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mercoledì 11 dicembre 2019

LIBIA: LA GUERRA ED I FRONTI GEOPOLITICI di A. Vinco

[ mercoledì 11 dicembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Nell’agosto 2019, in più occasioni, Haftar promise ai suoi soldati del LNA che entro la fine del 2019 Tripoli sarebbe stata conquistata. Cosa bolliva in pentola? Il profilo forte panrusso e panortodosso sul Medio Oriente e sul Mediterraneo, di cui da tempo abbiamo parlato, c’entra sicuramente. Contractors russi e tecnologia militare abbastanza aggiornata al servizio dell’ENL hanno agevolato l’offensiva delle milizie haftariane. Inevitabile a questo punto la reazione turca, che ha velocemente stretto accordi militari con Tripoli.  Di conseguenza: o Haftar conquisterà Tripoli o sarà respinto dalle forze del GNA di Al Sarraj. Una terza soluzione non ci pare possibile. 

Ci sarebbe anche una terza forza sul campo, di cui le cronache di questi giorni stranamente non parlano. E’ l’Esercito del deserto, guidato da Abu Musab Al Libi, appartenente alla galassia jihadista dell’ISIS, che avrebbe di nuovo messo piede nel paese dopo la sconfitta dei jihadisti del dicembre 2016 a Sirte. Il Governo di Tripoli 
— riconosciuto, va precisato, dalle Nazioni Unite — ha accusato Haftar di aver dato di recente protezione ad ISIS in Libia e di aver appoggiato poi il “transito dei terroristi dell’ISIS provenienti dal fronte siriano”, fornendo loro visti e passaporti e smistandoli attraverso l’aeroporto di Benina, situato a Est di Bengasi. L’aeroporto di Benina copre infatti la rotta Damasco-Benina. Tobruk ha ridimensionato quella che sarebbe la forza effettiva di ISIS in Libia; Al Mismari, voce politica del fronte di Haftar, ha sostenuto, dando una lettura assai particolare, che l’ISIS praticamente non esiste in Libia e laddove c’è non sosterrebbe di certo Haftar.



Abbiamo dunque più fronti, confusi e senza una logica politica concreta. Il fronte Haftar che marcia su Tripoli, per quanto sostenuto da Putin, gode dell’appoggio economico e politico-militare di Sauditi, Egitto, Usa, Francia, Sionisti  e, almeno secondo le ripetute denunce del Governo di Tripoli, di ISIS stesso. 

Il Fronte tripolino guidato da Al Sarraj è sostenuto anzitutto e soprattutto dalla Turchia, con un profilo forte, ma anche dall’Iran, dalla Cina e, con meri scambi energetici, dal Venezuela di Maduro; per quanto l’alleanza globale che sostiene Tripoli rimandi al network della Fratellanza mussulmana, è errato identificare il Governo di Tripoli con la Fratellanza. Quest’ultimo, sostanzialmente, nonostante la presenza di Ministri effettivamente appartenenti alla Fratellanza, tende a contrapporsi alle interferenze occidentali o di altro tipo, non ultime quelle di terroristi provenienti da altri paesi; in questa direzione, si può comprendere la posizione italiana, di supporto al patriottismo del GNA di Al Sarraj. Viceversa, negli ultimi giorni, analisti italiani invitano il Governo a un prudente cambio di casacca, come è nella tradizione patria, o una attenta osservazione delle mosse dei vari fronti dispiegati sul campo onde evitare una ulteriore retrocessione, che pare ora inarrestabile, delle posizioni italiane sul fronte libico. 



Praticamente, gli organi di punta istituzionali e geopolitici italiani sono pronti a scommettere sulla certa vittoria di Haftar e sulla effettiva conquista di Tripoli entro la fine del 2019. In verità, però, a Putin non interessa la vittoria definitiva di Haftar e men che meno vorrebbe, in questo momento, entrare in una nuova disputa geopolitica o militare con la Turchia di Erdogan la quale, per evidenti ragioni, non può certamente tollerare né accettare che Tripoli finisca sotto il controllo del LNA. 

L’offensiva multipla di ieri l’altro contro le forze del GNA a sud di Tripoli non ha visto, si noti bene, l’ingresso in campo dei “mercenari” russi e i soldati del Governo di Tripoli non solo hanno infatti respinto gli uomini di Bengasi, ma avrebbero anche contrattaccato costringendo al ripiego il fronte haftariano. L’obiettivo tattico è la conquista di Aziziyah per dividere in due la strada che porta da Tripoli a Gharyan: ciò isolerebbe l’altopiano dando ad Haftar maggiori possibilità di conquista. Ma il tempo stringe per l’offensiva, anche alla luce del fatto che le rotte di rifornimento via terra per la prima linea ad ovest andrebbero velocemente ripristinate.  

E’ nata infatti a Zawiya, proprio quando Haftar ha lanciato la nuova offensiva su Tripoli, la coalizione militare costiera e montana anti-Haftar; la coalizione ha di nuovo portato sullo stesso fronte forze tribali militari dei Consigli locali in contrapposizione sino a pochi giorni fa. 

La coalizione anti-Haftar ha abbattuto un velivolo avversario e catturato un pilota del LNA e ciò è stata una umiliazione per Tobruk. La componentistica aerea in dote ad Haftar pare iniziare a latitare, di recente colpita dall’abbattimento di ben 3 Mig-23. Dall’inizio della campagna, le milizie haftariane avrebbero perso ben 16 velivoli ma la maggior parte tra questi proprio in questo periodo. 

In conclusione, l’unica certezza che emerge dal quadro tecnico è che la milizia del Governo di Tripoli è sul campo molto più agguerrita e preparata, gode del favore dei Consigli locali tripolini, decisivi e il cui peso non va sottovaluto, ed ha dato dall’inizio del conflitto la dimostrazione di essere sul terreno meglio organizzata dell’avversario. Inoltre, un fronte che vede bene o male sulla stessa barricata russi, israeliani, americani, sauditi e francesi non solo non fornisce ai soldati alcun tipo di motivazione ideologica o tattica ma è destinato a frantumarsi alla prima occasione seria e alla scarsa resistenza strategica. 

