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giovedì 20 giugno 2019

ANCHE VAROUFAKIS CONTRO I MINIBOT

[ giovedì 20 giugno 2019 ]


Ci mancava solo lui, Yanis Varoufakis. Sul sito inglese PROJECT SYNDACATE, con data 17 giugno, è apparso un suo articolo col quale si sferra contro i MiniBoT. Dice Varoufakis che 
Il sistema di pagamento parallelo da lui proposto nel 2015 
(e mai realizzato) avrebbe rafforzato la zona euro mentre, al contrario, i "mini-buoni del tesoro" previsti dal governo italiano porterebbero alla scomparsa della moneta unica.  Ovviamente il nostro, da super-europeista qual è, scongiura questa eventualità. Ma ascoltiamo cosa scrive, tenendo a mente le discussioni svolte  anni addietro sulla moneta fiscale (CCF) e le nostre critiche ai suoi sostenitori...


*  *  *

LA MONETA FISCALE PUÒ SOSTENERE L'EUROZONA O ROMPERLA

di Yanis Varoufakis


ATENE - È una sensazione curiosa vedere il tuo piano dispiegato per fare l'opposto di ciò che intendevi. E questa è la sensazione che ho avuto quando ho appreso che il governo italiano sta pianificando una variante della moneta fiscale che ho proposto per la Grecia nel 2015.

La mia idea era quella di creare un sistema di pagamento digitale basato sulle tasse per creare uno spazio fiscale nei paesi dell'eurozona che ne avevano bisogno, come la Grecia e l'Italia. Il piano italiano, al contrario, userebbe un sistema di pagamento parallelo per rompere l'eurozona.

Secondo la mia proposta, ogni numero di file fiscale, appartenente a persone fisiche o giuridiche, sarebbe stato automaticamente dotato di un Conto del Tesoro (CdT) e di un numero PIN con cui trasferire fondi da un TA o per restituirlo allo Stato.

Da una parte i CdT sarebbero stati scontati per pagare gli arretrati. I contribuenti in possesso di moneta dello stato avrebbero potuto optare per pagare una parte o tutti gli arretrati da pagare sul loro Conto del Tesoro immediatamente, invece di aspettare mesi per essere pagati. In questo modo, i crediti arretrati sarebbero stati eliminati in una volta, liberando così liquidità in tutta l'economia.

Supponiamo ad esempio che all’azienda A dev’essere corrisposto 1 milione di euro (1,1 milioni di dollari) da parte dello stato, mentre essa deve versare 30.000 euro a un dipendente e altri 500.000 alla società B. Supponiamo inoltre che il dipendente e la società B debbano rispettivamente 10.000 € e € 200.000 in tasse allo stato. Se 1 milione di euro è accreditato dallo stato all'Attività della società A, e la società A paga il dipendente e la società B tramite il sistema, quest'ultimo sarà in grado di saldare gli arretrati fiscali. Almeno 740.000 € di arretrati sarebbero eliminati in un colpo solo.

Gli individui o le imprese potrebbero anche acquisire crediti CdT acquistandoli direttamente, tramite il web-banking, dallo stato. Lo stato li ricompenserebbe offrendo agli acquirenti significativi sconti fiscali (un credito di € 1 acquistato oggi potrebbe estinguere le tasse, ad esempio, di 1,10 € all'anno). In sostanza, emergerebbe un nuovo mercato del debito pubblico non intermediato (senza intermediari), che consentirebbe allo Stato di prendere in prestito somme piccole, medie e grandi dal settore privato in cambio di sconti fiscali.

Quando ho discusso l'idea per la prima volta, i fermi difensori dello status quo hanno immediatamente messo in discussione la legalità del sistema proposto, sostenendo che violava i trattati che istituivano l'euro come unica moneta a corso legale. Il parere di un esperto che avevo ricevuto, tuttavia, ha indicato che il sistema passò le maglie della legalità. La tesoreria di uno stato membro dell'eurozona ha l'autorità di emettere strumenti di debito a proprio piacimento e di accettarli al posto delle tasse. È anche perfettamente legale per le entità private negoziare tra loro in qualsiasi segno che essi scelgono (per esempio, le miglia accumulate dai viaggiatori). La linea dell'illegalità sarebbe stata superata solo se il governo avrebbe costretto i venditori ad accettare i crediti digitali come pagamento — qualcosa che io non avevo mai pensato.

Una reazione completamente diversa alla mia proposta proveniva da coloro che volevano porre fine all'euro come moneta unica, ma non necessariamente come valuta comune. Un ex capo economista di una grande banca europea ha esaminato le mie proposte e le considerò uno schema per una valuta parallela che l'Italia, la Grecia e altri membri della zona euro in difficoltà avrebbero potuto usare per pagare stipendi e pensioni. Ho risposto che una valuta parallela era al contempo indesiderabile e inutile, in quanto porterebbe ad una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, quella in cui la maggior parte delle persone sarebbe stata pagata, mentre i debiti pubblici e privati sarebbero rimasti denominati in euro. Sarebbe stata una ricetta per una serie di veloci insolvenze, portando inevitabilmente alla fine della zona euro.

Poi c'era chi sosteneva che l'annuncio di un qualsiasi sistema di pagamento parallelo avrebbe scatenato una corsa in banca e una fuga di capitali, spingendo così il paese di nascosto fuori dalla zona euro, indipendentemente dalle sue intenzioni. Questa congettura contiene una verità importante: il sistema di pagamento che ho proposto avrebbe ridotto i costi di un'uscita dall'euro aprendo un sentiero roccioso ma navigabile verso una nuova valuta nazionale.

In effetti, se il mio sistema parallelo, denominato in euro, fosse diventato operativo nel giugno 2015, quando la Banca Centrale Europea chiuse le banche della Grecia per ricattare la sua gente e il governo ad accettare il terzo prestito di salvataggio, sarebbero stati possibili due risultati. In primo luogo, le transazioni si sarebbero spostate massicciamente dal sistema bancario al nostro sistema di pagamento pubblico basato sul CdT, riducendo così in modo sostanziale la leva finanziaria della BCE. In secondo luogo, sarebbe stato chiaro che, con la semplice pressione di un pulsante, il governo avrebbe potuto convertire il nuovo sistema di pagamento denominato in euro in una nuova valuta.

Un tale sistema avrebbe innescato una ridenominazione dall'euro alla dracma? O avrebbe concesso una pausa alla troika dei creditori greci (la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la BCE), inducendoli a pensarci due volte prima di chiudere le banche greche e lanciare le loro minacce di una Grexit?

