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venerdì 15 novembre 2019

I NAZIONALISMI, LE SINISTRE E NOI

[ venerdì 15 novembre 2019 ]

Abbiamo avuto spesso modo, negli anni, di polemizzare con l'editorialista del CORRIERE DELLA SERA Ernesto Galli della Loggia. L'ultima volta il 1 novembre. Lo abbiamo fatto perché lo consideriamo una delle menti più lucide tra le teste pensanti della borghesia liberal-liberista del nostro Paese.
Sul CORRIERE di oggi, 15 novembre, Della Loggia ha scritto un editoriale che vale davvero la pena leggere.
Offre una chiave di lettura perspicace dei risorgenti nazionalismi sovranisti, sarebbe impeccabile se non avesse taciuto e assolto l'Unione europea in quanto fondamentale concausa. Per certi liberali europeisti, che della Ue hanno fatto un principio sacro e meta-storico, essa resta un inviolabile tabù.
Ma veniamo a noi. Il nostro afferma concetti che noi, da almeno un decennio, siamo andati sostenendo — per questo ostracizzati da certe sinistre transgeniche

Quali sono questi concetti?

1) Sbagliato equiparare questi nuovi nazionalismi a quelli fascisti e nazisti del '900. Questi ultimi furono violenti, espansionistici (imperialistici) "estroflessi e offensivi", mentre gli attuali nazionalismi sono "introversi e difensivi".

2) I nuovi nazionalismi esprimono un profondo bisogno di sicurezza e protezione davanti alla globalizzazione sfrenata. La nazione e lo stato nazionale vengono invocati come "rifugio", "scudo protettivo", non solo economico-sociale ma culturale e spirituale.

3) Ecco dunque spiegato come mai essi abbiano fatto breccia, anzitutto, tra le classi subalterne, classe operaia e classi medie pauperizzate e ferite dalla globalizzazione.

4) questi neo-nazionalismi esprimono infine, a loro modo, un rifiuto della modernità, contestano il "nuovo" ed il cosiddetto "progresso", di qui una certa nostalgia del passato che fu.

5) Di qui la crisi "fatale" delle sinistre, visto che da Marx in poi hanno sempre sostenuto "progresso e innovazione", e che sarebbero state le classi dominanti ad opporsi al nuovo, "al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo)". 

Come detto, è da almeno un decennio che SOLLEVAZIONE, poi MPL-Programma 101  sostiene concetti del tutto simili. Non ci siamo tuttavia limitati a pronosticare la rinascita dei nazionalismi, non abbiamo solo respinto gli esorcismi cosmpolitici, abbiamo sostenuto che l'arma da utilizzare contro i neo-nazionalismi non è l'astratto internazionalismo bensì un programmatico patriottismo democratico, repubblicano e rivoluzionario.



*  * *

Perché la destra è così forte in Europa

La posizione polemica è fatta propria dagli strati disagiati della società 
contro il nuovo, contro la modernità

di Ernesto Galli della Loggia


(...)

«Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera. È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.

Spagna, benvenuta in Europa: VOX avanza
Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso. Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome.

Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.

Ungheria, manifestazione di Jobbik
È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».

Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale».

mercoledì 28 novembre 2018

UN FRONTE ANTIFASCISTA EUROPEO? di J.Anguita, M.Monereo e H.Illueca

[ 28 novembre 2018 ]

Era prevedibile, anche se forse non così presto. Lo slogan che si sta diffondendo è quello di costruire un fronte politico europeo antifascista. Lo stiamo vedendo in questi giorni. Con espressione cupa e volto serio, alcuni intellettuali proclamano il nuovo credo: "Di fronte alla minaccia del fascismo, l'unità dei democratici!" La questione ha una certa logica: se quello che sta emergendo nell'Unione europea (UE) è qualcosa di più quel populismo di destra, cioè il fascismo puro e duro, richiede una grande alleanza politica che faccia da freno, da diga, contro qualcosa che si presume sia un male assoluto che deve essere sconfitto, a tutti i costi. Al centro della proposta, la difesa delle istituzioni che devono essere stabilizzate e consolidate. Ci riferiamo, ovviamente, all'UE e alla democrazia liberale.

Un fronte europeo antifascista? Viviamo la cultura del momento e la memoria scompare dal nostro orizzonte, che è il luogo ove si gioca davvero la partita ruolo. Grecia e Tsipras sono scomparsi dal dibattito pubblico e non dovrebbe essere così. Il paese ellenico è stata una lezione, un esperimento e, per molti versi, una punizione. La presenza del governatore greco lo scorso settembre al Parlamento europeo non ha meritato la dovuta attenzione. Tsipras è apparso con l'orgoglio del proprio dovere compiuto e di un lavoro ben fatto nella rappresentazione di un paese trasformato. Tre anni dopo essere stato proposto dalla sinistra alternativa come presidente della Commissione sotto il vessillo di "un'altra Europa è possibile", è apparso come il difensore di questa UE di fronte alla barbarie populista. Inoltre, ha proposto un'alleanza che va da Macron fino alla sinistra, aperta ai liberali e ai moderati conservatori. Si potrebbe dire che questi tre anni hanno finito per oscurare qualsiasi progetto che non sia la difesa della UE realmente esistente. In effetti, la Grecia è cambiata molto. È passato dall'avere un debito pubblico del 135% del PIL nel 2009 al 180% oggi, la disoccupazione è passata dal 10 al 20 percento e il paese ha perso 400mila abitanti. Una tragedia maturata per la maggiore gloria di questa UE e dei mercati.

La realtà finisce sempre per scontrarsi con il dominio del politicamente corretto. La prima cosa che non si vuole discutere è se le politiche che l'Unione europea ha fatto prima e dopo la crisi hanno a che fare con la nascita e lo sviluppo del nazionalismo escludente e forze politiche che, per comodità, definiremo come populiste di destra. A questo punto, pochi dubitano che le politiche dell'Unione sono state sistematicamente smantellamento dello stato sociale in ciascuno dei paesi, erodendo i meccanismi di controllo sociale e politico dei mercati capitalistici e indebolire il potere contrattuale delle classi lavoratrici e le loro unioni . L'Unione Europea ha finalmente costituito un regime di politiche neoliberiste fino a diventare obbligatorie e, cosa più grave, punibili con pesanti multe per i paesi che le violano. L'idea di base, il dogma che prevale oggi nel dibattito della Commissione con la Spagna e l'Italia, non è altro che per frenare e ridurre la spesa pubblica. L'obiettivo non è più il 3 percento, ma l'eccedenza nella fase alta del ciclo. La democrazia è diventata limitata perché, governare chiunque governa, deve applicare politiche monetarie e fiscali neoliberali sotto la minaccia dei mercati, l'onnipotente Banca centrale europea e una Commissione intransigente nell'applicazione dei Trattati. In questo contesto può davvero sorprendere l’ascesa del populismo delle destre?