La scommessa degli sponsor era probabilmente sulla tenuta del carisma militare dell’uomo forte della Cirenaica; non è detto peraltro, lo ripetiamo, che la presenza dei “mercenari” russi indichi che la strategia putiniana voglia effettivamente Tripoli sotto il definitivo controllo di Haftar, che significherebbe la rottura con Ankara ed anche uno sgarbo a Tehran. In tempi di mere analisi geopolitiche o di esibizione di quasi sempre inutile tecnologia militare, peraltro, è sempre bene non trascurare il fatto che la guerra la fanno i soldati e decidono, anche loro, come altri e talvolta più di altri, di percorrere ed espandere la loro linea politica

venerdì 17 maggio 2019

LA PORTATA STRATEGICA DEL CONFLITTO LIBICO di F.s.

[ 18 maggio 2019 ]

La Guerra civile libica continuazione di quella Yemenita



Haftar, ospite l'altro ieri a Roma del premier Giuseppe Conte, ha manifestato la volontà di voler continuare l'azione militare contro il Governo di unità nazionale nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. 
I testimoni parlano di un comportamento insolente e sfacciato verso il premier italiano, tanto Haftar è solitamente deferente verso i leader di Egitto e Arabia Saudita. Va comunque considerato che mentre il premier Conte si stava intrattenendo con Haftar, l'ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Buccino Grimaldi si confrontava con il Ministro degli interni del governo di Tripoli sotto attacco, Fathi Bashagha, storico esponente della Fratellanza musulmana e pragmatico consigliere del premier Sarraj.


La probabile guerra lampo haftariana 
si sta trasformando in una pericolosissima e terribile guerra di trincea


Conte è stato abile e capace nel mostrare ai vari leader mondiali (Putin compreso) le conseguenze disastrose di questo fallimentare attacco di Haftar ma questo non sembra aver indotto il maresciallo libico ad un ripensamento. Non è stata sufficiente, purtroppo, l'eccellente azione diplomatica del nostro premier, e del suo staff, per superare i gravissimi errori tattici di cui si è stranamente macchiata la nostra intelligence, da sempre la più preparata ed abile, tra quelle europee, nel districarsi nello scenario libico e mediterraneo in genere. 

Il grave errore tattico di una frazione dell'intelligence tricolore (quella politicamente subordinata al PD e al ministro Trenta, di stretta obbedienza sionista e atlantica) ha infatti decisamente peggiorato le dimensioni delle contraddizioni interne e manifestato le potenzialità nascoste della crisi libica: il misterioso viaggio in Italia di Saddam Haftar, figlio del maresciallo, ha avuto probabilmente la finalità di preparare la controparte italiana all'aggressione armata contro Tripoli così come il blitz libico di Giovanni Caravelli, generale in forza all'Aise e da sempre in ottime relazioni con il maresciallo libico, effettuato proprio pochissimi giorni prima dell'avanzata verso Tripoli. Ma i calcoli strategici si sono rivelati errati. 


La sensazione generale, anche di frazioni dell'intelligence di casa nostra, era che tanto Misurata quanto il Governo vicino alla Fratellanza musulmana non godessero più del consenso interno. Di contro, le manifestazioni di massa in cui vengono bruciate bandiere francesi e saudite, la veloce reazione anti-haftariana di vaste fasce tribali libiche, come lo schieramento su tutta la linea della migliore unità militare, la "Katiba Hattin", che ha già sconfitto l'Isis, messa in campo dalla "Sparta Libica", ovvero da Misurata, ci danno modo di osservare il fallimento politico, ancor prima che militare, della guerra lampo di haftariani e salafiti, coordinata peraltro di concerto con consiglieri del Mossad israeliano.

Giuseppe Conte, a fronte di questi ambigui errori militari italiani, continua saggiamente a mostrare un profilo basso nel tentativo strategico di poter arrivare a una temperata soluzione politica in grado di non scontentare nessuno. A tal punto, se il fronte haftariano non sembra sentire ragione volendo proseguire nel piano di aggressione armata, diventa necessario armare le milizie del Governo di unità nazionale: la superiorità aerea del maresciallo gli ha permesso di aprire varchi strategici territoriali, gli aerei senza pilota forniti dai sauditi e da Abu Dhabi colpiscono con precisione, i droni vengono usati in combinazione con le forze d'élite della nota e affidabile Al Saiqa

Il maresciallo sembra ora, infatti, puntare sulla strategia della guerra di logoramento contro le milizie di Misurata e contro il Governo di unità nazionale. Colpire ai fianchi l'avversario sino a farlo definitivamente retrocedere. Negli ultimi due giorni l'armata del generale, che conta circa 25 mila soldati arruolati nel LNA (Libian national army) più 10 mila mercenari tra ciadiani, sudanesi, salafiti "madkhali" e 2000 di Zintan, avrebbe conquistato zone tattiche sulla strada dell'aereoporto di Mitiga, come ad esempio Qasr Bin Ghashir, ed abbattuto droni di fabbricazione turca e iraniana in perlustrazione su Jufra, Libia Centrale. 

Ahmed Mismari, portavoce del LNA, ha di nuovo verbalmente attaccato ieri Turchia, Qatar, Iran come forze unite nel disegno di contrastare l'avanzata strategica haftariana. ha attaccato, in pratica, il fronte della Resistenza yemenita; ha attaccato quel fronte che rende, per ora, di difficile attuazione il definitivo genocidio Palestinese.


Questione mediterranea, dimensione globale


E qui arriviamo probabilmente al nocciolo della questione libica. Quella libica è ormai una questione interna al mondo geopolitico mediterraneo e dunque a quello vicino-orientale. Continuare a dipingerla come parte di questione euro-occidentale significa non comprendere la partita in gioco. 

Come scrivevo, russi e cinesi hanno compreso che il Mediterraneo è tornato ad essere o sta tornando ad essere il "cuore del mondo". Dire Mediterraneo significa però, politicamente, dire Vicino Oriente o "Grande Medio Oriente". Europei e occidentali, abituati a concepirsi come il centro il mondo, non hanno compreso gli eventi geopolitici fondamentali dall'89 a oggi. Le giravolte americane, come la marginalità europea, nonostante il farsesco attivismo macroniano, nella partita libica fanno ben capire come non esista una strategia euroccidentale né diversificazioni strategiche occidentali sul Mediterraneo. Sono il caos e il vuoto a dettare i tempi di una evidente improvvisazione, comunque pericolosissima.

