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giovedì 24 ottobre 2019

KURDISTAN: CHI LA FA L'ASPETTI

Quando Pentagono e curdi delle YPG camminavano fianco a fianco
[ giovedì 24 ottobre 2019 ]
La drammatica vicenda storica del popolo curdo ha origini lontane. 
Recita un antico e terribile proverbio arabo:«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi».
Approfittando del vuoto lasciato dall'implosione dello stato siriano, dilaniato da una guerra civile ben presto diventato campo di battaglia tra potenze regionali e mondiali, le minoranze curde delle zone del nord-est della Siria confinanti con la Turchia — area in cui vivono anche arabi ed assiri —, si sono ben presto autorganizzate de facto giungendo costituendo un loro stato. 
All'inizio del 2015 il braccio armato dei curdi, le Unità di Difesa Popolare (YPG), respingono a Kobane l'assedio dello Stato Islamico. Subito dopo avviene la svolta strategica. Con le YPG come spina dorsale nell'autunno del 2015 viene fondato il fronte delle Forze Democratiche Siriane (SDF). Le SDF diventano presto una longa manus degli USA nella guerra per annientare il nemico pubblico numero uno: lo Stato Islamico. E' grazie a YPG e SDF, sostenute dal poderoso supporto aereo, logistico e finanziario nordamericano, che venne lanciata l'offensiva finale di sterminio contro lo Stato Islamico, conclusasi con la conquista di Raqqa (letteralmente rasa al suolo dai bombardamenti yankee) nell'ottobre 2017. Impossibile dimenticare: in tutto l'Occidente salivano smodati peana per "l'eroica vittoria curda sui tagliagole islamisti".
Si sapeva che la Turchia non avrebbe tollerato a lungo questo equilibrio di forze.
Eccoci dunque all'oggi. L'offensiva turca per occupare una lunga striscia di territorio siriano di confine per espellere le forze curde affinché sia possibile, come attesta l'articolo più sotto, una colossale operazione di rimpiazzo etnico. Operazione, è sotto gli occhi di tutti, avallata non solo da russi e americani, ma pure dal governo di Assad.
I curdi, per l'ennesima volta, lasciati a se stessi. Solo Israele e l'Unione europea gridano allo scandalo e dicono di restare a loro fianco.


*  *  *


SIRIA, LA GRANDE SPARTIZIONE E' INIZIATA
Con Putin garante e Trump a rimorchio.
In morte del sogno curdo


di Umberto Degiovannangeli


Tradimenti e deportazione. L’Onu ridotto a spettatore inerme. La Nato che non muove foglia per non irritare Ankara. Trump che annuncia di aver deciso di togliere le sanzioni imposte alla Turchia il giorno dell’inizio dell’invasione in Siria. L’Unione Europea latitante. Uno Stato membro delle Nazioni Unite che si vede di fatto amputata una parte di territorio che resterà nelle mani turche con la Russia come garante.

Le cifre in ballo dicono molto sulle intenzioni del progetto: stanziare 3,5 milioni di persone in un’area di 32 km per 450 significa modificare completamente la demografia, la società, la cultura di quei luoghi. Sintesi della capitolazione della comunità internazionale e delle sue istanze rappresentative sul fronte siriano. Dove a dettar legge sono i contraenti del “patto di Sochi”: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyp Erdogan. Il primo che sarà garante della spartizione dei pozzi petroliferi del Roiava con Bashar al-Assad e l’alleato iraniano. La morsa si è chiusa attorno ai curdi siriani. Il presidente siriano “sostiene pienamente” i risultati dell’incontro tra Putin ed Erdogan a Sochi. Lo afferma il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, parlando con i giornalisti. A detta di Peskov, Assad ha anche assicurato la disponibilità “delle guardie di frontiera siriane di pattugliare insieme alla polizia militare russa il

Rojava: le zone controllate dalle YPG nel giugno 2015
confine” tra Siria e Turchia. Tali affermazioni, dice il portavoce del Cremlino, sono state fatte nel corso di una telefonata che Putin ha avuto con Assad per informarlo dei contenuti del Memorandum sottoscritto al vertice di Sochi. Durante il colloquio, avvenuto su iniziativa russa, il capo del Cremlino ha anche informato Assad che la “principale priorità consiste nel restaurare l’integrità territoriale della Siria e di rafforzare gli sforzi di natura politica”. Il regime di Damasco, prenderà il controllo del nord del Paese con la benedizione di Mosca, che funge da garante per Ankara rispetto alle mosse del presidente Bashar al -Assad. Un ruolo di garante che si manifesterà nel rinnovato impegno della Russia a garantire la prosecuzione dell’accordo di Adana, con cui il padre di Bashar, Hafez, nel 1998 si impegnò a impedire attacchi dei curdi del Pkk alla Turchia dal proprio territorio (Ypg è considerata l’ala siriana del Pkk e la contiguità tra le due organizzazioni è per Ankara un dato di fatto)

Un’intesa, quella tra Russia, governo siriano e turco, che esclude come già annunciato il quarto soggetto in campo, le milizie e la popolazione curda, e rappresenta la diretta conseguenza della stretta di mano in dieci punti raggiunta ieri a Sochi tra Erdogan e Putin. La Turchia continuerà a mantenere il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al Ayn (est) sottratto a Ypg con l’offensiva “Fonte di pace” delle scorse settimane. A partire dalle 12 di oggi militari russi e siriani controlleranno l’effettivo abbandono della safe zone da parte dei miliziani Ypg, entro 150 ore al di fuori dalla suddetta area, destinata a rimanere sotto il controllo di Ankara. Mosca si è impegnata a garantire l’abbandono totale dei miliziani Ypg della città di Tal Rifat, ma soprattutto di Manbij. Quest’ultima si trova fuori dalla “safe zone”, a ovest dell’Eufrate ed è da sempre un centro che la Turchia ha insistito con gli Usa negli ultimi anni perché fosse abbandonato da Ypg. Pattugliamenti congiunti Russia-Turchia sono invece previsti per una profondità di 10 km, a est e ovest del territorio tra Tel Abyad e Ras Al Ayn sotto il controllo dell’esercito di Ankara, lungo tutto il confine turco, con esclusione della città di Qamishli. Un’azione congiunta per la quale sarà
Un terzo della Siria: le zone sotto controllo YPG nel 2019
costituito un meccanismo di coordinamento permanente. Il fine condiviso da Erdogan e Assad è lo sradicamento dei curdi e la loro sostituzione forzata coi profughi siriani, che curdi non sono, ma che verrebbero stabilizzati in quella striscia di territorio denominato “zona di sicurezza”, adiacente al confine tra Turchia e Siria. Il che, tradotto in denaro, significa 27 miliardi di dollari per costruire villaggi, moschee, ospedali e scuole, ovvero un tentativo di ripresa economica per un Paese in gravissima crisi. Tutto questo operando una mastodontica sostituzione demografica, che porterebbe due milioni di profughi siriani in una striscia di terra al confine con la Turchia, fino ad allora abitata storicamente dai Curdi. Due milioni di profughi costretti a tornare nella terra da cui sono fuggiti perché perseguitati dal feroce regime di Assad, e centinaia di migliaia di curdi sparsi non si sa dove e perseguitati ancora una volta per la propria ambizione alla libertà, all’essere un popolo. Quella che si sta per avviare è una enorme operazione forzata di “sostituzione etnica”.

E’ l’arabizzazione del Rojava. E’ la disintegrazione di un modello, oltre che di un territorio, Le conseguenze dell’accordo si sono già viste a Ginevra: un uomo di etnia curda si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(Unhcr). Il manifestante, un 30enne che vive in Germania, si è cosparso di benzina nel cortile dell’Unhcr, tra Rue de Montbrillant e Avenue de France. I soccorsi lo hanno trasferito in elicottero al Chuv di Losanna, un ospedale specializzato nel trattamento dei grandi ustionati. Nel frattempo, sempre l’infaticabile portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti hanno “abbandonato” i loro alleati curdi in Siria lasciandoli affrontare da soli l’offensiva turca. “Gli Stati Uniti sono stati gli alleati più stretti dei curdi. Eppure li hanno abbandonati, essenzialmente li hanno traditi e ora preferiscono mantenere i curdi al confine. In pratica, li costringono a combattere i turchi”, sentenzia il portavoce, citato dall’agenzia di stampa Sputnik. Secondo Peskov, è “ovvio” che, se i curdi non si ritireranno dalla cosiddetta zona sicura al confine, le guardie di frontiera siriane e la polizia militare russa dovrebbero lasciare l’area. In questo caso, i restanti gruppi curdi, ha affermato, verrebbero “annientati” dall’esercito turco. “I due più grandi Paesi al mondo”, Usa e Russia, hanno riconosciuto la “legittimità” dell’operazione Fonte di Pace lanciata dalla Turchia nel nord-est della Siria e gli accordi raggiunti da Ankara con le due potenze sono “successi politici”. A rivendicarli è il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu. In merito all’accordo raggiunto ieri a Sochi, il capo della diplomazia di Ankara ha sottolineato che se le forze turche individueranno “elementi terroristici nell’area dell’operazione Fonte di Pace, li neutralizzeranno”. Secondo Cavusoglu, l’azione della Turchia ha impedito la nascita di uno “Stato terrorista” nel nord della Siria. Il ministro ha quindi definito l’operazione una “svolta” per il futuro del Paese arabo.

