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domenica 25 settembre 2016

PODEMOS O NON PODEMOS?

[ 25 settembre]

Si è svolta ieri a Madrid un'importante riunione della direzione nazionale di Izquierda Unida (IU). Perché importante? L'assemblea, pur tra consistenti mugugni e opposizioni, ha approvato a larga maggioranza la proposta della nuova direzione di Alberto Garzon di dare vita ad un nuovo soggetto politico che implicherà il superamento e lo scioglimento di IU. Testualmente: "un nuovo movimento politico e sociale che vada oltre l'attuale Izquierda Unida".

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Per i partigiani della svolta si tratta dell'applicazione delle decisioni assunte dalla XI. Assemblea di IU che affermava testualmente che Izquierda Unida si considerava "...un'organizzazione di transizione verso un nuovo movimento anticapitalista, ecologista e femminista". Di diversa opinione le minoranze interne (una delle quali non ha partecipato al voto finale) che temono che dietro a questa accelerazione ci sia un accordo sotto banco con Pablo Iglesias per dare vita ad un blocco in cui IU finirebbe per essere la ruota di scorta di Podemos.

Ma nemmeno in Podemos si naviga in acque tranquille. Al contrario. La perdita di circa un milione di voti da parte del blocco elettorale tra Podemos e Iu (Unidos Podemoas) nelle elezioni politiche del luglio, e dunque la ricerca delle ragioni della débâcle, ha reso evidente ed ancor più profonda la divisione tra le due ali del movimento, tra l'ala destra che fa capo a Iñigo Errejon e la sinistra di Pablo Iglesias.

Il dissidio tra i due oramai è conclamato ed occupa le prime pagine dei giornali spagnoli. Mettiamola così: Errejon non esclude, anzi perora, l'idea di una alleanza con i socialisti del PSOE, mentre Iglesias la respinge e guarda a sinistra.

In questo contesto la mossa di IU è percepita dall'ala errejonista come un'intervento a gamba tesa nella disputa interna in Podemos ed esaspera effettivamente i sospetti e la lotta interna in Podemos.

Vedremo come evolverà la situazione. Quel che almeno a noi sorprende è che in questa disputa tra le due correnti, tutto sembra schiacciato sulla tattica politica elettorale e istituzionale, che sia totalmente assente ogni riferimento alla crisi sistemica, a quella dell'Unione europea, alla necessità per la Spagna di liberarsi dall'euro e dal vincolo esterno. Magari nelle segrete stanze i dirigenti di Podemos si accapigliano anche su questi aspetti decisivi. A noi, come del resto agli attivisti ed ai simpatizzanti del movimento, questo non è dato sapere. Ed hanno quindi facile gioco i media di regime a sparare a zero contro Podemos presentando la battaglia interna come mera lotta di potere tra capi.


martedì 28 giugno 2016

SPAGNA: DOVE HA PERSO LA SINISTRA di Miguel Muñoz

[ 28 giugno ]

Un'analisi comparata del voto del 26 giugno, con particolare attenzione al risultato deludente della coalizione tra Podemos e Izquierda Unida.
Sono passati solo due giorni e i media spagnoli registrano la riacutizzazione delle tensioni interne a Podemos, tra
'errejonistas' e 'pablistas'. L'ala di Íñigo Errejón era contraria alla alleanza elettorale con Sinistra Unita.


Nella foto da sinistra: Pablo Iglesias di Podemos e Alberto Garzon leader di IU, nelle elezioni nella stessa coalizione.

Era la novità principale della campagna elettorale rispetto alle elezioni del 20 dicembre. Dopo diversi mesi di urticante telenovela Podemos e Izquierda Unida (IU) hanno alla fine raggiunto un accordo storico per partecipare insieme alle elezioni del 26 luglio. L'obiettivo dei partiti di Pablo Iglesias e Alberto Garzón era chiaro: contendere la vittoria al partito Popolare (PP). Davano per scontato, come quasi tutti i sondaggi, che sarebbero diventati la seconda forza del Paese incollati al PP.

Invece no, l’atteso sorpasso sui socialisti del PSOE non è arrivato. Non solo. L’alleanza Unidos Podemos, che si pensava avrebbe moltiplicato i voti, ne ha, al contrario, persi per strada più di un milione —esattamente 1.089.670— rispetto alla somma che Podemos, IU e le diverse liste territoriali ottennero a dicembre. Questi dati si traducono comunque in 71 seggi, esattamente gli stessi che ottennero le due formazioni separatamente.

La somma dei voti di Podemos, In Comú Podem, En Marea, Compromis-Podem e IU-20D Unidad Popular il 20 dicembre scorso fu di 6,139,404 voti. Questo 26 luglio la stessa coalizione ne ha presi 5.049.734. Catalogna e Paesi Baschi si sono dimostrate le comunità autonome con i risultati migliori. In Catalogna, In Comú Podem, guidata da Xavier Domenech conserva la prima posizione ed i suoi 12 seggi, malgrado abbia perso 81.354 voti. Nei Paesi baschi è la lista con il maggior numero di voti (31.000 voti in più del 20 dicembre), ottenendo 6 seggi, uno in più del Partito Nazionalista Basco (PNV).

Nella Comunità Valenciana Compromis-Podem conserva la seconda posizione ed i suoi 9 seggi. Anche se rispetto alla somma di voti ottenuta a dicembre con Esquerra Unida del Pais Valencià (EUPV) ne perde 129,617. Situazione simile in Navarra e nelle Isole Baleari dove la coalizione ottiene due seggi e conserva il secondo posto ma con meno voti rispetto alla somma di dicembre quando andarono separati.

Particolarmente impietoso è il caso di Madrid, dove l'alleanza sperava di superare i 10 seggi ottenuti da Podemos e IU separatamente il 20 dicembre scorso. Ne hanno ottenuti invece 8 e avendo perso più di 216.580 voti. Conservano sì la seconda posizione, ma lontano dal PP, che ha quasi il doppio dei voti. Anche in Galizia En Marea ha anche preso una batosta, dando il secondo posto al PSOE, perdendo uno dei 6 seggi che aveva e quasi 66.445 voti. Il secondo posto è stato perso nella Canarie anche se in questo caso si conservano 3 deputati. In Aragona si manifesta la medesima tendenza generale, con gli stessi deputati, 2, e meno voti rispetto a quelli ottenuti separatamente tra Podemos e IU.

In Andalusia, considerata una regione chiave da Unidos Podemos, la coalizione passa da 10 a 11 seggi, ma ha perso più di 200.000 voti rispetto alla somma di Podemos e IU nel mese di dicembre. Curiosamente perdono il seggio ottenuto nella provincia di Almería, dove si era presentato il generale Julio Rodriguez, una delle stelle di Podemos e dove Iglesias stesso era andato a sostenere la sua campagna. Al contrario, ottengono un seggio a Jaén con il sindacalista Diego Cañamero che diventa deputato. Mantiene d’altra parte i suoi record a Cordoba (Manolo Monereo sarà deputato), Málaga, Huelva, Granada e Cadice. A Siviglia i seggi passano da 2 a 3.

Nelle due Castillas, dove ottennero i risultati più poveri risultati il 20 dicembre, non sono riusciti a decollare, conservando 1 seggio nella regione di Castilla-La Mancha e conservando i 3 in Castiglia e Leon. Essi hanno inoltre mantenuto l’unico seggio in Estremadura, Murcia, Cantabria e La Rioja oltre ai due delle Asturie.

Da sinistra: Alberto Garzon (IU) e Pablo Iglesias


I musi lunghi dei leader dell’alleanza Unidos Podemos erano il tratto predominante quando sono comparsi in pubblico una volta avuti i risultati definitivi. Tutti hanno riconosciuto i brutti risultati, ma Iglesias ha ribadito la continuità della alleanza. "I risultati delle elezioni non sono soddisfacenti, avevamo aspettative diverse. Siamo preoccupati per la perdita di sostegno del blocco progressista", ha affermato. "Forse abbiamo bisogno di tempi più lunghi", ha detto Iglesias a proposito dell’aspettativa del suo partito di vincere le elezioni.

Se ci sarà questa “continuità” lo sapremo presto dai risultati delle prossime riunioni dei dirigenti. Nessuno scenario è da escludere.

* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della Redazione

lunedì 27 giugno 2016

SPAGNA: PERCHÉ HA PERSO PODEMOS? di Piemme

[ 27 giugno ]

Cinque sono i dati salienti della tornata elettorale spagnola.

