ha già respinto e più pesante di quello che avrebbe potuto strappare a febbraio scorso, se solo ci avesse provato».
Come si vede è tutto molto semplice. La cosa è sotto gli occhi di chiunque non li voglia chiudere. La sostanza è racchiusa in quel disinvolto passaggio dal NO al SI' alle politiche liberiste ed austeritarie imposte dall'Europa. Tutto il resto è menzogna bella e buona.

Adesso l'imbroglione cerca di chiudere il cerchio. 
Dice che —da democratico qual è— c'è bisogno di un nuovo mandato elettorale. Il che, beninteso, non sarebbe neppure falso. Il problema è che il mandato che verrà richiesto a settembre sarà l'opposto di quello domandato a gennaio, per non parlare di quello —completamente tradito— del referendum del 5 luglio.

Non solo, la fretta di Tsipras ha altre due motivazioni: far votare i greci prima che arrivino gli effetti delle misure approvate in applicazione del Terzo Memorandum; cercare di distruggere politicamente la sinistra di Syriza —cioè la parte che è rimasta fedele al programma elettorale di gennaio— togliendole il tempo necessario ad organizzarsi.

Entrambi questi obiettivi sono ben chiari ai commentatori di tutta Europa, che infatti ne scrivono in abbondanza. Tra questi, quelli più dichiaratamente schierati sul fronte eurista sono i più entusiasti delle astuzie del trasformista in questione. Insomma: l'obiettivo è turlupinare il popolo, viva il turlupinatore! 

Qual è il "merito" di Tsipras? Per Adriana Cerretelli, sul Sole 24 Ore di oggi, aver «avuto l'audacia della capitolazione». No comment.

Illuminante la retorica spesa dalla Cerretelli nella conclusione del suo articolo:
«Se dovesse riuscire a superare brillantemente anche questa terza prova, tenendo poi ferma la barra del risanamento e della modernizzazione della Grecia, Tsipras potrebbe non solo procurarsi un giorno un posto nell’Olimpo dei grandi statisti greci ma diventare anche una figura di riferimento della nuova politica europea: l’uomo che, evitando Grexit con un’incredibile e lungimirante testa-coda ideologico, ha salvato non solo il suo Paese ma anche l’euro. Mostrando che il coraggio della flessibilità mentale, dote rara nella cultura e nella dottrina europea ma decisiva per cavalcare con successo le sfide del mondo globale, in fondo è un obbligo morale per tutti. In politica come in economia. E in Europa per poter continuare a stare insieme. E tornare a crescere».
Fin qui il giornalistume plaudente.
Ma l'impostore, cos'ha raccontato ai greci ieri sera in tv? In un discorsetto penoso quanto disonesto, ha fatto l'elogio di se stesso e dei suoi tradimenti. Gli ha raccontato che, certo, l'accordo sottoscritto non è quello che avrebbe voluto, ma sicuramente è stato il migliore che si potesse ottenere.

Come no? Basta vedere i contenuti. O, ancora, i primi effetti. Ma per l'ometto di Atene non è questo che conta. Conta che si sarebbe potuto fare peggio. Insomma - ed in Italia ce ne intendiamo - menopeggismo allo stato puro. Peccato che con questa logica chiunque possa assolversi. Anche Samaras potrebbe dire la stessa cosa. Così come un omicida può sempre dire di aver evitato una strage.   

E così avrebbero potuto comportarsi i greci nel 1940: arrendersi al diktat mussoliniano, evitare ogni resistenza per impedire il dramma della guerra. I menopeggisti di allora avrebbero di certo applaudito. I greci scelsero invece la strada della Resistenza, e così avrebbe potuto fare Tsipras dopo il grande consenso popolare del referendum. Certo, se gli oppressori di oggi vengono considerati come i necessari partner del "sogno" (che per noi è un incubo) europeista, è ovvio che ad essi non si può opporre resistenza alcuna. Ma che almeno la si faccia finita con la lagna della "sindrome TINA" (There is no alternative). Le alternative ci sono sempre. E Tsipras non è andato al governo proprio in nome dell'alternativa all'austerità ed al liberismo?

Tsipras ha detto che con l'accordo «l'economia respira» e tutto lentamente andrà a posto. Che i peggiori nemici sono quelli che vogliono il ritorno alla sovranità monetaria e nazionale. Che adesso - udite, udite! - «l'Europa non è più la stessa». Che «L'idea che si possa finalmente mettere fine all'austerità guadagna terreno».

Il tutto detto a nemmeno quaranta giorni dalla capitolazione di luglio ed a due giorni dall'inizio della svendita massiccia del patrimonio pubblico del paese. Non è davvero il caso di spenderci altre parole.

