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mercoledì 25 ottobre 2017

IL SOCIALISMO? QUALE SOCIALISMO? di Sergio Cesaratto

[ 25 ottobre 2017 ]
Un'interessante intervista di Sergio Cesaratto. Segnaliamo anzitutto la risposta alla terza domanda, dove Sergio sollecita una riflessione su quale potrebbe/dovrebbe essere un socialismo ragionevole e sostenibile. Giuste questioni. Intanto però vediamo di uscire dalla gabbia della Ue e dal marasma del capitalismo-casinò per evitare la catastrofe.


D. In queste settimane è in elaborazione e discussione la manovra finanziaria 2017, una manovra che si preannuncia in continuità con le politiche liberiste volte alla tutela delle imprese attraverso le decontribuzioni e la riduzione della tassazione sui profitti. Qual è il suo punto di vista?

R. Non ho francamente molto da dire sulla Legge Finanziaria che se non propone tagli massicci per non mortificare una ripresa già anemica, neppure si proietta a incentivarla. Il sostegno all’occupazione a tempo indeterminato aiuta sì questo tipo di contratti, come si è visto nel 2015-16, ma cosa accadrà poi al termine della decontribuzione? Si pongono poi discrimini per età che sono francamente ingiusti: come se avere 36 anni fosse meglio di averne 35, e 35 meglio di 29.
Van bene i sostegni a favore dell’innovazione —la sinistra non deve opporsi al progresso tecnologico— ma che si monitori l’uso del fondi. A fronte del mantenimento del ridicolo bonus ai diciottenni o al sostegno ai vivai calcistici si lesina nelle assunzioni nella ricerca (e si perpetua una ingiustizia verso i professori universitari). La conferma del prolungamento dell’età lavorativa a età avanzate (67 anni lo sono) è una vera tortura per chi aveva l’aspettativa di un po’ di anni di riposo in salute. Mai dimenticare che l’alto peso del sistema pensionistico sul Pil in Italia dipende dalla debole base occupazionale, non tanto (o non solo) dall’invecchiamento. E ci sono milioni di giovani italiani a spasso. E certo che non fanno figli!
Il contesto europeo è ahinoi un po’ questo, e gli spazi di politica fiscale limitati. Nel futuro potrebbe andar peggio se il nuovo governo tedesco riuscisse a fare la voce grossa a Bruxelles sul rigore fiscale. O forse non la farà perché ci getterebbero nel baratro. Continueranno a farci campare alla giornata. E non sappiamo come sarà la nuova BCE a guida tedesca. Certo i tassi saliranno, e con essi il costo del debito pubblico.


D. A fine anno, in un silenzio politico e mediatico totale, il Parlamento sarà chiamato alla ratifica del Fiscal Compact, il trattato fiscale che ha assunto una natura persino simbolica delle politiche di austerity della UE contro la sovranità economica e politica degli Stati. Intanto, la UE si prepara ad un consolidamento politico e giuridico delle asimmetrie economiche su cui si fonda: la cosiddetta “Europa  a due velocità”. Qual è il progetto a cui tendono le classi dominanti europee ed, in particolare, quella egemone, cioè quella tedesca?

D. Secondo molti l’iscrizione del Fiscal compact nei Trattati non cambierebbe molto. In effetti la legislazione fiscale europea è una giungla che come docente di economia europea trovo difficile a districare. L’ennesimo esempio dell’anti-democraticità dell’Europa: questa risulta incomprensibile al semplice cittadino. I medesimi vincoli fiscali sono dunque ripetuti da più parti in varie salse, per cui una volta di più una meno… Dovremmo naturalmente approfondire, ma la sinistra è occupata, come è ben noto, in chiacchiere elettoralistiche o nell’assemblearismo alla Falcone/Montanari con gli over 60. Circa l’Europa a due velocità non si è mai ben capito di cosa consista. Una rafforzata alleanza franco-tedesca? Chi comanderebbe è chiaro. Oppure un gruppo di testa con una rafforzata governance tedesca? E l’Italia dove la vorranno collocare?
I progetti tedeschi di riforma dell’eurozona sono nella direzione di una definitiva sottrazione di sovranità fiscale ai paesi membri, in cambio di briciole come una parvenza di sussidi di disoccupazione europei (proposta invero francese) e di assicurazione sui depositi bancari sotto i 100 mila euro (in cambio le banche italiane dovrebbero rapidamente ricapitalizzarsi per tener conto dei crediti deteriorati che possiedono, un salasso per le banche; e disfarsi dei titoli di Stato, un salasso per i titoli pubblici). Ma i liberali tedeschi ora rifiutano persino questi piatti di lenticchie offerti alla periferia. Probabilmente nei fatti la linea dura dei liberali non prevarrà, ma serva questo da monito a chi a sinistra vagheggia più Europa. Se va bene l’Europa continua così. Questi sinistresi sono persino meno realistici di Renzi.
Non so a cosa tenda la Germania, non sono bravo negli scenari. Di certo i tedeschi si tengono stretto il proprio modello. Sono un società ben organizzata e non vogliono annacquarla con il vino di cattiva qualità del sud europeo. Se fossi in loro farei lo stesso. E perché mai dovremmo aspettarci solidarietà. Dovremmo piuttosto cominciare a badare a noi stessi. Di interessante c’è che con la coalizione Jamaica, la Merkel distribuirà una mancia a ciascuno dei partiti della compagine da spendere nel proprio bacino elettorale (tutto il mondo è paese). Ma non basterà certo a far uscire quel paese dalla austerità fiscale.

D. Nell’ambito del dibattito scientifico ed economico internazionale, molti osservatori rimarcano il rischio incombente di una nuova crisi finanziaria pronta ad esplodere, una crisi incubata ancora negli USA, frutto – si sostiene – delle politiche monetarie espansive e della mancata regolamentazione finanziaria da più parti invocata dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008. Quanto è concreto questo rischio?

R. Da come capisco Trump sta facendo marcia indietro sul quel po’ di regolazione dei mercati finanziari che era seguita alla crisi del 2007-8. D’altronde il capitalismo deve generare domanda aggregata da qualche parte. Se non lo fa con elevati salari diretti e indiretti (come nell’epoca keynesiana), o con le esportazioni (come fa la Germania), lo deve fare con l’indebitamento delle famiglie tramite credito al consumo, o con gli effetti ricchezza dalle bolle borsistiche, o con la spesa militare. E’ il capitalismo, bellezza! Questa non è stata né la prima né l’ultima crisi. A fronte di questo i compiti della sinistra sono enormi. Ma l’occasione del centenario della rivoluzione sta passando senza un minimo di riflessione. Sto tornando da una bella cittadina tedesca. Qui il cinema comunale ha una mesata di iniziative sull’anniversario. In Italia nulla, o quasi —di mio ho organizzato un paio di presentazioni di libri al casale Alba 2 a Roma con Giacché (5 novembre) e Rita di Leo (26 novembre). 
Eppure su un nuovo modello di sviluppo si dovrebbe tornare a ragionare. Il socialismo si è scontrato con molti problemi. Provo a citarne alcuni. Nel capitalismo la mano invisibile di Adam Smith, cioè il sistema dei prezzi, svolge una funzione di coordinamento delle decisioni di produzione, sebbene si sia rivelato non in grado di assicurare la piena occupazione e l’assenza di crisi. La pianificazione socialista è forse riuscita a evitare le crisi e assicurare la piena occupazione, ma a costo dell’efficienza economica. 
Come se ne esce? Possiamo andar oltre il modello socialdemocratico nordico —il modello più di successo che conosciamo, ma che non ha certo abolito il capitalismo? La piena occupazione, nel capitalismo come nel socialismo porta al rifiuto del lavoro. La maggior parte delle occupazioni sono alienanti (se non peggio). Se il posto di lavoro è sicuro la gente non lavora. Come se ne esce? 
E, infine, possiamo abolire le gerarchie? Assieme ai prezzi, le relazioni gerarchiche sono un mezzo per gestire flussi complessi di informazioni, e soffrono esse stesse di inefficienze. Nel capitalismo queste sono tenute sotto controllo dal mercato (chi è inefficiente chiude), e nel socialismo? Danno e beffa: gerarchie e per giunta inefficienti! Controllo democratico, mi direte: ma anche questo è lento e inefficiente. Su tutto questo si deve ragionare. Eppure è un dibattito antico, che partì nel 1908 quando un economista italiano (un grande marginalista), Enrico Barone, argomentò che il socialismo non poteva che funzionare come imitazione burocratica del mercato capitalista. Hayek argomentò più tardi che, allora, il mercato sarebbe stato più efficiente dell’imitazione. E poi c’è il presunto socialismo cinese su cui ragionare… Dov’è la sinistra?

giovedì 5 gennaio 2017

IL MANIFESTO DELLA MEGLIO SINISTRA EUROPEA

[ 5 gennaio ]

Il Manifesto che pubblichiamo, netto nella critica puntuale all'euro e all'Unione europea e nell'indicare il ritorno alle sovranità monetarie e politiche degli stati nazionali, è il frutto migliore di quell'area politica che viene identificata come "PIANO B". 