La striscia di occupazione turca
Una forzatura trionfalistica? Niente affatto. Perché ad esultare per la realizzazione della “safe zone” è lo stesso inquilino della Casa Bianca. Trump ha definito un “grande successo” la creazione di una zona di sicurezza in Siria”. “Grande successo al confine tra Turchia e Siria, creato zona di sicurezza!”, ha twittato il presidente Usa, secondo cui” Il cessate il fuoco ha retto e le missioni di combattimento sono finite”, ha scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti. Inoltre, “i curdi sono al sicuro e hanno lavorato molto bene con noi”. E “al sicuro” sono stati definiti anche i prigionieri dell’Isis catturati. Ed è solo l’antipasto. The Donald dà appuntamento ai giornalista sul prato della Casa Bianca per provare a trasformare un tradimento in una vittoria: “Il cessate il fuoco tiene, credo che la tregua sarà permanente”, per questo le sanzioni alla Turchia “saranno revocate, annuncia Trump, rivendicando come ”questo risultato sia stato creato da noi, non da altre nazioni″. “Ho chiesto al segretario del Tesoro – dichiara il tycoon - di revocare tutte le sanzioni imposte il 14 ottobre in risposta all’offensiva della Turchia”. “Questa mattina - ha reso noto il presidente - il governo turco ha informato la mia amministrazione che fermerà i combattimenti e l’offensiva in Siria e renderà il cessate il fuoco permanente. E credo lo sarà”. Così, ha continuato nella sua dichiarazione dalla Diplomatic Reception Room, “le sanzioni saranno revocate a meno che non succeda qualcosa della quale non siamo felici”. “Ci aspettiamo che la Turchia rispetti i suoi impegni riguardo all’Isis”, aggiunge, rivendicando “il grande lavoro fatto, abbiamo risparmiato migliaia di vite”.

Un piccolo numero di soldati Usa resterà in Siria nell’area dove c’è il petrolio e si deciderà in futuro cosa fare col petrolio, ha poi aggiunto. Ma quel “qualcosa” del quale “non essere felici” è già avvenuto. Quanto alle coraggiose combattenti curde che tanto avevano emozionato l’Occidente, come marchio d’infamia per una Europa incapace di andare oltre parole di condanna e uno stop tardivo e parziale alla vendita di armi alla Turchia, valga un video agghiacciante, che circola in rete. “Questa è una delle vostre puttane. Ora è sotto i nostri piedi”. Il video dell’infamia, rilanciato da analisti
internazionali come Mutlu Civirolu, mostra un gruppo di uomini appartenente alle fazioni supportate dalla Turchia, esultare per l’uccisione di una combattente curda tra Kobane e Tal Abyad. Il gruppo, in particolare, è quello di Faylaq Majid, coinvolto nella battaglia nella regione di Idlib contro il regime di Bashar al-Assad e alleato di milizie jihadiste come quella di Tahrir al-Sham e Ahrar al-Sham L’identità della milizia è rivelata, nel filmato dagli stessi aguzzini, e confermata dai ricercatori del Rojava Information Center. Milizie assoldate da Erdogan, con il sostegno di Putin e l’avallo di Trump. La vergogna si è consumata. Il cerchio si è chiuso. La “grande spartizione” può iniziare.

* Fonte: Huffington Post



mercoledì 16 ottobre 2019

LA SIRIA, LA RUSSIA E IL TRAMONTO DELLA NATO di Alberto Negri

I combattenti dell'ESL (Esercito Siriano Libero),
ovvero gli ascari dell'esercito turco nella battaglia
per cacciare i curdi dal Nord della Siria
[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

IN UNA SETTIMANA IL MONDO è CAMBIATO

di Alberto Negri



In una settimana il mondo è cambiato: è arrivato il Capo, quello vero. Questa non è una guerra come le altre: il mondo uscito dal crollo del muro di Berlino nell’89 è cambiato ancora una volta. In pochi giorni sono stati bruciati 30 anni di storia, forse li ha guadagnati Putin diventato il vero co-gestore della politica internazionale.

Mentre gli Usa rinunciavano a proteggere i curdi, la loro «fanteria» contro il Califfato. Le truppe russe ora colmano il vuoto lasciato dagli Stati uniti e fanno interposizione tra i due Raìs, Assad ed Erdogan, e i curdi. Un sincronismo quasi perfetto da apparire concordato.

LA RUSSIA vede davanti a sé un obiettivo: stabilire che niente sarà più fatto contro gli interessi di Mosca. Non ci sarà più un altro Kosovo (’99), non ci dovrà più essere neppure un’altra Libia (2011) e nemmeno rivoluzioni «colorate», Venezuela compreso. Quanto all’allargamento futuro della Nato, l’atlantismo, nemico giurato della Russia, sembra sul viale del tramonto. Il fatto più evidente è che la Turchia ha disgregato un’Alleanza che da 70 anni sembrava la più solida del mondo. Erdogan ha sbeffeggiato gli appelli di Trump, dell’Europa e del segretario Nato Stoltenberg, ormai uno stralunato e imbarazzante commesso viaggiatore. Si tratta di un evento epocale: gli americani che avevano nei curdi i loro maggiori alleati nella lotta all’Isis li hanno abbandonati per non scontrarsi con la Turchia, membro della Nato dal 1953, che ospita 24 basi e i missili puntati contro Mosca e Teheran.

UNA SITUAZIONE assurda. In queste condizioni la Nato non ha più senso, a meno che non venga radicalmente riformata.Cosa non semplice, non si può dare un calcio alla Turchia come con la finale 2020 di Champions a Istanbul, l’unica vera sanzione che forse sarà attuata davvero. La Turchia viene cooptata nel fronte occidentale negli anni Cinquanta per fare da antemurale all’Unione Sovietica, cioè a quel mondo comunista che veniva ritenuto il nemico più micidiale. E ora Erdogan, che usa i jihadisti contro curdi ma anche contro l’Occidente e ricatta l’Europa con i profughi, è diventato l’avversario più pericoloso.

NON SOLO: Putin, che con l’Iran sostiene Assad, è l’unico che può frenare Erdogan o negoziare con lui non da perdente ma da protagonista serio su cose serie come Idlib, il Rojava, il futuro della Siria, il sistema anti-missile S-400, il nucleare, il gas russo di cui Ankara è il maggiore acquirente. Certo, come scriveva lunedì sul manifesto Manlio Dinucci, è dura ammettere che si è rivoltato contro un alleato in cui la Nato ha investito 5 miliardi di dollari e che rappresenta un succulento mercato bellico occidentale.

MA TECNICAMENTE la Nato non ci serve più a niente visto gli Usa hanno rinunciato al loro ruolo di guida dell’Ovest: in poche parole Trump non solo ha abbandonato i curdi ma anche l’Europa e il Medio Oriente in mano alla Russia, l’unico stato che oggi fa vincere le guerre e non abbandona gli alleati. Tanto è vero che Putin è andato in Arabia Saudita a rassicurare Riad di fronte all’Iran, alleato di Mosca in Siria.

L’unica notizia positiva per gli americani, riportata dal Wall Street Journal, è che stanno vendendo ai sauditi delle centrali nucleari.

L’importante per Trump, in fondo, è fatturare. Per gli Usa Europa e Medio Oriente non sono più strategici: sono mercati dove vendere armi e infrastrutture militari, mercenari compresi che presto useremo anche noi al posto dei soldatini di cioccolata.

I PIÙ STUPIDI sono i sauditi del principe assassino Mohammed bin Salman cui Trump ha venduto armi per 100 miliardi di dollari e sono stati colpiti in casa da un attacco che ha ridotto di metà la produzione petrolifera. Ma queste armi non servono a nulla perché gli imbelli sauditi stanno perdendo in Yemen contro gli sciiti Houthi appoggiati da Teheran. E quindi abbracciano anche Putin.

MA AVEVATE creduto veramente che gli Stati Uniti fossero ancora disposti a morire per i curdi, gli arabi o gli europei? Dopo i fallimenti dell’Afghanistan e dell’Iraq, a Washington nessuno vuole morire per la nostra sicurezza. Non la pensa così solo Trump. Anche Obama nel 2011 si era ritirato dall’Iraq lasciando il Paese nel caos e poi in mano al Califfato. La guerra all’Isis agli americani non è costata neppure un morto Usa: sono stati uccisi invece 11mila curdi.

