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sabato 8 febbraio 2020

DOVE ANDREMO CON GLI XENOBOT di Khaled Diab

Qui sia parla di XENOBOT, organismi viventi programmabili, metà robot e metà DNA di rana.
Più sotto un intervento che pone dubbi dirimenti e domande cruciali sui rischi incommensurabili e sull'esito delle attuali ricerche e manipolazioni genetico-macchiniche.
Sullo stesso tema pubblicammo BIOTECNOCRAZIA E INGEGNERIZZAZIONE DEI VIVENTI.

mercoledì 18 settembre 2019

SCIENZA AL GOVERNO E IL GOVERNO DELLA SCIENZA di Pier Paolo Dal Monte

[ mercoledì 18 settembre 2019 ]


La scienza al governo e il governo della scienza


Cosa accade quando la scienza diventa ideologia e viene canonizzata in guisa di articolo di fede? Cosa succede quando ogni critica è stigmatizzata come eresia o apostasia, e su di esse si avventa il Malleus Maleficarum del potere e del suo clero opportunista?


Si presuppone che, nelle moderne democrazie, le istituzioni politiche (parlamenti e governi) siano espressione della volontà della popolazione che, col voto e con altri mezzi di pressione chiede che ne siano rappresentate le diverse istanze.

In genere, si tratta, pur sempre, di una rappresentazione assai imperfetta di quello che il termine “democrazia” dovrebbe indicare, in quanto, i gruppi di potere riescono, in genere, ad orientare l’espressione popolare mediante i mezzi di informazione e, in modo più profondo e persistente, costruendo la cultura dominante (scuola, università, “intellettuali” di riferimento, ecc.).

Tuttavia, negli ultimi anni, questi strumenti di influenza, hanno funzionato in maniera sempre meno efficace. Eh sì, si possono fornire circenses finché si vuole, ma se manca il panem, dopo un po’, i suddetti perdono di credibilità e il popolo si appassiona sempre meno alle loro favole e ai loro spettacoli.

D’altronde, pareva brutto lasciare che i “deplorevoli”, il popolino ignorante si esprimessero contro i desiderata delle élite, riverberati dagli uggiolii del loro clero (giornalisti, accademici, opinion maker de ‘sta ceppa, ecc,).

Era quindi, più che mai, necessario l’uso di alcune “tecnologie governamentali”, ovvero strumenti di governo diversi da quelli che si considerano di pertinenza della sfera politica, e che avessero una maggiore efficacia rispetto al semplice controllo dell’informazione o della creazione di una “cultura dominante”.

Non si potevano abolire con un colpo di spugna tutti i riti delle moderne democrazie costituzionali, in primis le consultazioni elettorali, pertanto era necessario instaurare una sorta di “stato di eccezione” permanente che consentisse di eludere la volontà popolare, ma non avesse (troppo) le sembianze del dispotismo.

La migliore opzione era quella di esercitare “la tecnica di governo attraverso la tecnica”: la tecnocrazia, in modo che la politica fosse sempre assoggettata ad un vicolo esterno, una sorta di “pilota automatico” costituito da algoritmi che possono essere di natura economica, sanitaria, climatica, demografica, ecc. Ovvero introdurre una “ratio”, una misura di credibilità, un criterio di valore che valutasse e, in ultima analisi, assoggettasse la politica ad un “regime di verità” tecnico-scientifica.

Negli ultimi anni si è tentato, con un certo successo, di confezionare questa tecnocrazia mediante il paradigma economicista (in fondo, il capitalismo liberale è costruito su un’ontologia di siffatto genere): tutti ricordano il clima da tregenda che si era instaurato per motivare l’insediamento del governo Monti (il “governo dei tecnici”).

Tuttavia il paradigma economicista ha avuto una vita limitata: tutti gli inganni, prima o poi si disvelano, quindi diviene via via necessario cambiare le “tecniche” adottate.

Naturalmente, questa verità non è altro che un artifizio “governamentale” meramente ideologico: la scienza non è mai “neutra” ma, a propria volta, riflette sempre l’ideologia e i rapporti di forza che danno forma alla società. In questo modo essa contribuisce a creare una certa immagine della realtà determinando l’«orizzonte del possibile», ovvero la realtà che è lecito non solo concepire, ma anche percepire, i confini entro i quali è delimitato il pensiero della cosiddetta «opinione pubblica.

Da qui si capisce l’utilità dell’uso ideologico della scienza, che funziona come tanti altri strumenti di governo «impliciti»: limitando i confini della realtà, per ciò stesso, mantiene il pensiero all’interno recinto della visione del mondo dominante.

Questo uso strumentale della scienza è diventato particolarmente evidente negli ultimi anni: si pensi, ad esempio al ridicolo slogan elettorale apparso nelle ultimi elezioni politiche che recitava testualmente: “Vota la scienza, scegli il PD”. Secondo questa puerile espressione di pensiero magico, esistono forze politiche che seguono “la scienza” e altre che ne sono contro.

Naturalmente la “scienza” in oggetto è quella parodia dogmatica e ideologica di scienza che, in quanto dogma, non può essere messa in discussione e, ben lungi dall’essere criterio veritativo, ha la funzione di censurare ogni dissenso. Ossia, è quanto di più lontano dalla scienza così come è definita dal metodo scientifico. Come osserva il Pedante:

«Oggi non servono grandi sforzi ermeneutici per constatare che le politiche più controverse fondano tutte, in un modo o nell'altro, le proprie ragioni nella presunzione di «evidenze» scientifiche alla cui autorevolezza non ci si può opporre senza apparire retrogradi, nostalgici o superstiziosi. Dalle emergenze del «clima» alle «dure leggi» dell'economia, dal trasferimento in massa di esseri umani da un continente all'altro alla foga di digitalizzare, automatizzare e connettere ogni cosa, dalle nuove teorie pansessuali all'imposizione di protocolli pedagogici e sanitari, ciò che «dice la scienza» è diventato il nuovo «Deus vult», l'ultimo talismano per superare magicamente, in senso ferencziano, le fatiche e i compromessi di una democrazia sempre più mal tollerata dai suoi protagonisti».
Il "Patto trasversale per la scienza" sottoscritto da personalità politiche e accademiche ha segnato l'ultimo, grave episodio di questa tendenza. Il tentativo esplicito di impegnare le forze politiche a reprimere tutto ciò che, nell'idea dei proponenti, non è "scientifico", rappresenta un pericolo per il libero avanzamento delle conoscenze e, quindi, per il progresso e la sicurezza di tutti. Il principio di autorità, sempre nemico del metodo scientifico, lo è tanto più se si dota degli strumenti repressivi di uno Stato.

È bene fare quindi un po’ di chiarezza per frenare questo tipo di deriva che sta conducendo alla morte della politica e a quella della scienza come libero metodo di indagine e non come dottrina della fede. 


Questo è ciò che si propone di fare l’associazione Eunoè, lanciando un Manifesto per la scienza in cui sono riassunti i suoi principi ispiratori.

* Fonte: frontiere.org

*  *  *

EUNOÈ MANIFESTO



L'associazione

Eunoè è una associazione di promozione sociale (APS) per lo studio e la divulgazione del ruolo della scienza nelle società complesse. Seguendo l'approccio epistemico post-normale di Funtowicz e Ravetz, Eunoè promuove un riequilibrio tra i risultati della ricerca scientifica e i bisogni materiali, intellettuali e spirituali dei cittadini.

