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lunedì 25 settembre 2017

ELEZIONI IN GERMANIA: NOI NON VOMITIAMO di Piemme

[ 25 settembre 2017 ]

Il significato della sberla tedesca.
E per fortuna che era svanito il fantasma del "populismo". L'avevamo detto che quella di Macron era una vittoria di Pirro.

Le elezioni sono uno specchio, per quanto deformante, della realtà sociale. Il terremoto elettorale che ha stravolto il paesaggio politico tedesco con lo sfondamento di AfD e il crollo dei due partiti sistemici ci dice che nel sottosuolo tedesco il sommovimento in corso è ancor più grande. 

Mi vengono in mente quegli azzeccagarbugli che vanno cianciando che grazie al "pilota automatico" e alla forza motrice tedesca l'Unione europea procede verso il proprio rafforzamento, gli Stati Uniti d'Europa. La scossa che è venuta dalle urne e che ha azzoppato la Merkel, fa invece tremare dalle fondamenta l'Unione europea e le sue tracotanti élite euriste. E' cosa buona? Si, lo è, sicché noi non vomitiamo affatto — " l'avanzata dell'AfD è una cosa che mi fa vomitare", ha affermato il verde e sorosiano, ed ex Ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer.

L'autorevole Frankfurter Allgemeine, oltre a fornire una mappatura del voto, rende note le prime analisi sui flussi elettorali. Esse confermano che se i voti ad AfD sono venuti da ogni parte dello schieramento politico —anche da sinistra, dalla Spd come pure dalla Linke. Se si guarda la composizione sociale, essi sono venuti anzitutto dal proletariato e dai settori sociali che hanno subito la "crescita", che di questa "crescita" non hanno raccolto che briciole, che han finito per trovarsi ai margini della società. Un clamoroso voto di protesta quindi. Non a caso AfD ha ottenuto un successo strepitoso nei Länder poveri della Germania dell'Est.


Le élite euriste, prese dal panico, lanciano l'allarme con immancabile l'anatema: "la democrazia più solida d'Europa è in pericolo, l'Europa è minacciata, avanza il nazismo".

Non è un nostro problema che l'instabilità tedesca  faccia traballare l'Unione. Nostro grande, grandissimo problema è semmai che rabbia e indignazione di chi sta sotto, in Germania e nei suoi satelliti, prenda forme nazionaliste e reazionarie. Che AfD sia un movimento nazista è una pacchiana esagerazione, la storia tuttavia insegna: il nazionalismo tedesco contiene geneticamente in grembo il mostro di uno sciovinismo imperialista e aggressivo. 

Occorre fermarlo? Certo che sì! Ma non si ferma in combutta con le forze sistemiche, nemmeno con quelle di sinistra, dalle quali invece occorre prendere le massime distanze. Si costruisce un argine al revanchismo nazionalista se e solo se si avanza, dentro l'inesorabile tendenza geopolitica alla ri-nazionalizzazione, una prospettiva di patriottismo democratico, di un sovranismo costituzionale.

Occorre fare in fretta a costruire un polo politico indipendente della sinistra patriottica, neo-internazionalista, che sappia incalanare la rabbia e dargli una prospettiva strategica democratica. I tempi stringono. Come insegnano gli avvenimenti non solo italiani ma europei, il solo terreno sul quale, per il momento, è possibile raccogliere e convogliare proteste e rabbia sociale di chi sta in basso, sono le elezioni. Ce lo ha dimostrato anche il referendum del 4 dicembre dell'anno scorso.

In Italia si voterà la prossima primavera. Vogliamo provare a giocare la partita?

sabato 23 settembre 2017

AfD: SE LA GERMANIA VA A DESTRA di Pasquinelli Moreno

[ 23 settembre 2017 ]

Jean Baudrillard, nel descrivere quella che chiamava "epoca postmoderna", oltre a sostenere che il reale era sostituito (falsificato aggiungo io) con i "segni del reale", disse, ricorrendo ad una delle sue figure immaginifiche, che si vive in un contesto pieno di eventi ma dove non succede mai un cazzo

Aveva ragione? Sì e no. Sì se per eventi s'intendono quelle grandi fratture, per loro natura palingenetiche, destinate a invertire il corso della storia dato, riconoscibili quindi per l'irruzione sulla scena di forze nuove, rivoluzionarie, fino a quel momento sotterranee. No se per grandi eventi vogliamo dire anche quei salti, quelle accelerazioni che forze potenti imprimono alla catena degli eventi e che quindi la storia la segnano nel profondo.

La riunificazione delle due Germanie del 1990 —la seconda Deutsche Einigung, ovvero l'annessione della Germania socialista dell'Est che poi ha trascinato nel baratro l'Unione Sovietica— venuta dopo il cosiddetto "crollo del Muro di Berlino",  è stato uno di questi eventi colossali di secondo tipo. Nessuna rivoluzione sociale, anzi, una controrivoluzione, per quanto dai "guanti di velluto".
il Terzo Reich nazionalsocialista

In occasione della riunificazione Giulio Andreotti, argutamente, ebbe a dire: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ciò che forse ci aiuta a capire "mani pulite", ovvero la liquidazione della élite politica della Prima repubblica da parte del nascente "partito tedesco" italiano, che poi prenderà il sopravvento in Italia, che ebbe nel governo di Mario Monti il suo apice.


Ecco, quella riunificazione-annessione è ciò che gli storici chiamano "data periodizzante". Quel fatto ha segnato la storia europea e mondiale. Lì la spinta verso la nascita dell'Unione europea (1991-92); lì stanno le vere radici dell'attuale supremazia tedesca [1], supremazia che spiega la crisi irreversibile dell'Unione europea, quindi il fallimento della visione francese che riteneva, con la moneta unica, di ingabbiare il latente imperialismo tedesco. 
Morale della favola, come ebbi modo si scrivere mesi addietro in LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO:
«Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco».
Tuttavia, quella tedesca, malgrado non avanzi sulla punta delle baionette ma grazie alla potenza del suo Moloch industriale, non solo segue le tradizionali linee geopolitiche espansioniste germaniche, ma è anche stavolta una supremazia senza egemonia, destinata quindi a collassare su se stessa, a meno che, in fretta, non si doti della necessaria potenza militare. Scrivevo nel 2014: 
«Può sopravvivere l'Unione europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale? No, non può resistere. Ciò che fa traballare l'Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi paesi "periferici" e l'insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca. Per comprendere come potrebbe andare e finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia. Il lepenismo in Francia, così come l'avanzata di diverse forze nazionaliste nei paesi europei, possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni che si sentono minacciate dall'espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate».
Domani i tedeschi vanno alle urne. Come spiegare che malgrado la sua supremazia economica (disoccupazione al 3,8%, bilancio in surplus, primazia mondiale nell'export) Alternative für Deutschland —AfD, che non è più quella delle origini visto che ha subito una
impressionante metamorfosi in senso nazionalista e sciovinista— è data nei sondaggi in grande avanzata diventando il terzo partito con 80-100 deputati?
Il successo di AfD si spiega per il concorso di due fattori, uno sociale e l'altro ideologico. 
Il malcontento degli strati sociali che stanno in basso i quali, subendo il dogma dei sacrifici, lavorano come bestie in cambio di salari e redditi più che modesti o, come all'Est, sono disoccupati o sottoccupati (mentre in un decennio è aumentato il numero dei milionari e delle loro rendite: la Germania merkeliana vede una concentrazione tra le più alte di patrimoni nel 10% delle famiglie più ricche). Sul versante ideologico AfD sta riuscendo a far passare l'inganno che queste ingiustizie sociali dipendono non dai meccanismi intrinseci alla dottrina ordoliberista bensì ai lacci ed ai lacciuoli dell'Unione europea. Rimuoverli quindi, et voilà, benessere generale grazie ad una dispiegata potenza tedesca.

