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mercoledì 12 giugno 2019

IL GAY PRIDE E LA SCOMPARSA DI RIFONDAZIONE di Eros Cococcetta

[ mercoledì 12 giugno 2019 ]

Il recente articolo Micaela Bartolucci sul “gay pride” di Roma dell’8 giugno mi ha fatto ricordare qual è stato, a mio parere, il principale motivo della scomparsa dal Parlamento nazionale di Rifondazione Comunista, di cui Fausto Bertinotti era leader indiscusso. 

Un po' di cronistoria: Alle politiche del 2001 R.C. ottenne il 5%, ma alle politiche del 2006 (vittoria dell'Ulivo di Prodi su Berlusconi) aumentò i voti sia alla Camera (5,84%) che al Senato (7,37%), appoggiando l’Ulivo dall’esterno con i famosi “patti di desistenza”. Tra i 41 deputati eletti da R.C. c'era anche VLADIMIR LUXURIA (eletto nella circoscrizione Lazio 1). 

Dal momento della sua elezione e per i due anni successivi (la XV legislatura durò esattamente 2 anni dal 28.4.2006 al 28.4.2008), Luxuria era di fatto onnipresente nei mezzi d'informazione. Non era raro sentire di giorno una sua intervista al TG e la sera dello stesso giorno vederla come ospite in qualche programma serale, politico o di intrattenimento. In poche parole VLADIMIR LUXURIA era diventata L'IMMAGINE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA e della sinistra in generale. Come poteva l'operaio di Marghera o dell'ILVA di Taranto, l'elettricista di Terni o il disoccupato della periferia di Roma accettare come suo riferimento politico un transgender? IMPOSSIBILE. 

Non credo che Bertinotti all'epoca si sia reso conto di questo grave danno d'immagine, altrimenti lo avrebbe corretto. Così Rifondazione Comunista, già oggetto di pesanti critiche per i Rolex al polso e le giacche di cashmere, alle successive elezioni politiche del 14 aprile 2008 ricevette il colpo di grazia non superando neppure la soglia di sbarramento del 3%, mentre Berlusconi e i suoi alleati fecero il pieno di voti. 

Morale della favola, se la sinistra si occupa soltanto dei diritti civili e delega l'economia e la tutela dei diritti dei lavoratori ai neoliberisti e alle élite finanziarie che controllano l'Unione Europea — le quali ovviamente perseguono i loro interessi cioè gli interessi dei ricchi, che da quando esiste il mondo sono contrari a quelli del popolo — è destinata non solo a perdere sempre di più ma proprio ad estinguersi. E mi sembra giusto che vada così.


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giovedì 15 marzo 2018

BERTINOTTI: "TORNEREMO AL VOTO MOLTO PRESTO"


[ 15 marzo 2018 ]

Secondo Fausto Bertinotti si tornerà al voto molto presto, poiché la rivolta anti-élite, pur legittima, è ancipite, ha due teste che puntano in opposta direzione. Bertinotti afferma infine, di M5S e Lega, che la pars destruens è condivisibile, la pars construens è inadeguata, dato che nessuno dei due movimenti propone un "diverso modello di sviluppo".  E dunque? Dunque occorre, aggiungiamo noi, prepararsi ad una fase di alta instabilità ed a costruire un partito populista di sinistra e di massa.


*  *  *

« D. Partiamo dal voto.
R. La vittoria di M5s e Lega è la manifestazione di una rivolta lungamente covata, inespressa, impossibilitata a emergere per la mancanza di soggetti politici capaci di darle forma.
Fino al 4 marzo. E gli altri?
Il voto ha affossato gli ultimi residui di tradizione politica del paese, Forza Italia e Pd, per quanto essi stessi frutto di una lunga metamorfosi rispetto a quello che c'era prima.
Partito democratico e Forza Italia sono al capolinea?
Secondo me sì. Poi le burocrazie possono sopravvivere a tutto. Ma come costruzioni inerti.
Restano dunque Lega e M5s. Come le definirebbe?
Due realtà politiche concorrenti, formatesi sull'onda di una pressione politica antielitaria. Tutte e due affondano le radici del loro successo nell'attraversamento del guado che ha segnato il passaggio dal precedente sistema politico a quello in  cui ci troviamo, ancora non bene delineato.
Come vede il loro antielitarismo?
E' ambiguo. Contiene un elemento importante: la critica a un potere ormai privo di legittimazione democratica. La mozione antielitaria di Lega ed M5s è fondata e positiva, il dubbio è che questa rivolta oscuri, invece che portare alla luce, la contesa sul vero problema di fondo: il modello di sviluppo. 
In altri termini, che cosa rischia di sfuggire?

La diseguaglianza, che è il cuore del problema. Non solo la diseguaglianza è stata il grande assente della campagna elettorale; ci dicono continuamente che il 5 per cento della popolazione italiana possiede il 30 per cento della ricchezza del paese e mille altri dati di questo tipo, solo che tutti questi dati vengono resi inerti; restano confinati alla sfera della comunicazione, non toccano quella della politica. Non era mai accaduto. Una volta le classi politiche cercavano di far vedere in ogni modo che avevano ridotto le diseguaglianze, oggi non più.
La politica è finita in una bolla?
Sto dicendo proprio questo. Quindi lo scontro con le élites è del tutto fondato, poiché le élites sono le principali responsabili della bolla, ma l'offensiva, giustificata, contro di esse finisce per essere l'alfa e l'omega del conflitto politico.
M5s e Lega, le due forze concorrenti, possono trovare una sintesi sotto il comandamento della governabilità?
No. Il blocco sociale del Sud è necessariamente portatore di una richiesta basata sull'avere, perché è povero e sconfitto. Quello del Nord chiede di essere protetto contro una minaccia: il rischio che la ricchezza prodotta sia redistribuita ad altri, il rischio che gli immigrati rappresentano per la sicurezza e il lavoro e così via. 
Gli elettori del Nord hanno votato anche contro i poteri ordoliberali europei.
Vero. Da un lato questi ceti vedono bene che le grandi forze del capitalismo finanziario globale, le stesse che legittimano le oligarchie europee, hanno prodotto un processo di spoliazione e diffuso la povertà. Dunque la critica a quest'oligarchia è condivisibile e ha un fondamento sociale riscontrabile, ma al tempo stesso mette in luce la natura ambigua dei due movimenti, perché invece di sfidare quell'oligarchia sulla base di una visione alternativa di società, di classe dirigente e di modello di sviluppo, fanno della dimensione local-nazionale una struttura protettiva. La pars destruens è condivisibile, la pars construens è inadeguata.
Dunque se un patto M5s-Lega non è possibile?
Penso che andremo al voto rapidamente, perché la rivolta non è compiuta e se si arrestasse potrebbe rovesciarsi contro coloro che la rappresentano. A questa condizione se ne aggiunge una seconda. Essendo concorrenti, ognuna delle due forze può pensare allo showdown definitivo: oggi abbiamo vinto entrambi, ma uno solo deve uscire vincitore. 
Come si evolverà la situazione nei prossimi giorni?
Io credo che nessuno dei due voglia fare il governo. La contraddizione tra gli interessi di cui sono portatori e la necessità di istituzionalizzarsi è troppo profonda.
Ma quale sarà la risposta dell'establishment a questa situazione?
Dal nostro presidente della Repubblica fino alle classi dirigenti reali, cioè quelle non politiche, l'Europa dispiegherà come mai prima d'ora tutte le ragioni della "stabilità". Vedo aumentare lo scontro tra la logica della resa dei conti e quella della cosiddetta responsabilità.
Vuol dire che la partita non è decisa.
Non lo è perché il partito della stabilità è molto debole. Per forza, è stato lui a produrre le forze dell'instabilità! L'aver inseguito la stabilità anche con il forcipe, il rifiuto di andare alle elezioni quando sembravano necessarie, l'invenzione di un governo Monti, aver difeso a oltranza le dottrine del debito e del fiscal compact ha prodotto quello che vediamo. Come si concilia con il fiscal compact la piattaforma del candidato ministro del Lavoro di M5s, Pasquale Tridico?
Non si concilia proprio. Bertinotti, manca la sinistra.
E' così purtroppo. E' la prima volta che accade nella storia della Repubblica e le conseguenze sono enormi: la mancanza di un vero soggetto politico di sinistra colloca i bisogni sociali, le pulsioni, le speranze di una vasta parte di popolo fuori da una qualsiasi proiezione politica. Una sinistra politica vera attraverserebbe M5s e Lega svelando le loro contraddizioni. 
Da dove può venire una nuova sinistra?
Non da un'ennesima riedizione dei suoi vecchi confini politici, perché quel popolo si è decomposto. Può venire solo dall'esterno. Ma non parliamone ora, per favore. E' un altro capitolo».
* Fonte: Politica
Intervista di Federico Ferraù