Il problema epistemico

Si può dire che la più importante innovazione nelle strutture della conoscenza, nell’epoca moderna, sia stata la sostituzione della filosofia/teologia con la scienza, come metafora centrale dell’organizzazione della conoscenza. E, soprattutto, la predominanza di uno specifico metodo scientifico (che, semplicisticamente, potremmo definire newtoniano) che ha rivendicato essere l’unica modalità legittima di conoscenza. (Immanuel Wallerstein, in The Age of Transition: Trajectory of the World-System, 1945-2025)
La concezione apodittica di scienza che vediamo espressa nel pubblico dibattito, spesso in forma sensazionalistica, non corrisponde in nulla a ciò che l’epistemologia definisce essere tale. Rappresenta piuttosto una vecchia forma di scientismo positivista di stampo ottocentesco, una sorta di cascame d’altri tempi brandito come uno scettro sulle masse.
Ma oggi non ha più senso riferirsi alla scienza come un sapere apodittico e riduzionistico. È invece necessario un aggiornamento epistemico di tutte le sue principali categorie fondanti deducibili dalla complessità. Non si tratta di mettere in liquidazione l’epistemologia positivista e di sostituirla con una epistemologia semplicemente post positivista, ma di complessificare l’epistemologia. Oggi i fatti non sono altro rispetto alle persone e le complessità delle persone spiegano le complessità dei fatti. Oggi per conoscere non basta più osservare, è necessario interpretare. Oggi le cause spiegano sempre meno i fenomeni a esse riconducibili. Quello che serve non è rinunciare a conoscere attraverso i fatti, l’osservazione e le cause, ma aggiornare queste nozioni tipicamente positiviste alla luce dei cambiamenti del rapporto tra scienza, politica e società.

Il problema politico

In quanto attività orientata al raggiungimento di obiettivi sociali o di mercato, la scienza non può reclamare uno status privilegiato rispetto a una definizione dei fini che spetta invece al più ampio dominio della mediazione politica e culturale. Quando ciò avviene, la scienza e i suoi protagonisti si piegano al potere che le strumentalizza e si fanno schermo di una presunta asetticità dietro cui può celarsi ogni arbitrio. Ciò che guadagnano in autorità, lo perdono in autorevolezza.
Le leggi della natura non operano per il bene pubblico (o per il suo opposto), che può essere realizzato soltanto quando la conoscenza che proviene dal laboratorio interagisce con le istituzioni culturali, economiche e politiche della società. La scienza e la tecnologia moderne sono pertanto fondate su un salto di fede: ovvero che la transizione dal mondo, controllato idealizzato ed indipendente dal contesto, del laboratorio, alla intricata realtà della società complessa possa automaticamente cagionare un beneficio sociale. (Daniel Sarewitz, Frontiers of Illusion: Science and Technology, and the Politics of Progress)
Accade sempre più spesso che la politica si appelli nel suo agire a sedicenti evidenze scientifiche proprio mentre assistiamo a una vera e propria crisi della scienza: è messa in discussione la sua riproducibilità, legittimità e integrità. La crisi della scienza conduce alla crisi di legittimità della politica che pretende di darsi un fondamento tecnico e scientifico (tecnocrazia). Ne è prova il crescente livello di conflitto che assume il dibattito pubblico su temi sensibili dal punto di vista sanitario, ambientale e sociale, quali ad esempio flussi migratori, cambiamento climatico, agenda digitale, profilassi vaccinale, cyber security, economia dell’austerità, educazione LGBT, fine vita, altro.
A partire da Platone la questione della legittimazione della scienza è indissolubilmente, legata a quella della legittimazione del legislatore. In questa prospettiva, il diritto di decidere ciò che è vero non è indipendente dal diritto di decidere ciò che è giusto, anche se gli enunciati sottoposti alle due autorità sono di natura differente. […] Analizzando l'attuale statuto del sapere scientifico, constatiamo che proprio nel momento in cui esso sembrerebbe più subordinato che mai ai giochi di potere e in cui corre anche il rischio di divenire una delle maggiori poste dei conflitti fra le nuove tecnologie, il problema della doppia legittimazione, lungi dallo sfumare, è necessariamente destinato a porsi in modo ancora più acuto. Esso si pone infatti nella sua forma più completa, quella della reversione, che mette in luce come sapere e potere siano i due aspetti di una stessa domanda: chi decide cos’è il sapere, e chi sa cosa conviene decidere? La questione del sapere nell’era dell’informazione è più che mai la questione del governo. (Jean-François Lyotard, La condition postmoderne)
Pertanto, quando lo scopo è quello di convogliare ciò che è frutto di conoscenza scientifica nell’ambito delle scelte politiche, è necessario un accurato lavoro di negoziazione semantica per riuscire a giungere a un significato che sia condiviso da tutte le parti interessate, cioè a un perché che è condizione necessaria per arrivare a un come, ossia all’applicazione, nel mondo reale, della scienza e del contributo degli esperti.

mercoledì 28 agosto 2019

SINEDDOCHE BIBIANO di Il Pedante

[ mercoledì 28 agosto 2019 ]



Un patologia sociale?


Confesso che quando alcuni amici mi hanno chiesto un commento strutturato sull'inchiesta di Bibbiano, ho dubitato di potercela fare. Perché se fosse confermata anche solo una frazione di ciò che i magistrati contestano agli operatori sociali, alle famiglie affidatarie e agli amministratori della Val d’Enza, ci troveremmo di fronte alla più pura epifania del male. Da quei fatti emergerebbe una volontà sadica e più che bestiale di traumatizzare a vita i più innocenti e di gettare le loro famiglie in uno strazio senza fine e senza scampo – perché imposto dalla legge – spezzando in un sol colpo i vincoli sociali e della carne. Per un genitore è insopportabile il pensiero di quei piccoli che si addormentano tra le lacrime, lontani da casa, indotti a odiare chi li ama, in certi casi maltrattati, affidati a squilibrati o molestati sessualmente (!), mentre padri e madri inviano lettere e regali che non saranno mai recapitati e pregano di uscire da un incubo che non osano denunciare per non perdere l’ultima speranza di riabbracciare i loro figli. Con buona pace del codice penale, i reati qui ipotizzati superano per gravità l’omicidio: perché fanno morire l’anima, non il corpo. Svuotano le persone e le lasciano vivere nel dolore.

I presunti abusi della Val d’Enza sono, appunto, presunti fino a sentenza. Ma il loro modus operandi e il ricorrere di alcuni protagonisti hanno fatto riemergere il ricordo di altri allontanamenti famigliari poi rivelatisi, anche in giudizio, gravemente ingiustificati, e dell'irreparabile scia di dolore che hanno inciso nelle comunità colpite. Il clamore delle cronache ha inoltre ridato forza alla denuncia di poche voci finora isolate, di un sistema che anche quando resta nel perimetro di una legalità formale conferisce agli operatori sociali un potere senza effettivi contrappesi in grado di strappare i figli alle famiglie per anni con le più arbitrarie delle motivazioni: dalla «inadeguatezza educativa» all'indigenza, dalla conflittualità tra i coniugi al disordine domestico, dalla «ipostimolazione» dei figli alla «immaturità» dei genitori. Queste fattispecie non sarebbero residuali ma prevalenti, come si apprende da un'indagine parlamentare conclusasi nel 2018:



Da un lato appare perciò urgente mettere in mora ogni altra priorità per emendare questo sistema partendo dai gradi più alti dell’amministrazione dello Stato, perché sarebbe vano e penoso discettare in prima serata di rinascite politiche, economiche e culturali mentre si erodono le basi biologiche della comunità. Sarebbe – come di fatto è – la metafora più calzante dell’impotenza etica e civile dell’umanità a noi coeva, che mentre blatera di salvare il mondo non riesce a proteggere la vita dei suoi figli da una carta bollata. Dall'altro, è però utile riflettere sulle salvaguardie culturali che da anni presidiano questo sistema. Superando le circostanze della cronaca, il dibattito sui dintorni e i precedenti di Bibbiano ha suscitato in molti il sospetto di una civiltà che non fa argine all'orrore ma lo veste con le sue procedure e i suoi feticci. Indagando su questi ultimi ci si accorgerebbe che gli abusi qui accertati, denunciati o ipotizzati possono alludere a problemi più radicali.