Una miscela esplosiva, che nasconde, per chi voglia vedere, l'incipiente e risorgente idea della Grande Germania, ovvero del Quarto Reich.

In conclusione. L'Unione può crollare sotto l'attacco combinato di due forze opposte: i risorgenti nazionalismi nei paesi europei che mal sopportano la supremazia (senza egemonia) della Germania; oppure di quelle revanchiste che proprio questa supremazia tedesca alleva nel suo grembo.

Sventata per il momento la minaccia francese, le urne tedesche potrebbero domani, in caso di avanzata dell'AfD, suonare per la Ue e per gli attuali equilibri europei e mondiali (se Putin è guardingo, Trump non dorme sonni tranquilli) un ancor più minaccioso campanello d'allarme.

NOTE

[1] «La realtà dei dati

I numeri di Eurostat, l’agenzia statistica europea, raccontano in effetti una storia lontana dalle narrazioni dei politici. L’enorme successo del made in Germany sui mercati mondiali e il surplus negli scambi con l’estero oggi più vasto al mondo devono molto di più alla seconda riunificazione: dopo quella tedesca del 1990, quella continentale del 2004 con l’ingresso nell’Unione europea di gran parte dell’ex blocco di Varsavia. La Merkelomics, il modello economico della cancelliera, si regge più sulla catena di scambi intrecciata con l’Europa centro-orientale che sul culto dei sacrifici o il dogma dello Schwarze Null, il bilancio in surplus. La Germania ha trovato sul confine orientale la sua «Cina interna», un’area a basso costo inclusa nella sua stessa area politica, giuridica, di mercato e in parte anche monetaria (Slovacchia, Slovenia e i Baltici adottano l’euro). In questi anni l’industria tedesca è riuscita come nessun’altra a trasferire in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca o nella stessa Slovacchia gran parte della produzione delle componenti che le servono; queste poi vengono reimportate e assemblate in Germania, in vista dell’export del prodotto finale che monetizza solo all’ultimo stadio gran parte del valore aggiunto dell’intera filiera.

Vincenti e perdenti

I dati lasciano pochi dubbi. La Repubblica federale ha un surplus negli scambi di beni manufatti con tutto il mondo, eppure è in deficit con i 10 Paesi dall’Estonia alla Slovenia. Nel 2016 da queste economie la Germania ha comprato 69,6 milioni di tonnellate di beni industriali e ne ha vendute loro solo 53,6 milioni. Nell’import da Est spicca tutto ciò che serve a fare auto: manufatti di gomma, metallo, altri «equipaggiamenti per il trasporto, parti e accessori» (gli acquisti tedeschi di questi pezzi dall’Europa centro-orientale sono raddoppiati dal 2006).
I dati finanziari relativi a queste partite industriali rivelano poi l’altro lato della storia: qui i saldi sono in equilibrio; anche se la Germania compra da Est molte più tonnellate di beni di quante ne venda. Il prezzo d’acquisto da Oriente riflette sistemi nei quali le fabbriche lavorano al salario minimo e questo non supera mai i 500 euro al mese. Il prezzo di vendita del prodotto finale made in Germany, sempre caro, riflette invece salari da 30 euro l’ora negli impianti tedeschi di assemblaggio, oltre alla forza dei marchi come Bmw».




lunedì 14 marzo 2016

GERMANIA: FINE DEL MITO DELLA STABILITÀ. ALTERNATIVA PER LA GERMANIA. MA QUALE? di Piemme

[ 14 marzo ]

C'è un solo vincitore delle elezioni svoltesi ieri in tre importanti regioni (land) della Germania, è Alternativa per la Germania (AfD) di Frauke Petry. 

Se ha perso la Merkel, ancora peggio è andata per i socialdemocratici —che, ricordiamolo, sono al governo con i democristiani. Ha perso anzitutto il blocco finanziario-industriale del grande capitalismo tedesco, che non solo appoggia il blocco eurista Merkel-Socialdemocrazia, ma difende a spada tratta l'Unione europea e la sua moneta unica.

Un segnale che anche in Germania sta collassando il regime bipartitico ed eurocratico, che si entra in un periodo di instabilità politica e sociale. Non è cosa di poco conto, dato che la "stabilità" è il vero e proprio dogma, se si preferisce il tabu, lo scudo di ultima istanza che le élite tedesche hanno utilizzato per conservare l'esistente, e per mettere in evidenza come la Germania fosse diversa, cioè meritasse la supremazia in Europa.
Sì, finisce ufficialmente il mito della stabilità germanica.

AfD non è una meteora, la sua ascesa travolgente, anzitutto nelle regioni orientali più povere, indica invece che i mutamenti del panorama politico tedesco sono strutturali, di fondo, irreversibili.
I media italiani di regime non esprimono solo inquietudine, lasciano trasparire il panico. Li preoccupa non solo che AfD sia contro l'immigrazione di massa (cosa per loro del tutto secondaria, patetico alibi ideologico per demonizzare AfD), li preoccupa che questo partito sia per farla finita con l'euro. Li terrorizza l'idea che alla loro Unione europea venga a mancare la locomotiva tedesca.
Per questo rovesciano su AfD ogni sorta di soliti insulti, i soliti anatemi: populisti, xenofobi, avventuristi, ecc.

Non abbiamo alcuna simpatia per AfD. 
E' indiscutibile che esso sia (in barba a quelli che cianciano di fine della dicotomia destra-sinistra) un partito apertamente conservatore, decisamente neoliberista. Ed è indiscutibile che la Germania stia andando a destra —a conferma di una tendenza generale che riguarda anzitutto l'Europa del nord.

Ma non se ne può più di quello che Preve chiamava PUPC (Partito Unico Politicamente Corretto), per cui tutto ciò che sfugge al suo controllo, tutto ciò che rifugge alla narrazione ideologica eurista, è condannato come appestato, satanizzato. 
Meglio per le forze democratiche e rivoluzionarie (tanto più di quelle italiane) analizzare a mente fredda e ben comprendere chi è AfD, cosa bolle nella pentola tedesca, ovvero con chi avremo a che fare nei prossimi anni.

Georg Pazderski, uno dei dirigenti di AfD dichiara al Corriere della Sera di oggi:
«Siamo contro l'euro. Non si è mai vista una moneta unica senza un sistema fiscale a sostenerla. Va abolito. Perché salvare una Grecia che non potrà mai restituire alcun prestito? E perché rischiare per l'insolvenza della banche italiane?
Non siamo contro l'Unione europea ma dev'essere come la NATO, un'alleanza che rispetta la sovranità di ciascun membro, non quel mostro burocratico sovranazionale che è oggi.
Siamo liberisti in economia e conservatori nei valori della famiglia e della religione. Difendiamo l'originalità delle culture nazionali e il diritto dei tedeschi ad essere orgogliosi. Siamo una democrazia di successo, basta coi sensi di colpa».
* * * 


Per capire AfD vale la pena leggersi con attenzione quel che risponde la leader di Afd, Frauke Petry a la Repubblica di ieri, (intervista di Tonia Mastrobuoni), testata di prima linea del PUPC, il Partito Unico Politicamente Corretto, che quando si tratta di demonizzare gli avversari del "politicamente corretto", se ne fotte...