(1) In primo luogo il successo del Partito Popolare, ovvero della destra storica spagnola, erede diretta del franchismo. Dentro questo successo, quello personale di Rajoy, che ora riceverà il mandato per formare il governo. Molto probabilmente di "larghe intese" con il Partito socialista —così come chiedono le classi dominanti spagnole e gli oligarchi euro-tedeschi
(2) La sostanziale tenuta del Partito socialista che ha evitato l'annunciato sorpasso da parte di Podemos e può quindi, vendere cara la pelle nell'ipotesi di dover governare assieme a Rajoy e il partito Popolare.
(3) Il vero e proprio crollo di Ciudadanos, la neonata formazione neoliberista che, sul lato destro del panorama politico spagnolo, ha cercato di emulare Podemos.
(4) Il forte calo dei votanti. Un dato rilevante se si pensa che da sei mesi la Spagna era senza governo ed in una ininterrotta campagna elettorale ossessivamente alimentata dai media.
(5) La sconfitta elettorale di Unidos Podemos. L'alleanza tra il movimento di Pablo Iglesias e Sinistra Unita non solo non scavalca il Partito socialista, ma perde una milionata di voti rispetto ai voti che le due formazioni ottennero a dicembre.

Come spiegare il "fracaso", il fallimento di Podemos?

Le prime analisi dei flussi elettorali indicano che, mentre una piccola parte di ex-elettori di Podemos e Sinistra unita ha votato per i socialisti, la maggioranza non si è recata alle urne o ha votato scheda bianca. Un fallimento che sarebbe stato catastrofico senza i notevoli successi nei Paesi Baschi ed in Catalogna —che si spiegano per le peculiarità di queste due nazioni e per il decisivo contributo dei movimenti indipendentisti.




Allora la vera domanda è non tanto perché non c'è stato l'annunciato "sorpasso", ma perché centinaia di migliaia di cittadini che a dicembre votarono Podemos o Sinistra unita hanno scelto l'astensione?

A rischio di sbagliarmi, ed avendo seguito la campagna elettorale spagnola, anzitutto nelle sue ultime battute, azzardo la mia spiegazione.

La ragione che a me pare prevalente è che Podemos, anzitutto attraverso le dichiarazioni in pompa magna del suo leader carismatico, ha scelto un posizionamento elettorale moderato, posizionamento che tanti elettori hanno respinto.

Di che parlo? Parlo di alcuni clamorosi errori compiuti da Pablo Iglesias.
Provo ad elencarli senza seguire un rango per importanza.

(1) I dirigenti di Podemos hanno voluto credere ai sondaggi, che davano per acquisito il "sorpasso". "Io sarò il primo ministro di un governo coi socialisti", ha più volte ripetuto Iglesias: vertigini del successo che spiegano non solo una sicumera indisponente, ma quanto prigioniero Iglesias si sia dimostrato del cerchio magico dei media, e quanto poco egli percepiva i sentimenti più profondi di tanti suoi elettori, quanto bolliva nella pentola della sua base sociale. Questo, diciamo così, potrebbe essere considerato un peccato veniale, parzialmente perdonabile, non possono esserlo invece quelli capitali.
(2) Errore clamoroso si è rivelata la fretta governista, incarnata nella proposta politica centrale della campagna elettorale: quella del governo di coalizione con il Partito socialista, il principale pilastro, più ancora del Partito popolare del regime euro-oligarchico —che è come se qui gli M5S proponessero un governo di coalizione col Pd. Gli elettori più radicali e di base di Podemos e Sinistra unita hanno respinto questo....inciucio.
(3) Per giustificare questa alleanza di governo con il Partito socialista, Iglesias ha fatto concessioni programmatiche ai socialisti che sarebbero state considerate impossibili solo pochi mesi prima. Nessuna proposta di nazionalizzazione di banche e settori strategici per colpire i santuari della casta oligarchica, abbandono totale della rivendicazione storica della sinistra spagnola di uscita dalla NATO, nessun riferimento al superamento dell'ordinamento istituzionale monarchico.
(4) Un vero e proprio autogol la dichiarazione rilasciata da Pablo Iglesias dopo il dirompente successo popolare della Brexit. Citato: «Giorno triste per l’Europa. Va cambiata, perché da un’Europa giusta e solidale nessuno vorrebbe andarsene. Cambieremo l’Europa». Che pena! Una dichiarazione di fede europeista che lo ha collocato al fianco delle euro-oligarchie che dice di voler combattere. Uno tsiprismo fuori tempo massimo. Un errore clamoroso, questo aver reiterato proprio dopo Brexit, il suo europeismo, visto che oramai quasi la metà degli spagnoli è nel campo dell'euroscetticismo e che l'eurofilia è in rapido declino di consensi anche da quelle parti.
(5) Non solo Iglesias ha affermato che Podemos è la "vera socialdemocrazia dei nostri tempi" (sic!), negli ultimi giorni di campagna è giunto a tessere le lodi di Jose Luis Rodriguez Zapatero, qualificato come, testuale! "...il miglior presidente della democrazia" [Democrazia il regime monarchico di Spagna??]. Zapatero, ovvero il primo ministro socialista sotto il cui governo sono state adottate in Spagna (e gli spagnoli se lo ricordano molto bene) le più radicali e antipopolari misure neoliberiste e austeritarie —come qui fece Prodi tanto per capirci.
Iglesias non sembra sapere o volere correggere la rotta. Sembra si sia incartato, ha perso lo smalto...

Nella sua dichiarazione a caldo di ieri notte ha anzi aggravato le cose, insistendo comunque per un'alleanza coi socialisti, dicendo che Podemos è ancora pronta a costruire una "blocco progressista contro il blocco conservatore", il quale ultimo avrebbe "aumentato i suoi consensi". 

Una dichiarazione molto grave quindi, e per due regioni, non una sola. 

La prima è che Iglesias ha teso ad accreditare una svolta a destra dell'elettorato che non c'è stata —Partito Popolare e Ciudadanos assieme hanno perso anche loro in voti assoluti. Ricordiamo che durante la campagna Iglesias aveva più volte ribadito che più che i seggi si sarebbe dovuti considerare i voti assoluti. 
La seconda è che inopinatamente lo stesso Iglesias, venendo meno alla principale narrazione su cui Podemos è sorta ed ha sfondato, ovvero essere alternativa ad entrambi i due pilastri del regime oligarchico —leggi: oltre la dicotomia destra(PP) e sinistra (POSOE)— ora ripropone niente meno che la minestra riscaldata del falso bipolarismo "progressisti/conservatori".

Iglesias sembrava un populista radicale intelligente, un leader coraggioso deciso a rompere il bipolarismo che ha ingessato la Spagna dopo Franco. E' finito nella palude del più modesto dei politicismi pseudo-macchiavellici, facendosi arruolare come truppa di complemento del sistema eurista e come salvagente del bipolarismo comunque moribondo.

Ps.
Tante volte Iglesias ha detto di considerarsi un alunno di Antonio Gramsci.
Altro che Gramsci e lotta per l'egemonia attraverso una lunga guerra di posizione per conquistare le casematte nella società civile. Qui siamo in presenza di un'impaziente guerra di movimento elettoralista per accedere al vertice delle istituzioni di quella che si scrive "democrazia spagnola" ma si deve leggere "monarchia".






giovedì 23 giugno 2016

SPAGNA: COSA VERRÀ FUORI DALLE URNE? di Steven Forti

[ 23 giugno ]

Domenica gli spagnoli tornano a votare dopo soli sei mesi. Nuove elezioni dunque, anche se Pablo Iglesias [nella foto con Alberto Garzón di Izquierda Unida] preferisce chiamarle “il secondo turno” del 20 dicembre. Secondo i sondaggi, il Partido Popular (PP) si confermerebbe primo partito, mentre Unidos Podemos potrebbe diventare la seconda forza nel Parlamento di Madrid, superando anche i seggi il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). Saranno chiave i risultati di alcune circoscrizioni per determinare la correlazione di forze e le possibili maggioranze di governo. Due le opzioni al momento: o una grande coalizione o un governo di sinistra.

I comizi dello scorso 20 dicembre hanno cambiato radicalmente il panorama politico spagnolo figlio della transizione dalla dittatura franchista alla democrazia. Il bipartitismo imperfetto formato dal PP e dal PSOE, che ha governato il paese dal 1982, si è trasformato in un quadripartitismo a cui si sono aggiunti Podemos a sinistra e Ciudadanos a centro-destra. I risultati di dicembre non hanno permesso però la formazione di un governo a causa di una situazione estremamente complessa con un Parlamento quanto mai frammentato e di una serie di veti incrociati, a cui si è aggiunta la carente cultura del patto e degli accordi delle formazioni politiche spagnole. Il PP si è limitato a pretendere di poter governare in minoranza in quanto partito più votato, Podemos non ha ceduto alle pressioni per favorire un governo PSOE-Ciudadanos, mentre i socialisti si sono rifiutati di tentare la via di un governo alla portoghese con Pablo Iglesias grazie a un astensione degli indipendentisti catalani e non hanno nemmeno preso in considerazione un governo di grande coalizione con i popolari. L’impasse è stata totale. Dal labirinto spagnolo non se ne è usciti

Il probabile sorpasso di Unidos Podemos
Le cose potrebbero cambiare il 26 giugno. In primo luogo, perché nessuno vuole andare a nuove elezioni, le terze in un anno. La pressione dei mercati e delle istituzioni europee sarebbe probabilmente insostenibile e la stanchezza, già visibile, nella popolazione aumenterebbe esponenzialmente. A seconda della correlazione di forze nelle Cortes di Madrid, qualcuno dovrà cedere. In secondo luogo, perché praticamente tutti i sondaggi pubblicati nelle ultime settimane presentano un quadro leggermente diverso rispetto a quello di dicembre.

