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mercoledì 29 novembre 2017

ELEZIONI: ATTENTI ALLE CANTONATE di Leonardo Mazzei

[ 29 novembre 2017 ]

Abbiamo pubblicato, giorni addietro, un dettagliato Vademecum sulle elezioni, spiegando i meccanismi previsti dalla nuova legge elettorale Rosatellum 2.0. Legge che pochi pare abbbiano davvero compreso. Ad esempio Aldo Giannuli e Stefano D'andrea e, addirittura, lo stesso Rosato. 
Le cantonate capitano. Chi non le prende alzi la mano! Quando però diventano troppe sullo stesso argomento, esse ci segnalano qualcosa che non va. E ci obbligano a qualche riflessione.
Sto parlando della nuova legge elettorale, tema di cui tanti discutono spesso senza capirci granché, come nel caso di certi commentatori di cui ci siamo già occupati, a proposito dei cosiddetti "accordi tecnici nei collegi", talmente "tecnici" da essere tecnicamente impossibili (e guarda caso non se ne parla proprio più, chissà perché...). Qui però non mi riferisco a giornalisti dalla collaudata superficialità, bensì a soggetti solitamente "informati dei fatti".

Mi ha colpito in proposito uno scritto di Aldo Giannuli, persona molto preparata in materia. E' lo stesso Giannuli che ha istruito il percorso che ha portato alla formulazione della proposta di legge di M5S. Detto en passant, proposta a nostro avviso pessima, ma questo è un altro discorso. Di certo non si può dire però che Giannuli non conosca i sistemi elettorali. Al contrario.

A maggior ragione ho sgranato gli occhi di fronte a questa sua affermazione: 
«La legge attribuisce 232 seggi ai collegi uninominali e 398 alle circoscrizioni proporzionali, inoltre è previsto un premio di maggioranza per la lista di maggioranza relativa che superi il 40%». 
Lì per lì ho pensato di aver inteso male. Come può uno preparato come Giannuli non sapere che la nuova legge non contiene nessun premio di maggioranza? Invece avevo letto bene, tant'è che subito dopo il Giannuli tranquillizza: 
«Stando alle previsioni che abbiamo fatto, nessuno dei tre blocchi maggiori raggiungerebbe il 40%, anche se il centro destra potrebbe avvicinarsi sensibilmente all’obiettivo».
In realtà il premio proprio non c'è. Quella del 40% è solo una soglia giornalistica. Siccome la nuova legge è al 36% maggioritaria, e siccome il sistema è sostanzialmente tripolare, si può calcolare all'ingrosso che chi arrivasse al 40% dei voti potrebbe sperare in un 50% di seggi, grazie appunto al bottino dei collegi uninominali. E' un'ipotesi abbastanza realistica, ma tutt'altro che una certezza, men che meno una soglia di legge.

Il mito dell'obiettivo del 40% non viene fuori per caso: fa gioco a Renzi, che lì arrivò nel (molto lontano) 2014, come nel giorno della sua sconfitta referendaria di un anno fa; fa gioco alla destra, per ringalluzzire una coalizione assai fragile sul piano politico; ma serve pure ad un M5S che vorrebbe così far credere di poter vincere senza alleanze. Proprio per la smaccata strumentalità di questa soglia, che nella legge non c'è, sarebbe bene evitare le trappole della propaganda e spiegare invece l'effettivo meccanismo elettorale.

Meccanismo altamente truffaldino, ma dove l'effetto distorsivo in senso maggioritario non è dovuto ad un inesistente "premio di maggioranza", bensì ai collegi uninominali all'inglese ed al rigido legame che salda indissolubilmente la quota maggioritaria con quella proporzionale.

Di tutto ciò sembra non essersi accorto Stefano D'Andrea, il quale ci rifila inopinatamente il seguente titolo: «Un (grande) merito dell'attuale legge elettorale». Il testo del D'Andrea —lo dico senza ironia alcuna— ha un gran pregio: la brevità. Ma quale sarebbe invece il "grande merito" dell'edizione 2017 dell'ennesima legge truffa? Semplice. Essa avrebbe il potere di «Reindirizzare finalmente l’Italia verso la forma di governo parlamentare». Egli ci dice che con la nuova legge le cose non andranno meglio ma neppure peggio di prima. Dunque, ecco la sua conclusione: 
«Sarà chiaro a tutti a quel punto che il maggioritario, i premi di maggioranza e la governabilità erano balle per turlupinare il popolo e aggredire la forma di governo parlamentare e quindi la Costituzione».
Certo che erano anche tutto ciò. Ma erano sono? Lo so che è incredibile, ma D'Andrea sembra ignorare che il maggioritario è stato reintrodotto per altra via. La sua soddisfazione per la nuova legge si può quindi spiegare solo in due modi: o ha perso la testa o non ci ha capito nulla. Propendiamo per la seconda ipotesi, quella relativamente meno grave.
Ma perché questa cantonata? Che sia stato il gran chiacchiericcio mediatico sul "ritorno al proporzionale", se non addirittura alla "Prima repubblica", ad aver colpito dalle parti del "Fronte sovranista"? Sta di fatto che quello del Rosatellum è un meccanismo reso largamente maggioritario dai collegi uninominali all'inglese. [1]
Ora magari il D'Andrea ci dirà che c'è pur sempre un 64% (scarso) di proporzionale. Già, ma se è per questo anche il Porcellum aveva una base proporzionale. In quel caso la rappresentanza veniva stravolta dal premio di maggioranza, qui dai collegi maggioritari. Due strumenti diversi per raggiungere lo stesso fine, quello di dare alle forze sistemiche un numero di seggi ben maggiore rispetto ai consensi riscossi nelle urne. Dov'è dunque il "merito" di questa legge? Ai lettori l'ardua sentenza.
Ma siccome il mondo è bello perché vario, chiudiamo con un'altra cantonata. In questo caso non sappiamo se sincera o studiata ad arte. Il dubbio è inevitabile, dato che la castroneria è stata pronunciata nientemeno che dall'autore (ma sarà quello vero?) della legge. Cioè, proprio lui, Ettore Rosato da Piddinia City.
Per meglio intimorire i transfughi di Mdp egli dice a la Repubblica (che prende il tutto per oro colato):
«E' molto semplice – sintetizza il padre della riforma elettorale, Ettore Rosato — nel proporzionale questa legge assegna 3,3 deputati per ogni punto percentuale. Fate un po' voi i conti…». 
Eh già Rosato, facciamoli và due conti già che ci siamo.
I conti a cui ci chiama questo genio della matematica (i giornali hanno parlato addirittura di "coefficiente Rosato" e di algoritmi che non c'entrano proprio nulla) sono invece una robina da scuola elementare.
Premesso che Rosato parla della Camera, abbiamo già visto che i seggi attribuiti con metodo proporzionale sono 398, di cui 386 quelli relativi al territorio nazionale. Ora, se fosse vero quel che dice Rosato —un punto percentuale = 3,3 deputati— avremmo invece l'elezione con il proporzionale di soli 330 deputati (3,3 x 100 = 330). Ora, capisco bene che a Rosato piacerebbe mettere da parte, riservandolo al Pd, il tesoretto dei 56 seggi "scomparsi", ma temo per lui che a questo punto non si sia ancora arrivati. Il coefficiente di legge non è dunque 3,3 bensì 3,86 (386 : 100 = 3,86).
La differenza tra 3,3 e 3,86 potrà sembrare a qualcuno un peccato veniale (per una forza stimata sul 5% significa attribuirgli 15 seggi al posto dei 19 di legge), ma è pur sempre la differenza che passa tra la verità e una bugia.
Per oggi fermiamoci qui. Tanto il teatrino politico-mediatico ci offrirà senza dubbio altre bufale di cui occuparci. Chi però da questo teatrino è fuori dovrebbe stare un po' più attento a quel che dice. Viceversa si finisce per alimentare una confusione che fa solo gioco a lorsignori, mentre a noi compete semmai svelare la realtà nella maniera più chiara possibile. 