Dobbiamo dirlo anche qui e ora: in un momento in cui il mondo sta cambiando dalle fondamenta e sta attraversando una transizione geopolitica di grandi dimensioni, dove la tendenza di fondo è la multipolarità, cioè nel processo di ridistribuzione del potere globale , l'UE non ha un progetto autonomo identificabile. L'assenza di una propria politica internazionale capace di guidare una transizione che si presume sia conflittiva, condannerà l'Europa alla subordinazione alla politica americana. La "Trappola di Tucidide" non è né una questione secondaria né una finzione intellettuale. Gli USA non rinunceranno pacificamente alle posizioni di dominio conquistate dopo la seconda guerra mondiale, ciò che fa della guerra uno strumento prioritario per risolvere i principali problemi strategici. Per l'Europa, la NATO implica perpetuare la subordinazione agli interessi geostrategici statunitensi, l'aumento dei bilanci militari e la conversione delle richieste di sicurezza in un problema di ordine pubblico e di forza dello Stato penale.

Un fronte europeo antifascista? C'è un paradosso che non sempre viene preso in considerazione quando si chiede la difesa della democrazia. Sappiamo cosa si intende: difesa dei diritti e delle libertà democratiche. Ora, il paradosso è che, in molti modi, la proposta davanti e dietro la UE è il ritorno a una democrazia liberale, cioè il porre fine al costituzionalismo sociale, alle democrazie avanzate come risultato del conflitto di classe e due guerre mondiali che hanno avuto l'Europa al centro. La rivolta delle élite, una volta caduto il cosiddetto "impero del male" e la scomparsa del nemico interno socialista, è stata volta a ripristinare una democrazia funzionale al mercato, soggetta ad esso, che espropria la sovranità economica e spoliticizza la politica. In un certo senso, si può parlare di "americanizzazione" della vita pubblica europea e di una divisione sempre più chiara tra democrazia come procedura e democrazia come autogoverno.

Tuttavia, la cosa peggiore di questo nuovo fronte emergente è che non è in grado di comprendere le relazioni tra l'integrazione europea (la UE) e la crisi delle nostre democrazie indebolite, né le profonde trasformazioni che stanno avvenendo nelle nostre società. Non dovremmo ingannare noi stessi o essere ingannati: il ripristino delle democrazie di mercato richiede, ha bisogno della paura come proprio fondamento; di persone isolate, socialmente disconnesse e insicure verso il futuro. Il tipo di capitalismo ora dominante ha bisogno di persone che agiscano secondo le regole e i modi che richiede. Quando parliamo del "momento Polanyi" ci riferiamo a un fenomeno che appare ovunque: una rivendicazione fondamentale di protezione, di sicurezza e identità, di nostalgia per un ordine basato sulla comunità

Questo nuovo frontismo confonde gli effetti con le cause; cerca di combattere il populismo di destra senza prestare attenzione alle circostanze che lo hanno generato; aspira a legittimare le istituzioni che sono in crisi ovunque e rende la conservazione dell'esistente il fondamento e l'orizzonte di ciò che verrà. Si crede davvero che muovendo da questi presupposti sia possibile riarmare politicamente e culturalmente un movimento contrario alle derive autoritarie che attraversano le nostre società? Qualcuno pensa seriamente che da questi punti di partenza genererà l'entusiasmo, l'adesione e l'immaginario necessari per una mobilitazione sociale capace di vincere e attivare le maggioranze sociali? Non ci crediamo. Piuttosto pensiamo che avverrà il contrario. Difendere istituzioni in crisi e socialmente delegittimate solo aiuterà il rafforzamento dei populismi autoritari e nazionalisti che alla fine riusciranno a deviare le richieste di protezione verso formule sicuritarie che implicano la restrizione delle libertà e dei diritti. Se la sinistra finisce per difendere questo nuovo fronte, finirà per rompere i suoi rapporti già indeboliti con le classi popolari, perpetuando un percorso che la porterà a scomparire come alternativa al governo.

Crediamo che si debba imparare dalla storia. La democrazia, i nostri classici così lo capirono, si difende sviluppandola, espandendola, estendendola. Ciò significa porre in primo piano la contraddizione tra democrazia e capitalismo. Più specificamente, richiede la de-mercificazione, la garanzia dei diritti sociali di base e l'instaurazione di relazioni armoniose con la natura. Significa anche democratizzare la democrazia portandola nelle imprese, nelle grandi istituzioni finanziarie, promuovendo modalità alternative di organizzazione dell'economia e democrazia partecipativa. De-patriarcalizzare la società promuovendo l'uguaglianza sostanziale e la democratizzazione della vita quotidiana delle persone. Deglobalizzare, recuperare la sovranità popolare come fondamento dell'ordine politico, come diritto all'autogoverno e la definizione costituzionale di un progetto collettivo basato su una società di donne e uomini liberi ed eguali, impegnati nell'emancipazione.

