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mercoledì 31 agosto 2016

TERREMOTI E PREVENZIONE: VI PRENDONO PER IL CULO di Piemme

[ 31 agosto ]

L'ennesimo terremoto italiano, che tanti lutti e sofferenze ha causato alle popolazioni colpite, è stato seguito da uno sciame sismico impressionante. No, non ci riferiamo ai sommovimenti, del tutto previsti, del sottosuolo. Parliamo della vera e propria saga di fanfaluche, di vuote promesse e di vere e proprie fregnacce riguardo alla questione più importante: come mettere in sicurezza le vaste aree altamente sismiche del nostro Paese?

Che sia una vera e propria emergenza nazionale è autoevidente, basta guardarsi indietro, alla serie statistica degli eventi catastrofici che hanno maciullato l'Italia, ai loro costi umani, sociali ed economici —tanto per dire: si calcola che siano stati spesi 140 miliardi di euro per riparare i danni degli ultimi terremoti— e quindi alla mappa, precisa quante altre mai, del rischio sismico in Italia (vedi cartina n.1).


Cartina  n.1
Anche questa volta, come dopo ogni cataclisma, siamo stati sommersi, oltre che dai piagnistei, dalla retorica: è stato tutto un vociare invocante la necessità, ovviamente considerata inderogabile di un "piano nazionale di prevenzione". 

E' un fatto indiscutibile che di questo "piano" —che dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni ed ai doveri di governi seri, che cioè abbiano a cuore il destino del Paese e la vita stessa dei cittadini— non c'è traccia. 
Diciamocelo: non ce ne sarà traccia in futuro. La situazione è più grave di quel che si pensi.
Non abbiamo un piano per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici e neppure una classificazione certa della sicurezza anti-sismica delle case private (come denuncia il Consiglio Nazionale Geologi).

Non c'è dubbio che l'Italia abbia le competenze scientifiche, logistiche e tecnologiche per implementare un Piano nazionale di prevenzione anti-sismica. Figuratevi che lo stesso Giappone, paese in cui i terremoti sono ancor più devastanti, ha acquistato materiali antisismici da aziende italiane.

Tre sono le ragioni se questo Piano per mettere in sicurezza mezzo paese non prende forma: (1) la totale insipienza della classe dominante e dei suoi camerieri politici che si succedono al governo, (2) la scarsa rilevanza economica della zona 1 dal punto di vista del grande capitalismo finanziario —Meridione e zone più interne degli Appennini—  e (3) la presunta e ideologica mancanza di "risorse finanziarie".


Cosa abbiano in mente Renzi e Del Rio ce lo dice in anteprima Il Sole 24 ore di ieri: si starebbe pensando ad un "piano casa" da 2 miliardi l'anno per i prossimi venti anni. Fanno 40 miliardi. Una cifra francamente risibile. 

E' da segnalare che secondo una stima degli ingegneri italiani di qualche anno fa servirebbero almeno 90 miliardi per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici, almeno delle zone 1 e 2, ovvero quelle più pericolose. Se poi consideriamo le risorse finanziarie per mettere in sicurezza anche l'edilizia residenziale privata si stima che occorrano la bellezza di 360 miliardi.

Mettetevi l'anima in pace: finché si resta in un ambiente economico e politico neoliberista, tanto più coi dettami e con le regole dell'Unione europea, queste risorse non saranno reperite. Due sono infatti le regole auree che sovraordinano la politica economica euroliberista: (1) lo Stato non deve impicciarsi di fare economia lasciando che il mercato agisca senza briglie, (2) lo Stato non deve spendere più di quanto incassa (visto che le aziende pubbliche sono state pressoché tutte privatizzate la sola fonte di introiti dello Stato sono le tasse).