La risposta sarebbe dipesa dalla politica di entrambe le parti. In questo senso, il sistema di pagamento parallelo è neutrale: può essere usato per sostenere l'eurozona con la stessa efficacia con cui può essere schierato per farla scoppiare.

Nel nostro caso, l'idea era di mantenere la Grecia in modo sostenibile all'interno dell'eurozona usando il potere contrattuale supplementare offerto dal sistema di pagamento parallelo per negoziare la profonda ristrutturazione del debito necessaria per rilanciare la crescita economica e garantire la sostenibilità fiscale a lungo termine. Fino a quando i nostri creditori vedevano che i nostri costi di ridenominazione si abbassavano, mentre le nostre richieste di ristrutturazione del debito erano sensate, ci avrebbero pensato due volte prima di minacciarci con la Grexit. L'azione congiunta della BCE e del mio ministero avrebbero permesso al nuovo sistema parallelo di venir considerato un nuovo pilastro dell'euro, annullando così ogni panico finanziario. Ponendo fine all’idea popolare per cui euro uguale permanente, il sistema parallelo sarebbe diventato l'amico della moneta unica.

Questo ci porta in Italia. Esistono due differenze tecniche tra il sistema che ho progettato e i mini-buoni del tesoro (o MiniBoT) previsti in Italia. Innanzitutto, i MiniBoT saranno stampati su carta, cosa a cui mi sono opposto, per evitare un mercato grigio. La nostra offerta totale di crediti digitali sarebbe stata gestita da un libro mastro contabile, per garantire la piena trasparenza e prevenire la sovrapproduzione inflazionistica dei crediti. In secondo luogo, i MiniBoT saranno obbligazioni senza interessi, perpetue, senza sconti fiscali futuri.

Ma la vera differenza tra lo schema italiano e il mio rimane anzitutto politica. Il sistema di pagamento parallelo che ho proposto è stato progettato affinchè i costi di uscita dalla zona euro fossero minori e per creare nuovo spazio fiscale e aiutare a civilizzare l'unione monetaria. Il sistema italiano è il primo passo verso una valuta parallela con la quale portare alla fine della zona euro.


* Traduzione a cura della Redazione


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LE VERE PAURE DIETRO AI MINIBOT di Domenico Moro

[ giovedì 20 giugno 2019 ]


La vicenda dei minibot, che da giorni riempie pagine dei giornali e talk show, è rivelatrice della difficoltà a coniugare il rispetto delle regole Ue con investimenti e crescita della produzione. 

Malgrado l’Italia sia sempre additata come poco virtuosa nella gestione della finanza pubblica, negli ultimi 20 anni ha speso meno delle entrate (al netto degli interessi), realizzando surplus primari del bilancio statale, con la sola eccezione del 2009, anno di picco della crisi. Molto meglio non solo della Spagna e della Francia, ma persino della Germania. Non parliamo poi di Paesi al di fuori dell’area euro, come Usa, Regno Unito e Giappone, sempre con deficit primari molto alti. Il problema è che il raggiungimento del surplus primario ha contribuito a ridurre gli investimenti pubblici, la cui contrazione non ha permesso di compensare il calo degli investimenti privati, che risulta il più accentuato in Europa dall’inizio della crisi. A dispetto di questa situazione, la recente lettera della Commissione europea richiama l’Italia a una maggiore disciplina di bilancio, che, come si vede da un decennio, è foriera di recessione, specie quando, come accade oggi, il mercato estero e quindi le esportazioni, su cui ormai è orientata l’economia italiana, calano.

In questo contesto dominato dal Fiscal compact si inseriscono i minibot, che hanno già sollevato le proteste della Bce, attraverso Draghi, e dello stesso ministro dell’economia, Tria. Ma che cosa sono i minibot? Sono titoli di debito cioè buoni emessi dal Tesoro per finanziare il debito dello Stato. A differenza dei Bot normali, non hanno tasso d’interesse e sono senza scadenza. Potrebbero essere utilizzati per pagare servizi o beni legati in qualche modo allo Stato (tasse, benzina, biglietti dei treni, ecc.). In base alla proposta iniziale su cui hanno votato favorevolmente tutti i partiti (compresi Pd e +Europa, che poi hanno fatto un rapido passo all’indietro), i minibot sarebbe dovuti servire a saldare i debiti dello Stato: quelli verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennale dei cittadini e i crediti Iva delle Pmi e dei professionisti.

In sostanza i minibot diventerebbero simili al contante. Se lo Stato li usasse per pagare tutto l’arretrato si immetterebbero 70/100 miliardi di euro in minibot, pareggiando l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. In questo modo, secondo alcuni, si creerebbe una moneta parallela all’euro. In realtà quello che accadrebbe sarebbe un recupero surrettizio della capacità dello Stato nazionale di emettere moneta autonomamente e così facendo si monetizzerebbe, almeno in parte, il debito pubblico. La monetizzazione del debito consiste nel suo finanziamento non più soltanto mediante entrate fiscali o collocando titoli di stato sul mercato internazionale (con la conseguente possibilità di innalzamento dei tassi d’interesse), ma anche attraverso l’emissione di moneta da parte dello Stato.

Appare abbastanza evidente che si tratta di un aggiramento della struttura dei trattati e dell’euro, che aliena queste funzioni dallo Stato alla Bce. Sono queste le vere paure nascoste dietro la polemica sui minibot e per questo si sono levati subito gli scudi contro la proposta, sostenuta dalla Lega. Addirittura alcuni paventano che i minibot siano l’anticamera dell’uscita dall’euro. Una conclusione francamente azzardata, perché una vera uscita dall’euro comporta la ripresa del controllo statale su tutto il sistema monetario a partire dalla Banca d’Italia. I minibot proposti dalla Lega rappresentano una provocazione o tutt’al più un granello di sabbia teso non tanto a uscire dall’euro, quanto a rimettere in discussione i meccanismi europei, o, più precisamente, a ottenere sul piano negoziale condizioni migliori per alcuni settori del capitale e della borghesia italiana penalizzati dalla Ue e dalla concorrenza francese e tedesca. Oltre ovviamente a dare una boccata di ossigeno a alcuni dei settori sociali, Pmi e professionisti, che fanno parte del blocco sociale della Lega e che sono i primi a trovarsi in difficoltà con il rallentamento dell’economia. I minibot possono rappresentare una valida alternativa a un credito bancario che rimane asfittico, anche a causa delle regole europee, per le piccole e medie imprese che, a differenza delle grandi imprese multinazionali, non accedono ai mercati dei capitali internazionali.

