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mercoledì 29 agosto 2018

FASCISTI, ANTIFASCISTI E NUMERI MAGICI

[ 29 agosto 2018 ]

Il Ministro Tria, da Pechino, smentisce Di Maio e ci fa sapere che non c'è trippa per gatti, che dunque la prossima Legge di bilancio rispetterà i vincoli europei tra cui quello del 3%. 

Corrono subito in suo soccorso i camerieri dei poteri forti. Rasentando il ridicolo il presidente della Liguria Toti la spara la più grossa: "Ora il governo per finanziare i cantieri rinunci a reddito di cittadinanza e flat tax". 

Brunetta (proprio colui che ha sempre urlato al colpo di stato dello spread che defenestrò Berlusconi), come al solito perentorio, rivela quale sia il vero numero magico. Intervistato ieri da Avvenire in nome e per conto di Bruxelles, ha affermato: 
“Se lo spread salisse a 500 vorrebbe dire il collasso del Paese. (...) Nel più breve tempo possibile il governo deve dare 3-4 numeri, forse ne basta anche uno solo: dire che, almeno, intende rispettare l'obbiettivo di deficit dell'un per cento, e questo vorrà dire che non si faranno né reddito di cittadinanza, né contro-riforma Fornero, né flat tax".
Ed infatti il numero magico, quello a cui l'eurocrazia tenterà di crocifiggere il governo giallo-verde non è il 3 bensì l'1 per cento — secondo la tabella di marcia Ue il deficit dovrebbe scendere allo 0,9% nel 2019. Tenendo conto che il rapporto deficit/Pil viaggia attualmente al 2,3%, farlo scendere all'1% implica un taglio alla spesa pubblica enorme (a spanne 22 miliardi), quindi una Legge di Bilancio draconiana.

Vedremo se Bruxelles consentirà una deroga a Roma. Anche ammesso che la conceda, che cioè accetti che il deficit 2019 non scenda rispetto all'attuale, Di Maio e Salvini dimentichino ogni aumento di spesa, quindi addio alle promesse con cui han vinto le elezioni, neanche l'ombra.

Di qui quella che abbiamo chiamato la Battaglia d'autunno. 

Quale sia la vera posta in palio, per i "mercati", ce lo spiega — con tanto di tabella (grafica a destra) in punti base sulla performance dei rendimenti dei titoli decennali negli ultimi 3 mesi— IL SOLE 24 ORE di oggi:
«Il fantasma mai veramente scacciato di Italexit continua a pesare sui titoli di Stato italiani. Nonostante le ripetute smentite del Governo, è evidente che l’ipotesi (pur remota) che l’Italia possa un giorno uscire dalla moneta unica gioca contro. Lo dimostrano le performance degli ultimi tre mesi dei rendimenti dei titoli di Stato decennali: quelli dei BTp italiani sono saliti di 89 punti base, mentre quasi tutti in Europa sono scesi. Sono diminuiti di 8 punti quelli francesi, di 12 quelli tedeschi, di 17 quelli olandesi. Di 22 quelli greci. Solo Spagna e Portogallo hanno, in minima parte, seguito l’Italia. Tra i principali 20 Paesi del mondo censiti da Bloomberg, solo l’Argentina ha fatto peggio».
 ITALEXIT, ecco il vero fantasma che si aggira, in Europa e oltre. Poiché, delle due l'una: o Di Maio e Salvini terranno ferma la loro promessa di invertire la rotta delle politiche austeritarie e deflattive, e allora dovranno disobbedire clamorosamente a Bruxelles, o si piegheranno ai diktat rispettando i vincoli eurocratici. Nel primo caso, questo noi pensiamo, la breccia dell'ITALEXIT, sia o non sia nelle intenzioni di Di Maio e Salvini, è aperta, nel secondo si aprirebbe, sia nel M5s che nella Lega, uno scontro interno dalle conseguenze imprevedibili.

Nel frattempo, come se si fosse da un'altra parte del mondo, fascisti e antifascisti, Casa Pound e "macchiette rosse" (oops! magliette!), come in una sceneggiata napoletana, se le danno, si fa per dire, di santa ragione.






venerdì 12 maggio 2017

IL BLUFF DI MACRON, E LE ILLUSIONI DEI MACRONISTI ITALIANI di Piemme

[ 12 maggio 2017 ]

Intervistato su LA STAMPA di oggi, Mario Monti, capofila dell'agonizzante "partito tedesco", mette in guardia i macro-entusiasti italiani a non farsi troppe illusioni: Parigi non si alleerà con Roma contro Berlino; non ci sarà da parte tedesca alcuna deroga alle politiche austeritarie, tantomeno accetterà politiche espansive basate sulla spesa pubblica.

Anzi, afferma Monti, Macron sarà obbligato a fare quelle "riforme" —leggi attacco ai diritti ed ai salari dei lavoratori, privatizzazioni e tagli alla spesa— che Hollande non ha fatto fino in fondo. Ovvero: Macron sarà costretto a rinsaldare, come del resto ha lasciato intendere appena usciti i risultati delle urne, l'asse carolingio con la Germania.