I discorsi stanno a zero: stanti queste due regole auree, e restando i governi in mano alla setta neoliberista, possiamo scordarci di mettere in sicurezza il Paese. Perché? Perché il "mercato" cioè i capitali privati, per loro stessa natura, investono per profitti a breve e sono quindi del tutto incapaci di mobilitare risorse che danno ricavi eventuali solo sul lungo periodo.

Un Piano nazionale di prevenzione può farlo solo lo Stato. Come insegna la storia, infatti, soltanto lo Stato può mobilitare tali ingenti risorse e programmare investimenti sul lungo periodo.

Senza scomodare la tesi della Modern Money Theory, per cui lo Stato prima spende e poi tassa, quindi che la spesa pubblica in deficit in regime di moneta fiat è sempre virtuosa in quanto genera ricchezza per il settore privato ed i cittadini, la soluzione reperire le risorse necessarie è semplice quanto la scoperta dell'uovo di Colombo.

Il Parlamento, una volta elaborato il Piano nazionale di prevenzione e l'ammontare delle risorse pubbliche da mobilitare (diamo per buona la cifra di 360 miliardi), una volta stabilita la priorità strategica della sua applicazione (è decisivo per l'Italia e gli italiani che le zone appenniniche e del Mezzogiorno non si desertifichino e non si spopolino ulteriormente) stabilirà la durata del piano, il termine entro il quale il Paese dovrà essere messo in sicurezza Diciamo venti anni. Abbiamo che serviranno 18 miliardi l'anno.

E' possibile reperire queste ingenti risorse senza accrescere la pressione fiscale? Sì. 
Il parlamento dovrebbe obbligare la Banca d'Italia di finanziare il Governo emettendo moneta sonante per 17 miliardi di nuove lire ogni anno ad un tasso d'interesse a zero. Il Governo, da parte sua potrebbe emettere dei titoli di debito pubblico garantiti al tasso d'interesse fisso del 2%. Si tratterebbe di un prestito interno con cui lo Stato chiederebbe ai suoi cittadini di finanziare la messa in sicurezza del Paese—titoli che quindi non verranno immessi nei circuiti finanziari internazionali, non verrano gettati in pasto ai pescecani della speculazione. Una misura di questo genere, in un Paese che vede la ricchezza finanziaria privata (conti correnti, depositi ecc) grande quasi tre volte il Pil, è non solo fattibile ma necessaria. Oggi infatti questa ricchezza mobiliare è in realtà immobilizzata, alimenta solo banche e finanza speculativa. Va invece mobilitata perché sia un lievito per sostenere il Piano.


Perché i cittadini dovrebbero accettare di finanziare lo Stato? tanto più che quello italiano ha un alto debito pubblico? Semplice: perché gli converrebbe. Andrà spiegato che uno Stato non può fallire, e non può mai trovarsi nell'insolvenza se ha la sovranità monetaria. Ma questo è un discorso di ultima istanza. In prima istanza i cittadini debbono sapere che un Piano nazionale di prevenzione per mettere in sicurezza il Paese sarebbe un volano di stabile "crescita" economica e di occupazione. E' noto a tutti come l'edilizia sia uno dei settori che muove il Pil in maniera sensibile, trascinando in modo virtuoso molti altri settori. Così, mentre si avvantaggerebbero da questo piano di investimenti pubblici di lungo periodo sia il settore privato produttivo coinvolto nella messa in sicurezza del Paese che quello del risparmio, lo Stato ci guadagnerebbe a sua volta in termini di ritorno fiscale.  

Avrete capito che tutto questo implica la piena sovranità nazionale e monetaria, che il sistema bancario ritorni pubblico, ovvero la facoltà di decidere e difendere la propria politica economica. Che tutto questo implica uno Stato che non solo diventi agente economico di primo piano, ma che, se non vogliamo chiamarla pianificazione, sia in grado di fare programmazione economica e sociale strategica.