"Siamo liberal-conservatori"
di Frauke Petry

D. Angela Merkel è stata criticata fortemente, anche dal suo partito, perché non vuole stabilire un tetto agli arrivi dei profughi. Ma lei cosa propone?

R. "Su Angela Merkel e i governi che l'hanno preceduta grava la responsabilità di una politica migratoria catastrofica. Di questo passo, è una traiettoria che rischia di spazzare via l'Europa democratica e liberale degli ultimi decenni. Io penso che possiamo aiutare senza problemi i profughi veri, soprattutto coloro che provengono dalla Siria o i cristiani perseguitati dell'Iraq. Ma per frenare l'immigrazione clandestina, soprattutto i migranti economici, occorre mandare un segnale politico molto chiaro ai Paesi di origine: controlli alle frontiere, l'eliminazione di incentivi finanziari che possano attirarli qui e una riforma del diritto di asilo".

D. A giudicare dai sondaggi, il suo partito dovrebbe riuscire ad entrare i tutti e tre i parlamenti dei Land dove si vota oggi, in Sassonia-Anhalt siete dati addirittura al 19%. Pensa che possiate diventare un giorno una "volkspartei", un partito di massa?

"Ne sono convinta. Tra i nostri membri ci sono esponenti di tutti gli strati della società, operai, accademici, studenti, pensionati, disoccupati. Ma anche tra i nostri elettori il quadro è simile. L'Afd raccoglie consensi in tutta la società, non solo in singoli gruppi".

D. Qualcuno la definisce "la Marine Le Pen tedesca". Cosa ne pensa? Ci sono molte somiglianze tra il suo partito e il Front National o anche la Lega di Matteo Salvini?

"Qual è lo scopo di questa domanda? Noi coltiviamo rapporti con molti partiti, al livello europeo. Ma il nostro compito principale è occuparci dei problemi tedeschi".

D. Siete ancora dell'idea che la Germania debba uscire dall'euro? 

"E' l'Europa intera che avrebbe bisogno di chiudere con l'esperienza dell'euro. Bisognerebbe tornare alle monete nazionali o a gruppi più piccoli che mantengano una valuta unica. Anche la Germania ne avrebbe bisogno. Ogni Paese ha bisogno della moneta che si adegua meglio alla sua economia. Siccome l'euro non può rispettare questa elementare regola economica, va abolito. Altrimenti i divari economici - e sociali - tra singoli Paesi non faranno che crescere".

D. Lei è finita recentemente nella bufera per aver detto che in casi di emergenza bisognerebbe poter sparare alle frontiere contro i migrati illegali.

"In quell'intervista, dopo ripetute insistenze, ho spiegato qual è attualmente la cornice legale in Germania. La questione era se si possono difendere le frontiere in generale o no. Alcuni politici continuano a ripetere che non si possono difendere. Io ho semplicemente chiarito che i confini possono essere difesi, eccome, e che, anzi, è obbligatorio difenderli, se la sovranità nazionale è minacciata. La riproduzione sbagliata e fuorviante delle mie parole - "voglio sparare ai profughi" - è diffamante. La verità è che i vecchi partiti ci temono e che i media pensano solo a fare audience. Per raggiungere questo scopo, ogni mezzo è giustificato".

D. Quanto è vicino il suo partito agli anti-musulmani di Pegida? Alcuni esponenti di primissimo piano dell'Afd sono andati alle loro manifestazioni contro la presunta "islamizzazione" dell'occidente. E tra i manifestanti ci sono anche neonazisti, non solo "cittadini preoccupati". 

"L'Afd esiste da molto più tempo. Le nostre battaglie sono per una democrazia più diretta, per regole più severe sulle politiche migratorie e sul diritto di asilo, ma in generale per un rispristino della legalità - quotidianamente calpestata dal governo Merkel - e per una migliore politica per le famiglie. Chiediamo anche di rafforzare la sicurezza interna smettendola di tagliare fondi alla polizia, di non esagerare con il mainstream gender, di fare politiche più intelligenti verso la Russia. Ma in ogni caos l'Afd è un partito intenzionato a rafforzare la democrazia a favore degli elettori".

D. Sì, ma cosa ne pensa di Pegida? 

"E'un movimento che porta in strada - a ragione - il malessere dei cittadini. Ma non c'è nessun legame con loro, né organizzativo, né dal punto di vista dei contenuti - tutto il resto è calunnia. Purtroppo non ci si occupa mai con il dovuto distacco di questo fenomeno".

D. Le loro piazze pullulano di estremisti di destra

"Se estremisti di destra partecipano alle loro manifestazjoni, tocca agli organizzatori risponderne. Io, però, non c'entro nulla. E anche la sua domanda è problematica. Non sarebbe molto più problematico per il senso della democrazia se manifestazioni pacifiche non potessero essere più organizzate per il dubbio che vi partecipino gruppi o persone indesiderati?"

D. Il suo vice, Alexander Gauland ha detto in un'intervista recente che sulla questione dei profughi "non dobbiamo farci ricattare dagli occhi dei bambini". Non è un po' brutale? Quei bambini scappano da guerre.

"La guerra è brutale perché si basa sul fanatismo religioso e su interessi geostrategici. Mostrare occhi di bambini può servire, purtroppo, a evitare qualsiasi riflessione su queste cause. Allo stesso modo un'immagine del genere scongiura una discussione aperta e critica sulle politiche migratorie. Abbiamo già vissuto, in passato, un dibattito sull'immigrazione viziato dal tentativo di usare immagini del genere per promuovere la "willkommenskultur", le politiche di benvenuto. Ma ogni decisione razionale ha bisogno che si usi il cuore, ma anche la testa. Altrimenti si rischia il ricatto. Peraltro, il 70% dei migranti sono giovani uomini".

D. L'Afd viene definito un partito "populista di destra"; e lei è accusata in particolare di aver imposto al suo movimento una decisa svolta a destra dopo l'uscita del fondatore, Bernd Lucke. Come giudica questa definizione e come risponde a queste accuse?

"L'Afd è un partito liberal-conservatore che nel 2013 ha riunito diverse persone preoccupate per la crisi dell'euro e per la crescente statalizzazione dell'Unione europea. Inoltre siamo critici con l'indebolimento della democrazia dovuto alla scarsa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Al livello federale, i referendum non esistono, ad oggi. E al livello dei Land, il quorum è troppo alto".

D. Le vostre idee sull'economia, contrariamente a quelle di altri partiti di destra, sono liberiste. 

"L'Afd attira persone che vogliono uno Stato snello e che vogliono godersi le proprie libertà individuali nei limiti consentiti dallo Stato di diritto. Siamo liberal-borghesi. Tra di noi ci sono anche moltissimi ex elettori dell'ala conservatrice della Cdu che sono convinti che lo Stato non sia più in grado di tutelare i loro valori. Ma ci sono anche sostenitori di uno Stato più sociale. Il nostro Stato prima scoraggia i cittadini in molti ambiti, poi cerca di limitare i danni attraverso aiuti pubblici. Meglio uno Stato che garantisca la cornice giusta (attraverso una buona politica economia e fiscale) e che sia una buona base di partenza per la giustizia sociale nel Paese".

D. A giudicare dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del suo partito, tra i suoi seguaci si nasconde un'anima ben più radicale. 