NOTE

[1] Nell'articolo in questione Stefano D'Andrea, con la consueta sicumera, scrive tra l'altro: «E, a differenza di quanto credono oggi gli ingenui, ancora storditi dal concetto ingannatore di governabilità, non si tornerà a votare con immediatezza ma, al contrario, si tenteranno tutte le strade». Che tenteranno tutte le strade è sicuro, ma vorremmo ricordare che tra queste, c'è quella di un veloce ritorno alle urne. Nel Palazzo si vocifera addirittura in estate... [NdR]

venerdì 10 novembre 2017

ELEZIONI 2018 - ROSATELLUM 2.0: ISTRUZIONI PER L'USO di Programma 101

[ 10 novembre 2017 ]

ELEZIONI 2018
Note tecniche per la presentazione elettorale

Domani, 11 novembre, presso l'Hotel Ibis Styles (Roma Eur), con inizio alle ore 10:00, si svolgerà un incontro per verificare la possibilità di presentare una lista unitaria del sovranismo costituzionale alle prossime elezioni. L'incontro è gemellato con quello che si svolgerà a Firenze promosso da Unione di Scopo.
Un'impresa impervia, che potrebbe essere possibile solo se le forze patriottiche democratiche superando settarismi e narcisismi sapranno unirsi sulla base di una solida piattaforma politica. Impervia anche dati gli ostacoli frapposti dalla recente legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum 2.0.
Cosa dice questa legge? Quali i suoi meccanismi truccati? Quali le incombenze per chi voglia presentarsi alle elezioni sfidando gli schieramenti sistemici?
Presentiamo ai lettori un vademecum elaborato dalla Commissione elettorale di Programma 101.


✭ ✭ ✭



La struttura del nuovo sistema elettorale

Il sistema elettorale con il quale voteremo nel 2018 è diverso da tutti quelli sin qui sperimentati. Semplificando, è un sistema misto con un 36% di maggioritario ed un 64% di proporzionale, ma questi due voti non sono separati (come avveniva con il Mattarellum), né è ammesso il voto disgiunto come avviene nei comuni o in alcune regioni (come si è visto nei giorni scorsi in Sicilia).

I sistemi di Camera e Senato sono pressoché identici. L'unica differenza è nell'attribuzione dei seggi della quota proporzionale. Pur essendoci una stessa soglia del 3% a livello nazionale, al di sotto della quale non si ha diritto alla ripartizione dei seggi, questi verranno attribuiti nazionalmente nel caso della Camera, regionalmente in quello del Senato. Ne consegue che al Senato il sistema risulta assai più sfavorevole per le liste minori, dato che il quoziente regionale è (con l'unica eccezione della Lombardia) sempre superiore al 3%.

I seggi della parte maggioritaria verranno assegnati nei collegi uninominali, nei quali vige il sistema inglese: chi arriva primo viene eletto indipendentemente dalla percentuale raggiunta. Per essere eletti nei collegi uninominali non è necessario il superamento di alcuna soglia a livello nazionale. I collegi uninominali della Camera saranno 232, al Senato 116. Mediamente i collegi uninominali - che verranno disegnati dal governo entro metà dicembre - avranno una popolazione media di 260mila abitanti alla Camera e di 520mila abitanti al Senato.

I seggi della parte proporzionale - 386 alla Camera e 193 al Senato - verranno invece assegnati in collegi plurinominali, comprendenti al proprio interno un certo numero di collegi uninominali. In ogni collegio plurinominale in cui ci si presenta è necessario presentarsi contestualmente in tutti i collegi uninominali che lo compongono.  L'ampiezza dei collegi plurinominali è variabile. Alla Camera essi eleggeranno da 3 a 8 deputati, al Senato da 2 a 8. La loro consistenza in termini di popolazione andrà dunque da 470mila a un milione250mila abitanti alla Camera, da 620mila a 2 milioni e 500mila al Senato. Al pari di quelli uninominali, i collegi plurinominali verranno disegnati dal governo entro metà dicembre.

