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venerdì 28 luglio 2017

ARRESTERANNO PIER CARLO PADOAN? di Alfredo Belluco

[ 28 luglio 2017 ]

Il 12 dicembre 2012 a Vigonza, nel Padovano, si uccise Giovanni Schiavon [nella foto]. Si tolse la vita per i debiti con le banche, invece era in credito. Leggi sotto l'incredibile storia.
Quella tragica vicenda apriva uno squarcio su quello che sarà lo scandalo delle banche venete, vendute per un euro a banca Intesa, con lo Stato che si è accollato tutti i debiti.
Ci segnalano e volentieri pubblichiamo questa denuncia.


Gentile vice ministro Pier Paolo Baretta;

Come ho avuto modo di esporti qualche giorno fa, ho chiesto l'arresto di PIER CARLO PADOAN, che ha firmato a Bruxelles, in aperto contrasto con gli articoli1-3-47 della Costituzione, per la BAD BANK NAZIONALE e ho detto che siete "impazziti" per un semplice motivo. 

Come fate a caricare su tutto il popolo italiano 10 milioni di sofferenze bancarie, crediti deteriorati NPL pari a 349 miliardi di euro??? Non ci sono solo questi, ma anche centinaia di miliardi di euro di rientri e rapporti illeciti, truffe contrattuali, anatocismo, commissioni e spese non dovute o non lecitamente pattuite e quindi illegittimamente addebitate e incassate, che portano in usura, che devono essere restituiti. Alla BANCA POPOLARE DI VERONA, TRUFFA, ESTORSIONE, USURA, PREDONA E LADRONA, LI POSSIAMO CONTESTARE PRATICAMENTE TUTTI. 

Il dramma sono le esecuzioni immobiliari. 

SOLO A PADOVA E PROVINCIA SONO CIRCA 18 MILA. Noi abbiamo in corso circa 3.200 contenziosi su 4 mila casi analizzati e ne chiudiamo in continuazione. Il caso più eclatante è quello del povero martire suicida Giovanni Schiavon, che nel dicembre 2011 si è sparato un colpo di pistola alla testa, per debiti. Aveva due NPL CREDITI DETERIORATI FALSI e FARLOCCHI con due grandi banche, per circa 100 mila euro, ma dopo 5 anni di battaglie giudiziarie abbiamo dimostrato in tribunale a Padova, che era creditore e non debitore per complessivi 300 mila euro, per i motivi sopra elencati e per il superamento sistematico del tasso soglia di usura. Se tanto mi da tanto e fatte le dovute proporzioni, su 50 mila crediti deteriorati NPL ceduti dalla Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca alla "BAD BANK" SGA SPA di Napoli, di proprietà dello Stato, ne possiamo contestare 40 mila. Sono in corso 500 mila cause civili. 

Vengono transate circa 100 mila posizioni l'anno. Sono state emesse 25 mila sentenze, anche della Suprema Corte di Cassazione, civile e penale. A Padova è in corso l'unico processo del Veneto per USURA AGGRAVATA IN CONCORSO a carico di tre direttori di filiale e due banche. La Cassa di Risparmio del Veneto, gruppo Intesa SanPaolo e la Banca di Credito Cooperativo dei Colli Euganei di LOZZO ATESTINO Padova, già condannata in sede civile per USURA, con sentenza passata in giudicato per avere superato il tasso SOGLIA massimo previsto dalla legge per 18 trimestri su 18, con un tasso massimo del 58,98%. 

Se farete la BAD BANK NAZIONALE oppure LE BADS BANKS REGIONALI, CON DECRETO (CRIMINALE) VI ASSUMERETE UNA GRAVISSIMA RESPONSABILITÀ, ECONOMICA, POLITICA E STORICA. TI CHIEDO CORTESEMENTE UN INCONTRO MOLTO URGENTE, POSSIBILMENTE NELLA SEDE DI CONFEDERCONTRIBUENTI VENETO A CASALSERUGO (PD). 

Cordiali saluti 
Alfredo Belluco 
presidente Veneto e vicepresidente nazionale CONFEDERCONTRIBUENTI 
3396473870 049 7995418 800 814603 

* * * 

Si uccise per i debiti con le banche ma era in credito
di Alessandro Gonzato*


Sono passati più di quattro anni da quando Giovanni Schiavon, allora titolare dell'azienda edile Eurostrade 90, si uccise nel proprio ufficio sparandosi un colpo di pistola alla testa. Fu la figlia, Flavia, a trovarne il cadavere in una pozza di sangue. La tragedia si consumò il 12 dicembre 2012 a Vigonza, nel Padovano. Schiavon si suicidò perché, a causa dei continui ritardi nei pagamenti da parte dei clienti - tra cui più di un ente pubblico - e di uno Stato che non l'aveva tutelato, non riusciva più a pagare i dipendenti. Vantava crediti per circa 200 mila euro. Ma c'era anche dell'altro. L'imprenditore era disperato perché le banche gli chiedevano con insistenza di rientrare di una serie di prestiti ricevuti. Oggi però, stando alla relazione del consulente tecnico nominato dal tribunale di Padova a cui la vedova e la figlia si sono rivolte, si scopre che non soltanto probabilmente non doveva nulla alle banche, ma anzi erano queste a dovere all'imprenditore una somma notevole, tra i 60 e i 200 mila euro.


«Dipende da quando vengono fatti scattare i termini della prescrizione» conferma a Libero l'avvocato Fabio Greggio, che tutela gli interessi della famiglia. Ma com'è possibile che si sia arrivati a un simile e tragico paradosso? I due istituti di credito con cui Schiavon aveva i conti correnti avrebbero capitalizzato gli interessi accrescendoli oltre misura e per la restituzione dei prestiti avrebbero preteso tassi da usura. Insomma, Schiavon sarebbe stato vittima di anatocismo bancario e usura.