Gli occidentali sembrano, ancora oggi, non aver compreso l'immensa portata geopolitica globale delle due grandi vittorie politiche, ancora prima che militari, della Resistenza Afghana (contro Urss e Usa), che si è rivelata una grande potenza militare; nulla di più scontato del fatto, di conseguenza, che non comprendano cosa stia avvenendo in Libia. Si sta chiaramente riproponendo in terra libica lo scenario yemenita, che vede da una parte schierate la Fratellanza musulmana più l'Iran e la Turchia; dall'altra Sionisti, Sauditi e Salafiti o fondamentalisti islamici. 

L'élite politica realista putiniana, ben più saggia e tattica degli occidentali, ha dunque compreso che il Vicino Oriente fa storia a sé: l'interventismo siriano della realpolitik russa non andrebbe esagerato e generalizzato ma circoscritto, visto alla luce del tradizionale concetto strategico russo di "sovranità limitata"; fu la cospicua presenza di volontari ceceni, daghestani, tatari, uzbeki a costringere Putin all'intervento siriano. Di conseguenza, errato e fuorviante considerare i russi, in Libia, alleati del fronte haftariano; Putin lascia libero il popolo libico di decidere sul proprio destino, a differenza delle potenze Nato, che han solitamente esportato "democrazia, diritti, libertà" con bombardamenti terribili e criminali sui civili indifesi. 

Il piano delle moderne guerre convenzionali e/o asimettriche/ibride chiama anzitutto ed in primo luogo in causa l'elemento della comprensione strategica: dove effettivamente passa la linea del fronte strategico? Ed una volta compreso questo, come sviluppare una saggia ed accorta modulazione realista e tattica? L'intelligence italiana che possedeva sino a qualche decennio fa al riguardo una buona, e forse anche ottima pratica, sembra aver seguito, anche qui, la generale decadenza occidentale.



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martedì 14 maggio 2019

L'IRAN IN DIFESA DEI "FRATELLI MUSULMANI" DI F.f


[ 14 maggio 2019 ]


M. Ahmadinejad e l'emiro del Qatar Sheik Hamad Bin Khalifa

Mohammad Javad Zarif, mercoledì 1 maggio, da Doha, ha rilasciato la seguente dichiarazione commentando il piano nordamericano di classificare i Fratelli musulmani “organizzazione terroristica”: “Gli Stati Uniti non sono nella posizione di poter classificare gli altri come organizzazioni terroristiche. Rifiutiamo qualsiasi tentativo in questo senso. Gli USA, inoltre, sostengono il più grande terrorista della regione, ovvero Israele”.


Queste le dichiarazioni a caldo del Ministro Zarif. Molti analisti del Vicino Oriente, assolutizzando erroneamente la questione siriana, che costruisce un unicuum nella regione, in cui effettivamente Iran e l’Hezbollah si trovano nel fronte della difesa del Presidente Bashar al Assad e del Baath siriano di contro alla Fratellanza musulmana siriana, confondendo le acque e avvelenando i pozzi – proprio come è del resto nei piani del Sionismo razzista e colonialista – scrivono e propagandano una fantomatica contrapposizione di civiltà e di obiettivi tra l’Iran sciita e il Qatar/Fratellanza musulmana. Di contro, grazie all’azione lungimirante e “provvidenziale” dello statista Ahmadinejad, la relazione tra Iran e Qatar, centro simbolico dell’Islam clemente e mite della Fratellanza musulmana globale, si può ben considerare assolutamente strategica per la Repubblica persiana.


Al-Sissi e il Re saudita Salmān 

Senza ora voler ricordare, più del dovuto, non essendo questo il contesto, che l’ex Presidente persiano Ahmadinejad tentò sino all’ultimo di difendere il democratico governo egiziano di Mohamed Morsi dalla guerra ibrida anglosionista che si concretizzò nel golpe controrivoluzionario del luglio 2013, va sottolineato che il Qatar, di contro ai bastioni occidentali e sionisti nella regione - Arabia Saudita e Bahrein- non solo è impegnato, più di qualsiasi altro nazione (Iran a parte naturalmente) nel più che decennale sostegno alla causa Palestinese, ma grazie all’emiro Hamad bin Halifa Al Tani si è distinto per un atteggiamento positivo e benevolo verso l’Iran, colpito da embargo e sanzioni. Sotto l’emiro Hamad il Qatar ha iniziato a condividere con Tehran la gestione del giacimento offshore di idrocarburi più grande al mondo, South Pars/Norht Dome. Nel 2007, l’emiro invitò appunto l’allora presidente persiano Ahmadinejad al summit Ccg (Consiglio di Cooperazione del Golfo) di Doha senza consultasi con le altre monarchie del Golfo, per le quali l’antimperialismo e l’antisionismo radicale dell’allora presidente persiano, sommati ai principi “revisionistici” propugnati sul piano dell’ermeneutica storica occidentale, erano assolutamente inaccettabili. 


Tutto ciò porterà, come noto, al ritiro degli ambasciatori da Doha (marzo 2014) da parte di EAU, Arabia Saudita e Bahrein, un gesto senza precedenti finalizzato ad intimorire il
giovane figlio di Hamad, l’attuale emiro Tamim bin Hamad, asceso al trono nel giugno 2013. Lo stesso Tamin, incoraggiato anche dall’ Omam, si è fatto promotore mediante il suo Ministro degli Esteri Halid bin Muhammad al-Atiyya di una nuova iniziativa di dialogo tra i paesi del Ccg e l’Iran.

Secondo la visione di Tehran, l’omicidio di Kashoggi è parte del progetto strategico saudita e sionista, volto alla repressione ed emarginazione dei Fratelli musulmani, di cui la vittima era militante. Le autorità di Riyadh, negli ultimi anni, hanno infatti assassinato e perseguitato gli esponenti più colti e carismatici della Fratellanza. Nel mirino dei sauditi è dunque finito il Qatar e di tale contrapposizione si è di recente parlato nelle stesse testate occidentali per la clamorosa scissione che ha provocato all’interno del Ccg. Non si è però parlato, nelle medesime testate, della campagna di assassini ed omicidi portata avanti dai sauditi utilizzando, secondo Tehran, ma anche secondo Doha, mercenari americani (ex Navy Seals) e i sionisti del Mossad. Principale bersaglio di occidentali e sionisti accorsi a dare manforte a Riyadh è il partito al-Islah, che sarebbe l’emanazione yemenita dei Fratelli Musulmani che per gli Emirati è un’organizzazione terroristica; tra i suoi membri la giornalista e attivista Tawakkol Karman insignita del Nobel per la Pace 2011. Tra gli altri, a finire ammazzato dai mercenari di Spear Operation Group, società costituita nello stato del Delaware, guidati dall’israeliano Abraham Golan è stato il religioso Anssaf Ali Mayo. L’ebreo-americano Abraham Golan è stato per anni il braccio destro dell’ex direttore del Mossad Yatom e sarebbe in relazione politica e affaristica con M. Dahaln-Abu Fadi. 