lunedì 20 novembre 2017

BERTINOTTI E LE ELEZIONI: "LA SINISTRA SALTI IL GIRO"

[ 20 novembre 2017 ]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo un articolo su quanto detto da Bertinotti intervenendo a Radio Cusano Campus. QUI l'audio dell'intervista intera.


«L’ipotesi di astenersi dal partecipare alle prossime elezioni politiche da parte delle sinistre è una tendenza necessariamente minoritaria perché l’attrazione elettorale su quel che resta della democrazia è un principio di autoconservazione. Vogliono sopravvivere nel residuo che ancora vota. Saltare un giro sarebbe una manifestazione di grande coraggio politico intellettuale, vale a dire: siamo stati sconfitti in questa vicenda storica, ci ricostruiamo nel rapporto con il popolo e la società».

Quello di Bertinotti è un sasso che fa male e che fotografa impietosamente lo stato della sinistra esterna al Pd. Aggiunge l’ex segretario di Rifondazione comunista:
«Riconosco tuttavia che questa suggestione è di difficilissima attuazione per le forze attualmente in campo».
Del resto, in previsione di riunioni-fiume sulla formazione della possibile lista unitaria della sinistra egemonizzata da gruppi e lobby, hanno gettato la spugna – per ora – finanche Anna Falcone e Tomaso Montanari, garanti dall’assemblea del Brancaccio in avanti di un “processo realmente democratico e partecipato dal basso”. Le previsioni realistiche prevedono intanto un sei-sette per cento di voti, se si riuniranno insieme Sinistra italiana, Mdp e Possibile. Il che equivale a una trentina di seggi, se va bene, alla camera e una ventina al senato.

Non ci vuol tanto a immaginare come non sia facile decidere le candidature e distribuire quelle eleggibili equamente tra le varie componenti in base a rapporti di forza per altro immaginari. Il tavolo elettorale sarà quindi arroventato, forse simile a un ring. Sono inoltre iniziate le polemiche incrociate. Rifondazione comunista, insieme ad alcuni centri sociali, ha per esempio autoconvocato domenica scorsa un’assemblea a Roma per prendere le distanze da una presunta subalternità degli altri potenziali partner ai rapporti con il Pd [in verità l'assemblea svoltasi al teatro Italia in Roma è stata promossa dai napoletani dell'ex- O.P.G., NdR]. Il bersaglio polemico è Sinistra italiana, che sarebbe troppo succube del duo D’Alema-Bersani e delle loro speranze di rifare il centrosinistra una volta ottenuta la testa di Renzi (le parole “nuovo centrosinistra” piacciono solo agli ex Pd).

Al di là degli antipatici tiri alla fune tra gruppi e gruppetti, ci sono poi a sinistra problemi squisitamente politici a cui pure accenna Bertinotti nella sua esternazione. Per “saltare un giro” ci vorrebbero infatti coraggio politico e forte determinazione, insieme a una diffusa campagna d’opinione sulla democrazia dimezzata di cui la nuova legge elettorale è solo l’ultimo sintomo.

La sinistra, per seguire le indicazioni bertinottiane, dovrebbe saper attraversare il deserto fatto anche di scarse o nulle risorse finanziarie, oltre che di mancata rappresentanza istituzionale. Dovrebbe cambiare priorità, puntando innanzitutto a ricostruire pensieri lunghi, cultura politica, pratiche e insediamento sociale scommettendo sulla breve durata della prossima legislatura per riaprire i giochi in tempi politici e tornare in azione.
Bertinotti conclude però sconsolato e pessimista la sua esternazione:

«È facile dirla così per uno come me che si è scelto una collocazione esterna alla politica politicante. Capisco che è più difficile per chi ha dentro e di fronte a sé un istinto di conservazione, però vorrei insistere su questo punto dell’istinto di conservazione perché oggi in Europa è una scelta suicida, ha un’apparenza di realismo ma in fondo è suicida».
Questa volta il pensionato Fausto ha ragione?»

* Fonte: ITALY, 19 novembre

sabato 29 aprile 2017

ALITALIA: PERCHÉ SI DEVE NAZIONALIZZARE di Fausto Bertinotti

[ 29 aprile 2017 ]

Si è detto che una grande banca non può fallire. Se ciò è valido per le banche a maggior ragione è vero per Alitalia. 

Bertinotti: «Si dice ora che l'Alitalia sia un bene strategico. Se è così, l'intervento pubblico, fino alla nazionalizzazione, dovrebbe essere una scelta obbligata».

Pagina di Solidarietà coi lavoratori Alitalia, fatela conoscere!


La vicenda Alitalia suggerisce una premessa e l’affermazione di due verità tanto forti quanto negate dalla politica corrente.

La premessa, sebbene oggi blasfema, è che per capire qualcosa di quel che sta accadendo nell’economia e nella società, bisogna stare, in ogni conflitto sociale che si apre, con i lavoratori o almeno dalla loro parte.

Le due verità negate riguardano due diversi rapporti sociali. Il primo è quello tra Stato e impresa, il secondo è quello tra lavoratori e sindacati. 