* * *

Secondo chi ha condotto le indagini, i responsabili dei servizi sociali della Val d’Enza avrebbero agito «in modo tale da sostenere aprioristicamente e in modo privo di qualsivoglia minimo equilibrio, le tesi o i sospetti… che i bambini avessero subito abusi sessuali» anche quando le presunte vittime negavano e imploravano di ritornare in famiglia. Avrebbero cioè anteposto all'indagine psicologica un'ideologia dell’abuso da «dimostrare» a tutti i costi. Un'ideologia, aggiungiamo noi, che nelle sue motivazioni e verbalizzazioni ambiva a collocarsi nel più ampio alveo di una precisa area politica e culturale, come si evince dagli scritti e dalle scelte di alcuni dei principali protagonisti dell'inchiesta: dalla retorica femminista e già marxista del maschio-padrone («In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», commentava l'assistente sociale Anghinolfi su La Stampa, nel 2016) all'attivismo per i diritti e la genitorialità LGBT, dal sostegno alle ONG del Mediterraneo alla partecipazione a incontri, convegni e audizioni organizzati dalla sinistra locale e nazionale.

È tutto legittimo e nulla aggiunge ai reati contestati. Né implica che esistano oggi schieramenti politici «che rubano i bambini» come una volta si diceva che li mangiassero. Qui non mi interessano i mandanti morali - qualsiasi cosa significhi, peraltro - ma il modo in cui queste vicende sono state recepite e tradotte in simboli da parte del corpo sociale, e la solidità dell'ipotesi che gli eccessi riconosciuti in parte a Bibbiano (sette minori affidati sono già rientrati nelle famiglie di origine) e certificati altrove si siano fatti scudo, nel loro reiterarsi, di una rispettabilità non solo scientifica, ma anche etica e culturale.


Reductio ad pueros


Da anni mi colpisce l’attenzione ossessiva, ma insieme chirurgicamente selettiva, che i progressisti riservano all'infanzia sofferente. In un articolo di qualche tempo fa coniavo il termine «reductio ad pueros» per denunciare l’uso di asservire la rappresentazione delle tragedie che colpiscono i più piccoli alla promozione di un obiettivo politico. È vivo il ricordo del giovanissimo Alan Kurdi, annegato nel 2015 durante un tentativo fallito di raggiungere clandestinamente le coste greche al seguito del padre. La foto straziante del suo corpo fu riprodotta ovunque e quasi ovunque accompagnata da inviti ad «aprire le frontiere» e ad allargare le maglie del diritto d’asilo per evitare il ripetersi di tragedie simili. Qualche anno dopo Beppe Severgnini teorizzava sul Corriere della Sera la liceità, anzi il dovere, di «mostrare la foto di un bimbo che muore» per denunciare misfatti come quello di Douma, dove il governo siriano avrebbe usato il gas nervino contro il suo stesso popolo. Per crimini di questa portata, spiegava il giornalista, «non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori». Purtroppo (per lui, non per i siriani) l’Organizzazione per la proibizioni delle armi chimiche avrebbe di lì a poco certificato che quell’attacco chimico non era mai avvenuto. Ma non è un caso, né un’eccezione.

Nello stesso articolo osservavo che spesso le rappresentazioni della sofferenza puerile, oltreché accuratamente filtrate per rinforzare un messaggio, risultano a una più attenta analisi stiracchiate, esagerate o semplicemente inventate. Il piccolo Kurdi, ad esempio, non poteva essere stato vittima del negato diritto d’asilo in quanto la sua famiglia fuggita dalla Siria godeva già da tempo della protezione internazionale in Turchia. E tante altre piccole presunte vittime delle bombe o dei cecchini siriani erano in realtà attori, protagonisti di videoclip o testimonial delle fazioni ribelli. Così come non sono mai esistite le centinaia di bambini inglesi morti di morbillo ripetutamente citate dall’ex ministro Lorenzin in televisione per sostenere l’urgenza del suo decreto vaccinale. Così come non è credibile che i nostri bimbi «ci chiedano» di ridurre il debito pubblico o, se stranieri, di ottenere la cittadinanza italiana prima dei diciotto anni, a parità di diritti.

Nel concludere con la massima «ubi puer ibi mendacium», avanzavo l’ipotesi che il dolore dei bambini – vero o più spesso inventato – servisse a disattivare le resistenze razionali del pubblico per indurlo ad accettare proposte politiche altrimenti controverse, agganciandole a un’emozione innata, immediata e profonda. Il facile successo di questa operazione, non dissimile da quella di chi sceglie un corpo avvenente per reclamizzare un prodotto, è tale da avere spinto qualcuno addirittura ad auspicare quel dolore. Così accadeva ad esempio allo scrittore Edoardo Albinati, che un anno fa confessava in pubblico di avere «desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo».

Aggiungo qui una terza proprietà della reductio ad pueros: che nel selezionare (prima proprietà) una disgrazia minorile in termini iperbolici, deformanti o fantasiosi (seconda proprietà) per dissimulare un fine ideologico (movente), promuove quasi sempre una disgrazia di molti ordini più grave. Questa disgrazia maggiore, per effetto della prima proprietà, resta in sordina e può così dispiegarsi in tutta la sua atrocità senza resistenze o rimedi. Consideriamo l'esempio fondativo della Guerra del Golfo, quando un'attricetta quindicenne seminò raccapriccio in mondovisione spacciandosi per un'infermiera sotto i cui occhi sarebbero stati barbaramente uccisi alcuni neonati kuwaitiani. Quella testimonianza (falsa) ebbe l'effetto di convincere l'opinione occidentale della necessità di muovere guerra contro il governo iracheno. La conseguenza (vera) fu che decine di migliaia di bambini (veri) persero la vita sotto le bombe e centinaia di migliaia (veri) per le privazioni causate dal successivo embargo. In un esempio più recente, la necessità di agevolare il trasferimento di massa di esseri umani dall'Africa all'Europa (movente) è stata in certi casi sostenuta rappresentando le sofferenze (presunte) patite dagli immigranti minorenni (presunti) in patria e in viaggio, con la conseguenza di consegnare molti di loro a un destino (vero) di sfruttamento lavorativo e sessuale, o alla sparizione.


Il fenomeno degli allontanamenti famigliari per motivi futili o inesistenti, per errore o per dolo, può soddisfare i requisiti della reductio ad pueros. In questi casi la giusta attenzione rivolta al fenomeno degli abusi in famiglia e della loro eventuale sottostima (prima proprietà) si è accompagnata all'urgenza di ingigantirne o immaginarne i segnali se non addirittura, come ipotizzano i magistrati reggiani, di «supportare in modo subdolo e artificioso indizi, o aggravare quelli esistenti, nascondendo elementi indicatori di possibili spiegazioni alternative» (seconda proprietà). La fabbricazione della falsa sofferenza da abuso ha infine prodotto la sofferenza vera dello sradicamento affettivo e della conseguente distruzione di vite e famiglie (terza proprietà).

Resta da indagare il movente.


Familles je vous hais!