Concludiamo però con una previsione.
Il premier greco fa il furbetto perché sa di avere con sé le oligarchie europee. Del resto su chi altro potrebbero contare? Sa che le elezioni anticipate gli eviteranno il congresso di Syriza. Sa della debolezza degli avversari, del vantaggio assicuratosi con la precipitazione del voto anticipato (altro che la retorica sulla sovranità popolare!). Sa dunque di poter riconquistare il premio di maggioranza di 50 deputati. Così assicurano, del resto, tutti sondaggi di queste settimane.

Noi pensiamo però che le cose non saranno così semplici. I sondaggi non brillarono neppure a luglio, e molti di quelli attuali potrebbero essere "spinti" da quegli stessi centri di potere che vogliono un governo di unità nazionale.

Ed è questo l'esito più probabile del voto di settembre. Questa è almeno la previsione di chi scrive. Perché arrivare primi non basta per avere la maggioranza assoluta. Neppure con gli attuali alleati di Anel. Syriza potrebbe sì arrivare prima, ma avendo poi bisogno di un accordo con alcuni dei partiti che hanno governato in precedenza la Grecia. Certo, Tsipras farebbe comunque il primo ministro, ma la sua immagine politica ne verrebbe irrimediabilmente colpita.  

Intanto la sinistra è uscita da Syriza ed è nata "Unità Popolare". Avremo dunque una lista di sinistra chiaramente schierata per l'uscita dall'euro. A questi compagni facciamo i nostri migliori auguri. La battaglia elettorale sarà certamente difficile, ma il percorso che inizia è quello giusto. Da Atene ci viene dunque un segnale davvero importante. E non solo per la Grecia.

mercoledì 19 agosto 2015

E GLI TSIPRIOTI ITALIANI TACCIONO. Imponente piano di privatizzazioni (50 Mld, il 25% del Pil) votato dal governo di SYRIZA)

[ 19 agosto ]

Giorni addietro chiedevamo di TROVARE LE DIFFERENZE TRA LE TERAPIE
DI MARIO MONTI E QUELLE ALEXIS TSIPRAS. Alcuni lettori ci dissero che stavamo esagerando.
Stavamo davvero esagerando?
Nient'affatto!

Non abbiamo condiviso, il 12 luglio scorso, all'atto dell'accettazione del "terzo memorandum" da parte del governo greco, la definizione di "colpo di stato". Si ha colpo di stato quando un qualche potere ne abbatte un altro. Il governo Tsipras poteva, se voleva —tanto più dopo il referendum—, respingere l'accordo infame.
Ora che vengono applicate a passo di corsa le prime clausole del "terzo memorandum", la prima fra tutte un enorme piano di privatizzazioni delle aziende e dei beni pubblici —vedi sotto i dettagli— è chiaro anche ai ciechi di quale sfrontato tradimento abbia compiuto il governo SYRIZA. Doppio tradimento: del suo proprio programma e del mandato ricevuto dai suoi elettori a porre fine ad austerità e al regime di protettorato neocoloniale —che ora è più stringente ed effettivo che mai.

Tsipras si difese dicendo che non poteva fare altrimenti e che comunque si trattava del migliore accordo possibile. Mentiva sapendo di mentire. 

I sostenitori italiani di Tsipras, i sinistrati che raccattarono qualche seggio a Strasburgo con la lista che del primo greco portava addirittura il nome (Sel, Prc, Centri sociali e compagnia) si allinearono al loro "caro leader", difendendo l'accordo del 12 luglio, negando che si trattasse di una capitolazione. 
Da un mese essi tacciono, non aprono bocca —dalla vergogna.

Ma vediamo nei dettagli le prime misure suicidiarie, all'insegna del più puro neoliberismo chieste dai creditori e accettate da Atene: si tratta di privatizzare pressoché TUTTE le compagnie e le aziende di proprietà pubblica. 

Per "reperire risorse allo scopo di onorare il debito" si difende Tsipras. Che fine ha fatto la richiesta della moratoria sul debito? E perché non si nazionalizzano invece le flotte mercantili degli oligarchi greci? (la loro è la più grande flotta mercantile del mondo).