In ogni caso, i minibot sono rivelatori di tre fatti:

1 - che l’euro e i trattati non funzionano e che sono destinati a cozzare in modo ricorrente, e alla fine definitivo, con i limiti di una economia perennemente instabile e stagnante;
2- che la sinistra tradizionale e filoeuropeista del Pd non riesce o meglio non vuole trovare alcuna proposta che riesca a spingere a modifiche nella struttura dell’Europa e 3 - 3- che, a distanza di più di 10 anni dallo scoppio della crisi, continua a essere aggrappata a una Europa e al rispetto di regole che producono recessione;
che gran parte della sinistra (anche a sinistra del Pd) si lascia ingabbiare dal confronto sovranismo-nazionalismo contro europeismo, lasciando alla Lega l’iniziativa su decisivi temi economici e sociali.

L’unica vera soluzione ai problemi su esposti è una strategia di uscita dall’euro e dalla Ue. La polemica sui minibot di per sé rappresenta la classica tempesta nel bicchiere d’acqua. Tuttavia, è rivelatrice di problemi enormi, che, in qualche modo, ha il merito di sollevare e che sono riconducibili alla questione del recupero della sovranità monetaria alienata alla Bce. Non sono temi da abbandonare alla Lega. Al contrario, la Lega deve essere contrastata da una rinnovata sinistra di classe proprio mediante la capacità di stare su questi temi anziché lasciarsi rinchiudere su terreni o fittizi o sui quali risulta necessariamente perdente.

* Fonte: Laboratorio

mercoledì 19 giugno 2019

LIBRA SÌ MINIBOT NO?

[ mercoledì 19 giugno 2019 ]

Pierangelo Soldavini su IL SOLE 24 ORE di ieri, ci spiega le fantasmagoriche potenzialità di LIBRA, "la nuova moneta globale che facebook metterà in circolazione nel 2020". 
«Facebook vuole creare un nuovo sistema finanziario globale che sfrutti la blockchain per creare un sistema che sia economico, efficiente, accessibile a tutti e proprio per questo inclusivo, per cercare di includere quella fetta di popolazione mondiale che è esclusa dai servizi bancari e dai servizi finanziari».
Avete capito bene: LIBRA, la moneta di facebook è un'opera caritatevole, con cui si va in soccorso dei poveri del pianeta. Niente di nuovo sotto il sole: ogni porcata capitalistica, affinché sia accettata, dev'essere cosmeticamente e ideologicamente mascherata come un'opera pia.

Chi voglia capire le tecnicalità di LIBRA può sbizzarsi leggendo questa scheda
Mentre, per svelare i misteri della Blockchain si legga attentamente quanto scrisse Bazaar su questo blog
LIBRA conferma l'enunciato di Bazaar: 
«La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione».
Torneremo sull'argomento. Qui serve sottolineare che mentre il mondo capitalistico italiano ed europeo tesse le lodi della moneta parallela globale che facebook si appresta a lanciare sul mercato — si parla di un affare di migliaia di miliardi l'anno —, esso scomunica e condanna come fosse una minaccia sciagurata i MiniBoT, e li condanna proprio perché potrebbero diventare una moneta parallela all'euro — leggere per credere la condanna della Confindustria.

Un paradosso? No, qui c'è la quint'essenza stessa del capitalismo casinò, o del neoliberismo iperfinanziarizzzato, e cioè: mentre viene considerato lecito che una multinazionale, in queso caso facebook, crei una sua propria moneta, è ritenuto illegale (Draghi docet) che uno Stato, ancora formalmente sovrano, possa fare altrettanto.

Quando l'ingiustizia è legge, violarla è un dovere. 
Lo tengano bene a mente Salvini e Di Maio



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martedì 18 giugno 2019

MINIBOT SÌ MA SENZA ESAGERARE di Massimo D'Antoni

[ martedì 18 giugno 2019 ]

Volentieri pubblichiamo questo breve saggio, condivisibile nella sostanza, dell'economista e amico Massimo D'Antoni.
Come Massimo, anche noi riteniamo che i MiniBoT siano uno strumento necessario, a maggior ragione ove Unione e Bce volessero adottare con l'Italia la stessa garrota che usarono contro la Grecia. Sul tema dei MiniBoT abbiamo già scritto QUI, QUI e QUI. Di passata quindi ribadiamo che quanto da noi scritto: sarebbe un errore fatale decretare che i MiniBoT potranno essere accettati solo su"base volontaria"

*  *  *
È chiaro che la proposta dei minibot, che larga eco ha avuto in tutto il continente, ha a che vedere con la questione della posizione dell’Italia nell’euro, ma per affrontare il tema cerchiamo innanzi tutto di capire di che si tratta dal punto di vista economico e della finanza pubblica, perché non sempre le opinioni di commentatori più o meno esperti sono state precise e complete a riguardo. Ricapitoliamo dunque. Tra i crediti che i privati possono vantare verso la Pubblica Amministrazione figurano anche i cosiddetti crediti commerciali, che corrispondono a pagamenti non ancora effettuati, e spesso effettuati con molto ritardo, per prestazioni e fornitura allo Stato o (specialmente) agli Enti locali. Per la P.A. sono passività, cioè debiti, e il loro ammontare, non facile da determinare, è stimato tra i 50 e i 60 miliardi. La necessità di ridurre l’ammontare di tali debiti è riconducibile sia al rispetto della normativa comunitaria (l’Italia è stata deferita dalla Commissione alla Corte di giustizia della UE per i suoi ritardi sistematici), sia al fatto che pagamenti più regolari avrebbero effetti positivi sull’attività economica e sull’occupazione.
Partiamo dalla mozione approvata in Parlamento la scorsa settimana. Essa impegna il governo ad accelerare i pagamenti, prevedendo modalità quali la compensazione tra debiti e crediti nonché, qui il punto che ha suscitato tanto scalpore, “attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”.
Massimo D'Antoni
Potremmo descrivere l’idea nel seguente modo: invece di reperire le risorse necessarie sui mercati finanziari con l’emissione di titoli, i titoli verrebbero offerti direttamente ai creditori, su base volontaria (la “base volontaria” non è specificata nella mozione ma è stata ribadita più volte in sede di dibattito precedente il voto). Il creditore potrebbe accettare il titolo, in alternativa all’attesa del pagamento, perché disporrebbe di uno strumento più facilmente liquidabile, presso una banca o sul mercato finanziario.