"Che l'Afd venga definita radicale è qualcosa di abbastanza tipico per un partito giovane. Tipicamente riuniamo chi urla e chi parla a bassa voce, chi esprime le proprie opinioni in maniera più sfumata e chi no. E' molto caratteristico per una forza politica nata da poco. Si pensi ai Verdi degli anni 80, anche loro hanno attraversato scissioni e nuovi inizi. Tra l'altro, non hanno ancora deciso in che direzione vogliono andare veramente".

mercoledì 30 ottobre 2013

EURO/GERMANIA: «DOPO LA MERKEL VENIAMO NOI» intervista a Bernd Lucke

30 ottobre. Grazie a Voci dalla Germania che ha tradotto in italiano e pubblicato questa importantissima intervista a Bernd Lucke (nella foto), leader di Alternative fur Deutschland (AfD). La vulgata-politicamente-corretta ci presenta AfD come un partito di reazionario di sciovinisti trinariciuti che vogliono tornare al Marco. Le cose sono alquanto più complesse, come si capirà leggendo l'intervista. AfD propugna sì l'uscita dall'euro, ma dei paesi del Sud Europa. Preciso e credibile quant'altri mai lo scenario che Lucke descrive sull'eventuale rottura dell'eurozona. Intervista importantissima poiché ci indica qual'è il recondito (e occulto per adesso) orientamento delle classi dominanti tedesche. Abbiamo sottolineato in grasseto le parti salienti dell'intervista.


D: Le elezioni sono passate, AfD non è riuscita a superare la soglia del 5%. Significa che i tedeschi stanno bene con l'Euro?

R.: in primo luogo questo significa che i cittadini non hanno ancora riconosciuto tutti i pericoli che derivano dagli eurosalvataggi. O meglio, ci mostra che il governo è riuscito a nascondere con successo questi pericoli.

D: Merkel e co. si basano su studi e sostengono che la Germania beneficia enormemente dall'Euro, dicono esattamente il contrario. Che cosa la porta a fare questa valutazione?

R: no, non credo l'economia tedesca stia soffrendo a causa dell'Euro. Io credo tuttavia che l'Europa e in particolare i paesi del sud stiano decisamente soffrendo a causa dell'Euro. La conseguenza è che l'unificazione europea, un successo fino al 1999, ora è a rischio. E cio' è evidente negli sviluppi economici della periferia: hanno perso la loro competitività e potranno ripristinarla solo facendo dei grandi aggiustamenti, interamente a spese dei lavoratori. Cio' significa che la Germania insieme ad altri paesi ancora solventi è finita in una rete molto confusa di garanzie, approvate senza il controllo dei parlamenti. E queste garanzie sono a carico dei cittadini. Sono una bomba a orologeria e nel medio periodo avranno degli effetti sul nostro benessere.

D: secondo lei, qual'è il rischio piu' grande che corre la Germania?

R: il rischio più grande al momento è naturalmente la Grecia. Il paese ha bisogno di un taglio del debito: la sostenibilità del debito greco al massimo è di 100 miliardi di Euro - al momento il debito pubblico greco ammonta ad oltre 330 miliardi di Euro. Piu' o meno tre volte cio' che è sostenibile nel lungo periodo.

D: quali sono i rischi finanziari per la Repubblica federale tedesca, se oltre alla Grecia ci fossero altri paesi a finire in ginocchio?

R: dipende dalla portata di ciò che accadrà. Il Ministero delle finanze parla di un rischio massimo di 310 miliardi di Euro, l'istituto IFO parla del doppio. La situazione può restare gestibile se c'è una svolta politica. Si potrebbe inizialmente far uscire dalla zona Euro i piccoli paesi come Cipro, la Grecia o il Portogallo e con l'esperienza maturata gestire l'uscita dei paesi piu' grandi, come Spagna e Italia. Mi preoccupa invece il fatto che il governo sul tema euro-salvataggi continui con la sua politica dell'"andiamo avanti cosi", con il rischio che un giorno all'improvviso la zona Euro crolli a causa di un evento esterno. Se fossero più paesi di grandi dimensioni ad uscire contemporaneamente dall'Euro, ci sarebbero degli sconvolgimenti. Per questo sarebbe necessario ridurre quanto prima il perimetro della zona Euro e consentire l'uscita degli stati che rappresentano il rischio maggiore.

D: quali sarebbero i costi per il contribuente tedesco in caso di un'insolvenza greca?

R: la Germania garantisce il 27% dei crediti che sono stati erogati sotto i diversi pacchetti. Ma il 27% è solo il limite più basso, perché se ci fosse un secondo stato a dichiarare insolvenza, la Germania sarebbe costretta ad assumersi una parte dei suoi impegni. Per la Grecia nel complesso sono stati erogati 280 miliardi di crediti, in parte finanziati anche dal FMI. In caso di default completo un quarto di questi costi ricadrebbero sulla Germania, circa 70 miliardi di Euro.

D: nel complesso, sulla base delle garanzie assunte, quali sono i rischi finanziari per la Germania?


R: l'Irlanda fino ad ora ha ricevuto circa 62 miliardi di Euro, a cui la Germania contribuisce per circa un terzo, diciamo 20 miliardi. Il Portogallo ha ricevuto 78 miliardi, di cui circa un terzo versati dalla Germania - sono altri 26 miliardi di Euro. A Cipro dei 17 miliardi erogati, abbiamo versato circa 6 miliardi di Euro. I titoli pubblici acquistati dalla BCE si sono in parte ridotti ma sono sempre circa 130 miliardi di Euro. L'Eurozona ha dato circa 40 miliardi di Euro alle banche spagnole, e abbiamo appena saputo che in quel paese ci sono sofferenze sui crediti nell'ordine dei 115 miliardi di Euro. Il conto finale dipenderà dal livello dell'hair-cut. Per la Grecia potrebbe essere fra il 50 e il 75%. Una parte importante di ciò che oggi garantiamo per la Grecia andrebbe perduta.

D: quando si aspetta che arrivi il taglio del debito?

R: è difficile da dire. Wolfgang Schäuble ritiene necessario un nuovo piano di aiuti per la Grecia, secondo la mia interpretazione intende posticipare ulteriormente il taglio del debito e trasferire altro denaro verso la Grecia —che in parte pagheremmo anche noi. Il taglio del debito può essere posticipato quanto vogliamo, basta erogare sempre nuovo capitale, nonostante i mercati non siano più disponibili a farlo ormai da tempo. E' difficile stimare quando nel governo prevarrà la ragione economica, e si riuscirà finalmente ad ammettere: le perdite nella ristrutturazione del debito saranno sempre più grandi, quanto più a lungo si continuerà a gettare denaro.

D: lei ha piu' volte parlato del rischio inflazione causato dalla politica di salvataggio dell'Euro. Oggi però l'Euro, con un'inflazione media inferiore al 2%, è ancora molto stabile.

R: ho solo messo in guardia da un rischio inflazione nel lungo periodo. La BCE ha acquistato titoli e ha annunciato che forse lo farà in maniera illimitata. Adesso la BCE si assicura che la massa monetaria non aumenti, perché contemporaneamente vende altri titoli. Fino ad ora non ha causato inflazione. Con un intervento illimitato della BCE - una promessa che per sua fortuna non ha ancora messo in atto - una sterilizzazione alla lunga non sarà più possibile. Anche la BCE ha una quantità limitata di titoli da utilizzare ai fini della sterilizzazione. A ciò si deve aggiungere che se la crisi debitoria dovesse finire fuori controllo, l'inflazione sarebbe nell'interesse degli stati Euro. L'inflazione è la via più comoda per ridurre il valore nominale del debito.

D: l'argomento principale degli euro-sostenitori è che l'economia dell'export tedesca ha avuto grandi benefici dall'Euro...

D: in primo luogo dobbiamo dire che la politica del governo federale non può essere guidata esclusivamente dagli interessi degli esportatori, piuttosto dagli interessi di tutto il popolo tedesco. E le conseguenze di un'uscita dei paesi del sud-Europa non sono così svantaggiose come si vorrebbe far credere.