Questo è quanto è stato scritto in tre perizie diverse consegnate dal perito tecnico al giudice, il quale dovrà decidere se gli istituti di credito dovranno risarcire o meno la famiglia. Una delle due banche, per chiudere la questione, ha proposto una transazione, che però la controparte ha rifiutato. «Al momento non la riteniamo soddisfacente» sottolinea il legale.
Flavia Schiavon ricorda il padre come «un uomo onesto che avrebbe potuto fare come fanno tanti, chiudere la società, aprirne un' altra e lasciare i debiti in quella vecchia, mandando a casa i dipendenti. Ma non l' ha fatto». L'azienda è in liquidazione. La figlia dice che riesce a pagare le cartelle di Equitalia solo grazie all' aiuto dei parenti, e che non passa giorno senza che i fornitori si facciano vivi per chiedere soldi.

Avevano bussato alle porte della ditta già due settimane dopo il suicidio del titolare. Allora avevamo scritto dello sfogo della figlia e della vedova, la signora Daniela Franchin, distrutte dal dolore e amareggiate perché molti dei fornitori che pretendevano di essere pagati, negli anni erano diventati amici e tutti erano sempre stati remunerati puntualmente.

Alla Eurostrade 90, pochi mesi dopo la morte di Schiavon, era stata notificata un'ingiunzione di pagamento da 180 mila euro. La figlia aveva anche ricevuto una lettera anonima in cui veniva accusata di sfruttare la morte del genitore per andare sui giornali e in cui le si consigliava di fare la stessa fine. Fu dopo aver letto quella lettera vergata con infamia che Flavia Schiavon rinunciò alla presidenza dell' associazione ideata per riunire le famiglie vittime di suicidi dovuti alla crisi sul lavoro. Durante quelle maledette ultime settimane del 2012, nel Padovano, oltre all'imprenditore edile di Vigonza si suicidarono altri tre titolari d' azienda stritolati dai crediti, non dai debiti. Il Veneto, con un centinaio di suicidi, negli ultimi cinque anni è stata la regione che ha pagato più a caro prezzo la crisi e il totale menefreghismo dimostrato dallo Stato nei confronti di una terra che ogni anno regala più di 20 miliardi di residuo fiscale a Roma. Ora si scopre che probabilmente uno degli imprenditori simbolo di quella lunga scia di sangue si è tolto la vita angosciato da debiti che in realtà non aveva. E se non fosse stato l' unico ad ammazzarsi per colpa di banche che chiedono indietro soldi che non solo non gli spettano e che anzi devono restituire ai clienti?

* Fonte: Libero quotidiano

mercoledì 24 maggio 2017

ITALIA: BOLLETTE NON PAGATE = 26 MILIARDI....Guido da Landriano

[ 24 maggio 2017 ]

L’eredità della crisi: in Italia 26 miliardi di bollette non pagate

Bollette di vecchia data non pagate, crediti al consumo, rate di mutuo non ancora onorate. Sono quelli che in gergo gli addetti ai lavori chiamano “Non Performing Loans”: capitali che le famiglie italiane – ma anche le piccole e medie imprese – faticano a pagare e che gli enti creditori hanno affidato alle agenzie specializzate nel recupero crediti.

Oggi, nel limbo dei crediti deteriorati fluttuano – secondo la recente stima di Unirec, l’Unione nazionale a tutela del credito – 26 miliardi che riguardano proprio bollette ‘dimenticate’, rate di mutui e piccoli finanziamenti.

Secondo quanto emerge dalla ricerca annuale, la ‘zavorra’ dei NPL ha rappresentato nel 2016 il 38% degli importi complessivi da riscuotere e il 14% del numero totale delle pratiche gestite dalle società di recupero associate a Unirec (circa l’80% dell’intero mercato), sulle cui scrivanie sono accumulati quasi 36 milioni di fascicoli. In media, una pratica ogni due persone.

I debitori, per quanto riguarda i NPL, sono per il 91% famiglie e per il 9% piccole o medie imprese. Si tratta prevalentemente di bollette e utilities per telefonia, luce e gas: a ‘dimenticarle’ sono soprattutto i clienti cessati (74%), che hanno cambiato operatore e che devono saldare, in media, 830 euro ciascuno. Il 26% degli importi da recuperare riguarda invece clienti ancora attivi, che devono in media 277 euro a testa. Per i primi, il recupero è più difficoltoso e il tasso di successo non supera il 17%, contro il 28% dei secondi.

L’importo medio da rintracciare ammonta invece a 2 mila euro se si considerano anche i debiti che derivano da finanziamenti e prestiti bancari (importo medio di questi ultimi è di 2400 euro, nel 2016 metà di queste pratiche sono andate a buon fine con un recupero del 16% dei capitali totali) e leasing (574 milioni di euro, il 47% dei quali è stato riscosso).

A preoccupare maggiormente sono le previsioni: nel 2017 il volume dei NPL sembra destinato a lievitare del 15%, con un aumento degli importi complessivi che dovrebbe oscillare tra l’8 e il 10%.