La prima obiezione



La prima obiezione sollevata a questa soluzione è che essa determinerebbe un aumento del debito pubblico. È bene chiarire dunque alcuni aspetti della questione dal punto di vista della finanza pubblica. I crediti commerciali sono l’effetto di spese già impegnate dalla pubblica amministrazione, e quindi già contabilizzate in bilancio (e quindi già conteggiate ai fini del deficit di bilancio), ma per le quali le risorse di cassa necessarie alla liquidazione non sono state ancora reperite. Sono, per l’appunto, debiti ancora da saldare. Una precisazione importante è che, per effetto delle convenzioni contabili adottate a livello europeo, i crediti commerciali non sono conteggiati nel debito pubblico “ufficiale” valido ai fini del rispetto delle regole UE sul rapporto debito/PIL.
È dunque corretto affermare che l’operazione porterebbe a un aumento del debito pubblico. Va tuttavia detto che è difficile immaginare modi per accelerare i pagamenti dei crediti commerciali alle imprese che non abbiano questo effetto. Nel 2013-14, quando il livello di tali debiti/crediti era più alto di oggi, le risorse per i pagamenti furono reperite con l’emissione di titoli sui mercati finanziari. Ma anche altre modalità con le quali le imprese rispondono al mancato pagamento hanno effetti simili: anche quando un’impresa cede il proprio credito a un intermediario (es. una banca), trasformando il credito commerciale in un credito della banca verso lo Stato, l’effetto contabile è la creazione di debito pubblico “ufficiale”.
L’unico modo per ridurre l’ammontare di crediti commerciali senza creare nuovo debito pubblico potrebbe essere quello di usare risorse fiscali “fresche”; ma nemmeno in questo caso potremmo dire che l’operazione è senza conseguenze per la sostenibilità del debito, visto che quelle risorse, se non utilizzate per ridurre i crediti commerciali, avrebbero potuto contribuire a una riduzione dello stock di titoli pubblici.
Si può infine obiettare che, in fondo, una riduzione nei tempi di pagamento non sia necessaria, o che comunque non sia “prudente” in un momento nel quale siamo a rischio infrazione per il rispetto della regola sulla riduzione del debito. Si può cioè argomentare che, debito per debito, è meglio che sia verso le imprese fornitrici, perché in questo modo resta meno visibile e non compare nel calcolo del parametro debito/PIL. Si può, avendo presente che è anche per questa minore visibilità che si creano incentivi perversi a ritardare i pagamenti.

Moneta parallela?



Naturalmente quello del debito è solo un aspetto del problema. A destare allarme e a far parlare di “moneta parallela” è quella specificazione “di piccolo taglio” contenuta nella mozione. Non BOT ma mini-BOT, appunto. Vediamo meglio il ragionamento che ci sta dietro: se il taglio è piccolo, i titoli potrebbero, invece che essere liquidati sul mercato finanziario, magari con uno sconto che tenga conto della loro scadenza, essere utilizzati direttamente dalle imprese come mezzo di pagamento. L’impresa fornitrice dello Stato potrebbe cioè girare il minibot ricevuto direttamente ad altra impresa disponibile ad accettarlo, per estinguere un debito della prima verso la seconda o in cambio di beni o servizi. Il taglio ridotto potrebbe facilitare questa possibilità.
Insomma, il minibot potrebbe diventare liquido al punto di svolgere un ruolo analogo a quello della moneta. Uso il condizionale perché questo passaggio richiede che i soggetti, imprese e individui, accettino tale mezzo come pagamento, ne riconoscano il valore; c’è qui, come sempre nel caso della moneta, un elemento fiduciario: accetto una banconota perché so che quella banconota sarà accettata da altri. Nel caso della cartamoneta in senso proprio, tale elemento è rafforzato in modo decisivo dal fatto che ad essa sia dato dallo Stato corso legale, cioè che sia obbligatorio accettare la banconota per estinguere un debito.
Il presidente Draghi ha commentato la proposta dei minibot dicendo che essi “o sono moneta, e quindi illegali, o sono debito”. Sulla seconda parte della frase abbiamo già detto. Quanto alla possibile illegalità dell’operazione, va precisato che l’affermazione di Draghi è corretta solo se per moneta intendiamo moneta legale, legal tender. I Trattati UE (v. art. 128 TFUE) attribuiscono infatti al sistema delle Banche centrali il monopolio nell’emissione di banconote, unico legal tendernell’eurozona. Come abbiamo detto, questa possibilità sembra essere stata esclusa in questo caso.
Nulla impedirebbe tuttavia di utilizzare una forma di debito (questo sono i minibot, come abbiamo detto) come strumento di scambio e di riserva di valore, cioè come moneta in senso economico, senza che questo comporti alcuna violazione dei trattati. Per capire cosa si intenda per moneta senza corso legale, possiamo pensare al caso dei gettoni telefonici, un tempo usati tranquillamente in sostituzione delle monete, ai miniassegni degli anni Settanta, o anche ai buoni pasto, che vengono spesso accettati in pagamento come sostituto delle banconote; chi ha viaggiato in paesi ad economia meno sviluppata ha inoltre presente l’ampio utilizzo delle valute “forti” (come il dollaro o anche l’euro), che sono spesso accettate più volentieri della valuta locale pur non avendo in senso stretto corso legale.
L’accettazione dei minibot come forma di “moneta” potrebbe essere facilitato dalla possibilità di utilizzarli per il pagamento delle imposte o per l’estinzione di altri debiti verso lo Stato. La scommessa dei proponenti è che tale convertibilità immediata (l’on. Borghi in passato ha parlato anche della possibilità di utilizzarli per pagare la benzina presso certi distributori) possa garantirne l’accettazione alla pari, al loro valore nominale. In questo caso, l’effetto economico sarebbe né più né meno quello di una monetizzazione del debito: i minibot resterebbero in circolazione, sarebbero per così dire assorbiti nella liquidità, e lo Stato si sarebbe finanziato senza pagare interessi (e senza imporre un costo alle imprese disposte ad accettare questo strumento). Aumentare la liquidità, al fine di stimulare l’attività economica, è del resto l’obiettivo di tutte le proposte di “moneta fiscale” avanzate in questi anni.

Quali sono i rischi?