Secondo il Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS), con un leggero aumento dell’astensione (dal 26,8% al 29%), il PP otterrebbe il 29,2% dei voti e 118-121 deputati (28,7% e 123 a dicembre), Unidos Podemos insieme alle confluenze che si presentano in Catalogna, Galizia, Valencia e nelle Baleari raggiungerebbe il 25,6% e 88-92 deputati, il PSOE il 21,2% e 78-80 deputati (22% e 90 a dicembre), Ciudadanos il 14,6% e 38-39 deputati (13,94% e 40 a dicembre). Gli indipendentisti catalani e baschi confermerebbero sostanzialmente i risultati di sei mesi fa con gli 8-9 deputati di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), i 6-7 di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC), i 5-6 del Partido Nacionalista Vasco (PNV) e i 2-3 della sinistra abertzale di EH Bildu.

Come si può notare, le differenze sono lievi, tranne nel caso dei socialisti e di Unidos Podemos. Il 20 dicembre la formazione di Pablo Iglesias aveva ottenuto il 20,68% dei voti e 69 deputati, mentre Izquierda Unida (IU) il 3,68% e solo 2 deputati. Stando ai sondaggi, sembra che la scelta di correre insieme sia stata una mossa azzeccata: Unidos Podemos riuscirebbe nell’impresa di superare i socialisti sia in voti sia in seggi e non sarebbe penalizzato, come in passato, dalle legge elettorale spagnola che premia i grandi partiti soprattutto nelle circoscrizioni con pochi abitanti.

La spada di Damocle del PSOE
La maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid è di 176 deputati. Se i sondaggi si confermano il blocco di centro-sinistra (Unidos Podemos e PSOE) la sfiorerebbe e non avrebbe nemmeno bisogno dell’astensione degli indipendentisti catalani. Il candidato socialista Pedro Sánchez non si è stancato di ripetere che non governerà mai con i “populisti” di Podemos, ma in realtà il PSOE è spaccato al suo interno. Al di là delle dichiarazioni altisonanti, Sánchez rappresenta un settore più pragmatico che potrebbe arrivare a patti con la sinistra, appoggiato dalla federazione catalana e da quella valenciana del suo partito che governano già in ambito locale e regionale con le confluenze di Podemos. È la vecchia guardia del PSOE (Felipe González in primis) e alcuni baroni, come la presidentessa dell’Andalusia, Susana Díaz, sostenuti dai mass media affini, come El País, che non vogliono nemmeno sentir parlare di Pablo Iglesias. In questo rush finale della campagna elettorale, i socialisti si giocano il tutto per tutto per mantenere il secondo posto, se non in voti almeno in seggi.

La strategia di Sánchez passa per riproporre il patto dell’abrazo di marzo per un governo riformista moderato con il partito di Albert Rivera, sperando che PSOE e Ciudadanos abbiano insieme più deputati del PP e che quindi, in assenza di un’altra opzione, il re Felipe VI affidi loro il mandato esplorativo per formare governo. Il punto chiave è chi conquista la seconda posizione e questo spiega anche i toni duri della campagna. In molte circoscrizioni l’ultimo deputato ad essere eletto si deciderà per un pugno di voti: sono questi i seggi che varranno oro e che potrebbero modificare sostanzialmente gli equilibri in Parlamento. Si tenga presente poi che oltre il 30% degli spagnoli non ha ancora deciso il proprio voto.

Il panico dei socialisti di essere superati da Unidos Podemos si trasformerebbe in disperazione nel caso in cui ci fossero anche i numeri per una maggioranza di centro-sinistra. Con un PSOE seconda forza, i socialisti potrebbero anche decantarsi per un governo alla portoghese, chiedendo l’astesione di Iglesias. Ma se fosse superato da Unidos Podemos, il PSOE si troverebbe tra l’incudine e il martello: o appoggiare un governo di Pablo Iglesias o scegliere una grande coalizione. Si aprirebbe una crisi enorme nel partito e Sánchez sarebbe costretto alle dimissioni. Come spiegare ai propri militanti ed elettori che avendo la possibilità di formare un governo progressista si opti per il PP di Rajoy? Il rischio, questa volta reale, per i socialisti è di fare la fine del PASOK.

Podemos e le confluenze
Iglesias ha giocato molto bene le proprie carte, ripetendo continuamente la sua disponibilità a formare un esecutivo di centro-sinistra con il PSOE. Nel dibattito a quattro in televisione della settimana scorsa, il segretario generale di Podemos è stato il chiaro vincitore. Ma i probabili ottimi risultati di Unidos Podemos sono frutto anche di un intelligente lavoro su più livelli: innanzitutto, raggiungendo l’accordo di coalizione a livello nazionale con IU – il tandem con Alberto Garzón funziona, tra l’altro, molto bene – e, in secondo luogo, chiudendo una serie di accordi fondamentali a livello regionale.

In Catalogna, En Comú Podem – formato da Barcelona en Comú, Podemos, ICV-EUiA ed Equo – si confermerebbe come primo partito, sfiorando addirittura il 30%. Un risultato importante anche per gli equilibri catalani in un momento in cui il movimento indipendentista è in chiaro riflusso e si preannunciano nuove elezioni regionali in autunno. In Galizia, En Marea – formata da Podemos, IU, i nazionalisti di sinistra di Anova e le liste municipaliste che governano a La Coruña e Santiago de Compostela – si confermerebbe come secondo partito, mentre a Valencia la coalizione “A la Valenciana” – formata da Compromís, Podemos e IU – e nelle Baleari Units Podem Més – formato da Podemos, IU e i nazionalisti di sinistra di Més – potrebbero convertirsi in primo partito, spodestando il PP in due dei suoi feudi storici.

Non è, però, tutto rose e fiori. Come si è visto nei mesi scorsi, le confluenze regionali aspirano ad una propria autonomia politica ed a poter formare un proprio gruppo parlamentare nelle Cortes di Madrid. A gennaio, per l’opposizione del Parlamento, si optò per un gruppo “confederale”, ma i deputati di Compromís preferirono sedersi nel gruppo misto. Se a luglio si ripropone la stessa situazione catalani, galiziani e valenciani accetterrano ancora il gruppo “confederale”? Per di più, En Comú Podem difende la celebrazione di un referendum legale sull’indipendenza della Catalogna. Iglesias è dello stesso parere, ma per i socialisti, favorevoli ad una riforma della Costituzione in senso federale, si tratta di una condizione inaccettabile. Nel caso in cui si aprissero degli spiragli per un governo progressista, cederebbe Iglesias su questo punto? E cosa farebbe la confluenza catalana promossa dalla sindaca di Barcellona Ada Colau? Non sarà, insomma, facile gestire questa situazione per Iglesias.

Il fantasma della grande coalizione
Il fantasma che però si aggira per la penisola iberica è quello della grande coalizione. Potrebbe essere alla tedesca con i socialisti al governo con i popolari, ma più probabilmente potrebbe trattarsi di un governo in minoranza del PP con l’astensione del PSOE e di Ciudadanos. In quel caso i socialisti salverebbero capra e cavoli, giustificando l’astensione per evitare la ripetizione elettorale e non permettendo a Unidos Podemos di presentarsi come l’unica forza di opposizione. Bisognerà vedere che condizioni si pongono al PP: quasi sicuramente la testa di Rajoy, che però non sembra intenzionato a farsi da parte, anche perché è ben cosciente che un suo abbandono aprirebbe il vaso di Pandora della successione in un partito ancora impreparato e colpito da continui scandali di corruzione.

C’è anche chi non scarta la possibilità di un governo Monti alla spagnola e chi non esclude un governo di Albert Rivera appoggiato dai due grandi partiti. Per ora si tratta di fantapolitica. In ogni caso, qualunque sia l’opzione di grande coalizione, si tratterebbe di un governo di breve durata con un programma di riforme minimo, in primis quella della legge elettorale e della Costituzione.