Dei 26 miliardi di euro accumulati nel 2016 e ancora da recuperare, soltanto 8,1 si prevede siano destinati a rientrare nelle tasche dei creditori, con performance di recupero che variano a seconda della tipologia del debito. Lavoro extra per le società di recupero crediti a Milano: la Lombardia, infatti, detiene il primato italiano – con il 14% – sia per numero pratiche che per importi.

venerdì 15 aprile 2016

BANCHE: UN RATTOPPO CHIAMATO "ATLANTE" di Leonardo Mazzei

[ 16 aprile ]

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Spesso la finanza è immaginifica. E a volte ricorre alla mitologia. E' nato così «Atlante», che anziché portare l'intera volta celeste sulle spalle, come nella leggenda, questa volta dovrà occuparsi di mantenere in piedi il sistema bancario italiano. Non è detto che l'impresa si riveli più facile.
Ma che cos'è Atlante? Questa nuova creatura governativo-bancaria altro non è che un Fia (Fondo di investimenti alternativo), di natura teoricamente privata, dotato di una semplice (si fa per dire) mission: garantire la ricapitalizzazione degli istituti di credito in crisi, ripulire i bilanci degli stessi dal peso insopportabile delle sofferenze. In una parola, evitare il crac di buona parte del sistema bancario nazionale.

Insomma, dopo aver rimandato per anni gli interventi necessari, dopo aver subito la disastrosa regola europea del bail in, dopo aver incassato il nein euro-tedesco alla bad bank, la classe dirigente italiana (governo, Bankitalia, maggiori gruppi bancari, eccetera) ha partorito il gracile Atlante. Riuscirà questo fondo a raggiungere gli obiettivi dichiarati? Crederlo non è difficile, è praticamente impossibile.

Certo mostra di crederci Renzi, e come potrebbe essere diversamente! «Atlante sarà la soluzione ai problemi delle banche italiane» ha twittato trionfante come sempre il fiorentino. E come lui si sono precipitati a cantare le lodi del nuovo eroe mitologico i solitamente più austeri Visco e Padoan. Ma anche loro non potevano fare nulla di diverso. Siccome la forza di Atlante è in larga misura solo virtuale, è chiaro che occorre un pressing per convincere gli investitori ed i mercati finanziari della robustezza dell'operazione.

Del resto gli alti e bassi della Borsa sono lì a dimostrare la precaria fiducia degli operatori finanziari, mentre il forte calo registrato dalle due banche maggiormente impegnate in Atlante (Intesa e Unicredit) è il segno di una pesante sfiducia sulle prospettive del fondo.

Più che una soluzione, Atlante sembra proprio un rattoppo. Ma un rattoppo fatto male, ispirato ad una logica emergenziale piuttosto che "sistemica", come invece capita di sentir dire a sproposito in questi giorni.

La verità è che solo un robusto intervento dello Stato potrebbe risolvere la situazione. Piccolo particolare, esso contrasterebbe con le rigide norme europee, dunque non si potrà fare finché si resterà nell'eurozona. Ecco allora Atlante, il minuscolo coniglio uscito dal cappello di una classe dirigente che ormai vive alla giornata.

Gira che ti rigira torniamo sempre a questi nodi. Così concludevamo un articolo della fine del 2015: «
Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate. Questa è la posizione che dovrebbe assumere chiunque abbia a cuore le sorti del popolo lavoratore. Altre non ne vediamo».
E' evidente infatti che un salvataggio senza nazionalizzazione sarebbe solo un regalo agli istituti privati ed ai loro ricchi proprietari. Ma è altrettanto evidente che senza un vero intervento pubblico non potremo avere alcun salvataggio, con le disastrose conseguenze sull'economia nazionale che tutti sono in grado di immaginare.

Da questi nodi non si scappa. Padoan e Visco lo sanno bene, ma non possono dirlo, sia per ragioni ideologiche - dato che equivarrebbe ad ammettere il fallimento del sistema -, sia per ragioni concrete, visto che da Bruxelles ci metterebbero meno di un minuto a pronunciare un gigantesco no.

In queste condizioni la montagna non poteva che partorire il topolino. Questa volta per gonfiarsi il petto e fingere una forza che non c'è l'hanno chiamato Atlante, ma più che un gigante sembra proprio un nanerottolo.  


Fatte queste premesse, entriamo ora nel merito. Per ragioni di chiarezza espositiva lo faremo per punti.

1. Che cos'è Atlante?

Abbiamo già detto che Atlante è un fondo di investimenti. La sua particolarità sta nella sua architettura, nelle sue finalità, nelle regole che si è dato.

La struttura proprietaria è la prima caratteristica da evidenziare. Si dice che la dote iniziale del fondo sarà tra 5 e 6 miliardi di euro. Di questi, 3 miliardi arriveranno dalle banche, con Intesa ed Unicredit in testa con una quota di circa un miliardo ciascuno. Un altro miliardo arriverà dalle assicurazioni, 500 milioni dalle Fondazioni, 5/600 milioni dalla Cassa depositi e prestiti. Altri 500 milioni verranno dalla Sga (Società per la gestione delle attività). La somma si ferma così attorno ai 5,5 miliardi, ma altri soggetti potrebbero aggiungersi. Difficile comunque che si raggiunga la soglia massima prevista di 6 miliardi.

L'adesione ad Atlante è volontaria, ma il fatto che struttura, finalità e indirizzo gestionale siano stati il frutto di tre riunioni tenutesi presso il MEF (Ministero dell'Economia e delle Finanze), spiega assai bene perché si parli di "operazione sistemica". Diciamo che le alte sfere del sistema capitalistico italiano - specie quelle che governano il settore finanziario - hanno cercato un punto d'intesa per provare una specie di "piano B" per il salvataggio del sistema bancario.