Gli altri seggi (12 alla Camera e 6 al Senato) vengono eletti nella circoscrizione estero, sui cui meccanismi qui non entriamo.

Il territorio nazionale è diviso in circoscrizioni (28 alla Camera, 20 al Senato coincidenti con le regioni). Esse comprendono al loro interno uno o (generalmente) più collegi plurinominali. In ogni circoscrizione è necessario presentarsi in almeno i due terzi dei collegi plurinominali, pena l'esclusione dal voto nell'intera circoscrizione.

Sono ammesse le coalizioni. Diverse liste, contrassegnate da diversi simboli, possono coalizzarsi per sostenere lo stesso candidato nei collegi uninominali. Sulla scheda, ogni simbolo, o coalizione di più simboli, avrà sopra il nome del candidato nel collegio uninominale, mentre alla sua destra vi saranno i candidati per il collegio plurinominale. Il voto al simbolo vale sia per l'uninominale che per il plurinominale. E' ammesso anche il voto soltanto al candidato dell'uninominale, ma nel caso di coalizioni - in assenza di un voto contestuale ad un simbolo - il voto per la quota proporzionale viene ripartito tra i vari componenti la coalizione in base ai voti totali ottenuti dalle stesse.

La soglia affinché le coalizioni siano riconosciute tali è del 10% a livello nazionale, a condizione che almeno una delle liste che la compongono abbia superato il 3%. La soglia di coalizione è importante perché solo raggiungendola i componenti della coalizione che abbiano superato il 3% hanno diritto a recuperare proporzionalmente i voti di altre liste della stessa coalizione che abbiano ottenuto tra l'1 ed il 3%. E' questo il trucco delle cosiddette "liste civetta".

TRE ASPETTI PRATICI PER PRESENTARSI ALLE ELEZIONI

Visto per sommi capi il meccanismo elettorale, passiamo adesso a tre aspetti pratici, particolarmente rilevanti allo scopo della presentazione di una lista dei sovranisti democratici e costituzionali:

1. La raccolta delle firme
2. Le candidature
3. Le modalità di presentazione

1. LA RACCOLTA DELLE FIRME

Come noto, chi come noi non ha rappresentanza parlamentare può presentarsi solo raccogliendo un elevato numero di firme. Viceversa, le forze che dispongono di una rappresentanza parlamentare, comprese Ap ed Mdp costituitesi solo nell'ultimo anno, sono esentate dalla raccolta. Dal punto di vista tecnico, è questo il primo e fondamentale sbarramento da superare.

QUANTE FIRME SERVONO

Le firme vanno raccolte solo ed esclusivamente a livello di collegio plurinominale.

Per la Camera - grazie ad un dimezzamento disposto dalle norme transitorie della nuova legge che vale solo per le prossime elezioni - servono da 750 a 1.000 firme per ogni collegio, indipendentemente dall'ampiezza dello stesso. Poiché il numero dei collegi è ancora incerto, non è al momento determinabile il numero di firme complessivo per presentarsi in tutta Italia. Tuttavia, ipotizzando 70 collegi (ma su questo esistono solo indiscrezioni giornalistiche e dunque la prudenza è d'obbligo), ed un margine di sicurezza del 10% rispetto al minimo richiesto, il totale ammonterebbe a 57.750 firme.

Al Senato sono necessarie da 1.500 a 2.000 firme per collegio plurinominale, ma a differenza della Camera il dimezzamento è previsto solo in caso di presentazione in tutte le circoscrizioni regionali. Poiché la legge prevede un meccanismo di definizione dei collegi abbastanza elastico, ma sostanzialmente conforme a quello della Camera, si può ipotizzare un numero di collegi variabile da 35 a 40. Sempre calcolando un margine di sicurezza del 10% rispetto al minimo, arriveremmo così ad un totale nazionale compreso tra 57.750 e 66.000 firme.

Come si vede, considerato nazionalmente, l'impegno per la raccolta delle firme è piuttosto omogeneo tra Camera e Senato. Visto regionalmente le cose potranno invece cambiare radicalmente a seconda del disegno dei collegi.

I FIRMATARI, LA MODULISTICA, GLI AUTENTICATORI

Per ogni collegio plurinominale sia della Camera che del Senato possono firmare solo gli elettori iscritti nelle liste elettorali di comuni compresi nel collegio. Nel caso di più collegi plurinominali nello stesso comune (sarà certamente il caso di Roma, quasi sicuramente di Milano, ma potrebbe avvenire anche a Napoli, Torino, Genova e Palermo), le firme andranno raccolte tenendo conto delle sezioni elettorali di ciascun firmatario.

I moduli per la raccolta delle firme, contenenti il simbolo e la sua descrizione, andranno predisposti centralmente. Poi, in ogni collegio plurinominale, i moduli andranno compilati inserendovi tassativamente l'elenco dei candidati. Onde evitare spiacevoli inconvenienti è sempre opportuno avere l'accettazione di candidatura di tutti i candidati prima di compilare i moduli.

In base alla Legge 21 marzo 1990 n° 53 e successive modificazioni, i soggetti abilitati all'autenticazione delle firme sono i seguenti:
«i notai, i giudici di pace, i cancellieri e i collaboratori delle cancellerie delle Corti di appello, dei tribunali e delle preture, i segretari delle procure della Repubblica, i presidenti delle province, i sindaci, gli assessori comunali e provinciali, i presidenti dei consigli comunali e provinciali, i presidenti e i vice presidenti dei consigli circoscrizionali, i segretari comunali e provinciali e i funzionari incaricati dal sindaco e dal presidente della provincia. Sono altresì competenti ad eseguire le autenticazioni di cui al presente comma i consiglieri provinciali e i consiglieri comunali che comunichino la propria disponibilità, rispettivamente, al presidente della provincia e al sindaco». Oltre a questi soggetti la nuova legge abilita alle autenticazioni - limitatamente a queste elezioni - gli avvocati cassazionisti.