Si tenga poi conto di due fattori che potrebbero influenzare il voto e la formazione di un governo in tempi brevi. In primo luogo, il risultato del referendum sul Brexit di questo giovedì: una vittoria del Leave farebbe probabilmente aumentare il voto conservatore. In secondo luogo, le pressioni dei mercati e delle istituzioni europee. A inizio luglio, proprio i giorni chiave per capire chi otterrà il mandato esplorativo dal monarca, la Commissione Europea deciderà se multare la Spagna con 2 miliardi di euro per il deficit eccessivo (5,1% nel 2015). A questo deve aggiungersi anche che Bruxelles ha già avvisato che il nuovo governo spagnolo dovrà applicare ulteriori tagli di 8 miliardi euro. Per ora tutti glissano, in primis Rajoy che ha promesso di abbassare le tasse, ma allo stesso tempo ha scritto segretamente una lettera alla Commissione in cui garantiva nuovi tagli.

La situazione è estremamente complessa. Bisognerà attendere la nottata di domenica 26 giugno per capire che strada prenderà la Spagna.

* (ricercatore presso l’Istituto de Història Contemporanea – Universidade Nova de Lisboa) @StevenForti
* Fonte: Micromega

giovedì 26 maggio 2016

ELEZIONI IN SPAGNA: UNA BUONA NOTIZIA

[ 26 maggio ]

I nostri lettori, almeno quelli più assidui, si saranno fatti un'idea di chi sia Manolo Monereo [nella foto]. E' stato dirigente di spicco del Partito comunista, quindi di Izquierda Unida —vicinissimo tutt'oggi al suo fondatore Julio Anguita e, qual che più conta, una delle menti più brillanti del movimento operaio spagnolo e della sua componente anti-eurista. 


Manolo, ne abbiamo dato conto su questo blog, ha lasciato Izquierda Unida un anno fa circa, sconfitto dopo una battaglia interna nella quale aveva difeso Podemos e perorato la causa dell'unità tra le due forze politiche. 

Com'è noto dopo mesi di tentativi falliti di formare un governo, gli spagnoli si recheranno alle urne il prossimo 26 giugno.
  
Il tempo, qualche volta, è davvero galantuomo.

Ora Manolo è primo candidato, nel distretto elettorale andaluso di Cordoba, della lista unitaria UNIDOS PODEMOS, ovvero proprio tra Podemos e Izquierda Unida. La speranza di Manolo, l'obbiettivo per cui si era battuto tanto tenacemente —e quante accuse aveva ricevuto da parte dei suoi ex-compagni!— ha trovato, seppure per adesso solo sul piano elettorale, la sua realizzazione.

L'abbraccio tra Pablo Iglesias e Monereo nel dicembre scorso

La notizia della candidatura è stata confermata in un teweet da Pablo Inglesias: «Manolo Monereo encabezará por Córdoba. Un honor contar con un patriota, militante histórico y artífice de la unidad».


Se i sondaggi dicono il vero —sorpasso di Podemos sul PSOE— Manolo Monereo diventerà quindi deputato, membro del Parlamento spagnolo.

Manolo Monereo sarà con noi il 2 ed il 3 luglio, in occasione della assemblea di Programma 101. Manolo sarà, assieme a Diego Melegari, relatore su un punto che per noi è di grande importanza: "Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo".


martedì 10 maggio 2016

SPAGNA: ALLEANZA ELETTORALE TRA PODEMOS E IZQUIERDA UNIDA di Manolo Monereo

[ 10 maggio ]

Per Alberto e Paolo:il valore della lucidità e il coraggio di intelligenza

[Nella foto Alberto Garzon portavoce di Izquierda Unida e membro della direzione del Partito comunista spagnolo —che nel recente congresso ha adottato la linea dell'uscita dall'eurozona—, e Pablo Iglesias subito dopo l'annuncio dell'accordo in vista delle elezioni del prossimo 26 giugno]

«La politica ha sempre qualcosa di terribile, di estrema durezza e mancanza di pietà. Si vice o si perde e, nel mezzo, non c'è quasi nulla.

La figura di Pedro Sanchez [Il segretario del PSOE che ha avuto il mandato di formare il governo, Ndr] è per molti versi tipica di un'Europa che vive una fase già avanzata di americanizzazione della vita pubblica e privata. Piuttosto: nord-americanizzazione nei paesi centrali e latino-americanizzazione di quelli del sud. Il candidato e segretario generale del PSOE è il classico politico del giorno, poco o niente ideologico, valori e proposte deboli che si collocano in una sorta di via di mezzo tra la destra e sinistra o meglio, alla destra della sinistra. Sembrano, certi personaggi, prodotti in serie e sono qui per incantarci, disturbarci il meno possibile e avere il sostegno di quelli che governano e che non si presentano alle elezioni.

Negli ultimi due mesi, Pedro Sanchez ha avuto un sostegno quasi unanime dei media, si è atteggiato da statista e ha cercato di riconquistare il centro perduto di un paese che cambia e cerca di essere ascoltato. Dobbiamo riconoscergli una certa audacia, alcune idee chiare e la capacità di resistere in un contesto per nulla facile. La linea di fondo: decostruire Podemos, togliergli sostegno sociale ed elettorale, dividerlo, spezzarlo, quindi demolire l'immagine pubblica di Pablo Iglesias. Si dirà che l'obiettivo era il governo, ma questo era secondario e comunque poteva essere raggiunto solo demolendo e neutralizzando Podemos.

Ciudadanos e PSOE hanno giocato un gioco con un sacco di sostegno alle spalle e con obbiettivi precisi che via via sono divenuti manifesti e che, in ultima analisi, non sono stati in grado di raggiungere. Ciudadanos ha giocato a dividere il Partito Popolare o, almeno, a fare fuori Rajoy. Rivera [il leader di Ciudadanos, Ndr] è sceso in campo per questo, per rinnovare la destra e ricostruire un blocco politico in grado di promuovere una nuova restaurazione nel paese. Il "cambiare tutto affinché tutto resti come prima” richiedeva il sacrificio di Rajoy e, probabilmente, del PP, la costruzione di una forte alleanza con il PSOE e l’indebolimento sociale ed elettorale di Podemos.

Abbiamo assistito ad una manovra strategica che ora si avvia al suo secondo tempo. Il problema di fondo l’ho segnalato con forza negli ultimi mesi: la proposta politica dei gruppi economicamente dominanti non coincideva e non coincide con la vecchia classe politica bipartisan. Si è dovuto "inventare" Ciudadanos, per tentare di uscire dalla situazione si è trovato uno come Pedro Sanchez per uscire dall’impasse. Abbiamo però che queste manovre strategiche non hanno impedito nuove elezioni e, quel che è peggio, lo scenario che si apre può sfociare in una polarizzazione tra il PP e Podemos, vale a dire, il contrario di ciò che si aspettavano i poteri forti.

I sondaggi, sempre più screditati, suggerivano interpretazioni contrastanti e la sola cosa chiara è che, da un lato, la campagna elettorale sarà molto importante e, dall’altro, che non è stata raggiunto la cosa principale, la distruzione del partito di Pablo Iglesias. Podemos ha dimostrato di avere un terreno solido e che ha ancora la capacità di condizionare in modo significativo il centro dell'agenda politica del Paese. A volte ho definito Podemos come un gene mutante: si sta costruendo in ogni elezione e lo fa sempre sorprendendo i suoi rivali e aprendo nuovi spazi. La proposta di convergenza con Izquierda Unida, alla fine realizzatasi, il consolidamento delle alleanze e il rafforzamento della leadership interna, fanno sì che Podemos possa uscire con un discorso politico alternativo, credibile e con capacità di vincere. IU e Podemos moltiplicano, generano immaginari sociali nuovi e qualificano un progetto nazional-popolare. Non è poco, credo.

Al di là dei sondaggi, della sequenza di psico-drammi delle palesi manipolazioni dei media e dell’uso —fino all’abuso— degli intellettuali, sempre organici al potere per denunciare i populismi e annunciarci tutti i mali possibili, ciò che emerge è che il Paese sta cambiando. I vecchi modi di demolire le persone ed i progetti politici non sono più efficaci come un tempo. In un Paese considerato sempre sicuro per chi comanda sta emergendo una spinta dal basso, una messa in discussione di ciò che esiste, un’auto-controllata ribellione sociale che cerca di tradursi in una forza politica e in una speranza concreta, possibile e realistica, ciò che riguarda una parte significativa della popolazione.

Questa è, a mio avviso, la lezione più importante di questi mesi: quelli che comandano e non si presentano alle elezioni non possono più governare come prima, con le stesse forme e metodi, vendendo le vecchie e sempre più usurate mercanzie. Quelli che stanno in basso, i subalterni, non si lasciano governare come prima, hanno capito che dietro questa democrazia c’è una “cupola di potere” che ogni giorno s’impone con più forza di contro alla volontà popolare, che limita le nostre condizioni vita e di lavoro, che limita i nostri diritti e le libertà reali e, peggio ancora, lasciandoci senza futuro.

Le forze alternative, democratiche, popolari e di sinistra possono e devono andare a vincere polarizzandosi con le destre e combattendo contro le politiche di destra, rendendo l'unità un compito collettivo e trasformando la campagna in un referendum per un nuovo progetto di paese, democratico, egualitario e federale.