Un salvataggio - e qui veniamo alle finalità di Atlante - da perseguire agendo in due direzioni, la partecipazione alle ricapitalizzazioni e - soprattutto - l'alleggerimento delle sofferenze presenti nei bilanci delle banche. Sulle ricapitalizzazioni il primo test sarà pressoché immediato. Sono infatti imminenti gli aumenti di capitale necessari per tenere in piedi la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, due istituti che abbisognano di capitali freschi per un totale di 2,5 miliardi. Ma nella lista di attesa pare ci siano già la Cassa di Rimini e quella di Cesena, nonché la Banca di San Miniato. Conclusione: se la risposta degli azionisti di queste banche fosse particolarmente bassa, il che certo non stupirebbe, Atlante potrebbe bruciare subito più della metà dei fondi iniziali. Qualcuno arriva a prevedere perfino un 70%...

La partita più grossa è comunque quella delle sofferenze, che d'ora in avanti chiameremo per comodità npl (non performing loans). La chiave di volta su cui tutto si regge sta in una regola che sarebbe scritta in un documento di 18 pagine, ovviamente segreto ma non per tutti, che prevederebbe l'acquisto degli npl a prezzo di carico anziché a prezzo di mercato. 

Se fosse davvero così, se - del tutto ipoteticamente - Atlante fosse in grado di acquistare tutti gli npl presenti nei portafogli delle banche a quel prezzo, il problema si risolverebbe da solo. O meglio, si risolverebbe per le banche, ma si complicherebbe assai per Atlante e per i suoi fondatori (in larga parte sempre banche), dato che alla fine qualcuno dovrà pur sostenere l'enorme differenza esistente tra il prezzo iscritto a bilancio (mediamente attorno al 44% del valore nominale) ed il 20% attualmente considerato di "mercato". Una differenza che tradotta in euri ammonta alla non modica cifra di 48 miliardi.

Certo, i fautori di Atlante sostengono che con la sua attività il fondo riuscirebbe a far rialzare di qualche punto il valore di mercato degli npl. Ma qui di punti percentuali per far quadrare i conti ne servono ben 24... Ed anche se Padoan parla di un effetto leva di 50 miliardi, secondo il Sole 24 Ore l'obiettivo di Atlante sarebbe quello di smobilizzare 15-20 miliardi di npl. Cioè meno del 10% della loro massa complessiva...

2. Come finirà il contenzioso con l'Europa?

Già si sarà capito il punto di probabile frizione con la Commissione europea. Non solo le regole dell'Unione Bancaria impediscono gli aiuti di stato, ma le norme eurocratiche considerano tali anche gli effetti derivanti da azioni private in qualche modo ispirate, favorite o - peggio - coordinate dai governi nazionali. Questo perché verrebbe in qualche modo alterata la "concorrenza".

E' questo il motivo per cui, alla fine, non si è fatta la bad bank. Il bello è che tanti paesi europei (Germania in testa) hanno usati soldi pubblici per mettere in sicurezza le loro banche (leggi QUI), ma oggi che toccherebbe all'Italia non lo si può più fare. Insomma: «chi ha avuto, ha avuto, ha avuto... chi ha dato, ha dato, ha dato... scurdàmmoce 'o passato, simmo 'e Napule paisà». Solo che queste regole non vengono da Napoli, bensì da Berlino.

La rigidità europea che ha stoppato la bad bank si ammorbidirà di fronte alle spalle private di Atlante? C'è da dubitarne, anche se Padoan e Visco si sbracciano (magari un po' troppo) per dire che non ci saranno problemi. In realtà non ci vuole molto a capire che il parto delle riunioni al MEF non è propriamente "privato". 

Contrariamente ad altre ipotesi circolate, si è cercato di minimizzare il ruolo di Cdp - banca pubblica per l'80,1% - proprio per non mettere una trave negli occhi dei funzionari dell'euro-germania. Basterà questa accortezza, quando il problema dal punto di vista dei dogmi euristi è semmai quello del prezzo "politico" degli npl? Non lo possiamo sapere, dato che la decisione sarà eminentemente politica. 

Certo è che in materia bancaria in Europa se ne vedono di tutti i colori. E' notizia recentissima quella che riguarda Deutsche Bank. La banca tedesca, che ha emesso derivati per 75mila miliardi (20 volte il Pil del suo paese), si ritrova proprio per questo in una situazione alquanto rischiosa. Le norme bancarie, approvate dal Comitato di Basilea, imporrebbero dal 2018 regole più restrittive sul calcolo del valore dei derivati in bilancio. Regole assai pericolose per Deutsche Bank e per le banche tedesche in genere. Bene, il governo di Berlino ha immediatamente messo in atto una forte pressione su Basilea affinché tornasse indietro. Missione compiuta: lunedì scorso il Comitato ha annunciato il dietrofront. Questa la conclusione di Alessandro Plateroti sul Sole 24 Ore: «Che dire? Mercato Unico, regole uniche: quello che fa bene a Berlino fa bene all'Europa. Rischi sistemici compresi».   

Ipotesi: il governo Renzi ha forse trattato con il governo tedesco uno scambio utile ad entrambi, del tipo io faccio finta di non vedere i derivati e tu fai finta di non vedere la garanzia sugli npl? Difficile dirlo. Fino ad ora tutte le decisioni in materia bancaria sono sempre andate a vantaggio della Germania ed a svantaggio dell'Italia. Se oggi le cose andassero diversamente, questo vorrebbe dire solo una cosa, che il bubbone dei derivati è molto, ma molto più grande di quel che già sappiamo. Cosa che in effetti non è da escludere. 

3. Perché diciamo che è solo un rattoppo?

Il problema è che anche ipotizzando che le resistenze europee possano essere in qualche modo superate, resta la straordinaria debolezza di Atlante.

Già la tempistica mostra uno strumento messo in piedi con una logica emergenziale. Le banche venete devono ricapitalizzare e l'operazione potrebbe fare flop? Ecco che arriva in fretta e furia Atlante a fare da garante, ed abbiamo già detto come questa priorità potrebbe assorbire il grosso del capitale raccolto.