Ognuna di queste figure può effettuare l'autenticazione solo nel territorio di propria competenza. Tuttavia, purché la firma venga raccolta nell'ambito suddetto, l'autenticatore può autenticare anche firme di elettori esterni al territorio di competenza. In generale, però, banali ragioni organizzative consigliano una tale pratica solo quando ne valga davvero la pena (inutile un'eccessiva dispersione di moduli a fronte di poche firme).

Le firme possono essere raccolte sia nelle normali sedi dei soggetti di cui sopra, che in qualsiasi altro luogo esterno ad esse, a condizione che l'autenticatore sia disponibile a farlo. Senza tralasciare le altre figure, l'esperienza ci insegna che conviene puntare sui consiglieri comunali e - ma con la controriforma delle province assai meno - su quelli provinciali. Se si individuano i soggetti giusti - e in genere si trova ancora qualcuno sensibile al diritto democratico alla presentazione elettorale -  si possono ottenere ottimi risultati, magari anche con costi molto contenuti.

2. LE CANDIDATURE

Sia alla Camera che al Senato i candidati sono uno per ogni collegio uninominale, mentre nei collegi plurinominali il loro numero non può essere inferiore alla metà (con arrotondamento all'unità superiore)  dei seggi assegnati al collegio. Ma, attenzione! In ogni caso, il numero dei candidati non può mai essere inferiore a due né superiore a quattro. Unica eccezione i collegi con un solo seggio in palio, dove evidentemente il candidato non può che essere uno soltanto.

Nessun candidato può presentarsi contemporaneamente alla Camera ed al Senato.
Nessun candidato può presentarsi in più di un collegio uninominale.
I candidati nell'uninominale possono però candidarsi anche nei collegi plurinominali fino ad un massimo di cinque.

Nei collegi plurinominali ogni lista è composta da un elenco di candidati presentati in ordine numerico (liste bloccate).

In base a quanto appena detto sulla possibilità delle puricandidature, il numero minimo per presentarsi in entrambe le camere in tutta Italia è pari al numero complessivo dei collegi uninominali, e dunque a 348 candidati in totale.

Col meccanismo della nuova legge, centrale è la scelta dei candidati nell'uninominale, dato che sarà proprio il loro risultato a "trainare" quello della quota proporzionale.

REQUISITI PER LE CANDIDATURE E RAPPRESENTANZA DI GENERE

Possono candidarsi tutti gli elettori che il giorno del voto abbiano compiuto 25 anni se candidati alla Camera, 40 anni se candidati al Senato. L'accettazione della candidatura avviene con la sottoscrizione autenticata di un apposito modulo.

Un punto a cui prestare la massima attenzione è quello della rappresentanza di genere. Tre sono le norme da rispettare, pena l'inammissibilità della lista:

a) Nelle liste dei collegi plurinominali (di Camera e Senato) i candidati devono essere collocati secondo un ordine alternato di genere.
b) Nel complesso delle candidature presentate nei collegi uninominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%, con arrotondamento all'unità più prossima.
c) Nel complesso delle candidature dei collegi plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60%, con arrotondamento all'unità più prossima.

La percentuale del 60% di cui ai punti b) e c) deve essere rispettata a livello nazionale per quanto riguarda la Camera, a quello regionale per quel che concerne il Senato.

3. LE MODALITÀ DI PRESENTAZIONE

Gli atti da compiere per la presentazione avvengono in due momenti distinti:
a) La presentazione del simbolo e degli altri documenti richiesti presso il Ministero dell'Interno, che deve avvenire tra il 44° ed il 42° giorno antecedente quello del voto.
b) La presentazione delle liste dei candidati nei collegi di Camera e Senato, che deve avvenire tra le ore 8 del 35° giorno alle ore 20 del 34° giorno antecedenti quello del voto. Tale presentazione avviene a livello circoscrizionale, presso la cancelleria della Corte di Appello o del Tribunale del capoluogo di regione.

All'atto del deposito del simbolo, presso il Ministero dell'Interno, deve essere indicata la denominazione del gruppo politico, deve essere depositato lo statuto (per chi è già registrato in base alla legge n° 149 del 2013), ovvero - in sua mancanza - una dichiarazione, contenente l'indicazione del legale rappresentante, degli organi dirigenti e della loro composizione. Questo adempimento non prevede particolari vincoli formali.

Sempre contestualmente agli atti di cui sopra è necessario indicare il programma elettorale ed il capo della forza politica. Infine, sempre nel medesimo atto, debbono essere indicati - con un unico documento autenticato da un notaio - il rappresentante effettivo e quello supplente incaricati di effettuare la presentazione delle liste nelle diverse circoscrizioni (vedi punto b).


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Queste note non sono certo esaustive. Per ragioni di spazio e di semplicità si è qui preferito restare all'essenziale, dando peraltro per scontata la conoscenza delle regole base di ogni presentazione elettorale. Si è scelto invece di sottolineare gli aspetti peculiari di questa nuova, e pessima, legge elettorale.
Aspetti che è bene assimilare rapidamente, anche tenendo conto della ristrettezza dei tempi. Da una parte non sarà possibile passare alla fase della composizione delle liste prima della definizione dei collegi, dunque sarà comunque impossibile procedere alla raccolta delle firme prima del 20 dicembre. Dall'altra - se verrà confermato il 4 marzo come data del voto - la raccolta delle firme (tenendo anche conto dei tempi di certificazione elettorale dei comuni) non potrà andare oltre al 25 gennaio. Diverso sarebbe ovviamente il discorso nel caso di uno slittamento in avanti del voto, che consentirebbe tempi di raccolta delle firme ben più larghi.