Secondo gli inquirenti, in Val d'Enza le «false rappresentazioni della realtà» sarebbero state «tese in ogni caso a dipingere il nucleo famigliare originario come connivente (almeno se non complice o peggio) con il presunto adulto abusante». Altri autorevoli commentatori hanno denunciato più direttamente una «cultura molto invadente che vede nella famiglia... un luogo potenzialmente oppressivo e perciò da colpire». Secondo altri, esisterebbe un piano per «distruggere la famiglia» tout court.

All'estremo opposto leggiamo le parole di Claudio Foti, lo psicanalista (anche della citata Anghinolfi) e direttore scientifico dell'associazione Hansel e Gretel che collaborava con i servizi sociali di Bibbiano, secondo il quale il problema sarebbe invece che
per una parte della comunità sociale la famiglia è sacra ed intoccabile. E guai a chi la tocca! La famiglia è sempre e comunque un microcosmo idealizzato dove i bambini sono protetti e benvoluti! E gli operatori che si occupano di tutela,di abusi, che mettono in discussione l'immagine sacra ed idealizzata della famiglia diventano il bersaglio di una rabbia talvolta cieca e distruttiva!

Il professionista oggi sotto inchiesta, nel riconosce nella famiglia «la più straordinaria risorsa educativa dei bambini», ritiene che tra chi oggi si indigna per le cronache bibbianesi vi sia «un'area vasta di persone... che tendono a schierarsi a priori a difesa dei genitori e della famiglia (“un padre ed una madre non possono aver fatto questa cosa terribile!”)» e che la loro reazione violenta «si [sia] sviluppat[a] mano a mano che crescevano gli interventi sociali e psicologici per sostenere i genitori, ma anche per limitare la loro onnipotenza e... nella società maturava una consapevolezza critica nei confronti della famiglia».

Queste contrapposizioni segnalano senz'altro una radicalizzazione del dibattito, sia pure nella forma speciale della reciproca accusa di ideologia. A essere onesti, è però difficile imbattersi in qualcuno che voglia distruggere tutte le famiglie in quanto tali, inclusa la propria. E ancora più difficile è che altri le considerino tutte sante e immacolate in quanto tali. A quali persone si riferisce il dottor Foti? Pur frequentando sponde politiche molto lontane dalle sue non ne ho mai Incontrata una, neanche tra coloro che oggi augurano i peggiori supplizi agli indagati di Bibbiano. Il mio sospetto è che qui si faccia confusione tra sostanze prime e seconde in senso aristotelico: la sacralizzazione o quasi-sacralizzazione dell'istituto famigliare (sostanza seconda), in senso religioso (Gen 2,24, Mc 10,6-9) o civile (Cost. art. 31), non esclude che se ne possano criticare i singoli σύνολαgenitoriali (sostanza prima), e che anzi lo si debba fare se indegni. Persino la sacralità intrinseca del sacerdozio non impedisce alla dottrina di condannare i cattivi sacerdoti, anzi lo impone. Il peccato che dissacra il progetto divino è una condizione ineliminabile dell'uomo e il peccato più grave è anche quello originario, di presumere che le cose degli uomini possano diventare sacre nel senso di fregiarsi della perfezione divina (ὕβϱις).

Quelli di Foti e dei suoi eventuali nemici massimalisti sembrano perciò essere argomenti fantoccio le cui iperboli alludono a scontri culturali più profondi, alla dialettica tra la ragion di Stato del princeps e le ragioni del sangue del pater familias e, in radice, tra legge (νόμος) e natura (φύσις) umana. Oggi il polo normativo, quello del dover essere, vive una fase ipertrofica e le sue invasioni nel campo dell'essere sono evidenti. Ambisce a istituire la genitorialità di chi non può generare, a promuovere o imporre la bioingegneria di massa, a comprimere la realtà fisica in algoritmi e flussi di dati, a sostituire i sessi biologici con accrocchi culturali (ruoli e identità di genere) e altro, ma le sue pretese non sono nuove.


Né è è nuova l'idea a cui Foti sembra aderire, che il progresso sociale debba reclamare anche la demistificazione, il contenimento e la critica dei diritti familiari. Nel 1958 il sociologo Edward Banfield coniava la fortunata definizione di «familismo amorale» per spiegare come l'arretratezza materiale e morale di certe aree del nostro Meridione trarrebbe origine dalla centralità assunta dai rapporti famigliari stretti a scapito di una socialità più strutturata, cooperativa e solidale. Il binomio arretratezza-famiglia trova sponda nel sentire comune, ad esempio quando si identificano le economie famigliari con mafie, corruzione e favoritismi (mentre le imprese familiari sono le più floride e resilienti) o si formula l'auspicio che i nostri giovani abbandonino presto le famiglie di origine per rendersi indipendenti e incrementare la forza lavoro nazionale, poco importa a quali condizioni. Che smettano, diceva un ex ministro di famiglia ricchissima, di fare i «bamboccioni» per consegnarsi a una più salutare «durezza del vivere». O ancora, quando si subordina l'integrazione dei giovani immigrati alla loro emancipazione da retaggi famigliari «arcaici» e «oppressivi», cioè al loro sradicamento affettivo.

Mentre politici ed economisti di area liberale mettono i figli contro i padri e i padri contro i nonni insinuando che i più anziani starebbero «rubando il futuro» ai giovani con i loro «privilegi» pensionistici, le cure sanitarie di cui fruiscono e, a monte, il debito pubblico spensieratamente accumulato, negli ambienti accademici più blasonati raccoglie consensi l'idea di inasprire le tasse di successione affinché i nuovi lavoratori, non più protetti dal patrimonio di famiglia, si immolino nell'arena della competizione meritocratica «in un Paese dove spesso un giovane adulto conta troppo, volente o nolente, sulla casa e sui finanziamenti dei genitori o sulla raccomandazione del parente». Nel frattempo chi detta le riforme dell'istruzione chiede che i nostri figli trascorrano molto più tempo tra i banchi - e quindi meno in famiglia - con l'estensione dell'obbligo scolastico a partire dai tre anni e il tempo lungo obblgatorio fino ai quattordici. Ciò servirebbe, commenta candidamente il Corriere, «proprio a ridurre il peso(sic) dei condizionamenti ambientali e familiari».

Sul terreno della salute si osano gli esperimenti più audaci. Nel dibattito sorto attorno ai nuovi obblighi di vaccinazione per l'infanzia si è discussa con allarmante ossessione l'opportunità di sottrarre i figli ai genitori renitenti alle inoculazioni, accettando così la certezza di traumatizzare a vita i più piccoli (terza proprietà della citata reductio) per preservarli da rischi eventuali e remoti (seconda proprietà). Ricorderanno i lettori che questa opzione mai osata nel nostro ordinamento, di annichilire la dissidenza disgregandone gli affetti, era prevista a chiare lettere nel comma 5 dell'articolo 1 del decreto Lorenzin, poi abrogato nella conversione in legge. Per motivi analoghi, si reclama la facoltà dei minori, anche giovanissimi, di sottoporsi a test e trattamenti sanitari senza il consenso parentale, li si rappresenta come eroi quando si affidano agli apparati medici contro la volontà di genitori naturalmente retrogradi, si autorizza lo scempio chemioterapico dei loro corpi per sperimentare nuovi paradigmi sessuali e si patologizzano le loro difficoltà e il loro carattere per affidarli alle cure di appositi esperti, fin quasi dalla culla.