Questo è il tempo della crisi nella e della globalizzazione capitalista, sicché può capitare, e capita spesso che grandi imprese, siano esse banche o industrie o servizi, entrano a loro volta in crisi, sia per ragioni endogene che esogene. Tutti i casi fin qui accumulatisi hanno dimostrato che senza l'intervento pubblico non c'è salvezza. Tanto che per le banche, visto che le conseguenze di un loro crollo non riguarderebbe solo la vita dei lavoratori, bensì le sorti dell'economia, si é teorizzato che una grande banca non può fallire. E c'è chi non si è scordato del perché e del come da noi in Italia è nata l'IRI e che cosa essa è stata nella ricostruzione del Paese. 

Si dice ora che l'Alitalia sia un bene strategico. Se è così, l'intervento pubblico, fino alla nazionalizzazione, dovrebbe essere una scelta obbligata. 

La seconda verità riguarda il rapporto tra i lavoratori e il sindacato. Questa seconda verità è scandalosamente elementare. Il sindacato è un soggetto negoziale, contrattuale. Per poterlo essere deve organizzare e rappresentare i lavoratori. Quando negozia dovrebbe avere un mandato dei lavoratori per poterlo fare. Se non lo fa, l'Alitalia è un caso ma non un'eccezione, esso diventa come la rana della favola che si vuole fare mucca e scoppia (prima o poi). Non c'è istituzionalizzazione del sindacato che tenga; non c'è controparte, aziendale o governativa, che tenga e che possa sostituire il consenso dei lavoratori. La verità prima o poi viene a galla. Se é stata a lungo ignorata, lo viene drammaticamente. 

Nel caso dell'Alitalia poi, il sindacato non è riuscito neppure a costruire la partecipazione al referendum con le assemblee e con la discussione con lavoratori interessati. Resta così solo ad aleggiare sulla loro scelta il ricatto: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra. È il ricatto occupazionale. 

Una volta che i lavoratori trovano la forza di respingere il ricatto, il re diventa nudo. Solo che è proprio questo punto che dovrebbe cominciare il difficilissimo discorso da svolgere sul lavoro e sull'impresa in questa fase dello sviluppo capitalistico. Ma é proprio quello che fin qui si è evitato preferendogli il ricatto occupazionale al fine di accettare e di far accettare come ineluttabile una realtà sociale che non lo è o che, almeno, potrebbe non esserlo.

* Fonte: IL DUBBIO del 28 aprile 2017




sabato 22 aprile 2017

BERTINOTTI, FASSINA e FORMENTI A FOLIGNO di P101

Da sinistra: Castangia, Zuccarini, Formenti, Bertinotti e Fassina
[ 22 aprile ]

Si è svolto giovedì 20 aprile a Foligno, come previsto, l'incontro «ROSSO DI SERA: un futuro di sinistra o una sinistra senza futuro?»
Dopo i saluti del vice-sindaco di Foligno Rita Barbetti, e il discorso di apertura dei lavori da parte di Claudia Castangia (P101), sono intervenuti: Fausto Bertinotti, Stefano Fassina e Carlo Formenti.
Ha moderato Giacomo Zuccarini (P101)

Qui la registrazione videofilmata dell'incontro.
Più sotto il testo dell'intervento di Claudia Castangia


SERVIREBBE UNA SINISTRA POPULISTA
di Claudia Castangia

Buonasera a tutti e grazie per essere venuti,

Stasera, insieme ai nostri ospiti, cercheremo di dare risposta alla domanda se c’è un futuro per la sinistra in Italia.

Bertinotti e Formenti nel libro-intervista “rosso di sera” ci dicono che la sinistra è morta, e citando Luciano Gallino, che il conflitto di classe non è più tra destra e sinistra, ma tra l’alto ed il basso della società.

I partiti che erano di sinistra hanno fatto propri i valori e gli interessi delle classi dominanti, della finanza e di istituzioni sovrannazionali non democratiche.
Claudia Castangia (P101)


Noi di P101 condividiamo questa analisi ed infatti pensiamo che la sinistra è morta.

E’ morta quando ha rinunciato alla difesa degli interessi popolari, quando ha abbracciato le idee cosmopolitiche delle élite dominanti, quando ha accettato il mito dell’europeismo e del politicamente corretto, quando ha fatto suoi la concezione neoliberista ed il dogma della modernizzazione ad ogni costo. La sinistra è morta quando ha accettato di lanciare l’anatema contro il populismo, lasciando quindi campo libero alle destre.

Non si può aprioristicamente classificare il populismo secondo le vecchie categorie politiche; occorre prendere atto che esso incarna anche l’opposizione di chi sta in basso contro chi sta in alto.

Le diverse esperienze latino americane ed anche europee ci dimostrano che è possibile innestare sul corpo di un movimento di protesta sociale, una testa politica di sinistra, che tuttavia non esibisce con superbia questa sua identità.

Un altro esempio emblematico di grande attualità, visto che domenica si vota in Francia per le elezioni presidenziali, è la “Francia ribelle” di Melechon.

Nei sondaggi è dato quasi al 20% ed alcuni opinionisti sostengono che potrebbe andare al ballottaggio con la Le Pen.

Com’è stato possibile?

Possiamo capirlo focalizzandoci su alcuni punti del suo programma economico, sociale e politico, a causa dei quali è considerato antisistemico ed antieuro.

Melenchon non si limita, come fanno tutte le sinistre cosiddette radicali, a farsi paladino degli interessi, dei bisogni e dei diritti del popolo lavoratore.

Egli spiega in concreto come è possibile difenderli ed è netto nel dire che essi sono incompatibili con l’Unione Europea.

Vediamo in pratica le misure che prenderebbe Melenchon se fosse eletto presidente:

anzitutto porrebbe fine al sistema presidenzialistico, in favore di un sistema parlamentare effettivamente democratico.

Per quanto riguarda le misure economico sociali, egli chiede contestualmente alla modifica dei trattati europei, di: cessare i contributi della Francia al budget dell’Unione Europea; di nazionalizzare la banca centrale; di riprendere il controllo pubblico della politica del credito e delle banche; di ristabilire il controllo delle frontiere e quello sul movimento dei capitali e delle merci.

Qualora i tentativi di riforme interne si rivelassero vani, Melenchon propone di attuare il cosiddetto Plan B, cioè concordare insieme agli altri paesi europei lo smantellamento dell’eurozona; nel caso questo accordo non fosse possibile, non esita a dire che la Francia ha pieno diritto a riprendersi la sua sovranità, nazionale politica e monetaria.

Come si può ben vedere non lascia alla Le Pen la difesa della sovranità del popolo francese.

Ha scritto Pablo Iglesias, cito testualmente: “Già dal 2012 Melechon ruppe con i tabu della sinistra, parlando di patria, mostrando pubblicamente ammirazione per i processi di recupero di sovranità in America Latina ed assumendo una postura politicamente scorretta.”