Programma 101
p101@programma 101.org

venerdì 3 novembre 2017

ROSATELLUM 2.0: UN'ALTRA LEGGE ANTICOSTITUZIONALE di Felice Besostri

[ 3 novembre 2017 ]

Col Rosatellum 2.0 stanno partorendo l'ennesima legge elettorale "anticostituzionale". Felice Besostri, classe '44, è avvocato amministrativista, docente di diritto pubblico comparato ed ex Senatore dei Ds. 
In passato ha proposto ricorsi contro le leggi elettorali adottate per il Parlamento europeo e le regioni Lombardia, Campania, Umbria, Sardegna e Puglia. 
Ma, soprattutto, è stato protagonista dei ricorsi, parzialmente vinti, contro il Porcellum e l'Italicum. Ora, da rappresentante del coordinamento degli Avvocati Antitalikum, sta affilando le armi per la prossima battaglia giuridica, quella contro il Rosatellum 2.0. Il prossimo 12 dicembre la Corte stabilirà l'ammissibilità del ricorso. "Già l'aver chiesto la fiducia rende questa legge incostituzionale, la Consulta la riterrà incompatibile coi valori della nostra Carta", afferma.

intervista a Felice Besostri di Giacomo Russo Spena

Besostri, il Parlamento ha varato la terza legge elettorale consecutiva che verrà considerata incostituzionale?

Siamo alla violazione dell'art 54 della Carta, il quale prevede che "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Qui, invece, non c'è limite alla decenza. In nessun altro Paese d'Europa sarebbe consentita una cosa del genere.

Secondo l'editorialista del Corsera Aldo Cazzullo "lei è diventato un personaggio di culto come distruttore di leggi elettorali". Si riconosce in tale affermazione?

Oltre ad essere un avvocato, sono un socialista e mi sta a cuore la nostra Costituzione. La gente ha combattuto per ottenere questa Carta ed è giusto difenderla con ogni mezzo.

Al di là che il Rosatellum è passato con il voto di fiducia, quali sono i punti incostituzionali?

L'aspetto fondamentale è la violazione dell'art 48 della Costituzione che stabilisce che il voto debba essere segreto, libero, uguale e personale. Se tali caratteristiche del voto erano già negate con l'Italicum, ora lo sono negate in maniera persino maggiore.

Il voto congiunto (tra collegio uninominale e liste per il proporzionale), le liste bloccate e le pluricandidature, sono questi gli altri elementi che vanno a minare i principi costituzionali?

La prima e più importante ragione di incostituzionalità del Rosatellum 2.0 riguarda la impossibilità di esprimere la preferenza. I cittadini, in base alla nostra Carta,  hanno il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Ma non sarà così: due terzi dei parlamentari, deputati e senatori, saranno nominati da capi-partito con liste bloccate. Inoltre, un'altra cosa grave: nel sistema misto, stabilito dal governo, non scorporano gli eletti con i voti presi all'uninominale. In poche parole, i consensi all'uninominale vanno ad incrementare, alterandola, la quota proporzionale.  

Però è stato tolto il premio di maggioranza, considerato incostituzionale dalla Consulta, che invece era previsto con l'Italicum. Non è un buon segno?

Siamo ad una truffa, il premio di maggioranza c'è ma è nascosto. Il partito che ottiene la maggioranza relativa nei collegi uninominali, otterrà un premio nella parte proporzionale. A differenza dell'Italicum non è quantificabile, però esiste eccome. 

Ci faccia un esempio concreto, per far capire i lettori...

In base ai sondaggi, il M5S è dato al 25% al proporzionale mentre nel complesso, in Parlamento, dovrebbe avere il 20% degli eletti perdendo così quel 5% di differenza che andrà al partito che otterrà più voti nella parte uninominale. Come lo chiama questo se non premio di maggioranza?

Per il costituzionalista Gaetano Azzariti questa legge tradisce l'elettore "facendogli credere che si sono costituite delle alleanze mentre i partiti rimangono tra loro separati, tanto è vero che il giorno dopo le elezioni potranno liberamente concordare governi e maggioranze con i partiti di qualsiasi altra parte politica comprese quelle avversarie rispetto al voto espresso". È d'accordo?


Era così anche prima. È la combinazione tra voto congiunto e liste bloccate che porta questa legge fuori dall’alveo costituzionale. I parlamentari non rappresenteranno, infatti, la Nazione senza vincolo di mandato, come chiede l’art. 67 della Costituzione, ma chi li ha nominati. Praticamente, col Rosatellum 2.0 si decide di sacrificare la giusta rappresentanza con l'obiettivo di una stabilità di governo che non si raggiungerà. Si sacrifica inutilmente la rappresentanza.

Il presidente Mattarella non dovrebbe firmare la legge?

Già il fatto d'esser stata approvata col voto di fiducia, dovrebbe spingere Mattarella a non firmarla. Tra l'altro, l'unico modo per salvare questa legge elettorale consiste nel rimandarla alle Camere con alcune osservazioni. Il Parlamento potrebbe accogliere i suggerimenti di Mattarella modificandola sotto alcuni aspetti per renderla costituzionale. 

E se Mattarella la promulgherà? 

Verrà ricordato come il Presidente della Repubblica che ha avallato un'ennesima truffa per gli italiani. Spero vivamente che la legge verrà bocciata dalla Consulta.

Del Tedeschellum cosa ne pensava?

Senza l'inserimento del voto disgiunto, era anticostituzionale. Mentre la soglia di sbarramento, se identica sia alla Camera che al Senato, può essere compatibile con la nostra Carta. Nel Porcellum, invece, era prevista la follia di soglie differenti per i due rami del Parlamento.

In passato Lei si è schierato a favore di un sistema proporzionale. Solo questo è compatibile con la nostra Carta?

Essendo un difensore della Costituzione, sono favorevole al proporzionale perché i nostri Padri costituenti avevano stabilito la forma parlamentare e questo sistema elettorale. Ma, attenzione, il proporzionale non è il solo legittimo: ho già ribadito più volte, ad esempio, che un sistema maggioritario, sul modello inglese ad esempio, sarebbe totalmente compatibile con la Costituzione. 