Parlando del solo Monte dei Paschi, Francesco Giavazzi scriveva a fine febbraio di un salvataggio da 10 miliardi. Adesso invece, con soli 6 miliardi scarsi si vorrebbe mettere in sicurezza l'intero sistema bancario... E' evidente che qualche conto non torna.

In realtà, a voler prendere sul serio quanto viene dichiarato, si scopre che tutto si regge su alcune speranze del tutte ipotetiche. Si spera che la garanzia fornita alle ricapitalizzazioni garantisca il successo delle stesse, senza che Atlante debba svenarsi per queste. Si spera - come abbiamo già visto - che il mercato degli npl si riprenda: ma allora come giustificare la prezzatura governativa al 17% applicata alle famose 4 banche "risolte" a novembre? E come giustificare la pressione esercitata dalla Bce di Mario Draghi affinché la Carige accettasse l'offerta del fondo Apollo, con un prezzo degli npl sempre al 17%? 

Questo nessuno ce lo spiega. Ed al posto di un minimo di razionalità ci tocca leggere testi ideologici come quello che Federico Fubini ha rifilato ai suoi lettori lo scorso 10 aprile. Secondo il giornalista del Corriere, che scriveva alla vigilia della nascita di Atlante, della quale evidentemente molto sapeva, il modello ha da essere quello adottato per il salvataggio di Ltcm, il grande fondo americano che fu salvato nel 1998 da un pool di 16 banche, spinto a tal fine dalla Federal Reserve. Quello di Fubini è un racconto quasi epico, con una specie di "capitalismo solidale" (fra capitalisti, questo è sottinteso), che alla fine riesce pure a guadagnarci qualcosa, ma sempre in nome di un fine superiore. Un modello che oggi ci viene proposto in questi termini: «una coalizione di responsabili sul mercato che si faccia carico dell'interesse collettivo».

Ma com'è bello il capitalismo di Fubini, e quanto è emozionante! Peccato che non esista. Le banche americane del 1998 pensavano certamente ai loro affari, ed una congiuntura ben diversa dell'attuale fece il resto.

Anche le banche italiane di oggi, nonché gli altri soggetti coinvolti, pensano certamente al loro interesse. A quello di impedire crisi finanziarie potenzialmente devastanti anche per gli istituti più solidi, a quello di apprezzare gli npl che tutti hanno in pancia, a quello di evitare gli effetti recessivi che ogni crac porta con se. Ma il punto è che lo strumento Atlante non potrà essere qualcosa di più di un rattoppo. Un rattoppo magari utile nell'immediato, ma del tutto inadeguato rispetto alle necessità sistemiche. 


4. Atlante potrebbe funzionare solo se...

Un'operazione come quella ipotizzata dal Fubini potrebbe funzionare solo a due condizioni: 1) una dotazione di capitale molto più elevata, 2) una vera ripresa economica, diciamo con tassi di almeno il 2% per parecchi anni consecutivi.

Su quanto possa essere realistica la seconda condizione non sprechiamo inchiostro. In quanto alla prima, se le cifre stanziate dai vari soggetti coinvolti sono così modeste una ragione ci sarà...

Il fatto è che la questione degli npl può essere risolta solo da una garanzia pubblica sul loro prezzo di acquisto. Una garanzia che si dice sia in qualche modo implicita nel testo del documento segreto al quale abbiamo già accennato, ma che con la dotazione attuale non può che riguardare comunque una quota troppo piccola di sofferenze.  

5. Conclusioni

La conclusione è dunque semplice. Non crediamo al "capitalismo solidale" di Fubini, né crediamo che l'Unione Europea (salvo qualche interessato scambio su Deutsche Bank) sia disposta a particolari concessioni in materia. Che un sistema bancario italiano alla deriva, e dunque violentemente deprezzato, sia nei sogni e negli interessi della finanza predatoria internazionale è del tutto evidente. Al tempo stesso, non scopriamo oggi la leggendaria irresponsabilità della classe dirigente italiana.

Atlante è la risultante di tutti questi elementi. Non è il gesto d'orgoglio di una borghesia nazionale in cerca di riscatto. E' invece soltanto la mossa difensiva di una borghesia compradora che non osa andare al cuore del problema. Quel cuore che sta non solo nelle regole, ma nell'autentico dominio dell'euro-germania.

Con le mezze misure non si salva l'economia del paese. Questo vale per i ridicoli decimali di "flessibilità" di Renzi e Padoan, per gli accordicchi di Alfano sui migranti, come per i rattoppi dei nostrani banchieri sulla devastante crisi degli istituti che guidano.

venerdì 26 febbraio 2016

LI CHIAMANO NON-PERFORMING LOANS (Ue: chi sta messo peggio?)

[ 26 febbraio ]

SONO PIU' ESPLOSIVI I TITOLI TOSSICI (DERIVATI ECC.) O I "CREDITI DETERIORATI"?

Sono considerati Non-performing loans (Npl) i "crediti deteriorati" in pancia alle banche, ovvero  i crediti per i quali la riscossione è incerta sia sotto il profilo del rispetto della scadenza che per l’ammontare dell’esposizione —quindi sofferenze e incagli di cittadini e aziende indebitatisi con le banche medesime.

Sotto questo profilo, a causa delle depressione economica nonché delle politiche austeritarie e pro-cicliche adottate dal governo Monti in poi, le banche italiane stanno messe male, anzi malissimo —saremmo a 300miliardi di euro.