Un'area composita, quella del "PIANO B", tutt'altro che un blocco unitario. 
Essa include infatti tre componenti. 
Da una parte le sinistre che si illudono di potere riformare l'Unione europea dall'interno e non chiedono lo smantellamento della moneta unica (vedi Varoufakis, Podemos in Spagna, in Italia il Prc e Sel). 
Dall'altra c'è la componente che ritiene necessario e urgente il superamento dell'euro e il ritorno degli stati nazionali alla loro sovranità monetaria, senza escludere la permanenza nella Ue (vedi Lafontaine in Germania, tutte le sinistre scandinave, Melanchon in Francia). 
Infine il settore più radicale, composto da quelle sinistre che assieme alla fuoriuscita dalla Unione monetaria chiedono la rottura con l'Unione europea.

Il Manifesto  —ideato da Costa Lapavitsas (EReNSEP)— viene dopo il III. Forum No euro di Chianciano Terme, l'incontro di Copenhagen e quello di Parigi, e raccoglie personalità della seconda e terza componente. Tra i firmatari italiani Stefano Fassina e Moreno Pasquinelli.


Cosa fare in Europa?
Costas Lapavitsas

Le proposte della Sinistra
Questi sono momenti critici per l'Europa. E' chiaro che l'Unione economica e monetaria ha irrevocabilmente fallito, le economie della periferia d'Europa sono in grave crisi, mentre quelle del nucleo centrale mancano di qualsiasi slancio. La moneta unica è diventata uno strumento della Germania per applicare il mercantilismo attraverso il dumping salariale e per dettare "riforme strutturali", che creano stagnazione economica, povertà e disoccupazione. La capitolazione di Syriza in Grecia ha dimostrato che sia la UE che la UEM sono i principali ostacoli per qualsiasi tentativo di modificare l’agenda neoliberista dominante in Europa. L’austerità, il neoliberismo e le politiche di libero scambio, insieme con il disprezzo delle istituzioni europee per i diritti fondamentali e la democrazia, hanno portato ad una crisi di legittimità senza precedenti nella UE.

Si prendano in considerazione i risultati degli ultimi tre referendum legati a questioni europee. In Grecia, il 5 luglio 2015, la grande maggioranza ha deciso di respingere le condizioni previste per il terzo piano di salvataggio proposto dalla Commissione europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca centrale europea. Nel Regno Unito, il 23 giugno 2016, la maggioranza ha scelto di lasciare l'Unione Europea, e ha chiesto che il processo di integrazione europea fosse interrotto. In Italia, il 4 dicembre 2016, la grande maggioranza ha respinto le riforme costituzionali antidemocratiche pro-mercato, nonostante il sostegno dichiarato e unanime da parte delle istituzioni europee, ciò che ha costretto il primo ministro pro-UE Matteo Renzi a dimettersi. Il rifiuto delle istituzioni europee non è mai stato più chiaro tra gli stati membri della UE.

La rabbia e l'indignazione sono in costante crescita in mezzo al popolo lavoratore europeo. Purtroppo, almeno fino ad oggi, ne hanno tratto beneficio la xenofobia, la destra radicale, addirittura il neo-fascismo. La Sinistra Europea sta pagando a caro prezzo sia la sua maldestra adesione alla UEM, che il tabù della rottura con il quadro della governance della UE, tra cui la modalità neoliberale di integrazione degli Stati membri. Se il futuro dell'Europa non deve essere dominato dal neoliberismo e dalla destra radicale la risposta è di liberarsi, a livello locale, nazionale e internazionale, dalla gabbia di ferro delle politiche e dei trattati imposti dalle istituzioni europee.

Cosa dovrebbe fare la sinistra?

Sulla base delle proposte discusse nel corso della seconda conferenza internazionale di EReNSEP, e dopo l'ultimo vertice per un Piano B in Europa, suggeriamo che ci sono, per le sinistre europee, tre obiettivi principali da perseguire, ora:

1. La priorità principale è quella di porre fine all’austerità e creare posti di lavoro di alta qualità. Questo dovrebbe essere il nucleo della politica economica della sinistra. Tuttavia non riusciremo a convincere la gente della nostra capacità di raggiungere questo obiettivo se non presentiamo una strategia concreta che consideri i grandi squilibri delle economie europee, creando il terreno per una trasformazione ecologica e democratica di industria e agricoltura. 
Non è possibile affrontare le esigenze sociali dei cittadini europei e le sfide ecologiche del continente senza una strategia chiara e realizzabile. Soprattutto sono necessari massicci investimenti pubblici per stimolare la domanda e riconquistare potere su imprese e banche. Questa sarà la base su cui ricostruire e ampliare il welfare affrontando le disuguaglianze di reddito e ricchezza. 

2. Politiche radicali implicano sovranità monetaria. La camicia di forza dei trattati europei, delle direttive e dei meccanismi della UEM sono stati costruiti per impedire qualsiasi strategia diversa da quella dell’austerità e della liberalizzazione. Per uscire dall'austerità è necessario riprendere il controllo democratico sulla creazione di moneta e le banche. Ogni governo di sinistra dovrebbe iniziare disobbedendo ai trattati europei e prepararsi a sostenere un confronto con le autorità europee, sviluppando una strategia economica integrata per la gestione del conflitto. La sinistra dovrebbe essere pronta a creare nuove valute e non dovrebbe avere paura di cancellare il debito pubblico quando tale cancellazione è politicamente legittima ed economicamente necessaria. Essa dovrebbe proporre la nazionalizzazione e la socializzazione delle banche, al fine di riprendere il controllo democratico dell'economia. La sinistra dovrebbe inoltre proporre un nuovo quadro per il controllo dei flussi di capitale in Europa e per la gestione degli scambi, dei surplus commerciali e dei deficit tra i paesi europei. Questi sono passi perfettamente fattibili che la sinistra dovrebbe perseguire con fiducia. La chiave è quella di sviluppare una strategia che rompa con l’austerità e rafforzi la solidarietà tra i movimenti sociali e politici dei singoli paesi i quali, pur essendo radicati nel contesto nazionale di ciascun paese debbono proporre alternative globali. Se non siamo disposti a fare questi passi, sulla base delle realtà nazionali e sostenuti da un'alleanza delle forze di sinistra nei singoli paesi, liberarsi da austerità e neoliberismo sarebbe impossibile. 

3. Politiche economiche radicali sono inseparabili dalle rivendicazioni di sovranità popolare e democrazia. Le istituzioni dell'Unione europea non sono mai state democratiche e non sono mai state concepite per servire i popoli d'Europa. Fanno parte di una macchina politica che è stata progettata per realizzare un ordine economico che favorisce le multinazionali, la privatizzazione sistematica dei servizi e altri beni pubblici, per l'erosione del welfare. Il regime di libero scambio neoliberista promosso dall'Unione Europea, rende impossibile qualsiasi sovranità popolare. E’ necessario rompere con gli accordi di libero scambio e i trattati che sono stati sviluppati e imposti ai paesi dell'Europa. Opporsi alla UEM rifiutando di applicare le direttive neoliberiste ed i trattati sono mezzi necessari per attuare politiche economiche progressiste e ristabilire il controllo democratico. Essi sono anche i passi necessari per sviluppare la nuova cooperazione politica di cui c’è bisogno in Europa, basata sulla giustizia sociale, la solidarietà internazionale, la democrazia e la sostenibilità ambientale. Dobbiamo sostenere l’avvio di processi costituenti per costruire autentici regimi politici democratici. Dobbiamo anche stimolare la mobilitazione e l’auto-organizzazione popolare.