“Francia ribelle” e Podemos in Spagna dimostrano che la sinistra avanza e contrasta i populismi di destra se adotta una posizione non solo democratica, ma patriottica.

Tornando al nostro paese.

E’ chiaro a tutti che esso vive una crisi drammatica e che questo dipende anche dal fatto che le classi dominanti hanno ceduto all’eurogermania pezzi decisivi di sovranità.

Se la sinistra agonizza, è perché è responsabile di aver fatto diventare il nostro paese un protettorato. Anche per questo serpeggia in seno al popolo italiano un senso di impotenza e rassegnazione. Il malcontento è generale ma per ora solo passivo.

Questo spiega anche il successo di un movimento come quello di Beppe Grillo che, con evidenti limiti, raccoglie la volontà di cambiamento di tanti italiani, che si augurano che un governo a 5 stelle cambi radicalmente lo stato di cose presenti.

Ma un vero cambiamento non si realizza soltanto mettendo al governo un partito piuttosto che un altro, richiede il risveglio e la partecipazione diretta del popolo, unico titolare, come afferma la nostra Costituzione, della sovranità politica.

Mi sia permesso di citare il qui presente onorevole Bertinotti “Penso che questo sistema dall’interno sia irriformabile, se ne esce solo con una rivolta popolare”.

Servirebbe una sinistra populista

1.che sappia entrare in connessione sentimentale con il popolo,

2. che cessi di essere intellettualistica ed elitaria

3. che tagli il cordone ombelicale che la lega alla casta neoliberista

4. che rompa con dogmi e sogni che non hanno aderenza alla realtà.

Potremo cambiare davvero il nostro paese solo se avremo una sinistra che diventi il lievito di un blocco sociale e politico patriottico che faccia della Costituzione la sua base ideale e programmatica.

Buon lavoro a tutti.

martedì 18 aprile 2017

IL PAPA È DI SINISTRA? di Piemme

[ 18 aprile ]«Se faccio la carità a un povero mi chiamano santo, se cerco le cause della povertà mi chiamano comunista».

Queste evocative e significative parole di Papa Francesco sono quelle che han fatto dire a Bertinotti «..a me, marxista di lungo corso, oggi non pare che ci siano cose più interessanti di quelle che dice Papa Francesco, nel desolante panorama politico europeo».

Parole, queste ultime, che hanno suscitato non solo scalpore ma riprovazione da parte di tanti sinistrati. Parole condivise tuttavia da chi non ha più alcuna "ditta" da difendere. Un altro caso è quello di Tomaso Montanari.

Io francamente non sono stupito, nè tantomeno me la sento di lanciare contro Bertinotti alcuna scomunica. E' certo che se per "sinistra" intendiamo anzitutto una radicale posizione etico-morale di attacco alle diseguaglianze sociali e al capitalismo realmente esistente, Bergoglio sta più a sinistra di tanti esponenti che si dicono di sinistra. La critica morale di Bergoglio al neoliberismo è frontale, senza appello.

C'è un problema, e il problema si chiama "politica", dove per politica intendo un pensiero ed una prassi tesi a cambiare l'ordine di cose esistenti. Fare politica implica quindi avere non solo una visione del mondo, ma un programma economico e sociale che indichi con quali mezzi e con chi trasformare la società.
Qui casca l'asino di certo cattolicesimo sociale ufficiale. L'astrattezza politica è pari alla radicalità dell'indignazione morale. Ove l'astrattezza maschera la connivenza coi poteri forti, e l'indulgenza politica verso il sistema che moralmente si biasima.

Ma con l'asino cattolico risultano stonati e sgrammaticati, non ce ne vogliano Bertinotti e Montanari, anche apprezzamenti tardivi come i loro.

Perché? Perché, se è vero che ogni proposta politica si appoggia su una base morale, la Politica va ben oltre la morale o, per dirla con Hegel, che in questo seguiva il Macchiavelli, mentre la morale attiene alla sfera personale, la Politica è eticità, riguarda la sfera sociale e statuale. In altre parole è la politica che da corpo e sangue alla morale, non viceversa. Priva di una visione politica la morale è impotente. Senza una conseguente prassi politica anche la morale più caritatevole diventa l'alibi dei furfanti. Come dice l'adagio: l'inferno è lastricato di buone intenzioni.

Non voglio sfuggire alla domanda. Il Papa è di sinistra?
Certo che sì, se consideriamo che di sinistra oggigiorno non ce n'è solo una ma ce ne sono almeno due. C'è una sinistra cosmopolitica che considera salvifica la globalizzazione (a dispetto di quelle che considera mere storture nella sua applicazione) e fa gli scongiuri contro gli stati nazionali. Il Papa è il vero capofila di questa sinistra cosmo-internazionalista e globalista. C'è poi un'altra sinistra, la sinistra patriottica e sovranista che in quanto mette la politica al primo posto, sostiene la de-globalizzazione e il recupero della sovranità nazionale. 

Di questa dicotomia le élite mondialiste, i dominanti, se ne sono accorti da tempo, e temono, ancor più che i revanchismi reazionari, l'avanzata dalle sinistre sovraniste. Pensate un po' che se n'è accorto anche un quotidiano pesudo-comunista come il manifesto —vedi l'editoriale di ieri, foto sopra. 

Meglio tardi che mai, anche se la scoperta puzza di opportunismo lontano un chilometro (dovranno pur spiegare come mai, mentre in Italia le "sinistra radicali" sono in coma, in Francia avanza Mélenchon).



mercoledì 12 aprile 2017

ROSSO DI SERA: un futuro di sinistra o una sinistra senza futuro?

[ 12 APRILE ]

ROSSO DI SERA

un futuro di sinistra
o una sinistra senza futuro?






In un momento di crisi drammatica per il nostro paese, la sinistra sembra scomparsa ed i suoi militanti in preda ad un vero e proprio smarrimento esistenziale.

Serpeggia in seno al popolo italiano, un senso di impotenza e di rassegnazione.

Nonostante i tanti segnali di malcontento e di protesta, il sistema sembra impermeabile e chi comanda è sordo alle istanze di cambiamento e di giustizia sociale.

E’ tuttavia nell’aria che siamo alle porte di una svolta politica.

I partiti di destra e di sinistra che ci hanno governato negli ultimi decenni sono al tramonto, mentre emergono nuovi movimenti politici, come il Movimento 5 stelle, verso cui si riversano le speranze di tanti cittadini.

Sarà possibile realizzare le grandi trasformazioni di cui il nostro Paese ha bisogno, rispettando le regole di questo sistema e restando nella gabbia dell’Unione Europea, senza rompere con un neoliberismo che si è rivelato incompatibile con la democrazia?

Un vero cambiamento non si realizza solo mettendo al governo un partito al posto di un altro, richiede il risveglio e la partecipazione diretta del popolo, unico titolare, come afferma la nostra Costituzione, della sovranità politica.