Vale la pena ricordare una riflessione che Perry Anderson ci ha lasciato qualche tempo fa in un eccellente articolo:
«Per le correnti anti-sistema, la lezione da trarre da questi ultimi anni è chiara. Se vogliono smettere di essere eclissate dalle loro controparti di destra, non possono più permettersi di essere meno radicali e meno coerenti di quanto non siano nella loro opposizione al sistema. In altre parole, il futuro dell'Unione europea dipende sia dalle decisioni che l'hanno modellata e che non possiamo più accontentarci di riformare: dobbiamo uscire da essa o annullarla per costruire qualcosa di meglio al suo posto, con altre fondamenta, ciò che equivale a gettare nella spazzatura il trattato di Maastricht "(Le Monde Diplomatique, marzo 2017).
La nostra linea di pensiero è molto vicina a quella dello storico britannico: si tratta di difendere il progetto europeo contro la sua principale minaccia, che non è altri che la UE, e scommettere su un'Europa confederale che difenda la pace, le libertà pubbliche, i diritti sociali e l’uguaglianza tra popoli e nazioni. Per questo, gli Stati, la sovranità popolare e l'autogoverno dei popoli europei non possono essere considerati come ostacoli da sconfiggere, ma come strumenti indispensabili che ci permettono di intrecciare rapporti di cooperazione tra i popoli e garantire i diritti umani fondamentali. Il vero dibattito, qui e ora, non è tra fascismo e antifascismo. Il vero dibattito è continuare con il progetto neoliberale dell'UE o difendere un progetto europeo che lo sia. La risposta la fornirà la storia. 

* Fonte: Cuartopoder 
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

venerdì 9 novembre 2018

LA SINISTRA, IL NAZIONALISMO, L'UNIONE EUROPEA di Carlo Galli

[ 9 novembre 2018 ]


Intervista a Carlo Galli [nella foto], Professore Ordinario di Storia delle Dottrine politiche all'Università di Bologna, Presidente della Fondazione Gramsci Emilia Romagna