D: e perché?

R: da un lato perché i cittadini avrebbero dei vantaggi: con la nuova moneta ci sarebbe un maggior potere di acquisto. L'apprezzamento del "nuovo Euro" dopo l'uscita dei paesi del sud aumenterebbe notevolmente il potere d'acquisto delle famiglie tedesche, perché tutti i beni importati e tutti i beni prodotti nel nostro paese, che utilizzano delle materie prime importate, sarebbero nettamente più economici. Un aumento del potere d'acquisto delle famiglie tedesche non solo porterebbe ad un aumento dell'import di beni dall'estero, ma anche ad un aumento degli acquisti dei beni prodotti nel nostro paese, perché ci sarebbe maggior reddito disponibile. Anche le aziende tedesche ne trarrebbero un beneficio. Le perdite che potrebbero verificarsi sui mercati esteri di esportazione, sarebbero in parte compensate da una congiuntura interna più favorevole. Inoltre le imprese orientate all'export sul fronte dei costi avrebbero un sollievo, in quanto i fattori produttivi importati diverrebbero più economici. Potrebbero contrastare un apprezzamento sui mercati esteri abbassando i prezzi e ottenendo quindi dei costi di produzione più bassi. In terzo luogo è necessario considerare che nei paesi del sud, dopo l'uscita, la congiuntura economica sarebbe favorevole e i redditi tornerebbero a salire. La domanda di prodotti tedeschi dipende dal reddito, e un reddito più elevato agisce in direzione opposta rispetto all'aumento dei prezzi. Con un miglioramento della congiuntura in sud-Europa la domanda di beni tedeschi potrebbe addirittura aumentare.


D: quale è stato l'andamento dell'export tedesco verso il sud-Europa negli ultimi anni?

R: è diminuito del 25%. Con l'Eurocrisi abbiamo subito una forte riduzione. La situazione potrebbe migliorare se i paesi del sud riuscissero a far ripartire la loro economia.

D: qual'è la quota di esportazioni verso i paesi del sud sul totale delle esportazioni tedesche?

R: la quota è del 12.5%. Il danno causato dall'uscita dei paesi del sud sarebbe molto limitato e facilmente sopportabile dall'economia tedesca. Soprattutto le variazioni nei tassi di cambio —svalutazione dei paesi del sud e rivalutazione dei paesi del nord— potrebbero essere guidate ed estese nel tempo dall'intervento della banca centrale.

D: uno studio della Fondazione Bertelsmann mostra che senza l'Euro la crescita in Germania sarebbe di uno 0.5% inferiore, e fino al 2025 equivarrebbe ad una perdita di 1.200 miliardi di Euro.

R: questo studio si basa su di un modello che la fondazione Bertelmann, vicina al governo, non pubblica. Scientificamente è molto inusuale. Si sparano delle cifre senza sapere come abbiano fatto gli autori ad arrivarci. E' solo propaganda.

D: e il mercato del lavoro? L'Euro ha portato molti posti di lavoro alla Germania. Senza la moneta unica non sarebbero a rischio?

R: l'Euro ci ha portato dei posti di lavoro? Nei primi anni dell'Euro abbiamo avuto il tasso di crescita più basso dell'Eurozona. Il recupero che sul mercato del lavoro abbiamo avuto a partire dal 2005 è da ricondurre principalmente alla moderazione salariale. I salari tedeschi sono cresciuti molto poco. L'Agenda 2010, grazie alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, probabilmente ha avuto un ruolo positivo. Mentre in Germania vivevamo una fase di moderazione salariale, i salari nel sud-Europa sono cresciuti e hanno ridotto la competitività di quei paesi. La Germania ha così ottenuto un vantaggio competitivo, pagato con uno svantaggio competitivo nei paesi del sud-Europa. Potremmo anche dirci: che cosa ci importa della disoccupazione generale e della scandalosamente alta disoccupazione giovanile? Ma per i politici che ci parlano ogni giorno del bene dell'Europa, non si tratterebbe di una condotta responsabile.

D: la BCE continua con una politica del denaro a buon mercato e tiene i tassi bassi. Quali potrebbero essere le conseguenze sul lungo periodo?

R: la BCE ha inondato il mercato con il denaro facile, e i bassi tassi hanno naturalmente delle conseguenze negative per i risparmiatori, che spesso non riescono a coprire nemmeno l'inflazione. Una parte del loro patrimonio in pratica viene espropriata. Questa repressione finanziaria tuttavia è un fenomeno che recentemente abbiamo visto all'opera in tutto l'emisfero occidentale. Nella zona Euro, in Svizzera, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Giappone —ovunque le banche centrali tengono i tassi ai minimi storici. Ciò è da ricondurre alla crisi finanziaria globale e conduce ad una forte redistribuzione a scapito dei risparmiatori e a favore dei debitori.

D: dovrebbe essere la Germania ad uscire o i paesi del sud?

R: mi sono sempre battuto affinché siano i paesi del sud Europa ad abbandonare l'Euro. E in maniera ordinata

D: e come dovrebbe accadere?

R: attraverso l'introduzione di una valuta nazionale che in un primo momento sia solo una valuta parallela rispetto all'Euro, in modo da far sparire l'Euro in un periodo di 3-5 anni

D: una valuta parallela non sembra molto rassicurante per la gente...

R: dipende da come sarà configurata. In un primo momento la nuova valuta sarebbe introdotta solo per i pagamenti senza contanti, mentre l'Euro resterebbe in circolazione come contante. Così ha fatto la Bundesbank con il passaggio dal D-mark all'Euro. La cosa importante: la nuova valuta sarebbe emessa attraverso l'acquisto di Euro da parte della banca centrale, vale a dire la nuova valuta sarebbe interamente coperta da Euro. Questo significa che la banca centrale avrebbe il pieno controllo sul corso della moneta e potrebbe gestire i tempi della svalutazione o della rivalutazione evitando dei grandi disallineamenti. Si dovrebbe fissare un periodo di passaggio ben delimitato, al termine del quale si dovrà raggiungere un tasso di cambio adeguato fra l'Euro e la nuova moneta. Una volta raggiunto, si potrà completare il passaggio dall'Euro alla nuova moneta.



D: l'introduzione di una moneta parallela non avrebbe come conseguenza la fuga di capitali oppure una corsa agli sportelli?

R: no. La questione fondamentale è se nella conversione della valuta sono coinvolti anche i depositi dei risparmiatori. Si potrebbe stabilire per legge che i vecchi depositi in Euro restino denominati in Euro. La banca centrale dovrebbe concedere alle banche commerciali un fondo per la compensazione, poiché queste obbligazioni restano denominate in Euro, mentre i crediti sarebbero contemporaneamente trasformati nella nuova moneta svalutata. Quando in seguito la nuova valuta si svaluterà, la banca centrale realizzerà dei guadagni, perché con la nuova moneta nazionale ha acquistato degli stock di Euro e queste riserve si apprezzeranno nei confronti della nuova valuta. I profitti della banca centrale in questo caso potrebbero quindi finanziare una parte del fondo di compensazione. E' molto meno complicato di quanto possa sembrare.

D: con le valute parallele in circolazione contemporanea, non si avrebbe un caos nei pagamenti?

R: è molto più semplice di quanto lei non possa immaginare. Pensi solamente che anche l'Euro in Germania è stato introdotto come valuta parallela —e non c'è stato alcun caos. Nel 1999 l'Euro è stato introdotto come moneta scritturale per i pagamenti non in contante, per i pagamenti in contante fino al 2001 è rimasto in corso il D-Mark.