Doha si trova non a caso in questi giorni in una situazione assai delicata: i bombardieri B 52 sarebbero giunti, secondo una versione non ufficiale, lo scorso 12 maggio in una base aerea americana in Qatar, mentre il vettore USS Abraham Lincoln ha attraversato lo scorso 9 maggio il Canale di Suez in Egitto. L’emiro Tamim bin Hamad ha avvertito Sionisti e Sauditi che un eventuale attacco americano all’Iran rivoluzionario e antimperialista avrebbe “conseguenze tragiche incalcolabili” per il futuro del Golfo e non solo per questo. Dopo la clamorosa uscita del Qatar dall’Opec, questa posizione geopolitica

decisamente filoiraniana da parte di Doha si può prestare a differenti interpretazioni e letture, ben oltre la solita contrapposizione con Tel Aviv e Riyadh; pare comunque evidente e a tal punto palese che sia la Turchia, sia il Qatar, nonostante la ben differente prospettiva sul futuro del regime baathista di Damasco, non possono minimamente accettare l’eventuale escalation militare contro Tehran. James Jeffrey, tra le altre cariche inviato della coalizione globale per sconfiggere l’Isis, ha sostenuto il 13 maggio che è nell’interesse del sionismo globale estromettere la sfera di influenza persiana nella regione vicino-orientale ma che a un’eventuale escalation anti-persiana quasi sicuramente conseguirà la discesa in campo dell’interventismo diretto turco (e quindi di Doha) in difesa dell’Iran. 

Anche in Libia, troviamo Qatar e Iran solidali nel sostegno al Governo tripolino di Al Sarraj: è di pochi giorni fa la notizia che la nave iraniana “Shahr e Kord”, appartenente ai Guardiani della Rivoluzione, è giunta presso la rada del porto di Misurata, provocando le risentite proteste del portavoce di Haftar. L’esercito di Haftar, come noto, per il quale si sta spendendo anche la Casa Bianca, è attivamente sostenuto ed armato dal 2015 dai sionisti.
L'attuale emiro del atar Tamim bin Hamad et Recep Erdogan

Come si può vedere, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Non è dunque l’Italia a porsi, sulla questione libica, in compagnia dell’Emirato sbagliato, come sostiene con sicumera il clintoniano redattore de “il Manifesto” Alberto Negri), ma eventualmente la Francia del sionista Macron, stretta alleata di Sauditi e del regime controrivoluzionario egiziano, filoisraeliano e filoccidentale di Abdel Al Sisi. 

  Va peraltro segnalato che la stessa Cina, seppure in modo soft, è scesa in campo sostenendo il Governo di Tripoli. La parte giusta, per Negri e i “sinistrati”, è dunque quella dell’occidente israeliano.

Molti sinceri antimperialisti, sedotti da interpretazioni a buon mercato a base di sciocca furia islamofobica compiute da analisti improvvisati, finiscono così per ritrovarsi, ancora una volta…, nel medesimo fronte di Usa e Sionismo. 



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mercoledì 5 luglio 2017

LIBIA: IL SUICIDIO ITALIANO di Alberto Negri

[ 5 luglio 2017 ]

Non è la prima volta che pubblichiamo sul nostro blog le analisi e gli interventi di Alberto Negri, tra i giornalisti italiani che si occupano di politica estera, uno di più lucidi e meno servili rispetto alle servili élite dominanti italiane. Il caso libico è da manuale nell'evidenziare fino a che punto sia giunta e giunga la sudditanza italiana rispetto alle grandi potenze.


La trappola libica, le ferite che non passano


Perché siamo nei guai? L'Italia in Libia nel 2011 ha dovuto accettare il bombardamento di
Alberto Negri
Gheddafi e sotto la minaccia che venissero colpiti i terminali Eni si è accodata ai raid aerei. Ha perso così il suo più importante alleato nel Mediterraneo con cui aveva firmato un trattato cinquantennale soltanto sei mesi prima, legato dal cordone ombelicale di un gasdotto. Si è trattato della più devastante sconfitta dalla seconda guerra mondiale, inferta da una coalizione franco-anglo-americana, cioè da presunti alleati che hanno poi abbandonato la Libia al suo destino salvo poi flirtare con il generale Khalifa Haftar, con l’Egitto e bombardare l’Isis, senza però dimostrare la minima intenzione di riportare la Libia ai suoi confini originari.

Le frontiere dell’Italia sono affondate sulle coste della Sirte e i confini Schengen si sono dissolti nel Sahel. Adesso l’Unione corre debolmente ai ripari dopo anni di anarchia alle frontiere libiche che sono diventate pure quelle dell’Europa. Per fermare la rotta balcanica dei profughi sono stati promessi 6 miliardi di euro a Erdogan accettando che diventasse una sorta di autocrate mediorientale, non il candidato all’ingresso nell’Unione. E oggi l’Austria, presa a schiaffi da Ankara sul partenariato della Nato, schiera i corazzati al Brennero. L’impressione è che i membri dell’Unione alzino la voce senza esprimere la minima comprensione del problema che va ben oltre i migranti di oggi ma riguarda la stessa possibile disgregazione dell’Europa. L’Italia dopo Gheddafi è stata vista come un Paese sconfitto e che per di più non ha saputo reagire alla frantumazione della Libia puntando sui cavalli sbagliati. La Francia intanto è intervenuta in Africa e in Mali quando i suoi interessi sono stati minacciati.