*  *  *
Professor Galli, parlando della distanza della sinistra e del centro-sinistra dall’elettorato che vorrebbero rappresentare, del loro eterno dividersi e della conseguente incapacità a reagire a forze che si accaparrano elementi del loro discorso, da dove possiamo partire per ricercare le cause di questa condizione?
Il fatto di parlare, allo stesso titolo, di ‘sinistra’ e di ‘centro-sinistra’ costituisce in sé un indice di indeterminatezza su ciò che oggi la sinistra è.
Con ogni evidenza, il centro-sinistra si è posto come architrave dell’attuale sistema socio-politico ed economico. Ciò ha funzionato finché il sistema ha avuto un minimo di capacità produttiva, di ordine e benessere. Quando il sistema, nel 2008, è andato in crisi (benché le ragioni della crisi siano insite nella sua stessa natura), la politica italiana è stata sospesa: abbiamo avuto governi tecnici sorretti in Parlamento quasi da tutta l’Assemblea. In seguito, abbiamo avuto un centrosinistra – la fase renziana – che ha promosso una serie di riforme funzionali a un assetto tutt’altro che ‘di sinistra’.
Ossia?
Allo scopo di rendere il sistema sociale ed economico più funzionante, conservandone tutte le contraddizioni interne, alcune riforme sono state fatte (il ‘Jobs Act’, la ‘Buona Scuola’); altre sono fallite: la Costituzione. Di fatto, il centro-sinistra non ha saputo – questo è il punto – individuare e, men che mai, correggere le contraddizioni del sistema, che produce più disagio che benessere, più povertà che ricchezza. Inoltre, quando produce ricchezza, non la distribuisce equamente. Il sistema genera disuguaglianza crescente e priva i cittadini, soprattutto i giovani, di un ragionevole futuro.
Tutto questo non è stato approfondito e compreso dal centro-sinistra?
Non lo ha capito o non l’ha voluto capire. Alla prima occasione, non appena i cittadini hanno avuto l’opportunità di esprimersi con il voto, la loro scelta è andata contro l’architrave politico del sistema, cioè il PD, e contro il suo contraltare di destra, cioè il partito di Berlusconi. La sinistra – è ora di porre termine a questa confusione – non è il centro-sinistra.
Come può essere definita?
Come una forza di critica e di cambiamento, in senso democratico e progressista. Per ‘critica’ intendo una forza culturalmente dotata, capace di analizzare la società cogliendone il lato conflittuale, in vista o di un rovesciamento degli attuali rapporti di forza o, in ogni caso, di riforme strutturali dirette a imbrigliare la potenza del capitale, non a lasciarla correre indisturbata.
In Italia, una sinistra di questo tipo, di fatto, non c’è. Non c’è un Corbyn, per intenderci. La ragione principale è che, al di là del PD che non è di sinistra, la sinistra è poca cosa: culturalmente irrilevante e divisa al proprio interno – come dimostrano le tragicomiche vicende di LEU.
In ogni caso, tanto quando è architrave del sistema, tanto quando ne vuole essere critica, ovvero sia quando è centro-sinistra sia quando è sinistra, le forze di cui parliamo hanno assorbito fattori, elementi, suggestioni e punti di vista del sistema, in misura tale da non essere capaci di farlo funzionare, né di contrastarlo seriamente.
In che cosa si è tradotto, per la sinistra, questo processo di assorbimento?
Pensiamo soltanto che la sinistra ‘alternativa’ è, praticamente, tutta mondialista: su questo punto, che è decisivo, è perfettamente in sintonia con il neoliberismo. Detto altrimenti, la sinistra non ha alcuna consapevolezza dell’esigenza maturata dentro la società italiana – ma non solo qui – di difesa, di tutela rispetto ai fattori più perturbanti del nostro tempo: mercati e migrazioni. Volendo offrire a questo dato uno spessore storico, penso al Karl Polanyi di La grande trasformazione (1944): l’analisi della nascita dei fascismi come domanda delle società di essere tutelate rispetto a una precedente fase di liberismo estremo. In un dato momento, al predominio della funzione privata – che, tra l’altro, ha provocato gravissimi scompensi – le società oppongono la richiesta di un predominio della funzione pubblica, cioè dello Stato.
Naturalmente, con questo non intendo affermare che il fascismo sia stato veramente una tutela dalle dinamiche del capitalismo: ne è stata piuttosto una variante. Né intendo affermare che l’attuale fase politica sia analoga alla nascita dei fascismi europei. Le forze politiche che, avendola intercettata, stanno approfittando di questa fase, sono forze di destra, ma non sono fasciste, non avendo del fascismo alcuni assunti: la violenza politica come metodo, la guerra come finalità. Soprattutto, non hanno del fascismo il culto dello ‘Stato potente’.
Però ci sono elementi di violenza molto forti.
Sì, ma non sono elementi di violenza ‘sistematica’: la coincidenza tra politica e violenza, oggi, non è accettata da nessuno. Banalmente detto, chi afferma oggi che l’omicidio politico non sia un omicidio, ma una misura opportuna? Né la guerra è vista come finalità della politica, come invece era per il fascismo.
Una parte di questa violenza, però, è confluita nelle politiche securitarie alle quali si assistiamo in diverse realtà nazionali, compresa la nostra.
Appunto: mentre la fase fascista aveva sia una componente securitaria sia una componente di aggressività tanto interna quanto esterna, oggi invece prevale di gran lunga la semplice richiesta securitaria e solo in parte identitaria. Le società europee stanno chiedendo un ‘alt’ alle dinamiche economiche (che coniugano liberismo e austerità) imposte da Bruxelles e all’immigrazione. Queste sono le due grandi richieste, che però non vanno oltre: non sono prodromiche allo sviluppo di una ‘volontà di potenza’, anzi sono richieste molto piccolo-borghesi che non presentano niente di eroico e aggressivo.
Gli episodi di violenza contro i migranti non generano consenso. Nella peculiarità del caso italiano, ha invece prodotto dissenso, in un’opinione pubblica già esasperata dalla crisi, la palese incapacità dei Governi della XVII legislatura a gestire il flusso migratorio. La rabbia nei confronti dei migranti rappresenta un elemento accessorio rispetto alla gravissima crisi socio-economica che ha colto il Paese e dalla quale l’Italia non si è ripresa, a differenza di altri Stati europei – al di là del fatto che il modello economico contenuto nell’euro è un modello deflattivo, che non consente grandi sviluppi dell’economia.
Questa esigenza passiva di difesa nasce dai ceti più deboli della società, quelli che patiscono di più le logiche dell’euro. La crisi di quelle logiche non è stata ravvisata; oppure, se lo è stato, è stata derisa e negata dal centro-sinistra, ma anche dalla sinistra. Il primo fa parte dell’establishment e ha introiettato un unico ordine (politico, economico e sociale) possibile: quello vigente, che, secondo il principio thatcheriano del TINA (there is no alternative), dovrà risultare buono e giusto per chiunque.
La sinistra in senso proprio, in ogni caso numericamente priva di peso, non ha colto diverse caratteristiche della crisi.
Un esempio di questa miopia?
La sinistra chiede ancora più Europa, senza porsi il problema di ‘quale’ Europa si prospetti: aumentare il peso dell’Europa nel suo attuale assetto istituzionale ed economico porta palesemente ad aggravare la crisi, non a risolverla. Il chiedere, poi, un’apertura incondizionata dell’Italia ai diversi flussi migratori le aliena la stragrande maggioranza dei consensi degli italiani.
Il centro del consenso – lo dimostra la campagna di Salvini, a costo zero – sembra dipendere dalla questione migratoria, che diventa centrale o quantomeno equiparata a quella economica.
Abbiamo una richiesta di protezione su due fronti (economico e migratorio), che identificano fenomeni entrambi strutturali. La sinistra non riesce a mettere ordine in questo mare di problemi, mentre la destra li vede, perché più spregiudicata, più superficiale e più abile, offrendo protezione: tanto sul versante economico (ricordiamo la polemica anti-euro che c’era nella proposta della Lega), quanto su quello delle migrazioni. E gli italiani ci credono.
In tutto questo, dove si colloca il Movimento 5 Stelle?
I 5 Stelle sono un fenomeno che, prima o poi, da qualche parte deve ‘cadere’. Più facilmente – o, diciamo, ‘maggioritariamente’ – cade a destra, benché all’interno del Movimento molti voti e alcune intuizioni (che non vanno al di là delle intuizioni, cioè non diventano sistema di pensiero), un tempo, stessero a sinistra.
È molto probabile che l’offerta di protezione della destra contro il capitalismo e contro i flussi migratori sia, entro certi limiti, efficace nel secondo caso ma, al tempo stesso, che non riesca (o non voglia) fornire adeguata protezione rispetto alle logiche più dure del capitalismo. Non a caso, sotto il profilo economico, la vera richiesta della destra ha a che fare con le pensioni e non, ad esempio, con l’Articolo 18. Se si vuole proteggere la società dalle logiche del capitalismo, si deve rafforzare il potere dei lavoratori: il loro status giuridico, la loro capacità economica, il loro peso nelle lotte sindacali, puntando su un’economia fondata sulla domanda interna e non sull’esportazione. Tutte cose che la Lega non si sogna nemmeno lontanamente di fare. Mentre, probabilmente, è nelle corde della Lega aiutare il proprio elettorato ad andare in pensione presto, cosa che non è di per sé sconvolgente sotto il profilo politico – può esserlo, se mai, sotto quello dei conti.
Esiste il ‘nazionalismo’ leghista?
Una vera politica nazionalistica non costituisce un tratto distintivo della Lega, perché per fare nazionalismo ci vuole cultura: non basta dire che il presepe è più bello dell’albero di Natale, né che gli italiani sono cristiani anziché islamici. Per fare del nazionalismo bisogna essere in linea con la tradizione nazionale, cioè conoscere Dante, la storia italiana, la storia dell’arte… Ed esaltarla, il che – dico io – è in sé negativo, mentre conoscerla sarebbe un bene per tutti.
Sappiamo che, a destra, questa conoscenza non c’è; ma non c’è nemmeno a sinistra. Comunque sia, dissento fermamente da chi afferma che siamo di fronte a un’impennata del nazionalismo. Quale nazionalismo? Quando l’Europa era in preda ai nazionalismi – quelli che determinarono la Prima guerra mondiale – gli intellettuali erano almeno capaci di interpretare la cultura nazionale. Oggi chi lo fa? Siamo davanti a un’impennata di paura, molto più banalmente.
Si può spiegare questa paura con un’unica, grande causa?