Viviamo un paradosso che non è nuovo nella nostra storia: nel sud dell'Unione europea, in un paese che ha vissuto 40 anni di dittatura e dove tutto sembrava essere normalizzato emergono nuove generazioni; vecchie idee mutano in nuove aspirazioni; emergono di nuovo programmi che si collegano ad un passato che alcuni credevano morto per sempre, e ci dicono che nulla si perde del tutto nella storia degli esseri umani. E se la Spagna fosse, ancora una volta, l'inizio di un nuovo ciclo storico-sociale in un'Europa che è diventata sempre più uno spazio geopolitico dipendente, socialmente e politicamente reazionaria decadente?»

* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della Redazione

venerdì 1 gennaio 2016

GIANO, PODEMOS E MANOLO MONEREO di Santiago Alba Rico*

[ 1 gennaio ]

Nella foto: l'abbraccio tra Manolo Monereo e Pablo Iglesias. Madrid 13 dicembre 2015.


Un intervento, quello qui sotto, che ci spiega molte cose sull'aria che si respira in Spagna dopo le elezioni del 20 dicembre, ma che offre elementi importanti per comprendere il fenomeno Podemos e quanto sta accadendo a sinistra.

«Gennaio è il mese di Giano, il dio romano che guardava sia avanti che indietro, la doppia porta che collegava il passato e il futuro. Se consideriamo le elezioni del 20 dicembre una soglia gianica e guardiamo indietro, è difficile esagerare i mutamenti subiti dalla Spagna da due anni a questa parte, da quando a Madrid venne alla luce l’iniziativa che oggi chiamiamo Podemos. La strada intensa, imprevedibile e talvolta tortuosa che ha portato a questi 69 deputati hanno già consegnato al nostro Paese almeno tre cambiamenti decisivi.

Il primo ha a che fare con la messa in discussione di tutti gli accordi di ferro della cosiddetta “transizione” e, di conseguenza, delle pratiche politiche associate al bipartitismo dominante negli ultimi decenni.

Appoggiandosi all’aura immunologica del 15M [gli Indignatos, NdR], Podemos ripoliticizzato le maggioranze sociali spostando l’egemonia in una direzione opposta a quella dilagante in Europa. Nel paese che sembrava meglio blindato, peggio preparato e più conservatore, è riuscito a rimuovere il tabù che pesava su alcune questioni chiave (la monarchia, il modello economico e, soprattutto, "la questione nazionale") imponendo un nuovo quadro discorsivo alle forze proprie ed a quelle del regime e bloccando la strada, così facendo, al populismo di destra che avanza nel continente.

Un piccolo esempio recente: mentre in seguito agli attentati di Parigi il 13 novembre, il Fronte nazionale imponeva al "socialista" Hollande una reazione bellicosa e islamofoba, in Spagna Podemos, con la sua iniziativa di pace e contro i bombardamenti indiscriminati, ha dettato il ritmo agli altri partiti disattivando la danza elettoralista del “patto antijihadista".
Monereo: "Dalla criai alla rivoluzione democratica"


Qui, come sulla "questione nazionale" Podemos è stato in grado di agganciare e spostare il senso comune senza perdere, anzi, un solo voto. Difendere i principi può essere la strategia più pragmatica se una direzione politica etica e la spinta sociale diventano improvvisamente udibili sui media degli stessi avversari, la maggioranza della società. Questa vera e propria rivoluzione discorsiva (sì al referendum in Catalogna sull’indipendenza!) è stata accompagnata da una democratizzazione delle pratiche politiche e una ri-politicizzazione del comportamento dei cittadini.

Il secondo cambiamento ha a che fare con le istituzioni. Nel corso di quest'anno elettoralmente insensato Podemos e le candidature affini sono riusciti a vincere nei comuni e nei parlamenti regionali, realizzando non solo una rottura simbolica ed estetica ma, attraverso essa, a produrre effetti sociali e democratici tangibili. Madrid, Barcellona, ​​Cadice hanno dimostrato in meno di un anno che la volontà politica è in grado di ridurre il debito, aumentare la spesa sociale o rallentare le privatizzazioni. Nel frattempo, la rappresentanza podemita nelle giunte regionali è diventata un vero e proprio martello per i bipartitisti e uno strumento di rieducazione democratica. Spesso a sinistra, in quanto al rapporto tra le istituzioni e la piazza, passa l’idea di una opposizione inconciliabile, e ciò a partire da una doppia convinzione: che, poiché dalle istituzioni non si può cambiare nulla solo dalla piazza si può fare "educazione popolare". La breve esperienza istituzionale dell’anno appena passato dimostra che il primo assunto è vero solo in parte mentre il secondo è radicalmente falso. Anche ammettendo, con doloroso realismo, che anche una larga maggioranza sarebbe insufficiente a garantire i cambiamenti strutturali contro il capitalismo europeo, non dobbiamo dimenticare che le istituzioni sono uno strumento pedagogico indispensabile, come mostrato, al contrario, l'uso che ne hanno fatto, compresi i mezzi di comunicazione annessi, i due partiti di regime negli ultimi decenni. Conta prendere il potere, non solo la piazza, per costruire un senso comune trasformatore e democratico.




["Siamo entrati in uno "Stato d'eccezione" che decide il futuro della Spagna. Se non sapremo cambiare periremo". L'intervento, lucido, appassionato, chiaroveggente, di Manolo Monereo, al decimo con congresso nazionale di Izquierda Unida del dicembre 2012. Invece della svolta perorata da Monereo, l'apparato dirigente di Iu decise di attestarsi sulla linea della continuità burocratica. Il risultato si è visto alle elezioni del 20 dicembre.
]

L'ultima modifica ha a che fare con il Giano che guarda al futuro; cioè con quei 69 parlamentari che in realtà pongono fine alla confortevole alternanza tra i due partiti dominanti e, di conseguenza, a 35 anni di "partito unico articolato", di governo. Non si tratta solo di ricordare che mai forze di sinistra hanno ottenuto in Spagna una forza parlamentare tanto potente e ampia, ma di segnalare che questa presenza comporta l'impossibilità di continuare a governare come prima. E’ vero: avremo, come sostiene Julio Anguita, un patto tra le parti che formano l'unico partito al fine di garantire la "stabilità" minimale e mettere in atto le nuove misure di austerità chieste dall'Europa; ciò implica, naturalmente, continuare a lavorare per ampliare il consenso popolare. Ma questo stesso patto, quale che sarà la risposta della piazza, fornirà al nuovo blocco parlamentare un’autorità e una visibilità senza precedenti. In Parlamento si farà finalmente politica, e la vanno a fare persone prive di soggezione ideologica o economica; e, nel caso di una legislazione breve, e davanti al più che probabile crollo del PSOE, Podemos ed i suoi partner potranno affrontare con grandi speranze un secondo assalto.

Per questo sarà necessario insistere sul principio inverso della porta girevole: la porta girevole tra la piazza e il Parlamento. Penso che i nostri 69 deputati, per la loro origine, la loro giovinezza e le loro convinzioni, saranno all’altezza della sfida.

Dovremo quindi continuare a lavorare, per ampliare e rafforzare il campo popolare. Di tutte le immagini della scorsa campagna elettorale una, nel raduno alla Caja Mágica de Madrid, è particolarmente emozionale ed eloquente: l'abbraccio tra Pablo Iglesias Manolo Monereo, che il leader podemita ha qualificato come suo "padre politico". È più di una immagine e più di un abbraccio: è un emblema. Come interpretarlo?

Si tratta, senza dubbio, di un omaggio meritato ad un intellettuale comunista le cui analisi lucide, sia teoriche che fattuali, hanno fertilizzato la sinistra spagnola nell’arco degli ultimi trent'anni. Una premessa: tra i meriti di Podemos c’è stato quello di portare alla luce e riunire migliaia di giovani talenti, una generazione che segnerà sicuramente la storia della Spagna che, senza questa organizzazione si sarebbe dispersa nell’aria o ponendosi al servizio, a malincuore e senza alternative, di multinazionali e grandi aziende private. Ma questa generazione, che ha avuto buoni insegnanti, non ha avuto maestri. Quelli che avrebbero dovuto esserlo sono stati talmente ai margini, da essere stati impercettibili, esercitando un insegnamento clandestino, quando non hanno abdicato ad ogni insegnamento. Che Pablo Iglesias riconosca pubblicamente davanti a 10.000 uno di questi maestri costituisce un significativo gesto di gratitudine, di amore verso la conoscenza e impegno militante e di ripristino di una tradizione interrotta. A sinistra questo abbraccio dovrebbe rassicurarci e rallegrarci.