Se Erdogan ci ricatta, Trump ci prende in giro sanguinosamente. I jihadisti europei scappano dalla carceri curde? Se li volete andate a prenderveli, dice Trump. Più chiaro di così.

Ma i sepolcri imbiancati che governano l’Europa dicono una stupidaggine dietro l’altra. Per esempio decretano l’embargo di armi contro la Turchia. Peccato che siamo proprio noi con Leonardo-Finmeccanica a costruire le armi in Turchia: per esempio i magnifici elicotteri Mangusta dell’Agusta-Westland.

EPPURE eravamo così felici quando incassavamo dai turchi: commesse e posti di lavoro, che cosa vuoi di più? Alcuni vorrebbero mettere sanzioni ad Ankara. Ebbene il 70% dei prestiti delle aziende turche sono con banche europee e sono centinaia se non migliaia le società delocalizzate in Turchia: volete boicottare la pasta Barilla o Benetton adesso?

* Fonte: il manifesto del 16 ottobre 2019

Agli europei il Nuovo Mondo, senza una Nato vera, senza legge e senza mediazioni, ma pieno di contraddizioni e con Putin al comando, è piombato addosso come un treno in corsa. E ora il tempo è scaduto.

mercoledì 15 agosto 2018

TURCHIA: LE VERE RAGIONI DELLA CRISI di Marco Cattaneo

[ 15 agosto 2018 ]

Molti commentatori economici “antisovranisti” stanno utilizzando la crisi turca per contrastare la tesi secondo la quale è (di gran lunga) preferibile emettere e gestire la propria moneta nazionale.
La Turchia sta attraversando forti tensioni finanziarie e la lira turca si sta rapidamente svalutando. Meglio quindi essere nell’Eurosistema, “che ci protegge da questo tipo di problemi" ?

No, proprio per niente. I problemi della Turchia nascono da un eccesso di indebitamento in valuta estera, contratto durante i recenti anni di forte crescita economica, domanda interna effervescente e alti deficit commerciali.

Questi eccessi sono la prova delle difficoltà che possono nascere dalla libera e deregolamentata circolazione di capitali: uno dei principi basilari dell’Eurosistema, in effetti.

Indebitarsi in moneta estera è certamente un rischio. Usare l’euro al posto della propria moneta nazionale lo evita ? al contrario. Se si usa l’euro e si cessa di emettere la propria moneta, TUTTI i debiti – pubblici e privati – diventano debiti in moneta estera.

E infatti la crisi dei PIGS, nell’ambito dell’Eurosistema, si è venuta a creare nel 2009-2012 a causa di un eccesso di indebitamento estero, soprattutto privato, contratto per finanziare deficit commerciali (nel caso di Spagna, Portogallo e Grecia) o a causa di movimenti finanziari speculativi (Irlanda) o di bolle immobiliari (Spagna e Irlanda). Problemi in larga misura analoghi a quelli attuali della Turchia.

Tra l’altro la Turchia ha un rapporto debito pubblico / PIL molto basso (40% circa), su livelli simili a quelli di Spagna e Irlanda all’inizio della crisi: prova che i “conti pubblici in ordine” non evitano l’instabilità finanziaria.

Se c’è una cosa che la crisi turca, una volta di più, dimostra è che i mercati sono spesso inaffidabili nella loro valutazione di breve-medio termine riguardo all’affidabilità di un paese. E che è quindi potenzialmente catastrofico infilarsi in una situazione dove i mercati diventano il giudice supremo della “credibilità” dei paesi stessi – come è invece costretto a fare chi (i paesi dell’Eurozona) raccoglie debito (in particolare debito PUBBLICO) denominato in una moneta che non emette.

Che cosa avrebbe dovuto fare di diverso, la Turchia ? gestire il suo sviluppo economico con maggiore attenzione ai saldi commerciali esteri e regolare gli afflussi di capitale in valuta, limitando in particolare quelli che non davano solide garanzie di essere utilizzati per espandere produzione locale, in parte destinabile alle esportazioni.

Sento dire: i finanziamenti non sarebbero arrivati se non in valuta estera, perché della lira turca non ci si fidava. Probabile, o quantomeno non nella stessa misura. Questa però è un ulteriore prova della scarsa capacità di valutazione dei “mercati”: non gli va bene prendersi un rischio di svalutazione e però invece accettano un rischio di default… (o magari contano sul fatto che arriverà a tempo debito un Fondo Monetario Internazionale o una Troika a limitargli i danni e a far pagare il conto alle popolazioni locali…).

Ma comunque, con meno finanziamenti esteri in valuta sarebbero arrivati quelli meglio in grado di rientrare grazie a flussi di export futuri, e meno di quelli a sostegno dei consumi o della speculazione immobiliare. Crescita meno rapida, quindi, ma più equilibrata.

Che cosa può fare la Turchia, adesso ? come argomenta Krugman qui, prendere esempio da chi nel recente passato ha avuto problemi analoghi ed è stato in grado di uscirne: la Malesia nel 1998, l’Islanda nel 2009, l’Argentina nei primi anni dopo la crisi del 2001.

Nelle parole di Krugman, per un periodo transitorio “interrompere l’esplosione del rapporto d’indebitamento con una qualche combinazione di controlli temporanei sui capitali, per creare un coprifuoco sulle fuoriuscite “da panico”, ed eventualmente ripudiare una parte del debito in valuta estera”.

Tutte cose che un paese appartenente all’Eurosistema, ovviamente, non ha l’autonomia di mettere in atto.

La sovranità monetaria non evita QUALSIASI problema. Questa ovviamente non è la tesi. E’ sempre possibile, anche avendo la propria moneta, cedere alle lusinghe di chi, nelle fasi di euforia, offre credito facile in moneta estera. Ma i problemi attuali della Turchia non sarebbero stati evitati affatto usando l’euro. Al contrario, sarebbero scoppiati molti anni fa, come nel caso dei PIGS, e sarebbero poi stati ancora più difficili da risolvere.

La sovranità monetaria non evita e non risolve qualsiasi problema, ma fornisce delle leve di azione che avrebbero evitato all’Italia i problemi attuali, e gli darebbero gli strumenti per risolverli oggi.

Mantenendo il suo debito pubblico in lire, l’Italia non avrebbe avuto, nel 2011, alcuna crisi dello spread. E oggi potrebbe tranquillamente immettere nell’economia il potere d’acquisto necessario a rilanciare la domanda interna, nonché migliorare la propria competitività senza passare da lunghi e dolorosi processi di deflazione salariale.

L’Italia, al contrario della Turchia e degli altri PIGS, non ha mai avuto alti deficit commerciali né una posizione finanziaria netta sull’estero (“NIIP”) fortemente passiva. Nel 2017 in realtà i saldi commerciali esteri sono stati in surplus per oltre 50 miliardi. La NIIP è oggi negativa ma solo per l’8% del PIL circa.

L’Italia non ha bisogno di capitali esteri per tornare a crescere. Sono i vincoli dell’Eurosistema che generano, artificialmente, costrizioni il cui superamento è indispensabile per uscire, finalmente, dalla depressione economica.

* Fonte: BASTA EUROCRISI

mercoledì 20 luglio 2016

TURCHIA: CHI NON AMA ERDOGAN? di Fausto Sorini

[ 20 luglio ]

Non disponiamo ancora di informazioni sufficienti per una valutazione compiuta, un po’ di cautela è d’obbligo, ma proviamo egualmente ad orientarci in questo ginepraio, evitando almeno le interpretazioni più semplicistiche, propagandistiche o manichee.

Non si tratta certo di uno scontro tra il bene e il male, tra democratici e dittatori, progressisti e conservatori, ma di un crocevia in cui si mescolano - sul piano nazionale - il contrasto tra un centro di potere storicamente laico (l’esercito) ed uno islamico (Erdogan) che vuole il suo spazio anche nelle forze armate. Ma dove tale contraddizione si intreccia con contrasti di politiche estere e di collocazione geopolitica, nell’ambito di una competizione globale e regionale di natura inter-imperialistica in cui la Turchia sta cercando di emergere come potenza regionale.

L’esercito turco (500.000 uomini: il secondo per numero tra i Paesi Nato) è storicamente il garante dell’unità nazionale e della sua laicità, ma soprattutto è il più importante bastione militare Usa e atlantico in una regione strategica decisiva per gli equilibri mondiali e regionali del vicino oriente, a cavallo tra Europa e Asia, nel cuore dei conflitti mediorientali (ricordate che a scuola studiavamo “la questione d’Oriente”, uno dei capitoli di storia più ostici..).