Fosche nubi si addensano sull'Europa. C'è ancora tempo per la sinistra di plasmare la direzione degli eventi a condizione che ritrovi il suo coraggio politico. La sinistra deve rinnovare e affinare le sue proposte in materia di economia, società e politica. Si deve ricordare che la sua forza deriva dalla difesa della democrazia, della sovranità popolare, degli interessi dei lavoratori e degli oppressi. E deve prepararsi ad una rottura radicale con la camicia di forza neoliberista imposta dai trattati della UE e della UEM.

Firmatari:


Josep Maria Antentas (Professor of sociology at the Autonomous University of Barcelona, Spain)
Jeanne Chevalier (Parti de gauche, Spokesperson for economy, France)
Eric Coquerel (Parti de Gauche, Co-chair, France)
Alexis Cukier (Ensemble!, National board, France)
Fabio De Masi (MEP, Die Linke, Germany)
Sergi Cutillas (Economist at Ekona Research Center, Platform for a Citizen Audit of the Debt, Spain)
Cédric Durand (Senior Lecturer in economics, University Paris XIII, France)
Guillaume Etiévant (Parti de gauche, former Spokerperson for economy, France)
Stefano Fassina (MP and former Italian deputy minister finance, Sinistra Italiana, Italy)
Heiner Flassbeck (Honorary Professor of economics  at the University of Hamburg, Germany)
Constantinos Gavrielides (Regional councillor and member of the Economic Committee of the Region of Western Greece)
Marlène Grangé (Ensemble!, France)
Sabina Issehnane (Senior Lecturer in economics, University of Rennes 2, France)
Costas Lapavitsas (Professor of Economics at the University of London and former Syriza MP, Greece)
Moreno Pasquinelli (Programma 101, Italy)
Jean-François Pellissier (Ensemble!, Spokesperson, France)
Laura Raim (Independant Journalist, France)
Patrick Saurin (Sud BPCE, Spokesperson, CADTM, France)
Eric Toussaint (CADTM International, Spokesperson, Belgium)
Aurélie Trouvé (Senior Lecturer in economics, Agrosup Dijon, France)
Miguel Urbán (MEP, Podemos, Spain)
Christophe Ventura (Researcher in international relations, member of Chapitre 2, France)
Frédéric Viale (Doctor of Law, member of Chapitre 2, France)
Sébastien Villemot (Economist at OFCE, France)
Grigoris Zarotiadis (Associate Professor in the School of Economics and Political Sciences in Aristotle University of Thessaloniki, Greece)



* Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

sabato 31 dicembre 2016

2017: CHE SIA UN ANNO MEMORABILE di Mimmo Porcaro

[ 31 dicembre ]
Il 6 ottobre dell'anno scorso scrivevamo:
 «Non resta che voltare le spalle a quelli che si sono arresi ed hanno gettato la spugna. Non serve perdere tempo nel resuscitare i morti o a consolare gli sconfortati. Le ultime due generazioni sono andate in malora. Pensiamo piuttosto a quella che comincia solo adesso ad affacciarsi sulla scena. Pensiamo a raccogliere i superstiti, i pochi sopravvissuti al genocidio delle menti. Essi saranno il lievito del futuro prossimo. Diamo loro e subito una casa e un'organizzazione. Non saranno i nostri predicozzi a disperdere l'esercito di locuste dei pessimisti. Saranno i fatti, che hanno la testa più dura della loro». «L'ESERCITO DI LOCUSTE DEI PESSIMISTI]
E' un fatto la schiacciante vittoria del NO il 4 dicembre. Chi comanda davvero è sempre al suo posto, ma una breccia si è aperta in quella che pareva una muraglia impenetrabile. Spira un vento nuovo. Ci congediamo dal 2016 consegnando ai lettori le riflessioni di Mimmo Porcaro sulla nuova fase, che pienamente condividiamo. 
E' vero, non c'è un attimo da perdere.

Il 2016 si chiude ponendoci un compito urgentissimo per il 2017.
La sonante vittoria dei No al referendum di dicembre ha finalmente trasformato la palude della politica italiana (che stava ristagnando grazie alla droga della Bce e agli artifici verbali dell’ex premier) in un rapido fiume che corre veloce verso una cascata: le prossime, inevitabili elezioni. E più tardi queste avverranno, più alto sarà il balzo della cascata, più rovinoso l’effetto sul sistema politico italiano.
Faranno certamente di tutto per evitare il patatrac: trucchi elettorali, corruzione di gruppi dirigenti, forse altro ancora. Ma ben difficilmente potranno scongiurare l’affermazione dell’unico attuale antagonista degli equilibri di potere: il M5S. E qui sorge il problema. Perché una vittoria del M5S dovrebbe essere senz’altro essere salutata, allo stato attuale, come un’affermazione ulteriore del fronte del No al PD ed al neoliberismo. Ma significherebbe anche, allo stato attuale, l’apertura di una obiettiva e salutare crisi con l’Unione europea senza che però vi siano le idee sufficientemente chiare, le alleanze sociali sufficientemente salde, le convinzioni politiche sufficientemente forti per gestirne positivamente le conseguenze.
Intendiamoci: tutto è meglio dell’Unione europea, perché l’Unione è una macchina micidiale che ha come scopo principale la sottomissione dei lavoratori ed il passaggio di proprietà delle migliori imprese e del risparmio dei paesi deboli nelle mani dei capitalisti dei paesi forti. La situazione di incertezza derivante da una rottura non sarebbe negativa quanto la certezza di essere condannati a morte dall’Unione, e molti sono ormai gli studi che smontano l’equazione exit=catastrofe. Però, dato l’attuale progetto politico del M5S (e del suo non improbabile alleato, la Lega) l’uscita ci darebbe soltanto un po’ di esportazioni ed un po’ di inflazione in più, con un modesto rilancio dell’occupazione bilanciato da una relativa perdita del potere d’acquisto dei salari, e con la persistenza della dinamica di accentuazione degli squilibri sociali e territoriali del paese. Una dinamica che sarebbe forse rallentata, ma non certo invertita. Il tutto nel contesto di un probabile aumento della dipendenza dell’Italia dagli Usa: dalla padella di Bruxelles alla brace di Washington.

Perché l’uscita dall’euro e dall’Unione (conditio sine qua non di ogni e qualsivoglia politica) sia positiva per i lavoratori e per il paese, essa deve essere accompagnata: a) dal mutamento di ruolo della banca centrale e dalla ripresa della monetizzazione del debito pubblico; b) dalla parziale nazionalizzazione del settore del credito; c) da una forte impresa pubblica capace di rilanciare investimenti e innovazione e di essere background per lo sviluppo della PMI; d) da un piano industriale che affronti i problemi idrogeologici ed energetici del paese e riduca la nostra dipendenza dalle importazioni; e) da politiche di piena occupazione attuate anche attraverso il rilancio del settore pubblico; f) da una riforma del mercato del lavoro che elimini la precarietà, offra sbocchi alle eccellenti risorse intellettuali prodotte dal sistema scolastico italiano e trasformi realmente l’immigrazione in una risorsa, inibendone l’effetto negativo sui salari; g) da un mutamento della posizione geopolitica del paese in direzione di più stretti rapporti coi Brics, di una cooperazione mediterranea, e comunque di politiche tese a creare aree internazionali capaci di esercitare un controllo sul movimento dei capitali.
“Niente di meno!”, si dirà. Sì, non è poco (e figuratevi che c’è anche dell’altro!), ma è ciò che è richiesto dalla fase storica attuale. E’ ciò che è necessario. E’ ciò che è possibile, perché in Italia ci sono le idee e le forze per elaborare e realizzare un programma del genere.
Le idee ci sono da tempo: da tempo piccoli gruppi lavorano a grandi prospettive, ed è inoltre inutile fare il nome dei numerosi intellettuali, di diversa provenienza, che negli ultimi anni hanno elaborato riflessioni convergenti che ormai potrebbero quasi definire una vera e propria scuola di pensiero. Le forze erano latenti, ma sono venute alla luce grazie agli ultimi fatti, in particolare nei comitati per il No. Forze soprattutto di sinistra, ma non solo: forze che in qualche maniera si riconoscono tutte nella Costituzione del ’48 e nel suo impianto lavorista. Queste idee e queste forze possono e devono dar vita ad un soggetto politico che sulla Costituzione si basi e che quindi non faccia appello né alla sinistra né alla destra ma alla cittadinanza democratica(Podemos, almeno su questo, docet). Un soggetto che siaapertamente nazionale, e ciò in due sensi.
Prima di tutto perché vuole costruire l’unità della maggior parte dei ceti popolari (al momento divisi spesso artificiosamente fra destra e sinistra), dando vita ad un’alleanza tra lavoratori dipendenti (oggi divisi tra pubblici e privati, precari e garantiti, migranti e nativi), partite Iva (che spesso nascondono lavoratori formalmente autonomi ma realmente dipendenti), piccole imprese (che oggi sono vessate non solo dallo stato, ma dalle grandi imprese private e dalle banche, e che in uno stato rinnovato potrebbero trovare un alleato); e poi offrendo alle stesse medie imprese più dinamiche un contesto di relazioni geopolitiche che consenta loro un maggiore sviluppo.
In secondo luogo perché rivendica apertamente la sovranità politica e monetaria come precondizione di ogni politica (ed in particolare di ogni politica che voglia essere favorevole ai lavoratori) e come base per la costruzione di nuove e paritarie relazioni e tra nazioni. Una forza nazionale che già solo per la valenza simbolica di questo suo attributo (l’orgogliosa difesa non già di un’etnia, di una lingua, di un insieme di tradizioni, ma di unaciviltà politica che ha saputo in alcuni momenti coniugare libertà ed eguaglianza) potrebbe conquistare successi inaspettati.
Ci sono le forze, ci sono le idee, c’è l’occasione. C’è l’urgenza politica ed etica. Gli ostacoli inutili vanno rimossi alla svelta. Le riflessioni e le operazioni che richiedono più tempo vanno iniziate subito. Dobbiamo essere consapevoli che saremo giudicati (quantomeno dalla nostra coscienza) per quello che faremo l’anno prossimo. Nel 1917 è successo quel che è successo, e la Costituzione del ’48 (come ci ricorda Luciano Canfora, uno che sa come si snodano le dinamiche storiche più profonde) è anche effetto della lunga durata di quell’evento. Che il 2017 sia, a suo modo, un anno memorabile per le classi subalterne italiane. 