La causa prima è l’insicurezza economica: in sostanza, l’individuo ha perduto il controllo sulla propria vita. Questo è il tema di fondo. Ti passa tutto sopra la testa a opera di poteri che non si riescono non solo a porre sotto controllo, ma nemmeno a individuare.
La democrazia è, in primis, retta dall’idea che la politica si trovi sotto il nostro controllo, ovvero che capiamo quello che succede perché siamo noi a farlo. In secondo luogo, la politica democratica è, almeno, trasparenza: anche se il potere è gestito dagli altri, dalle élites, siamo noi a legittimarle e a chiedere conto. L’impotenza davanti a forze non individuabili (che cosa sono i ‘mercati’? Chi sono i ‘migranti’? Da dove arrivano?) e la conseguente percezione di vivere in un contesto fuori controllo generano quel sentimento primordiale che è la paura.
La sinistra e il centro-sinistra hanno fatto di tutto: non per eliminare le cause della paura, ma per dire agli italiani che sono degli stupidi, dei selvaggi e dei barbari, se hanno paura: mi sembra assolutamente folle, anche sotto il semplice profilo del buon esito della propria proposta politica.
Cosa è mancato a quelle proposte?
Bisogna ascoltare le ragioni di chi ha paura, capire che cosa teme allo scopo di eliminarlo, non di opporvi prediche e buoni sentimenti. Parliamo di paure altamente giustificate, soprattutto quelle inerenti alla nostra condizione socio-economica. In una situazione di paura, i cittadini non si sono certo rivolti a Bruxelles per farsi difendere, né all’ONU. Si sono rivolti all’unica realtà istituzionale che conoscono, per la quale votano e che identifica la loro soggettività giuridica pubblica: lo Stato. Da qui nasce l’accusa di ‘sovranismo’: un’accusa sbagliata e concettualmente fallace, perché l’idea che esiste la sovranità popolare (ossia: sono i cittadini che comandano, non i mercati) è contenuta nella Costituzione e quindi non è un ‘ismo’, una tendenza di parte, ma è patrimonio di tutti.
Questi sono discorsi che stanno benissimo a sinistra. Tuttavia, per motivi di compromissione con il potere (il caso del centro-sinistra) o di incapacità culturale (la sinistra), essi non sono stati rilevati. Sono stati, invece, raccolti entusiasticamente dalla destra che vi ha fatto rientrare le sue scarse vedute e i suoi pregiudizi. Per cui la sinistra deve piangere se stessa per quanto sta succedendo in Italia: se Salvini vince le elezioni, non è colpa sua, ma di chi lo lascia vincere, dicendo ai cittadini che sono dei deficienti o dei barbari.
Secondo Lei la sinistra è in grado di rifondare un proprio discorso? Ci sono esempi storici che potrebbe recuperare?
L’Italia uscì dal fascismo attraverso una guerra, scatenata e persa dal fascismo, dentro la quale si è inserita la Resistenza. Poiché nessuno evidentemente auspica tragedie, occorrerà molta pazienza. Tranne che i rappresentanti dell’attuale Governo non commettano errori così gravi da alienarsi il proprio elettorato (quello che sperano in tanti), bisogna ricominciare da capo.
In che modo?
Smettendola di pensare che la sinistra debba avere più amici tra gli imprenditori che non tra i sindacalisti. Facendola finita con l’idea che centro-sinistra e sinistra siano la stessa cosa, e che non ci siano differenze di interessi all’interno della società, perché queste differenze ci sono. È giusto dire a una persona: ‘Non sei titolare di alcuna tutela perché il capitalismo vuole flessibilità’?
La sinistra non è nata per favorire il capitale e le sue ragioni, ma per analizzare la società da un punto di vista specifico, quello del lavoro e per organizzarne gli interessi e i valori. Concettualmente è facilissimo dire a qualcuno: ‘Faremo una legge perché tu possa essere licenziato, perché il capitalismo di oggi funziona così; ma non ti preoccupare, perché il capitalismo funziona tanto bene che, se ti licenzia un’impresa, il giorno dopo un’altra sarà pronta ad assumerti’. Affermare questo è facile, ma criminale: il capitalismo odierno funziona distruggendo il lavoro, non creandolo, perché non ne ha bisogno. E infatti, in ultima analisi, un’ipotesi come il reddito di cittadinanza va nella logica dell’attuale forma di capitalismo, che preferisce dare sussidi piuttosto che creare lavoro (se invece insieme al reddito di cittadinanza verrà creato vero lavoro, tanto meglio: staremo a vedere).
Non dico, allora, di fare la Rivoluzione di ottobre: l’obiettivo è riequilibrare, con un nuovo compromesso, le ragioni del capitale e quelle del lavoro. Niente di sconvolgente, ma certamente un cambio di paradigma. Più beni comuni, più potere al lavoro, più domanda interna, più mano pubblica nell’economia, più investimenti. Per cominciare, si dovranno organizzare gli interessi che si contrappongono naturalmente al capitale, senza inventarseli.
Come farlo, concretamente?
Iniziando a tornare sui luoghi di lavoro. Anziché alle assemblee di Confindustria, si deve andare alle assemblee sindacali.
Un metodo che fa appello a una ritrovata condizione di prossimità?
Assolutamente sì. Prima occorre l’analisi critica, quindi anche distanza: studiare i libri e le ricerche empiriche, a livello intellettuale. A livello di azione politica, poi, è questione di prossimità… Senza, però, entrare nella logica della politica fatta per via telematica, che è perdente. La politica funziona quando le persone si parlano: tutti ne abbiamo bisogno. Ma per parlarsi è necessaria la fiducia verso coloro che si propongono come politici. Temo che la sinistra, intesa anche come persone, oggi abbia perso la fiducia degli italiani.
Potrebbe citare, in proposito, un esempio recente di questo distanziamento?
Nel caso emblematico del crollo del ponte Morandi a Genova, penso che una sinistra (un centro-sinistra, in realtà) che continua orgogliosamente a rivendicare le privatizzazioni manchi di intelligenza politica. Le logiche del neo-liberismo sono state assorbite a tal punto dagli esponenti di questa sinistra, che paiono credere davvero che il privato perseguendo i propri interessi realizzi, attraverso la concorrenza, l’interesse collettivo. Quando cade un ponte costruito con denaro pubblico e dato in gestione a un privato (con i guadagni che ne derivano), la prima cosa da pensare non sarà: ‘Abbiamo fatto bene a fare le privatizzazioni’, bensì: ‘Forse c’è qualcosa di sbagliato nell’affidare un bene pubblico in mano ai privati’.
Dagli anni ’80, i pregiudizi filo-capitalistici hanno sostituito i dogmatismi marxisti. In tempi non così lontani, certe persone giuravano sulle parole di Karl Marx, che forse non avevano nemmeno letto…
Cosa ha significato, per la società italiana, il voto politico del 4 marzo 2018?
Il neoliberismo, assunto dal centro-sinistra a panacea di ogni male, spiana le società, disgregandole. Al momento di andare a votare, queste società si ribellano: si potrà gridare al cielo che sono ‘barbari’, ma intanto gli elettori hanno votato. Se solo penso che le fasce più avanzate del PD hanno come motto ‘discontinuità senza abiure’, e che sono convinte di prendere voti su questa base… In realtà l’unica loro speranza è che l’attuale Governo sia distrutto da qualche cosa: dallo spread, dalla magistratura, da una catastrofe. Certamente l’azione politica delle forze di opposizione non sarà capace di distruggerlo, per quanto Salvini e Di Maio non siano due Napoleoni della politica.
Bisogna tornare a essere, lo ripeto, keynesiani, pensando a un forte impegno della mano pubblica: un impegno di proprietà, di direzione e di controllo. Il capitalismo, da solo, è deleterio: non a caso, l’Italia del dopoguerra si è ripresa con un’economia mista, non solo capitalistica.
Il quadro attuale non fa troppo ben sperare su cambi di marcia in grado di ridefinire le scelte politiche e il voto alle prossime elezioni europee?
Non lo so perché, da qui ad allora, chi governa fa ancora in tempo a commettere errori fatali. Un passaggio fondamentale sarà capire che cosa succede davvero una volta varato il DEF, quando la manovra economica prenderà corpo. Anche qui è davvero penoso vedere che l’opposizione consiste nell’applaudire lo spread, o nel rimanere delusi quando questo non esplode, come invece gli economisti mainstream avevano profetizzato.
Il Governo si sta giocando tutto sul ‘Decreto sicurezza’ e sulla manovra economica. Se non ci sono fatti rovinosi e se il centro-sinistra non tira fuori qualcosa di meglio degli attuali candidati e programmi, faccio una facile profezia: al momento, se in tutto il Paese la Lega è data al 32%, nel Norditalia lo è al 48%. Questo significa che buona parte degli italiani è ‘barbara’, oppure che tutte le ragioni siano state lasciate alla destra, e che la cecità più assoluta ha colpito la sinistra.
L’unica risorsa che mi appare plausibile è una candidatura di Marco Minniti nel PD, con silenzio totale e definitivo di ogni altro personaggio, a partire da Renzi. Il PD ‘diventa’ il partito di Minniti, che fa sostanzialmente concorrenza a Salvini, senza esagerare: come mostra l’esito delle elezioni in Baviera, quando un partito di centro si mette a fare concorrenza agli estremisti perde un pezzo del proprio elettorato.
Una candidatura di Minniti in questi termini comporterebbe un cambio di sistema?
Non cambia il sistema, ma lo rafforza e lo razionalizza, soddisfacendo a uno dei due problemi sul tappeto. L’altro, quello economico, non è alla sua portata. Naturalmente, con la clausola del silenzio assoluto sulla ‘Buona Scuola’ o sul ‘Jobs Act’, e con il recupero di qualche parola di sinistra, come ‘sfruttamento’ o ‘sicurezza’.
In quali forme sarebbe declinata la sicurezza?
Sicurezza rispetto alle vicende economiche (accezione che non sarà usata) e rispetto al dilagare della criminalità – quella spicciola, che spaventa quotidianamente, e quella importante, che è poco all’attenzione di Salvini (a partire dalla lotta alla mafia). Si può tentare di spiazzare Salvini su terreni di quel genere. Se, al tempo stesso, le cose vanno molto male per il governo giallo-verde, allora, lo ripeto, uno spazio c’è. Altrimenti vedo nel PD un partito che sta fra il 15% e il 20%, e gli altri che alle europee crescono ancora. Se mai, si può immaginare che M5S e Lega entrino in rotta di collisione, ma tale è la loro voglia di governare che, anche se in linea teorica rappresentano mondi e – forse – interessi diversi, si sforzeranno di restare insieme il più a lungo possibile. I 5 Stelle sono famelici di potere; sono come un bambino in un negozio di dolciumi: non lo tiri più fuori. I 5 stelle dovranno arrivare al divorzio politico da Salvini, ma è probabile che aspettino il più a lungo possibile. E poi dovranno decidere che cosa fare da grandi. E non sarà facile.