Danilo Taino sul Corriere della Sera del 10 maggio cita una battuta emblematica del numero due di Wolfgang Schäuble, Jens Spahn: "Né l'Eurozona né la Francia soffrono di troppo poco debito". Come dire, la Francia deve ridurre il suo disavanzo dei conti pubblici che nel 2016 era al 3,6% sul Pil, e fare come la Germania, che ha invece un avanzo dello 0.8% (vedi tabella sopra).

Macron sa molto bene, infatti, che la Germania non gli concederà le stesse ampie deroghe già concesse a Hollande. Ora che lo spauracchio della Le Pen al potere è stato allontanato, la Francia... "deve fare i compiti a casa": abbassare il deficit e tagliare la spesa pubblica statale —in particolare quella per le pensioni, il sistema sanitario, le sovvenzioni a chi è disoccupato— quindi procedere a dosi massicce di privatizzazioni dell'ancor potente settore in mano pubblica.

Macron ha vinto le presidenziali promettendo ai francesi che andrà in Europa a battere i pugni sul tavolo. Un renzismo all'italiana, se volete, rafforzato da una certa vanagloria nazionalistica tipica d'Oltralpe. In campagna elettorale, ad esempio, egli ha accennato agli "eurobond", uno stratagemma tecno-finanziario per condividere i rischi del debito nella zona euro. Ebbene, sia la Merkel che Schäuble, ma pure il candidato socialdemocratico alla cancellera Martin Schulz, hanno risposto picche: politiche espansive basate su aumento di deficit e debiti pubblici sono escluse.

Macron, sempre in campagna elettorale, ha poi invitato Berlino, come possiamo dirla, a fare la madre di tutte le riforme nella zona euro: porre fine all'eccesso di surplus commerciale della Germania. Apriti cielo! Anche in questo caso, all'unisono, han risposto con un sonoro no la Merkel, Schäuble, ed anche in questo caso il socialdemocratico  Martin Schulz.

I tedeschi hanno risposto no anche alla più modesta proposta di Macron del cosiddetto "Buy European Act", regole per favorire le produzioni europee rispetto a quelle estere. Risposte tedesca? Niet! Essi, testardi come sono, hanno anzi ribadito di voler  fare il contrario, riaprire i negoziati per implementare il famigerato Ttip, la partnership commerciale transtlantica.

In cambio, si fa per dire, la Germania vorrebbe condividere l'ombrello nucleare francese, magari con una base francese in territorio tedesco. Tutto ovviamente all'interno della NATO. Un'idea che nei fatti implica, sul piano delicatissimo della difesa, un'ulteriore limitazione della sovranità francese.


Tutto indica insomma che per Macron saranno tempi duri. Non ci vorrà molto tempo ai francesi per capire che egli non spezzerà la catena che lega l'alta finanza francese (che rappresenta) con la potente macchina economica tedesca. Non ci vorrà molto tempo affinché il suo bluff sia smascherato.

Tempi duri, per questo faccendiere, tanto più perché dovrà fare i conti con una generale acutizzazione dei conflitti sociali. Vedi il caso eclatante degli operai della fabbrica Creuse, nel centro della Francia [vedi foto sopra]. Essi hanno occupato lo stabilimento minando la fabbrica con bombole di gas: "Le hanno appese ai "bomboloni" della fabbrica, l'esplosione di una provocherebbe pesantissime conseguenze. Gli operai, 279 in tutto, rischiano di perdere il lavoro per la chiusura ormai imminente dello stabilimento che per anni ha preso lavori in subappalto da Psa (Peugeot e Citroen) e Renault”. [la repubblica dell'11 maggio]









mercoledì 18 gennaio 2017

IL CONTO DI RENZI (E QUELLO DELL'EURO) di Emmezeta

[ 18 gennaio ]

Come volevasi dimostrare i nodi stanno venendo al pettine. Prima le banche, adesso la richiesta europea di una manovra correttiva da 3,4 miliardi. Poi arriverà il conto più grosso: rimanda, rimanda, non si sa bene come il governo vorrà disinnescare per il 2018 la "clausola di salvaguardia" sottoscritta con l'UE, la bellezza di 19,5 miliardi annui da ricavare da un maxi-aumento dell'IVA dal 22 al 25%.

Il recupero di due decimali di pil sul deficit 2017 (dal 2,4% previsto dal governo, al 2,2% chiesto dalla Commissione) a Bruxelles lo chiamano apertamente il "conto di Renzi". Un conto che gli eurocrati avevano lasciato in sospeso solo per favorire il "sì" al referendum. Poi, passata la festa (che peraltro per lorsignori festa non è stata), gabbato lo Santo. Ed il conto è arrivato.

Ora il governo fotocopia di Gentiloni non sa come venirne a capo. Dire troppo platealmente "signorsì" equivarrebbe ad una clamorosa figuraccia sia per l'attuale esecutivo che per quello precedente. Sarebbe come ammettere il trucchetto di aver abbellito la Legge di bilancio solo a scopo propagandistico. D'altra parte dire invece "signornò" non appare affatto più semplice. Primo, perché ci vorrebbe almeno un briciolo di quel coraggio che notoriamente chi non ce l'ha (guardate la faccia di Gentiloni e valutate...) non può darselo. Secondo, perché in quel caso a Bruxelles sembrano decisi ad avviare la cosiddetta "procedura d'infrazione", per poi arrivare magari ad una bella multa all'Italia.