Ma questo abbraccio è anche una lezione. Chiunque abbia letto gli articoli Manolo Monereo pubblicato in questo stesso sito da due anni conosce la sua scommessa coerente e coraggiosa. Membro e dirigente per anni e fino a pochi mesi fa di Izquierda Unida, ha sempre cercato di costruire un "partito organico", una forza "nazional-popolare" o "blocco plebeo-democratico" in grado di affrontare il capitalismo europeo, trasformare il quadro produttivo e prefigurare un repubblicanesimo democratico, ecologico e femminista. Possiamo non essere d'accordo con alcune delle sue posizioni (sono discutibili per noi alcuni suoi assunti sulla geopolitica internazionale), ma non si può negare che Monereo ha giustificato con rigore lucido, ed a volte con coraggio doloroso, ogni passo compiuto per arrivare il 13 dicembre scorso all'abbraccio con il suo amico e allievo Pablo Iglesias nella Caja Magica di Madrid.

Monereo sosteneva Izquierda Unida e sostiene ora Podemos per le stesse ragioni. E continua sostenendo —con tutta la forza dei suoi argomenti e tutto il battito del suo grande cuore rosso militante— l’unità e la "confluenza", e questo malgrado l’incomprensione e talvolta le calunnie e l'aggressività dei suoi ex-colleghi di partito Monereo resta quel che era 50 anni fa: un leninista Gramsciano allergico, come la realtà stessa, alle linee rette ed al patriottismo delle sigle.

Nell'abbraccio della Caja Magica Monereo ha abbracciato il futuro del suo passato.Pablo Iglesias ha abbracciato il passato del suo futuro ed anche la Izquierda Unida che deve farne parte. Ai miei occhi questo abbraccio spontaneo, ragionato e toccante, è lo specchio della confluenza cui si dovrebbe guardare, se non dell’ "apparato", di dei dirigenti e molti membri e sostenitori di Izquierda Unida, ingiustamente ferita a morte, è vero, ma del tutto inutile, se non controproducente, per servire il progetto per il quale è nata».


* Fonte: Cuarto Poder
** Traduzione a cura della redazione

domenica 27 dicembre 2015

SPAGNA: IL BIPARTITISMO ARRETRA MA RESISTE, L'ALTERNATIVA PERÒ AVANZA di Manolo Monereo

[ 27 dicembre ]


«La politica consiste in una dura e prolungata
penetrazione per mezzo di una tenace resistenza, e questo richiede, allo stesso tempo, passione e temperanza.
E’ certamente vero, e la storia lo dimostra,
che in questo mondo non sarà mai raggiunto il possibile
se non si tende ripetutamente all'impossibile».
Max Weber

1. Protesta sociale e mobilitazione elettorale, sono i motori del cambiamento. È stato detto molte volte e non sempre rigorosamente: le lezioni 20 dicembre chiudono un ciclo aperto, in ultima analisi, dalla protesta di 15M [ degli indignatos, Ndr]. Lotta sociale e confronto elettorale sono cose diverse ma correlate. Nella nostra grammatica tradizionale diremmo che la lotta sociale prepara quella elettorale e la qualifica. Questo concetto va tuttavia chiarito. Se consideriamo il 15M come una ribellione sociale pacifica e democratica, dobbiamo concludere che esso ha avviato un ciclo di mobilitazioni che si sono concluse in un ciclo elettorale oggi solo all’inizio. 
Nel mezzo, c’è Podemos.

Lotta sociale e mobilitazione elettorale si sono concluse, non senza contraddizioni, coincidendo. Questo è quanto caratterizza Podemos: espressione di un movimento sociale che, tuttavia, non può essere ridotto ad esso; entrambi i fenomeni procedono insieme, con ritmi, forme e contenuti diversi ma che alla fine convergono. Podemos —è bene insistere su questo—  è un processo, una forza politica in costruzione e in definizione, con relazioni complesse con una base sociale eterogenea ed estremamente ampia.

2. Il sistema elettorale ed il bipartitismo, sono il vero catenaccio della Costituzione del 1978. La tesi sostenuta in un recente libro di Javier Perez Royo sulla riforma costituzionale, per quanto già nota, conserva una grande validità oggi visti i risultati delle elezioni 20D. Quanto sostiene il Professore di Diritto Costituzionale dell'Università di Siviglia è chiaro: la Costituzione del ‘78 è uno strumento che serve, in ultima analisi, al fine di garantire il bipartitismo, il centralismo e la monarchia borbonica; ed in quanto tale è impossibile riformarla.

Nella sostanza il bipartitismo, inteso come un modo di organizzare il potere affinché continuino a comandare coloro che non si presentano alle elezioni, la cosiddetta “governabilità”, che altro non è se non la perpetuazione della monarchia. Il sistema elettorale favorisce e organizza il bipartitismo e quando, per vari motivi (queste elezioni lo dimostrano) si producono cambiamenti nel sistema dei partiti, la tendenza è quella di sfoderare il discorso sull’ingovernabilità, ciò che favorisce il ritorno al bipartitismo, ovvero il dominio dei partiti dinastici.

3. Arretramento del bipartitismo e concrezione elettorale dell'alternativa. Superare il bipartitismo è, in un certo senso, un modo di nominare la rottura del regime. Non è mai stato facile e non lo sarà ora. Sono necessarie specifiche condizioni. Al centro, un movimento sociale che sostiene e spinge l'alternativa politica elettorale. Questo sta già avvenendo in Spagna. Nulla cade se non viene fatto cadere. Dobbiamo perseverare, con tenacia e coraggio.

Il 20 dicembre il bipartitismo indietreggia ma mostra una forte capacità di recupero. È naturale, è la potenza del sistema. Eppure, PP e PSOE, hanno perso più di 5 milioni di voti; a sua volta, Podemos raggiungere più del 20%, con 69 seggi e supera i 5 milioni di voti. Ciudadanos ottiene quasi il 14% con 3,5 milioni di voti. Izquierda Unida (IU) ha perso più di 600.000 voti e, come sempre, punita dal sistema elettorale, ottiene solo due deputati.

Dietro a questi dati generali in quanto vi sono realtà che non possiamo discutere in questo articolo, ma di cui si deve tener conto. In particolare, due dati: in primo luogo, che il nuovo emerge con forza nelle grandi città e poi che quando si realizzano grandi alleanze elettorali si ottengono ottimi risultati. Questo lo abbiamo già verificato in occasione delle elezioni comunali e viene  confermato con più forza dalle elezioni generali. Che Podemos sia la prima forza in Catalogna e nei Paesi Baschi è un'impresa non da poco e, a sua volta, che sia la seconda in Galizia, Valencia e Madrid. Non è necessario scendere nei dettagli, ci sarà tempo.

La cosa sostanziale, a mio parere, è che vengono avanti tre nodi che andavano sciolti e sembravano antagonistici. Mi riferisco al legame tra 'questione sociale', 'questione nazionale' e 'nuovo progetto di Paese'. Podemos —ed è un fatto cruciale— pretende di superare il bipartitismo unendo queste tre questioni, con una chiara vocazione a intrecciare l’aspetto sociale e quello nazionale, in quella che potremmo chiamare "ampia alleanza delle sinistre sovraniste", come un mezzo per costruire un nuovo potere, un nuovo Stato federale (auto)istituito.

Un altro aspetto che va sottolineato è che, seppur non in modo del tutto lineare, mentre il bipartitismo arretra grazie all’avanzata della sinistra, il progetto Ciudadanos s’impantana. L’operazione guidata da Rivera è stata molto importante e aveva alle spalle, tutti lo sapevano, le grandi potenze economiche e i media. L'obiettivo era chiaro:  indebolire Podemos dal centro destra e promuovere una nuova maggioranza PP-Ciudadanos. Al di là degli errori della campagna —uno è stato notevole— [la dichiarazione che Ciudadanos avrebbe appoggiato un governo del PP, Ndr], l'operazione di Ciudadanos non ha funzionato come sperato perché non potevano nascondere la suo carattere di destra, in molti sensi, più di destra del PP.

La resistenza del PSOE, nonostante abbia ottenuto il risultati peggiori della sua storia, ha a che fare, a mio parere, con due ragioni strettamente correlati: da un lato, perché la campagna puntava a contenere l’esodo verso Ciudadanos e, in secondo luogo, perché è sempre avuto chiaro che il nemico principale veniva da sinistra, da Podemos. Di qui l'ossessione di Pedro Sanchez Mariano di polarizzarsi con Mariano Rajoy tentando di apparire come la vera alternativa al PP. Si potrebbe dire—e ciò è stato un grande servizio al bipartitismo— che Pedro Sánchez ha preferito perdere voti verso destra piuttosto che alla sua sinistra, ben sapendo che non alla sua destra sta il nemico di un sistema di potere che ha sempre beneficiato il PSOE e che dunque andava perpetuato.