È difficile non vedere il filo rosso che lega queste e altre vicende. Il progressismo è la la volontà di imporre un progresso che, per il fatto di dover essere imposto, non è riconosciuto come tale dai suoi presunti beneficiari. Il suo momento propositivo è perciò eternamente posposto e schiacciato dall'urgenza preliminare di forzare le resistenze sociali al cambiamento e i sedimenti pregressi di costume e pensiero, tanto che finisce quasi sempre per identificarsi con la sola pars destruens, con una guerra al vecchio di cui il nuovo non è più il fine, ma il pretesto. Non può dunque sorprendere che il progressismo mal tolleri i diritti delle famiglie. Perché queste sono luogo della traditio letteralmente intesa in cui valori, rappresentazioni e credenze si «consegnano» da una generazione all'altra legandosi al veicolo inespugnabile e primordiale degli affetti. Chi vuole aggredire il vecchio deve aggredire le famiglie e spezzarne la catena di trasmissione: anche fisicamente, non disponendo gli uomini di surrogati pedagogici altrettanto incisivi (ma ci si sta lavorando).

* * *

Attraverso una minuziosa analisi di accordi, intese e raccomandazioni internazionali, Elisabetta Frezza ha ricostruito le tappe di un processo che dal dopoguerra a oggi ha preparato e promosso la progressiva esautorazione dei riferimenti pedagogici famigliari per favorire programmi di educazione pansessualista e di eroticizzazione precoce dei fanciulli a cura degli apparati scolastici. In un intervento recente la studiosa ha citato un passo da L'impatto della scienza sulla società (1951) di Bertrand Russel dove il filosofo britannico immaginava una «dittatura scientifica» in cui «i socio-psicologi del futuro» potranno «convincere chiunque di qualunque cosa», anche che «la neve sia nera... a patto di poter lavorare con pazienza sin dalla giovane età». In ciò il principale ostacolo da superare sarà, appunto, l'«influenza della famiglia».

Anche queste idee sono antiche. Se l'utopia è l'esercizio più estremo e trasparente di progressismo, la dissoluzione della famiglia era già predicata nel testo utopico più antico che conosciamo, la Repubblica di Platone. Nella polis dei sapienti (che oggi chiameremmo «tecnici» avendo messo la ragioneria davanti alla metafisica) le donne sono «tutte in comune», la convivenza coniugale è vietata e «il padre non conosc[e] il figlio, né il figlio il padre» giacché «autorità apposite... prenderanno in consegna i neonati» subito dopo il parto per indirizzarli all'educazione e alle carriere stabilite dai guardiani dell'oligarchia. Importante è il passaggio del libro VII dove si descrive il modo in cui avverrà questa rivoluzione. «I veri filosofi che prenderanno il potere nelle città», spiega Socrate a Glaucone,
manderanno in campagna tutti i cittadini al di sopra dei dieci anni, prenderanno in cura i loro figli ancora immuni dai costumi dei genitori e li cresceranno secondo i modi di vita e le leggi loro propri... Questo è il modo più rapido e più facile per istituire quella città è quella costituzione di cui abbiamo parlato.

Duemilacinquecento anni fa il testo platonico fissava così un archetipo, la scorciatoia contronatura che da lì in poi avrebbe sedotto tutti i rivoluzionari frettolosi e incompresi. Sulla china di quella tragica illusione, di rigenerare la società minando le basi biologiche del matrimonio «prima societas» e della famiglia «principium urbis et quasi seminarium rei publicae» (Cicerone, De officiis) furono in molti a seguire l'ateniese, dal Campanella de La città del sole ai socialisti utopici alla Fourier, ma purtroppo anche governi non letterari come quello cambogiano del quadriennio rosso o quello canadese, che strappava i figli agli indigeni per cancellarne anche fisicamente il retaggio.

Tra gli esponenti più citati, spesso a sproposito, di questa tendenza, Marx ed Engels non avversavano l'istituto famigliare in sé ma criticavano nella «famiglia borghese» uno strumento con cui le classi dominanti opprimerebbero sia le famiglie proletarie («sie findet ihre Ergänzung in der erzwungenen Familienlosigkeit der Proletarier») sia le mogli («ein bloßes Produktionsinstrument») e i figli («die Ausbeutung der Kinder durch ihre Eltern») propri. In seguito, seguaci e divulgatori più o meno consapevoli estesero gradualmente le definizioni di famiglia borghese, di classe dominante e di «padre-padrone» a tutte le famiglie convenzionali dell'emisfero ricco, quasi senza eccezioni, rendendole sistemiche e giustificando così la partecipazione in prima linea delle sinistre nelle battaglie per il divorzio, l'aborto e altre «conquiste» atte a indebolire un modello non più politico, ma antropologico.

Da questa breve e insufficiente antologia sembra emergere che l'idea di migliorare la società criticando la forma-famiglia o aggredendone l'integrità è antica e frusta, in qualche modo onnipresente, sempre pronta a infliggere i suoi fallimenti. Se non il fenomeno degli affidi troppo facili, può certo spiegare l'intensità delle reazioni che esso sta suscitando in entrambe le sponde del dibattito. Negare l'enormità della posta in gioco è tanto più disonesto se non si riconosce che queste cronache portano munizioni a una guerra in corso contro la definizione e il ruolo della famiglia. Una guerra che parte dai livelli più alti - precisamente quelli delle «classi dominanti», su scala mondiale - e si dispiega negli ambiti dell'istruzione, della salute e della sessualità, avendo già colpito quello della sussistenza con la deflazione di salari, occupazione e servizi. Al di là dell'oggetto, l'invito a «non parlare di Bibbiano» rischia perciò di apparire come un tentativo poco credibile di anestetizzare un conflitto che già divampa nelle retrovie e di normalizzare i tentativi sempre più audaci di espugnare una delle trincee psicologiche, assistenziali, culturali e spirituali più tenaci, perché prepolitica, di un popolo che si ostina a non voler prendere la medicina globale.

* Fonte: Il Pedante

martedì 20 agosto 2019

DAL MINISTERO DELL'AMORE È TUTTO... di M. Micaela Bartolucci

[ Martedì 20 agosto 2019 ]


“Per secoli abbiamo provato ad eliminare il dissenso, con la religione, con la politica ed ora con il consumismo. Non sarebbe arrivato il momento di dare una possibilità alla scienza?”
cit. da Assassins Creed






«La stimolazione cerebrale non invasiva contro pregiudizi e stereotipi sociali»



Peggio di 1984 di Orwell, più allucinante de Il mondo nuovo di A. Huxley, perché va al di là di ogni possibile previsione, ben oltre il punto di non ritorno a cui l’immaginazione umana possa, sanamente, portarci.