Insomma, le furbate di Renzi, fatte di rinvii, clausole straordinarie, "riforme" vendute come miracolose, sgomitate per strappare qualche zerovirgola, sono davvero arrivate al capolinea. E questo per due motivi: all'interno la fragorosa sconfitta del disegno controriformatore sancita dal voto del 4 dicembre; all'esterno la necessità della dirigenza eurista (tedesca in particolare) di mostrare il ghigno di chi niente concede in vista delle elezioni dell'autunno prossimo in Germania.

Fin qui la partita sul "conto di Renzi", che se non altro ci parla una volta di più dell'irresponsabilità e dell'avventurismo del soggetto in questione. Ma c'è ovviamente qualcosa di più. E questo qualcosa di più si chiama euro.

Il fatto è che austerità, stagnazione, moneta unica e sopraffazione da parte dei padroni tedeschi sono tutte facce dello stesso problema.

In assenza di un'unica politica fiscale e di bilancio, l'euro non può reggere senza che si raggiunga almeno la convergenza dei debiti. Lo strumento all'uopo pensato è il fiscal compact. Ma il fiscal compact proprio non funziona, perché l'ulteriore scellerata austerità che richiederebbe fa a pugni con l'esigenza di provare almeno ad uscire dalla stagnazione. Tutto ciò è fin troppo evidente, e l'Unione Europea è ormai diventato il luogo dove si trattano i modi per svicolare alle regole che essa stessa si è data (la famosa "flessibilità"). Il problema è che gli interessi si fanno sempre più divergenti. Ad un blocco tedesco che punta alla disciplina di bilancio costi quel che costi, si contrappongono sempre più chiaramente gli interessi dei paesi dell'area mediterranea che questa disciplina non possono accettarla, pena la completa distruzione delle proprie economie.

In questo quadro il caso italiano è senza dubbio quello decisivo. E la risposta alla richiesta della nuova manovra da 3,4 miliardi sarà una sorta di cartina di tornasole su quel che bolle in pentola nel sempre più manifesto processo di disgregazione dell'Unione Europea.

Alla lettera ufficiale della Commissione arrivata ieri al Ministero dell'Economia (ma la notizia è nota da giorni) non c'è ancora risposta. Gentiloni avrebbe espresso un certo "disappunto", mentre Padoan ha detto che "la priorità rimane la crescita". E' chiaro come il governo proverà ad attenuare il problema, cercando di rimandare il tutto ad impegni più rigorosi nel DEF di aprile, senza quindi mettere ora mano (entro febbraio, sembrerebbe chiedere Bruxelles) ad un decreto legge con nuovi tagli e/o maggiori tasse.

Vedremo. Quel che è certo è lo smarrimento che si coglie nella classe dirigente italiana. E pensare che i due decimali di pil in questione sono pressoché niente rispetto ad altri tre problemi che si annunciano all'orizzonte: 1. gli interventi pubblici per fare fronte alla crisi bancaria (non c'è solo Mps); 2. il prossimo rapporto europeo sul debito, che potrebbe portare ad un'altra "procedura d'infrazione"; 3. l'enorme lascito della "clausola di salvaguardia" per il 2018, con in ballo (come già detto all'inizio) un aumento dell'IVA di 19,5 miliardi annui.

Insomma, se il "conto di Renzi" è arrivato, facendo definitivamente giustizia delle stupidaggini del Bomba, quello dell'euro —che il Paese paga da quando vi è entrato— sta giungendo alle sue conseguenze ultime e letali.

Il tempo stavolta stringe davvero: o la rapida uscita dalla gabbia europea; o il commissariamento sine die del nostro Paese, al servizio di quali interessi è cosa nota.
Chi ne è consapevole agisca di conseguenza.

lunedì 29 febbraio 2016

SALVIAMO I PICCOLI COMUNI DALLA SCURE NEOLIBERISTA di Beppe De Santis*

[ 29 febbraio ]

IL NEOLIBERISMO STA DISTRUGGENDO LA CIVILTA' COMUNALE, A PARTIRE DAI 6000 PICCOLI COMUNI, FINO A 5000 ABITANTI

Lancio un allarme.

Il neoliberismo sta distruggendo i Comuni italiani —e non solo—, a partire dai 5.683 piccoli comuni . Sotto e fino ai 5000 abitanti.

Con il taglio della spesa pubblica.Il taglio della spesa per lo Stato sociale. Il taglio della spesa per le Autonomie Locali.

Taglio violento, selvaggio, generalizzato, continuo, strutturale, implacabile,insaziabile,sadico.

Risorse che vanno ad arricchire il finanzcapitalismo globalista, le conglomerate finanziarie globali,le 100.000 multinazionali globali .Che governano il mondo al posto delgli Stati sovrani e della Democrazia.Quell'1% di supericchi che rapina il mondo. Da oltre 35 anni in qua.