Nella sua crociata contro il Rosatellum 2.0, ha avuto rapporti con qualche partito?

Nell'ultima audizione al Senato sono stato invitato a Palazzo Madama sia dal M5S che da Sinistra Italiana. Per un certo periodo sono stato anche candidato alla Corte Costituzionale in quota M5S, però resto un giurista e mi tengo alla larga dalla politica. I gruppi parlamentari facciano la loro battaglia contro il Rosatellum ed io la mia.

Nel caso in cui la Corte non riterrà ammissibile il ricorso, sta pensando ad altri strumenti?

C'è un altro organo dello Stato a cui appellarsi che è il "popolo sovrano" e capire se c'è o meno conflitto di attribuzione. In base alle recenti sentenze della Corte di Cassazione (8878/2014) e della Consulta (1/2017 e 25/2017), in nuce la giurisprudenza dovrebbe elevare il livello di tutela riconoscendo al popolo sovrano cioè al corpo elettorale di poter sollevare il conflitto di attribuzione. Il diritto, cioè, di votare secondo la Carta. Principio che questa classe politica continua costantemente a
violare.

* Fonte: Micromega

venerdì 13 ottobre 2017

LA TRUFFA DEL ROSATELLUM 2.0 di Lorenza Carlassare

[ 13 ottobre 2017 ]


Non sono bastate due bocciature della Corte Costituzionale per avere una legge elettorale accettabile. 

Eliminati i vizi più appariscenti delle norme annullate, traspare chiaro l’ intento di fondo del Rosatellum 2.0: togliere voce e potere ai cittadini, neutralizzare l’ espressione della loro volontà, privare di senso e valore la rappresentanza democratica. 

I vertici politici, per non perdere il dominio sugli eletti, anziché costruirli come rappresentanti del popolo, vogliono ridurli a manovrabili pedine. Recidendo ogni legame fra elettori ed eletti e rafforzando il legame di dipendenza di questi ultimi da coloro che ne decidono l’ inserimento in lista e il futuro politico, l’ asse della responsabilità si sposta interamente sul versante dei vertici partitici di cui i “rappresentanti” del popolo sono una diretta emanazione.
Il Rosatellum bis propone un sistema elettorale misto in cui l’ assegnazione di 231 seggi alla Camera e 102 seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria in cui vince il candidato più votato, mentre i restanti seggi sono assegnati con metodo proporzionale nell’ambito di collegi plurinominali dove tutti i nomi sono già stabiliti: ciascuna lista è composta da un elenco di candidati (non inferiore a due né superiore a quattro) presentati secondo un ordine numerico non modificabile. Nulla sfugge a chi decide chi deve essere eletto!
Del resto, neppure nei collegi uninominali si può dire che l’elettore abbia reali margini di scelta. In un sistema conflittuale come il nostro, notevolmente ideologizzato, l’ unica alternativa possibile è di non dare il voto a nessuno. È fuori dalla realtà dire che se un elettore non gradisce il candidato del suo gruppo politico è libero di votarne un altro; il discorso potrebbe avere un minimo di senso in sistemi politici con elettorato mobile e conflitto sociale basso. In sistemi come il nostro può valere esclusivamente per l’ elettorato fluttuante, indeciso e privo di orientamenti politici precisi. Non per gli altri. È impensabile che un elettore di sinistra voti per il candidato della destra! Fra l’ altro, lo spostamento di voto è reso ancor più difficile anche per quella fascia intermedia dal Rosatellum bis che non consente il voto disgiunto.
L’ elettore dispone di un’unica scheda con il nome del candidato nel collegio uninominale e, sotto, i simboli dei partiti della coalizione da cui è sostenuto. Di conseguenza, dato che la scheda è unica, nemmeno nel proporzionale il cittadino sarà libero di votare la lista del partito che avrebbe preferito, essendo costretto a scegliere una delle liste appartenenti alla coalizione di appoggio al candidato nell’uninominale; e addirittura, se barra soltanto il nome di questo candidato senza scegliere nessuna delle liste che lo appoggiano, il suo voto sarà distribuito in maniera proporzionale tra le varie liste della coalizione.
Inutile chiedersi cosa ne sia dell’articolo 1 della Costituzione e delle sentenze della Corte Costituzionale che insistono sulla rappresentanza. Il disprezzo per il popolo è totale, la sua sovranità negata. Chi rappresentano i parlamentari “eletti”?

* Fonte: Libertà e Giustizia

martedì 26 settembre 2017

ROSATELLUM 2.0: L'UNICA COSA CERTA di Leonardo Mazzei

[ 26 settembre 2017 ]

Coalizioni o car pooling? A proposito della nuova proposta di legge elettorale targata Renzi-Berlusconi

Andrà davvero in porto l'ennesimo raggiro sulla legge elettorale congegnato dalla collaudata coppia formata dal Buffone di Arcore e dal Bomba di Rignano?

Al momento non lo sappiamo. A giudicare dallo schieramento che si è pronunciato a favore del Rosatellum 2 (Pd, Forza Italia, Ap e Lega) non dovrebbero esserci incertezze. A leggere invece le cronache di questi giorni qualche dubbio appare assai fondato. Non solo Renzi è più prudente del solito, ma i gruppi parlamentari del Pd sembrano divisi sia per motivi politici che per i diversi interessi di tanti deputati e senatori.

Certo, se il quartetto di cui sopra fallisse, a dispetto dei numeri di cui dispone, saremmo di fronte all'ennesimo sputtanamento di una classe dirigente che in materia detiene già molti record. Ma questo lo sapremo solo nelle prossime settimane.

Intanto cerchiamo di capire tre cose: come funzionerebbe la nuova legge qualora venisse approvata, quali scenari disegna, quale accordo politico la sostiene.