Mi riferisco ad un articolo dell’Huffigtonpost del 16 agosto — La stimolazione cerebrale non invasiva contro pregiudizi e stereotipi sociali —, un tripudio di idiozia pseudo scientifica che, calpestando ogni criterio socio-culturale, sdogana il delirio di onnipotenza di una “geniale” ricercatrice (Maddalena Marini) che, probabilmente al soldo dei soliti noti, cerca, da almeno un anno, di far passare l’aberrante risultato di un suo studio per l’Istituto Italiano di Tecnologia.
Intendiamoci non sono assolutamente in grado, né ho l’intenzione, di criticare il risultato dei suoi studi da un punto di vista scientifico, ma sono perfettamente capace di demolire la povertà della teoria che soggiace al suo studio e, soprattutto, mostrarne la pericolosità.
Questa ricercatrice da Nobel per il servilismo alle élite neoliberali inizia così il suo brillante scritto:
“…la nostra mente riflette ancora le tracce di un’eredità evoluzionistica… portandoci tuttora a preferire le persone che sono socialmente e culturalmente simili a noi rispetto a quelle che differiscono da noi.”
Che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione… Ecco l’intuizione geniale a cui si può solo rispondere: “Ma va?” Eh si, noi preferiamo relazionarci con individui con cui abbiamo qualcosa in comune! Quale meravigliosa folgorazione! Eppure per questo talento illuminato dall’astro sfavillante della globalizzazione, questa eredità ha un accezione negativa, anzi è qualcosa da eliminare addirittura attraverso Stimolazione cerebrale!
Ma prosegue e ci dice che 
A conferma di ciò, la ricerca scientifica ha mostrato che la nostra mente contiene stereotipi e pregiudizi che sono legati alle diverse caratteristiche sociali degli individui, quali ad esempio l’etnia, il colore della pelle, il peso, il genere, l’età, l’orientamento sessuale, politico, o religioso, la disabilità e la malattia fisica o mentale” 
Ovvero Lesperta non solo mette insieme caratteristiche biologiche, alcune delle quali irreversibili, e caratteristiche culturali come fossero equivalenti ma neppure si avvede che nessuna di quelle elencate è, in realtà, una caratteristica sociale, ciò che potremmo, al limite, affermare è che l’orientamento, di qualsiasi tipo, possa essere  dettato da stereotipi culturali o sociali il resto è non senso. Chiaramente questa ignobile e patetica apposizione non è casuale, secondo un preciso schema mentale, infatti, si parla prima di etnia e colore della pelle, poi di orientamento religioso quindi di disabilità e malattia.

Manipolazione per principianti…

La prova della malafede, diciamo così, intellettuale, si trova confermata subito dopo allorché crede di potersi inoltrare nell’esemplificazione di quelli che lei vorrebbe far passare come conclamati pregiudizi razziali ed allora, madama ipocrisia, si interessa e mette in luce, quando si dice il caso!, solo quelli delle “persone bianche nei confronti di quelle di colore”; evidentemente la signora ha un pregiudizio inveterato, che non è riuscita a superare nonostante la favolosa tecnica che lei stessa ha messo a punto per farlo, e che non può non inficiare tutto il resto della “magnifica” opera di ricerca svolta rendendola “ontologicamente” fallace.

La parte finale dell’articolo mostra quel che c’è dietro tante banalizzazioni socio-culturali: la scienza al servizio dell’ideologia dominante, corollario infame della “mondializzazione ipercapitalistica”; perché, di certo, questa scienza teorizzata dalla signora in questione, non è democratica, sarebbe stata, anzi, perfettamente degna di una delle peggiori dittature del XX secolo. Leggete e tremate:
 “L’idea che sto portando avanti con la mia ricerca presso l’Istituto Italiano di Tecnologia è che questi stereotipi siano così instillati nella nostra mente che l’unico modo per cambiarli sia modificare i meccanismi biologici del cervello responsabili della generazione e controllo di tali stereotipi.
In particolare, i miei studi sono volti all’utilizzo di una procedura, chiamata stimolazione cerebrale non invasiva: tecnica appartenente al campo scientifico delle neuroscienze.
Le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva sono delle procedure considerate sicure che permettono, inducendo delle piccole correnti elettriche o magnetiche, di modulare i meccanismi attraverso i quali il cervello regola il nostro comportamento.
Studi che hanno iniziato a utilizzare queste tecniche nel campo degli stereotipi hanno permesso di definire una rete di regioni cerebrali causalmente coinvolte in questi processi e di dimostrare che aumentando o diminuendo l’attività di alcune di queste aree è possibile ridurre la forza degli stereotipi inconsci, come quello di genere in ambito scientifico e del pregiudizio che porta ad associare atti di terrorismo all’essere di origine araba rispetto al non esserlo.L’uguaglianza è un diritto fondamentale di ogni cittadino e un dovere della nostra società. Le pari opportunità non rappresentano solamente una caratteristica indispensabile per una società democratica, ma anche un fondamento cruciale per l’innovazione, l’economia e il benessere generale di una nazione.”
Dal Ministero dell’Amore è tutto.

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mercoledì 23 gennaio 2019

ETEROGENESI DEI FINI O CONTROGENESI DEI FINI? di M. Micaela Bartolucci

[ 23 gennaio 2019 ]

E’ vero che l’Italia ha sempre avuto a che fare con qualche forma di vincolo esterno ma è anche vero che mai è stato così forte, così evidente, così esteso e così totalizzante come in questo momento. Questa sembra essere l’era del vincolo esterno, una sorta di “sineddoche inversa” perché investe ogni segmento della nostra esistenza.

Ce lo chiede l’Europa, la scienza non è democratica, scegli la scienza vota PD, governo tecnico, fattura elettronica, blockchain, legge Lorenzin, patto per la scienza… tutte queste cose hanno un fattore comune, sono tutte forme di controllo che soggiacciono alla potente logica del vincolo esterno, sono limitazioni, paletti di contenimento, barriere invalicabili da accettare per forza che limitano la nostra libertà di scelta, che impongono una visione paternalistica grottesca, che eliminano ogni possibile forma di sovranità. «L’Europa ci chiede di rinunciare a diritti fondamentali per non far saltare un numero» [cit. Il Pedante] e così ci ritroviamo con 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà, 6 milioni di disoccupati, infrastrutture fatiscenti, ponti che crollano, strade allagate, si riducono i servizi, si abbassano le pensioni, si diminuiscono gli interventi pubblici, si degrada la scuola al rango di allevamento intensivo, si riducono i trasporti, si chiudono i reparti di maternità, si sopportano liste d’attesa inverosimili, si depotenziano i consultori, si tollerano un impoverimento costante, l’aumento dei suicidi e dei morti sul lavoro, le delocalizzazioni, un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita che va di pari passo con gli aumenti delle utenze, la kafkiana situazione delle imposte ed altre simpatiche disfunzioni. Noi dobbiamo ingoiare tutto questo per stare nel famigerato 3%, per non far salire lo spread! Non ci sono alternative!

La democrazia è svuotata di ogni valore residuo ed il suo stato di salute è, ormai, fortemente a serio rischio. Macron voleva riformare la Costituzione (la protesta dei gilet gialli ne ha impedito l’immediata attuazione) per ridurre il numero dei parlamentari, il pretesto è fare economia, la vera ragione è limitare la democrazia, in Italia ci aveva già provato Renzi, sebbene in forma un po’ diversa, ed oggi altri vorrebbero tentare, con lo stesso pretesto, qualcosa di simile. L’operazione è, chiaramente, estremamente pericolosa perché con la scusa di economizzare, come se davvero fosse un risparmio rilevante, si riducono i margini di rappresentatività e quindi della democrazia.

Questa decostruzione soggiace ad una logica aberrante «si sta coltivando l’idea che la democrazia possa essere superata da principi ad essa superiori» [cit: Il Pedante], quindi il legislatore, il politico devono farsi da parte e lasciare il posto ai tecnici, alla scienza che, non essendo democratica, secondo certi signori, non può essere messa in discussione. La democrazia è già morta, deve essere messa da parte.


I vincoli conosciuti fino ad ora, questo controllo economico, politico e sociale non è più sufficiente, bisogna andare oltre, distruggere ogni barlume di scelta, di sovranità ed allora si arriva a paventare la paura più forte, si rende necessario lo spauracchio dell’epidemia così da giungere al controllo sui corpi, quelli più fragili e che andrebbero protetti, salvaguardati, quelli dei nostri figli. La vicenda dei vaccini diviene paradigmatica, la professione medica viene esautorata, il medico non può più informare, consigliare, esprimersi… chi ha dei dubbi è tagliato fuori.