L'insieme dei comuni italiani sono 8.092.

I circa 6000 piccoli comuni rappresentano il 70% dei comuni d'Italia.

IL SETTANTA PER CENTO.

Sono il 54% del territorio italiano.

Il territorio profondo delle Montagne, della millenaria civiltà rurale.Del doppio, titanico, dorsale: delle Alpi, dell'Appennino.Dalla Valle D'Aosta ai Monti Sicani di Sicilia.Passando per gli scrigni di civiltà tosco, umbro, emiliano , marchigiano, abruzzo-molisano, irpino, cilentano, lucano-materano,aspromontese, peloritano,nebrodense, madonita, sicana.


Tabella 1. Il numero dei comuni italiani e dei Piccoli Comuni, per regione, 2011







Regione
N.Comuni italiani
N.Piccoli Comuni
v. a.
N. Piccoli Comuni
% nazionale
Incidenza dei piccoli Comuni sul totale dei comuni regionali
Piemonte
1206
1071
18,80%
88,80%
Valle d’Aosta
74
73
1,30%
98,60%
Lombardia
1544
1086
19,10%
70,30%
Trentino - Alto Adige
333
299
5,30%
89,80%
Veneto
581
313
5,50%
53,90%
Friuli - Venezia Giulia
218
155
2,70%
71,10%
Liguria
235
183
3,20%
77,90%
Emilia - Romagna
348
156
2,70%
44,80%
Toscana
287
134
2,40%
46,70%
Umbria
92
59
1,00%
64,10%
Marche
239
172
3,00%
72,00%
Lazio
378
253
4,50%
66,90%
Abruzzo
305
250
4,40%
82,00%
Molise
136
125
2,20%
91,90%
Campania 551 331 5,8% 60,1%
551
331
5,80%
60,10%
Puglia
258
84
1,50%
32,60%
Basilicata
131
99
1,70%
75,60%
Calabria
409
327
5,80%
80,00%
Sicilia
390
200
3,50%
51,30%
Sardegna
377
313
5,50%
83,00%
Totale
8092
5683
100,00%
70,20%






Fonte:elaborarazione IFEL su dati ISTAT 2011. 

12 regioni italiane su 20 contengono una percentuale di piccoli comuni che oscilla dal 99% al 70% del totale regionale.

Valle D'Aosta (98,6),Molise (91,9),trentino Alto Adige (89,8),Piemonte (88,8),Sardegna (83),Abruzzo (82),Calabria (80),Liguria (77,9),Basilicata (75), Marche (72), Friuli Venezia Giulia (71,2),Lombardia (70).

La mappa, la rete dei comuni, dei medi comuni, in particolare, dei piccoli comuni rappresenta il fondamento, il caposaldo della migliore civiltà d'Italia.Quella di “lunga durata”.Quella naarrata da Fernand Braudel.

Dalle valli trentine alla montagne madonite siciliane.

Caposaldo d'identita, di senso.Di Storia .Di Cultura.

Caposaldo di comunità .Che resiste.Contro la violenza omologante, mercificante del capitalismo globalista.

Caposaldo di partecipazione civica, minuta, molecolare,umile e laboriosa.Di democrazia civica resistente. La democrazia comunale- con tutti i possibili limiti- è la resistente casamatta della democrazia diffusa.

Caposaldo di solidarietà civica e di resistenza del residuo di Stato sociale ancora operante.Di cultura della prossimità, della convivialità, dell'accoglienza.

Caposaldo dello stile di vita mediterraneo , del modello alimentare della Dieta Mediterranea,riconosciuto recentemente come Patrimono Culturale Immateriale dell'Umanità,e, ritenuto -quasi dall'intera comunità scietifica mondiale -il principale modello alternativo ,anche per combattre le 4 maggiori malattie epidemiche mondiali contemporanee (cancro, diabete, malattie cardiovascolari,obesità).

Caposaldo di tenuta territoriale, contro il degrado idrogeologico, avanzante, devastante.

Caposaldo del Paesaggio, sommo bene culturale.Del paesaggio montano, alto e medio collinare, agrario e rurale.

Potrei dire.Non è mai esistita l'Italia senza i suoi 8000 campanili.Nè mai potrà esistere una patria , che si chiami Italia, senza i 6000 campanili diffusi. Molecole ,DNA originari della patria stessa.

Potrei aggiungere.

Nei piccoli comuni vi è la maggioranza dei buoni impianti di energia alternativa, sostenibile.

Nei piccoli comuni si promuove e realizza il livello più alto di raccolta differenziata dei rifiuti.

Nella gran parte dei piccoli comuni si vive meglio che altrove.Checchè se ne dica e favelli.

Una parte significativa dei piccoli comuni, non solo tiene sotto il profilo demografico, ma, negli ultimi tempi, registra microtendenze all'incremento demografico.Al contrario di migliaia di altri piccolo comuni che demograficamente stanno calando a picco.Si leggano , a tal proposito,i report contenuti negli “Atlanti dei piccoli comuni”, redatti dall'ANCI.Su promozione della benemerita Associazione Nazionale dei Piccoli Comuni.