Non fosse stato per il Quantitative easing della Bce —grazie al quale le banche han potuto utilizzare la moneta offerta da Francoforte a tassi irrisori per poi acquistare titoli di Stato a più alto rendimento— molte banche italiane sarebbero già andate in default

In questo contesto si può comprendere la dimensione dello scontro con Berlino ed il "Partito tedesco" i quali ammoniscono che le banche italiane avrebbero in pancia troppi titoli di stato e dovranno allinearsi senza fiatare alle norme sul bail-in entrate in vigore il 1 gennaio. 

In estrema sintesi: l'esecuzione dei vincoli del bail-in e l'obbligo alle banche italiane di ricapitalizzarsi contestualmente sbarazzandosi di una parte consistente dei titoli di stato, mentre ha già messo in moto una fuga dei depositi verso l'estero, significherebbe farne precipitare il valore favorendo la loro acquisizione da parte di colossi bancari esteri (anzitutto tedeschi e francesi), altre banche semplicemente fallirebbero.

Nelle tabelle accanto gli attivi delle banche rispetto al Pil di alcuni paesi Ue —indice sicuro del livello di finanziarizzazione sistemica

Ma come stanno le cose con i sistemi bancari degli altri paesi della Unione europea? Ci giunge in soccorso un recentissimo studio de Il Sole 24 Ore

Cosa si evince? Che se consideriamo quanto pesano titoli derivati o meglio tossici sui bilanci delle banche la situazione è a dir poco allarmante. Le banche europee (per non considerare quelle a stelle e strisce) stanno messe peggio delle nostre. Comprese quelle tedesche, che di derivati in bilancio ne hanno a bizzeffe. Degno di nota che il governo tedesco —mentre impedisce a Roma ogni "aiuto di stato" alle banche locali e vorrebbe che queste si sbarazzassero dei titoli pubblici di debito—, per protegge le proprie, ha adottato da poco una riforma delle legge fallimentare che le mette al riparo da eventuali bolle sui derivati ed i titoli tossici.[1]




NOTE

[1] In Germania la direttiva europea sulla risoluzione delle banche ha comportato
la modifica alla legge fallimentare. Nella primavera del 2015 il Parlamento ha varato una riforma che introduce un elemento nuovo: le obbligazioni senior (quelle tradizionali) ìdal 2017 saranno “indebolite” e rese di fatto subordinate rispetto ad altre passività operative non garantite della banca. Per esempio i depositi (anche quelli sopra i 100mila euro) e le passività derivanti da operazioni di derivati. Questo significa che se una banca dovesse fallire, verrebbero “bruciate” prima le azioni, poi le obbligazioni subordinate e poi quelle «senior». 
Queste ultime, grazie alla riforma della legge fallimentare, verrebbero dunque aggredite prima dei depositi e delle esposizioni in derivati. La logica di questa scelta è duplice. Da un lato si proteggono i conti correnti e le operazioni in derivati, perché sotto di loro si crea un “cuscinetto” di titoli aggredibili prima. Dall'altro si evita che le banche siano costrette ad emettere tanti nuovi bond subordinati per creare un adeguato “cuscinetto” di titoli (Tlac). Questo protegge i conti correnti e i derivati (molto presenti nelle banche tedesche), ma ha creato contenziosi con gli obbligazionisti senior (che sono investitori istituzionali)

giovedì 28 gennaio 2016

BANCHE: L'ATTACCO TEDESCO ALL'ITALIA di Leonardo Mazzei

[ 28 gennaio ]


Perché non finirà a tarallucci e vino

C'è o non c'è un attacco tedesco all'Italia? Certo non ci sono i carri armati al Brennero, ma c'è o non c'è una guerra economica neppure tanto nascosta? Chi rispondesse con sicumera di no avrebbe di diritto l'iscrizione garantita al concorso a premi per l'ipocrita dell'anno. La cosa è così palese che persino i grandi imbonitori del politically correct(uno per tutti: Paolo Mieli) preferiscono assumere una diversa postura: non negano l'attacco, ma pensano che all'Italia convenga far finta di non vederlo.

Che nella classe dirigente non manchino i vigliacchi è cosa nota. Costoro non fanno mai seri bilanci storici. La loro narrazione del «sogno europeo» sta andando a pezzi? Non importa, conta solo continuare ad esser servi, a dire signorsì ai padroni di turno che gli staccano l'assegno mentre loro scrivono articoli sempre più timorati del Dio Euro(pa). 

Ci sono poi i quadratori del cerchio. Costoro vedono già meglio il problema, ma pensano di poterlo risolvere con qualche brillante trovata lessicale. E' il caso del think tank della Luiss sceso in campo in questi giorni (leggi qui) per dirci che: a) sì, è vero, la politica tedesca è un bel problema per il nostro paese, ma... b) l'Italia deve ricominciare ad occuparsi del debito pubblico perché... c) a quel punto l'UE (leggasi Germania) potrebbe accettare di tornare a forme di «coordinamento accentrato» tali da determinare un qualche tipo di solidarietà europea.

Ora, a parte che non si vede proprio come un nuovo impulso alla politica dei sacrifici possa mettere l'Italia in condizioni migliori delle attuali, quando mai in passato l'euro-Germania ha accettato politiche davvero solidali? Il no alla mutualizzazione del debito pubblico non è mai venuto meno, alla faccia di chi predicava gli eurobond, mentre il no alla condivisione del rischio bancario è cosa di questi giorni, ripetuta a caratteri cubitali, e visibile in chiaro anche da Marte.