Ma ormai da diversi anni la Turchia è cresciuta anche come polo imperialista regionale, aspirante ad una maggiore autonomia dall’imperialismo Usa. E ciò nell’ambito di un polo imperialista di matrice islamica in cui si ritrovano Paesi ricchi e potenti come l’Arabia Saudita, il Qatar e lo stesso movimento politico di cui Erdogan è espressione : ieri appendici subalterne dell’imperialismo Usa, oggi aspiranti ad un protagonismo sempre più autonomo nella competizione inter-imperialistica. Un polo islamico che si è dato anche uno strumento diretto di guerra, di conquista e di destabilizzazione politico-militare come l’ISIS.

Tutto ciò, e scusate se è poco, si intreccia oggi con la politica di interventismo politico e militare della Nato e soprattutto degli Usa (ma anche di Israele) volta a contrastare l’influenza russa e cinese nella regione; e quindi anche l’influenza di quei Paesi o movimenti che in qualche misura sono parte del sistema di alleanze di Russia e Cina nella regione. La guerra ieri contro l’Iraq e la Libia, oggi il contrasto con l’Iran, con l’Egitto del generale Al Sisi e soprattutto la guerra contro la Siria, ed anche la “copertura” data all’ISIS (per non parlare dello storico sostegno a Israele) sono espressioni di questa geo-politica dell’imperialismo americano nella regione: una delle regioni chiave del mondo che potrebbe essere uno dei classici detonatori di una Terza guerra mondiale che in verità già si combatte “a pezzetti”.

Ma questo protagonismo interventista degli Usa e della Nato nella regione va letto alla luce dello scontro trasversale tra due linee che oggi attraversa questo campo imperialista atlantico (Usa, Ue, Oceania, Giappone).

In esso si confrontano la linea dei settori più oltranzisti dell’imperialismo americano (che gode di importanti sostegni, oltre che in Israele, in Giappone, in Oceania; assai meno in Europa) e che non esclude scenari di guerra aperta e ravvicinata a grandi potenze nucleari come Russia e Cina (considerati i principali e più pericolosi nemici); ed una linea invece che punta a dividerli e disgregarli con una strategia più avvolgente.


Non si tratta certo di un confronto tra guerrafondai e pacifisti (non scherziamo!), ma tra chi ritiene che si debba procedere in fretta ad una resa dei conti militare, e chi invece (come ad es. Kissinger o Brzezinski), pur ritenendo imprescindibile la carta del rafforzamento militare e delle guerre locali, ritiene che in primo luogo si debba operare per dividere Russia e Cina, non affrontarle insieme né spingerle ad una crescente alleanza strategica; bensì cerca di indebolirle economicamente e politicamente, tentando di destabilizzarle al loro interno e nel loro sistema di alleanze. Ovvero: indebolire e dividere i Brics, e poi affrontarli uno ad uno. Senza rifiutare a priori anche momenti e ipotesi di accordi di cooperazione con essi, con adeguate contropartite, (“il patto con l’Asia” di cui parla Brzezinski) che possano anche servire a dare fiato e sbocchi all’economa americana.

La linea più oltranzista si avvale anche di coperture e sostegni diretti o indiretti all’ISIS e ad una strategia della tensione internazionale che è all’origine dell’ondata terroristica che da alcuni anni sta colpendo con sistematica continuità tutti i maggiori paesi della Nato (o i loro cittadini all’estero, come è stato a Dacca, in Bangladesh); e che è volta a creare nell’opinione pubblica dei nostri Paesi un clima di guerra e di predisposizione ad una “guerra di civiltà” che ci “protegga” dai nuovi “barbari”.

Ebbene, tornando alla Turchia: non credo si possa escludere (ma lo dico con tutte le cautele del caso) che Erdogan si sia spinto troppo avanti nel suo sostegno all’Isis e nella sua aggressività anche militare anti-russa nella guerra in Siria (l’abbattimento dell’areo russo sul confine della Turchia), fino al punto da scontentare e preoccupare quei settori dell’amministrazione Obama-Kerry che non vogliono una escalation anti russa oltre un certo limite, e che con Putin stanno trattando una soluzione politica della questione Siria (e anche Ucraina), in sintonia con la diplomazia Ue (soprattutto franco-tedesca). Il tentativo di golpe anti-Erdogan - a mio modesto parere - potrebbe anche essere anche un avvertimento (per ora solo un avvertimento, non una soluzione finale) venuto da oltre oceano al leader turco a non esagerare nella sua strategia di destabilizzazione regionale, per riportarlo a strategie più concordate. Ma anche l’espressione di una scontro di linee nell’ambito della Nato e degli Usa, tra ambienti che assegnano ruoli diversi (più o meno destabilizzanti) alla Turchia nell’attuale competizione globale.

Il repentino e inatteso riavvicinamento a Mosca di Erdogan e le scuse clamorose e contrite rivolte dal premier turco alla Russia di Putin per l’abbattimento del suo aereo (scuse negate sdegnosamente fino al giorno prima) - riavvicinamento avvenuto pochi giorni prima del tentato golpe - potrebbe essere il segno della percezione da parte di Erdogan di un pericolo imminente per la sua leadership, proveniente dall’interno del campo atlantico di cui la Turchia fa parte, e al tempo stesso un gesto di spregiudicatezza tattica in politica estera (cui paesi come la Turchia, ma anche Israele, non sono nuovi rispetto alle direttive Usa) che avrebbe irritato e preoccupato Washington. La quale, tramite i suoi agganci influenti con l’esercito turco (o con alcuni suoi settori) avrebbe deciso di dare un avvertimento, non per defenestrarlo, ma per riportarlo a più miti consigli e ad una strategia più concordata e meno destabilizzante.

Mi pare evidente - provo a dirlo così - che la geopolitica non oltranzista di un segretario di Stato Usa come John Kerry non gradisca un Erdogan troppo destabilizzante, che il lunedì sfiora la guerra con la Russia (trascinandovi la Nato) e il martedì corre a Mosca a inginocchiarsi e chiedere scusa.

Più che un golpe fallito, quello dei giorni scorsi sembra un avvertimento ad Erdogan per riportarlo nei ranghi e anche per dirgli: piantala di fare troppo casino perché la prossima volta ti facciamo fuori.

Ma chi ci dice che il prossimo presidente Usa (la guerrafondaia Hilary?) seguirebbe la stessa linea? Lo capiremo meglio, presto. Ma non mi sorprenderei se emergessero dei retroscena del tutto inattesi del fallito golpe contro Erdogan, ed uno scenario di scontro politico all’interno del potere Usa sulla gestione della vicenda: anche perché, se Erdogan rientra nei ranghi, la tesi per cui il fallito golpe lo ha rafforzato e oggi Erdogan è più forte di prima, è vera solo a metà. Forse il golpe doveva servire semplicemente a disciplinarlo. Almeno per ora.


* Fonte: MARX XXI

martedì 19 luglio 2016

TURCHIA: IL MISTERO DI PULCINELLA (E I CRETINI) di Piemme

[ 19 luglio ]

So di trovarmi in una posizione scomoda. Lo confesso: nella sostanza mi trovo d'accordo con quanto scrive oggi Paolo Mieli nel suo editoriale sul Corrierone.

Che dice Mieli? Dice che è scandaloso che tutte le diplomazie occidentali —nel mio lessico desueto: imperialiste— hanno tifato per il colpo di Stato che voleva rovesciare Erdogan. Quelle europee e yankee anzitutto.

Stabilisce quindi, argutamente, un parallelo con la reazione delle élite dominanti alla Brexit. Più che élite illuminate, Mieli allude ad un vera e propria setta di "illuminati" per i quali le elezioni sarebbero un'optional, per i quali, se il popolo disobbedisce alle direttive degli "illuminati", ben vengano i colpi di stato per ristabilire l'ordine (gerarchicamente élitario) delle cose.

«Gli eletti da un popolo che, secondo i «governanti illuminati» dell’Occidente, ha fatto la «scelta sbagliata» sono considerati dal consesso internazionale rimuovibili per via putschista».

Erdogan è incazzato nero con gli americani. E lo credo bene, visto che può provare che la triade (Casa Bianca, Pentagono e NATO) hanno non solo dato il semaforo verde al golpe, ma hanno materialmente assistito i militari golpisti.

Lo ammetto, non sono, con Paolo Mieli, in buona compagnia.
Ma men che meno lo sono i democratici per i quali la democrazia è "sacra" ma... dipende; quelli per cui, se i turchi votano per il musulmano Erdogan, legittimo sarebbe sottoporli ad una dittatura militare in nome... dei diritti civili (sic!).
Il Macchiavelli, a questi sicofanti, gli fa un baffo.