Occorre difendere, con le unghia e con di denti, i Comuni, a partire dai 6000 Piccoli Comuni.

Non si tratta di una pur sacrosanta battaglia “sindacale”.Ma.Di una battaglia di civiltà. Una battaglia politica. Di valore strategico e generale. Da parte di tutte le forze sinceramente antiliberiste.

Soltanto sconfiggendo il neoliberismo , contribuiremnmo a salvare la civiltà comunale e i 6000 , straordinari Piccoli Comuni d'italia.

Altrimenti che senso avrebbe la vita, l'attività, la testimonianza , la morte,di un sindaco, Angelo Vassallo, il valoroso sindaco di Pollica ( capitale morale del Cilento ), “il sindaco pescatore”,trucidato dai sicari della camorra, la sera del 5 settembre 2010?

Tutti devono comprare e consumare nell'unica rete dei supermercati del neoliberismo, quella controllata dalle multinazionali agroalimentari globali. Non nei mercati locali, sani ed equi dei 6000 Piccoli Comuini italiani.

Tutti, progressivamente ma inesorabilmente, devono accamparsi in poche grandi città, in sterminate metropoli e megalopoli: unico , ravvicinato, concentrato ,mostruoso MEGA-MERCATO del neolioberismo finanziario speculativo globale. Tutti i villani debbono abbandonare – e presto-i 6000 villaggi preistorici degli antenati.

Il sistema neoliberista dominante ha inventato, e sta inventando, vari trucchetti, e specchietti per le allodole, per indorare la pillola.

Alcuni apparentemente ragionevoli e perfino convenienti.

Ad esempio.Una cosa è promuovere la COLLABORAZIONE INTERCOMUNALE , ONESTA E FUNZIONALE , sulla base del riconoscimento , della stabilità e del rafforzamento dell singole e specifiche Autonomie comunali.Delle SOVRANITA' COMUNALI.SOVRANITÀ POLITICA E STATUTARIA, COSTITUZIONALE.Comuni sovrani che collaborano alla pari tra loro.

Un altro paio di maniche è imporre, con il pretesto peloso della funzionalità e dell'efficienza,sotto il martello pneumatico del taglio della spesa comunale, il progressivo prosciugamento delle sovranità comunali , la FUSIONE FORZATA DEI COMUNI,cioè la distruzione dei Comuni. Con l'ambigua strategia delle UNIONI COMUNALI FUSIONALI.Quelle che intendono fondere, distruggere i singoli comuni. Se le Unioni comunali sono tese a rafforzare le singole sovranità comunali, possono anche ben sperimentarsi.Se le Unioni comunali sono il cavallo di Troia , per distruggere le sovranità comunali, allora vanno combattute e respinte.

L'unica difesa concreta e strategica, per tutelare le identità e sovranità comunali consiste nel combattere e sconfiggere il neoliberismo.

Altrimenti, prima o poi, in un modo o nell'altro, la morte di 6000 comunità civiche è assicurata. Nessuna si illuda.Metta la testa sotto la sabbia.

Uno dei grandi motivi per cui ho contribuito a promuove e ho firmato l'appello del “Programma 101” è la difesa strategica e operativa della civiltà comunale d'Italia.

*Beppe De Santis è membro del Consiglio nazionale di P101
27 febbraio 2016 , Palermo.



martedì 21 luglio 2015

DAL BUNGA BUNGA AL BOMBA BOMBA (della "rivoluzione fiscale" di Renzi) di Leonardo Mazzei

[ 21 luglio ]

Le promesse fiscali dei due grandi imbroglioni nazionali (sullo sfondo lo scontro all'interno dell’UE)

Il governo si rimangia il DEF?

In ogni cosa c’è un perché. E la coincidenza del calendario delle promesse fiscali del Bomba (alias Renzi Matteo) con quello delle scadenze elettorali non ha bisogno di spiegazioni. In ogni luogo c’è uno spirito. E senza dubbio il Genius loci dell’Expo – dove si bara senza ritegno sul numero dei visitatori (leggi QUI) – è quello del bugiardo. Non poteva dunque esserci luogo più adatto di questo sia per la menzognera promessa, che per il mentitore professionale che l’ha pronunciata.

Parliamo ovviamente di fisco. Un argomento che i capi di governo imbracciano di solito quando non sanno più cosa dire. Un tema che il Bomba maneggia con la stessa fantasia del suo grande ispiratore di Arcore. Quest’ultimo ne fece la sua bandiera per un ventennio. Vediamo subito con quali risultati. Arrivato al governo nel 2001 (tralasciamo l’insignificante primo governo dal maggio al dicembre 1994), Berlusconi trovò una pressione fiscale al 40,2% del Pil. Ebbe il privilegio di governare per un’intera legislatura, che concluse nel 2006 con una pressione fiscale al 40,3%! Così certifica l’Istat. Sempre promettendo meno tasse, tornò a Palazzo Chigi nel 2008. Nel frattempo la pressione fiscale era salita al 41,3%, ma nei suoi tre anni di governo la portò al 41,7%.