D: quindi non rischiamo condizioni sudamericane...

R: molto spesso quando si parla di valute parallele si pensa a valute non ufficiali, ad esempio quando l'Argentina ha dollarizzato l'economia la gente pagava in dollari, sebbene la sola moneta a corso legare era la valuta locale. Nel caso di una tale introduzione informale alla fine si arriva sempre alla sostituzione di una moneta con l'altra. In questo caso sarebbe diverso, perché una moneta resterebbe solo per i pagamenti in contanti, mentre l'altra sarebbe utilizzata per le transazioni non-cash.

D: se la Germania introducesse una valuta parallela, i risparmi in Euro detenuti dai cittadini tedeschi si svaluterebbero nei confronti della nuova valuta nazionale che invece tenderebbe ad apprezzarsi?

Lucke: non sto proponendo una valuta parallela per la Germania, perché non è la Germania a dover uscire. Ma in termini puramente astratti: la questione fondamentale è se sarà possibile convertire i depositi esistenti nella nuova valuta. In un paese che va verso una svalutazione, sarebbe consigliabile non effettuare questa conversione, vale a dire lasciare i depositi denominati in Euro. Se si riesce a comunicare questo concetto in maniera comprensibile, il rischio di un bank-run è minimo. Se invece si dovesse introdurre una nuova valuta in un paese che va verso una rivalutazione, sarebbe consigliabile convertire automaticamente questi depositi nella nuova valuta, cioè il D-Mark.

D: che cosa accadrebbe ai crediti delle assicurazioni sulla vita?

R: tutti i rapporti di indebitamento interni verrebbero convertiti nella nuova valuta. La maggior parte delle assicurazioni, soprattutto le assicurazioni sulla vita, sarebbero coinvolte. Un problema ci sarebbe però per i debiti esteri: i crediti tedeschi verso l'estero, denominati in Euro e definiti secondo la legge del paese estero, resterebbero in Euro - e ciò significa che questi crediti perderebbero una parte del loro valore.

D: dopo l'uscita dei paesi del sud, ci sarebbe un nuovo Euro?

R: se torniamo di nuovo a questo scenario sì. Contemporaneamente all'uscita dei paesi del sud, si dovrebbe trovare un accordo con in partner del nuovo Euro su due punti fondamentali: da un lato, ciascun paese dovrebbe avere la possibilità di uscire dalla zona Euro, se dovesse ritenere che l'Euro per lui ha un impatto economicamente svantaggioso. Dall'altro, dovrebbe esserci un divieto assoluto di garantire per il debito di altri stati. Se gli stati del nuovo Euro accettassero una tale modifica dei trattati, penso che sarebbe auspicabile mantenere il nuovo Euro. Ma se i francesi e i belgi ritengono che la Germania, l'Austria e l'Olanda un giorno debbano essere chiamati a garantire anche per il debito pubblico belga o francese, a mio parere sarebbe molto meglio sciogliere completamente l'Euro. Solo per una questione di pura strategia, durante i negoziati dovremmo dire chiaramente che siamo pronti a tornare al D-Mark. Se escludessimo questa eventualità sin dall'inizio, non avremmo mai la possibilità di imporre delle modifiche ai trattati europei.

D: sul sito web di AfD scrivete che la Bundesbank avrebbe pensato alle conseguenze di un fallimento dell'Euro. Esiste già un "piano B" ufficiale?

R: a cosa la Bundesbank si sia preparata noi non lo sappiamo. Ma sappiamo che hanno simulato degli scenari alternativi. Per questo ci siamo appellati alla legge sulla libertà di informazione e vorremmo sapere se l'introduzione di una valuta parallela viene ritenuta utile o addirittura inevitabile e se gli studi fatti riguardano la dissoluzione completa dell'Euro oppure solo l'uscita di alcuni stati. Abbiamo conseguentemente scritto al governo federale e alla BaFin (Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht).

D: e quale sarebbe il piano B della Bundesbank?

R: la Bundesbank si è rifiutata di fornire ulteriori informazioni, poiché riguardano le attività all'interno del sistema delle banche centrali e questo sarebbe escluso dalla legge sulla libertà di informazione

D: avete delle ipotesi sui contenuti segreti degli scenari alternativi formulati dalla Bundesbank?

R: le ipotesi non aiutano. Ma possiamo concludere che questi scenari non abbiano delle conseguenze catastrofiche, altrimenti il governo li avrebbe pubblicati immediatamente, per poter giustificare la propria politica. Ci sono delle alternative credibili ed economicamente ragionevoli rispetto alla politica del governo, e gli elettori tedeschi ne sono stati privati.

D: lei crede ci siano alternative più economiche rispetto al piano di salvataggio multimiliardario?

R: ancora una volta: se gli scenari formulati dalla Bundesbank fossero stati così sfavorevoli, tali da sostenere la politica del governo in maniera inequivocabile, senza dubbio sarebbero stati comunicati al pubblico. Ci sono delle alternative —in aperta contraddizione con l'affermazione della Cancelliera, secondo cui la sua politica sarebbe priva di alternative.

D: è una teoria complottista?


R: no. La risposta della Bundesbank dimostra che questi studi esistono. Ma le autorità federali hanno impedito la diffusione di documenti scomodi fino al giorno delle elezioni, e oltre. Gli elettori sono stati privati di informazioni importanti, e i partiti di governo sono stati avvantaggiati. Abbiamo informato il Presidente della repubblica e chiesto sostegno per i diritti dei cittadini, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

D: i cittadini tedeschi sull'Euro hanno un'opinione molto diversa. Perché nessun partito a parte AfD si batte per la fine dell'Euro nella sua forma attuale?

R: mi è difficile rispondere a questa domanda in maniera soddisfacente, anche io ne sono sorpreso. Posso anche capire che per i partiti che hanno contribuito in maniera significativa alla sua introduzione, sia difficile abbandonare il progetto ed ammetterne il fallimento. Questo potrebbe almeno spiegare il comportamento della CDU e della CSU. Ma perché ad esempio la SPD nel ruolo di partito di opposizione non ha proposto un piano alternativo per il salvataggio dell'Euro, come ci si dovrebbe aspettare da un partito di opposizione. Perché la SPD non ha sottolineato che la politica attuale avvantaggia le banche che hanno fatto speculazioni, e che i costi saranno invece sostenuti dai contribuenti, che ora dovranno assumere questi rischi. Perché la SPD non riesca ad ammettere che aver lasciato soffrire la popolazione di Grecia, Portogallo e Cipro in una dura crisi economica che dura ormai da 3 anni e mezzo, è una totale mancanza di solidarietà, mi è incomprensibile. Su questo posso solo dire che ho capito perché alle elezioni la SPD ha preso solo il 25% dei voti: sicuramente non è stata in grado di rappresentare gli interessi dei lavoratori.

D: arriviamo al suo partito. AfD viene accusata di populismo di destra. Perché i democratici dovrebbero darle il loro voto?

R: perché siamo dei democratici. Si è antidemocratici quando si cerca di discreditare costantemente un giovane partito, invece di discutere sulle posizioni e i contenuti. Siamo cittadini rispettabili. Ci impegniamo, è un nostro diritto democratico, e fondiamo un partito. Un democratico, anche se ha un'altra opinione, dovrebbe darci il benvenuto. Poiché noi siamo in competizione, cercano di etichettarci come un partito di destra senza nessuna prova sostanziale. Che cosa c'è di veramente di destra nel nostro programma? Il fatto che critichiamo l'Euro? Che ci battiamo per avere una legge sull'immigrazione simile a quella canadese e per una gestione più liberale del diritto di asilo? Non vi è una sola delibera, anche nella più piccola sezione locale nell'est, che possa essere considerata di destra. In assenza di queste prove, ci vengono lanciate delle accuse generiche. Perché dovremmo provare che invece queste accuse sono sbagliate? Dovrebbe essere chi ci lancia queste accuse a fornire una prova.