Auguri a tutti.
Post scriptum (che sarà un po’ lungo)
So che uno dei maggiori ostacoli da rimuovere è la diffidenza verso la “nazione”. 
Diffidenza che ha radici profonde, ma che è anche il sintomo della vocazione servile di gran parte del ceto politico-intellettuale di oggi. Una vocazione ad obbedire a potenze esterne facendo finta di non vedere ciò che ormai è chiaro a tutti: la crisi della globalizzazione e il riemergere della questione nazionale non sono un opinione, ma un fatto. “Imprese” militari decise da singoli stati, guerre valutarie, trattati commerciali fatti più per escludere qualcuno che per includere altri, decine, centinaia di provvedimenti a protezione del proprio tessuto produttivo e dei capitali che, ovunque siano nati, fanno riferimento comunque alproprio stato. Questo fanno quasi tutte le nazioni, tranne l’Italia. E perché l’Italia no? Per internazionalismo? Tutt’altro: per servilismo, appunto, verso i capitali (e le capitali) più forti. Vedasi il caso MPS.
La nazione è quindi un campo di battaglia, è il terreno attuale dello scontro politico, è l’oggetto nuovo della politica (nuovo perché si muove in un contesto assai diverso da quello che vide il nascere delle nazioni e da quello che vide il loro scontro imperialista), la cui forma dipenderà dagli esiti degli scontri politici interni d internazionali. Fuggire da questo campo è fuggire dalla politica. Ed è una scelta che possono fare solo le frazioni medio-alte del lavoro, solo quelli che credono di poter vivacchiare anche senza alternativa politica e senza stato: la maggior parte dei lavoratori non lo può fare.
E perché dovrebbe poi? La sovranità nazionale a cui dobbiamo ispirarci non è sinonimo di potere assoluto: essa è piuttosto il presupposto della nostra Costituzione (senza sovranità la Costituzione non sarebbe efficace), che a sua volta dà forma alla sovranità stessa e la limita. La sovranità nazionale a cui pensiamo è condizione della democrazia: è ciò che fa sì che le decisioni vengano prese senza dover preventivamente sottostare al placetdelle potenze esterne o interne al paese. Né sta scritto da nessuna parte che la sovranità implichi necessariamente lo scontro militare con gli altri paesi: dopo il ‘45, le guerre in Europa e in Medio Oriente sono anzi contemporanee al declino della sovranità nazionale ed hanno quasi sempre come scopo proprio quello di distruggere l’idea stessa di sovranità – tranne che per l’unico stato veramente garante dell’ordine internazionale – a vantaggio del libero flusso dei capitali e delle merci. Il “sovrano” può decidere la guerra, ma anche la pace. Un’Italia sovrana è la precondizione di una politica di pace nel mediterraneo ed in Medio oriente.
Perché temere la nazione, dunque? Perché si teme che facendo appello alla nazione si faccia appello all’interclassismo genericocontro la classe dei lavoratori, si resusciti una qualche comunità immaginaria per nascondere le divergenze di classe? Ma questo era il discorso dell’imperialismo nazionalistico del passato. Oggi l’imperialismo si realizza proprio attraverso la distruzione delle nazioni, intese come spazi di definizione e tutela di diritti civili e soprattutto sociali. Oggi quindi l’indipendenza di classe dei lavoratori, ossia la capacità di porre in essere una politica autonoma, è tutt’uno con la conquista dell’indipendenza della nazione come complesso di istituzioni che rendono possibili l’esistenza stessa della politica come attività non meramente servente le esigenze del capitale. Certo, il discorso nazionale può, se egemonizzato dalla frazione protezionista del capitalismo, divenire nazionalistico e aggressivo. Ma la lotta di classe dei lavoratori contro il capitalismo liberista (che è oggi di gran lunga il nemico principale) deve organizzarsi in forma nazionale.
Resta la solita obiezione: cosa potrà mai fare l’Italia da sola? Ma nessuno di noi vuole che l’Italia sia sola. Non si tratta di proclamare autarchicamente l’indipendenza dai vincoli, ma di scegliere liberamente i vincoli a cui vogliamo assoggettarci e di dar loro una forma paritaria e cooperativa. Nessuna politica che voglia contrastare la libera circolazione dei capitali (e quindi nessuna politica che voglia anche solo somigliare al socialismo) è possibile senza la costruzione di un’area economica relativamente “chiusa”, ossia relativamente indipendente dagli scambi con l’esterno. Tale area deve essere necessariamente ampia, e quindi coinvolgere più nazioni. Da un punto di vista analitico sarebbe dunque più corretto dire che lo spazio attuale della politica non è né quello globale (che non è più tale) né quello nazionale (che è insufficiente), ma quello internazionale. Ma ciò metterebbe in ombra il fatto che lo spazio internazionale è appunto luogo delle relazioni tra nazioni sovrane. E soprattutto metterebbe in ombra il “punto politico” di oggi: la politica ricomincia dalla nazione. E’ la definizione di un interesse nazionale (che le nostre classi dominanti non a caso non sanno definire, e che per noi coincide con l’interesse delle classi subalterne) a imporci di rompere con l’Unione e a guidarci nella costruzione di nuove relazioni internazionali.
Che il 2017 ci dia il coraggio di cominciare ad essere nazione.

* Fonte: Socialismo 2017

giovedì 7 luglio 2016

TUTTO È PERDUTO? NO, TUTTO È ANCORA POSSIBILE! di Moreno Pasquinelli

[ 7 luglio ]

Distratti dalla tragedia greca i più non si aspettavano che la catena dell'Unione europea si sarebbe rotta a Nord, tantomeno che la Gran Bretagna si sarebbe dimostrato l'anello che per primo si sarebbe spezzato. 
Eppure bastava ricordare gli esiti di tutti i referendum nazionali che hanno preceduto la Brexit: Francia, Olanda, Irlanda, per citare i più importanti. Dappertutto la maggioranza dei cittadini ha disubbidito alle élite europeiste, che ne sono uscite con le ossa rotte.

Il referendum britannico, in magnitudine, supera di gran lunga quelli che lo hanno preceduto. Sta diventando senso comune che Brexit innesca un processo a catena che potrebbe condurre alla dissoluzione della Unione europea. E' giusto questo senso comune? Sì lo è.

Diciamola così: Brexit annuncia ufficialmente che l'Unione europea ha imboccato la via del tramonto. Di più: è un fattore che accelera e velocizza il processo inevitabile di decomposizione della Ue a trazione tedesca.