I suoi fans fanno notare come i governi di centrosinistra abbiano sempre fatto peggio. Il che è vero, ma la sua promessa non era quella di aumentare le tasse un po’ meno di Prodi, la sua promessa era quella di ridurle drasticamente. Poi arrivò il 2011. Il debito pubblico volava come mai e il trio Draghi-Merkel-Sarkozy pensionò il pagliaccio per imporre con Monti un’austerità più severa. Il risultato sul piano fiscale è noto. Quando Renzi è arrivato a Palazzo Chigi (febbraio 2014) la pressione fiscale era al 43,4%. Ma il suo governo, nonostante la solita propaganda anti-tasse, l’ha portata al 43,5% nel 2014, con una previsione del 44,1% per il 2015!

Fin qui i dati ufficiali. Essi ci dimostrano come alle parole non seguano mai i fatti. Non tanto per cattiva volontà, quanto per oggettiva impossibilità, ferma restando la gabbia austeritaria del sistema dell’euro. Naturalmente questo non assolve né il Grande Buffone d’Arcore, né il Bombadi Rignano sull’Arno. Entrambe sono persone informate dei fatti che mentono ben sapendo di mentire.

Il Bomba, però, l’ha sparata davvero grossa. Segno di una certa disperazione in tendenziale crescita. La promessa è quella di una diminuzione delle tasse di ben 50 miliardi all’anno, mentre – ma si finge di ignorarlo – il Fiscal compact esigerebbe la stessa cifra annua per la diminuzione, non per l’incremento del debito!

Va detto che nei 50 miliardi vengono conteggiati i 10 degli “80 euro” più i 5 degli sgravi Irap. Ne restano comunque 35: 5 per l’abolizione delle tasse sulla prima casa, i terreni agricoli e i cosiddetti “imbullonati” (2016); 15 per la riduzione della tassazione delle imprese (2017); altri 15 per la revisione dell’Irpef (2018).

Come si può notare il duo renzusconiano è unito non solo nella propaganda, ma anche negli obiettivi di classe da perseguire. Come Berlusconi, Renzi parla di prima casa senza distinguere tra un appartamento popolare ed una villa da nababbi. Come Berlusconi, Renzi privilegia la detassazione dei profitti, spacciandola per detassazione del lavoro. Come Berlusconi, Renzi vuole ridurre la progressività dell’Irpef per favorire i ricchi. Il primo voleva due sole aliquote Irpef, l’attuale presidente del consiglio ha parlato di “due o tre”. Non siamo ancora alla flat tax di Salvini, ma ci stiamo avvicinando a grandi passi.

In generale siamo convinti che anche Renzi fallirà, ma non senza produrre danni, sia con misure che ridurranno ancora la progressività dell’imposizione fiscale prevista dalla Costituzione, sia con nuovi pesantissimi tagli alla spesa pubblica ed a quel poco che resta di Stato sociale.

Se da un lato è evidente che Renzi non potrà raggiungere gli obiettivi enunciati, dall’altro è sicuro che cercherà in tutti i modi di conseguirne almeno una parte da giocarsi propagandisticamente nelle urne. Aspettiamoci dunque tagli ancora più pesanti di quelli già previsti. Tagli che andranno necessariamente a colpire la sanità e le pensioni, quasi certamente già con la Legge di Stabilità del prossimo autunno.

Dove intendono trovare i soldi gli uomini del governo? Cerca di spiegarcelo questa mattina – sulCorriere della Sera – Yoram Gutgeld, il consigliere economico di Renzi made in Israel. Leggiamo:

«Agiremo su tre fronti. Il primo è quello dei tagli alla spesa pubblica: 10 miliardi nel 2016 che aumenteranno negli anni successivi. Il secondo è la crescita dell’economia, che potrà essere più alta del previsto grazie anche alla riduzione delle tasse. Il terzo è il margine che esiste tra il deficit e il prodotto interno lordo ora previsto e quello che potrà diventare per favorire la ripresa pur senza oltrepassare il 3%».

Lasciamo perdere la mitica “crescita”, sulla quale la scommessa di Gutgeld ha un valore pari a zero. Concentriamoci invece sul primo e, soprattutto, sul terzo fronte. Fare tagli per 10 miliardi già nel 2016 non è cosa da prendersi alla leggera. Ed abbiamo già detto quali settori verranno presi di mira. Lanciare l’allarme è dunque il minimo che si possa fare.

Ma è il terzo fronte indicato dal consigliere economico di Palazzo Chigi, quello che rappresenta una vera novità. Gutgeld dice chiaramente che l’obiettivo è quello di innalzare il deficit fino alla soglia del 3% nel prossimo biennio. Questo consentirebbe di poter sforare rispetto agli obiettivi indicati nel DEF 2015 (1,8% per il 2016 e 0,8% per il 2017) per un valore di circa 19 miliardi nel 2016 e di 35 miliardi l’anno successivo.

In definitiva, l’idea sembrerebbe quella di infischiarsene del Fiscal compact, contando su un cedimento del fronte rigorista (Germania in primis) all’interno dell’Unione Europea.