domenica 29 luglio 2018

LA GUERRA DELLE PAROLE di Carlo Galli

[ 29 luglio 2018 ]

Populismo, sovranismo, nazionalismo, razzismo....

Scrisse un giorno Costanzo Preve che avrebbe preferito dialogare con Papa Ratzinger piuttosto che coi tanti "somari" che pullulano nella sinistra. Siamo sicuri che per Carlo Galli [nella foto] avrebbe fatto un'eccezione. Insigne accademico e pensatore politico, deputato prima del Pd, quindi per Sel e poi per  Articolo 1-Mdp. 
Volentieri pubblichiamo questo suo breve saggio, che preso vorremmo commentare.

1. Strategie
Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.
La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.
Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream,proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.
A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica.
E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.
C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.
La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.
Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.
Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.
Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.
2. Errore
L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così –, ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).
Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.
Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.
3. Battaglie
Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.
Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.
Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.
Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.
Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.
4. Politica e parole
La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.
Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.
Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.
«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.
Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.
L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.
Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.
Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

sabato 6 gennaio 2018

CATALOGNA: CHI HA VINTO DAVVERO di Xarxa Socialisme 21

[ 7 gennaio 2017 ]

Pubblichiamo, condividendola in gran parte, la risoluzione dei nostri fratelli catalani di Xarxa Socialisme 21. Dopo un'analisi del voto, che attesta, oltre alla spaccatura della Catalogna in due campi opposti (spagnolista e indipendentista), l'egemonia in entrambi i campi delle destre neoliberiste; si tira quindi il bilancio della situazione politica dopo il voto e si fa una proposta.