E se avete capito questo, avete anche capito che la condizione per salvare mezzo Paese dalla devastazione, occorre fuoriuscire dalla trappola neoliberista e dalla gabbia dell'euro, quindi di governanti che non siano zimbelli della finanza globale e delle oligarchie eurocratiche.








venerdì 26 agosto 2016

PIDDINI E TERREMOTI di Alberto Bagnai

[ 26 agosto ]

«Quattro avidi cialtroni in conflitto di interessi, i quali, abitando in pianure a basso rischio sismico, dettano legge e fanno la morale a 60 milioni di persone che vivono in un paese montagnoso ad alto rischio sismico, dicendogli quanto possono spendere e per cosa, senza capire che dove il rischio è alto, così dovrebbero essere le spese per prevenirlo, e che dove per andare dal punto A al punto B si deve attraversare una montagna forse è opportuno che certe strutture come gli ospedali siano più dense sul territorio (problema del quale abbiamo già parlato)».


Amatrice (dormitio virginis).

Uga: "Babbo, a me piace visitare i musei".

Io: "Va bene, allora ti ci porto".

Lancinato dal senso di colpa per aver trascurato er Palla (ma anche lei), chiedo a Marta uno spiraglio nell'agenda. Il 25 giugno siamo ai Musei Capitolini e all'entrata della Pinacoteca ci accoglie questo:

Colla-del-Amatrice-morte&as.jpg
Assunzione della vergine, di Cola dell'Amatrice. 0515Di Ricardo André Frantz (User:Tetraktys) - taken by Ricardo André Frantz, 
CC BY-SA 3.0,https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2920226
Aiuto a situare: "Tu hai mai visto gente camminare sulle nuvole?"

Uga: "No."

Io: "Quindi non è completamente realistico, giusto? È simbolistico. Allora bisogna capire cosa vuole dirci. Devi ridurre il disegno all'essenziale. Sono due fasce. La struttura compositiva è a prova di piddino..."

Uga: "Cos'è un piddino?"

Io: "Niente, è una parolaccia, poi ti do un euro... Dicevo: la struttura è a prova di idiota: te la sottolinea con il fregio del muro, che separa nettamente le due fasce. Sotto c'è la Terra, e sopra il cielo. Sono due mondi separati. Sotto si soffre, si muore, ci si dispera - chi resta... Sopra si è sereni, leggeri, si ascolta la musica. Diciamo che questo quadro è una promessa. Vuoi vedere una cosa completamente diversa?"

Uga: "Sì?"

Ci spostiamo.

Seppellimento di santa Patronilla di Guercino. 1621


Io: "Ecco, anche qui ci sono cielo e Terra, ma non sono così separati: vedi, c'è una specie di scala, una spirale, in effetti ci sono due diagonali che li collegano. E il punto di partenza e quello di arrivo sono marcati con lo stesso colore: il blu. Questa struttura in diagonale ti fa capire che siamo più tardi, siamo nel '600".

E per voi che siete beati, e che quindi capite le cose difficili, ma non quelle semplici, aggiungo un altro disegnino:


Anche questo bel dipinto, come quello di Cola dell'Amatrice, è diviso in due fasce. C'è una fascia rossa, in basso, la nostra terra, dove si soffre, e dove il colore rosso indica un rischio sismico elevato (la fonte è questa e ci trovate tutte le spiegazioni). Poi c'è la fascia celeste, cioè, appunto, il Cielo, dove si vive sereni: il rischio sismico è quasi assente (tranne che dove costruiscono centrali nucleari).

E, naturalmente anche qui, come nel quadro di Cola dell'Amatrice, si presuppone che sia il Cielo a dettare legge alla Terra.

Solo che nel quadro di Cola dell'Amatrice in Cielo c'è Dio, che sa tutto (l'asintoto della conoscenza, ricordate?).