Che l’operazione funzioni nel modo descritto, cioè che i minibot vengano accettati come un sostituto delle banconote con corso legale, è un esito tutt’altro che scontato. Tuttavia, i rischi sembrano essere limitati finché l’accettazione dei minibot resta su base volontaria, ovvero finché ci muoviamo nel campo della legalità delle norme europee. In questo caso, l’insuccesso dei minibot consisterebbe nel fatto che le imprese li rifiutano come forma di estinzione del debito oppure li accettano ma li vanno immediatamente a “scontare” presso una banca; o ancora, qualora ci fosse questa possibilità, li utilizzano immediatamente per saldare il proprio debito fiscale verso lo Stato, senza troppi passaggi di mano. In questo caso, il risultato sarebbe analogo a quel che già accade o a quello che accadrebbe prevedendo una compensazione diretta crediti/debiti tra impresa e Stato.
Un’altra preoccupazione è che le imprese possano essere nei fatti obbligate ad accettare i minibot se l’emissione dei titoli diventasse per lo Stato una scusa per abbandonare altre forme di estinzione del debito.
Vi è infine il rischio derivante da un eccessivo successo dei minibot: secondo qualcuno, questo potrebbe determinare comportamenti irresponsabili del governo, che si troverebbe a disposizione un canale per monetizzare parte della propria spesa, aggirando nei fatti il controllo che la banca centrale a questa possibilità e determinando effetti inflazionistici. La possibilità di un tale successo è ovviamente tutta da verificare e contraddice la previsione che i minibot sarebbero “carta straccia” o “patacconi” di nessun valore, come tali rifiutati dal pubblico.
Ma veniamo al punto che ha suscitato tanto scalpore, cioè il rapporto tra emissione dei minibot e uscita dall’euro. Ci muoviamo qui su un terreno più incerto, dove dominano supposizioni spesso ai limiti della fanta-economia (sebbene giustificate da dichiarazioni passate di esponenti della Lega).
Il punto è che, nel caso di un successo nell’operazione minibot, l’Italia disporrebbe di un canale di creazione di moneta alternativo a quello dell’eurosistema. È vero che tale moneta non sarebbe legal tender, ma in caso di necessità ed emergenza potrebbe facilmente diventarlo; le rotative dell’Istituto Poligrafico sarebbero comunque già in funzione. Ecco dunque la soluzione a una delle obiezioni spesso avanzate da chi ritiene impossibile un’exit dall’euro, prevedendo che nell’immediato la prospettiva dell’uscita determinerebbe una corsa agli sportelli e quindi una crisi bancaria, stante la difficoltà di reperire la liquidità necessaria a soddisfare le richieste del pubblico. È qualcosa che si è del resto già visto in Grecia nell’estate 2015, quando, nel duro confronto con la Commissione, il governo Tsipras-Varoufakis fu alla fine costretto a capitolare proprio per la pressione esercitata dal prosciugamento della liquidità del sistema bancario.
In questo senso, anche senza volere per forza l’uscita, la possibilità di disporre di una liquidità alternativa a quella rappresentata dalle banconote potrebbe costituire un’arma molto forte in sede di negoziazione. Naturalmente, quest’arma ha un prezzo: come stiamo vedendo in questi giorni, è sufficiente parlarne in termini di mera ipotesi per scatenare speculazioni sull’intenzione dell’Italia di uscire.

Strumento precauzionale

Non voglio minimizzare eccessivamente, ma pensare che la presenza dei minibot possa aumentare la probabilità di uscita mi pare sopravvalutare di molto la portata di questo strumento (anche in considerazione del fatto che il grosso delle transazioni non avviene con circolante bensì su piattaforme elettroniche). Insomma, delle due l’una: o l’uscita dall’euro comporterebbe, come si ritiene, un costo elevatissimo, e allora non sarebbero i minibot a fare la differenza, oppure, se veramente i minibot fossero in grado di ridurre significativamente tale costo, dovremmo ammettere che l’uscita è qualcosa di molto più concreto e alla nostra portata di quanto non crediamo.
D’altra parte, se i minibot sono uno strumento precauzionale per tutelarsi nel caso di una crisi di liquidità che potrebbe essere determinata anche indipendentemente dalla volontà di uscire, vedere la loro preparazione come segnale di un’intenzione concreta è un po’ come accusare l’armatore del Titanic di voler andare a sbattere contro un iceberg perché ha installato sulla nave delle scialuppe. Le scialuppe/minibot possono essere interpretate indubbiamente come un segno della sfiducia nel fatto che il nostro Titanic/euro sia realmente inaffondabile/irreversibile, ma occorre prendere atto che a questa irreversibilità ormai non crede nessuno; non ci credono in primo luogo i mercati, che da anni assegnano alla possibilità di rottura dell’euro una probabilità positiva.
Il problema è capire se continuare a negare questo rischio, continuando a considerare impossibile e impensabile la fine dell’euro e rinunciando quindi anche a qualsiasi forma di precauzione di fronte a questa possibilità, sia realmente il modo migliore per affrontarlo. Compito del governo è rassicurare rispetto alle proprie reali intenzioni, ma anche evitare di trovarsi del tutto impreparati ed esposti se l’evento temuto dovesse, alla fine, verificarsi comunque.
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giovedì 13 giugno 2019

LA VERITÀ (CHE LI SPAVENTA) SUI MINIBOT di Piemme

[ giovedì 13 giugno 2019 ]

Martedì 28 maggio il Parlamento ha approvato all'unanimità una mozione che impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese creditrici con titoli di Stato di piccolo taglio, altrimenti denominati MiniBoT.

Contro i MiniBoT è giunta fulminea la scomunica di Draghi — «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità» — si sono scatenati contro, oltre a  Moody's, non solo i suoi mastini di guerra — a cominciare daministro Tria con piddini, berluscones e giornalisti al seguito — ma pure comunisti presunti, gli improbabili economisti di Coniare Rivolta, e neofascisti in pectore come l'avvocato (del diavolo) Marco Mori.

Ma andiamo con ordine


Cosa sono infatti i Buoni ordinari del Tesoro (BoT)? Spiega il Mef
«Sono titoli a breve termine, ovvero con durata non superiore a un anno, privi di cedole; il rendimento infatti è dato tutto dallo scarto d'emissione». 
Detto in parole semplici: chi compra un BoT presta i suoi euro allo Stato in cambio di un titolo, ma non incasserà alla scadenza alcun interesse, otterrà un guadagno solo ove il valore d'emissione sia inferiore a quello nominale — può evidentemente accadere il contrario. Ogni anno lo Stato lancia dei BoT e li mette all'asta. Per la cronaca: l'ultima asta, che c'è stata proprio ieri (BoT con scadenza al 12 giugno 2020) ha avuto una domanda per quasi 10 miliardi di euro.

Un "MiniBoT" (salvo "sorprese", che più avanti vedremo) è un BoT come gli altri, niente di più niente di meno. Il suffisso "mini" sta ad indicare, così recita la mozione parlamentare, che con la liquidità ottenuta lo Stato non va a finanziare il debito pubblico (in essere o futuro) ma ci rimborsa le aziende che per lo Stato hanno prestato dei servizi. Come mai una misura tanto modesta, del tutto lecita e tutt'altro che eversiva (non a caso votata, salvo patetici mea culpa successivi in modo bypartisan) sta suscitando tutto questo grande casino? 