Ma questo che vuol dire? Vuol dire che siamo appena entrati in una nuova tappa della crisi europea, che diventa così, usando un concetto caro a Gramsci, "crisi organica": non più solo economica e finanziaria, ma politica, istituzionale e geopolitica. Non si uscirà da questa crisi organica in modo indolore. Le élite oligarchiche dominanti tenteranno con ogni mezzo di difendere la loro mostruosa creatura, di resistere per non farsi da parte. E' per loro questione di vita o di morte. Entriamo insomma in una fase che sarà segnata da nuove e più profonde turbolenze politiche, da instabilità sociale crescente, e questo nella cornice di un progressivo marasma economico e finanziario.
Siamo precipitati in un ciclo lungo, in un vortice che, sul piano psico-caratteriale, non si presta ai deboli di cuore, alle anime belle, a chi ama la vita tranquilla.

Ora la domanda che si pone è questa: il destino avrebbe già scritto la storia futura? Detto altrimenti: l'esito di questa vicenda è già predeterminato? 

No che non lo è. Siamo solo alle prime battute di una guerra prolungata, che decide le sorti del nostro continente e del mondo intero. Per usare un'analogia che sta nella storia europea: una nuova "guerra dei trent'anni" che sarà segnata da numerose battaglie, da vittorie precarie e sconfitte momentanee, da capovolgimenti di fronte, da miasmi d'ogni sorta. Seguirà quella che, per restare all'analogia, sarà una nuova "Pace di Westfalia". Una nuova Europa nascerà sulle ceneri di quella attuale.

Un fatto è per noi certo, e lo andiamo dicendo da tempo: crollato l'edificio unionista, resteranno le fondamenta degli stati nazionali. Che questi cadano sotto il tallone di regime reazionari e dispotici, o che invece si strutturino attorno a forme avanzate di democrazia e sovranità popolari, e quindi si associno in forme federative non imperiali, ebbene, questo nessuno può stabilirlo a tavolino, è ciò che sarà deciso nel fuoco della lotta. E nella lotta contano diversi fattori, tra i quali quello della potenza politica delle classi subalterne, la quale ha a che fare con il fattore soggettivo della direzione strategica delle masse popolari.

Tuttavia la scossa tellurica venuta dal Regno Unito, proprio per  la sua dimensione, non ha solo seminato un panico isterico tra le fila degli euro-oligarchi, delle classi dominanti e delle loro élite culturali. Ha disorientato, spiazzato, mandato nel pallone, non solo molte schegge di quanto resta della sinistra antagonista e "altreuropeista", anche numerosi stimati intellettuali. 
La lettura che essi danno della Brexit è monocromatica, fosca, anzi nera: con il NO avrebbe vinto la destra xenofoba, populista, nazionalista, reazionaria. 
C'è insomma chi, invece di cogliere la grande opportunità che il terremoto partito dal Regno Unito ci offre —dandosi da fare alacremente per costruire un'alternativa strategica sia al blocco eurista che a quello anti-eurista di destra— conclude, al contrario, che la Brexit non ce ne da alcuna.

Certo, ci sono alcuni intellettuali meno pessimisti, pochi per la verità, che tuttavia preferiscono affidarsi agli eventi, credono che la Storia abbia una sua razionale intelligenza —che è come sperare nell'intervento salvifico della Divina provvidenza. Definiamo questo atteggiamento come attendismo. 

Ci sono poi, e son ben più numerosi, quelli che esplorando pensosi il proprio naso pontificano con serafico distacco che proprio perché la Storia è stupida, nessuno può cambiare il corso oggettivo delle cose dato che esso sarebbe una risultante casuale e l'esito finale stabilito per eterogenesi dei fini. E' quello che chiamiamo indifferentismo

Vi è infine una terza categoria, dell'indifferentismo raddoppiato, composta dai profeti delle sciagure che si autoavverano. Uno stato d'animo, più che una corrente di pensiero, potremmo definire come sconfittismo metafisico.

Questo stato d'animo, essendo pervasivo e contagioso, dovrebbe essere contrastato prima che diventi una pandemia. Questo sconfittismo metafisico è difficile da debellare, poiché è un precipitato della sconfitta storica subita dalle forze socialiste e anticapitaliste sul finire del secolo scorso. Duro da estirpare perché è un distillato di sentimenti prevalenti per chi viene da sinistra: una miscela di scoramento, prostrazione, sfiducia nelle proprie capacità, ed il cui elemento chimico coesivo è un radicale scetticismo. 

Questo stato d'animo l'ha espresso, con l'eleganza concettuale che lo distingue, l'amico Marino Badiale nelle sue considerazioni sulla Brexit.
Marino Badiale (a destra) con A. Bagnai al convegno di MPL dell'ottobre 2011

Il suo giustamente spietato giudizio sulla sinistra maggioritaria, quella infettata dal bacillo dell'europeismo a prescindere e che ha esecrato il sacrosanto voto dei britannici —"La reazione degli intellettuali di regime (di destra e di sinistra, ma in questo caso soprattutto di sinistra) contro il popolo inglese è in definitiva tanto più disgustosa quanto più evidente appare come essa si basi sulla sostanziale accettazione di una organizzazione sociale che non ha un futuro e che ci può portare solo ad una crisi di civiltà, le cui avvisaglie sono già piuttosto evidenti. Rabbiosi difensori del nulla, verranno ricordati solo come esempi di servilismo, superficialità, corruzione intellettuale."— fa tuttavia da cornice ad una conclusione errata, irricevibile. Sentiamo:
« [nonostante] nell'ambito dell'estrema sinistra alcuni hanno espresso posizioni molto sensate, come abbiamo documentato nel nostro blog: ci basti qui citare il gruppo di “Sollevazione”; quello di “Contropiano”, singole personalità come Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Mimmo Porcaro (...) non è sorta una autentica forza politica antisistemica. In questo modo si è realizzata la previsione di cui al punto 6): ormai lo spazio politico della lotta contro euroo-UE è stato occupato da forze politiche di destra che non esprimono convincenti posizioni antisistemiche, e anzi spesso esprimono posizioni liberiste (e magari razziste). Le forze anticapitalistiche hanno perso un'occasione storica, dimostrando la propria essenziale inutilità».
La lettura sconsolata che Badiale ci fornisce di Brexit è la stessa della sinistra sinistrata, ed è sbagliata. Non è vero che nel Regno Unito si sia in presenza di una montante ondata xenofoba, reazionaria o addirittura fascistoide, per di più destinata a travolgere tutta l'Unione. Sentimenti xenofobi hanno certo avuto un peso nella vittoria di Brexit, ma i sentimenti sovranisti, democratici, di classe, sono stati senza dubbio ben più determinanti. La crisi che sta investendo tutti i principali partiti britannici, dall'Ukip al Labour passando per i Tory, è segno di un'inedita crisi del sistema politico del paese, ed è salutare. Da lì si deve passare per costruire un'alternativa, che prenderà forma, appunto, tra miasmi e nuove fratturazioni sociali e politiche. Una cosa è sicura: l'avanguardia socialista dei popoli britannici respingerà la sentenza di Badiale che è stata persa un'occasione storica e che essa sarebbe votata alla nullità.

Non solo il futuro è sempre aperto a diverse possibilità, lo è tanto più oggi e non solo nel Regno Unito. Ammesso che ci siano forze profonde reazionarie nelle viscere di questa Unione europea, esse non avanzano dappertutto e con la stessa forza di spinta. A ben vedere esiste una faglia tettonica che separa alcuni paesi nordici da quelli meridionali e mediterranei. Non risulta che dal Portogallo alla Grecia, passando per l'Italia, si sia in presenza di avanzate neofasciste e xenofobe. Al contrario. La Francia sembra essere il paese che viene attraversato, spaccato, da questa faglia, e dove verrà giocata presto una battaglia decisiva.