Ciò che resta della sinistra non sembra aver capito la lezione, resta ancorata a politiche, dogmi e sogni che non hanno aderenza alla realtà.

Di questo discuteremo giovedì aprile alle ore 21:00 nella Sala rossa di palazzo Trinci di Foligno con 


Fausto Bertinotti 
Stefano Fassina
Carlo Formenti

Promuove

www.programma101.org
sollevazione.blogspot.it
p101@programma101.org



lunedì 24 ottobre 2016

REFERENDUM: LA SINISTRA CHE NON C'È di Fausto Bertinotti

[ 24 ottobre ]
«L'avversario politico principale del fronte del No è, dunque, il partito del centrosinistra, oggi il partito di Renzi. Non è che manchino del tutto nel dibattito tra le forze del No, le voci che fanno vivere una critica da sinistra alla riforma costituzionale proposta, ma esse non configurano un polo attrattivo, non sono in grado di far vivere un discorso politico così connotato»

Ci vorrebbe, un polo di sinistra in questa strana battaglia referendaria. Ci vorrebbe per proporre un punto di vista che è stato presente in tutta la storia politica del paese e che oggi rischia invece di uscire di scena. Ci vorrebbe, per restituire un senso alla contesa anche in quella parte della popolazione che altrimenti non lo può vivere. La composizione di uno schieramento ha sempre avuto, del resto, un peso significativo anche nelle vicende referendarie.

L'ha avuta persino nelle più importanti delle loro esperienze e nelle più originali, quelle sul divorzio e sull'aborto, quelle, cioè, inventate e meritatamente egemonizzate dai radicali di Pannella, Fortuna, Adele Faccio e dei loro compagni. Persino in esse la composizione politico sociale delle forze in campo ha avuto un peso nella mobilitazione popolare e nel risultato finale. Si pensi a quello avuto dallo stesso Pci, seppure con quella sua discutibile impostazione.

Figurarsi quanto la percezione di massa delle forze in campo possa pesare oggi, in un panorama sociale così disgregato, con una parte rilevante della popolazione impoverita ormai fuoriuscita dalla politica e con una sinistra politica inesistente o condannata all'irrilevanza. Né si può trascurare il fatto che è il partito del centrosinistra, con il sostegno di tutto il centro sinistra europeo e nord-americano ad essere il protagonista di questa sua riforma costituzionale sulla quale investe direttamente la sua stessa sorte. 

L'avversario politico principale del fronte del No è, dunque, il partito del centrosinistra, oggi il partito di Renzi. Non è che manchino del tutto nel dibattito tra le forze del No, le voci che fanno vivere una critica da sinistra alla riforma costituzionale proposta, ma esse non configurano un polo attrattivo, non sono in grado di far vivere un discorso politico così connotato.

Il tema, è ovvio, è quello del rapporto tra la democrazia e l'eguaglianza. So bene che esso vive nella Costituzione del '48 senza bisogno di essere aggettivato (socialista, di sinistra, o altro) e che, anzi, ne costituisce proprio l'ispirazione di fondo. Ma so anche che questa stessa ispirazione è stata culturalmente demolita nell'ultimo quarto di secolo, tanto da vederne smarrita l'evidenza nel paese reale. La Costituzione materiale ha fatto strame, nel contempo, delle conquiste sociali che il conflitto e la politica avevano realizzato su quella traccia. Così quel panorama è stato desertificato, tanto che oggi è assai difficile che la Costituzione possa, nella vita reale, essere associata al contratto di lavoro, al diritto allo studio, alla sanità pubblica, all'ambiente, alla qualità della vita. 
Il rapporto perduto andrebbe allora riconquistato al fine di dare credibilità a un qualsiasi discorso costituzionale.

Ma riconquistato da chi? Uno schieramento del No come quello oggi in campo non lo può fare, non lo sa fare, e di fatti, non lo fa. La causa non può essere rintracciata nella estrema diversità delle posizioni politiche in esso contenuto. Il problema dell'omogeneità delle forze riguarda solo quelle portatrici della proposta, non già i suoi oppositori che possono farlo, come è evidente, anche da posizioni opposte. Tuttavia quando questo fronte diventa indistinto, esso accumula un handicap molto serio. Bastano le foto di gruppo che siamo costretti a vedere a dirci quanto questo handicap sia pesante. 
Esso si riverbera direttamente sui contenuti, sulla piattaforma della lotta che, infatti, è scivolata sul terreno scelto dall'avversario, quello della personalizzazione del conflitto e del suo risucchio sul terreno politicista e istituzionalista.

E' proprio la questione fondamentale della contesa, quella racchiusa nel rapporto tra ordinamento costituzionale e costituzione materiale, che così esce di scena, e non c'è più chi la possa riportare al suo posto. Sarebbe, invece, questo il compito peculiare di una posizione di sinistra. Ci vorrebbe, appunto, allora un polo per farla vivere. Un fortunato slogan delle Cisl storica recitava: "Marciare divisi per colpire uniti". E' uno slogan che servirebbe oggi al fronte del No, anche per evitare che sia il "nemico a marciare alla tua testa". 

Ma un polo siffatto, cioè di dichiarato orientamento di sinistra, avrebbe una legittimità culturale su un tema come quello della riforma costituzionale? Per verificarlo bisognerebbe indagare la natura di alcune possibili ragioni di contrasto con il progetto del governo e vedere se esse, effettivamente, accetterebbero una tale caratterizzazione politica, quella di sinistra. E si potrebbe anche verificare se, in assenza di questa presenza, esse non siano destinate a scomparire dalla scena. La prima ragione dovrebbe riguardare la plausibilità stessa di una riforma costituzionale in questo nostro tempo. 
No, non c'è ne sono proprio le condizioni soggettive, non ci sono cioè le condizioni storiche perché questa strada possa essere intrapresa. Lo dimostrano anche i precedenti susseguitesi dagli anni 80 sino a noi. Introdurre nel dibattito il peso della storia, che è sempre sociale e politica insieme, diventa decisivo al fine di rivelare il segno dei tempi. 

Diceva Kelsen che una grande Costituzione si fa o quando un paese ha perso la guerra o quando un popolo ha vinto la rivoluzione. Non sono il caso nostro.