Perché la posta è tutta politica, simbolico-politica: si tratta di stabilire se lo Stato italiano, privato da tempo della sua sovranità in merito alla politica monetaria ed economica, possa o no aggirare le stringenti norme che derivano dal "vincolo esterno" e dall'appartenenza all'eurozona. Lassù, ovvero dalle parti di Francoforte e Bruxelles temono che questo "aggiramento" posa diventare "raggiramento", "imbroglio"; ovvero che questi MiniBoT possano diventare una moneta nazionale complementare all'euro.

Torniamo dunque al monito di Draghi: «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità». 


Draghi ha formalmente ragione, ma...


Sul piano formale non c' alcun dubbio che Draghi ha ragione. Dalla sua ha il Trattato di Lisbona — Articolo 105  A che tratta della politica monetaria — che stabilisce in modo inequivocabile che soltanto la "BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote all'interno della Comunità".

E, sempre sul piano formale, non ha torto nemmeno sul fatto che l'emissione di MiniBoT per rimborsare aziende creditrici della Pubblica amministrazione —  quindi non solo lo Stato, ma regioni, comuni, ecc — sia ulteriore debito —secondo i calcoli più recenti sono circa 53 i miliardi che le amministrazioni pubbliche debbono al settore privato. Anche qui Draghi si appoggia alle regole ed ai criteri europei, precisamente ai Criteri di convergenza di Maastricht che stabiliscono una distinzione tra il "debito pubblico allargato" ed il "debito pubblico". In base a questi criteri il "debito della pubblica amministrazione" è da considerarsi un aggregato più ampio rispetto al "debito pubblico", ovvero del settore statale. Per "debito pubblico" si intende infatti solo l'ammontare dei mezzi finanziari per ogni periodo che il settore pubblico destina alla copertura del proprio fabbisogno. "Mezzi finanziari" sono appunto i titoli di stato. Mele e pere, dice Draghi, non si sommano: un conto sono i debiti verso il mercato finanziario, un altro quelli verso privati che hanno fornito servizi per la pubblica amministrazione. Per fare un esempio: com'è noto il Comune di Roma ha un debito monstre di circa 12 miliardi. Nel "Decreto crescita" il governo se lo è caricato sulle spalle, ricorrendo quindi all'emissioni di titoli di stato. Va da sé che se invece avesse lasciato andare il Comune in default (come alcuni liberisti han chiesto), quei 12 miliardi non sarebbero diventati "debito pubblico".

Quindi sì, se io trasformo crediti del settore privato verso la pubblica amministrazione in titoli, formalmente essi costituiscono "debito aggiuntivo". Ed è anche vero, come spiega causticamente Massimo Famularo su Il Sole 24 Ore dell'altro ieri, che non si tratta di una procedimento di mera cartolarizzazione, che in effetti è un diverso dispositivo rispetto alla trasformazione di debito in obbligazioni di stato.


... Occorre badare al nocciolo della questione


Ma andiamo al nocciolo, evitando di restare impigliati in formalismi e/o diavolerie finanziarie — come già affermato dal Comitato centrale di P101, i debiti dell'amministrazione pubblica restano pur sempre debiti, anche ove non siano trasformati in titoli. La guerra dichiarata ai MiniBoT non è per questioni formali ma sostanziali. Il fatto è che tra le pieghe della mozione parlamentare c'è una frase sibillina che allude a quello che lorsignori temono potrebbe accadere, ovvero che i MiniBoT diventino una moneta parallela all'euro. Recita testualmente la mozione approvata (segnaliamo la frase che mette in allarma lorsignori):
«Premesso che la legge di bilancio 2019 ha previsto un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018,impegna il Governo:a dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, come evidenziato in premessa, anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento».
Qui si dice dunque che "oltre alla cartolarizzazione", per saldare i debiti della pubblica amministrazione potranno essere utilizzati ed emessi anche "titoli di Stato di piccolo taglio", i MiniboT appunto.

Lorsignori ritengono dunque che questa mossa dei MiniboT sia uno stratagemma per prepararsi all'uscita dall'euro, una tessera quindi di un disegno eversivo, altrimenti detto "Piano B". Ecco quel ha scritto Andrea Boda su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio subito dopo l'approvazione della mozione parlamentare (consigliamo di leggere per intero il suo allarmato articolo):
«Negli ultimi giorni, probabilmente corroborata dal successo elettorale alle europee, la Lega sembra aver fatto uno scatto nel progetto mai troppo nascosto di uscita dell’Italia dall’euro (o quantomeno di minaccia dell’uscita) attraverso un “piano B” che spesso sembra essere a tutti gli effetti un “piano A” che prevede una serie di mosse che finiscono per creare le condizioni per un irreversibile sentiero di uscita dal sistema monetario unico, visto da alcuni come una gabbia che non consente al paese di crescere».
Quindi, andando al succo che preoccupa gli euristi, aggiunge:
«Si tratta, in sostanza, dell’autorizzazione a procedere all’emissione di “MiniBOT”: di fatto banconote del Tesoro di piccolo taglio (in euro) sotto forma di titoli al portatore che sarebbero garantiti dalle entrate fiscali. “BoT” è l’abbreviazione di un buono del tesoro italiano, e la piccola denominazione li rende mini. I BoT convenzionali sono titoli elettronici di libri contabili, ma i mini-BoT verrebbero stampati, secondo quanto riferito, utilizzando le presse dei biglietti della lotteria statale, e i progetti sarebbero già stati selezionati».
Ciò che li spaventa non è tanto il fatto che il governo metta in circolazione dei MiniBoT per saldare i debiti della pubblica amministrazione, quanto invece che essi possano diventare una moneta parallela (quindi adoperata accanto all'euro come mezzo di scambio e di pagamento) in vista di un "piano B" di uscita dall'euro.

Il nostro, dopo aver segnalato che "il voto unanime della mozione renderà più complicato anche per il Quirinale opporsi ai prossimi passi del governo", citando quanto ha dichiarato recentemente da Salvini, fa uno più uno, e teme che il governo abbia in effetti un "piano B" che tra le altre misure preveda:
«...di trasformare parte dei saldi di conti correnti privati in MiniBoT a pari importo *nominale* (per poter asserire di non aver fatto alcuna “patrimoniale”, che è un provvedimento a costo politico molto elevato) cercando, con la più ampia diffusione possibile, di rendere “liquido” il MiniBoT riducendo al massimo la possibilità che si svaluti rispetto al nominale e generando quindi una mossa descrivibile (populisticamente) come “a impatto zero”».