E tuttavia è segno di strabismo quanto conclude Badiale:
«Comunque sia, ormai il danno è fatto ed è sostanzialmente irrimediabile. La battaglia politica più importante dell'immediato futuro, in relazione a euro/UE, è rappresentata dalle elezioni presidenziali francesi, e la sfida, con ogni probabilità, sarà fra un esponente dell'establishment e Marine Le Pen. La sinistra antisistemica, come sempre, potrà solo scegliere fra andare in aiuto all'establishment (in nome di antifascismo antirazzismo ecc.ecc.), oppure stare alla finestra a guardare Marine Le Pen combattere la battaglia che avrebbe dovuto essere la sua».
Non solo è una cavolata affermare che la situazione è "irrimediabile". E' sbagliato profetizzare che la battaglia più importante nel prossimo futuro si svolgerà l'anno prossimo in Francia con le presidenziali —avremo forse, come in Spagna, una situazione di stallo, di confusione in seno ai dominanti. Ce n'è una prima, Marino, di battaglia politica importante, e si svolgerà proprio qui da noi, in Italia, ed è il referendum che boccerà la "riforma" istituzionale chiesta dai poteri oligarchici euristi e che manderà a casa Renzi. Perché questa omissione? Forse perché la dai già per persa? 
Oltre allo sconfittismo metafisico anche l'autorazzismo?

venerdì 15 aprile 2016

NUIT DEBOUT: FORZA E LIMITI DI UN MOVIMENTO TRASVERSALE di J. Sapir

[ 15 aprile ]

Perché ci occupiamo tanto di quel che sta accadendo in Francia? 
Semplice! Perché riteniamo che prima o poi anche in Italia scenderà in campo un movimento popolare e spontaneo simile a quello francese, che a sua volta segue le orme di quello spagnolo degli indignados. Siamo in presenza, per chi la sa intravedere, di una tendenza di fondo, quella alla rivolta sociale, alla sollevazione. 
In barba ai tanti pessimisti che si stracciano le vesti che tutto sarebbe oramai perduto, che non ci sarebbe più alcuna speranza di cambiare l'ordine di cose esistenti. Un movimento, quello francese, che ha evidentemente dei limiti. Che sono quelli che ci segnala Sapir. 
Chi ha sale in zucca si prepari ed impari la lezione che viene da Oltralpe.

Sulla rivolta francese abbiamo giù pubblicato:



«Il movimento chiamato “Nuit Debout” [“Notte in piedi”, Ndt] ha avuto un impatto politico sorprendente in Francia, a dispetto delle pressioni della polizia e di tutte le altre minacce di cui è oggetto. Da Parigi, dove è nato, il movimento si è diffuso in oltre 50 città nell’intero paese. Dall’iniziale movimento di protesta contro la “legge El Khomri” (o riforma della legge sul lavoro), esso rappresenta una forma di mobilitazione stabile e continua. Ma va anche oltre questo. È evidente che questo movimento esprime un’enorme frustrazione politica, che ha a che fare con il tradimento del Partito “Socialista”, ma rappresenta anche una grande speranza. Al di là del numero delle persone coinvolte, è un segno che le cose stanno cambiando. Questo movimento viene definito “non organizzato”, ed è chiaramente “a-partitico”, sebbene non a-politico, e in esso ci sono dei militanti chiaramente identificabili. Si tratta di un fenomeno politico che potrebbe diventare importante nei prossimi mesi. Questo ci porta a porre una serie di domande.
1. Qual è l’estensione del movimento?
Questo movimento è particolarmente noto per la sua espansione geografica. È questo il motivo per il quale è così impressionante. È composto da decine o centinaia di migliaia di persone da svariate città della Francia, non solo provenienti da grandi città o da città universitarie. Questo movimento ricorda le “assemblee generali” degli ampi movimenti sociali che abbiamo visto negli anni ’60 del Novecento. Ciononostante, esso differisce in quanto si è costruito nel contesto di un disastro politico che riguarda sia i “Repubblicani” (centro-destra) che il Partito “Socialista”; ma quest’ultimo potrebbe piuttosto essere chiamato il Partito del Clientelato. Ma sebbene l’estensione geografica di questo movimento sia un aspetto positivo, non deve mettere in ombra l’aspetto della sua estensione sociale.

Il numero di persone che ogni sera vengono e passano parte della notte è ovviamente limitato. Il movimento deve porsi il problema di una sua estensione anche alle classi sociali più svantaggiate. Per ora queste sono molto meno rappresentate rispetto agli studenti (disoccupati o meno) e alla classe media. Da questo punto di vista è bene non considerare solamente la composizione sociale del movimento nella città di Parigi o in altre città principali. La capacità di questo movimento di collegarsi realmente con gli strati popolari, specialmente quelli che non sono nelle grandi città francesi ma vivono nelle città minori, lontani dalle luci della ribalta, è essenziale per la sua sopravvivenza.
2. La questione del suo esito politico
A parte la questione dell’estensione sociale, si pone ancora di più la questione dell’esito politico di questo movimento. Il movimento di cui abbiamo è di natura politica, ma non fa politica in senso stretto. È nato dall’attuale impasse nel quale un governo che finge di rappresentare la “sinistra”, presieduto da François Hollande, guida la Francia. Si capisce benissimo che l’attuale naufragio della cosiddetta “sinistra di governo” (ma dovremmo chiamarla piuttosto “sinistra di potere”, dato che vuole essere amica, e amica intima, della classe imprenditoriale, e ha iniziato a intascarsi soldi pubblici ogni volta che può), è uno dei motori del movimento. Supponiamo anche che questo movimento non abbia nulla a che fare con le proposte dei vari candidati “repubblicani”, cioè dell’ex UMP e dei suoi satelliti centristi. Il discorso scandaloso di Francois Fillon, che chiede di applicare il condono per l’evasione fiscale, conferma solo ciò che possiamo intuire dei discorsi di Alain Juppé, ex tuttofare (incluso fare le cose peggiori) dell’UMP che sta lentamente passando dalla rigidità alla mummificazione, ma anche di Bruno La Maire, Wauquiez e altri.
In realtà il movimento “Nuit Debout” oppone un rifiuto sia alla politica attuale che a un ritorno a quella passata. Perché in questo movimento c’è la comprensione, in alcuni implicita, in altri esplicita, che queste due politiche sono in realtà la stessa cosa. Si tratta solo della trasformazione del quadro disciplinare imposto dall’euro, ma anche dall’Unione Europea, alla Francia. Un esempio perfetto è proprio la legge sul lavoro, o “El Khomri Act”. Ma questo non basta. Il movimento non può limitarsi a un obiettivo ristretto. Deve trovare un obiettivo reale sia a breve che a medio termine. Gli esempi dell’Italia (con il M5S di Beppe Grillo) e della Spagna (con Podemos) mostrano che un movimento di questo tipo può avere uno sbocco in una reale forza politica. Ma allo stesso tempo l’incertezza politica di Podemos (e una simile incertezza che blocca anche il M5S) mostra che c’è bisogno di alcuni chiarimenti.

3. Quale forma organizzativa è necessaria?
Ci si deve porre un’ultima questione. Se questo movimento vuole durare, bisogna porsi al più presto la questione della sua struttura e organizzazione. C’è da apprezzare la “trasversalità” del movimento. Ma un’organizzazione così decentralizzata può funzionare, come sappiamo, solo se c’è una forte omogeneità nella rappresentanza di tutti i suoi membri. Tale omogeneità può essere ottenuta tramite un’ideologia condivisa, altrimenti detta “dottrina”. Ad oggi, però, l’omogeneità sta solo nel rifiuto della situazione attuale, ed è abbastanza ovvio che questa sia inaccettabile. Non ci sono “dottrine” capaci di assicurare l’omogeneità della rappresentanza, e questa sarebbe necessaria per avere una reale decentralizzazione dell’azione. Pertanto, il problema dell’esito politico di questo movimento si pone fortemente. Deve trovare uno sbocco in un tempo relativamente breve se vuole mantenere la sua capacità di mobilitare le masse. Ma la mancanza di organizzazione e struttura, che ora lo caratterizza, e che andava anche bene nelle fase iniziali, può essere fatale nelle prossime settimane, a meno che non si trovi una forma di organizzazione gradualmente più stabile. Questa è la sfida».

mercoledì 21 ottobre 2015

IL "PIANO B", LAFONTAINE, LA SINISTRA ITALIANA, LA LUNA E IL DITO di Ugo Boghetta

[ 21 ottobre ]

Lafontaine, insieme a Varoufakis, Melanchon e Fassina, ha presentato recentemente a Parigi un Manifesto titolato: "Piano B". 
E' un primo tentativo di uscire dal cono d'ombra lasciato dall'avventuristica impostazione di Tsipras. Si tenta, infatti, di dare una prima risposta alla demenziale assenza del Piano B. Piano necessario proprio a causa dei rapporti di forza, dal potere della Finanza, la durezza dei governi dell'euro zona, l'irriformabilità dell'Unione.
Lafontaine recentemente ha anche pubblicato una lettera sul Manifesto per invitare la sinistra radicale italiana a darsi una mozza e a scrollarsi di dosso l'adesione acefala all'immodificabile euro. Nella lettera conferma la sua proposta di ritornare allo SME.