Chi sei tu per porre mano alla Costituzione proprio adesso? E' proprio in questo adesso che si consuma in tutta Europa una crisi di civiltà e il rovesciamento del conflitto di classe. Perciò le regole scritte oggi sono quelle dei pessimi vincitori nell'oggi. La seconda ragione potrebbe riguardare il da dove dovrebbe cominciare un discorso di riforma costituzionale nel caso, seppure insensato, vi si volesse porre mano. Chi volesse intraprendere oggi un cammino di riforma dovrebbe applicarsi non già a quella Costituzione repubblicana già sospesa e sovvertita nell'ultimo quarto di secolo, bensì alla costituzione materiale che ha riempito il corso sociale, politico, e istituzionale. Ne aveva piena coscienza un protagonista della storia dell'Italia del dopoguerra come Bruno Trentin che infatti nei già bui anni 90 scrive: 
«Rovescerei i tempi e i termini della ricerca sulle riforme istituzionali lavorando a un progetto davvero di "grande riforma" che cominci da una legislazione sui diritti individuali, da una nuova regolamentazione dei diritti collettivi, dalla definizione delle regole di rappresentanza che devono vincolare le associazioni volontarie (come il sindacato) per arrivare anche alle questioni istituzionali che riguardano il ruolo e la funzione dei partiti, che va oggi rivista attentamente, per risalire infine al funzionamento delle assemblee rappresentative locali e nazionali». 
Aver scelto il cammino opposto se non è rivelatore di una qualche propensione fascistizzante o tradizionalmente autoritaria è l'espressione di una adesione organica a quella tendenza neoautoritaria e concretamente oligarchica che l'avvento del capitalismo finanziario globale sta proponendo e realizzando nell'Europa intera.

La terza ragione investe, infine, il rapporto tra la democrazia e la tanto perseguita governabilità. Qui bisognerebbe saper sfidare il senso comune. Le assolutizzazioni della governabilità e della consorella stabilità politica costituiscono il retroterra di cultura politica della riforma proposta dal governo Renzi e approvata dal parlamento italiano. Ma sono proprio le assolutizzazioni della governabilità e della stabilità politica ad essere incompatibili con la democrazia e con la partecipazione democratica, il fatto che la governabilità e la stabilità siano diventate parti decisive della cultura istituzionale prevalente pressoché in tutto il campo delle forze politiche di centrosinistra come di centrodestra non riduce ma anzi aggrava la drammaticità della questione. 
Tra democrazia e governabilità bisogna scegliere e questo vale nel campo del No come in quello del Sì. Ci vorrebbe, davvero, un polo di sinistra in questa contesa referendaria!

giovedì 20 ottobre 2016

INTERVISTA A FAUSTO BERTINOTTI: “I Governi non servono più a niente. L’unica soluzione? La rivolta”

[ 20 ottobre]

Siamo tra coloro che più hanno criticato, nel corso dei vent'anni che ci lasciamo alle spalle, l'operato di Bertinotti. Quando noi dissentivamo a sinistra erano solo acclamazioni e servili peana. Oggi che Bertinotti ha il coraggio di dire cose giuste, è condannato, dai medesimi sinistrati che ieri lo portavano in un palmo di mano, all'ostracismo. Davvero importante e condivisibile questa intervista curata da Alessandro Franzi.

D. Presidente Bertinotti, cinque anni fa eravamo in una situazione in cui sembrava che tutto dovesse crollare, che tutto dovesse cambiare. E lei in quei giorni che seguirono la formazione del governo Monti parlava di golpe bianco. Ne è ancora convinto?

R. Assolutamente sì. Intendiamoci, non perché fossimo nel quadro che lei ha descritto, ma perché non esisteva la condizione dell'eccezione. In quel caso eravamo dentro una storia ordinaria, una storia di un quarto di secolo che ha un prima e un dopo. Questa grande storia, seconde me, è quella che investe l'Europa come parte di una riorganizzazione generale del mondo, dopo la sconfitta del movimento operaio. E l'Italia non è un'eccezione ma sta dentro la regola. Trovo, quindi, del tutto infondate le tesi sul caso italiano.
D. Possiamo dire banalmente che cinque anni fa i proverbiali nodi venivano al pettine...
R. Luciano Gallino lo ha chiamato rovesciamento del conflitto di classe, che ha preparato le basi sociali e politiche per l'avvento di una grande rivoluzione capitalistica, la globalizzazione. Questo cambia totalmente la scena, finisce il lungo dopoguerra e comincia un'altra storia in cui cambiano le condizioni sociali ed economiche, cambiano anche gli ordinamenti politici. E sostanzialmente comincia il declino della democrazia, perché il nuovo capitalismo finanziario si rivelerà incompatibile con la democrazia. E l'Italia è 'semplicemente' dentro questa scena.

D. Ma perché in Italia la scena è cambiata proprio in quel frangente del 2011?
R. In Italia è successo in quell'anno, negli altri Paesi è successo in altri momenti o succederà presto. Non accade in questi termini soltanto in Germania, perché la Germania in questa globalizzazione è l'unica economia mercantilista sulla scena europea ed è quindi l'unica che gode del privilegio della riorganizzazione. È solo una storia differenziata, ma tutti gli altri Paesi che non sono la Germania incorrono in casi come quello italiano. Quindi, succede che tu sia sull'orlo di una crisi precipitante ma che questa situazione non venga mai superata, perché non è possibile superarla a meno di una crisi che vedremo spuntare prossimamente ma non nel cielo della politica né nel cielo dell'economia. Se avviene, avviene nel conflitto fra il sociale e la politica e l'economia. Questa rivolta può anche essere strisciante, eh, può anche essere l'avvento dei populismi che stravolge l'ordine politico. Ma appunto viene da fuori, da un conflitto fra l'alto e il basso della società. Finché stai dentro il sistema non succede niente. E infatti non è ovviamente successo niente: eccolo lì il golpe bianco, l'eccezione che diventa la regola.

D. Allora si preferì investire di potere un governo tecnico al posto di quello guidato da Berlusconi, senza ricorrere al voto anticipato.
R. E perché allora non si va alle elezioni? Perché si teme l'instabilità. Siccome in quel momento c'è alla testa del Paese un signore che di politica se ne intende, lui costruisce la soluzione del caso. E come la costruisce? Sospendendo le regole.

D. Lei parla del presidente Napolitano, immagino.
R. Sì, sì. Lui, un uomo di grande esperienza politica, da tempo ha come suo pensiero fondamentale la stabilità politica come condizione per tutto. E, ritenendo a rischio questa stabilità in caso di elezioni, s'inventa questa soluzione Monti. Il tutto avviene di fronte a cose molto inusitate, a partire dal fatto che l'ordinamento internazionale pensa, allora, che la situazione così in Italia non sia più praticabile e svolge una pressione, che l'Europa esercita in maniera dirompente attraverso gli strumenti di cui dispone, che sono gli strumenti di controllo di bilancio. A quel punto il presidente della Repubblica sceglie una scorciatoia, decide il presidente del Consiglio e il Governo, ancora prima del dibattito parlamentare, attraverso un'altra cosa assolutamente inusuale: la nomina a senatore a vita di quello che sarà poi il capo del Governo, per fare vedere a coloro che lo stanno guardando con interesse che sta andando in una certa direzione. Per questo dico che l'eccezione diventa la regola, perché questa condizione oligarchica è arrivata fino a noi. Ciò che appare è diverso da ciò che è reale, perché pur rimanendo in piedi il quadro istituzionale è stato svuotato. Ormai, per dirne una, non è il Parlamento che sceglie il Governo, ma il Governo che sceglie il Parlamento.