Non c’è da stupirsi della mancata solidarietà europea: potrebbero i francesi, gli inglesi o gli americani ammettere di essersi sbagliati a eliminare Gheddafi accettandone le conseguenze? Il dittatore libico, come ha detto un rapporto dello stesso Parlamento britannico, non sarebbe mai caduto senza un intervento esterno. Dobbiamo stare molto attenti con alleati del genere perché sono gli stessi secondo i quali Assad era già finito sei anni fa. Abbiamo partecipato a missioni all’estero, dall’Iraq all’Afghanistan, che sono servite a ben poco ma non siamo stati in grado di difendere i confini reali e della nostra geopolitica. Tutto il resto sono chiacchiere. Tocca a noi decidere che cosa vogliamo fare del nostro presente e forse anche del nostro futuro, cosa non facile per un Paese che per 70 anni si è cullato sotto l’ombrello americano e della Nato.


venerdì 13 gennaio 2017

ULTIME DALLA LIBIA di Emmezeta

[ 13 gennaio ]

Come sempre in Libia, le cose non sono affatto chiare. Cosa è successo esattamente ieri? C'è stato davvero un tentativo di prendere i palazzi del potere nella capitale da parte delle forze dell'ex premier tripolino al-Ghwell? La risposta sembrerebbe essere: sì e no. Sì, perché le sue milizie sono effettivamente entrate negli edifici dei ministeri della Difesa, della Giustizia e del Lavoro. No, perché si è trattato più che altro di un'azione dimostrativa.
Dimostrativa, ma non per questo meno indicativa di uno scontro che si sta sicuramente avvicinando, e che vede l'Italia in una posizione alquanto scomoda.

Per capire cosa stia davvero succedendo bisogna fare il punto sul caos politico-militare seguito alla guerra d'aggressione della NATO del 2011. Ad un primo grossolano sguardo, e tralasciando le zone desertiche del sud del paese, oggi la Libia appare divisa in due: ad est le forze che fanno capo al generale Haftar, apertamente sostenuto dall'Egitto e dalla Russia, che dalla Cirenaica sono arrivate alla cittadina di Sidra nell'est della Tripolitania; ad ovest - nel grosso della Tripolitania - le milizie che appoggiano in qualche modo il governo al Serraj, quello insediato dall'esterno dalle potenze occidentali e riconosciuto dall'ONU.

Detto così le cose sembrerebbero relativamente semplici, ma ci sono altri decisivi elementi di complicazione. Vediamo quelli più importanti:

1. Il governo fantoccio di al Serraj più che disporre di forze proprie vive grazie al sostegno (ben remunerato) di alcune decine di milizie tribali, tra le quali spicca quella di Misurata. La fedeltà di queste milizie è assai dubbia. E' probabile che il loro appoggio duri finché reggerà il sostegno internazionale ad al Serraj. Ma è proprio questo l'elemento decisivo che sembra ora scricchiolare (vedi punto 4).

2. Nella capitale e nell'ovest del paese agiscono anche le forze che fanno capo a Ghwell, almeno in parte legate alla Fratellanza Musulmana. Dopo aver guidato (con l'appoggio della Turchia e del Qatar) il governo tripolino nel 2015-2016, Ghwell aveva lasciato Tripoli nel maggio scorso. Un allontanamento temporaneo che non era però una rinuncia alla lotta, come i fatti di questi ultimi mesi (ed anche quelli di ieri) dimostrano. Per capire la situazione nella capitale, basti pensare che Ghwell - formalmente sotto sanzioni internazionali ed a rischio di arresto - risiede adesso tranquillamente all'Hotel Rixos di Tripoli.

3. In questi mesi le posizioni del generale Haftar - che oltre all'est del paese controlla anche una vasta area della Tripolitania a sud-ovest di Tripoli, grazie soprattutto al ruolo della milizia di Zintan - si sono rafforzate, sia militarmente che politicamente. Sta di fatto che egli, al pari del parlamento di Tobruk, mai ha riconosciuto il governo al Serraj.

4. Il rafforzamento politico di Haftar, ed il conseguente indebolimento di al Serraj, è facilmente riscontrabile nei fatti delle ultime ore. Mentre a Tripoli andava in scena l'ennesimo scontro, Haftar era ospite della portaerei russa Admiral Kuznestsov al largo delle coste della Cirenaica. Ma se l'appoggio russo (oltre a quello dell'Egitto e degli Emirati Arabi) è cosa del tutto ufficiale, quello della Francia è solo un po' più nascosto. Sta di fatto che ieri all'appello dell'Italia per concordare una dichiarazione comune a sostegno di Serraj (vedi La Stampa) hanno risposto picche sia gli Stati Uniti (ufficialmente "poco interessati" alla Libia) ma anche i governi di Parigi, Londra e Berlino. Uno smacco per il governo italiano, ma anche un annuncio di condanna a morte per l'attuale governo fantoccio di Tripoli.

5. Nel dicembre scorso si è consumata la sconfitta del Califfato a Sirte. Ma proprio l'asprezza di quella battaglia - la resistenza è durata sette mesi e gli attaccanti (in primo luogo le milizie di Misurata) hanno avuto 700 caduti e più di 3.500 feriti (leggi QUI) - dimostra la vitalità delle forze jihadiste in Libia. Sconfitti in primo luogo dai 492 attacchi aerei sostenuti dagli Stati Uniti, con l'uso di bombardieri, elicotteri d'attacco e droni, queste forze hanno ora ripiegato verso la zona di Sebha, al confine tra Libia, Algeria e Niger. E non è escluso che rientrino in azione insieme ai miliziani islamisti ancora forti in Cirenaica.

Da questi cinque elementi si può ben capire come definire la situazione libica come complessa è ancora troppo poco.

Adesso si fanno molte ipotesi. Una è che l'azione intrapresa da Ghwell miri a disfarsi di al Serraj per poi trattare con Haftar. Ma, nel caso, trattare per cosa? Per spartirsi la Libia (con dietro i relativi protettori internazionali nel ruolo di predoni delle ricchezze del paese) o per raggiungere un difficile equilibrio di potere che vedrebbe comunque Haftar primeggiare?

Difficile, praticamente impossibile, che i clan dell'ovest possano accettare il dominio di Haftar. Per cui i casi restano sostanzialmente due: od una spartizione de facto comunque instabile, o la prosecuzione del conflitto ad oltranza. Si è già parlato di somalizzazione del conflitto libico, e la cosa rende bene l'idea. Ma la Libia non è la povera Somalia, e le ricchezze del suo sottosuolo fanno gola a tante potenze. Potenze regionali come l'Egitto e la Turchia, ed in subordine Emirati, Qatar ed Arabia Saudita (quest'ultima prevalentemente per ragioni strategiche di contrasto alla Fratellanza Musulmana). Ma anche potenze extra-regionali. Non solo gli Stati Uniti e la Russia, ma pure Francia, Gran Bretagna ed Italia.