Per dovere di cronaca occorre segnalare gli specialisti delle False flag, i geni del complottismo che senza mai capirci un cazzo, pretendono tuttavia di sapere sempre e di spiegarti come sono andate davvero le cose.  "Ma quale colpo di stato? Non c'è stato nessuno tentativo di colpo di stato in Turchia. C'è stato un auto-golpe". Un'altra sotto-setta di "illuminati".

Registro che questi cretini patentati si trovano, assieme ai democratici a corrente alternata, nella più scabrosa delle compagnie, con la triade ed i poteri imperialisti che hanno tentato di defenestrare Erdogan. Due sono le cose che tra le altre spiegano questo connubio: il razzismo islamofobo da una parte e, dall'altra, una concezione "illuminata" della democrazia...


sabato 16 luglio 2016

TURCHIA: PROVE DI GUERRA CIVILE di Campo Antimperialista

[ 16 luglio ]

Sottovalutare le masse, il ruolo che esse possono svolgere nei momenti cruciali della storia di un paese, è l’errore più frequente delle élite abituate ad occupare alte posizioni di potere. 

Non fosse stato per la grande sollevazione popolare in difesa di Erdogan, i golpisti turchi avrebbero avuto la meglio, come la ebbe al-Sisi in Egitto nel luglio 2013.

Ed è stato certamente quello di al-Sisi l’esempio che i golpisti turchi hanno voluto imitare. Essi avevano messo nel conto l’opposizione degli apparati di sicurezza dello Stato fedeli al partito ed al regime di Erdogan e, per averla vinta, è sulla mobilitazione popolare pro-colpo di stato, in nome della “democrazia” e della fine dell’egemonia islamista che facevano affidamento. Hanno invece suscitato una reazione contraria.

E se il tentato golpe non ha scatenato la guerra civile tra opposti schieramenti ciò è la prova dell’ampio consenso di cui Erdogan gode, malgrado tutte le sue malefatte ed i pesanti rovesci in politica estera — il totale fallimento del suo espansionismo neo-ottomano in Medio oriente.

Non sappiamo, e forse non sapremo mai, se i golpisti avessero avuto sottobanco il lasciapassare della Casa Bianca, certamente infastidita dal protagonismo regionale di Erdogan. Che Washinton abbia condannato il fallito golpe è infatti un atto dovuto e non dissipa i dubbi.

Tra i fattori che hanno spinto pezzi da novanta della casta militare a tentare il tutto per tutto quello geopolitico appare tuttavia secondario. Più importante ci sembra il fattore interno.

Sin dal giugno 1996, quando salì al potere il partito islamista conservatore di Necmettin Erbakan — padre politico di Erdogan — in Turchia c’è una specie di instabile dualismo di poteri: il governo islamista eletto da una parte ed il potente esercito dall’altra. Ed infatti nel febbraio del 1997 proprio i militari costrinsero alle dimissioni Erbakan sciogliendo con atto d’imperio il suo partito.

Chi pensava che l’avanzata islamica fosse stata neutralizzata si sbagliava. Fu proprio Erdogan, col suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) a riprendere il cammino di Erbakan, vincendo a man bassa tutte le tornate elettorali dal 2002 in poi.

Grazie al sistema fortemente presidenzialista instaurato proprio dai militari col loro sanguinoso golpe del 1980, Erdogan governa con pugno di ferro ed ha perseguito una implacabile politica di epurazione dei vertici militari, mandando in prigione generali e colonnelli di fede kemalista e atlantista e sostituendoli con gerarchi di sua fiducia.

La ragione per cui i golpisti che hanno tentato di rovesciare Erdogan non hanno suscitato l’appoggio delle masse è evidente: in pochi hanno, giustamente, creduto che i generali kemalisti siano scesi in campo per “ripristinare la democrazia”. Il ricordo dei loro crimini è ancora fresco tra i turchi. Essi hanno tentato il colpo di forza per tutelare gli interessi della loro casta e per riconsegnare all’Esercito il suo ruolo dominante.

Nella lotta tra bande all’interno del regime, quella di Erdogan ha avuto di nuovo la meglio. Non c’è né da esecrare né da esultare.

Un fatto è certo: la vittoria del blocco guidato da Erdogan, per quanto eclatante, non fa della Turchia un paese stabile. Resta una polveriera profondamente divisa da fattori nazionali, sociali e religiosi, la cui esplosività è stata accentuata proprio dalle smanie di egemonismo regionale di Erdogan, in particolare dal suo ruolo attivo nel fomentare la guerra civile in Siria.

Il tentato golpe è la spia che in Turchia v’è una situazione di guerra civile latente che, prima o poi, diverrà conclamata, con ripercussioni enormi non solo in Medio oriente, ma anche in Caucaso e forse oltre.

sabato 26 dicembre 2015

IL CALIFFATO, LA TURCHIA DI ERDOGAN ED IL GRANDE KURDISTAN di Martin Sebastiano*

[ 26 dicembre ]

Riceviamo da un nostro lettore, Martin Sebastiano, questo intervento sulla guerra in corso in Medio oriente, ed in particolare sulle dinamiche interne al mondo curdo e sul ruolo della Turchia di Erdogan. Sulle stesse questioni consigliamo anche la lettura dell' articolo da noi pubblicato il 5 dicembre scorso. 


Nella duplice bipolarità – mitologica “procurda” e complottista pura – che sembra caratterizzare la gran parte delle analisi occidentali sui fatti del Vicino Oriente il presidente turco Erdogan è ormai divenuto il nemico pubblico, subito dopo il Califfato nero di Raqqa, di cui sarebbe un fiancheggiatore strategico. In realtà, la questione è molto più complessa di quanto il mainstream consolidato vorrebbe far passare. 

Il lettore ci segua in questo quadro di pensiero in movimento che tentiamo di fornire. Dalla nostra posizione, il complottismo, come il parteggiare con tutto il cuore appassionato per il Kurdistan, per la Russia, per l'Islam e così di seguito, tutto questo è inessenziale, se non si comprende la sostanza dinamica delle forze.

Immaginiamo dunque una Quadratura come movimento del mondo; quadratura ovvero l'insieme dinamico dei Quattro. Terra, Cielo, mortale, immortale. Non sempre, anzi raramente domina l'equilibrio. L'equilibrio si ha nel momento di intervallo tra le forze. Per quanto paia assurdo, la guerra è questo; infatti evangelicamente, chi non ha la guerra dentro di sé deve sperimentarla fuori di sé. 

L'equilibrio della Quadratura è lo squadrare – die Verung; lo squadrare non è una sintesi addizionale, astratta, statica e metafisica. E' invece un gioco fluente di specchi, danza circolare di puri essenti che non rispondono a logiche predeterminate ma che vorrebbero guerreggiare, mondeggiare per fare dello specchio un'essenza semplice nell'Essere. Ma non vi riescono quasi mai: troppo grande è la loro paura di smarrirsi. 

Occorre dunque rilasciare le cose all'ignoto, all'incompreso, senza giudicare troppo. Osservare. Le potenze, le forze finanziarie sono gli specchi. Il soldato puro è il solo mortale. Il soldato ha superato il sé. Ha vinto la paura di perdersi. Solo i mortali possono morire, dice Holderlin. E il soldato è colui che può morire. Gli altri periscono non muoiono. Le potenze spariranno. Il gioco degli specchi le risucchierà nel fondo abissale. Il soldato no, poiché la morte, quale fortezza del nulla, custodisce in sé l'essenziale dell'originario, come insegna la Gita.

Dunque la Squadratura: non è il complotto; quest'ultimo, quand'anche esista, ammesso e non concesso, è un riflesso del mero specchiarsi. Non è nemmeno la strategia politico-economica; questa è lo specchio specchiato nel suo divenire ondeggiante. E' l'essere del soldato come puro spirito mondo: la Squadratura. E' il mondo nella sua nudità. Lo scacco del soldato alla metafisica è non puntare alla vittoria: agire invece verso la mortalità del mortale, che è l'immortalità. Egli è l'unico che gioca marciando verso la frantumazione del gioco di specchi. E' da tener presente tutto ciò. Non è un esempio letterario, ma una realtà. Lo spirito del soldato, non il semplice soldato, è il fuoco eracliteo. 

Fatta tale necessaria premessa, tornando alla presunta complicità tra Erdogan e Califfato, nel numero della rivista dell’IS Dabiq uscito dopo la decisione della Turchia di entrare in azione a fianco della Coalizione internazionale “anti-IS” a guida occidentale, vi si poteva leggere una chiara condanna di apostasia contro il governo turco e in un video si invitavano i fedeli a «conquistare Istanbul», seppur in modo non violento, senza spargimento di sangue. Allo stesso tempo, il regime turco poneva l’Is alla medesima stregua del Pkk curdo e del Dhkp-c, movimenti considerati terroristi non solo dal regime ma da gran parte della popolazione turca, compresi i milioni di curdi cittadini turchi sostenitori dell’AKP. 