4. Podemos e Izquierda Unida. Come ho già detto, i risultativi IU sono stati brutti. Come sempre, ciò non si spiega solo con un singolo fattore ma la sconfitta ha molto a che fare con l'incapacità del nucleo dirigente di IU ci connettersi con il nuovo che è emerso col 15M, quindi la sua profonda incomprensione del fenomeno Podemos. Quando IU poteva cambiare, non comprese il treno passa una volta sola, che poi molto difficile prenderlo di nuovo. Podemos —vale la pena insistere— è, sotto molti profili, prodotto delle lacune di IU, una organizzazione politica e un apparato che non hanno capito i cambiamenti sociali e culturali in atto nella nostra società e che tutto quello che cercato di fare, alla fine, è stato rappresentarli elettoralmente.

Malgrado il treno sia ripassato, lo si lasciò andare. Con gli accordi raggiunti in Catalogna, Galizia e quasi conclusi in Valencia, hanno alla fine prevalso la tradizionale inerzia del Sud, il richiamo all’identità, la presunzione di autosufficienza. La percezione è stata, ancora una volta, sbagliata. Si è pensato che Podemos era un progetto in declino elettorale e che IU sarebbe stata in grado di ottenere gruppo parlamentare nello Stato. Quello che è accaduto è già noto. In qualche modo, si è ripetuta la strategia del 1982, dimenticando che Podemos non è il PSOE e che è nato contro esso, e che IU non è, neanche lontanamente, il PCE del 1982.

In queste condizioni, la strategia elettorale era facilmente prevedibile: distinguersi in negativo da Podemos rivendicando, ancora una volta, con l’utilizzo di teoria cospirativa della storia, una identità in pericolo. E’ vero che questa strategia ha sempre funzionato bene. Se c’è una tradizione di IU è il suo orgoglio e il senso di appartenenza dei suoi membri. Possiamo dire, senza sbagliarci, che le donne e gli uomini di IU hanno dato anima e sangue in questa campagna elettorale. Un altro problema è che la conseguenza più negativa di una tale politica si materializza nella “cattiva notizia” che l'unità è indispensabile e che si debbono forgiare alleanze con i "nemici" di ieri. Non sarà facile.

In un certo senso, si può dire che quella di IU è stata la strategia più funzionale a Podemos perché non gli contestava l'egemonia del cambiamento e si auto-isolava da una base sociale che aspirava a profonde trasformazioni sociali e politiche con uno stato d'animo aperto, unitario e plurale. Gli spazi si costruiscono e mai, soprattutto ora, sono determinati per sempre. Questo è stato sperimentato nelle elezioni comunali e si è riprodotto in Catalogna, Galizia, Paesi Baschi, Valencia ...

Dobbiamo insistere: Podemos e UI, per molti versi, sono complementari e insufficiente da soli per costruire l'alternativa. In queste elezioni Podemos ha avanzato molto. Un'organizzazione che si costruisce in piena campagna  elettorale vive, per dirla così, un cambiamento permanente. Podemos di oggi non è già più quello del passato e certamente quello di domani non sarà quello di oggi. IU può tentare, ancora una volta, di procedere contro Podemos, ma può anche, ferma la sua autonomia, allearsi, mescolarsi, intervenire, essere parte di un progetto che è l'unico che in grado di egemonizzare un cambio di regime.


Il prossimo treno è già partito. Questa legislatura sarà molto complessa e anche breve. L’unità di IU e Podemos può moltiplicare voti, speranze e illusioni. Presto dovremo scegliere. Ci vorranno passione e temperanza; e decisione, soprattutto decisione.

* Fonte: Cuarto poder
** Traduzione a cura della redazione

lunedì 15 giugno 2015

SPAGNA: IL "PODEMITA" LASCIA LA DIREZIONE DI IZQUIERDA UNIDA

[ 15 giugno ]

La crisi politica di Izquierda Unida (Iu), la coalizione della sinistra spagnola guidata dal partito comunista, dopo la sconfitta alle recenti elezioni regionali, sta giungendo ad un punto critico. Manolo Monereo (nella foto), sulla scia di tanti altri militanti, si è appena dimesso dalla direzione centrale di Iu.



Manolo Monereo, uno degli intellettuali di riferimento della sinistra spagnola, ha presentato oggi le sue dimissioni "irrevocabili" da membro del Consiglio politico federale e come responsabile del settore teorico e culturale di Iu. Lo ha fatto con una lettera (QUI il PDF), indirizzata al coordinatore della Presidenza Federale di Izquierda unida, José Luis Centella, molto critica con l’attuale direzione del partito, in particolare con il coordinatore federale Cayo Lara, al quale Monereo chiede un passo indietro affinché il candidato di Iu alle prossime elezioni politiche generali diventi Alberto Garzón.

Il leader di Iu, che ebbe importanti responsabilità all'interno dell'organizzazione durante la fase di Julio Anguita, ha detto che ha presentato le sue dimissioni non solo per senso di responsabilità visti gli scarsi risultati delle ultime elezioni, ma anche perché si sentiva "insultato, offeso e denigrato, con continue accuse di essere un “podemita” [un agente di Podemos, Ndr], in realtà per aver difeso ciò che tutti adesso affermano di difendere: l’unità popolare".

La sua uscita vuole essere, inoltre, una scossa all'interno dell'organizzazione, perché è convinto che sia urgente  conferire "tutto il potere, senza tutele, a chi crede nel cambiamento in Iu, Alberto Garzón, che non può soltanto essere l’unico candidato, ma deve essere l'effettivo coordinatore dell'organizzazione". Per questo Monereo ritiene imprescindibile "una nuova direzione politica intorno a Garzon e un passo indietro dalla direzione attuale, che è molto indebolita e che fino all'ultimo momento si è schierata contro l'unità popolare".

Monereo spiega che Garzon dovrebbe agire libero da vincoli perché altrimenti non sarà possibile effettuare la "autentica rivoluzione di cui Iu ha bisogno", in quanto, oltre a portare avanti la strategia di unità popolare in vista delle elezioni politiche generali di novembre,  ha di fronte il compito critico di rifondare effettivamente Iu "così come ha proposto Julio Anguita, una tesi che condivido assolutamente —aggiunge Monereo-· creando una nuova formazione di carattere marxista davanti alla consunzione del Partito comunista spagnolo e Iu".

Della sua lettera, segnaliamo questo passaggio:
«Ha senso che coloro che si sono opposti alla politica di unità popolare la dirigano? (...) Iu esce da queste elezioni con una forte sconfitta politica, indebolita e dovendo svolgere in breve tempo compiti che avrebbe richiesto anni di preparazione e, naturalmente, una nucleo dirigente molto coeso e capace. La questione centrale è la credibilità. Non è sufficiente indicare un candidato per ottenerla. È necessario un segnale, una scossa interna ed esterna, che dimostri nei fatti che abbiamo rettificato, che abbiamo la capacità di imparare dalla realtà e che siamo in grado di fare  autocritica. Il messaggio che dovremmo trasmettere alla società è concreto e preciso: vogliamo cambiare il paese, costruire l'unità popolare proponendo per questo una persona, Alberto Garzón, che ha difeso sempre questa strategia, con un nuovo gruppo dirigente in linea con questa linea politica. Né tutele, né bicefale, né discorsi differenziati. Detto più chiaramente, i difensori della vecchia politica devono fare un passo indietro mentre i promotori dell’unità popolare, coloro che devono organizzarla e concretizzarla politicamente, hanno l'obbligo democratico di guidare il processo».

Sul suo futuro Monereo chiarisce che non si ritira dalla lotta politica, che continuerà a militare in Izquierda unida e continuerà a sostenere la "unità popolare, anche al di là di Iu ed anche di Podemos, in ogni spazio possibile, tra i quali il suo blog su cuartopoder Carta delle Amauta.

* Fonte: cuartopoder del 14 giugno
** Traduzione a cura della redazione

venerdì 5 giugno 2015

PODEMOS AVANZA: LA SINISTRA SPAGNOLA AL BIVIO di Manolo Monereo

[ 5 giugno ]

Un'analisi impeccabile delle recenti elezioni spagnole e di quanto sta accadendo a sinistra dopo l'avanzata di Podemos. 
(Nella foto Manolo Monereo)

Hanno dipinto Julio Anguita come un dottrinario ed un pessimo tattico. Non è vero. L'ex coordinatore di IU ha solidi principi mai applicati dogmaticamente, ma, soprattutto, ha avuto ed ha un grande istinto politico per vedere il nuovo che veniva emergendo a tradurlo in voti. Non è un caso che i giovani del 15M lo hanno considerato un interlocutore, e lo ha fatto a modo suo, cioè senza lusinghe e in un dialogo franco e onesto. Né è stato casuale la nascita del Fronte Civico
Izquierda Unida (Iu), sempre timorosa, lasciò cadere questa iniziativa senza accettarne le dovute conseguenze politiche. Pablo Iglesias lo capì per primo e convertì le idee di Anguita nel nucleo del discorso politico di Podemos.