Ed a proposito del nostro Paese, rimasto da solo a far la guardia al bidone vuoto rappresentato da al Serraj - l'Italia lunedì scorso, unico paese occidentale, ha riaperto l'ambasciata a Tripoli - le cose vanno mettendosi proprio male. Ecco cosa si guadagna ad accodarsi alle aggressioni militari (ricordiamolo a Napolitano), ad appoggiare governi fantoccio senza basi reali nel paese, a giocare alla spartizione degli interessi neo-coloniali se non proprio del territorio, a danno della popolazione libica!

A quasi sei anni dal marzo 2011, quando il dramma libico cominciò, è il momento di dire con più forza via dalla Libia, no allo smembramento di quel paese, diritto all'autodeterminazione del popolo libico, appoggio alle forze patriottiche che intendono resistere agli interessi imperialisti! 

venerdì 12 agosto 2016

LA LIBIA ED I PREDONI IMPERIALISTI di Campo Antimperialista

[ 12 agosto ]

Confermato quel che sapevamo: Forze speciali italiane sono presenti da tempo sul terreno
Si parla di Sirte, ma si lotta per il petrolio



[Nella foto un mercenario della CIA in Libia]


Siamo all'undicesimo giorno della campagna aerea americana su Sirte. Alcuni osservatori ritengono che l'assalto finale alla città sia imminente. Ad oggi, però, la resistenza dei combattenti dell'Isis, che da lungo tempo fronteggiano i miliziani di Misurata, braccio armato del governo Serraj, non è stata ancora piegata.
Ieri le forze di Misurata hanno conquistato il centro Ouagadougou, dove precedentemente si trovava una sorta di quartier generale delle truppe dello Stato islamico a Sirte. A simboleggiare la contraddittorietà della situazione libica, questo dettaglio sulla battaglia di ieri riferito oggi da la Repubblica: «"È l'ora della vittoria...Allah u Akbar", hanno esultato le milizie su Twitter». Le milizie sono ovviamente quelle di Misurata, oggi appoggiate in pieno dai bombardamenti americani e sostenute da diversi paesi tra i quali l'Italia. Come non notare che anche la parte sconfitta avrebbe, nel caso, esultato allo stesso modo?

Ma veniamo al ruolo dell'Italia. Il 2 agosto scorso il governo italiano, mentre offriva agli USA la disponibilità delle basi ("qualora richieste", questa l'ipocrita formula adoperata), smentiva recisamente la presenza di forze speciali italiane in Libia. Forze in realtà presenti da tempo al pari di quelle americane, inglesi e francesi.

Ieri è invece arrivata la conferma. Così ha scritto il governativo la Repubblica:
«Che forze speciali italiane fossero presenti in Libia era una notizia mai confermata dal governo, ma vera. Gli uomini dell'Esercito sono stati schierati prima a Tripoli per creare un nucleo di sicurezza per gli agenti dell'Aise, i servizi segreti, durante le missioni più delicate. Poi le forze speciali sarebbero passate da Benina, la base aerea del generale Haftar nell'Est del paese. E infine sono arrivati a Misurata. Dove sembra perfino che i militari britannici avessero chiesto ai libici di poter rimanere soli a lavorare con le brigate di Misurata, assieme agli americani che da giorni guidano gli attacchi aerei della Us Air Force e pilotano da terra i piccoli droni tattici che a Sirte servono a scoprire i nascondigli dell'Is. Una fonte della Difesa a Roma conferma che in Libia sono in azione nostre forze speciali, ma non vuole commentare nessuna delle operazioni in cui sono impegnate».

In realtà il governo non ha ufficialmente confermato, ma le affermazioni del presidente della Commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini - «combattono il Daesh anche in nome e per conto nostro, così come gli americani impegnati su Sirte» - bastano e avanzano. Naturalmente i numeri sono piccoli, si parla di una trentina di uomini dei reparti speciali (Col Moschin e Gis), che secondo il Sole 24 Ore «agirebbero con le garanzie funzionali degli agenti segreti e sotto la guida diretta di Palazzo Chigi in base a un Dpcm in attuazione di un articolo del decreto missioni».

Siamo dunque di fronte ad una guerra che Renzi vorrebbe segreta. Che evidentemente non può esserlo, ma che deve rimanere tale almeno per il parlamento. Quello stesso parlamento che la ministra Boschi tiene in così alta considerazione, da affermare senza timore del ridicolo che una vittoria del no al referendum corrisponderebbe ad un suo inaccettabile oltraggio...   

Ma lasciamo perdere, e concludiamo sul punto davvero decisivo. La guerra alla quale Renzi ha deciso di partecipare, cos'ha davvero in palio? Solo i gonzi possono pensare che si tratti soltanto dello scalpo del mini-califfato libico. Su questo punto già sappiamo come andrà. Sirte finirà nelle mani delle forze che la stanno attaccando, mentre i miliziani dello Stato islamico cercheranno di limitare i danni per riorganizzarsi in qualche altra parte del territorio libico.

La vera posta in gioco è in tutta evidenza un'altra. E' il controllo della Libia e delle sue ricchezze, petrolio in primis. Non più tardi di ieri, i governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna e Germania hanno chiesto il passaggio di tutte le risorse petrolifere sotto il controllo del governo Serraj. In realtà, alcune di queste potenze (la Francia in special modo) stanno conducendo un gioco alquanto ambiguo. L'appoggio di Parigi al governo di Al Bayda (Cirenaica), che non riconosce quello di Tripoli, è infatti cosa nota.

E le parole del portavoce del governo della Cirenaica non lasciano spazio a troppe interpretazioni: «Il petrolio libico si può comprare o vendere solo tramite la compagnia nazionale Noc con sede a Bengasi». E ancora: «Non è consentito ad alcuna petroliera di entrare e caricare greggio nei terminal di Ras Lanuf e Sidra in quanto sono in mano a forze fuori legge». Ma chi sono questi anonimi "fuorilegge"? Sono le milizie di Ibrahim Jidran, il capo della cosiddetta "Guardia delle strutture petrolifere libiche", con il quale il governo Serraj (quello insediato dalle potenze occidentali) si è recentemente accordato.

Il ginepraio di interessi tra i vari predoni imperialisti è dunque ben lungi dall'essere sciolto. Tutti contro l'Isis, certo. Tutti contro il popolo libico, da sfruttare (insieme alle sue risorse), da manipolare attraverso le tante milizie tribali. Ma al tempo stesso divisi dai tanti appetiti in gioco.