Riguardo la questione curda, occorre innanzitutto sgombrare il campo da interessati equivoci. Come da più di un anno avvertono lucidamente riviste turche è scorretto e disonesto parlare di una guerra tra curdi ed Isis. All'interno di Is militano infatti centinaia e centinaia di combattenti curdi che combattono per l'espansione del Califfato anche, molto spesso, contro altri curdi. In realtà la guerra in corso riguarderebbe talune specifiche milizie curde e l’Isis. Quali milizie curde? Quelle che secondo il megafono propagandistico di Ankara sarebbero tradizionalmente sostenute da Israele, Usa e più di recente dalla Russia con il chiaro fine di assolutamente debellare dalla zona mediorientale la mala pianta dell’Islam nero di Abu Bakr Al Baghdadi. 

Ciò è percepito da Ankara come un vero e proprio shock, non perché Erdogan simpatizzi occultamente per il Califfato, come vorrebbe farci credere certa stampa occidentale o russa, ma perché significherebbe la legittimazione politica di un Kurdistan in potenza e dunque la certa destabilizzazione della Turchia.[1]

Ma quanto vi è di propaganda antisionista mascherata da curdofobia e quanto di vero in ciò che Ankara denuncia? Vediamolo. Il doppio shock di Erdogan è rappresentato in primo luogo dalla temporanea “riconquista” da parte della popolazione curda della Rojava di Kobane, ad opera del movimento delle Yekîneyên Parastina Gel (Ypg) – Unità di protezione popolare –; movimento affiliato, come sappiamo, al PKK, impegnato contro l’Is e supportato nell’intero periodo del duro assedio da continui raid americani contro i militanti dello Stato islamico. In seconda battuta, dalla successiva avanzata del movimento delle YPG, di nuovo costantemente supportato dai raid della coalizione occidentale-araba anti-Is,  sino al controllo delle città di confine di Tall Abyad, con la conseguente unificazione dei due cantoni del Rojava di Cezire e Kobani.

In questo contesto è avvenuta la decisione di Erdogan di riaprire l’ostilità con i “terroristi” curdi. E’ questa la linea rossa su cui Ankara non può essere morbida o non può transigere, non per affinità ideologica con il Califfato, come vuole far credere la propaganda occidentale e russa, ma evidentemente per la sopravvivenza stessa della Turchia. Nonostante le pressioni e le velate minacce di Erdogan, tanto gli americani quanto i russi hanno continuato negli ultimi mesi a sostenere logisticamente e militarmente una vasta componente curdo siriana di cui le Ypg costituiscono la punta di lancia. 

Anche all’Iran, come è nella logica delle cose, non è parso vero poter mettere le mani sul movimento curdo siriano. Recentemente, vari organi di informazione [2] hanno messo in luce un coordinamento strategico tra le Ypg, l’Unione patriottica del Kurdistan di Talabani e il generale iraniano Qasem Soleimani. Quest’ultimo e Talabani del resto sono in contatto dai primissimi anni ’80, dai tempi cioè della guerra Iran Iraq. Durante l’invasione americana dell’Iraq (2003), nel Kurdistan iracheno controllato dall’Upk di Talabani operava la brigata Badr, ala militare di circa 15 mila combattenti, controllata dall’esponente sciita iracheno ayatollah Muhammad Baqr al Hakim (nato nel 1939 a Najaf), del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (noto con l’acronimo inglese Sciri).
«Gli Stati Uniti si sono largamente basati sul contributo militare dei peshmerga. Un funzionario curdo  rimarca con orgoglio: “Noi siamo il secondo gruppo della coalizione per numero di combattenti”. Pdk-Iraq e Upk avrebbero fornito complessivamente circa 80 mila peshmerga a supporto delle 3-4 mila forze speciali…statunitensi, di cui circa 2 mila assegnate al controllo di Kirkuk, dei pozzi petroliferi e della base aerea militare». [3]
Pdk e Upk svolgevano e svolgono un ruolo di mediazione intrairachena per l’Iran; ruolo certamente antitetico a quello del Pjak di Abdul Rahman Armadi, la cui guerra anti-persiana è costata a Tehran la vita di importanti generali. E l'Iran dovrebbe dunque essere più cauta nel maneggiare così, con tale leggerezza, la “bomba curda”. Come ormai noto, l’ayatollah sciita iracheno al Hakim era allora l’elemento “moderato”, di mediazione, tra l’imperialismo americano ed il neo-colonialismo safavide persiano, finalizzato alla spartizione dell’Iraq che fu baathista e sovrano. 

Non a caso, quando Muqtada al Sadr, con il suo Esercito del Mahdi, dava avvio a una potenzialmente esplosiva guerriglia interna antiamericana, Tehran, mediante al Hakim, seppe richiamarlo all'ordine. Non deve così meravigliarci il fatto che oggi troviamo nel vertice militare Is l’intero reparto baathista saddamista. In questo gioco di potenze – la Danza degli Specchi, appunto, che non quadra se il soldato frantuma la mediazione astrattamente equidistante -  i curdi iracheni giocarono il loro ruolo nel quadro della coalizione tattica americano-iraniana. Ma gli specchi si son frantumati, poiché l'elemento sunnita baathista dell'Iraq ha preferito la guerra senza speranza al dominio colonialista sciita iraniano, sostenuto da Occidente e Russia. Ciò ha significato, del resto, la totale dissoluzione dell'astorico accordo Sykes Picot, che —grazie alla rinascita di forza del neobaathismo saddamista il quale non si può affatto appiattire strategicamente sulle posizioni del Califfato o di altri movimenti islamisti— [4]  è finalmente scomparso come neve al sole. 

Allo stesso modo, pare si stia comportando oggi nel Rojava la componente curdo-siriana. Probabilmente, sviluppandosi così gli eventi, tastato il gran timore dei vertici politici e militari di Ankara, la posta in gioco promessa dalle grandi e medie potenze all’Ypg  sul piano della guerra globale ad Is, ed indirettamente alla Turchia,  potrebbe proprio essere la benedizione della comunità internazionale di un Grande Kurdistan, che frantumerebbe la Turchia. 

Poniamo tutta questa diveniente danza di specchi riflessi  in senso logico e dubitativo, senza dare nulla per scontato. Ma ci sembra quanto di più meno lontano dagli eventi possa esservi. 

Passando ad Israele, questo ha nel Kurdistan iracheno un punto fisso di convergenza strategica. Qui l’entità sionista ha modo di rifornire non solo il Pkk ma anche il Pyd curdo-siriano. Il leader del Pyd, Saleh Muslim, di recente dal Kurdistan iracheno ha appoggiato i raid russi in Siria e nel Kurdistan iracheno è solito incontrare ministri esteri delle varie nazioni. E’ comunque da anni che la stampa di Ankara vicina ad Erdogan accusa Israele di sostenere in ogni modo il Pkk; almeno dai giorni dell’attacco israeliano alla nave Mavi Marmara, conosciuta come Freedom Flottila per Gaza (maggio 2010). 

Probabilmente Erdogan rimane, dopo la morte del presidente Saddam Hussein, lo statista più sensibile alla causa palestinese. Ben più, probabilmente, del Califfo di Raqqa che non pone affatto come strategica la lotta per la libertà del popolo di Palestina. Spessissimo i vertici, sia interni che esteri, di Hamas si riuniscono ad Ankara e vengono ricevuti in pompa magna da Erdogan. L’ultimo incontro è avvenuto appena cinque giorni fa;[5] i primi a complimentarsi con il recente successo elettorale del presidente Erdogan son stati proprio i vertici di Hamas: ciò non può certamente far felici gli israeliani. Lo stesso Abu Shakra ha più volte visto in Erdogan l’unico riferimento della lotta di liberazione palestinese. [6]

L’Hdp, il partito filocurdo di Selahattin Demirtas, già sostenuto dalle varie fondazioni Soros, [7] ha di recente  messo in programma un viaggio a Mosca, per sostenere Putin nella sua crociata. [8] Del resto, per quanto la scena mediorientale rimanga centrale, questa finisce per estendere i suoi pericolosi tentacoli anche in Ucraina. Da settembre ad oggi, almeno 14 volontari “separatisti” del Donbass sono caduti nella lotta contro l’Is; son stati schierati da Mosca, che non vuol rischiare truppe russe sul terreno, a fianco delle YPG; mentre in vari casi, neofascisti ucraini si son detti disposti anche a marciare a fianco di Ankara pur di combattere l’“imperialismo russo”. Ad esempio, lo scorso 5 dicembre Biletsky, leader di Azov ha dichiarato normale che “la Turchia cerchi sostegno e contatti con i patrioti ucraini e quelli della Cecenia” e che “Azov è pronto a svolgere la funzione organizzativa in Siria  di unità combattente contro russi e iraniani”. 