Lo stato, servendosi di una casta che Costanzo Preve chiamava, in guisa di insulto, «intellettuali manipolatori i cui servizi sono acquistati dall’apparato economico-politico come portatori di consigli per l’addomesticamento della gente», diventa terapeutico e la scienza, la medicina e la tecnologia sono le nuove entità a cui dobbiamo affidarci. La scienza non è democratica, ovvero poiché la democrazia non si applica alla scienza, la democrazia deve mettersi da parte. Il cerchio si chiude.

“Se una cosa non serve a niente, allora serve a qualcos’altro”. 
[cit. Il Pedante

La fatturazione elettronica serve ad eliminare l’evasione fiscale? No

I 10 vaccini imposti servono a fronteggiare epidemie in atto? No (la fantomatica epidemia da tetano?)

Allora servono ad altro, allora sono utili come forma estrema di controllo, totalizzante e totalitario, molto più raffinato di quanto prefigurato da Orwell in 1984. Il vincolo esterno si allarga a dismisura sino a toccare ambiti finora ritenuti intoccabili, bloccando ogni possibile libertà di scelta e rendendo impossibile ogni azione politica.


lunedì 21 gennaio 2019

LA SCIENZA, LA DEMOCRAZIA E LORSIGNORI di Pier Paolo dal Monte

[ 21 gennaio 2019 ]


Cosa potrebbe accadere se la scienza diventasse ideologia e venisse canonizzata in guisa di articolo di fede, se ogni critica fosse stigmatizzata come eresia e su di essa si avventasse il Malleus Maleficarum del potere e del suo clero opportunista? Questo mi pare l’obiettivo del malaccorto “Patto trasversale per la scienza promosso da Burioni e firmato, tra gli altri, dai noti epistemologi Matteo Renzi e Beppe Grillo.
Come già evidenziato da Ivan Cavicchi, questo cosiddetto patto appare come un rabberciato coacervo di tautologie, tenuto assieme da una concezione di scienza ottocentesca, pedissequamente informata da un meccanicismo riduzionista. Una visione apodittica e fideistica che vorrebbe delimitare la sfera del concepibile definendo de jure, le categorie di ciò che può essere chiamato “scienza”, bandendo qualsiasi critica, anche fondata, dal consesso del lecito e, per ciò stesso, dell’esprimibile.

La scienza diventa così un potente metodo “governamentale”, perché, allo stesso modo delle notizie propalate dai mezzi di comunicazione di massa, crea l’immagine della realtà determinando l’“orizzonte del possibile”, ovvero i confini entro i quali devono essere delimitati il pensiero e la conoscenza. In questo modo si limita il campo delle possibili scelte, rendendole tutte impossibili poiché, secondo postulato, questo campo è definito da principi assoluti e ineludibili che, quindi, non possono costituire oggetto di discussione o, tanto meno, di scelta democratica.
Qui si può notare una sinistra concordanza con un’altra corbelleria che, in questi tempi, viene spacciata con una certa insistenza, e che recita: “La scienza (ma quale?) non è democratica”. Questa sonora scempiaggine è minata da una doppia fallacia:
1. la prima è logica, ovvero compara due “concetti incommensurabili”; la scienza è attinente al dominio cognitivo, mentre la democrazia – che è definizione di una modalità di governo – a quello politico. Per dirlo coi greci, la prima attiene all’epistème, la seconda alla praxis.
2. La seconda, invece, è una fallacia epistemologica: il metodo sperimentale fa sì che la scienza sia, da questo punto di vista, pienamente democratica. Essa ricusa il principium auctoritatis e si perché è basata sulle prove sperimentali. L’esperimento può essere considerato alla stregua di un “bene comune”, al quale (per statuto teorico) tutti possono attingere e concorrere, se non dal punto di vista pratico, senza meno da quello “veritativo”, visto prevede che sia possibile verificare ogni specifica asserzione “scientifica”.
La conoscenza del mondo, è data da un complesso di strumenti epistemici con i quali si studiano e apprendono (in senso etimologico) i fenomeni che, attraverso il metodo scientifico, vengono strutturati e inquadrati in sistemi di metafore utili a descrivere le “leggi generali” con le quali si costruisce la griglia del “sapere”. Questo sapere è sempre diveniente e sempre perfettibile; pertanto, almeno dal punto di vista teoretico, nulla è più lontano dal metodo scientifico dell’atteggiamento dogmatico del “manifesto” di cui sopra.
L’organizzazione della conoscenza si manifesta attraverso un processo di astrazione della realtà, che avviene mediante la descrizione del mondo con un sistema di metafore: rappresentazioni mentali dei fenomeni che, per loro natura, possono descrivere solo alcuni aspetti della realtà percepita, ossia quelli che sono considerati importanti dall’osservatore (scelta preanalitica), che fungono da paradigmi e modelli dei fenomeni naturali
Ogni modello, in quanto descrizione parziale della realtà, riflette soltanto una parte delle possibili interazioni tra l’osservatore e gli enti osservati. È doveroso ricordare che questa scelta preanalitica dipende sempre dalla visione del mondo dell’osservatore e, come tale, non è mai “neutrale” o “oggettiva” ma è sempre informata da una determinata visione del mondo. Si può quindi comprendere che “il discorso sul metodo”, per ciò che concerne la definizione di “scienza”, è un “poco” più complesso della visione semplicistica che traspare dal “manifesto” citato.
Inoltre, se parliamo delle relazioni tra politica e scienza, la prima non è – e non può essere – mera applicazione di postulati tecnici o “scientifici”. Il suo ambito non è quello dei postulati o delle “evidenze” ma quello dell’agire collettivo, che è basato sulla mediazione e il compromesso tra i vari interessi e le varie istanze in gioco. Pertanto, quando lo scopo è quello di convogliare ciò che è frutto di conoscenza scientifica nell’ambito delle scelte politiche, è necessario un accurato lavoro di negoziazione semantica per riuscire a giungere a un significato che sia condiviso da tutte le parti interessate, cioè a dire: un “perché”, che è la condizione necessaria per arrivare ad un “come”, ossia l’applicazione, nel mondo realmente esistente, di quella scienza che scaturisce dagli “esperti”.
Fatte queste premesse, ritengo quanto mai opportuna la proposta di Ivan Cavicchi di promuovere un patto sul modo di intendere la scienza. Essa diviene addirittura indispensabile, di fronte alle derive ideologiche circa il concetto di “scienza” alle quali stiamo assistendo, che sono sintomi di un pericoloso predominio del “pensiero calcolante” al quale è resistere tramite l’esercizio del “pensiero meditante” (per usare le definizioni di Heidegger).

giovedì 17 gennaio 2019

INTELLIGENZA O DEMENZA ARTIFICIALE? il pedante

[ 17 gennaio 2019 ]

Ci segnalano, e volentieri pubblichiamo questo pezzo de il pedante che condividiamo nella sostanza, tranne quando tira in ballo Marx come anche lui seguace della concezione della "neutralità della tecnica". Il che non è vero.