D. Allora qualcuno si poteva opporre a questa prospettiva?
R. Certo che sì.

D. Eppure le principali forze parlamentari - parliamo del Pd e del Pdl - votarono la fiducia a Monti.
R. Quelli che si potevano opporre sono appunto quelli che poi sono stati cooptati dentro questo sistema, fino ad oggi. Parlo sostanzialmente del centrosinistra, di cui io non ho mai fatto parte, tenendo anzi a distinguermi strategicamente anche quando abbiamo sostenuto dei governi. Il centrosinistra arrivava nel 2011 logoratissimo, avendo perso l'aureola del riformismo in tutta Europa e in particolare in Italia dopo i due governi Prodi. Il centrosinistra non poteva ribellarsi, perché esso stesso è costruito dentro questa cultura della stabilità e della continuità. Non poteva opporsi a Napolitano, malgrado degli elementi di frizione, avendo perso la cultura politica per opporsi e dire: 'rischiamo la stabilità per valorizzare la democrazia'. E' una frase elementare, perché la democrazia comporta il rischio dell'instabilità, ma il centrosinistra non è stato più in grado di pronunciarla perché dall'avvento della globalizzazione in poi si è considerato lo schieramento più adeguato per governare la globalizzazione. Dall'altra parte, invece, l'opposizione della destra era sgrammaticata: avevano sostenuto il primato del governo e tutte le forme neo-autoritarie che si possono fare, come facevano a dire di no?.

D. Uno dei cambiamenti politici ereditati dall'ultima stagione dei tecnici è anche l'aver annacquato proprio i confini fra centrosinistra e centrodestra. Prima la maggioranza allargata con Monti, poi con Enrico Letta. Anche Renzi ha iniziato il suo mandato collaborando con Berlusconi.
R. Ma questo annacquamento come lo chiama lei era iniziato anche prima, quando è venuto meno l'ultimo spartiacque, che non è il crinale destra-sinistra ma Berlusconi-anti-Berlusconi. La sconfitta del berlusconismo avviene prima dell'arrivo del governo Monti. Ed è lì che comincia la scomparsa della polarizzazione, essendo il centrodestra privo dell'unica sua forza, Berlusconi appunto.

D. Se si fosse votato allora, cinque anni dopo il nostro quadro politico come sarebbe?
R. Chi lo sa. Pensandoci, credo che non sarebbe successo nulla di così diverso, perché appunto il corso dei processi storici è duro. Sono cadute le grandi ideologie e non siamo più in grado di leggere la storia politicamente. Siamo ridicolmente legati alle mosse tattiche di questo o di quel dirigente politico, così può succedere la Brexit senza che sia prevista o può succedere che domani in Francia la Le Pen diventi il primo partito e ce ne stupiremo. Diciamo che sicuramente chi ha compiuto l'operazione Monti ha sopravvalutato il pericolo dell'instabilità. Pensiamo al momento in cui Monti ha iniziato a traballare: non è che è tornato il primato della politica. No, a illustrare bene il quadro è stato uno degli uomini più intelligenti che frequentano l'Europa, forse il più autorevole. Parlo di Mario Draghi, che quando vide che Monti stava andando in crisi e scorse una turbolenza dei mercati, dichiarò (ai mercati veri sovrani, non ai politici): nessun problema, perché se c'è un elemento di instabilità nei governi noi 'innestiamo il pilota automatico'. Testuale.

D. E che cosa se ne deduce?
R. Che ormai si vedono Paesi governati senza governi. Cioè, tutto questo affanno della politica sulla governabilità, oltre che minaccioso per la democrazia, è anche grottesco. Perché la stabilità, ammesso che poi la si realizzi, dipende da altri.
D. Facciamo una mappa di questi altri.
R. La Bce, le forze economiche e finanziarie trainanti, la Commissione europea come presidio sacerdotale di questa costruzione, la famosa Troika. Il caso Grecia è del resto emblematico.

D. Possiamo dire che quel passaggio del 2011 ha lasciato i cittadini italiani senza la consapevolezza di questi cambiamenti profondi di cui ha parlato, non avendo avuto alcun modo di prendervi parte?
R. Sì, come tanti altri fattori. Come il governo delle larghe intese, appunto. Ma anche come, molto più di tutto questo, la proposta di riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare, insieme alla revisione della legge elettorale.

D. Appunto, lei ha da poco annunciato che voterà al referendum del 4 dicembre. Perché?
R. Perché è la continuità. Vede, tutti gli avvenimenti di cui abbiamo parlato finora si presentano come lo snodarsi del cannocchiale: c'è sempre un dopo che è lo sviluppo in peggio del prima. Non è un salto, purtroppo. Il salto sarebbe l'uscita da queste condizioni. E' tutta questa idea che si chiama governabilità, l'idea secondo cui nell'impossibilità di governare con il consenso, quindi con la democrazia, si costruisce un artifizio attraverso il quale si può governare senza il consenso. Questo artifizio può essere fatto con una mossa del principe come nel 2011, con un sistema elettorale o con un combinato disposto, come lo chiamano adesso, fra riforma costituzionale e legge elettorale. Ma sono tutte varianti di tecnicalità politiche per realizzare sempre lo stesso obiettivo. Quello che va detto, da allora ad oggi, è che questo obiettivo non riesce. Lo vediamo, siamo in una condizione di perenne instabilità. I partiti si scompongono. E persino un astro nascente come Renzi, che doveva in qualche modo essere l'inizio della nuova era, quanto dura? Poco, pochisismo.

D. Presidente Bertinotti, insomma, come se ne esce secondo lei?
R. Con la rivolta.

D. Cioè i forconi?

R. Non intendo necessariamente con i forconi. La rivolta è anche la nascita in Grecia di Syriza. Si dice che Syriza non è riuscita? Va bene, ma lasciamo che si moltiplichino queste esperienze e vediamo. La rivolta è anche Podemos, la rivolta è anche Il Movimento 5 Stelle. La rivolta è tutto ciò che sta fuori dal recinto dell'ordinamento costituito ed è in formazione. Penso che questo sistema dall'interno sia irriformabile: come vede, cambiano i protagonisti ma la situazione è sempre uguale. Se uno non si fa abbagliare dall'apparenza, Monti e Renzi stanno in una linea di continuità, non di discontinuità. In apparenza Renzi è la rivincita della politica, in realtà la stessa riforma costituzionale dice invece che Renzi è interno alla costruzione di un sistema oligarchico. E' questo che Monti e Renzi hanno in comune. Poi, certo, è importante riconoscere che le forme con cui i due ci arrivano sono diverse.

D. Quindi come se ne esce?
R. Se ne esce puntando sui barbari, puntando cioè su coloro che sono fuori da questo sistema. La forma può essere solo quella della rivolta, non quella dell'alternativa politica, perché non ci sono più le alternative politiche. Basti vedere la fine dei partiti socialdemocratici. In genere si usciva da situazioni come quella attuale con l'alternanza: in Francia se ne va Sarkozy e arriva Hollande. Soltanto che quando è arrivato Hollande è stato come Sarkozy.
D.Accettando questa logica si accetta anche il rischio di partiti populisti al governo.