Il quadro è dunque molto complesso e quantomeno ingarbugliato: risolvere illusoriamente il tutto con la visione “mitologica” dei curdi guerrieri senza macchia può mettere a posto la fangosa coscienza di un Occidente patologico e nichilista, ma sicuramente ci allontana ancora di più dalla analisi fredda e rigorosa e da quella verace comprensione, che ci son richieste.

Occorre dunque fare attenzione. La Danza circolare è talvolta trascesa dal Gioco. La squadratura allora irrompe. L'unità dei Quattro è imposta con altri metodi rispetto a quelli, inessenziali ed entici, a cui ci si è ormai assuefatti. L'oscuro trasmuta nel Chiaro. 


Note

1     D. Santoro, Per Erdogan, malgrado tutto, l’Is resta il male minore in LIMES, 11/2015 La strategia della paura.
2     http://mebriefing.com/?p=1825
3     M. Galletti, Storia dei curdi, Roma 2004, pag. 279. 
4  http://archiviostorico.corriere.it/2015/novembre/20/radici_dell_odio_nel_dopo_co_0_20151120_ac706eb2-8f50-11e5-81bb-1a209d1f41b1.shtml
5     http://www.vosizneias.com/224361/2015/12/20/istanbul-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul/; 
http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Dec-19/328194-turkeys-erdogan-meets-hamas-leader-meshaal-in-istanbul.ashx.
6     http://www.lastampa.it/2015/12/23/esteri/noi-arabiisraeliani-in-prima-linea-per-i-luoghi-sacri-di-gerusalemme-SdHtchrnmYdXaOFc3U19GI/pagina.html
7     http://www.noreporter.org/index.php?option=com_content&view=article&id=23445:le-narcomilizie-di-soros&catid=6:conflitti&Itemid=16
8     http://www.todayszaman.com/diplomacy_hdps-demirtas-to-meet-russian-fm-lavrov-in-moscow_407485.html

sabato 5 dicembre 2015

Rese dei conti all’ombra del Califfo di Alberto Negri

[ 5 dicembre ]

Prima di abbattere il Califfato ci sarà un’altra resa dei conti. Perché la stampa Usa e britannica, dopo gli articoli sul petrolio siriano di qualche giorno fa, non ne parla? Forse non è un caso: la produzione del Califfato non incide, si tratta di poche migliaia di barili acquistati dai turchi e da Assad.

Il petrolio è solo il tentativo di trovare un casus belli: la Russia vuole punire Erdogan anche militarmente e forse darà armi ai curdi siriani e del Pkk come fece in passato in nome del marxismo-leninismo. I nemici cambiano, le ideologie crollano ma le guerre restano con le loro spine nel fianco. I russi vogliono punire la Turchia e non solo per la Siria. Per un decennio il terrorismo ceceno ha avuto la sua direzione strategica nella Istanbul asiatica: per questo Putin accusa Ankara di uccidere i soldati russi. Siamo alla resa dei conti di una vicenda accantonata e che riaffiora in maniera prepotente: i reciproci scambi di accuse per qualche migliaio di barili appaiono ridicoli a confronto dei miliardi in ballo nei gasdotti del Mar Nero.



I giornali Usa danno poco spazio alla diatriba perché Washington vuole restare fuori da una guerra generata anche dai suoi errori, antichi e recenti. Obama è un’anatra zoppa e non può condurre conflitti allargati per non pregiudicare la possibile rielezione di un democratico. Al punto che il segretario di Stato John Kerry ha chiesto in una riunione all’Osce a Belgrado di inviare truppe di terra siriane e di altri Paesi arabi per combattere l’Isis. I bombardamenti per vincere l’Isis, dice Kerry, non bastano: ma se ne accorge adesso, dopo oltre un anno e mezzo di raid.

Quali truppe arabe intende inviare? Quelle di Assad, che gli Usa vorrebbero mandare via? Quelle dei suoi nemici arabi, che sostengono indirettamente l’Isis? Sfioriamo il vaneggiamento, se non fosse che gli Usa non hanno nessuna voglia di fare questa guerra. A loro va bene così: un sanguinoso stallo tra sciiti e sunniti, con la Russia che brucia risorse belliche, la Turchia che litiga con Mosca e l’Europa che deve imparare a fare da sola perché gli Usa non intendono pagare il 70% dei costi della Nato.

Quanto al rapporto con Ankara, gli Usa ne sono esausti: hanno trattato per un anno la concessione della base di Incirlik e ora vogliono assestare a Erdogan una lezione. Nel 2013 Erdogan voleva espellere l’ambasciatore Usa ad Ankara Francis Ricciardone e accusava gli Stati Uniti di guidare la «lobby dei tassi di interesse». La stessa vicenda dell’Imam Fethullah Gulen, in esilio in America, rientra nelle tensioni tra Ankara e Washington: c’è stato il tentativo di incrinare dall’interno il potere di E rdogan e del partito islamico l’Akp ed è andato male. Al punto che la Turchia ha persino minacciato di acquistare missili dalla Cina.

Se la Nato volesse difendere davvero il presidente turco non avrebbe ritirato i Patriot. La verità è che gli Stati Uniti non si fidano di lui, altrimenti Obama non gli ha avrebbe chiesto di chiudere i confini con la Siria, cosa che peraltro i turchi si rifiutano di fare. Non chiediamoci come va la guerra al Califfato ma a chi serve e magari scopriremo che primadi al-Baghdadi cadranno altri birilli del Levante, in Siria e forse anche nella vicina Libia.

* Fonte: Il Sole 24 Ore

mercoledì 25 novembre 2015

CIELI SIRIANI

[ 25 novembre ]

«Opporsi all'ondata bellicista in Europa non è dunque un'optional. E' invece una necessità che non dovrebbe sfuggire a nessuno. I sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani non vuole la guerra. Diamogli voce in ogni modo possibile».
Prima o poi doveva accadere. E questa mattina è successo: un caccia Sukhoi 24 russo è stato abbattuto da aerei turchi in territorio siriano. La guerra dunque si complica. Si dice che l'ordine dell'attacco sia partito direttamente da Erdogan. Quel che è certo è che la Turchia sta utilizzando l'episodio per coinvolgere ancora di più la Nato, il cui Consiglio è in riunione d'emergenza in queste ore.

Pare che il velivolo russo rientrasse da un bombardamento nella provincia di Latakia. Incerta la sorte dei piloti. Secondo alcune fonti uno sarebbe stato fatto prigioniero, mentre una brigata turcomanna, che combatte contro Assad, afferma di averli uccisi entrambi mentre scendevano con il paracadute. Fallito l'intervento di soccorso di un elicottero russo, colpito da un missile anti-carro dei miliziani.

Fin qui le notizie in breve. Abbastanza scontato il rimpallo sulle responsabilità tra Mosca ed Ankara. Il governo turco sostiene di aver reagito a difesa del proprio spazio aereo, mentre la Russia nega di averlo violato. Sta di fatto che il ministro degli Esteri russo Lavrov ha annullato la sua visita prevista per domani ad Ankara.

Durissime le parole di Putin, che ha detto che l'abbattimento dell'aereo, deciso dal governo di Ankara è una «pugnalata alle spalle dei complici dei terroristi», aggiungendo poi che vi saranno «conseguenze significative» nelle relazioni con la Turchia.

La tensione è dunque alle stelle. L'ipotesi più probabile è che Erdogan abbia deciso freddamente questa azione per mettere chiaramente sul piatto il peso della Turchia, e quello suo personale dopo il successo nelle elezioni del 1° novembre.

La Turchia, al pari dell'Arabia Saudita, vede con preoccupazione il saldarsi di un'ampia alleanza anti-Isis, che finirebbe quasi inevitabilmente per colpire anche le altre formazioni anti-Assad. Il sogno del Sultano, quello di poter utilizzare a suo vantaggio i successi militari del Califfo, è dunque in grande affanno.

D'altra parte, anche la strategia russa ha i suoi problemi. Battere le formazioni jiadhiste non è così semplice come sembra, e quasi due mesi di bombardamenti non hanno per ora prodotto risultati davvero decisivi sul terreno. Si porrà dunque per Putin, così come per Hollande, il dilemma dell'azione di terra. Per adesso l'idea è quella di appaltarla ad altri, ma non è detto che ciò sia sufficiente.

Probabilmente in queste ore prevarrà l'azione dei "pompieri", di chi vorrà evitare la precipitazione degli eventi. Quanto accaduto stamattina ci ricorda però quanto sia labile il confine tra un conflitto locale ed uno potenzialmente ben più vasto. 

Il tema della guerra è dunque all'ordine del giorno, non solo perché in Medio Oriente si combatte da decenni, non solo perché la stessa guerra siriana, iniziata nel marzo 2011, è ben lungi dal vedere la fine, ma anche perché l'intreccio tra i diversi livelli dello scontro in atto - religioso, interno ad ogni singolo paese, regionale e geopolitico - rende la situazione veramente esplosiva.