Sempre sul Manifesto risponde Gabriele Pastorello dicendo della sorpresa e preoccupazione della sinistra italiana per le proposte avanzate. In buona sostanza sostiene che il vero problema non sono tanto la BCE e Bruxelles ma il governo e la banca tedesca; che tornare allo SME sarebbe un disastro, e che in realtà si tornerebbe alle monete nazionali: e questo sarebbe un'apocalisse.
Del nostro sinistrato Pastorello si potrebbe dire che quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito.

Cosa dicono Lafontaine ed il piano B?

1) La lezione da trarre - dicono i quattro – è che: “L’euro è diventato uno strumento di dominio economico e politico da parte di un’oligarchia europea che si fa schermo del governo tedesco,..”. Affermano, inoltre, che l'euro non ammette democrazia paragonando la situazione alla sovranità limita di Breznev.

2) A partire da ciò propongono un Piano A che sta nel contestare i Trattati, il ruolo della BCE, ritornare ad uno SME rivisto e corretto, ecc ecc …..

Lafontaine, nell'articolo citato ed in uno precedente, afferma:

«Mi dichiaro per un ritorno ad un sistema monetario europeo flessibile (SME), tenendo conto delle esperienze che abbiamo avuto con questo sistema e cercando di migliorare il suo impianto nell’interessedi tutti i paesi partecipanti. Lo SME ha funzionato per molti anni, certo non senza attriti, ma meglio della moneta unica. … Nell’euro, i lavoratori e i pensionati devono sopportare da soli il peso delle svalutazioni interne attraverso l’abbassamento dei loro stipendi e delle loro pensioni, e l’aumento delle loro tasse. ….. Per migliorare la competitività relativa del proprio paese sotto l'ombrello dell'euro restano al singolo paese solo la politica salariale, la politica sociale e le politiche del mercato del lavoro. Mentre l'industria tedesca produce oggi tanto quanto produceva prima della crisi, secondo dati Eurostat, la Francia ha perso circa il 15% della sua produzione industriale, l'Italia il 30% la Spagna il 35% e la Grecia il 40%».
Aggiunge: 
«Ora è solo una questione di tempo. Fino a quando un governo, in Italia, ad esempio, non riconoscerà che non può per molto altro tempo partecipare alla deindustrializzazione sfrenata del proprio paese?»
E conclude:
«Preferisco lo SME, a paragone con l’euro. Ciò che conta è la cooperazione tra i popoli d’Europa».

Si può essere più o meno d'accordo sulla proposta specifica, ma il senso è chiaro e condivisibile.

3) Il Manifesto di Parigi, e qui va colta l'essenza, è titolato: il piano B. Non il piano A ed il piano B. Piano B! Un piano B da contrapporre allo strangolamento di chi si oppone per quando si trovasse nel: ”momento Tsipras”, ovvero decidere se chinarsi o ribellarsi. 
Vale a dire che, non essendo possibile nessuna dialettica e riformabilità dell'Unione, giunti al momento X, come Tsipras insegna, bisogna essersi attrezzati alla rottura ed all'uscita dall'euro. 

Questo aspetto cruciale è sottolineato dalla frase: “Attendere la formazione di una maggioranza di sinistra in tutti i 19 paesi è come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perchè i partiti socialdemocratici e socialisti d'Europa hanno preso a modello la politica liberista”.

4) Vi è la coscienza che le cose non sono semplici. Il Piano B - affermano i quattro – ha bisogno di un elevato livello di preparazione che sarà ulteriormente definito in futuro. Infatti è già prevista un altro incontro. Alcune idee però vengono già avanzate: “l’introduzione di sistemi di pagamento paralleli, valute parallele, digitalizzazione delle transazioni, sistemi di scambio complementaricommunity based, ecc ecc ”. Un piano B che, ovviamente, deve essere elaborato anche in base alle caratteristiche di ogni singolo paese.

La stringatezza e focalizzazione sul Piano B lascia aperti interrogativi vari. Verso quale modello d'Europa si propende: gli Stati Uniti d'Europa o un altro modello?

A questo riguardo Lafontaine cita un articolo (1976) nel quale Von Hayek, ideologo principe del liberismo, dimostrò che il trasferimento di autorità sul piano internazionale apre chiaramente la strada al liberismo. Mentre, al contrario, afferma l'Oscar tedesco, decentramento e democrazia vanno di pari passo.

Anche il modello socio-economico di uscita dall'euro e dal liberismo è accennato in termini generici. Sembra il solito keynesimo. Anche in questo caso, inevitabilmente, si sconta l'assenza di qualsiasi idea socialista di transizione ad un altro modello.
Tuttavia il manifesto è il primo sasso gettato a livello europeo dopo la disfatta di Tsipras.
Il sasso è piccolo, ma sta a tutti noi, in ogni realtà nazionale far crescere le onde dell'alternativa. 
In caso contrario prevarrà il TINA (there is not alternative) per cui qualsiasi cambiamento radicale
viene visto anche a sinistra come un disastro. Volevo la Luna diceva Ingrao. Ora guardano il dito.

sabato 10 ottobre 2015

LA NOSTRA MOSSA STRATEGICA ( sovranità nazionale e socialismo) di Moreno Pasquinelli

[ 10 ottobre ]

Come abbiamo informato ieri, inizia oggi a Barcellona un incontro-seminario internazionale promosso da intellettuali e militanti spagnoli che nella primavera scorsa lanciarono il Manifesto "Salir de l'euro". Sarà presente Fabio Frati, per il Coordinamento della sinistra contro l'euro.

Qui sotto il denso contributo scritto e inviato da Moreno Pasquinelli, della Segretaria nazionale del Mpl.

«Cari compagni,

debbo un grazie agli organizzatori per avermi offerto la possibilità di intervenire in questo incontro, che spero contribuirà a rafforzare l’unità tra noi.

Non ruberò il vostro tempo per spiegarvi che l’Unione europea è un consorzio imperialista; né per ricordarvi che essa è sorta sotto i migliori auspici degli Stati Uniti e come protesi della Nato in funzione antisovietica; e nemmeno per segnalarvi che l’avanzata dell’Unione ha corrisposto ad una sconfitta storica del ciclo di lotte operaie e sociali iniziate negli anni ’60. Né c’è bisogno che vi spieghi che l’Unione europea imperniata sulla moneta unica, non è solo una comunità economica fondata su paradigmi neoliberisti e vonhayekiani, ma un vero e proprio regime politico.
Fabio Frati

Il grande crack venuto dagli Stati Uniti nel 2007-2008 ha messo a nudo le falle strutturali del regime di moneta unica e la sua insostenibilità: molti paesi dell’eurozona sono alle prese con la più grande recessione della loro storia, squilibri acuti anziché convergenza tra i paesi; sterminio di aziende e distruzione di forze produttive; crollo degli investimenti; crescita delle insolvenze bancarie e parallela paralisi dei prestiti; aumento dei debiti pubblici e privati; disoccupazione a due cifre; calo dei consumi, crescita delle diseguaglianze sociali.

Dalla sfera economica la crisi è dunque passata a quella politica e istituzionale.
Il salto verso gli Stati uniti d’Europa, recondito obbiettivo della nuova aristocrazia finanziaria neoliberista non ci sarà, andiamo invece verso una nuova tappa della crisi europea, il cui sbocco sarà la dissoluzione dell’Unione. La marea unionista si sta infatti già ritirando, la riconquistata potenza egemonica tedesca contribuisce alla riemersione delle sottostanti fondamenta nazionali.

Qual è oggi la contraddizione principale?
Essa consiste nel fatto che la globalizzazione dispiegata —forma suprema di dominio del capitale—, è diventata una gabbia per le forze produttive di numerosi paesi i quali, se non ne escono, possono solo sprofondare in un inesorabile declino economico, sociale e civile. Questo destino, che un tempo riguardava solo paesi semi-coloniali a basso sviluppo delle forze produttive, tocca oggi anche paesi che ancora formalmente, ma per poco, appartengono al consorzio imperialistico. Parlo del mio Paese, l’Italia, parlo dei cosiddetti “paesi periferici” dell’Unione europea (“vulnerabili” li chiama la Bce).