Quanto è realistica una simile ipotesi? A giudicare dalle ultime discussioni in sede europea si direbbe che la sua probabilità di realizzarsi è pressoché nulla.

In evidente difficoltà dopo il voto amministrativo, e con una “ripresina” che non convince davvero nessuno, Renzi cerca dunque di tornare al messaggio originario, quello che gli fece vincere le elezioni europee, quello che lasciava intendere che l’austerità stesse finendo.

Resta da vedere come il Bomba vorrà giocarsi questa partita. Proviamo allora a fare qualche ipotesi. Certamente Renzi andrà a Bruxelles a dire «noi le riforme le abbiamo fatte, ora dateci flessibilità». Ma quale sarà la risposta della Commissione e, soprattutto, quella di Berlino? Le vicende di queste settimane non lasciano presagire eccessivi ammorbidimenti.

Naturalmente Renzi cercherà di fare blocco con Parigi, ma sarà sufficiente a strappare qualcosa di più dei soliti decimali? Ne dubitiamo fortemente.

In questo caso il governo potrebbe giocare una subordinata. Dei 35 miliardi di riduzione fiscale promessi, quelli datati 2016 sono solo 5. Una prudenza certo non casuale. E sono i 5 più popolari, perché riguardano la prima casa. Tra le tante promesse fiscali, quella dell’abolizione dell’allora ICI fu l’unica davvero realizzata da Berlusconi. Visto che costa relativamente poco in termini di soldi, mentre rende decisamente molto in termini di voti, potrebbe essere anche questa volta l’unica cosa ad andare in porto, magari per dirigersi al voto nel 2017. In questo caso le altre promesse sarebbero in bella mostra nel programma elettorale, accanto ad una rinnovata polemica moderatamente anti-tedesca.

Ma il 2017 è più lontano di quel che sembra. La crisi greca è ben lungi dall’essere archiviata. Nuove fibrillazioni politiche arriveranno certamente dalla Spagna e dalla Francia, nonché dal Portogallo e dall’Irlanda. E non dimentichiamoci dei possibili scossoni finanziari di cui ogni tanto si intravvedono i primi segnali.

Sabato scorso Renzi ha giocato la sua carta propagandistica. Quanti aggiustamenti dovrà fare in corso d’opera lo vedremo ben presto. Ha preso però in mano un tema davvero caldo, che potrà determinarne la vittoria come la sconfitta. Al suo sosia-predecessore le cose andarono male. Lui parlava di ridurre le tasse, mentre gli eurocrati le volevano aumentare. Ed arrivò così la letterina di licenziamento del 5 agosto 2011.

Così andò al tipo del Bunga Bunga. Andrà allo stesso modo al bugiardo al cubo, a quel Renzi Matteo più noto come il Bomba?

Non lo sappiamo. Sappiamo però che la politica liberista ed anti-popolare dell’attuale governo continuerà a dispiegarsi nei prossimi mesi. E certo preferiremmo di gran lunga che il suo licenziamento arrivasse da un sussulto, se non ancora una vera sollevazione, del popolo lavoratore del nostro paese, piuttosto che dagli eurocrati di Bruxelles e Berlino.

mercoledì 29 ottobre 2014

PIÙ CHE UN COMPROMESSO UN RINVIO di Emmezeta

29 ottobre.
La Legge di stabilità Renzi-Padoan passa per ora il vaglio europeo.

E intanto nel "condominio Europa" si litiga su chi debba pagare la luce delle scale...

[Nella foto il corteo del 25 ottobre mentre si reca presso la Residenza di Mario Draghi a Città della Pieve]


Il provvisorio compromesso tra la Commissione europea ed il governo italiano è dunque cosa fatta. Così pure quello con l'esecutivo francese. Pur senza rispettare appieno i vincoli europei, Renzi ed Hollande ridurranno i rispettivi deficit previsti per il 2015. La recessione troverà così nuovo carburante, mentre il risultato dei "rigoristi" sarà in realtà assai modesto. Tutti si diranno vincitori, mentre invece sono tutti sconfitti.

Molti si sono chiesti se quella di questi giorni non sia stata semplicemente una commedia delle parti, una sceneggiata utile soltanto a salvare la faccia sia ai governi che alla Commissione. Ne dubitiamo, perché se così fosse il risultato sarebbe davvero modesto per tutti.


Prendete il caso di Renzi. Costui si è vantato di una manovra espansiva, simboleggiata da 11 miliardi di spesa in deficit. Ora, come riconosce il Corriere della Sera di ieri, questa cifra si ridurrà a 7 miliardi. Una goccia nel mare della recessione, certo non in grado di rappresentare una vera misura anticiclica, anche perché nella finanziaria non c'è traccia di una politica di investimenti pubblici.

Ma questo, signori, è il liberismo. Chiuso nella granitica certezza di una ripresa figlia del «mercato», e più esattamente frutto di un'intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro. Per convinzione e/o per necessità, costoro credono davvero che il Jobs act favorirà la ripresa degli investimenti privati. Un'ipotesi tutta da dimostrare e che la storia di questi anni ci mostra semmai quanto sia irrealistica.  