Leggiamo da Il Sole 24 Ore del 15 agosto (vedi immagine sopra):
«Il governo greco accelera sulla privatizzazione dei pezzi pregiati del sistema produttivo ancora nelle mani dello Stato: i porti del Pireo e di Salonicco e la ferrovia Trainose-Rosco. Tutte aziende che interessano i cinesi della Cosco e per il Porto del Pireo anche la danese Maersk.
L’agenzia greca per le privatizzazioni ha annunciato giovedì il termine per la presentazione delle offerte: ottobre 2015 per il Pireo, dicembre 2015 per la ferrovia e febbraio 2016 per il porto di Salonicco, la seconda città del paese. Fra le società interessate al Pireo vi è in prima linea il gruppo cinese di container Cosco che attualmente gestisce il molo I del porto greco. Fin dal 2009 la Piraeus Container Terminal, una sussidiaria di Cosco, gestisce i moli II e III in base ad una concessione dalla durata di 35 anni data dall’ex premier greco Giorgos Papandreou con lo scopo di trasformare il Pireo nella porta di ingresso delle merci cinesi per i Balcani e l’Europa orientale.
Nel memorandum di intesa, concordato ieri dalla Grecia e dai suoi creditori, si prevedono le privatizzazioni di porti, aeroporti e rete elettrica per un totale di 6,4 miliardi di euro entro il 2017.
Il nuovo memorandum, di circa 60 pagine, prevede le misure prioritarie per l’erogazione della prima tranche di aiuti che dovrebbe essere di 25 miliardi, su un totale di 85 miliardi di euro. Più nel dettaglio l’accordo prevede l’impegno da parte di Atene a fare «passi irreversibili» entro ottobre per privatizzare l’operatore della rete elettrica Admie, su cui in passato c’erano state delle manifestazioni di interesse da parte della società italiana Terna e della società di trasmissione cinese, oppure a presentare misure alternative equivalenti. Le offerte vincolanti per i porti del Pireo e di Salonicco dovranno essere annunciate entro la fine di ottobre. Inoltre Atene si impegna a vendere gli aeroporti regionali all’offerente già selezionato, ovvero la tedesca Fraport, che gestisce l’aeroporto di Francoforte, in base «ai termini previsti».
L’annuncio dell’Hellenic Republic Asset Development Fund’s (Hradf) si basa sull’accordo raggiunto fra il governo greco e i creditori, sul quale il Parlamento di Atene ha dato il via libera ieri. Il memorandum prevede che i 6,4 miliardi di euro di incasso totale per le privatizzazioni siano ripartite in 1,4 miliardi di euro nel 2015, 3,7 miliardi di euro nel 2016 e 1,3 miliardi di euro nel 2017. L’ex aeroporto di Atene, Ellenikon, dove si costruiranno una serie di alberghi e residence con investimenti del fondo sovrano del Qatar, è già stato ceduto, come pure Astir Palace, un hotel di lusso che aveva ospitato ai tempi Christina Onassis e Brigitte Bardot, è in vendita. Manca all’appello la Ppc, il primo produttore di energia elettrica del paese e la prima public utility di Grecia. Nella lista delle società da mettere sul mercato manca anche il 35,5% della Hellenic Petroleum, la maggiore raffineria del paese mediterraneo. Anche qui, come per la Ppc, a mettere il veto era stato l’ex ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis nonché capo dell’ala di sinistra di Syriza, ora pronto alla separazione, che aveva stoppato la prevista cessione ai privati della società. Mancano all’appello della messa sul mercato anche le azioni ancora in mano al governo della Ote, il colosso della società di telecomunicazioni greca, già in mano in maggioranza ai tedeschi della Deutsch Telekom, che avrebbero dovute passare all’agenzia delle privatizzazioni.
I creditori vorrebbero un passo avanti anche nelle modalità di esecuzione delle privatizzazioni che in passato hanno fruttato solo delusioni e obiettivi mancati. Lo scorso 13 luglio Atene si era impegnata a trasferire a un «fondo indipendente» le sue attività «di valore». A tale fondo spetta il compito di «monetizzare» tali attivi, sia vendendoli, sia sfruttandoli nella maniera più redditizia possibile. L’obiettivo è quello di raccogliere 50 miliardi di euro durante tutta la durata del terzo programma di aiuti, cioè in un triennio, un obiettivo ritenuto da molti osservatori molto ambizioso. Nell’accordo sottoposto all’Eurogruppo, Atene ha promesso la costituzione entro ottobre di una «squadra indipendente per identificare le possibili opzioni e preparare raccomandazioni in vista della creazione del fondo». Ma alcuni creditori ritengono che il semplice fatto di creare una «squadra» non sia sufficiente e non soddisfa le condizioni fissate dai creditori».

Entrando nei dettagli si scopre che i briganti che stanno dando l'assalto alla diligenza greca sono anzitutto multinazionali tedesche.

«Il governo greco ha approvato la vendita di 14 aeroporti regionali al gestore aeroportuale tedesco Fraport per 1,23 miliardi di euro. La decisione è stata confermata ufficialmente oggi nella Gazzetta ufficiale e porta le firme di diversi ministri, tra cui il vice primo ministro e il ministro dell'Economia Yannis Dragasakis e Giorgos Stathakis.
Prima del blocco delle privatizzazioni, Fraport nel novembre 2014 era già stato scelto come “investitore privilegiato” per concessioni di 40 anni su 14 scali greci, da Creta a Santorini, da Mykonos a Salonicco. La cessione alla società tedesca era quindi già stata approvata dal precedente governo poi congelato con le elezioni in gennaio del premier della sinistra radicale Alexis Tsipras. Si tratta della prima privatizzazione del governo Tsipras».
Tsiprioti italiani, paladini dei beni comuni, antiliberisti dei nostri stivali, avete forse perso la favella?

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