Rosatellum 2: al peggio non c'è limite

Da anni ormai, ogni nuova proposta di legge elettorale ha l'indubitabile pregio di far rimpiangere quella precedente. La fantasia truffaldina di certi personaggi, cui i partiti di regime delegano i lavori più sporchi, non ha davvero limiti. Il Rosatellum 2 non fa certo eccezione, anzi!

Con questa legge il 36% dei deputati e dei senatori viene scelto in collegi uninominali all'inglese, dove chi vince piglia tutto. Agli altri nulla resta, neppure lo scorporo parziale che c'era col Mattarellum. Il restante 64% dei seggi viene attribuito in collegi plurinominali (circa un centinaio, ma ancora da disegnare). Per l'ammissione alla ripartizione dei seggi le liste devono superare il 3% a livello nazionale.

Sono di nuovo consentite —grande vittoria della destra— le coalizioni. Si torna dunque, per questo aspetto, al tanto aborrito Porcellum. Sono però riconosciute come "coalizioni" solo quelle che superano il 10% dei voti. Questo è un aspetto molto importante, perché solo queste ultime avranno diritto al recupero dei voti delle liste, interne alla coalizione, che non abbiano raggiunto il 3% avendo però superato l'1%. Nelle coalizioni al di sotto del 10% questo recupero non è invece concesso. Quanto possa essere costituzionale una simile disparità i lettori possono giudicarlo da soli

Un altro aspetto da segnalare —qui i maneggioni che hanno elaborato la proposta si sono ispirati al Tedeschellum abortito in aula a giugno— è che non c'è voto disgiunto tra quota maggioritaria e quota proporzionale. Al contrario, sarà il voto nel collegio uninominale (maggioritario) a trainare quello proporzionale. Qui il vantaggio delle forze sistemiche (Pd e destra) è del tutto evidente. Ancor più lampante la volontà di colpire M5S, che nei collegi uninominali avrà inevitabilmente candidati meno conosciuti.

Infine, dopo tanti discorsi sulle preferenze, dopo gli stessi pronunciamenti della Corte Costituzionale, si torna alle liste interamente bloccate. Qui la giustificazione è che gli elettori potranno almeno scegliere un terzo dei parlamentari nei collegi uninominali. Il che è totalmente falso, perché se io voglio votare il partito x, sarò inevitabilmente costretto a votare il candidato y che lo rappresenta nel mio collegio, dunque niente a che vedere con le preferenze.

Una legge su-misura per i soliti noti

Belli i tempi in cui si parlava di leggi ad personam! Qui siamo ormai a leggi pensate su-misura per avvantaggiare alcuni partiti, danneggiandone altri. Di più, siamo di fronte ad una proposta di legge che mira a predeterminare con millimetrica precisione la futura maggioranza di governo. Uno schiaffo alle più basilari regole democratiche che grida davvero vendetta.

Come abbiamo già visto, il vantaggio di Pd e destra è dato dai collegi uninominali e dalla soglia del 10%. Per accettare i collegi uninominali la destra ha preteso (ottenendolo) il ripristino delle coalizioni, senza le quali sarebbe stata tagliata fuori.

Del danno ai pentastellati si è detto. Sia chiaro, con il profilo neo-democristiano scelto, con la candidatura di Di Maio l'insipido, M5S ci ha messo molto del suo per autoescludersi a priori dalla partita per il governo del Paese. Ma questo non cancella la gravità di una legge pensata innanzitutto in funzione M5S. C'è però un'altra area politica volutamente colpita da questa legge. Si tratta dell'area Mdp-Pisapia-Sinistra Italiana, un raggruppamento che non raggiungendo il 10% non avrà i privilegi delle coalizioni riconosciute.

Ai danneggiati da questa orrenda legge bisognerebbe però ricordare il detto secondo cui chi è causa del suo mal pianga se stesso. E sia M5S, che il blocco dei sinistrati di cui sopra, hanno le loro colpe. Quella di non aver mai veramente sostenuto il sistema proporzionale come l'unico democratico, quella di essersi esercitati anzi con proposte ultra-maggioritarie i bersaniani (con il loro Mattarelum peggiorato), e con disegni comunque truffaldini M5S (il modello spagnolo). Così, oggi che il duo Renzi-Berlusconi vuole colpirli entrambi, possono sì lamentarsi del danno che andrebbero a subire, ma non possono certo rivendicare una cristallina posizione democratica.

Il patto Renzi-Berlusconi (e il loro dialogo immaginario)

Se stabilire chi guadagna e chi perde col meccanismo truffaldino del Rosatellum 2 è cosa da ragazzi, vediamo ora qual è la coalizione di governo per cui è stato pensato.

Se la coalizione elettorale più avvantaggiata è certamente quella della destra, è però all'alleanza post-elettorale che hanno guardato in primo luogo i suoi ideatori. E la spiegazione di tutto sta nel patto Renzi-Berlusconi. Chi scrive —sbagliando— pensava che Renzi non avrebbe mai concesso il ritorno alle coalizioni sulla scheda elettorale, questo per il banale motivo che il Pd una vera coalizione di forze alleate non ce l'ha. Dunque, perché suicidarsi?

Ma —l'abbiamo già detto— quando si tratta di imbrogliare questi qua non mettono limiti alla fantasia. La Costituzione? Le basilari norme democratiche? La regola di condividere la legge elettorale con l'opposizione? E chissenefrega!!! Quel che conta è solo il risultato, ed ecco così servito un sistema assai bizzarro, dove è vero che avremo le coalizioni pre-elettorali, ma dove si è stati ben attenti a che nessuna delle due (destra e Pd+cespugli), pur avvantaggiandosene su M5S, possa avere da sola la maggioranza dei seggi.