Di sicuro a loro interessa il petrolio. Il resto è secondario e potrà essere aggiustato con la più classica delle spartizioni. L'ex amministratore delegato dell'ENI, e oggi vicepresidente della Banca Rothschild ha fornito tempo fa al Corriere la sua ricetta. «Occorre finirla con la finzione della Libia», ha detto. Bisogna «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi». Bisognerebbe poi spingere la Cirenaica ed il Fezzan a fare altrettanto. Nel frattempo - ed è quello che interessa all'ex uomo ENI - «ognuno gestirebbe le sue risorse energetiche».

Scaroni ha gli occhi puntati sulla Tripolitania, dove l'ENI ha i suoi impianti, ma la sua è una chiara adesione all'idea di tripartizione del paese, con la Tripolitania sotto la tutela italiana, la Cirenaica in mano agli inglesi ed il Fezzan ai francesi.

Che poi questo disegno di spartizione imperialista funzioni è tutto da vedere. Noi ci auguriamo proprio di no. Ma è importante tenere sempre a mente che il progetto - pur con le sue inevitabili contraddizioni - è esattamente questo.

No allo smembramento della Libia!
No all'aggressione USA-NATO!
No alla partecipazione italiana!

martedì 2 agosto 2016

LIBIA: PERCHÉ E PER CHI RENZI VA IN GUERRA?

[ 2 agosto ]

Il di solito molto ben informato (riguardo alle diaboliche trame di palazzo) Carlo Bonini, scrive oggi su Repubblica che il governo Renzi affiancherà servilmente gli americani nella guerra per annientare la sacca di resistenza dei miliziani fedeli all'ISIS e asserragliati a Sirte. 
L'offensiva in corso da settimane da parte delle truppe "governative" del fantoccio Serraj (centinaia di morti da entrambi le parti, si parla di circa 400 caduti in combattimento e di diverse centinaia di feriti) non sembra infatti sortire alcun effetto.
Per adesso, ci fa sapere Bonini, l'Italia sarà coinvolta solo con l'aviazione, domani chissà, forse anche con truppe di terra. Com'è noto inglesi e francesi hanno già truppe scelte sul terreno.
Ma qual'è il disegno strategico che sta dietro a questa nuova missione di guerra? Cosa hanno in testa le diverse potenze imperialiste occidentali, che proprio sul teatro libico mettono in mostra i loro confliggenti appetiti?
Scrivevamo l'8 marzo scorso, alle prime avvisaglie di coinvolgimento italiano diretto nel ginepraio libico. 
«A prescindere dalla dimensione delle forze che saranno inviate, l’intenzione del governo, col sostegno del Presidente della Repubblica —che abdica alle stesse prerogative attribuitegli dalla Costituzione—, è quindi quella di partecipare, assieme agli altri predoni imperialisti, alla spartizione della Libia. Renzi, attende solo un alibi, la messinscena della chiamata di un cosiddetto “governo di unità nazionale”, che cioè i corrotti zimbelli delle diverse potenze si mettano d’accordo. Ma se questo accordo tra questi burattini non c’è è proprio perché divisi sono i loro burattinai.
I predoni occidentali non fanno mistero su quale sia il loro disegno: fare a brandelli la Libia, distruggerla come Stato unitario per far posto ad uno spezzatino composto da 3 o 4 satrapie, ognuna sotto la tutela delle diverse potenze straniere, ognuna governata da lacchè alle loro dirette dipendenze. Questa spartizione per zone d’influenza potrebbe seguire la divisione amministrativa che fu al tempo inventata —dopo vent’anni di guerra di sterminio— dal colonialismo fascista».
Tutto va come previsto. Niente di nuovo sotto il cielo, se non la conferma che, malgrado le divisioni le diverse potenze debbono fare causa comune (formalmente chiamate dal fantoccio Serraj) per togliere di mezzo la sola forza militare locale che non ubbidisce a qualche consorteria imperiale. Tutte le altre milizie, infatti, chi in un modo, chi in un altro, sono tutte foraggiate da questa o quella potenza —non solo occidentale ma pure la Russia e quelle regionali come Egitto, Turchia ecc.

Dicevamo allora e ripetiamo adesso: Contro lo smembramento della Libia! No all'aggressione USA-NATO! No alla partecipazione italiana!

E se qualcuno non fosse convinto su quanto sporca e imperialistica sia l'aggressione in corso, lasciamo parlare due giornalisti. 
Ecco cosa scrissero nel marzo scorso, ricordando i reconditi motivi che spinsero la Francia di Sarkozy all'intervento armato che condusse alla destituzione di Gheddafi e che fece sprofondare la Libia nell'inferno.


La grande spartizione della Libia: 
un bottino da almeno 130 miliardi

di Alberto Negri e Vittorio Emanuele Parsi 

«Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia - il Califfato - è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.


La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica - dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi - gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi».

* Fonte: IL SOLE 24 ORE del 6  marzo 2016

venerdì 1 aprile 2016

LIBIA: IL "GOVERNO" SUL GOMMONE

[ 1 aprile ]

La pagliacciata del Secolo, ovvero lo sbarco di Al Serraj Sulla costa Libica. Una co-Produzione Onu-Nato-Usa-Europa per "insediare" Il Loro fantoccio. Mai si era vista Una cosa Così ridicola. Che Anche l'imperialismo non SIA Più Quello di una volta?

(
Nella foto: Tripoli, al Serraj ricevuto dagli altri pagliacci)
Se questo è l'imperialismo non siamo messi poi tanto male. Il "governo" Serraj, quello voluto da americani ed europei, benedetto dall'ONU (e dunque anche da Russia e Cina) è arrivato in Libia su dei gommoni. La motovedetta partita da Sfax (Tunisia), scortata dalle flotte militari di USA, Gran Bretagna, Francia ed Italia è infatti andata in panne... A quel punto sono entrati in azione i gommoni, ed i "ministri per caso" che si trovavano a bordo sono così sbarcati a Tripoli come fossero dei profughi, anche se questi ultimi si muovono normalmente in direzione opposta...

Abbiamo detto Tripoli, ma non è esatto. 
L'allegra brigata, messa insieme non si sa come dalla mega-galattica coalizione di cui sopra, dopo duri mesi trascorsi in hotel a cinque stelle, è in realtà approdata alla base navale di Abu Settah. Sotto la protezione di chi non ci vuol molto ad immaginarlo. Sta di fatto che al Serraj e soci, subito accolti a fucilate dai libici, se ne stanno ben chiusi nel loro bunker, che se dovessero provare ad entrare in città sarebbero per loro guai davvero seri.