Nella carta qui sopra, invece, il Cielo è occupato da quattro burocrati belgi, ai quali non pare vero, provenendo da un passato di spietati colonizzatori, di poter essere oggi servi ossequiosi, colonizzati dalla potenza egemone, la Germania, i quali sanno solo quello che devono sapere: ovvero, che i nostri paesi vanno spremuti per tappare i buchi delle banche dei paesi egemoni. Quindi noi dobbiamo chiudere gli ospedali "piccoli", anziché renderli antisismici, perché si sa, gli ospedali piccoli sono poco efficienti, dobbiamo lasciare i territori in dissesto, perché, Dio ne guardi!, tappare buche è la metafora della spesa pubblica improduttiva (sarebbero le pillole di Keynes secondo chi ha preso il master a "ci defeco"...).

Insomma: nell'ultimo quadro, che non è simbolico, ma realistico, vediamo rappresentata plasticamente la realtà dell'asimmetria europea. Quattro avidi cialtroni in conflitto di interessi, i quali, abitando in pianure a basso rischio sismico, dettano legge e fanno la morale a 60 milioni di persone che vivono in un paese montagnoso ad alto rischio sismico, dicendogli quanto possono spendere e per cosa, senza capire che dove il rischio è alto, così dovrebbero essere le spese per prevenirlo, e che dove per andare dal punto A al punto B si deve attraversare una montagna forse è opportuno che certe strutture come gli ospedali siano più dense sul territorio (problema del quale abbiamo già parlato).

Fanno la morale, certo!

Perché sono sicuro che verrà fuori il cretino che ci dirà che le case sono crollate perché non le abbiamo adeguate alle regole europee, come "ci chiede l'Europa". Peccato che poi per adeguarle dobbiamo chiedere all'Europa i nostri soldi, e l'Europa questi soldi non ce li dà.

Non ce li dà perché non è l'Europa: è solo il sogno autoritario, distopico e interessato di un liberista, amico di un altro liberista, quello che fu fascista con Mussolini e presidente con la Repubblica.

L'Europa è un'altra cosa, ed è quasi tutta in Italia, come questo post implicitamente dimostra.

Difendiamola.


* Fonte: Goofynomics

giovedì 25 agosto 2016

"SCOSSE CHE ALTROVE NON UCCIDONO"

[ 25 agosto ]

Qui sotto un'intervista al sismologo dell'Ingv Camassi che afferma: "Non servono miracoli, ma risorse. Dove si fa la prevenzione sono contenuti anche i danni. I centri antichi sull'Appennino potrebbero essere adeguati al rischio senza stravolgimenti".

Già la risorse. Ingenti risorse per il più grande vero e urgente Piano di grandi opere, ovvero la messa in sicurezza delle zone sismiche e di difesa del territorio. Ma dove prenderle se c'è la Spending review? Se si deve rispettare l'infame pareggio di bilancio? Se lo Stato non ha più sovranità monetaria? Se l'Europa liberista proibisce allo Stato di intervenire nell'economia?