La novità semmai è un'altra. Ed è che il rifiuto teutonico di ogni forma di solidarietà sul fronte bancario è motivata proprio dalla messa in evidenza dei rischi del debito sovrano. Detto in maniera semplice: noi tedeschi non possiamo  prenderci rischi per le vostre banche, anche perché sono piene di titoli del debito pubblico, contenenti un rischio default (che va dunque prezzato) e soggetti (questo lo aggiungo io) ad una tendenziale svalutazione non appena la Bce porrà fine al quantitative easing

Queste cose la Germania le ha messe in chiaro. Ma prima di vederlo più da vicino c'è da affrontare quella che vorrebbe essere un'altra obiezione. Quella secondo cui «i tedeschi hanno le loro buone ragioni». Obiezione che accogliamo da subito, purché se ne traggano le dovute conseguenze. Le loro buone ragioni si chiamano più esattamente interessi. Ma se la difesa degli interessi nazionali della Germania è considerata legittima, perché non dovrebbe essere egualmente legittima la difesa degli interessi italiani?

Si dirà che così l'Unione Europea è pronta a passare a miglior vita. Vero, è così e non ci dispiace affatto. Ma non perché ci piacciono i più triviali istinti nazionalistici, ma perché - mentre siamo convinti che possa esistere un nazionalismo democratico - c'è qualcosa di assai peggiore della rinascita dei nazionalismi, ed è il dominio di un nazionalismo (quello tedesco) sulle altre nazioni, sugli altri popoli. Questa è l'Europa reale di oggi, questo è il problema col quale misurarsi. 


Le tavole della legge della Bundesbank

A fine anno ci siamo già occupati dell'arroganza chimicamente pura del sig. Lars Feld, che non è esattamente un signor nessuno, bensì il più importante consigliere economico della signora Merkel. Così sghignazzava costui dalle colonne del solito Corriere della Sera il 19 dicembre scorso:
«Prevedo un pieno bail-in. I tagli alle obbligazioni e ai conti correnti sopra i 100 mila euro dovranno aiutare a ristrutturare le banche, perché la Commissione Ue impedirà salvataggi delle banche da parte del governo o sussidi nascosti agli istituti. Non saranno permessi». 

Un bel siluro non solo alle banche, ma all'intera economia italiana. Bella la solidarietà in salsa tedesca! Ovviamente il prepotente Lars non parlava solo per se stesso. Dietro di lui il governo di Berlino, la Bundesbank, la maggioranza parlamentare CDU-CSU/SPD, i media del paese.

Ora, tutto si può dire, ma non che i tedeschi non lavorino con metodo. Così, giusto per togliere ogni incertezza, per diradare ogni italica illusione, è arrivato un banchiere dal nome ignoto al grande pubblico, ma che di mestiere fa il vice a Draghi alla Bce in quota Bundesbank

Il suo nome è Andreas Dombret, il suo messaggio è chiaro: le banche, va da se quelle italiane in primo luogo, dovranno alleggerire il proprio «rischio sovrano». Dovranno cioè detenere un quantitativo limitato di titoli del debito pubblico di ogni singolo stato, e dovranno prezzare il rischio default sui titoli che gli resteranno in portafoglio.

Insomma, la solidale Germania continua a temere di doversi fare carico, anche in piccola parte, dei debiti altrui. Dunque, siccome per alcuni stati (Italia in primis) il rischio default è reale (prego prendere nota), i titoli del debito di questi stati vanno opportunamente svalutati nei bilanci delle banche che li detengono. Per capirci, se una qualsiasi banca detiene titoli per un miliardo diBund tedeschi ed un altro miliardo di Btp italiani, ai primi andrà dato un valore di 1 miliardo (100%), mentre i secondi potrebbero valere magari 950 milioni, forse 900 (90%) e giù a scendere a seconda delle situazioni.

Non so se a tutti sono chiare le catastrofiche conseguenze per un paese come l'Italia, ma anche per gli altri stati della periferia sud dell'eurozona, del meccanismo proposto (ormai è ufficiale) dalla Bundesbank e dal governo di Berlino. In ogni caso non sarà male elencarle.

In primo luogo, le banche italiane si troverebbero costrette a vendere grosse quantità di titoli, mettendosi nelle mani del «mercato», cioè della speculazione, per stabilire il prezzo della (s)vendita.

In secondo luogo, i tassi di interesse del debito italiano - che stanno in relazione inversa con il prezzo - crescerebbero in misura consistente, cancellando di brutto gli stessi vantaggi delquantitative easing

In terzo luogo, i bilanci delle banche nazionali, che detengono più o meno tutte grosse quantità di Btp, subirebbero perdite enormi, da compensare o con pesanti ricapitalizzazioni o più probabilmente ricorrendo al simpatico bail in che tanto piace a Berlino. A pagare sarebbe ciò la gran massa dei risparmiatori.

In quarto luogo, il peggioramento dei conti pubblici che ne deriverebbe, spingerebbe a nuove misure di austerità, dunque ad una nuova recessione, quindi ad un ulteriore aumento delle sofferenze bancarie.

E meno male che tutto è stato concepito - parole dell'ineffabile sig. Dombret - dalla necessità di «spezzare il circolo vizioso tra Stati e banche». In realtà, qualora la pazzesca proposta della Germania dovesse passare, assisteremmo esattamente ad un fenomeno diametralmente opposto di quello enunciato da Dombret. Altro che rottura del circolo vizioso tra rischio bancario e rischio sovrano! Avremmo, al contrario, un cortocircuito tra questi due poli in cui si condensa il lascito finanziario della crisi economica degli ultimi 8 anni. Con conseguenze devastanti.

Ora, siccome capire queste cose dovrebbe essere più o meno alla portata di tutti, come si fa a sostenere che quella scatenata dalla Germania non è - in senso economico - una guerra contro i paesi più deboli dell'eurozona, e contro l'Italia in primo luogo?