R. Ma certo che sì.
* Fonte: LINKIESTA

venerdì 12 agosto 2016

E BRAVO BERTINOTTI! di Emmezeta

[ 12 agosto ]

Ragazzi, questa sì che è una notizia! 
Bertinotti ne ha detta una giusta. Anzi, ben quattro cose giuste tutte insieme, in una breve intervista a la Repubblica. Una roba che non gli capitava da decenni. E dunque da annotare con piacere.

L'occasione è stata un po' casuale. Gliel'ha fornita Renzi che, ad una festa dell'Unità nel modenese, ha parlato di "Sindrome Bertinotti" come simbolo dell'instabilità delle coalizioni di governo. Ora, questa leggenda del Bertinotti che faceva saltare i governi è davvero una bufala coi fiocchi. Nel gennaio 2008, quando il governo Prodi cadde su iniziativa di Mastella, ma dopo essere stato già delegittimato dal neo-segretario piddino Veltroni, la colpa toccò curiosamente a Rifondazione Comunista, i cui parlamentari dopo essersi tranquillamente votati di tutto (incluso il finanziamento alla "missione" in Afghanistan) rimasero a fare la guardia dell'ormai vuoto bidone prodiano fino all'ultimo istante. Quasi commoventi.

Ma lasciamo perdere. La leggenda del Bertinotti sabotatore dei governi di centrosinistra - magari lo fosse stato! - fa comodo a troppi, ed è inevitabile che il più incallito tra i venditori di luoghi comuni attualmente sulla scena ne faccia uso senza ritegno.

Quel che invece dobbiamo rilevare sono le risposte di Bertinotti al suo intervistatore. Ben lungi dal difendersi dalle trite accuse renziane, sposta il discorso su questioni di sostanza.

Riportiamo queste tre risposte al giornalista Andrea Carugati.
«Renzi, citandola, paragona se stesso a Prodi. Condivide?"Lui rivendica l'eredità di quel centrosinistra, che effettivamente parte con Prodi e finisce con Renzi. Capisco che i nostalgici dell'Ulivo possano soffrire ma è la verità. C'è stata una involuzione? Non spetta a me dare giudizi, io dico che c'è continuità e non riguarda solo l'Italia. Vale per Manuel Valls, e per le altre socialdemocrazie che hanno subito una mutazione genetica".
Bersani non sarebbe d'accordo..."Chi ha governato la globalizzazione? Chi ha inventato i trattati di Maastricht? Chi ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione? L'unica critica fondata a Renzi, come a Valls, è di essere i gestori delle politiche di austerity elaborate dal capitalismo finanziario globale. Il centrosinistra degli anni Novanta è stato la culla delle politiche che Renzi attua oggi".
Se al referendum la minoranza dem vota no, Renzi rischia di finire come Prodi sotto i colpi di Rifondazione?"L'esito del referendum non dipende dalla manovre dentro il ceto politico. Ma dal rapporto tra "alto" e "basso" della società, come in Gran Bretagna. Per chi sta in basso, le forze che stanno in alto sono sostanzialmente omologate. Il No fonda le sue radici sul basso e per questo ha maggiori chance di successo..."».
Quali sono le quattro cose giuste in queste risposte?

La prima è l'affermazione sulla continuità del ventennio che va da Prodi a Renzi. La seconda è quella sul fatto che il centrosinistra, e non solo in Italia, è stata - ben più della destra - la parte politica responsabile della gestione delle politiche di austerità al servizio delle oligarchie finanziarie. La terza è che l'esito del referendum non dipende certo dal posizionamento della ridicola sinistra piddina, quanto piuttosto dalla rivolta popolare (il "basso") contro le élite (l'"alto). La quarta, meno esplicita ma pur sempre significativa, è il riferimento in qualche modo positivo alla Brexit.

Roba pesante come si vede. Che ben poco ha a che fare con l'attuale blaterare nel vuoto dei suoi confusi epigoni, sia nel campo falcemartellato di Rifondazione che in quello ancora più fumoso dei sellini.

Eh già, bel problema quello dell'eredità politica! Prendete, ad esempio, quel che ha combinato ieri alla Camera il sellino Sannicandro, che per giustificare la difesa degli stipendi dei parlamentari ha gridato che loro (i deputati) non appartengono mica «all'ultima categoria dei metalmeccanici»! Ci mancherebbe altro!...

Ecco, forse nel quadretto regalatoci dal parlamentare pugliese Sannicandro si capisce cosa sono l'alto e il basso, ma si capisce soprattutto dove tende a collocarsi con naturalezza la sinistra sinistrata. E poi ci si meraviglia se i ceti popolari guardano sempre più altrove, assimilando l'attuale "sinistra" alle èlite che ci hanno portato dove sappiamo.

Detto questo dobbiamo però tornare a Fausto Bertinotti. Le tesi sommariamente esposte nell'intervista sono da sottoscrivere. Ma se quel che è stato detto è giusto, troppe sono le cose non dette. Facciamola corta: se - testuale e pienamente condivisibile - «Il centrosinistra degli anni Novanta è stato la culla delle politiche che Renzi attua oggi», com'è possibile non accennare minimamente agli errori commessi?

Errori che vanno dal 1994-1996 - prima l'alleanza con Occhetto, poi la desistenza e quindi l'appoggio esterno al primo governo Prodi - al 2008, con la morte del governo e della maggioranza unionista che aveva portato il Nostro sullo scranno più alto di Montecitorio. Quattordici anni (14) e quattro legislature, in termini politici un'eternità.

Bene, su quei 14 anni da leader di Rifondazione Bertinotti tace. Eppure sono gli anni che hanno portato il partito di cui era segretario dall'essere una concreta speranza ad essere la certezza del nulla.

Chi scrive è convinto da sempre che se il Prc avesse scelto la rottura strategica con il centrosinistra già nel 1995 (governo Dini), quel partito sarebbe arrivato vivo e vegeto al decisivo appuntamento con le dinamiche sociali prodotte dalla crisi economica iniziata nel 2008. Le rotture, che pure ci sono state come nel 1998, hanno sempre avuto invece un carattere tattico, parziale e temporaneo; momenti transitori in cui si coltivava l'alleanza futura. E' arrivato così il 2006, che non poteva non portare con se la disfatta del 2008.

Su questo Bertinotti - che se non è l'unico responsabile del disastro, di certo è il più importante - tace. Eppure le conseguenze di quel posizionamento subalterno, ed in alcuni momenti financo servile nei confronti del centrosinistra, sono state semplicemente letali. Probabilmente l'ex segretario del Prc sa che se il suo partito avesse mantenuto in quegli anni la necessaria autonomia politica dal centrosinistra, molte sarebbero state le possibilità di raccogliere la spinta antisistemica che ha fatto invece emergere M5S.

Riconoscerlo non sarebbe male.

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