Romano Camassi, sismologo dell’Ingv, gli ultimi due grandi terremoti prima di questo hanno avuto epicentri immediatamente a nord (Foligno ’97) e a sud (L’Aquila 2009) di Accumoli e Amatrice. Non bastava una cartina dell’appennino centrale per prevedere questa scossa?
Che sia un’area ad alto rischio lo sappiamo dalle carte della pericolosità: siamo in piena zona uno. Detto questo, i terremoti precedenti non sono così significativi in termini di prevedibilità. Riguardavano settori diversi della catena appenninica. Di faglie attive in quel settore ce ne sono tante. In questo caso, poi, diversamente da quanto accaduto all’Aquila, l’evento principale non è stato preceduto da nulla. È stato l’inizio di una sequenza, che ancora continua.
Proprio nulla? Le mappe che l’Ingv pubblica sul sito evidenziano proprio lì centinaia di piccole scosse negli ultimi mesi.
È un fenomeno quasi costante in quella zona dell’Appennino, piccole scosse che sono registrate solo dalle apparecchiature. Se però lei allarga l’osservazione agli ultimi due, cinque anni vedrà che non c’è una concentrazione superiore al resto della Zona 1.
Secondo l’Ingv è stata una scossa meno potente di quella dell’Aquila, malgrado sia stata anche questa del 6 grado Richter. Ed è stata superficiale, ma è stata avvertita da Napoli al Veneto. Come lo spiega?
In attesa di dati più completi, immaginiamo che sia stato un terremoto meno forte di quello dell’Aquila in termini di energia, misurato in «magnitudo momento»: 6.0 oggi e 6.3 allora. È una misura che la sismologia considera più rappresentativa perché calcolata sull’intero sismogramma e non solo sull’ampiezza massima. Quanto alla profondità, anche questa stima presenta numerose incertezze persino superiori a quelle sull’energia. Penso che alla fine scopriremo che è stato più profondo dei 4 Km stimati inizialmente.
I comuni più colpiti sono in Zona 1, come dice lei. Averli segnalati ad alta pericolosità non è servito a niente?
Per legge in Zona 1 ogni nuovo edificio va costruito in maniera che sia resistente ai terremoti. E ogni volta che si interviene su un edificio già esistente bisogna che sia adeguato al rischio sismico. È obbligatorio. Ma serve il tempo necessario e servirebbero molte più risorse.
I paesi sull’appennino sono tutti centri storici, è realistico pensare che possano essere adeguati al rischio?
Nel giro di qualche decennio si potrebbe fare. Un lavoro progressivo sull’adeguamento e miglioramento sismico è la vera prevenzione. Molto più che insegnare alle persone dove scappare o come proteggersi in caso di scossa.
È vero che le vecchie case in pietra e malta reggono meglio del cemento armato? Per metterle in sicurezza bisognerebbe stravolgerle?
Tendenzialmente non è vero. Hanno bisogno di interventi. Esistono tecniche anti sismiche non troppo costose che rispettano il patrimonio storico. Si può fare, altri paesi lo fanno. Non parlo solo di Usa e Giappone, anche in Cile un terremoto come questo non fa danni sul piano strutturale. E non fa vittime. C’è bisogno però che il nostro paese dedichi più tempo e più risorse agli interventi di prevenzione. Direi almeno un centinaio di volte superiori a quelle attualmente investite.
* Fonte: il manifesto del 24 agosto

giovedì 11 aprile 2013

L'AQUILA: CHE C'ENTRA L'EURO SE LA RICOSTRUZIONE NON C'È? C'ENTRA, C'ENTRA di Michele Signa

11 aprile. Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera aperta al Sindaco de L'Aquila, che ha recentemente denunciato le autorità politiche nazionali di fare poco o nulla per la ricostruzione. Dicono che non ci sono gli euro. Appunto!

Se avessimo la sovranità monetaria


di Michele Signa

Buongiorno Sig. Sindaco Cialente,


Mi riferisco al suo appello di oggi, 1 aprile 2013, che denuncia l’abbandono e l’indifferenza dello Stato Italiano ovvero dei Governi che hanno gestito l’emergenza del terremoto nella sua Città.


Sono un Lucano e ho vissuto l’esperienza del sisma in Irpinia e Basilicata del 1980. Allora a gestire la crisi furono Governi a guida Democristiana con personaggi di cui non ho maggiore stima di quanto ne abbia per gli attuali Leader Politici. Come lei certo sa, c’è stata comunque una differenza abissale tra l’azione dello Stato Italiano all’indomani del sisma del 1980 e quella che lei ha vissuto sulla sua pelle all’indomani del sisma dell’Aquila. Vorrei mandarle un messaggio e un’esortazione perché lei è, in questo momento, sicuramente più sensibile e ricettivo rispetto alla media dei Politici Italiani.