Ciò che lorsignori scongiurano, noi auspichiamo


E' fin troppo noto che c'è nel Paese una massa enorme di liquidità che giace intrappolata e ristagna nella sfera bancaria, sarebbe non solo lecito ma necessario che il governo adotti ogni necessaria misura per mobilitarla. Il problema, delle due l'una, è che questa mobilitazione può avere due scopi diversi e opposti: può essere utilizzata per andare incontro all'eurocrazia, ovvero ridurre debito e deficit, oppure messa in circolazione per spezzare la spirale austeritaria, creare lavoro per dare una scossa potante al ciclo economico. E' la seconda via che l'Unione europea non può tollerare in quanto aumenterebbe debito e deficit, ed è per impedirlo che ha preventivamente lanciato il siluro della "procedura d'infrazione".

Vedremo nei prossimi mesi, in vista della legge di bilancio 2020, se il governo, come ci auguriamo, vorrà fare il bene del Paese, o se invece, tenterà di barcamenarsi dando una botta al cerchio e una alla botte. Se vorrà fare il bene del Paese, forte del consenso di cui gode ed anche della mozione parlamentare, tra le altre cose, emetterà i MiniBoT e aumenterà la spesa pubblica in deficit.

Per concludere: ciò che gli euristi scongiurano noi invece auspichiamo. Come ha dichiarato il Comitato centrale di P101:
«Se i Minibot funzionassero, e noi siamo convinti che funzionerebbero, essi potrebbero infatti trasformarsi all'occorrenza (ad esempio di fronte ad una restrizione di liquidità della Bce per piegare il governo italiano) in una vera e propria moneta parallela, normale mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali. Uno strumento dunque utilissimo per far uscire l'Italia dalla prigione della moneta unica. Proprio per questo, come Programma 101, vediamo con grande favore l'emissione dei Minibot: un primo passo verso la liberazione dalla gabbia eurista».
Non siamo sicuri che i "tuttosubisti" che frignano e sbraitano da ogni lato che questa dei MiniBoT sarebbe poco più di una pagliacciata si chiederanno a questo punto come mai l'eurocrazia ed i suoi vessilliferi contro i MiniBoT stanno sparando a palle incatenate. Sparano non solo perché temono questo atto sovrano di disobbedienza, lo fanno perché sanno che non sarà facile, né sul piano politico né su quello giuridico, impedire l'eventuale atto sovrano del governo giallo-verde.

NB

Marx diceva della merce che era "cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici". Ciò vale a maggior ragione per la moneta. Non è questa la sede per addentrarci nella stratosfera metafisca del denaro e delle sue variopinte forme e metamorfosi. Basti dire che anche a Francoforte sanno bene, parlando di moneta, cosa siano gli "aggregati monetari"; che cioè possono valere, come mezzi di intermediazione e di scambio, non solo le banconote che essi monopolisticamente creano dal nulla (M1 o liquidità primaria), ma pure gli strumenti finanziari della cosiddetta "liquidità secondaria" (M2 ed M3), e tra questi anche i Buoni ordinari del Tesoro, così come tutte le obbligazione statali emesse con una durata inferiore ai due anni. Leggere per credere la definizioni di moneta del SEBC (Sistema Europeo della Banche Centrali).

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venerdì 1 marzo 2019

LE BANCHE, LO STATO, IL MERCATO di Antonio Martino


[ 1 marzo 2019 ]

BREVE STORIA DELL'EVOLUZIONE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO ED EFFETTI SULLA GIUSTIZIA SOCIALE
 
La crisi del sistema bancario italiano costituisce una delle principali evidenze del sistema-euro applicato all’economia nazionale. Difatti, sulla gestione del credito si sono viste succedere tutte le sfumature che colorano il triste quadro degli ultimi trent’anni: fascinazione monetarista, obbedienza cieca e assoluta ai diktat di Bruxelles, svendita del patrimonio pubblico per servire il gretto capitale nazionale, incompetenza e malafede nella direzione degli istituti, asservimento completo alle direttive europee fino all’assurdo del bail-in introdotto a rotta di collo per ben meritare agli occhi dei padroni della colonia Italia.

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.

1.  Essere stati per essere

Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.

Il sistema bancario italiano, faticosamente emerso durante la fase di sviluppo giolittiano all’alba del Novecento, si ispirò per influenza di quel capitale al modello cd. Renano, cioè la banca mista-universale: chiaro esempio, la Banca Commerciale Italiana nata a Milano nel 1894 su iniziativa tedesca. Questo tipo di istituto aveva le seguenti caratteristiche (da wikipedia):

·     Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

·     Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.

Nel dettaglio, 
“Lo statuto di una banca mista prevedeva che tale istituto potesse compiere operazioni di diversa durata temporale; ciò significa che esse potevano quindi raccogliere depositi, che erano operazioni a breve in quanto i risparmi erano ritirabili in qualsiasi momento, ed indirizzare tali depositi ad attività di credito industriale, operazione di lungo termine che prevedeva durate di dieci o più anni per i rendimenti.”

Questo scarto tra operazioni a breve (risparmiatori) e immobilizzi (credito industriale) presentava evidenti criticità. In base al ciclo economico, infatti, la difficoltà di rientro delle imprese avrebbe creato notevoli difficoltà alle esigenze di liquidità dei depositanti. A ciò si aggiunga il cruciale problema del controllo incrociato: maggiore era la esposizione dell’istituto nell’azienda, più grande diveniva la commistione tra banca e industria, fino a non distinguere più creditore e debitore in un gioco perverso di scatole cinesi e scalate di borsa. E’ il caso dell’Ansaldo dei fratelli Perrone; indebitati con la Banca italiana di sconto, forti dell’immenso potere dell’azienda durante la Grande guerra, essi avevano ottenuto il controllo della loro creditrice senza colpo ferire (la vigilanza bancaria, allora come oggi, era del tutto inefficace…e inefficiente). Colpiti dalla crisi di riconversione postbellica, il gruppo tentò di ottenere ancora capitali dalla Comit con un tentativo di scalata azionaria non riuscito. Il risultato fu il fallimento dell’Ansaldo e il crollo della Bis: le partecipazioni industriali furono trasferite al Consorzio per la Sovvenzione sui valori industriali, antenato dell’IRI. Per i risparmiatori il rimborso medio fu tra il 65 e il 75% grazie all’intervento di una cordata di istituti pubblici.

Il caso Perrone è soltanto un esempio tra i tanti di quel periodo. I confini tra capitale industriale e finanziario erano rotti: le partecipazioni di comit, credito italiano e banco di Roma al sistema produttivo italiano assommavano al 1930 a 12 miliardi in bilancio per circa 14 miliardi di raccolta. I nodi della banca mista vengono al pettine: la crisi di Wall Street e la grande depressione mandano sostanzialmente in bancarotta tutte le future b.i.n.

Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:

“…quello che è certo è che nel credito troviamo l’unico strumento veramente efficace col quale sia possibile regolare e dirigere, secondo i bisogni della Nazione, lo sviluppo della sua economia. Il credito è quindi funzione dello Stato: si tratta di ripartire la utilizzazione di una ricchezza che perde il suo carattere privatistico, in quanto
è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”
Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).


Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

-        banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

-        istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

-        casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

-        aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.

E’ importante in questa fase ricordare come la l.b. prevedesse un organo di controllo,Ispettorato per la Difesa del Risparmio e per l'Esercizio del Credito, dotato di importanti poteri coattivi, prontamente cassato nel 1944 sotto la spinta di Banca d’Italia, gelosa delle sue prerogative in merito. L’istituto di emissione, sulla scorta della riforma in oggetto, vede la sua natura trasformarsi in istituto di diritto pubblico cui capitale sociale è partecipato a vario titolo da banche (pubbliche) e casse di risparmio. In questa fase, sulla scia della guerra d’Etiopia e la fine del gold standard, la possibilità di finanziamento del Tesoro presso l’istituto di emissione è praticamente illimitata: sarà il sempre pronto Einaudi nel 1947 a far reintrodurre il limite dello scoperto in conto corrente, fedele al suo terrore del torchio gemente.

2.  Lo stato banchiere

I vantaggi di avere la piena disponibilità del sistema creditizio per uno Stato che vuole intervenire

nell’attività economica sono innegabili. Si può infatti obbligare il sistema ad assorbire una quota voluta di titoli di debito pubblico al tasso politico deciso dal Governo; si può determinare la riserva obbligatoria per manovrare la liquidità monetaria; si possono indirizzare i capitali su settori strategici; si gestisce direttamente il mercato valutario.

In questo senso, tutta la Prima Repubblica è dominata dalla banca pubblica. Il capitale finanziario è sottoposto a una forte repressione, essendo il mercato borsistico quasi inesistente, mentre il risparmio popolare è intercettato in larga parte dall’amministrazione postale e dalle casse di risparmio. Volente o nolente, il miglior impiego della rendita diviene l’attività produttiva, con i riflessi positivi del caso e confermando quanto voluto in sede di riforma da Menichella e soci.

Il “mercato” bancario è fortemente regolamentato. La cd. “foresta pietrificata” vede una regolazione minuziosa circa l’apertura di nuovi sportelli, la fusione e la costituzione di nuovi istituti, la gestione delle masse monetarie. La banca diventa un servizio pubblico di alto livello: si hanno clienti, non consumatori. Gli istituti non ragionano in termini di profitto o di creazione di valore, perché non hanno investitori da remunerare o dividendi da distribuire: la partecipazione estera al sistema bancario è pressoché irrilevante. Come sempre, è la leva europea a scardinare uno degli ordinamenti più efficienti del Mondo: i fallimenti bancari nel periodo 1945-1990 possono grosso modo ricondursi ai casi Sindona e Calvi, ambiti straordinari e assai oscuri. Mettere i soldi in banca diviene un sinonimo di sicurezza e di fiducia nell’Italia del risparmio e della crescita.

Naturalmente, doveva venire l’Europa a scardinare tutto.


3.  Voglio essere Gordon Gekko

La prima direttiva CEE è del 1977 (77/780/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1977), in cui si introducono concetti del tutto alieni alla realtà italiana. Si inizia a parlare di banca come impresa (art. 1), di concorrenza e produttività, di aumento dell’offerta dei servizi. Non a caso, la direttiva viene recepita in Italia solo nel 1985 (D.P.R. 27 giugno 1985, n. 350), in un contesto politico ed economico assai mutato. Si confronti a titolo d’esempio l’articolo d’apertura del decreto citato:


“L'attivita' di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d'impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano.”


Con quello della legge bancaria:
“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme della presente legge.”
Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.

Nel dettaglio, la convergenza prevista dalla seconda direttiva (89/646/CEE del Consiglio, del 15 dicembre 1989) e dagli accordi di Basilea (BASILEA I) impone la trasformazione degli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni: è la famigerata legge Amato (L. 218/1990). La trasformazione in spa produce una serie di sconquassi inevitabili, tra cui la sotto-capitalizzazione dei banchi meridionali, la difficoltà debitoria di gran parte degli stessi (venuta a mancare la garanzia di stato); il difficile percorso di trasformazione vedrà la scomparsa di istituti di credito secolari e ben localizzati nel territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.


4.  Stato banchiere o banchieri-stato

La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.

Basta infatti un ordine di vendita allo scoperto di n-btp per sconvolgere la vita pubblicarebus sic stantibus, e tanto meno non appare possibile attuare un ritorno alla sovranità monetaria (se ancora interessa a qualcuno, beninteso) nel quadro di un sistema bancario troppo esposto alle influenze estere e alla volubilità di borsa. A ciò si aggiunga che la moria di istituti non potrà che aumentare stante l’€- assetto basato su direttive sempre più capestro, deflazione strutturale e npl svenduti e svalutati. E che dire poi delle conseguenze della digitalizzazione e delle fintech in regime di laissez-faire?

Dell’intromissione brutale delle banche nel mercato delle assicurazioni sanitarie e previdenziali, con innegabili ingerenze sulle deficienze- indotte- del sistema sanitario nazionale e del sistema pensionistico pubblico? In uno scenario così vasto, la separazione del Glass-Steagall Act non basta, poiché è oggi dirimente operare sulla proprietà (pubblica o privata) e non tanto sull’attività in sé. La specializzazione risulta infatti una condizione necessaria ma di per sé non certo sufficiente.

Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,
“Per combattere seriamente il dissesto finanziario e l'inevitabile bancarotta, non v'è altro mezzo che quello di rompere in modo rivoluzionario con gli interessi del capitale e di organizzare un controllo veramente democratico, cioè «dal basso», il controllo degli operai e dei contadini poveri sui capitalisti (…) Le banche, come è noto, sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalistico dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” edeludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere».”
La nazionalizzazione come atto, in conclusione, sarebbe soltanto la premessa della socializzazione di fatto della vita economica attraverso la partecipazione cosciente dal basso delle classi lavoratrici nel processo principe dell’attività capitalistica, cioè la gestione del potere del capitale attraverso la leva del credito e del debito. Nel quadro di una democrazia sociale pluriclasse, informata al fine dell’eguaglianza sostanziale, l’esistenza del grande capitale finanziario in forma di grande gruppo bancario privato non può esistere. In soldoni, slegare dalla logica del profitto la banca socializzata significherebbe togliere alla classe dominante uno strumento di potere formidabile, dall’altro dotare le classi del Lavoro di un meccanismo determinante per impostare una politica economica tesa alla realizzazione della giustizia sociale e del progresso civile e morale.

* Fonte: Orizzonte48

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