Come noto, lo schemino degli imperialisti è molto semplice. Probabilmente un po' troppo semplice. Esso prevede infatti soltanto quattro mosse: 1. la costituzione del loro governo fantoccio, 2. il suo insediamento sul territorio libico, 3. la sua richiesta di "aiuto" alle potenze occidentali, 4. l'intervento militare di queste ultime, si dice a "guida" italiana.

Il piano è semplice, la sua attuazione assai meno.
Intanto la costituzione del governo fantoccio ha richiesto lunghi mesi di trattative. Ma il bello è che anche queste non sono servite a nulla, dato che il parlamento di Tripoli (al quale fa riferimento il governo insediatosi nella capitale, con l'appoggio di Turchia e Qatar) non solo non riconosce al Serraj, ma gli ha detto chiaramente di non farsi vedere in giro pena l'arresto. Più incerta la situazione a Tobruk. Lì il parlamento, che esprime un governo appoggiato da Egitto ed Arabia Saudita appare spaccato in due, comunque tutt'altro che entusiasta di cedere i poteri all'uomo scelto dalla cosiddetta "comunità internazionale". E pensare che quest'ultima, cioè il consesso che riunisce i predoni che vogliono mettere le mani sulla Libia, finora riconoscevano il parlamento di Tobruk come l'unico legittimo...

Dire che, in questa situazione, la combriccola sbarcata ieri non può avere nessuna legittimità è cosa fin troppo facile. Eppure, gli ideatori dello sbarco, a partire dall'inviato dell'ONU Kobler vanno dritti per la loro strada. Questa la sua comica dichiarazione: «E' urgente un pacifico e ordinato passaggio dei poteri». Eh già, visto il consenso di cui gode, al Serraj non avrà difficoltà a farsi passare - per giunta ordinatamente - i poteri! Per il momento le milizie che comandano a Tripoli hanno però deciso il blocco delle strade che conducono alla base navale dove si trova il pupazzo... Se son rose fioriranno.

Che si sia di fronte ad un governo fantoccio è talmente evidente, che non è il caso di spenderci troppe parole. Concediamoci però una breve digressione sul dibattito in corso nel nostro paese. A fronte di un Renzi che si è limitato a fare i suoi auguri al cosiddetto "nuovo governo", più schierate sono parse le parole del ministro Gentiloni, che ha auspicato che «il popolo libico garantisca al Consiglio di Presidenza e al Governo di Concordia Nazionale (paroloni che corrispondono alla combriccola chiusa nel bunker, ndr) il pieno supporto e la massima cooperazione e che le istituzioni politiche e finanziarie collaborino per consentire l'immediato e pacifico trasferimento dei poteri». Insomma un Kobler 2, con l'aggiunta del ridicolo appello al popolo libico.

Anche Renzi e Gentiloni non si pongono dunque il tema della legittimità di al Serraj. Lo fa invece un personaggio da sempre schierato per le guerre occidentali, ma questa volta no. «La presenza dei militari discrediterebbe ancora di più il già delegittimato governo (quello di al Serraj, ndr) e rafforzerebbe la presenza Isis», questo il sottotitolo di un articolo dell'insospettabile Paolo Mieli, che si pronuncia contro l'azione militare, giudicando quello di al Serraj esattamente come un governo fantoccio.

Ma lasciamo l'Italia e torniamo allo schema di cui abbiamo già parlato. Se la prima mossa (la costituzione del governo) non ha certo riscosso il plauso delle varie fazioni libiche, se manca cioè il benché minimo requisito di una qualsivoglia legittimità, a partire dalla presenza di un qualche sostegno da parte della popolazione, altrettanto aleatorio appare il concetto di cui al punto 2, quello dell'"insediamento".

Un governo si dice insediato se entra in possesso dei poteri tipici di un esecutivo, non se viene semplicemente sbarcato su dei gommoni in un blindatissimo lembo di terra di un paese di un milione e 759mila chilometri quadrati. C'è bisogno di dirlo? Evidentemente sì, perché adesso ci sarà di certo qualcuno in attesa del segnale concordato: aitateci!, cioè bombardateli!, noi siamo il governo della Libia, distruggete pure la Libia!

Vedremo se davvero ci si spingerà a tanto. Le mosse 3 e 4 del piano imperialista questo prevederebbero. Ma i giochi sono in realtà più complessi. Gli strateghi occidentali - siano essi quelli di Washington, di Londra, di Parigi o di Roma - hanno sempre pensato di potersi giocare la Libia con due armi: quella delle contraddizioni tribali, da manipolare all'uopo; quella delle azioni mirate delle forze speciali già presenti sul terreno. Insomma, per dirla in breve, l'idea è quella di una strategia politico-militare low cost.

Ma è dal drammatico 2011 che vanno avanti i patteggiamenti con le varie realtà tribali, ed è certamente dalla guerra di quell'anno che le unità speciali agiscono sul territorio libico. A giudicare dalla successione degli eventi non sembrerebbe con troppo successo. Perché quel che non è stato possibile fino ad oggi, dovrebbe realizzarsi con il governo del canotto?

Questo gli analisti non ce lo dicono. E non ce lo dicono perché la vera alternativa è quella di una guerra ancor più sanguinosa di quella di cinque anni fa, questa volta con gli "stivali sul terreno", con il dispiegamento cioè di un contingente militare piuttosto numeroso.  

Le prossime settimane ci diranno se le fasi 3 e 4 scatteranno davvero, o se - come riteniamo più probabile - proseguirà invece l'attuale situazione di una guerra civile incancrenita anche a causa dei tanti interessi geopolitici in gioco. Interessi assai confliggenti anche all'interno dello stesso schieramento euro-atlantico.

Intanto godiamoci lo spettacolo del gommone. Certo non siamo così sciocchi da vedere in quell'immagine un imperialismo alla deriva. Magari! Più modestamente ci accontentiamo di scorgere in quella foto (che ovviamente i protagonisti dello sbarco si sono ben guardati dal diffondere) il segno di una grande difficoltà dei "padroni del mondo". Magari l'imperialismo non è esattamente la "tigre di carta" di cui parlava Mao Tse Tung, ma esso non è neppure il mostro invincibile che pensano in molti.

Che dopo una lunga preparazione, si sia giunti al comico sbarco di ieri qualcosa comunque ci dice. Mai si era vista una cosa così ridicola. Che anche l'imperialismo non sia più quello di una volta? 

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