Quello che lo Stato Italiano ha potuto fare in Irpinia e Basilicata dal 1980 e per almeno due decenni a seguire è stato possibile non certo per la sensibilità o la capacità dei politici del tempo quanto perché il Governo semplicemente se lo poteva permettere. Negli anni ottanta Lo Stato Italiano, infatti, poteva finanziare senza problemi la ricostruzione grazie al fatto che l’Italia aveva la sua Moneta Sovrana, la Lira. Una moneta che non doveva essere presa in prestito ma che lo Stato emetteva all’occorrenza per sostenere l’economia Italiana. Lei non ha potuto ricevere lo stesso trattamento non perché nel frattempo il livello della politica e dell’azione di Governo sia peggiorato o si sia innescata la fantomatica crisi economica ma perché il disastro dell’Aquila si è verificato quando l’Italia aveva già adottato l’Euro. L’Euro a differenza della lira è una Moneta Straniera di cui lo Stato Italiano non è proprietario, che deve prendere in prestito e di cui pertanto non può disporre all’occorrenza in quantità illimitata.

Sembra l’uovo di Colombo e ovviamente si tratta di una semplificazione ma il concetto fondamentale che ha condannato la sua bella città alla morte è questo. La colpa della nostra deprecabile classe dirigente quindi non è tanto quella di non essere intervenuti con un piano di emergenza adeguato per salvare L’Aquila ma quello di avere avvallato con la loro incompetenza, corruzione e ignavia l’adesione dell’Italia a un meccanismo, quello della Moneta Unica e dei Trattati Europei, congegnato apposta per destabilizzare e distruggere gli Stati Democratici.


Lo stesso vale ovviamente per tutte le emergenze e per l’economia in generale dell’Italia da quando siamo entrati nell’Euro. Rifletta quindi su queste mie osservazioni Sig. Sindaco, le approfondisca e ne faccia uno strumento di lotta e di denuncia. Solo denunciando il male che ha decretato la condanna a morte dell’Aquila potrà contribuire davvero affinché questa politica dissennata e criminale possa essere messa in discussione e Lei dare un contributo alla rinascita della sua terra. Ogni altra sua iniziativa non avrà effetto alcuno dal punto di vista pratico perché le politiche di Austerità imposte dall’adesione all’Euro e ai Trattati Europei e in ultimo l’approvazione del Fiscal Compact e del MES impediranno qualsiasi azione per salvare la vita della sua città.


Si faccia promotore di questa lotta, organizzi conferenze e dibattiti, dia visibilità a queste idee, ne metta a conoscenza i cittadini dell’Aquila, faccia in modo che il suo mandato sia ricordato perché ha dato una nuova speranza all’Aquila e con essa a tutta l’Italia.

martedì 2 marzo 2010

terremoto in Cile: dichiarazione del M.I.R.

[ 02 marzo 2010 ]

Espropriare gli sfruttatori 
è un diritto del popolo!

Che i rivoluzionari siano in prima fila nel recupero e nella distribuzione di cibo, acqua potabile e abbigliamento!

Dichiarazione del MIR - Lunedi, 1 marzo 2010


Ai lavoratori e al popolo del Cile
Ai nostri sostenitori e collaboratori, ai militanti del MIR

Come già noto in tutto il mondo, la mattina di Sabato 27 febbraio, un terremoto, la cui grandezza è stata misurata in 8,8 gradi della scala Richter,  ha squassato il nostro paese distruggendo totalmente le comunità vicine. Il sisma è stato uno dei più devastanti del mondo, già si contaano oltre 700 morti e non c’è una stima realistica dei dispersi, soprattutto nelle regioni costiere del Maule e Biobío, a causa dello tsunami che ha seguito il forte terremoto.

sabato 23 gennaio 2010

Haiti: le vere ragioni del disastro

[ 23 gennaio 2010 ]