Dei fratelli catalani avevamo recentemente pubblicato:
CATALOGNA: NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE - 
16 luglio 2017
CATALOGNA: LA SECESSIONE NON È LA SOLUZIONE  - 27 settembre 2017



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DOPO IL 21 DICEMBRE
rimettere al centro l'agenda sociale per cambiare la Catalogna e la Spagna




di Xarxa Socialisme 21

Il risultato delle elezioni regionali della Catalogna del 21 dicembre, con una partecipazione dell'81,94% (7 punti in più rispetto al 2015,  la percentuale più alta raggiunta nelle elezioni autonome catalane dal 1980), mostra una società divisa a metà riguardo al dilemma indipendenza o mantenimento del legame con la Spagna.
Candidatura d'Unitat Popular

Mentre il blocco indipendentista formato da JuntsxCat, Esquerra Republicana de Catalunya-ERC e Candidatura d’Unitat Popular-CUP ha ottenuto 2.063.371 voti e il 47,5%, il campo non indipendentista con rappresentanza parlamentare formato dal blocco pro-art. 155 (Ciudadanos, Partito Socialista catalano-PSC e Partido Popular-PP) e dalla coalizione En Comú Podem che si oppone all'articolo 155, ha ottenuto 2.212.871 voti e il 50,94%.

Pur non avendo ottenuto la maggioranza dei voti ed anzi diminuendo leggermente in percentuale rispetto al 2015, il blocco indipendentista riguadagna la maggioranza assoluta nel Parlamento catalano con 70 seggi —due in meno rispetto alle precedenti elezioni regionali e quattro in meno rispetto a quelle del 2012.

D’altra parte, l’insieme delle forze politiche non indipendentiste ha ottenuto 65 seggi, 2 in più rispetto al 2015. Ha anche ottenuto 236.418 voti in più, 2,9% rispetto al 2015.

La legge elettorale con una distribuzione territoriale dei seggi non proporzionale (che le destre della Spagna e della Catalogna non hanno mai voluto cambiare) è la causa per cui il blocco indipendentista ottiene la maggioranza assoluta dei seggi quando ha ottenuto 246.363 voti in meno rispetto al campo non indipendentista.

Ci sono diverse letture del risultato elettorale.
La Catalogna
Per alcuni il risultato è stato danneggiato dal precipitare degli eventi dopo l’annuncio della dichiarazione d’indipendenza da parte della maggioranza del Parlamento catalano il 6-7 settembre; per altri invece ne ha beneficiato provocando una grande mobilitazione e un'eccezionale visibilità mediatica dall'auto-esilio.

Insieme alla cronicizzazione della divisione sociale in Catalogna, la divisione territoriale è stata tracciata tra aree industriali urbane e aree marittime, per lo più non indipendentiste e aree rurali pro-independentiste.

Ma, al di là delle grandi cifre elettorali dei blocchi elettorali in conflitto sull'asse nazionale, queste elezioni sono state un terremoto nella mappa politica parlamentare, con prevedibili conseguenze sociali e politiche in Catalogna e in Spagna.

In effetti, il balzo di Ciudadanos, la formazione politica ultra neoliberale, la prima forza parlamentare con 1.102.099 voti, il 25,37% e 36 seggi, aumentando la sua presenza elettorale nelle aree urbane a spese del PP che ha perso 165.000 voti (4,24% e 7 seggi); la conquista di gran parte degli ex astensionisti e, in misura minore, a spese di altre formazioni politiche, avrà conseguenze negative sulle aspirazioni della classe operaia e della maggioranza sociale per recuperare i diritti sociali e del lavoro perduti. Il notevole progresso elettorale di Ciudadanos avrà conseguenze disastrose per la ricerca di una soluzione negoziata e democratica alle legittime aspirazioni di un maggiore autogoverno della Catalogna, rafforzando una nuova mentalità "lerrouxica" [1] in una parte della Catalogna e spingendo il PP verso una posizione di più dura per non perdere posizioni nella sua particolare disputa con Ciudadanos per occupare lo spazio a destra a livello statale.

Nel blocco indipendentista, due le sorprese: il sorpasso subito dalla ERC da parte della destra indipendentista JuntsxCataluña promossa dal presidente Puigdemont, quindi il crollo della CUP che ha perso 144.442 voti e 2 seggi rispetto al 2015, voti che sono andati principalmente a vantaggio di JuntsxCataluña, ERC e astensione. Con i suoi 34 seggi, JuntsxCataluña, 2 in più di ERC, pretende di egemonizzare da destra il blocco indipendentista, con l'argomento di recuperare la legittimità del presidente Puigdemont e del precedente governo.

Per il Partito socialista catalano, con il suo leggero aumento dei voti che gli consente di passare da 16 a 17 seggi, il risultato è frustrante rispetto alle aspettative ed ai sondaggi. Gli errori commessi nel sostenere l'articolo 155, l’alleanza con la destra nazionalista dell'ex Unione democratica della Catalogna rappresentata da Ramón Espadaler, hanno molto pesato.


Per quanto riguarda la lista di En Comú Podem, i 323.695 voti e gli 8 seggi ottenuti sono un risultato negativo rispetto a quello ottenuto nel 2015 dalla lista Cataluña Si que es Pot. Perdere quasi 44.000 voti e 3 seggi, deve essere motivo di profonda riflessione e autocritica. Tra gli errori commessi, troviamo la mancanza di chiarezza nella difesa dell'alternativa federale e solidale, così come le debolezze simboliche della lista, hanno causato una fuga significativa di ex votanti verso altri candidati, principalmente PSC e Ciudadanos. Errori che hanno impedito loro di connettersi con una larga parte dell'elettorato delle classi popolari e lavoratrici, in gran parte di origine immigrata e di cultura e lingua spagnola.

L'unica gioia da gustare è l'affondamento elettorale della PP che perde 165.085 voti e 7 seggi. Ma è una gioia agrodolce visto che la forza che ne ha beneficiato è Ciudadanos. Se invece di considerare il colore delle bandiere, l'analisi elettorale fosse condotta in termini di sinistra e destra, possiamo vedere che in Catalogna le forze apertamente neoliberiste (JxCat, PP, Ciudadanos) hanno ancora l'egemonia (74 dei 155 seggi parlamentari), sebbene esse non abbiano cessato di diminuire (87 seggi nel 2010 e 78 nel 2012). Nonostante tutto, c'è un lento processo di cambiamento di egemonia che continua a funzionare, il che dovrebbe spingerci a continuare a lottare per una profonda trasformazione dell'agenda politica.