Circa un mese prima delle elezioni, Anguita ha scritto un articolo dal titolo "Il nodo gordiano", estremamente coraggioso e audace. Quello che stava dicendo è chiaro: esprimeva la grave preoccupazione per una sinistra che non è all'altezza delle circostanze drammatiche del nostro paese e proponeva la creazione di una nuova formazione politica al di là di Iu e del Partito comunista spagnolo (Pce). Temo che questo articolo sarà trattato come quelli precedenti cioè, lasciare che passi e che il tempo lo dimentichi. Un’altro errore dei pusillanimi di turno, perché, che sia sia d'accordo o meno con lui —ed io lo sono— questo il dibattito è utile e può chiarire molto dilemmi strategici delle forze che, in una direzione o nell’altra, chiamano all'unità popolare.

Tutto questo, è evidente, ha a che fare con l'analisi e la valutazione delle elezioni municipali e regionali svoltesi pochi giorni fa, che costituiscono parte di un ciclo che si concluderà nel mese di novembre di quest'anno. Ci riferiamo a delle elezioni che hanno una loro specificità poiché chiamano in causa forze emergenti in condizioni particolarmente difficili. Inventarsi organizzazioni, svilupparsi territorialmente e generare centinaia di candidature in poco più di un anno non è facile. Questo ci obbliga a considerare queste elezioni come la continuazione di un ciclo iniziato con le europee e che si concluderà con le politiche di novembre. Sullo sfondo, il 15M.

I risultati erano, potremmo dirlo così, prevedibili. In primo luogo, la sconfitta politica del Partito Popolare (Pp) . La destra ha perso voti, ma soprattutto, perderà il potere, molto potere. È vero, il Pp rimane la principale forza politica del paese e dovrebbe far riflettere come e perché si continui a votare per un partito politico legato strutturalmente alla corruzione. In secondo luogo, il bipartitismo arretra ma resiste grazie al Psoe. La strategia Pedro Sanchez [segretario dal 2014 del Psoe, Ndr] si è rivelata vincente, mostrarsi alternativo alla destra per contrastare la sinistra e Podemos. Rispetto a coloro che pensavano che era tempo della “grande coalizione" [Pp-Psoe] e che egli avrebbe sfumato lo scontro col Pp, il segretario generale del Psoe ga capito che ciò sarebbe stato un suicidio che avrebbe lasciato una vasto spazio elettorale a Podemos.

Meglio tuttavia non farsi confondere troppo. Apparire avversari del Pp e giocare sull'asse destra-sinistra come riferimento, risponde alla solita tattica del “voto utile”, ed alla la necessità di sostenere la "sinistra" per impedire la vittoria della destra. La "storia" è sempre quella: o si vota per il Psoe o vince la destra. Questo è stato il ricatto discorsivo per oltre 30 anni, ricatto dal quale Izquierda Unida quasi mai ha saputo respingere.

Tutti sapevamo che la tattica del “voto utile” era una trappola relativamente facile da smascherare: se alla sinistra del Psoe crescono forze con progetti alternativi, i socialisti, avrebbero dovuto decidere se continuare ad accordarsi con i poteri economici, o svoltare a sinistra promuovendo politiche a favore della maggioranza sociale e, in particolare, dei lavoratori. Il fattore decisivo, come tutti sappiamo, è un sistema elettorale che costringendo al “voto utile” lascia le forze realmente di sinistra senza opzioni significative.
Monereo (secondo da destra) accanto a Iglesias nel canale Forte Apache 


Qui si vede, ancora una volta, che il vero partito del regime è il Psoe, in quanto garantisce e porta consenso ai veri governanti, quelli che non si presentano alle elezioni, così che in nessun momento venga messo in discussione il modello economico e di potere vigente. Il partito di Pedro Sanchez, pur perdendo più di 600.000 voti, esce più forte da queste elezioni, ciò che servirà come una piattaforma per affrontare ragionevolmente le elezioni politiche generali. Quelli che comandano ne hanno già preso atto.

Podemos si consolida territorialmente e si sviluppa organicamente. Anche in questo caso, il gioco tra le aspettative e la realtà fa premio. Queste sono state le elezioni più difficili per il partito di Pablo Iglesias, e sono state superate alla grande. Dobbiamo analizzare ogni singolo caso e non confondere le elezioni regionali con le comunali, anche se entrambi sono state strettamente correlate. In alcuni casi le comunali hanno tirato le regionali, in altri casi le hanno rallentate o addirittura fatte arretrare. Si è verificato anche il contrario.

Podemos, nelle regioni e in decine di città, accumula potere istituzionale e una notevole influenza politica; tuttavia, i dilemmi che avrà di fronte non sono piccoli. In molti luoghi ha abbastanza seggi, insieme con il Psoe, per scalzare la destra e favorire una nuova situazione politica. L'altro lato della contraddizione è evidente: ci si accorda con il principale concorrente elettorale che è un pilastro decisivo del bipartitismo dominante. "Assedio e guerra di posizione", questo è il teatro di una battaglia politica e strategica la cui posta in gioco è, né più né meno, l’ennesima restaurazione borbonica o un vero cambiamento, cioè la rottura democratica. Si deve anche tenere conto che il campo di forze della trasformazione reale è diventato più pluralista, più eterogeneo, e che forgiare una alternativa, non la semplice alternanza dei partiti del turno dinastico, sarà un compito complesso e irto di difficoltà.

I risultati di Izquierda Unida sono stati persino peggiori di quelli predetti dai sondaggi. Sono apparsi patetici, la notte delle elezioni, gli sforzi del Coordinatore di Iu per mascherare gli scarsi risultati alle regionali opponendo quelli delle elezioni comunali, non rendendosi conto che così facendo, è diventato chiaro il vero problema: Iu ha un'organizzazione eccellente ma difetta di (direzione) politica. Per dirla più chiaramente, quando si tratta di organizzare, di assemblare centinaia di liste e candidature, tra cui decine di candidature di unità popolare, gli uomini e le donne di Iu bastano e avanzano; si potrebbe dire, senza esagerare, che non hanno bisogno di direzione; sanno far bene il loro lavoro, punto.

Il problema è che quando andiamo alle elezioni regionali, la politica, la buona politica, la giusta direzione e la tattica giusta, contano molto. Le carenze della direzione federale [nazionale, Ndr] —la sua non-politica in alcuni casi o le sue scelte equivoche in altri— hanno pregiudicato il discorso alle regionali e le opzioni elettorali. Quando c’è stata una scelta politica, questo non è stata altro che la razionalizzazione del ripiego identitario, spesso condito con un discorso anacronistico, che è apparso falso e senz'anima.

Sicuramente il dato più rilevante delle elezioni è stato l'avanzata delle liste di unità popolare (manifestatasi in modo esemplare a Madrid e Barcellona), ​​con l’eccezionale presentazione di centinaia di candidature tenacemente costruite in tutto il paese, in condizioni — va sottolineato—difficili ed a volte estremamente dure. Dove queste sono state organizzate democraticamente, rispettando la pluralità e superando l'arroganza e il settarismo, hanno funzionato diventando il fatto più rilevante della nostra realtà politica vista dal basso e dal punto di vista dell’alternativa democratica.

Non si deve dimenticare in questo momento: centinaia di militanti e attivisti di Iu sono stati davanti e dietro a queste candidature di unità popolare, il più delle volte vincendo l’opposizione del direzione di Iu e dovendo subire ogni tipo di coercizioni, minacce e, alla fine, anche espulsioni. Sì, ci sono centinaia di iscritti ad Iu esclusi dall'organizzazione in tutto il paese per aver difeso ciò che era stato approvato dalla XI. Assemblea di Iu. Ora, dopo le elezioni, Cayo Lara [coordinatore nazionale di Izquierda unida, Ndr] dice che hanno vinto la convergenza e l'unità popolare, cioè ciò per cui tanti sono stati emarginati o esclusi dalle diverse direzioni regionali e locali di Iu. Una vecchia storia; va bene il gol, non il giocatore.

E ora passiamo a Julio Anguita. La linea di fondo è semplice e coerente con la sua visione della politica di questo paese dalla riflessione solitaria di Cordoba: si deve costruire l'alternativa, questo richiede l'organizzazione di un progetto autonomo con volontà di potenza; il tempo è breve e l'unità non può attendere. Ci giochiamo tutto in poco tempo e noi tutti dobbiamo fare il nostro dovere. A Podemos spetta la responsabilità di strutturare un blocco nazional-popolare sapendo che da solo non ce la farà.

Ad Izquierda Unida tocca "rifondarsi", vale a dire fondarsi di nuovo. Non è così difficile da capire: il progetto storico di Iu non funziona con questa forma-partito. Occorre aprirsi al nuovo che sorge nella nostra società e che è destinato a restare.

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