Le sperequazioni e gli squilibri che la globalizzazione neoliberista porta con sé, l’Unione europea li ha accentuati, col risultato che la Grande Germania Riunificata, vero stato-nazione sovrano, usando diverse leve, è oramai diventato lo Stato-potenza egemone. La “germanizzazione” dell’Europa non sarebbe potuta avvenire senza l’abdicazione al comando tedesco delle classi dominanti dei diversi paesi europei. Esse, sostenute dalla casta braminica dei politici e degli intellettuali hanno promosso la spoliazione dei propri paesi —vi ricorda qualcosa la figura della borghesia compradora?—, finendo col consegnare alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche porzioni decisive di sovranità nazionale. I parlamenti sono diventati meri simulacri e gli stati, già sovrintendenti territoriali dello spazio giuridico imperiale a guida americana, sono divenuti i locali custodi del protettorato tedesco.

Per tornare alla contraddizione principale, essa, ha due aspetti: il primo riguarda le relazioni tra il centro e le periferie dell’Unione europea, l’altro concerne le relazioni sociali e di classe all’interno di ogni singolo paese. Le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dovremo invece tenerli concatenati, ma sapendo che oggigiorno è il primo aspetto della contraddizione a prevalere.

Le forze produttive dei paesi “periferici” (e quando parliamo di forze produttive noi intendiamo le potenze materiali ed intellettuali del lavoro di contro alla sanguisuga del capitale) non possono che decrescere, condannando i paesi stessi ad una decadenza inesorabile. Contro questo destino dalle viscere di questi paesi avanzano le forze della resistenza. Non vengono dai settori alti della borghesia —oramai integrati come frazioni nella cupola della aristocrazia finanziaria globalista e che percepiscono gli stati come barriere alle loro scorribande.

La piccola borghesia pauperizzata, la classe operaia dell’industria, la massa proteiforme del lavoro precario, in poche parole quegli strati sociali che stanno in basso ed hanno pagato per primi la crisi economica e le crudeli terapie austeritarie, hanno già ampiamente divorziato dalla tradizionale casta politica bipolare, cercando nuove vie per far rispettare le loro istanze. A seconda dei paesi alimentano forze anche molto diverse fra loro: in Grecia Syriza, in Italia il M5S, in Francia il Fronte nazionale, in Spagna Podemos, con la variante dell’indipendentismo catalano.

Come vedete è nella logica delle cose l’unificazione dei due aspetti della contraddizione: la rivolta contro il dominio esterno ed il regime di protettorato, procede assieme a quella contro i settori alti dei dominanti e le loro élite, poiché fungono da cinghia di trasmissione del dominio esterno. Questa rivolta, oggi solo latente, tenderà a manifestarsi in forme virulente. Quando ciò accadrà non soltanto le attuali élite dominanti saranno spazzate via, le stesse forze che adesso danno voce alla rivolta latente delle masse popolari, lasceranno il posto a compagini più radicali, quelle che avranno l’ultima parola.

Questa rivolta, qui sta il punto, non potrà che assumere toni nazional-popolari e patriottici. 

Qual è la causa di questa rinascita dei sentimenti nazionali e di questa domanda di sovranità statuali?

Private di ogni strumento di autodifesa, alle masse dei diseredati non resta che affidarsi allo Stato affinché svolga le sue funzioni costituzionali di garante e tutore dei diritti dei cittadini e degli interessi della grande maggioranza del popolo. Questa istanza che noi chiamiamo “sovranista” non è reazionaria in sé, è anzi una manifestazione primordiale di opposizione al globalismo, al libero-scambismo, al predominio assolutistico dell’economico sul politico.

Se la sinistra radical-chic ha deciso di suicidarsi opponendosi frontalmente a questa istanza, noi non possiamo commettere questo clamoroso errore. Dobbiamo, al contrario, andare incontro agli strati più umili e profondi dei nostri popoli.

Come forze antagoniste dovendo ragionare sul dopo-Unione, prima ancora di discettare su “piani B” di uscita dall’eurozona —cosa assolutamente necessaria beninteso!— dobbiamo deciderci a compiere questa mossa strategica, ovvero intercettare questa tendenza generale al risorgimento delle dimensioni e dei sentimenti nazionali, tentando di indirizzarla verso uno sbocco democratico e rivoluzionario che, a certe condizioni, potrà fornirci il ponte per la futura fuoriuscita dal capitalismo. 

Non è la rivoluzione socialista infatti oggi all’ordine del giorno, ed il socialismo non è uno sbocco inevitabile, necessitato, ma solo possibile. Occorre l’azione giusta di “minoranze creative”, di avanguardie consapevoli, affinché il “possibile” si faccia largo nel gioco caotico di spinte e controspinte, evitando la maledetta trappola dell’eterogenesi dei fini. Senza il lievito il pane non si fa.

Questa tendenza generale alla riconquista delle sovranità nazionali, è come un fiume destinato a diramarsi in quattro tronconi principali: quello nazional-liberista, quello nazional-fascista, quello neo-social-democratico (chi immagina che siano possibili politiche keynesiane senza spezzare la gabbia dell’Unione) ed infine quello che noi dovremmo rappresentare, il democratico-rivoluzionario o nazional-popolare. 

E’ altamente probabile, come già accaduto nel secolo scorso, che nazional-liberisti e nazional-fascisti, col beneplacito dell’aristocrazia finanziaria, convergeranno e faranno blocco, ciò che ci obbligherà, se non vorremo essere fatti a pezzi sul nascere, a fare fronte comune con la neo-social-democrazia e i diversi movimenti di resistenza democratica partoriti dalla crisi.

Ma questa è tattica, e nel campo tattico è bene non legarsi le mani. Noi, ad esempio, in Italia, non solo puntiamo a costruire un forte fronte ampio delle forze democratiche e sovraniste, chiamiamo apertamente alla formazione di un nuovo Comitato di liberazione nazionale che, sulla base del rispetto della nostra Costituzione, al momento decisivo dia vita ad un governo d’emergenza per gestire la rottura dell’Unione. Di qui il nostro “piano B” di poche ma decisive misure: emissione della nuova lira da parte di una banca centrale pubblica, nazionalizzazione del sistema bancario e delle imprese strategiche, controllo sul movimento dei capitali e delle merci, un piano per la piena occupazione.

Altri paesi imboccheranno la via dell’uscita dall’Unione e dall’euro? Ce lo auguriamo, ma a nessun popolo si può chiedere di rallentare la sua marcia o addirittura di fermarsi in attesa degli altri. Sarebbe non solo un errore, ma un crimine politico. Quando passa il treno della storia occorre salirci su senza esitare. Lo sviluppo è sempre diseguale, ogni paese ha le sue specificità e segue dinamiche sue proprie, ogni popolo le sue rappresentazioni politiche ed istituzionali. Anche nel caso che non uno ma più paesi escano dalla gabbia eurista, non è affatto detto che le forze che piloteranno la rottura, siano omogenee, che abbiamo la medesima visione geopolitica, che incarnino gli stessi interessi sociali. Un paese che esca a sinistra dall’euro non potrà mai costituire una medesima comunità sovranazionale con uno che ci esca da destra, su posizioni nazional-liberiste o nazional-fasciste. Condizionare l’uscita di un paese a quella simultanea di altri ci pare una versione dei neo-social-democratici i quali, paralizzati dal tabù del ripristino delle sovranità nazionali, evocano l’astruseria di due zone euro, o addirittura dell’uscita della Germania!
Lasciamo quindi al dopodomani le discettazioni sulla “Alba mediterranea”, o “afro-mediterranea”, e le utopie su nuove eventuali monete comuni.

Adesso, se non vogliamo essere condannati all’irrilevanza, dobbiamo fare la “mossa” strategica da cui tutto il resto dipende, puntando a diventare in ogni paese campioni della battaglia sovranista per battere il nemico principale: il blocco tra l’aristocrazia finanziaria-predatoria, il regime burocratico a guida tedesca e le cupole capitaliste compradores locali. Solo nel fuoco di questa lotta, se sapremo conquistare posizioni dirigenti, solo allora, potremo far diventare centrale l’aspetto sociale e di classe della contraddizione, oggi solo secondario, facendo quindi sì che la rivoluzione popolare democratica possa costituire il punto d’appoggio di quella socialista».


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