Per un'alleanza dei popoli e delle classi popolari per cambiare la Spagna e la Catalogna

Una soluzione politica alle legittime aspirazioni all'autogoverno di una parte della popolazione della Catalogna non può essere risolto persistendo in dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Questa via ha fallito come previsto, non avendo ottenuto una maggioranza sufficiente di voti né nel 2015 né nel 2017, non avendo il sostegno o la neutralità di una maggioranza sociale in Spagna, né tra gli stati dell'Unione europea e del mondo. Inoltre, il percorso avviato il 10 ottobre con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza è riuscito solo a risvegliare la metà dei cittadini della Catalogna che si sentono minacciati dalle conseguenze dell'indipendenza e spingerne gran parte nelle braccia di Ciudadanos e, nel resto della Spagna, ha portato all'allineamento della maggioranza della società contro la rottura dello Stato, e ciò a beneficio dei difensori degli articoli 155, Ciudadanos, PP e PSOE.

È tempo della riflessione collettiva su cosa fare per superare questo circolo vizioso e trovare il modo in cui possiamo avanzare nel cambiamento sociale, nella trasformazione democratica della società e costruire uno Stato federale solidale basato sulla libera adesione.


Reiterare la via dell’indipendenza unilaterale servirà solo a provocare nuove sconfitte epiche così che il governo dello stato applicherà nuove versioni più dure dell'articolo 155 e / o rafforzerà l'intervento sulla Catalogna attraverso la legge organica di bilancio e di stabilità. Inoltre, faciliterà la ricomposizione del dominio delle destre centraliste e neoliberiste in Spagna e ostacolerà le possibilità di cambiamento ponendo le organizzazioni politiche che lo promuovono su un terreno ostile, come accade a Unidos Podemos.

È essenziale porsi come obiettivi principali la difesa dei diritti sociali e del lavoro, la piena occupazione stabile e dignitosa, la riduzione dell'orario di lavoro senza ridurre lo stipendio, il salario minimo di 1200 euro, l'abrogazione della riforma del lavoro, la difesa della sanità e dell'istruzione per invertire i tagli e le privatizzazioni, ripristinare la pensione a 65 anni e il potere d'acquisto delle pensioni, nazionalizzare le banche e i settori strategici dell'energia e dell'acqua sotto il controllo della cittadinanza, ecc. Per realizzare questi obiettivi, la sovranità economica deve essere recuperata quindi rompere con trattati neoliberali dell'UE che impediscono la realizzazione  altre politiche economiche al servizio degli interessi della classe operaia e della maggioranza sociale.

Intorno alla difesa del programma di cambiamento sociale è possibile costruire una vasta alleanza tra le classi popolari e i popoli della Spagna che renda possibile battere la destra antisociale, neoliberalista e centralista dal governo dello Stato.

Dopo la ritirata delle forze di sinistra e il rafforzamento delle forze di destra di entrambi i campi, di Ciudadanos e JuntsxCataluña, è necessario favorire il riorientamento politico dei settori della sinistra caduti vittime dell’illusione che la trasformazione sociale sarebbe avanzata con la radicalizzazione del conflitto nazionale, così facendo astrazione dell'analisi della realtà concreta e della correlazione esistente delle forze. I fatti sono eloquenti, in una società come la catalana, pluriculturale e quindi non omogenea, l'indipendenza causa divisione sociale nelle classi popolari, ostacola notevolmente la loro mobilitazione per obiettivi sociali e indebolisce l'influenza politica della sinistra trasformatrice a beneficio dell'egemonia della destra di entrambi i campi.

Dobbiamo superare l'illusione che l'unico modo per mobilitare i cittadini davanti all'orrore neoliberista sia in una chiave nazionalista. L’epica della politicizzazione di grandi masse non può sostituire la riflessione sul suo contenuto, indipendentemente dalle vere cause del malessere sociale che viviamo in Catalogna, in Spagna e in Europa. Nessuno che analizzi obiettivamente la situazione può evitare di vedere che la causa della crisi sociale che subiamo è la controriforma che l'ordoliberismo sta imponendo ai nostri popoli.

Tentare di superare l'impotenza di sollevare i popoli come vorremmo con una
L'europa dei popoli? (clicca per ingrandire)
mobilitazione di carattere patriottico, non porta a un cambiamento sociale, ma a una spirale conservatrice, che nega il filo rosso del movimento di emancipazione della classe operaia degli ultimi secoli. La strada continua ad essere quella di indirizzarsi alle maggioranze per mobilitarle in difesa delle loro esigenze immediate e di classe, di aiutarle a organizzarsi per costruire pazientemente, nel conflitto sociale, una nuova egemonia. Non ci sono scorciatoie che ci permettano di sostituire questo lavoro contro-corrente, se vogliamo costruire una società di persone libere e uguali, fraterne e pacifiche.

Ora in Catalogna, entro i termini stabiliti per formare il nuovo Parlamento e per eleggere la nuova presidenza e il governo della Generalitat, dovranno essere risolti i conflitti di interessi e i progetti all'interno del blocco indipendentista.

La sinistra indipendentista ha l'opportunità di aprire una riflessione sulla via da seguire. Se essa abbandona sinceramente l'unilateralità e cerca insieme ai non-indipendenti di stabilire obiettivi comuni per articolare una nuova maggioranza per il cambiamento sociale in Spagna e Catalogna, faciliterà il superamento della sfiducia reciproca nella società nel suo insieme e contribuirà a generare una nuova fraternizzazione che riunisca le forze e le volontà per porre fine al regime borbonico e proclamare la Terza Repubblica nell'ambito di un processo costituente in tutta la Spagna.

Come organizzazioni della sinistra internazionalista di trasformazione dobbiamo prepararci ad affrontare gli scenari politici futuri, promuovendo una riflessione costruttiva per superare gli errori e le debolezze osservate in En Comú Podem, rafforzando l'unità di azione dei movimenti sociali e continuando la lotta per il recupero di sovranità economica, il superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo.

Barcellona 30 dicembre 2017

* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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