Questo perché? Hanno avuto forse qualche scrupolo democratico? Scordatevelo. Semplicemente, il Bomba vuol tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. E non è un segreto per nessuno che possa farlo solo con un accordo con il Buffone di Arcore. Fin qui siamo alla fondamentale scoperta dell'acqua calda. C'era però un problema. Con la legge attuale —uscita dalle sentenze della Consulta— la maggioranza in parlamento Pd e Forza Italia l'avrebbero vista solo con un potente cannocchiale. D'accordo imbarcare gli alfaniani, che stanno al mondo solo per quello, ma coi voti che hanno non sarebbero mai stati sufficienti. Imbarcare allora Mdp e soci? In linea generale nessun ostacolo, se non fosse per il niet a Renzi. Un dettaglio non proprio trascurabile, specie se visto da Rignano sull'Arno.

Ecco allora il Rosatellum 2. In fondo non è difficile immaginare il dialogo che dev'essersi svolto tra i due. Armiamoci anche noi di un po' di fantasia (ne basta sempre meno che per congegnare l'obbrobrio della legge elettorale di cui ci stiamo occupando), e capiremo meglio i come e i perché dell'accordo trovato.

Renzi. Guarda Silvio che non abbiamo i numeri per farcela. Bisogna ritornare ad un sistema più maggioritario.

Berlusconi. Lo so Matteo, ma non penserai mica di fregarmi con un nuovo Italicum?

R. No, non ti voglio fregare, voglio Palazzo Chigi e tu avrai quel che ti serve, per Mediaset e non solo.

B. Allora c'è un solo modo: devi ridarmi le coalizioni.

R. Ma così sei tu che mi freghi. Io dove ce l'ho una coalizione?

B. Tranquillo, qualcosa ti inventi. Alfano, per esempio, te lo lascio. Ma poi, mica dobbiamo fare delle vere coalizioni! A me serve solo un taxi per i collegi uninominali. Poi dopo il voto scendo e vengo da te.

R. E chi mi assicura che scendi? Come glielo spieghi ai tuoi?

B. Semplice: studiamo un meccanismo dove noi due insieme avremo la maggioranza di sicuro, ma senza che nessuna coalizione possa vincere da sola.

R. E come facciamo ad essere così sicuri? Col maggioritario tutto può succedere. 

B. Non essere ingenuo. Basta scegliere la giusta dose di maggioritario. Ne ho parlato con Verdini, la formula c'è. Tu parlane coi tuoi, che quando si tratta di imbrogliare non sono secondi a nessuno.

R. Va bene, ma non voglio scherzi. Di te mi fido, ma tra i miei ce n'è più d'uno che mi infinocchierebbe volentieri. E dietro hanno forze potenti... Quelli immaginano una nuova coalizione di centrosinistra, nuove primarie, un'idiota come Pisapia tra i piedi. Non so se ti rendi conto?

B. Certo, certo. Ma li puoi fermare solo prendendo prima tu l'iniziativa.

R. Questo è giusto. Ma già che ci siamo troviamo anche il modo di dare un colpetto a D'Alema e Bersani.

B. A me va bene. 

R. Ma come farai con Salvini?

B. Salvini è un uomo di mondo. Sa che tanto al governo non ci va. Sì, adesso non parla più dell'euro, sai quanto gliene frega... Ma sa che ai piani alti non piacerebbe lo stesso. A lui basta fare il pieno nei collegi del nord. Glielo concederò, poi ognuno per la sua strada.

R. Ma non ti accuseranno di tradimento della coalizione?

B. Tradimento? E perché. Tradirei se avessimo i voti per governare. Ma quelli non li avremo. Si imporranno le "larghe intese". Salvini e la Meloni si sfileranno. Io no: viva l'alleanza tra le forze che in Italia rappresentano i due maggiori partiti europei!    

R. Bene, accordo fatto. Ma evitiamo di gridarlo ai quattro venti, che poi magari in parlamento i franchi tiratori non mancheranno. Se andrà male non dovrà essere colpa nostra.

B. Beh, questo è più difficile, ma possiamo sempre accusarci reciprocamente, che un po' di teatrino non guasta mai.

Conclusioni

Solo fantasia? Chissà. Ma a me solo immaginando un siffatto dialogo le cose riescono a quadrarmi. Diversamente non si capirebbe la concessione di Renzi, che stupido non è, sulle coalizioni. Né si capirebbe lo strano dosaggio tra proporzionale (64%) e maggioritario (36%). 

Ma c'è qualcosa di più. Ed è che la legge prevede che le singole liste, non le coalizioni, presentino formalmente un programma elettorale. Ora, se le coalizioni fossero fatte per reggere —e, nel caso, per governare— tutto ciò non avrebbe senso. Se invece le coalizioni devono essere solo un taxi elettorale, meglio una sorta di car pooling applicato alla politica, il senso c'è eccome.

Se la mia tesi è giusta —ma prima si dovranno superare gli ostacoli parlamentari, di cui non ci occupiamo in questo articolo— avremmo una situazione pre-elettorale assai pittoresca.

Un mio amico —persona simpatica se non avesse questa fissa— chiude ogni discussione sulla legge elettorale in questo modo: «Si, va bene, ho capito quello che dici, ma io la sera delle elezioni voglio sapere chi ha vinto!». Ora, se il patto Renzi-Berlusconi avrà i voti necessari per diventare legge, lui sarà non contento, ma contentissimo, dato che —almeno per questo giro— il nome del vincitore (quello di chi andrà a Palazzo Chigi) lo saprà con ogni probabilità da subito, senza neppure dover aspettare quella sera!

Certo, il governo che ne verrà fuori sarà comunque debole. Ma la sua vita dipenderà innanzitutto dalla nascita di un'opposizione degna di questo nome, altro che il Salvini ri-berlusconizzato o il Di Maio integralmente democristianizzato, per non parlare dei sinistrati senza idee e senza consensi.

In ogni caso, tornando alla legge elettorale, tra tante incertezze che rimangono una cosa è certa: dietro il Rosatellum 2 c'è il patto di ferro tra il Bomba di Rignano ed il Buffone di Arcore. Ogni altra ipotesi è destituita di fondamento.


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