Ma anche i rigoristi non ne escono bene. Le loro bacchettate sulle dita dei governi nazionali non sembrano infatti sufficienti a salvare ciò che gli sta a cuore: l'impalcatura di regole e regolette che serve a tenere in piedi la loro creatura fondamentale, la moneta unica.

La situazione si presenta dunque assai incerta. Roma e Parigi hanno detto in sostanza che queste regole (quelle fondamentalmente riconducibili al Fiscal compact) non possono funzionare, ma non hanno voluto mettere in discussione quel sistema che le rende necessarie. A Bruxelles, come a Berlino, invece, non c'è nessuna intenzione di cambiarle, ma una certa difficoltà a farle rispettare è assai evidente.

In un quadro del genere, anche per l'oggettiva debolezza dei vari soggetti in campo, è naturale che si sia arrivati ad una soluzione di compromesso. Ma uno di quei compromessi che non risolve alcun problema, semplicemente li rinvia.

La piccola trasgressione dell'asse Parigi-Roma non modificherà il trend economico negativo, come del resto la piccola correzione ottenuta dalla Commissione non basterà certo a rimettere ilFiscal compact in carreggiata.

Siamo dunque ad un semplice rinvio dei nodi irrisolti ai prossimi mesi, quando sarà evidente, ad esempio, la prosecuzione della recessione italiana, tanto più acuta quanto più il governo vorrà intestardirsi nella politica dei tagli. Oltretutto, molte voci della Legge di stabilità sono assai dubbie, a partire dal maggior gettito previsto dalla lotta all'evasione fiscale. Una voce del tutto aleatoria, e proprio per questo da mettere a bilancio solo a consuntivo, non certo a preventivo. E invece, nella lettera a Katainen, Padoan si impegna (oltre ai 3,8 miliardi già inseriti con sospetta faciloneria nelle "entrate") a reperire altri 730 milioni di euro dall'estensione del cosiddetto «reverse charge», un diverso meccanismo di riscossione dell'IVA la cui efficacia è in realtà tutta da dimostrare.

Che i problemi siano solo rinviati di qualche mese è reso piuttosto esplicito da un passaggio della lettera recapitata a Roma ieri sera, nel quale il commissario Katainen spiega che: «eventuali futuri passi secondo le regole del patto di Stabilità e di Crescita saranno decisi più in là, sulla base delle previsioni economiche di autunno della Commissione e delle opinioni sui bilanci previsionali». Una puntualizzazione che basta ed avanza... E che descrive assai bene l'attuale disordine europeo, una situazione che può produrre compromessi ma non soluzioni.

E che quella odierna sia un'Europa senza bussola, terreno di scontro tra diversi interessi e i diversi Stati, è reso evidente anche da altri recenti «fatterelli», non solo dalle vicissitudini delleLeggi di stabilità. Del caso dei dubbi criteri voluti dalla Bce per gli «stress test» bancari si è già occupata sollevAzione. Vediamo qui, invece, quello della «lite condominiale» scoppiata nel vertice europeo della settimana scorsa.

Una vicenda, quest'ultima, che sembrerebbe inventata da qualche «antieuro internettaro» voglioso di denigrare a tutti i costi l'Unione, che invece sa screditarsi benissimo da sola. Di cosa si tratta? Come tutti ricorderanno, l'austera Europa ha recentemente rivalutato i rispettivi Pil nazionali, includendo nel loro computo alcune attività non propriamente commendevoli, quali ad esempio la prostituzione ed il traffico di droga.

Giunti i risultati da Eurostat, a Bruxelles hanno preso a far di conto. E cosa è venuto fuori? E' emerso che, in base ai nuovi Pil, occorre una diversa distribuzione delle varie quote nazionali al budget comunitario. Ad esempio, l'Italia dovrà pagare una maggiorazione di 340 milioni di euro, l'Olanda di 642, la Gran Bretagna di 2,125 miliardi. Al contrario, la Francia incasserà un miliardo e 16 milioni, la Germania 779 milioni, la Danimarca 321 milioni.

Cifre non grandissime, ma in grado di scatenare la classica rissa delle comari sul ballatoio. Una sorta di discussione condominiale su chi deve pagare la luce delle scale, nella quale i creditori non hanno mostrato alcuna intenzione di chiudere un occhio,  mentre i principali debitori si sono messi subito a gridare. Ora, dopo pochi giorni, l'Olanda sembra pronta a pagare. Non così la Gran Bretagna, con un governo Cameron sempre più in difficoltà.

Anche questo episodio, di per sé certamente minore, attesta lo stato comatoso dell'Unione. Così come nella realizzazione degli stress test bancari, così come nell'applicazione delle regole di bilancio, viene fuori un'Europa sempre più in crisi ed in fase di decomposizione. 

Non riusciamo proprio a capire come sia ancora possibile fare finta di ignorare questa realtà. L'Europa non «cambiaverso» e,  soprattutto, l'Unione non è in alcun modo riformabile.   

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