* Fonte originale: Focus-de, 23 ottobre 2013

domenica 29 settembre 2013

GERMANIA: A TUTTO GAS VERSO IL DISASTRO di Wilhelm Langthaler*

29 settembre. IL VOTO AGLI "ANTI-EURO" di AfD: DOVE E PERCHÉ.
 
Una spaventosa vittoria



Da un punto di vista rivoluzionario il travolgente successo elettorale della Merkel è abominevole. Ne esce confermato un modello sociale incardinato sull’egemonia politico-culturale dei ceti medi sulle larghe masse. Dalle urne è venuta infatti la spinta a difendere il presunto Wirtschaftswunder tedesco (miracolo economico), in contrasto con la catastrofe che soffrono i paesi del Sud Europa. Le classi medie cercano stabilità e vogliono evitare ogni pericolo proveniente dai paesi più deboli della zona euro. In ultima analisi esse accetteranno le misure per prevenire ulteriori eruzioni della crisi dell'euro. Ulteriori haircuts alla Grecia saranno impopolari ma le classi medie confidano che la Merkel saprà fare ciò che è necessario, ma nulla di più. In apparenza il piccolo borghese ha ragione nel credere in quello che dice la Merkel: in un fosco contesto globale lei sta garantendo il successo della Germania .

Si potrebbe interpretare la maggiore consenso per l'oligarchia tedesca (di cui la Merkel è il principale rappresentante ) come il movimento inverso di ciò che sta accadendo nel sud dell'Europa. Laggiù le élite tradizionali sono  sempre più isolate e il loro sistema politico si approssima al collasso.



Populismo



L'oligarchia ed i suoi apparati mediatici e ideologici gridano al “populismo“ quando i dogmi centrali del regime  (neo)liberale vengono  messi in discussione.

In verità l'accusa di populismo va rovesciata proprio sulla stessa Merkel, in quanto è proprio lei che liscia il pelo alla  piccola borghesia dicendogli ciò che questa vuole che gli sia detto.



-      L'oligarchia ed i suoi apparati mediatici e ideologici danno la colpa della crisi ai paesi periferici. Raccontano che essi hanno vissuto oltre le proprie possibilità, mentre ora la Germania miete il raccolto della sua performance. Neanche la minima traccia dell'idea che la politica tedesca ha una grande responsabilità per le difficoltà e l'impoverimento dei paesi del Sud. Nemmeno una parola sul fatto che le classi dominanti tedesche hanno massicciamente beneficiato di tale situazione.



-      L’aumento delle diseguaglianze sociali, il dumping dei salari e la priorità alle esportazioni sono spacciati come un modello che il resto dell’Europa deve seguire. Un surplus permanente della bilancia dei pagamenti è celebrato come una virtù economica, non come un sintomo di squilibrio e di crisi.



-      La stabilità tedesca è diventata un dogma. Ma i fattori di crisi all'interno della zona euro si sono accumulati anche a causa del trattamento imposto da Berlino a paesi del Sud. Ciò mentre la moneta comune non offre alcun meccanismo di compensazione dei gravi squilibri . Una Germania in posizione di assoluto dominio impone i suoi interessi unilaterali anche contro quelli dei suoi  omologhi capitalisti degli altri paesi. Prima o poi questo porterà alla rottura della zona euro.



-      La classe dirigente tedesca sta portando l'Europa in un abisso sociale mentre si presenta come il salvatore. Non bisogna dimenticare un fatto importante: il mondo dei sogni della Merkel ha bisogno che non sia soltanto raccontato e venduto. Dall'altra parte ci deve essere anche qualcuno che voglia crederci. Le classi medie tedesche (molti salariati inclusi) si aggrappano a questo racconto con tutti i mezzi. Pezzi di ceto medio hanno votato per i socialdemocratici, i verdi o i liberali, ma le  narrazioni di questi ultimi sono sostanzialmente le stesse. Che cosa accadrà se questo sogno apparente si trasformasse in un incubo ?



La morte dell'ideologia del capitalismo puro



Nel 2009, solo un anno dopo il crollo di Lehman Brothers e dei miliardi di aiuti statale distribuiti per salvare il sistema (essenzialmente doni al capitale finanziario ) i liberali del Fdp, con il loro rozzo e aggressivo neoliberismo, ottennero un enorme risultato elettorale. Come se le classi dominanti avessero voluto dire al mondo: "ora il capitalismo sarà ancora più selvaggio! Noi insistiamo sul diritto di arricchire noi stessi e lo stato ha il dannato dovere ci consentircelo!" Ma ben presto questa pretesa franò. Troppo grandi le difficoltà economiche; troppo cinismo nel chiedere di tagliare ulteriormente i contributi fiscali dei ricchi.

"Antisemitismo": uno degli esempii della campagna contro l'AfD
Intanto la Merkel, mentre faceva gli interessi delle oligarchiche classi dominanti, sapeva bene come accontentare le vaste classi medie. I liberali del Fdp sono stati gradualmente trasformati in una stampella della  maggioranza della Merkel, a lei utili  anche per tenere buona la propria ala ultra-conservatrice che potenzialmente avrebbe messo a rischio il suo ampio consenso popolare. Il populismo della Merkel ha prevalso perché i tedeschi hanno preferito l'originale alla sua copia.



L’euro è il problema



Alternativa per la Germania (AfD ) ha preso le fattezze di una severa casalinga sveva mentre la Merkel ha saputo far leva sul senso comune della classe media. Per AfD  la Germania dovrebbe rifiutarsi di accollarsi qualsiasi rischio per l’Europa del Sud, come del resto la Merkel ha fatto in buona sostanza di fronte a collasso di diversi paesi. Le conseguenze derivanti da tale rifiuto non sono né apertamente dichiarate né adeguatamente ponderate. Ma si dichiara di essere pronti per affrontarle. Nessuna parola, invece, sul fatto che il capitale tedesco è stato in grado di fare profitti enormi grazie all'euro.

Non una parola sul fatto che non è il debito che ha causato la specifica crisi dell’eurozona, ma gli squilibri delle partite correnti e la mancanza di un meccanismo per regolare il diverso ritmo di crescita della produttività — ciò che ha contribuito ad aggravare la crisi globale generale.



Ciò nonostante, il successo elettorale del AfD è un fatto positivo, in quanto, pur la poliitca di AfD rimanendo all'interno di un modello liberista, segnala un’opposizione al regime dell'euro. I voti ad AfD non sono venuti infatti solo dal Fdp &Co. AfD ha strappato molti elettori anche da Die Linke, ciò soprattutto nella Germania orientale [vedi cartina elettorale qui accanto].
In queste circoscrizioni, dove Die Linke è nei governi locali e applica le ricette del regime oligarchico, gli elettori di sinistra  non hanno solo espresso la loro insoddisfazione ma espresso una richiesta di radicale alternativa al regime dell'euro.