Ma, diranno gli increduli, cosa avrà mai da guadagnarci, la Germania, da una simile guerra? Tralasciando qui gli aspetti politici e quelli riguardanti la questione dei flussi migratori, che nel nord Europa pensano sempre più di scaricare sui paesi del sud (essenzialmente Grecia ed Italia), ci sono almeno quattro ragioni che spingono Berlino a mettere in ginocchio il nostro paese: 1) se i Btp si svalutano, i Bund si rivalutano: in questo modo (grazie alla moneta unica) sarà l'Italia a pagare il debito pubblico tedesco, 2) se le banche italiane continuano ad indebolirsi è inevitabile che finiscano in pasto ad istituti bancari di paesi più forti, ovviamente a prezzo stracciato, 3) banche messe così sotto pressione faranno sempre meno credito, con immaginabili ripercussioni sugli investimenti nel settore manifatturiero, il che alla Germania non potrà certo dispiacere.

Il governo italiano in un vicolo cieco

Se questa è la situazione, appare evidente il vicolo cieco in cui si è irresponsabilmente cacciato il governo Renzi. Sia chiaro, le colpe dei nostrani euristi vengono da lontano - come dimenticare, ad esempio, l'entusiastica adesione della maggioranza che sosteneva il governo Monti al fiscal compact ed alla follia del pareggio di bilancio in Costituzione? - e tuttavia l'aver accettato il meccanismo del bail in non è certo una responsabilità minore.

Fin qui Renzi ha risposto in maniera minimalista, aprendo diversi fronti polemici (banche, gasdotti con la Russia, migranti, flessibilità di bilancio), ma senza una chiara strategia. E pensare che, in materia di banche, il no tedesco al fondo di garanzia sarebbe stata l'occasione da cogliere per rimettere in discussione l'intera Unione bancaria a partire dal bail in

Ma così non è stato perché manca il coraggio di andare alla radice del problema. E l'attuale governo si regge su un blocco sociale assai eterogeneo, la cui direzione è comunque tracciata da alcuni centri di potere che non potranno andare allo scontro con l'UE senza prima frantumarsi al loro interno.

Renzi ha certamente capito che la questione bancaria non finirà a tarallucci e vino. E sa che su di essa si giocherà buona parte del suo consenso. Tutto ciò rende sostanzialmente inevitabile lo scontro con l'euro-Germania, ma come vorrà condurlo? E con quali forze?

La politichetta del «battere i pugni» per qualche decimale di flessibilità ormai non ha più senso. Non solo non funziona per far partire una vera crescita, ma la Commissione europea sembra comunque decisa a chiudere il rubinetto degli zerovirgola. 

Renzi dovrà dunque scegliere: o prova ad ingaggiare una battaglia politica vera, mettendo nel conto la possibilità di una rottura dell'eurozona, oppure dovrà acconciarsi al ruolo del solito politicante che sbraita a fini elettorali interni, ma senza la capacità di uscire davvero dalla gabbia in cui lui, i suoi predecessori, il suo partito insieme a buona parte dell'intero sistema politico, hanno condotto il paese.

Ovvio che questa seconda ipotesi equivarrebbe alla fine politica del fiorentino. Fine che diversi commentatori, ma non il sottoscritto, danno ormai per certa. Ma su questo converrà tornare con un altro articolo.


Andare alla radice del problema

Abbiamo detto che la classe dirigente nazionale non ha il coraggio di andare alla radice del problema. Cosa significa in concreto? Significa che - come ho cercato di mostrare - ogni problema affrontato nell'ambito della gabbia dell'euro diventa irrisolvibile. Significa che ogni questione viene piegata a vantaggio di chi quella gabbia controlla. Significa che i paesi resi più deboli dalla moneta unica devono sempre pagare il conto. E non solo in materia economica, ma anche sulla gestione dei flussi migratori e sulle scelte energetiche.

Andare alla radice significa dunque mettere in discussione l'euro, preparandosi al ritorno alla sovranità monetaria. 

Volete un esempio? Abbiamo visto come - rimanendo nella moneta unica - la crisi bancaria sia irrisolvibile, idem l'intreccio tra di essa e la questione del debito pubblico. Entrambi i problemi sarebbero invece affrontabili con una moneta nazionale. Solo grazie ad essa lo Stato potrebbe ricapitalizzare, nazionalizzandole, le banche. Solo così potrebbe ripartire il credito. Solo così si aprirebbe la strada per affrontare il dramma della disoccupazione, della precarietà e dei salari da fame.

E sul debito pubblico, perché non rispondere alla minaccia di usare i «mercati» per far ripartire il solito spread, con l'ipotesi di un bel default selettivo nei confronti dei titoli detenuti dalle banche estere qualora queste cominciassero a giocare al ribasso? Minaccia per minaccia, ho la vaga impressione che funzionerebbe.

Ovviamente, il governo che potrebbe davvero ingaggiare una simile lotta è di là da venire. Ma i tempi stringono e potremmo essere alle porte di cambiamenti epocali.


PS - Ciliegina sulla torta: ieri la Commissione Europea ha presentato un rapporto in cui il debito pubblico italiano viene considerato ad «alto rischio» nel medio periodo, esattamente dal 2017. Una tempistica niente male, dato che per la presentazione di uno studio triennale si è scelta proprio la vigilia dell'odierno incontro tra Padoan e la commissaria Vestager sull'ipotesi di bad bank. Ma non pensate male, non c'è nessuna guerra in corso, a Bruxelles e Berlino sono buoni. E se mostrano sempre più spesso i denti lo fanno solo per il nostro bene...

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