Opporsi all'ondata bellicista in Europa non è dunque un'optional. E' invece una necessità che non dovrebbe sfuggire a nessuno. I sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani non vuole la guerra. Diamogli voce in ogni modo possibile.

giovedì 5 novembre 2015

TURCHIA: L'INATTESA VITTORIA DI ERDOGAN E LE SUE CONSEGUENZE di Campo Antimperialista

[ 5 novembre ]

Le elezioni anticipate di domenica scorsa si sono concluse con un risultato che quasi nessuno si aspettava: una quarta, schiacciante vittoria consecutiva per gli islamisti conservatori del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), che è al potere dal 2002.

[nella foto, dell'agosto scorso, i dirigenti di HAMAS ad Ankara]


AKP ha strappato il 49,4% dei voti, un aumento notevole rispetto al 40,9% ottenuto nelle elezioni precedenti, tenutasi il 7 giugno. L'AKP ha ora la maggioranza assoluta in parlamento, avendo 316 dei 550 seggi. Possiede quindi una forza sufficiente per formare un governo da solo, evitando scenari di coalizione per i prossimi quattro anni. Tuttavia la vittoria, pur schiacciante, vista dall’angolo visuale di Erdogan e delle sue mire presidenzialistiche, è zoppa, visto che non ha i numeri per modificare la costituzione, cosa per la quale occorrono almeno 330 seggi.

Il timore che il Paese precipiti nel caos — dopo giugno si sono moltiplicati gli scontri sanguinosi con i guerriglieri curdi del PKK e con le cellule turche dell’ISIS — e che il boom economico sia alla fine sembrano essere le due ragioni principali che spiegano la vittoria elettorale dell’AKP.

Hanno invece subito una sconfitta due dei tre principali partiti dell’opposizione: l’estrema destra dei Lupi Grigi, ovvero il Partito di azione nazionalista (MHP) e la sinistra moderata del Partito Democratico Popolare (HDP). Il MHP è il partito che è uscito con le ossa rotte dalla elezioni: a giugno aveva ottenuto il 16,4% dei voti e 80 seggi, domenica solo l'11,9% e 40 seggi. Secondo gli analisti turchi quasi tutti i voti persi dal MHP sono andati al AKP. Moltissimi elettori del MHP, ferventi nazionalisti hanno preferito dare fiducia ad Erdogan, punendo la decisione della direzione del MHP di rifiutare ogni coalizione con AKP.

L'altro partito di opposizione che ha subito una battuta d'arresto è stato il Partito Democratico Popolare. Nel mese di giugno l'HDP aveva ottenuto una grande vittoria, passando tranquillamente la soglia del 10%, conquistando il 13,1% dei voti (80 seggi), raddoppiando i suoi voti. Domenica, tuttavia, l'HDP ha passato per poco lo sbarramento del 10%, ottenendo così 61 seggi. Anche in questo caso i voti persi dal HDP sono andati al partito di Erdogan. La recrudescenza del conflitto tra regime e la guerriglia del PKK ha spinto molti curdi a seguire le indicazioni dei leader religiosi locali.

L'unico partito che ha conservato la sua platea di voti e consensi è stato quello kemalista (affiliato alla socialdemocrazia europea), il Partito Repubblicano del Popolo (CHP). Questo ha ottenuto il 25,4% dei voti (134 seggi). Il CHP dispone di uno storico zoccolo elettorale di massa, anzitutto in Tracia e sulla costa dell’Egeo, costituito principalmente dalle classi medie laiche urbane e dalla minoranza alawita moderata.

Quale sia il significato politico della vittoria di Erdogan lo indica Aldo Kaslowski, presidente onorario della Tusiad, la Confindustria turca:

«I mercati amano la stabilità, gli esecutivi autorevoli, ora speriamo che un Erdogan più forte torni anche a essere un presidente più ragionevole, come nei primi anni di governo, superando la polarizzazione politica e sociale del Paese. Abbiamo bisogno di tornare a crescere: quest'anno non andremo oltre il 2,5%, molto al di sotto dell'8 di tre anni fa».
I capitalisti turchi hanno fatto infatti affari d’oro coi governi dell’AKP. In poco più di un decennio la Turchia ha conosciuto un vero e proprio boom economico, balzando al 17° posto nel mondo e al sesto in Europa, con un Pil, triplicato, a 800 miliardi. Un balzo che ha avuto diverse ragioni, tra cui cinque principali: bassi salari e zero diritti per i lavoratori, fortissimi investimenti esteri, svalutazione della moneta nazionale, una forte spesa pubblica e bassi tassi d’interesse e crediti facili.

Ma l’epoca delle vacche grasse è oramai giunta al termine. Sull’economia turca, come su quella di diversi Brics, pende una Spada di Damocle: se la Fed americana, com’è probabile, alzerà i tassi d’interesse, la fuga dei capitali sarebbe inevitabile. Del resto la contestuale svalutazione dell’euro (più del 50% delle esportazioni turche va verso l’Unione europea) non potrà che accentuare i rischi di una recessione, a meno che Erdogan non pensi di spingersi ancora più oltre sulla linea della svalutazione della Lira turca.

Sul piano geopolitico la grande vittoria elettorale rappresenta per Erdogan ed il suo regime una vitale boccata d’ossigeno. Pur di perseguire una politica regionale espansionista — neo-ottomana è stato un po’ troppo semplicisticamente affermato —, Erdogan è entrato con tutti e due i piedi nella fratricida guerra civile siriana, scommettendo sulla caduta imminente del regime di Bashar al-Assad. 

Un errore di calcolo madornale.

Ankara ha sostenuto 
a piene mani, in combutta con gli imperialisti occidentali (e sostiene ancora ciò che ne resta) le milizie raggruppate nell’Esercito Siriano Libero (ESL). Davanti ai rovesci dell’ESL ed alla fuga dei suoi miliziani verso le formazioni islamiste più radicali, tra cui al-Nusra, Ankara non è tornata sui suoi passi e, pur di conservare la sua influenza nel conflitto siriano, da almeno due anni sostiene, in compagnia di Arabia Saudita e Qatar, la potente coalizione Jaish al-Fatah (Esercito della Conquista), di cui al-Nusra è la spina dorsale. E non è per caso se tra i primi ad inviare congratulazioni a Erdogan per la sua vittoria elettorale di domenica, oltre a Khaled Meshal e Haniyeh di HAMAS, sia stato proprio il comando generale di Jaish al-Fatah, come pure dell’altro potente gruppo Ahrar al-Sham.

Di certo Erdogan non ha ricevuto le felicitazioni dell’ISIS, il quale, contrariamente a quanto afferma certa vulgata complottista, è in aperta rotta di collisione con la Turchia ed i suoi alleati locali. Tanto più dopo che Erdogan ha concesso agli americani l’uso della base militare di Incirlick per colpire le postazioni del califfato, e dopo le azioni repressive che le forze speciali turche hanno recentemente condotto per annientare le basi dell’ISIS a Dyarbakyr e in altre zone della Turchia, che hanno fatto diversi morti tra i militanti dell’ISIS.

Non c’è, a ben vedere, nessuna possibilità che il califfo ed il sultano in pectore (Erdogan) possano trovare un’intesa. Erdogan aspira a fare della Siria un suo protettorato rafforzando la potenza regionale della Turchia, non punta affatto a sovvertire, come invece è nella strategia dell’ISIS, tutto l’assetto geopolitico della mezzaluna fertile come sancito dall'accordo Sykes-Picot e nella prospettiva di costruire una umma musulmana unitaria.

Ma il pasticcio geopolitico in cui si è cacciato Erdogan con la sua politica aggressiva ed espansionistica in Siria non finisce con l’ISIS. Egli oramai deve scontare l’opposizione frontale di Russia e Iran. Il che è un guaio ben più importante. L’entrata diretta nel conflitto siriano degli alleati russi e iraniani a sostegno delle truppe di Assad e di Hezbollah libanese, pone di fatto fine alla libertà di manovra di Ankara. L’azione di russi e iraniani è infatti rivolta con ogni evidenza a schiacciare le milizie islamiste foraggiate dalla Turchia, forti anzitutto sull’asse che va da Damasco ad Aleppo, passando per Homs, Hama ed Idlib. 
Se l’avanzata russo-iraniana in sostegno ad Assad avrà successo, la politica espansionistica di Erdogan subirebbe una disastrosa sconfitta. Che potrebbe essere evitata solo ad una condizione: la definitiva internazionalizzazione del conflitto siriano ovvero, ottenuto l’avallo americano, con l’ingresso dell’esercito turco in Siria.
Ma a quel punto sarebbe tutta un’altra storia.

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