*  *  *
Non basterebbero molte pagine per commentare l'ultima moda improvvisa e globale della digitalizzazione a tappe forzate, che per qualcuno - i soliti - dischiuderebbe «l’opportunità per pensare un mondo nuovo e per pensare anche un umano nuovo». Qui si può solo abbozzare una ricognizione preliminare sul tema, con l'intento non certo di chiosare le pretese «rivoluzioni» tecnologiche che lo rimpolpano, ma di raschiarne la patina retorica per ritrovarvi le dinamiche più antiche e familiari di un progetto di dominio degli uomini sugli uomini. Di cui la macchina è, insieme, lo strumento e il pretesto.
Da questa ricognizione emergerà che l'«e-government», il governo digitale, è esattamente ciò che dice di essere: l'ultima carnevalesca livrea della tecno-crazia, del potere sedicente tecnico che nel promettere la svolta storica di sottrarre le decisioni alle debolezze degli uomini... le sottrae agli uomini deboli per riservarle ai forti, come è sempre accaduto. Copertasi di sangue e di ridicolo nei campi dell'economia, svelatasi tribale e violenta in quelli della scienza e della medicina, darà spettacolo di sé con gli ultimi gingilli dell'ingegneria. A risultati invariati.
***
In punto fenomenologico colpisce innanzitutto che le sedicenti innovazioni di cui si sostanzierebbe la «rivoluzione digitale» (qui una carrellata giornalistica) sono raramente tali, trattandosi piuttosto di nuove applicazioni integrate e in larga scala di tecnologie che già esistono: internet, le basi di dati, i dispositivi hardware programmabili, gli algoritmi biometrici, poco altro. Se l'innovazione rappresenta lo strumento, l'applicazione detta gli obiettivi del suo impiego: è, cioè, un atto politico. Trattandosi in molti casi di mere fantasie, delle nuove applicazioni non si divulgano di norma le proprietà tecniche ma piuttosto gli scenari sociali, politici e antropologici che dovrebbero inaugurare. Perché, evidentemente, le «novità» da promuovere sono proprio quegli scenari, la visione di un «mondo nuovo» e di un «umano nuovo». Non altro, non le tecnologie, non la tecnoinsalata più o meno plausibile scodellata a contorno.
Il marchio tutto politico dell'operazione trova conferma nel fatto che le applicazioni promesse, secondo il paradigma solito di un capitalismo in crisi di sopravvivenza, non si degnano di rispondere alle leggi di mercato. Per quanto le si strombazzi, non riscaldano l'interesse, né quindi la domanda, di chi ne dovrà fruire. Se la telefonia mobile, la videoscrittura e la navigazione satellitare non ebbero bisogno di essere magnificate e promosse per diffondersi, oggi quasi nessuno avverte la necessità di una blockchain e delle sue applicazioni, né aspetta con ansia la supervelocità di una rete 5G, né sogna di connettere il forno, lo scooter e l'asciugacapelli alla rete. Più spesso, le innovazioni promesse suscitano anzi spavento e rigetto. La schedatura dei dati sanitari e genetici, la moneta elettronica coatta, la geolocalizzazione permanente, i microprocessori sottopelle, la videosorveglianza integrata e il riconoscimento somatico, per citarne alcuni, non sono reputati inutili, ma pericolosi. Eppure avanzano, mentre dovrebbero marcire sugli scaffali. L'esempio più lampante è la novità di quest'anno, la fatturazione elettronica obbligatoria verso tutti, rifiutata dalla totalità dei suoi «beneficiari» e ciò nondimeno imposta prima con il pretesto penoso di un recupero fiscale, poi, gettata la maschera, con quello ancora più penoso di avere trasformato quel risparmio immaginato in un vincolo di bilancio erariale.
Schifata dai consumatori e dalla mano invisibile, la cyber-rivoluzione si rifugia tra le gambe di uno Stato pianificatore che la fa trangugiare ai suoi sudditi come agenda digitale, dove gli agenda, in latino, sono appunto le cose che devonoessere fatte. E se i cittadini non scuciono i soldi come acquirenti, sarà Pantalone a farglieli scucire come contribuenti, stanziando ad esempio 100 milioni italianiper la blockchain tanto cara alla Casaleggio Associati e «non meno di venti miliardi» europei per l'intelligenza (?) artificiale. Cade così, con la fiaba del mercato über alles, anche quella di un progresso tecnologico che a mo' di locomotiva lanciata sui binari della storia «va governato» perché «inarrestabile», mentre è ormai chiaro che chi se ne dichiara al traino lo sta trascinando: con fatica, con ostinazione e contro la volontà dei passeggeri. In questa miserabile finzione si misura il trapasso limpido dal progresso, caratterizzato da benefici veri o presunti, ma comunque percepiti, alla sua versione violenta e autoreferenziale: il progressismo, che nel nome dell'inesistente - il futuro - si arroga il diritto di coartare l'esistente.
***
In punto sociale, l'ipotesi maoista che la digitalizzazione a furor di Stato servirebbe a migliorare anche le condizioni di vita di chi oggi per «ignoranza» ne teme gli effetti, non è storicamente ricevibile. Sarebbe infatti facile osservare che gli anni in cui è infuriata la crisi economica e occupazionale, dal 2008 ad oggi, sono stati anche quelli caratterizzati dalla maggiore affermazione e diffusione di nuove applicazioni digitali: dagli smartphone ai servizi telematici di aziende e pubbliche amministrazioni, dalle videochiamate gratuite alla repressione del denaro contante, fino alla profilazione automatica via social. Rimossi i travestimenti del marketing - dove tutto ha da essere nuovo e «senza precedenti» - si scoprirebbe che la mancata promessa di avanzamento sociale delle innovazioni tecniche imposte dall'alto ha una storia molto più antica, una storia che lascia presagire con certezza il futuro, tant'è i più attrezzati l'avevano prevista e descritta già agli albori della rete internet e dei telefoni cellulari. Così David F. Noble nel 1994 (Progress without People):
... non c'è bisogno di lanciarsi in speculazioni futuristiche... per capire che cosa è successo alle nostre vite e ai nostri standard di vita durante la cosiddetta era dell'informatica... L'autostrada dell'informazione non è che ai suoi inizi e il posto di lavoro virtuale è ancora in larga parte sperimentale, ma le loro conseguenze sono fin troppo facili da prevedere alla luce della storia recente. Dopo mezzo secolo di rivoluzione digitale, le persone oggi lavorano più a lungo, in condizioni peggiori, con più ansia e più stress, meno competenze, meno sicurezza, meno potere contrattuale, meno benefici e salari più bassi. In questi anni la tecnologia informatica è stata chiaramente sviluppata e utilizzata per demansionare, disciplinare e rimpiazzare il lavoro umano, in un crescendo globale di proporzioni mai viste. Chi ancora lavora è fortunato. Perché la tecnologia è stata progettata e sviluppata per stringere la morsa delle aziende multinazionali sulle risorse del mondo, con risultati ovvi e programmati: esautorare e marginalizzare una larga parte della popolazione mondiale, non solo nei Paesi industrializzati; aumentare la disoccupazione strutturale (cioè permanente) e l'emergenza connessa di un esercito nomade di lavoratori precari e part-time, controcanto umano della produzione flessibile; rinfoltire i ranghi di chi è destinato a una povertà perpetua; allargare drammaticamente il divario tra i ricchi e i poveri, riportandolo a proporzioni ottocentesche.
Questo e altri saggi dello stesso autore meriteranno un commento più ampio, per la preveggenza non solo degli effetti di questo ultimo sussulto di rivoluzione industriale, ma prima ancora dei motivi che continuano ad alimentarne la seduzione. Tra questi, il più forte si fonda nell'antica menzogna della «neutralità della tecnica», della scissione irrazionale tra gli strumenti e gli scopi socio-economici per i quali sono concepiti, che da Marx in poi ha illuso generazioni di vittime del «progresso» incatenandole a un culto in certi casi puerile della macchina e delle sue promesse.
Qui è sufficiente richiamare questi pochi cenni e applicarli ai segnali di una «rivoluzione» che, ancora una volta, non rappresenta né un'opportunità né una «sfida», ma il compiersi di una volontà di dominio molto più antica delle macchine, di cui le macchine sono solo l'ultimo mascheramento.
* FONTE: il pedante
** Questo articolo è apparso, in forma ridotta, su La Verità del 12 gennaio 2019

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