La linea di ostracismo verso AfD scelta dalla sinistra è stata funzionale al sistema. Essa faceva intendere che il “centro” attorno alla Cdu della Merkel (più Spd e Verdi) è un male minore per il popolo lavoratore. Questo è pazzesco. La protesta contro l'euro indebolisce le classi dominanti e il loro progetto, malgrado questa venga dall’interno del sistema. Se la sinistra non risponde positivamente a questa protesta radicale contro l’euro, se non osa far suo l’obbiettivo di sciogliere la zona euro, essa rischia di spingerla tra le braccia della destra.



L'AfD si è affermata soprattutto ad Est, nelle zone 
più "rosse". La cartina mostra il voto ad AfD nel
"secondario", ovvero nella quota proporzionale.
Die Linke è la speranza?




Qui non ci riferiamo alla Spd, che ha aperto la strada al Merkelismo con l’adozione dell' Agenda 2010Hartz IV sul mercato del lavoro a basso costo, ecc.) , ma a Die Linke . La sua relativa affermazione elettorale è un fatto positivo, anche visto da un punto di vista rivoluzionario. Certo, la leadership intorno Gysi è orientata ad entrare nel sistema assumendo posti di governo come già avviene in molti stati federali, non solo nella Germania Est. Per essere accettata anche a livello federale (cioè nazionale), Die Linke ha giurato fedeltà ai due dogmi centrali della oligarchia. I due dogmi sistemici sono uno internazionale e uno nazionale: Israele e l'euro. Fortunatamente le classi dominanti sono così stupide da usare il vecchio cavallo di battaglia dell’anticomunismo, ciò che salva il partito dall’autodistruzione. Ma non ci vorrà un altro decennio per superare questi pregiudizi. Ben presto dentro il sistema politico si farà strada l’idea che è un beneficio poter contare sulla cooptazione della Linke.



La Linke non sarà in grado di offrire una risposta anti-sistemica alla crisi, il cui simbolo è il rifiuto dell'euro. Non è che Gysi & Co non abbiano il coraggio di farlo, semplicemente non lo vogliono. Essi evocano il pericolo del nazionalismo come se il Merkelismo non fosse basato sull’egoismo nazionale. Non solo le economie del Sud Europa hanno bisogno di lasciare il letto di Procuste per sopravvivere.



Le masse subalterne, nel momento attuale hanno solo una possibilità, tornare alla politica, difendere i loro propri interessi nell’ambito dei rispettivi teatri nazionali e lottare per prendere il controllo dello stato. Se si chiede ai poveri di Grecia, Portogallo, Spagna o Italia di attendere che la Linke e le masse tedesche rovescino la Merkel, essi saranno già morti di fame prima che questa accada.

* Wilhelm Langthaler, portavoce internazionale del Campo Antimperialista 
*** Traduzione a cura della redazione

lunedì 26 agosto 2013

GERMANIA: CRETINI ALLA RISCOSSA di Piemme

26 agosto. Sabato scorso, 24 agosto, a Brema, città della Germania, si svolgeva un incontro pubblico di Alternativa per la Germania (AfD), partito appena nato da una costola dei democristiani della Merkel. AfD è famoso perché è contro la moneta unica e chiede che la Germania ritorni al marco. La foto accanto ritrae un momento dell'incontro di Brema, al quale è intervenuto il leader di AfD: Bernd Lucke. Una cosa tranquilla, quasi una scampagnata estiva, con tanto di famiglie e bambini al seguito.
Ad un certo punto accade l'impensabile. Ne da conto la repubblica
«Violenza in stile paraterroristico dell'ultrasinistra contro 'Alternativa per la Germania' (AfD, Alternative fuer Deutschland), il nuovo partito euroscettico che corre per le elezioni legislative federali del 22 settembre. Un comizio del leader carismatico di AfD, Bernd Lucke, era in corso a Brema, quando un commando di autonomi armati ha assaltato il palco con pugnali, armi improprie, bombolette di gas urticante e pepe urticante. Lo stesso Lucke è stato violentemente spinto a terra, una persona è stata ferita da un colpo di coltello, altre quindici hanno riportato lesioni agli occhi o disturbi respiratori per i gas sparati dagli ultrà. Solo l'intervento della polizia ha messo in fuga gli autonomi».
La cronaca di repubblica contiene palesi esagerazioni. Leggendo infatti i giornali tedeschi sembra che gli Autonomen non abbiano usato né coltelli né armi improprie ma soltanto bombolette di gas urticante. Hanno insomma compiuto un'azione dimostrativa, occupando per alcuni minuti il palco, proprio mentre stava parlando il leader di AfD Bernd Lucke.

Azione simbolica quindi, per attirare l'attenzione dei cittadini tedeschi. Un'azione che merita un giudizio politico. 

Qual era il simbolo che il gruppo di Autonomen voleva colpire? 

C'è tutto un filone della sinistra tedesca, compresi pezzi di quella più radicale, che viene etichettato (non a torto) come "sinistra anti-nazionale".  Due i tratti  ideologici distintivi di questa sinistra: il primo è che ogni forma di nazionalismo è equiparato al nazismo; il secondo è che il nazionalismo tedesco, in ogni sua forma, rappresenta il nemico principale.

Negli ultimi tempi, anche visto il declino dei cascami politici dell'estrema destra, abbiamo assistito ad uno slittamento. Il bersaglio degli autonomen si è allargato, il "populismo di destra", per proprietà transitiva, è stato inglobato nella categoria del "nemico principale" —vedi l'adesivo sopra che circola in Germania. In quanto considerato assimilabile al fascismo e al nazional-socialismo, il partito anti-euro di Bernd Lucke è diventato bersaglio delle azioni dimostrative degli Autonomen.

E' quella degli autonomen antifascisti un'analisi corretta? No, è sbagliata. AfD è certo una frazione politica interna al campo politico della classe dominante tedesca (che comprende i democristiani, i liberali, come pure i socialdemocratici). Non certo però una frazione di tipo fascista. Com'è che gli Autonomen attaccano AfD ma non i comizi di democristiani, liberali e socialdemocratici? Perché AfD è "populista"? Perché è nazionalista? E perché sarebbe più nazionalista degli altri partiti capitalisti? Perché chiede di smontare l'eurozona?

Certo, Bernd Lucke non fa mistero di essere un nazionalista tedesco. Ma è semplicemente ridicolo ritenere che nazionalismo equivalga a fascismo. Basta farsi un giro per l'Europa, a comiciare dalla Francia, per capire che nazionalismo e "populismo" possono sfumare in diversi e anche opposti colori politici.
Bernd Lucke


Quello che hanno capito i tedeschi è che certi estremisti di sinistra, considerando l'AfD simbolicamente un nemico principale, sono favorevoli alla moneta unica, quindi all'euro — oppure, beati loro!, non gliene importa nulla (se lo possono permettere visto che in tasca hanno gli euro-marchi). Quella moneta unica e quell'euro per la cui sopravvivenza interi popoli, a partire da quello greco, ma anche il nostro, si stanno dissanguando.

Chi sono i veri e più pericolosi nazionalisti tedeschi? Quelli di AfD che vogliono la fine dell'euro o quelli come la Merkel che lo difendono ad ogni costo perché attraverso esso la Germania ha di fatto colonizzato il sud e l'est Europa?

Gli Autonomen si considerano internazionalisti. Ma che internazionalisti sono quelli che non condannano uno degli strumenti (l'euro) del revanchismo imperialistico tedesco? Che internazionalisti sono quei tedeschi che sono indulgenti con le frazioni globaliste ed euriste dominati della borghesia tedesca? Globalismo fa rima con internazionalismo, ma è un insulto alla storia del movimento operaio considerare il globalismo e l'europeismo delle classi dominanti come fosse apparentato con l'internazionalismo delle classi oppresse. Ne è anzi l'esatto opposto.

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