Non c'è alcuna "maledizione naturale" ad Haiti, 
ma una tragedia storica dalla cause sociali

di Thibault Blondin


Nel 1995, un terremoto della stessa magnitudine fece 6437 morti a Kobe, in Giappone. Le centinaia di migliaia di morti a Haiti sono dovute all'estrema povertà del paese. Tuttavia, prima di essere uno dei paesi più poveri del mondo, questa vecchia colonia francese, era una terra promessa votata ad una grande prosperità.
Haiti è il simbolo della lotta contro la schiavitù e così, se accanimento c'è stato, non è stato quello della natura ma quello dei paesi più ricchi. L'accanimento delle forze imperialistiche e colonialiste che saccheggiano questo paese da 200 anni, da quando gli schiavi neri, i primi della storia, ruppero le loro catene.
La Francia e gli Stati Uniti portano una responsabilità storica per quanto concerne le cause dell'instabilità politica e della miseria degli haitiani.

Tutto comincia in 1791, in piena Rivoluzione francese. Un sollevamento vittorioso mise fine a 300 anni di schiavismo, uno schiavismo che fece di questa colonia francese una fonte di redditi importanti grazie alle risorse zuccheriere, e vide la nomina del primo governatore nero:Toussant Louverture. Malgrado l'invio da parte di Napoleone dell'esercito nel 1801, l'indipendenza venne proclamata in1804.

La giovane repubblica subì attacchi da tutte le direzioni a causa della cupidigia delle grandi potenze, che non potevano ammettere la libertà di questi schiavi e bramavano per le ricchezze dell'isola.

Nel 1825, il re di Francia, Charles X, negoziò il riconoscimento dell'indipendenza dell'isola in scambio di indennità: il cosiddetto "debito dell'indipendenza". Questa indennità crebbe fino a 150 milioni di franchi,  l'equivalente del bilancio annuale della Francia dell'epoca?!
La spirale infernale del debito si innescò quindi ben prima delle politiche  attuali del FMI e della Banca mondiale, ma seguendo la stessa logica e soprattutto causando le stesse conseguenze: l'impoverimento del paese e dei suoi abitanti e l'arricchimento di una minoranza.

Haiti precipita così allora nell'instabilità politica alimentata dai paesi occidentali, permettendo agli Stati Uniti di giustificare il loro intervento e l'occupazione dell'isola dal 1914 a1934.  Il paese cadde allora satellitato dagli Stati Uniti i quali, a partire da questa data, ne formeranno le élite e ne sceglieranno i dirigenti.

Nel 1957, la dinastia dei Duvalier si installa al potere per 30 anni. Il paese precipitò così in una corruzione ed un indebitamento senza precedenti col bepeplacito degli Stati Uniti e della Francia, il tutto aggravato dal terrore che permetteva ai tontons macoutes, milizia paramilitare alle mani del potere, di regnare indisturbati.

Tra 1970 e il 1986, il debito si è moltiplicato passando da 17,5 a 750 milioni di dollari (1250 oggi). Quando Jean-Claude Duvalier fuggì dal paese nel 1986, è in Francia che si rifugia, con 900 milioni di dollari nelle sue valigie, somma che superava l'indebitamento totale del paese e mettendo in evidenza il carattere odioso di quel debito, contratto da politici illegittimi. Durante tutti questi anni, il popolo haitiano non ha cessato di ssprofondare nella miseria: meno di un haitiano su due ha accesso all'acqua potabile, un adulto su due è analfabeta, ed infine quattro haitiani su cinque vivono sotto la soglia di povertà.

Le voci pietose dei diversi governi per aiutare haiti,, come quelle di Sarkozy e Obama, non sono che ipocrisia. Questi due poteri litigano già sulla gestione degli siuti internazionali, ma hanno con come secondo fine la volontà di consolidare ancor più il loro dominio sul paese. Per aiutare Haiti a rialzarsi, che la Francia cominci con afferrare le sorti di Duvalier per consegnarlo al popolo haitiano, che la Banca mondiale ed il FMI annullino il debito e che il popolo haitiano decida, da solo,la sua politica senza ingerenze e senza il saccheggio delle colonie di ieri.

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